Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. "In duemila dagli ottavi" (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

Rassegna stampa

Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

La rassegna stampa del 1 maggio 2021

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Si riapre! (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

Fumata bianca per il pubblico agli Internazionali di tennis. Visti i tempi, meglio metterci un quasi. Ma gli indizi sono davvero tanti e le parole usate dal sottosegretario alla salute, Andrea Costa, sono categoriche: «C’è il via libera del Cts per una presenza di spettatori al 25 per cento della capienza a partire dagli ottavi di finale». […] Federtennis e Sport e Salute, organizzatori dell’evento, mantengono riserbo anche perché il pronunciamento ufficiale del Cts arriverà lunedì. Super protocollo E così, dal 13 al 16 maggio, il torneo romano diventerà l’evento apripista dell’Italia che ricomincia per tutto ciò che riguarda non solo lo sport, ma tutto il mondo dello spettacolo. Uno status a doppio taglio: da una parte c’è la soddisfazione perla svolta che dovrebbe portare 2625 spettatori al Centrale, 1625 alla Grand Stand Arena, 930 al Pallacorda Pietrangeli. Ogni impianto sarà «autosufficiente», nel senso che avrà degli accessi di ingresso e dei varchi per il deflusso completamente autonomi. Una soluzione che ha superato un’alternativa più ridotta, quella che prevedeva un’apertura dall’inizio del torneo, ma ristretta soltanto al Centrale. Dall’altra non bisognerà sbagliare nulla. Il protocollo, peraltro apprezzato dagli scienziati, dovrà funzionare a prova di tutto. Da questo punto di vista fa ben sperare quanto accadde a settembre dell’anno scorso, quando non ci furono contagi anche se la curva epidemiologica era meno cattiva (ma non avevamo ancora i vaccini). «E un messaggio rivolto a tutto il Paese», dice ancora Costa, peraltro maratoneta da 3 ore e 21 minuti di primato personale. Chi entra La Vezzali ha costruito la sua proposta sfruttando il varco lasciato aperto dal comma di un articolo dell’ultimo decreto legge. Che lascia aperta la finestra, in caso di «eventi di particolare importanza», per una doppia deroga: sia sulla possibilità di far entrare il pubblico negli eventi sportivi anche prima del primo giugno; sia sul numero degli spettatori che potrà andare oltre il tetto del mille (all’aperto) e dei 500 (al chiuso). Il resto l’ha fatto il protocollo che dal punto di vista del pubblico «eleggibile» è coerente con quanto stabilito per l’Europeo di calcio: l’ingresso sarà riservato ai vaccinati, alle persone che hanno superato la malattia e a chi ha effettuato un tampone con risultato negativo nelle precedenti 48 ore. Almeno per il momento sono soltanto due gli eventi che usufruiranno della deroga nel mese di maggio: Internazionali e finale di Coppa Italia di calcio del 19 maggio a Reggio Emilia. […] I biglietti Quanto ai meccanismi di assegnazione dei biglietti, la prevendita è ovviamente a uno stato particolarmente avanzato, gli organizzatori degli Internazionali stanno ancora studiando tutte le implicazioni del via libera. C’è pure da tener conto del coprifuoco alle 22 che potrebbe portare dunque ad anticipare i tempi della sessione serale. Ma è un discorso tutto da definire, come la dinamica relativa ai campi e ai diritti di prelazione, fatta salva la priorità data agli sponsor che hanno assicurato fedeltà al torneo in un momento davvero complicato

Internazionali: sì al pubblico (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Arriva una prima, importante, apertura sulla presenza dei tifosi agli Internazionali d’Italia di tennis. Il sottosegretario alla salute, Andrea Costa, ha annunciato la svolta concordata con il CTS, che ha dato il via libera per un’apertura tra il 20 e il 25% della capienza massima, a partire dagli ottavi di finale del torneo, in programma dal 9 al 16 maggio. DUEMILA PERSONE. II Centrale, che può contenere 10.500 spettatori, ne dovrebbe accogliere circa duemila a partire dal giovedì fino alla finale della domenica.[…] MESSAGGIO. Costa ha parlato di «quindici partite a cui potranno fisicamente assistere gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». Il ritorno dei tifosi sulle tribune del Centrale rappresenta un «ulteriore messaggio di speranza e fiducia». Si tratta di un segnale significativo per un torneo che nel 2019, l’ultima edizione prima della pandemia, aveva consentito ricavi da biglietteria per 13 milioni grazie all’ingresso di 223.455 spettatori paganti nelle giornate dell’evento. In utile per dodici anni di fila fino al 2019, gli Internazionali BNL d’Italia rappresentano la punta della macchina organizzativa della Federazione Italiana Tennis, quest’anno schierata in prima linea su più fronti. A novembre, infatti, Torino ospiterà le Nitto ATP Finals, torneo di fine stagione con gli otto migliori giocatori dell’anno, che per la prima volta si disputa in Italia. Il Pala AlpiTour sarà teatro anche degli incontri di due gironi delle Davis Cup Finals, compreso quello degli azzurri, e del quarto di finale fra le due vincenti. La presenza di pubblico in due eventi di tale richiamo, e alle Next Gen ATP Finals di Milano, resta un obiettivo

Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Riccardo Caponetti, Repubblica Roma)

Se la prossima settimana al Masters 1000 di Madrid ci sarà il 40% del pubblico, Roma si dovrà accontentare del 20-25%. Una percentuale più ridotta ma molto significativa, perché gli Internazionali d’Italia di tennis (9-16 maggio) saranno il primo grande evento sportivo del nostro paese che vedrà la presenza dei tifosi. «Il Cts mi ha confermato che gli spalti saranno aperti dagli ottavi di finale, secondo una percentuale tra il 20 e il 25 per cento della capienza», ha annunciato ieri Andrea Costa, sottosegretario alla Salute. C’era l’ipotesi di aprire le tribune solo per la finale, invece il governo ha autorizzato l’ingresso dagli ottavi di finale in poi. «Questo significa — ha aggiunto Costa — che saranno 15 le partite a cui potranno assistere fisicamente gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». A settembre 2020 soltanto dalle semifinali infatti era stato consentito l’accesso, ad un massimo di mille persone. Tra poche settimane, i numeri saranno maggiori: alla finale entreranno più di duemila persone, considerando la capienza del centrale del Foro Italico (10.500 posti). […] Il protocollo organizzativo sarà simile a quello che si adotterà a giugno per Euro 2020: l’Olimpico ospiterà le 3 gare del girone dell’Italia, più un quarto di finale. Possibile che per accedere agli Internazionali servirà il green pass, che oggi verrà utilizzato per spostarsi tra le regioni gialle. È un documento che certifica l’avvenuta vaccinazione, la presenza di anticorpi per chi abbia già avuto il Covid o un’accertata negatività al tampone (24-48 ore prima)[…] Nel 2021,1’Italia ha già vinto tre tornei Atp 250 con Sinner, Sonego e Berrettini e mai c’erano stati 10 azzurri nella top 100. Il primo tra loro è il romano Berrettini, padrone di casa e 10° nella classifica mondiale: «Il torneo di Roma al completo è uno dei più belli, lo riconoscono tutti», ha confessato nei giorni scorsi a Repubblica. E anche se non sarà pieno, lo scenario del Foro Italico sarà lo stesso affascinante.

Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Emiliano Bernardini, Il Messaggero)

Porte aperte agli Internazionali di Tennis ma a partire dagli ottavi. Il Cts, ieri, ha dato il via libera ufficiale al termine di una lunghissima riunione. […] Il Foro italico ritroverà così rumori e colori a partire dal giovedì. La manifestazione prenderà il via il 9 maggio e si chiuderà il 16. Ma, come detto, il pubblico potrà accedere dal 13. Un totale di 30 partite (tra maschile e femminile) a cui potrà assistere il 25% del pubblico per ogni impianto. Tra l’altro sono due le fasce orarie. Di fatto il centrale (capienza 10 mila) potrà ospitare circa 2,500 tifosi, il Pietrangeli 930 (capienza 3210), la Grand Stand Arena 1250 (capienza 5 mila). Un grande successo per la Federtennis di Binaghi che lo scorso anno si era dovuta accontentare di mille spettatori solo per le semifinali e le finali. PROTOCOLLI[…] Come si assisterà alle gare e come si potrà acquistare i biglietti? Chiaramente all’interno verrà imposto il distanziamento sociale e l’obbligo della mascherina. Nessuna App per stabilire gli accessi. Ma servirà dimostrare di aver ricevuto la dose del vaccino, di aver già avuto il Covid e dunque sviluppato gli anticorpi o portare il risultato di un tampone negativo 48 ore prima della gara. All’ingresso ci saranno delle speciali telecamere che monitoreranno gli accessi e misureranno la temperatura dei tifosi. Inoltre per ingressi e uscite ci saranno dei percorsi ben stabiliti da seguire. Questo anche per evitare contatti con giocatori, tecnici che come da protocolli Atp e Wta socio in bolla protetta con tanto di tamponi di controllo scadenzati. Resta da capire come la Federtennis deciderà l’assegnazione dei posti. Anche perché chi ha comprato l’abbonamento settimanale ora si trova tre giorni in meno. Il numero uno Angelo Binaghi nei giorni scorsi aveva fissato una possibile scala di priorità: sponsor, abbonati e ordine cronologico di acquisto. Chiaro che alla luce delle nuove disposizioni molto cambierà. Dalla Fit nessuna comunicazione ufficiale, si attende prima il comunicato del Cts con la conferma e le varie specifiche.[…]

