Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. "In duemila dagli ottavi" (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

Rassegna stampa

Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

La rassegna stampa del 1 maggio 2021

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Si riapre! (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

Fumata bianca per il pubblico agli Internazionali di tennis. Visti i tempi, meglio metterci un quasi. Ma gli indizi sono davvero tanti e le parole usate dal sottosegretario alla salute, Andrea Costa, sono categoriche: «C’è il via libera del Cts per una presenza di spettatori al 25 per cento della capienza a partire dagli ottavi di finale». […] Federtennis e Sport e Salute, organizzatori dell’evento, mantengono riserbo anche perché il pronunciamento ufficiale del Cts arriverà lunedì. Super protocollo E così, dal 13 al 16 maggio, il torneo romano diventerà l’evento apripista dell’Italia che ricomincia per tutto ciò che riguarda non solo lo sport, ma tutto il mondo dello spettacolo. Uno status a doppio taglio: da una parte c’è la soddisfazione perla svolta che dovrebbe portare 2625 spettatori al Centrale, 1625 alla Grand Stand Arena, 930 al Pallacorda Pietrangeli. Ogni impianto sarà «autosufficiente», nel senso che avrà degli accessi di ingresso e dei varchi per il deflusso completamente autonomi. Una soluzione che ha superato un’alternativa più ridotta, quella che prevedeva un’apertura dall’inizio del torneo, ma ristretta soltanto al Centrale. Dall’altra non bisognerà sbagliare nulla. Il protocollo, peraltro apprezzato dagli scienziati, dovrà funzionare a prova di tutto. Da questo punto di vista fa ben sperare quanto accadde a settembre dell’anno scorso, quando non ci furono contagi anche se la curva epidemiologica era meno cattiva (ma non avevamo ancora i vaccini). «E un messaggio rivolto a tutto il Paese», dice ancora Costa, peraltro maratoneta da 3 ore e 21 minuti di primato personale. Chi entra La Vezzali ha costruito la sua proposta sfruttando il varco lasciato aperto dal comma di un articolo dell’ultimo decreto legge. Che lascia aperta la finestra, in caso di «eventi di particolare importanza», per una doppia deroga: sia sulla possibilità di far entrare il pubblico negli eventi sportivi anche prima del primo giugno; sia sul numero degli spettatori che potrà andare oltre il tetto del mille (all’aperto) e dei 500 (al chiuso). Il resto l’ha fatto il protocollo che dal punto di vista del pubblico «eleggibile» è coerente con quanto stabilito per l’Europeo di calcio: l’ingresso sarà riservato ai vaccinati, alle persone che hanno superato la malattia e a chi ha effettuato un tampone con risultato negativo nelle precedenti 48 ore. Almeno per il momento sono soltanto due gli eventi che usufruiranno della deroga nel mese di maggio: Internazionali e finale di Coppa Italia di calcio del 19 maggio a Reggio Emilia. […] I biglietti Quanto ai meccanismi di assegnazione dei biglietti, la prevendita è ovviamente a uno stato particolarmente avanzato, gli organizzatori degli Internazionali stanno ancora studiando tutte le implicazioni del via libera. C’è pure da tener conto del coprifuoco alle 22 che potrebbe portare dunque ad anticipare i tempi della sessione serale. Ma è un discorso tutto da definire, come la dinamica relativa ai campi e ai diritti di prelazione, fatta salva la priorità data agli sponsor che hanno assicurato fedeltà al torneo in un momento davvero complicato

Internazionali: sì al pubblico (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Arriva una prima, importante, apertura sulla presenza dei tifosi agli Internazionali d’Italia di tennis. Il sottosegretario alla salute, Andrea Costa, ha annunciato la svolta concordata con il CTS, che ha dato il via libera per un’apertura tra il 20 e il 25% della capienza massima, a partire dagli ottavi di finale del torneo, in programma dal 9 al 16 maggio. DUEMILA PERSONE. II Centrale, che può contenere 10.500 spettatori, ne dovrebbe accogliere circa duemila a partire dal giovedì fino alla finale della domenica.[…] MESSAGGIO. Costa ha parlato di «quindici partite a cui potranno fisicamente assistere gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». Il ritorno dei tifosi sulle tribune del Centrale rappresenta un «ulteriore messaggio di speranza e fiducia». Si tratta di un segnale significativo per un torneo che nel 