Io guardo lontano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando lasciò la casa dei genitori a 13 anni per realizzare il sogno di diventare un tennista di valore mondiale, Novak Djokovic portava nel cuore il sogno di vincere Wimbledon e salire al numero uno del mondo. […] La passione Anzi, è stata proprio la rivalità con i due monumentali avversari a fare del Djoker l’uomo e l’atleta che adesso conosciamo. Mentre il resto del mondo si arrendeva all’idea che Roger e Rafa fossero inavvicinabili, lui trovò la forza per ribellarsi a quel destino, lavorando con il corpo e con la mente per elevarsi a quel nirvana. E adesso che tutti e tre hanno marchiato a fuoco la più incredibile e inimitabile era del tennis, Novak è assolutamente consapevole che attraverso la continua caccia ai record potrà legittimare la candidatura a Goat, il più grande di sempre, anche in costanza degli altri due. Intanto, continua a godersi uno dei primati più prestigiosi, quello delle settimane in testa alla classifica: al momento sono 318, e il conto è destinato a proseguire almeno fino all’estate. Djokovic, che è diventato numero uno per la prima volta il 4 luglio 2011, vi è particolarmente legato non solo perché lo ha strappato a Federer (fermo a 310), ma anche perché è l’emblema della continuità di rendimento ad altissimo livello, il gusto prolungato di guardare tutti dall’alto al basso non per un breve tratto di carriera, bensì per più stagioni (Nole è stato numero 1 di fine anno sei volte, come Sampras, ma a differenza dell’americano può ancora migliorare). Poi si possono aggiungere le 36 vittorie in un Masters 1000, un record che potrebbe incrementare già a Roma, dove si presenterà da campione in carica (tra l’altro è l’unico ad averli vinti tutti, con la ciliegina di esserci riuscito almeno due volte) o i 59 Big Titles (Slam, Masters 1000, Atp Finals, Olimpiadi). Eppure In testa ha un numero che pesa più di ogni altro, quello degli Slam, il vero discrimine verso la leggenda. Federer e Nadal sono a 20, ma lui è a 18 e con il vantaggio di poter essere competitivo ovunque. Il vero, grande obiettivo per un finale di carriera che lo porterebbe diretto sull’Olimpo: «Sono la passione e l’amore per il tennis che mi spingono a competere. Semplicemente non ho mai avuto problemi a parlare in pubblico dei miei obiettivi. Non credo che questo sia qualcosa di negativo. Sono ambizioso, perché non ammetterlo?». Orizzonti infiniti.

Kuerten, il sorriso che conquistava (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Prima di Guga, arrivava il suo sorriso. Annunciava l’allegria, ed era esclusivo. Il gesto più amichevole che ci sia capitato di ricevere. […] Sembrava dire, quello strano ragazzo brasiliano che si muoveva come un fumetto, che il suo sorriso aveva lo stesso valore di un patto. Accettandolo saremmo diventati amici fraterni, nel rispetto della regola numero uno della confraternita dei non belligeranti incapaci di odiare. Sempre per sempre, dalla stessa parte, mi troverai… Ed era vero. Alla filosofia dell’embrassons nous, Gustavo “Guga” Kuerten aveva spinto anche Lard Passos, il coach più chiassoso che si sia mai visto su un campo da tennis, uno che se non avesse ceduto alle lusinghe dello Smile Power a Gugaland avrebbe con ogni probabilità trasformato in baruffa ogni incontro del suo allievo. […] Larri si barricava nel box trasformandolo in una trincea, dalla quale difendeva la sua probità, o forse la volontà di non cadere in tentazione, quella di saltare al collo degli avversari di Guga. Diventava, così mordendo il freno, il più straordinario interprete della sceneggiata fatta tennis, una sorta di Mario Merola della telenovela brasiliana. Esortava Gustavo con gesti plateali, si percuoteva la testa quando voleva ricordargli di usarla; si flagellava il petto per indicargli di metterci il cuore. E picchiava il berretto sulla massicciata del Centrale per incitare l’allievo. Manco fossero una coppia di comici, Big Smile e Adrenalinik avevano tenuto in piedi un’edizione del Roland Garros che era stata pompata come l’atto finale della guerra per la conquista della terra rossa, ma si era ritrovata subito svuotata di tutti i contendenti più bellicosi. Pistol Sampras al terzo turno, negli ottavi Banana Boat Chang e “Macello” Rios, uno che amava salutare tutti sfanculando, manco fosse un vezzo. Lo fece pure in presenza del presidente cileno Eduardo Frei Ruiz Tagle, quando quello gli mostrò la piazza zeppa di tifosi da un terrazzo del Palacio de la Moneda, convenuti per festeggiare il numero uno da poco conquistato. Gli chiese: Marcelo, c’è una cosa che vorrebbe dire a quegli appassionati? Si, di andare… Fu la risposta. GUGA OPEN L’orda spagnola era finita abbrustolita in una sorta di grigliata mista alla scottadito, Berasategui in 1° turno, Moya e Mantilla al secondo, Albert Costa al terzo e Corretja in ottavi. Tutti tranne Bruguera, scampato al barbecue per il fatto di non essere considerato tra i favoriti. Agli altri, i più forti, ci aveva pensato Kuerten. Cinque set contro l’imbattibile Muster, che venne doverosamente rimpinzato di smorzate; altri cinque con Medvedev (Andrey, non Daniil), poi Kafelnikov nei quarti, anche lui in cinque partite, con la prodigiosa rimonta da 2-4 15-40 nel quinto. Prima di un turno facile con DeWulf, e la finale con Bruguera. Era il 1997. E stava per cominciare il periodo ribattezzato Guga Open, una parentesi felice nel faticoso tennis sul rosso. Brevissima, però. Proprio come un sorriso. Prima di quel torneo, di quella finale, Guga non c’era. Giocava piccoli tornei, inseguiva sogni lontanissimi. E non vinceva mai. Parigi fu la sua prima vittoria, che è come se una solerte coppia di sposi avesse affittato l’Opera Gamier, platea, quattro ordini di palchi e galleria, per il primo vagito del figlio appena nato. Manie di grandezza? Chi, Guga? Figurarsi… Uno con la sua storia aveva ben altri pensieri per la testa. È che il tennis non era abituato alla dimensione brasiliana che quell’anno, e i cinque a seguire, avrebbero preso. Un breve lustro in cui il ventunenne concentrò la parte più bella del suo tennis, finendo per vincere sedici dei venti titoli del suo palmares, tre volte il Roland Garros e una edizione delle Atp Finals a Lisbona nel 2000, superficie indoor, che lo introdusse a una gara spalla a spalla con Marat Safin, proseguita per tutto il 2001, con in premio la conquista del numero uno del tennis. […] ARRIVA LA TORCIDA Quali fossero i termini dell’ascesa al soglio di Kuerten, fu chiaro già dai giorni di vigilia di quella prima finale al Roland Garros. Venne mobilitata, dai quotidiani brasiliani, anche la stampa accreditata per un torneo pre-mondiale di calcio in Francia. Giunsero con facce parecchio malmostose, chiedendosi dove mai li avessero mandati a perdere tempo quei pusillanimi dei loro caporedattori. Ma – Guga docet – il malumore durò, anche in quel caso, il tempo di un sorriso. Scoprirono che nel tennis tutto funziona alla perfezione, che lo stadio era accogliente e non c’erano bagni ammuffiti dall’umidità […] Anzi… Intorno a Kuerten il tam tam dei primi giorni era diventato rullio, poi fanfara, infine sarabanda. II Roland Garros visto dall’alto sembrava uno stadio edificato su un prato di magliette gialloverdi. I giornalisti del calcio capirono l’antifona e trattarono il nuovo idolo e il suo strano sport come fosse il protagonista della finale di Copa Libertadores, urlando terrificanti radiocronache alla brasiliana. In quelle, un buon punto diventava gollasso e il gollasso, si sa, viene partecipato con ululati profondi, infiniti, di cuore e di pancia, che mai avrebbero potuto raccordarsi con i tempi del tennis. Difatti, cominciavano al secondo rimbalzo della pallina e terminavano quando i tennisti stavano già giocando il punto successivo. Poi esplose la festa, e la festa divenne presto torcida, partecipazione collettiva. Solo nove volte è successo, nella storia del Roland Garros, che il vincitore spuntasse dal nulla, e in due di queste (Bernard nel 1946 e Wilander nel 1982) il vincitore fu come Guga, un tennista senza pedigree. Poi a Marcel Bernard hanno dedicato addirittura una strada, proprio di lato allo stadio del tennis, e Mats è diventato il numero uno della classifica «Chissà» , disse Kuerten, con gli occhi che sorridevano da soli, «magari qualcuno dedicherà una strada anche a me, oppure no, una statua, meglio una statua». E Florianopolis diventerà Gugapolis. Perché no? A FLORIANOPOLIS Florianopolis è la capitale dello Stato di Santa Caterina, a sud di Sao Paulo. La storia di Gustavo comincia da lì, e li ritorna appena terminata l’avventura nel tennis. Un’avventura bella e commovente. Guga amava il surf, lo praticava sulla spiaggia dei naufraghi, un posto ancora incontaminato, da cartolina. Prima di palline e campi in terra di mattone veniva anche il calcio, ma il padre Aldo coltivava una passione tutta sua per il tennis, ne era innamorato, lo giocava tutti i pomeriggi e aveva preso pure il brevetto di giudice arbitro. Fu alla morte del genitore, colto da infarto mentre assisteva a un match, che Guga impugnò per la prima volta una racchetta. La volle per non dimenticarlo, e finì per innamorarsi anche lui del tennis. Aveva sei anni. Una famiglia sterminata, i Kuerten. Guga aveva cominciato tardi, prima nelle mani del maestro Oscar Wegner, poi in quelle di Passos. Mostrava di saperci fare e a turno tutti i componenti della famiglia si impegnarono ad accompagnare il ragazzino ai tornei. Guga non l’ha mai dimenticato. Raccontava anche dell’impegno di mamma Alice nelle associazioni a favore dei disoccupati, di nonna Olga che per stargli vicino imparò tutto del tennis, fino a consigliargli le tattiche da usare con quell’avversario o quell’altro. Parlava spesso del fratello minore, Guilherme, costretto su una sedia a rotelle. Guga gli regalava tutte le coppe che vinceva, e lo ricordava sempre durante le premiazioni, sicuro che il ragazzo fosse fra gli spettatori alla tivvù. Ogni giorno trascorso a Parigi, in quel 1997, Gustavo fece visita all’agenzia viaggi vicina all’albergo, per acquistare un biglietto a uno dei suoi familiari. II giorno della prima finale c’erano tutti, anche lo zio che suonava la carica tenendo due foglie tra le mani e ricavandone un suono stridulo. Fu alla morte di Guilherme che Guga avverti l’esigenza di ritirarsi. Era ancora giovane, 31 anni appena, sebbene un bel po’ ammaccato dai problemi alla schiena, ma con la scomparsa del fratello era venuta meno la motivazione più forte. Chissà, forse era stata proprio quella a trasformarlo, dal nulla, in un giocatore vincente. Guilherme se ne andò nel 2006. All’inizio dell’anno dopo Guga annunciò di non avere più nulla da dare al tennis. UNO STILE TUTTO SUO Se le imprese del Roland Garros furono al centro della stagione di Guga, la vittoria nelle ATP Finals fu la dimostrazione della raggiunta maturità agonistica. II brasiliano aveva uno stile tutto suo, il dritto garantiva le accelerazioni brucianti insieme a qualche gaffe tecnica evitabile, mentre il rovescio a una mano era di un’eleganza quasi inspiegabile per gli altri ruvidi colpitori da fondo campo. A volte sembrava uno svolazzo, altre si muoveva lento verso la palla, ma garantiva impatti violenti. Era un colpo che Guga manovrava a piacimento, lasciando gli avversari nel dubbio di che cosa ne avrebbe tirato fuori. Proprio a Lisbona, nella finale Master del 2000, Kuerten e Agassi si sfidarono in una guerra di rovesci, incaponendosi in un fitto scambio su chi fosse riuscito a stringere di più la traiettoria a uscire. Guga ne sorti con un colpo talmente spregiudicato da apparire senza senso. Da fondo, sulla sinistra, colpì la palla con un top spin tanto estremo da farla precipitare appena superata la rete, negli ultimi centimetri utili di campo sotto gli occhi del giudice arbitro. Agassi osservò scuotendo il testone ormai pelato, sugli spalti mamma Alice lanciava baci, quasi il figlio avesse già vinto la partita. II gesto era l’equivalente tennistico di un dribbling del passerotto Garrincha. Non solo. Kuerten rilanciò anche un colpo in quegli anni quasi dimenticato, il drop shot, la smorzata. Fu il match contro Muster del 1997 a rivelare quella svolta tattica, tale da convincere perfino gli attuali cecchini a inserirla nel loro repertorio. Kuerten la giocava da ogni posizione e in tutti gli stili. Carpiata, con il triplo avvitamento, anche con il doppio salto mortale. Della pallina, ovviamente, non il suo. Ma chissà che Guga non fosse capace anche di quello, buffo com’era: un tipo che quando si lanciava sulla palla sembrava che una parte del corpo si allungasse come una molla, e tutto il resto lo seguisse qualche secondo dopo. Eppoi, Guga non portava la bandana come tutti gli altri, no, lui se la calava sulle sopracciglia, e tra una corsa e un servizio, quella calava ancora di più, fin sopra gli occhi; ma Kuerten non sentiva storie, continuava, brancolando magari, ma continuava, con una mano a roteare la racchetta e l’altra alla disperata ricerca di un sistema per sollevare la tapparella. QUEI 33 MINUTI Il Roland Garros di mezzo, quello del 1990, visse di una finale con 33 minuti da brivido. Kuerten era avanti due set a uno e nel quarto il match sembrava sotto controllo. Fu allo scoccare del primo match point – erano le 17,41- che Magnus Norman subì una profonda mutazione. Da svedese tutto d’un pezzo, calcolatore e poco disposto a dare in smanie, si trasformò in una maschera d’improntitudine e di caliente energia Urlava «vamos» lo swedish, su ogni colpo andato a segno, e Guga cominciò a preoccuparsi. Tanto più dopo quel primo punto-match, su cui il giudice di linea indicò l’out ma senza convincere il giudice arbitro, che scese dal trespolo e si stese addirittura sulla terra rossa per valutare se la palla fosse davvero fuori. Alla fine scovò un granello di terra rossa sulla riga del campo, che sembrava schiacciato. Dette il punto per buono, lasciando Guga con le braccia sollevate e l’orchestrina alle prese con un samba del tutto fuori luogo. Dal 5-4 per il brasiliano, 15-40 sulla battuta svedese, si giunse al 6 pari consumando sette match point Nel tie break, il “jeu decisif’,’ Kuerten andò 6-4, ebbe altri tre match point e Norman glieli sfilò. Quello buono fu l’undicesimo. «Ho vinto, e sono stato costretto a rivincere. Non mi era mai successo», il commento di Guga, anche quello sotto scorta di un sorriso disarmante. Poi il 2001, con la vittoria su Corretja e il cuore rosso disegnato con la racchetta sulla terra dello Chatriet. L’epitome dello Smile Power nel Guga System, un cuore grande e avvolgente, dentro il quale il brasiliano chiedeva a tutti di entrare, di fame parte per sempre. Le Finals premiarono Kuerten a metà strada fra le due ultime vittorie al Roland Garros. Terminato il decennio tedesco, il Master tornò nelle vesti iniziali di inesausto giramondo. Il 2000 venne inaugurato a Lisbona, trovando buon pubblico e accoglienza di stampo brasiliano, ma non piacque ai tennisti, che volevano una sede meno periferica rispetto alle tradizionali rotte del tennis. Guga cominciò con una sconfitta in tre set con Agassi e la certezza che avrebbe alzato il trofeo solo vincendo tutti gli altri match. Liquidò Norman e Kafelnikov e agganciò la semifinale convinto di poter firmare l’impresa anche contro Sampras, che sul cemento indoor sembrava inattaccabile. Larri Passos lo dispose in modulazione aggressiva, e dato il soggetto non fu un’operazione facile. Ma riuscì, riguardando solo la sfera tennistica. Perso il primo set al tie break Guga guadagnò campo limitando le discese a rete di Sampras e stordendolo con la smorzata. L’ultimo atto prevedeva un serrato dialogo con Agassi, che si era liberato senza problemi di Marat Safin in semifinale. Difficile non trascinare sul campo le sensazioni negative ricavate nel match precedente, ma Guga trovò il modo per essere più esplicito nelle sue intenzioni, rispetto al primo incontro e finì per dettare lui i tempi del match, sulle geometrie più consone al suo tennis. Servizio potente, il rovescio per liberare il campo, l’affondo con il dritto. Giocava sulle righe, Guga. «No, erano le righe che si spostavano per farsi cogliere dai suoi colpi», volle precisare Agassi. Fatto sta, in ognuno dei tre set (la finale si giocava ancora tre su cinque), Kuerten trovò il modo per staccarsi. Vittoria e numero uno. La prima volta di un brasiliano. Un dominio che finì per essere lungo 46 settimane, spartito con Safin dopo gli Open d’Australia, ma ripreso di li a poco con l’avvento dei tornei su terra rossa, prima quelli sudamericani, poi quelli europei, Roland Garros compreso. Fu quello l’ultimo anno di grazia, per Guga. Infortuni grandi e piccoli, e le incerte condizioni di salute del fratello, ne esaurirono la spinta. Nei successivi cinque anni giunsero appena quattro vittorie. Ma gli appassionati non smisero per questo di amarlo. Guga Kuerten era stato l’interprete della gioia di giocare, e di un tennis guidato dall’istinto. Ce n’era abbastanza per entrare nel Club dei più grandi di sempre? Un sorriso gli avrebbe aperto le porte.

Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid e poi tour de force verso Parigi (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

[…] Jannik Sinner nel Masters 1000 di Madrid al via lunedì è testa di serie dopo i forfait di Djokovic, Federer, Monfils e Goffin. II viatico buono, questo, per scongiurare nel sorteggio di oggi sentieri proibitivi già nelle fasi iniziali, come è successo nel Principato due settimane fa quando al secondo turno s’infilò Djokovic sulla strada del Rosso. II numero 18 del mondo, reduce dalla semifinale di sette giorni fa a Barcellona contro Tsitsipas, sui campi in terra battuta della Caja Magica proverà a dare l’assalto alla top 15 e a confermare la continuità ad alti livelli in questo 2021 costellato da 18 vittorie in 25 match e da una race stagionale (quella valida per le Atp Finals di Torino) che lo vede al settimo posto. II diciannovenne di Sesto Pusteria, da gennaio, si è aggiudicato il suo secondo Atp250 (Melbourne)e ha messo in fila i quarti di finale a Marsiglia e Dubai (con onorevoli sconfitte con Medvedev e Karatsev, mica due qualunque), la finale nel 1000 di Miami e, appunto, la semifinale a Barcellona. Un cursus honorem che lo proietta tra i protagonisti anche a Madrid, dove però i favoriti sono i finalisti di Barcellona, Nadal e Tsitsipas, con un punto di domanda sul numero 4 del mondo Dominic Thiem, uno che sul mattone sa dominare, ma che è reduce da un mese abbondante di stop e dai tormenti dell’anima con tanto di ipotesi di un clamoroso ritiro.[…]. Djokovic, dicevamo, non potrà difendere il titolo del 2019, ultima edizione del Mutua Open. Nell’albo d’oro troneggia, manco a dirlo quando si parla di terra, Nadal, che si è aggiudicato cinque edizioni, seguito da Federer con tre. Sinner a Madrid comincia lo stellare tour de force che si concluderà con il Roland Garros al via il 30 maggio. Nel mezzo, dal 10 maggio, lo spettacolare appuntamento agli Internazionali d’Italia a Roma, dove Jannik sarà la star più attesa dai tifosi italiani. Sarà l’ennesima celebrazione di un talento che sta accendendo gli appassionati di tutto il mondo.

Stella rossa (Paolo RossI, La Repubblica)

NEGLI ANNI OTTANTA c’era, tra gli appassionati di tennis, chi si disperava perché uno come Boris Becker non era italiano (“Ah, fosse nato a Merano”, si diceva). Vent’anni dopo il destino ha deciso però di indennizzarci, più o meno alle stesse latitudini. San Candido, in Alta Pusteria, è infatti il luogo natale del più grande talento dei nostri giorni: quello Jannik Sinner nato, per nostra fortuna, a meno di 10 km dall’Austria.[..]. Nel caso di Jannik è il suo rovescio, a 1800 giri al minuto, una roba da Formula Uno. Lo spirito dei fan si esalta nel solo vederlo, quel gesto. Mentre annienta avversari, scala classifiche, conquista sponsor e copertine dei magazine. Magari le donne non svengono sugli spalti e nuovi Dei non nascono, ma certa bellezza non è raccontabile. Va solo vista. È quello che è successo anche un mese fa, a Miami, con Jannik capace dl arrivare alla finale del Masters 1000 in Florida. Com’era successo a Sofia l’anno scorso, dove la finale l’aveva poi anche vinta. La prima di un Atp, il più giovane italiano di sempre nell’era Open. E come si spera accada anche a Roma, al Foro Italico, per gli Internazionali d’Italia che stanno per iniziare (dal 3 con le prequalificazioni, poi i big in campo dal 9 al 16 maggio). Dove, mentre chiudiamo questo articolo, Sinner si dovrebbe presentare forte di un 19° posto nel ranking mondiale: il più forte tra gli under-20. SI perché quest’ex bambino capellone, per il quale da sempre si scomoda il paragone con Pippi Calzelunghe per il colore rosso della chioma e il portamento nella vita, ha sedotto l’Italia della racchetta nonostante abbia ancora soltanto 19 anni. Ma la sua è una luna di miele infinita: un viso che le cronache direbbero del classico bravo ragazzo, un atteggiamento pacifico, un sorriso che si apre e disarma. Anche in campo, quando gioca. Mentre accende il suo instinct killer sportivo, trasmette con i suoi modi pacati, eleganti, tranquillità. Un valore senza prezzo, forse. Più alto anche di uno Slam, magari il primo Slam, l’augurio che tutti gli rivolgono. Ma, a pensarci bene: perché solo uno? Il suo tennis è rosso intenso, come quei capelli. Come la passione di chi ama questo sport e punta tutto su questa giovane promessa. E non sarebbe stato lo stesso se avesse scelto lo sci, come stava per fare essendo nato tra le montagne. […] «Ah ah ah. Ma no, loro erano comunque più forti. Avrei scelto il gigante come disciplina, di sicuro lo sci alpino. Lo sci di fondo sport è diverso, a vederlo in tv è bellissimo, ma richiede una resistenza pazzesca che non è quello che preferisco». Gli occhi si accendono mentre riporta i suoi ricordi “alla neve”, all’infanzia e a quei fuoripista che non si dovevano fare: «Li ho sperimentati un paio di volte, per vedere da vicino la neve alta. Ma poi ho perso un grande amico, della mia età. È stato un tale shock che da allora non lo faccio più». Jannik il rosso oggi è una star mondiale di sicuro, a giudicare dall’attenzione mediatica e dal contratti milionari. Ora anche i risultati iniziano a non scherzare: la recente finale al Masters 1000 di Miami (persa contro Hubert Hurkacz, dopo una cavalcata trionfale) è stata l’ultima ciliegina sulla torta. E anche la nuova fidanzata, Maria Braccini, non l’ha distratto per nulla da quello che resta il suo obiettivo e il suo sogno: il tennis. […] Gli amici gli sono rimasti («Sembro mite, ma quanti scherzi fatti e ricevuti») soprattutto in remoto, grazie alla playstation e a quel prato verde su cui si immagina. Non Wimbledon, ma uno di football: «Sì, giocavo da centrocampista. Mi piaceva attaccare e un po’ difendere. Ero decisamente più Totti che Gattuso», dice. Rispetto al romanista può ancora passeggiare liberamente: «Se mi fermano per una foto o un autografo, non dà fastidio. Forse perché ho ancora tanto da dimostrare e ho solo 19 anni». Ed è con la leggerezza della sua età che può permettersi di dire frasi come: «O vinci o impari a perdere», oppure: «Sto ancora pelando le patate». In realtà è un patito della pasta, più che dei canederli. «Mi piace semplice. Le penne, anche al pomodoro, vanno benissimo». Tra i fornelli di famiglia (papà Hanspeter e mamma Siglinde hanno un rifugio tra i monti) non ha mai smanettato: «Quando ero a casa al massimo facevo i dolci, però non è che sia questo fenomeno, anzi. Ma lo strudel lo so fare». In compenso ha già viaggiato tanto, senza davvero riuscire a vedere molto. Scendendo dalla montagna, racconta, ha però incontrato più insetti di quanto si aspettass: «La mia fobia, insieme a ragni e serpenti». Il tempo per fare il turista comunque non c’è mai: «A Roma, per esempio, ogni volta mi dico che il Colosseo vorrei vederlo». Accetta le provocazioni: «Le racchette di legno? Non ero ancora nato quando si usavano. Però perché no, potrei provare, ma se sono pesanti secondo me mi spacco il braccio». Il nuovo re del tennis italiano ci racconta poi d’aver preso il meglio dal suoi genitori: «Da entrambi il rispetto per il lavoro, le persone. Poi: velocità e coraggio da papà, la calma e i capelli dalla mamma». Sarà per questo che non ha le vertigini, rispetto al mondo che lo strattona. E persino rifiuta di darsi una spiegazione sul perché di tanto interesse nel suoi confronti. «Forse perché non ho ancora 20 anni e ho questi capelli rossi». Dotato di sintesi, e di un certo humour alpino, di chi va dritto al punto, confessa di dire ogni tanto qualche parolaccia: «A volte in Italiano». Ma è anche consapevole che, per vincere uno Slam, prima o poi dovrà uccidere uno degli Dei. Nel frattempo, da Federer a Nadal, se lo tengono vicino per allenarsi: «E’ stato bello essere in campo con loro». Jannik è cosl discreto da far invidia anche al più navigato dei diplomatici. Per lui le cose devono restare private, pero qualche ricordo ama condividerlo: «Ero un ragazzino ed ero con il mio primo maestro, Mair, che mi faceva palleggiare con Max Sartori. Non pensavo a niente, solo ad entrare in campo e tirare la palla all’incrocio delle righe». Altro flashback, il trasferimento a Bordighera, a 13 anni: «Pensavo che mi sarebbe mancata la famiglia, mio fratello e gli amici. Mi dicevo che era una prova, se mi piaceva bene e se non mi piaceva tornavo a casa». Poi l’incontro con Riccardo Piatti: «Ero preoccupato per la parte fisica, perché non avevo mai fatto atletica, non sapevo se sarei riuscito a fare gli esercizi che mi chiedevano, lo stretching, la mobilità. Sul giocare a tennis no, non avevo paura». E neppure sulla capacità di comportarsi in campo. Ineccepibile, sempre: «Sto sul presente, sul momento. Penso alla partita, a quello che devo fare, agli obiettivi che mi sono dato. La pressione c’è, certo. Ma tanta viene da me stesso». Un segreto? «Dieci minuti prima della partita mi scaldo e cerco di estraniarmi ma non è che guardo nel vuoto: mi serve per trovare la giusta tensione». Impossibile coglierlo in fallo, neanche se si parla dei soldi, tanti, che già ha portato a casa. «Cosa ne faccio? Niente. Compro le cose solo se ne ho davvero bisogno. Gli altri li tengo sotto al materasso… scherzo». Guida un’Alfa Stelvio, sorride se gli citi Don Matteo, che ha reso popolare San Candido: «Io più famoso di lui? Ah ah ah…». Non lo scalfisce nemmeno una come Maria Sharapova, che per qualche mese si alleno con Piatti: «È una bravissima persona. E le cose private rimangono private». Niente favole, insomma, oltre al tennis: «Quand’ero piccolo dormivo, senza problemi. Succede anche oggi, alla vigilia dei match importanti. Dormo il sonno dei giusti. E dormo male solo quando perdo». In conclusione, come racconteresti Jannik? «Noi gente di montagna siamo persone semplici, diciamo sempre la verità». E allora Jannik, dicci, per trionfare in cosa devi migliorare? «Le volee e il fisico, perché non parte tutto dalla racchetta: il segreto è vedere come l’altro si mette con i piedi, devi capire come si muove. Giocare d’anticipo è tutto, nella vita e sul campo, insieme all’attacco»

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Turbo Sinner, arriva Nadal. Super Musetti colpi d’autore (Crivelli). Com’è bella la giovane Italia (Mastroluca). Sinner e gli altri sinfonia azzurra (Valesio)

La rassegna stampa di martedì 11 maggio 2021

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Turbo Sinner, arriva Nadal. Super Musetti colpi d’autore (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quanto è bella giovinezza, che non fugge davanti alle aspettative accresciute e alle pressioni ingrandite, ma cavalca l’onda di una crescita impetuosa i cui orizzonti sono oggettivamente impronosticabili se non nei dintorni del paradiso. Perché il domani ha senz’altro una certezza: Sinner e Musetti, i Dioscuri del rinascimento tennistico azzurro, non sono i più forti under 20 del mondo per caso, perché la loro maturazione segue il filo logico del talento, dell’applicazione, della fiducia nei team e nelle proprie capacità.

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Adesso, solidi nelle loro certezze, impongono con autorevolezza il marchio di una classe sopraffina. Contro il maestro Il pericolo per Sinner, nella sfida contro il mancino francese Humbert che lo batte alle Next Gen 2019 in un match del girone senza nulla in palio ma che non possiede adesso il peso di palla per dare fastidio al nostro, era di pensare troppo alla vetta successiva, la cima Nadal che domani ritroverà nel secondo turno. Un premio meritato per la prestazione senza smagliature e soprattutto per il percorso di questi cinque mesi, In cui Jannik si è guadagnato íl nirvana nonché il rispetto di qualunque avversario.

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l’ammirazione solo mediata da qualche occhiata alle sue partite, dopo l’incrocio parigino è diventata un granitico riconoscimento delle qualità di Jannik, fino a convincere Nadal a sceglierlo come compagno di allenamenti nella bolla australiana di gennaio. Un’esperienza di cui il numero 18 del mondo saprà certamente fare tesoro: «A nessuno piace perdere contro un ragazzino di 19 anni, men che meno a un fenomeno come lui. Conterà molto la mia mentalità, al Roland Garros ero entrato in campo con quella giusta. Dovrò fare la stessa cosa, io sono convinto di avere le potenzialità per metterlo in difficoltà, ma poi le tue idee e le tue doti devi provare a metterle in campo ed è la cosa più difficile, e il fatto che ci siamo allenati insieme mette sullo stesso piano vantaggi e svantaggi per entrambi». Chissà come reagirà, invece, Lorenzo Musetti alla novità di un match contro il più alto del circuito, lo yankee Reilly Opelka, che tra i 2.11 di altezza e l’estensione del braccio e della racchetta tira giù il servizio da quasi quattro metri. Intanto Lollo si annette uno scalpo prestigioso, quello del polacco Hurkacz, proprio il giustiziere di Sinner In finale a Miami, che si ritira per un generico malessere sul 6-4 2-0 a sfavore ma non prima di aver tastato il mal di testa provocato dalle magie del carrarese, michelangiolesco nelle esecuzioni lungolinea di rovescio e In quelle smorzate impossibili da leggere. A Roma, insomma, per Lollo sono sempre brividi: «Gli ho chiesto cosa avesse, mi ha risposto che non si sentiva bene. Credo di aver comunque meritato íl punteggio che era maturato fin li, mi sono sentito bene sulla palla fin dal primo punto e sono stato bravo a disinnescare la sua battuta. A questo torneo e a questi campi mi legheranno sempre ricordi bellissimi, è una grande emozione giocare a Roma. Adesso spero di arrivare almeno agli ottavi, In modo da godere del ritorno del pubblico». Per riuscirci, dovrà chiedere il lasciapassare al gigante: «Più che al suo servizio, dovrò pensare al mio, a non perderlo mai e a provare a cogliere le opportunità che lui mi concederà».

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Com’è bella la giovane Italia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

La giovane Italia vince e diverte. Jannik Sinner batte 6-2 6-4 il francese Ugo Humbert e sfiderà Rafa Nadal, nove volte vincitore degli Internazionali BNL d’Italia. Lorenzo Musetti avanza per il ritiro del polacco Hubert Hurkacz, che ha abbandonato all’improvviso con l’azzurro in vantaggio 6-4 2-0 dopo un primo set di scintillante bellezza da parte di entrambi. Sinner e Nadal daranno vita al secondo turno che tutti avrebbero voluto vedere dal momento del sorteggio. Si sono incontrati nei quarti all’ultimo Roland Garros, si sono allenati insieme nelle due settimane di quarantena obbligatoria prima dell’Australian Open.

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Il teenager con la miglior classifica ATP ha già giocato sia contro Rafa sia contro Djokovic, che l’ha battuto al secondo turno a Montecario. Esperienze che gli hanno permesso di accelerare i tempi dell’evoluzione tecnica. «Ora so di avere più armi – ha detto dopo la vittoria contro Humbert – Ma questi grandi campioni ti mettono sempre sotto pressione. Devi essere pronto a trovare la soluzione giusta, e devi affrontarli tante volte per arrivare a quel punto». Intanto, ha dimostrato di avere già un’altra cilindrata rispetto al leggero quanto creativo francese, provetto suonatore di pianoforte.

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Dopo la sconfitta con l’australiano Popyrin a Madrid, Sinner ha spiegato di essersi allenato sul servizio e sulla gestione dei punti. Domenica ha anche guardato la finale che Matteo Berrettini ha perso contro Alexander Zverev alla Caja Magica. «Mi è dispiaciuto che abbia perso – ha rivelato Sinner – ci siamo incrociati negli spogliatoi e gliel’ho anche detto». Berrettini si stava preparando per la sua prima sessione di allenamento al Foro Italico. Il numero 1 azzurro debutterà già oggi contro il georgiano Nikoloz Basilashvili.

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MUSETTI. In maniera altrettanto dominante, fino al momento del ritiro del polacco Hurkacz, Musetti ha messo in campo una dotazione completa di colpi potenti, invenzioni e ricami. Ha alternato back, smorzate e diritti fulminanti come quello in corsa, e in diagonale, con cui ha trasformato il set-point Al prossimo turno, gli servirà tutto il repertorio e una buona dose di pazienza contro Reilly Opelka, 211 centimetri di potenza unita a una sorprendente passione per l’arte contemporanea. «Cercherò di rispondere al meglio e concentrarmi il più possibile sul mio servizio» ha detto il carrarino, protagonista di un primo set vario e spettacolare con 28 vincenti e 8 gratuiti complessivi. «Oggi mi sono sentito molto bene, fin da subito. Colpivo bene, sono riuscito a neutralizzare il suo servizio. Viene spesso a rete, nell’ultimo game del primo set sono stato bravo a fargli giocare qualche volée bassa. Sono soddisfatto della mia prestazione» ha aggiunto Musetti, che ha illuminato un Foro Italico silenzioso e senza tifosi.

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Sinner e gli altri, sinfonia azzurra (Piero Valesio, Il Messaggero)

Disponiamo di due giocatori che solleticano la fantasia con suoni differenti. E che, aspettando l’esordio odierno di Sonego e Berrettini, hanno segnato il lunedì degli Internazionali d’Italia. I due in questione sono, ca va sans dire, Sinner e Musetti. Jannik ha risolto la pratica Humbert suonando il francese 6-2 6-4; Lorenzo ha giocato un gran primo set contro Hurkacz (il vincitore di Miami ai danni di Sinner) prima di approfittare del ritiro del polacco quando era avanti 2-0 nel secondo.

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TONI BASSI E TONI ALTI La botta di Jannik (anzi, il 90% dei colpi) produce un suono pieno, da vocale chiusa. E’ la voce di un basso che guida il coro con autorevolezza. II suono prodotto dai colpi di Lorenzo è cristallino anche quando il colpo medesimo, soprattutto di rovescio, è scagliato piatto, prodotto da una meccanica degna di miglior causa. Nel suo tennis ci sono solo note limpide; e ce ne sono pure tante, di diversa tonalità e potenza. Visto che il pubblico arriverà solo da giovedì, quella del tennis giocato e vissuto nel silenzio E un’occasione irripetibile. Anche perché poi ci sono gli altri del gruppo italico, che magari producono musiche più consuete, meno distinguibili da quelli degli altri giocatori che popolano il circus: ma hanno una loro originalità. Prendete Gianluca Mager che è abituato ad ascoltare il suono della risacca della sua Liguria: procedendo al ritmo della marcia di Radetzky ha eroso (6-4 6-3) l’australiano De Minaur, colui che Sinner prese a palate nell’ultima finale giocata delle Next Gen Finals. E a Stefano Travaglia è sostanzialmente bastato imbastire alcune note di Bolero per disfarsi del solito Paire, che ha espresso il gesto più creativo della sua giornata andando a fotografare ripetutamente con lo smartphone la traccia lasciata da una palla che a suo dire era buona mentre l’arbitro l’aveva chiamata out.

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LA STECCA A proposito di neuroni bisogna qui citare anche l’unica stecca di giornata: quella di Fabio Fognini, sconfitto in due partite (6-3 6-4) da Kei Nishikori. A parte i lanci di racchetta, ormai più da contratto che altro, come i silenzi di Celentano, la capacità di Fabio di esprimere quel tennis fatto di improvvisi crescendo che ad un certo punto ti scuotevano le interiora appare un lontano ricordo. Non si capisce bene se sia perché Fabio (che notoriamente è uomo anche sensibile) sta patendo in modo perlopiù inconscio l’ondata di interesse e simpatia che sta accompagnando questa fase del tennis maschile azzurro, un’ondata cui lui è estraneo: o se provi una frustrazione profonda perché il suo fisico non risponde agli stimoli che il suo cervello gli invia.

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OGGI TOCCA A BERRETTINI I concerti (pardon, gli incontri) di oggi degli italiani: intorno a mezzogiorno Berrettinl-Basilashvili sul Centrale e Sonego-Monfils sulla Grand Stand Arena; intorno all’una sul campo 1 Musetti-Opelka. Sempre a mezzogiorno Cocciaretto-Garcia. Aprirà il programma del Centrale alle 10 Martina Trevisan contro la kazaka Shvedova.

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Berrettini, che peccato “Ma ora punto su Roma” (Palliggiano). Berrettini, Madrid amara. Ora a Roma per il riscatto (Crivelli). Zverev ancora re “Matteo vincerai” (Azzolini). Berrettini sfiora il sogno, Madrid è casa di Zverev. Arrivederci a Roma (Rossi). Matteo, peccato: ma ora puoi prenderti Roma (Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 10 maggio 2021

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Berrettini che peccato “Ma ora punto su Roma” (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

II sogno è svanito sul più bello, quando mancava davvero poco per realizzarlo. A Madrid, il Masters 1000 della Caja Magica l’ha vinto Zverev per la seconda volta in carriera dopo il 2018. A Matteo Berrettini resta l’amaro in bocca per aver perso una finale che comandava un set a zero, ma che ha giocato al meglio delle possibilità contro quello che è uno dei tennisti più forti del momento. Vince il primo set, poi Zverev mette in mostra la sua classe

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Per Berrettini quella di Madrid era la prima finale in carriera in un Masters 1000, la terza per un italiano dopo Fognini (con vittoria a Montecarlo 2019) e Sinner (sconfitta a Miami 2021). Il romano ci era arrivato dopo un torneo giocato al massimo delle sue possibilità, con il vento in poppa e un tabellone tutto sommato meno complicato rispetto a quello di Zverev, che però la finale l’ha dovuta vincere in rimonta mettendoci tutto l’impegno possibile contro quelIo che tutto sommato era un debuttante sulla terra rossa madrilena n tedesco si è tramutato in una vera e propria bestia nera per Matteo

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II primo set è andato all’azzurro, ma non senza difficoltà. Bravo a recuperare nel settimo game un break subito nel secondo, Berrettini è riuscito a portare la partita al tie-break, in cui è andato avanti 5-0. Bene con il dritto, bravo con le palle corte, migliorato rispetto ai giorni precedenti anche con il rovescio a due mani, l’arma che aveva portato Zverev fino alla finale e fatto male sia a Nadal che a Thiem. Eppure, nonostante il vantaggio, ha sbagliato tanto, soprattutto col dritto, facendosi recuperare fino al 5-5. Una ‘follia’ di Zverev, una seconda di servizio a 227 km/h, gli ha permesso sfruttare il doppio fallo del tedesco e chiudere il tie-break 10-8. Da quel momento però non ha fatto più regali e non ha concesso a Matteo neanche una palla break nel secondo set, chiuso 6-4 con il servizio rubato nel 9′ game. Nel terzo set Berrettini ha avuto la palla buona per il break al quarto game, annullata da un dritto di Zverev, che poi ha accelerato, chiudendo il match con un 6-3 senza storia nonostante un match point annullato.

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Berrettini, Madrid amara. Ora a Roma per il riscatto (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

All’improvviso la nebbia. Che ti oscura le idee, ti appannai muscoli, ti accorcia il respiro. Corpo e mente che non rispondono più alle sollecitazioni, mentre dall’altra parte l’esperienza e il controllo di chi ha già vissuto tanti momenti caldi scava a poco a poco un solco che non si fa mai baratro, ma alla resa dei conti risulterà incolmabile. Matteo Berrettini perde la sua prima finale Masters 1000 in carriera dopo averla tenuta in pugno almeno fino alla metà del secondo set, e questo rinfocola i rimpianti ma certo non cancella i meriti del trionfatore, il redivivo Zverev, che proprio a Madrid, nel 2018, aveva conquistato quello che era rimasto fino a ieri il suo terzo e ultimo 1000 e che si è ribellato all’idea della sconfitta quando il destino sembrava definitivamente avverso, sintomo di una ritrovata mentalità da campione e predestinato.

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Come era prevedibile, il confronto si snoda fin dai primi punti sul rendimento al servizio e di conseguenza sull’efficacia della risposta. Berretto è il primo a trovare l’aggressività e la misura nella controreplica, e infatti vola avanti di un break prima di veder vanificato subito il vantaggio. Nel tie break del primo set, però, con ferocia e concentrazione sale 5-0 in un amen e sembra ingiocabile. Ma la frenesia lo tradisce, non sfrutta due set point sul 6-4 e poi ne deve annullare uno al tedesco, prima di chiudere con un paio di sassate di dritto. Psicologicamente è lui al comando, i suoi primi turni di servizio nel secondo set confermano le difficoltà di Sascha a trovare contromosse adeguate, ma sul 3-3 la luce si spegne. Calo fisico, un po’ di comprensibile braccino, la battuta che non è più letale e uno Zverev lucido, che riduce gli errori e sale di girl al servizio, sporcandosi le mani anche in fase difensiva. L’ultimo sussulto è la palla break per 113-1 del romano nel terzo set

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Ritorno a casa Soprattutto, è giusto comprendere nell’analisi il punto di partenza, cioè il lungo infortunio che ha tenuto Berrettini lontano dal campi per due mesi dopo un avvio di stagione molto brillante: «E infatti sono comunque felice di aver raggiunto la finale, ho pensato spesso a me stesso e alla fatica che ho fatto per arrivare fin qua. Ma non mi voglio fermare, non è finita, sento tanta volontà di essere sempre più forte. Devo continuare così. Vista la gravità dell’infortunio, non pensavo di mettere tutte queste partite in fila e giocare a questo livello». Intanto è già balzato al numero 8 della Race, stamattina sarà numero 9 nel ranking Atp e domani ritroverà l’amatissima Roma, anche se il debutto con Basilashvili, fresco vincitore sulla terra di Monaco, nasconderà molte insidie:

[…] L’ho già detto tante volte, sento il Foro come casa mia, su quel campi da ragazzino ho palleggiato da sparring partner con Federer e con Nadal sognando di essere come loro e adesso me li ritrovo come avversari dall’altra parte della rete. E l’appuntamento della stagione che amo di più, e quest’anno mi avvicino con un desiderio particolare: spero di arrivare agli ottavi, quando finalmente ci sarà un po’ di pubblico sugli spalti. Ho davvero voglia di sentire gridare il mio nome».

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Zverev ancora re “Matteo vincerai” (Daniele Azzolini, Tuttosport)

«Ne vincerai molti, e farò il tifo per te». Molti altri tornei, intende dire Sascha Zverev, anzi, quanti Matteo Berrettini ne vorrà Ma non questo, è la parte sottintesa dei complimenti che pure giungono sinceri a rischiarare il sorriso deluso di Berrettini. Madrid è il torneo di Zverev, e se lo tiene stretto. Il secondo che vince su questo campo (nel 2018 l’altro) che tutto sembra tranne ciò che realmente rappresenta. Un cubo di vetro e infissi anodizzati, perfetto per uno spazio museale, ma dentro c’è il tennis su terra rossa. E una finale al calor bianco. Matteo l’ha mollata quando si è sentito fin troppo sicuro di averla in pugno. Aveva vinto il primo subendo il sorpasso a un nulla dal traguardo e ritrovando le forze per l’ultimo balzo vincente. Nel secondo set il suo tennis sgorgava felice e risoluto. È stato lì che la desuetudine si è fatta viva, formulando chissà quali dubbi, e quali domande, a scuotere le certezze di Matteo. Ne sarebbe bastato uno. Va tutto troppo bene, e se fosse un abbaglio? Non lo era, ma Berrettini deve completare l’apprendimento, e assestarsi definitivamente nel suo status di giocatore d’alto livello.

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Zverev c’è passato, ha imparato a giocare le finali centimetro per centimetro, passo dopo passo. Colpo su colpo. Nel gioco ha trovato la coerenza e la sistematicità invocate dal padre. È stato un duro lavoro, a quanto è dato sapere.

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Sascha è da 5 anni che si scontra con una realtà che tende a intralciarlo nei suoi propositi. Il padre se n’è accorto da tempo, e appena gli è stato possibile, uscito da una malattia che aveva fatto temere per le sue sorti, è tomato ad allenare il secondogenito ai principi della concretezza,

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Ordine, lo slogan di papà Alexander. Che però con un tipo del genere non sempre funziona. Ma è quello che ci vuole, e lo si vede in un primo set che Sascha sembra gestire meglio di Matteo, salvo ritrovarsi a consegnare per primo il break (nel settimo game), per sua fortuna subito ripreso nel game successivo, e più in generale a soffre il livello di gioco del nostro, intelligente nelle variazioni (con la smorzata, e ancora di più con il dritto estemo, che sembra una catapulta) che di fatto impongono il ritmo al match. Allo sprint finale i due giungono spalla a spalla. Sascha ha due punti in più, ma i winners li firma quasi tutti Berrettint Un brivido interminabile lo regala il primo tie break. Matteo prende il sopravvento, sullo slancio del mini break ottenuto con il punto d’avvio, che Sascha avverte come uno smacco personale. S’incupisce, il tedesco, quando le cose non filano come vorrebbe. Le vive come un affronto. Su quello stato d’animo, serve un attimo per regalare i due successivi servizi, e il tedesco di fatto s’ingarbuglia e spedisce Berrettini avanti 5-0. Sembra fatta, ma non è vero.

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Allunga però a 6-4, ha due set point da gestire, il primo sul servizio. Ne sorte una seconda morbida e Zverevo pareggia 6-6, prima di scattare avanti 7-6. Qui Matteo toma in scena, salva il set point, e i due si ritrovano 8 part È il momento atteso, Zverev ne combina una delle sue. La prima di servizio non entra e lui, nervi a fior di pelle, tira una seconda sopra i 210 orari. Esce anche quella. È il 9-8 per Matteo, che stavolta non sbaglia, 10-8 e primo set Il primo perso dal tedesco in questo tomeo. Qui finisce la storia. Berrettini si arena sul 3-3 del secondo sete Zverevlo sopravanza in via definitiva. Anche nel terw il break arriva allo stesso modo, dopo una brusca frenata di Matteo causata da chissà quali turbamenti. «La sconfitta fa male. Zverev ha retto meglio e più a lungo di me. Ne ha giocate tante di finali toste, è abituato a gestire situazioni che io ancora poco conosco», dice Matteo. «Ma so di aver fatto il possibile, so di non essere lontano da Zverev. Parto da Madrid con una certezza in più».

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Berrettini sfiora il sogno, Madrid è casa di Zverev. Arrivederci a Roma (Paolo Rossi, La Repubblica)

Accarezzare la vittoria. Sfiorarla, e poi vederla svanire. Una fitta, un dolore fisico oltre che mentale. C’era una finale in ballo, quella di un torneo come Madrid. Un evento importante, giusto uno scalino sotto gli Slam. Ma Matteo Berrettini ha perso la maratona delle due ore e quarantuno minuti contro Alksander Zverev: 6-7 (8), 6-4, 6-3 per il tedesco nato da genitori russi. Peccato: all’Italia sfugge il secondo Masters 1000 dell’anno, dopo la finale persa a Miami da Jannik Sinner. “Radio Berretta”, come il tennista romano si è qualche volta definito (giustificando il fatto che è un chiacchierone in campo) a un certo punto, precisamente sul 3-3 del secondo set, si è spenta per un attimo. Un cortocircuito, un black-out di pochi minuti che però è costato l’inerzia della finale. Fino a quell’istante il romano pareva in controllo del match, ma il tennis è uno sport maledetto. Del diavolo, dicono. Un punto, un colpo, un quindici sposta l’ago della bilancia. Da quel momento – e Berrettini aveva ottenuto il primo set – è diventato un filo d’erba che è oscillato al vento alzato dal gioco altrui.

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Ha continuato, certo. Ha lottato. Perché è un atleta indomito, generoso. Non ha accettato la sconfitta, ma nel suo cuore ha compreso che il match aveva preso una pendenza tipo quella dei Pirenei al Tour de France. E lo sprint del primo set chiedeva il suo prezzo. «Ne vincerai altri, di Masters» gli ha bisbigliato al rituale saluto di fine match il tedesco, ragazzo di fairplay che qui aveva già vinto nel 2018. Ma Berrettini non ha nascosto la delusione: aveva fatto venire – come già a Belgrado l’altra settimana – i genitori. E gli sguardi lanciati al suo box dicevano molto di più di ogni possibile parola di circostanza. Il coach, Vincenzo Santopadre – uomo di buon senso e talvolta anche fatalista – lo ha applaudito, ricordandogli come la strada ritrovata è il regalo più grande di questi giorni. La verità vera è che ora Matteo atterrerà nel primo pomeriggio a Roma dove lo attende il suo torneo preferito, quello di casa. E in cuor suo sa qual è il vero cruccio: non averlo potuto preparare come si deve. Per questo la vittoria di Madrid gli avrebbe reso il cuore più leggero. Ma essendo un ragazzo di rara intelligenza saprà come adattarsi, passare dagli 800 metri d’altura di Madrid all’umidità del Foro Italico.

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Matteo, peccato: ma ora puoi prenderti Roma (Paolo Grilli, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Dopo due ore e 42 minuti di battaglia sulla terra rossa della Caja Magica di Madrid si è infranto il sogno di Matteo Berrettini di vincere il suo primo torneo Masters 1000 in carriera. L’ha spuntata l’altro gigante, il tedesco Alexander Zverev, già trionfatore nel 2018 nella capitale spagnola. Il punteggio di 6-7 (8) 6-4 6-3 a favore del numero 6 del mondo la dice lunga dell’equilibrio su cui è vissuto a lungo il match. E se rimangono rimpianti, c’è anche la certezza per Matteo di poter uscire a testa alta da una finale prestigiosissima. E di essere tornato a competere con i migliori del mondo dopo un infortunio che a inizio anno ne aveva minato le sicurezze. «Vincerai tante altre finali, ma non questa», ha detto «Sascha» Zverev al romano dopo la partita. E Matteo potrà in parte consolarsi sapendo di essere salito, da oggi, alla posizione numero 9 Atp.

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Per Matteo questa era la sesta finale della carriera in tornei del circuito internazionale, dopo cinque in tornei 250. II romano ha trionfato quattro volte: nel 2018 a Gstaad, nel 2019 a Budapest e Stoccarda e quest’anno a Belgrado.

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Ed è emersa ieri la maggiore esperienza ad altissimo livello del tedesco, giunto al quindicesimo titolo in una carriera che l’ha visto anche salire al numero tre Atp tre anni e mezzo fa. Poco male, davvero, per Matteo, che comunque incassa un assegno da 189mila euro. Ma che soprattutto avrà già da domani la chance di dare l’assalto a un altro Masters 1000, nella sua Roma. Di fronte avrà subito il georgiano Basilashvili, non uno qualsiasi: numero 31 Atp, ha appena vinto il torneo di Monaco e con Matteo è 2-2 nelle sfide precedenti. Ma con questa forza ritrovata, l’azzurro sa di non doversi porre dei limiti. Più avanti, nel tabellone, ci sarebbero Tsitsipas e Djokovic.

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Rassegna stampa

Martello Matteo vola in finale (Palliggiano). Berrettini prima finale. Matteo è un martello (Azzolini). Tennis da urlo. Bentornati al Foro del tennis (Esposito). Internazionali da sogno. Manca solo Federer nel torneo che aspetta la carica degli italiani (Piccardi)

La rassegna stampa di domenica 9 maggio 2021

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Martello Matteo vola in finale (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

La prima volta non si scorda mai, ma per diventare davvero speciale oggi deve succedere qualcosa di ancor più bello. Non era mai successo che Matteo Berrettini si qualificasse per la finale di un Masters 1000 e oggi, incrociando le dita, ha la possibilità di vincere a Madrid due tornei di fila, dopo aver trionfato nell’Open di Serbia soltanto lo scorso 25 aprile. Berrettini, terzo italiano dopo Fognini e Sinner a raggiungere la finale di un 1000, oggi affronterà Zverev alle 18.30 davanti al pubblico di una Caja Magica che già simpatizza per lui, se non altro perché ieri sera si è éspresso in un apprezzabile spagnolo al termine del match vinto in due set (6-4 6-4) su Casper Ruud. Il norvegese, numero 22 del mondo, aveva superato uno dopo l’altro Auger-Aliassime, Nishioka, Tsitsipas e Bublik prima di arrendersi allo strapotere dell’azzurro, che ha vendicato cosi la sconfitta nei quarti degli Internazionali di Roma del 2020.

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mantiene la partita in equilibrio grazie a un tennis impeccabile in entrambi i fondamentali fino al 4-4. La prima palla-break arriva dunque al nono game, ottenuta grazie al back, contro il quale il norvegese è andato in serie difficoltà, e al solito dritto. Berrettini si porta avanti 5-4 e serve per il set, che ottiene senza lasciare più un punto a Ruud e chiudendo con percentuali spaventose: 89% con la prima di setvizio, 16 punti conquistati su 18 disponibili. Nel secondo set il break arriva prima, al settimo game, con un dritto a sventaglio: da lì comincia la discesa, resa meno agevole da Ruud, capace di annullare un match-point sul 5-3 per l’azzurro. Poco male, perché nel game successivo Berrettini chiude 6-4 e al primo dei tre match-point conquistati.

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Una finale da autodedicarsi, perché se è arrivato a sfidare oggi Alexander Zverev sul “‘Manolo Santana” di Madrid il merito è principalmente suo: «Alla fine ho pensato a me stesso, alla fatica che ho fatto per arrivare fin qua e alla voglia che ho di tornare a essere più forte di prima. Non festeggio ancora, c’è una finale da giocare, ma questo traguardo che oggi ho raggiunto lo dedico a me stesso». I precedenti con Zverev sono in favore del tedesco (2-1). I due non si incontrano dalla semifinale del Masters 1000 di Shanghai del 2019. Lì, il tedesco rovinò il sogno di Matteo di centrare la sua prima finale in carriera. Oggi, dopo quella su Ruud, Berrettini può mettere a segno un’altra dolce vendetta.

Berrettini prima finale. Matteo è un martello (Daniele Azzolini, Tuttosport)

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La prima finale “1000” di Matteo Berrettini arriva facendo piazza pulita di molte cose assieme. Della vittoria che Casper Ruud gli aveva sfilato sotto il naso a Roma 2020. Della convinzione di alcuni che, chissà perché, non lo vedono meritevole di un posto nei Top Ten. Di chi parla di lui partendo sempre dal rovescio. La sua miglior partita, sulla terra rossa. Nella quale si è preso il gusto di trasformare Ruud in un punching ball. Pallate, a non finire. Ma ben calcolate, logiche, di gran buon senso. Pochi ace, appena 5, ma una percentuale micidiale di punti ottenuti con la prima di servizio, il 91% addirittura. Un martello, Matteo. Lo disegna anche sulla telecamera cui i vincitori appongono la firma. Lui disegna solo quello, il martello. E tanto basta. Una serata da festeggiare, che trascina Matteo al nono posto della classifica e sopra i 4000 punti (4048, a ieri), mai raggiunti da un italiano. Nella Race èottavo, e scavalca Sinner.

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A suon di sberle, Matteo ha impedito a Ruud di fare il proprio gioco. Non gli ha dato il tempo per allungare le traiettorie, né per cercare con studiate forzature il suo rovescio. Già il primo set era sembrato costruito su basi di alta ingegneria tennistica, ma nel secondo Berrettini ha fatto meglio, aggressivo sempre, senza scendere a compromessi. Ha tenuto in mano il gioco, anche se Ruud ha sbagliato pochissimo. Viene da sorridere quando lo chiamano figlio d’arte, il giovane norvegese. Il padre, Christian, avrebbe resistito un game al figlio, ma solo nei momenti di miglior forma. Matteo pero ha fatto meglio, assestando i colpi e limando le inevitabili angosce nel corso di un primo set laborioso e spinoso. Fino a trovarsi pronto sull’unica chance concessa da Ruud, una palla break che il norvegese ha regalato in un insolito attimo di confusione lungo un game condotto 40-15. Quel breve tentennamento è bastato al nostro per approfittarne e scuotere gli angoli forzando il dritto, a mascella spianata. Nel secondo l’intensità di Berrettini è cresciuta. ll primo match point è giunto sul 3-5, dopo il break ottenuto sul 3 pari. Ruud ha recuperato in qualche modo, ma poi, costernato, ha dovuto far passare i servizi del martello italiano: 6-4 6-4. Nell’altra semifinale, Zverev ha mostrato di saper ancora battere Thiem (6-3 6-4). Non ancora tornato Dominator, l’austriaco, ma in via di ricostruzione dopo il lungo periodo di vacanza (ha saltato Miami, Monte-Carlo e Barcellona) preso per un infortunio patito non si sa bene dove, forse nell’animo. Le voci del Tour lo davano sul depresso andante, in Spagna è apparso in ripresa, ma troppo tenero per lo Zverev in formato madrileno. Qui, Sascha sembra dare il meglio. Lo fece nel 2018, vincendo senza perdere un set, e ha tutta l’intenzione di ripetersi quest’anno, Berrettini permettendo.

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Tennis da urlo. Bentornati al Foro del tennis (Elisabetta Esposito, La Gazzetta dello sport)

Le misure anti-Covid, già parzialmente testate a settembre per l’edizione 2020, sono pronte. Federtennis e Sport e Salute, insieme all’organizzazione del torneo, si sono date da fare per garantire la massima sicurezza ad atleti e pubblico. Per i primi (a cui si aggiungono allenatori, medici, accompagnatori, giudici di gara e organizzazione per un totale di circa mille persone) è confermata la bolla sanitaria che limiterà spostamenti e contatti:

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Ogni quattro giorni si sottoporranno poi a tampone molecolare. Torna la gente La vera novità è però la presenza del pubblico a partire dagli ottav idi giovedì per il 25% della capienza dei diversi impianti. Non è richiesto tampone, per entrare basterà un’autocertificazione e una mascherina rigorosamente Ffp2. Ovunque ci saranno poi dispenser con igienizzante. Come noto il Foro Italico verrà diviso in tre cluster separati ed indipendenti, ognuno con punti ristoro e servizi. Il primo è quello del Centrale: l’ingresso a viale delle Olimpiadi dove saranno posizionati sei termoscanner per il controllo della temperatura (con 37,5° si torna a casa).

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Il secondo cluster è quello della Grand Stand Arena, ingresso da via Franchetti, con due termoscanner pronti a verificare le condizioni dei 1493 appassionati che avranno accesso alle tribune. Il terzo comprende il Pietrangeli (774 posti) e i campi secondari (590): si potrà entrare da via Canevaro dove ci saranno quattro termoscanner. Da sottolineare che i biglietti saranno nominativi e i posti, persino sui campi laterali, tutti numerati, non solo per mantenere il distanziamento, ma anche per permettere il contact tracing nel caso si rilevi poi una positività.

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Internazionali da sogno. Manca solo Federer nel torneo che aspetta la carica degli italiani (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

C’è un’oggettività del tennis italiano che è inconfutabile: otto azzurri nel tabellone degli Internazionali d’Italia che scattano stamane al Foro Italico, quattro di diritto (Berrettini da domani n. 9 grazie ai risultati di Madrid, Sinner n.18, Fognini n.28 e Sonego n.33) più quattro wild card (Travaglia n.68, Caruso n.80, Musetti n.83 e Mager n.90), sono tanti. Colpisce l’età dell’avamposto romano in vetta (Berrettini, 25 anni), del prospetto più interessante (Sinner, 19), del più giovane tra i top 100 (Musetti, classe 2002)

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Brancacclo e Cecchinato affrontano oggi il match decisivo per guadagnarsi un lunedì da leoni. E con questa premessa, quanta grazia santo tennis, che sotto l’occhio vigile del giovane neo c.t. di Coppa Davis Filippo Volandri (a sua volta protagonista di un epico successo su Federer a Roma nel 2007), il più grande torneo italiano, quarto Master 1000 della stagione, esce dal blocchi a porte chiuse con la promessa di una quota di pubblico dagli ottavi e di una settimana di prelibatezze azzurre in un cast che vede ai blocchi di partenza 19 dei primi 20 del ranking Atp: manca solo Roger Federer, ormai apparizione mistica per i fedeli, di ritorno sulla terra casalinga di Ginevra prima del grande salto nel buio a Parigi.

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L’enfant du pays Matteo Berrettini, che arriverà a Roma last minute da Madrid («Poiché il tennis è uno sport di sensazioni, Matteo sbarca agii Internazionali nel modo più giusto»), debutta con Basilashvili, ha un ottavo di finale teorico con Tsitsipas (n.5) e poi un’ipotesi di quarto con il campione in carica Djokovic, che infiammerebbe il fortunato pubblico presente. Attenzione però: «A Madrid si gioca in altura, la palla vola. Matteo dovrà essere bravo ad adattarsi in fretta alla terra del Foro» avverte Volandri: «Insomma calma, forse non è quest’anno che troveremo l’erede di Panatta, re nel ’76». A Roma cl sono anche le ragazze, naturalmente. Tre azzurre in tabellone con wild card (Giorgi, Trevisan, Cocciaretto), l’eterna Serena Williams sorteggiata dalla parte di Naomi Osaka, Halep in cerca di conferma, Barty permettendo. 

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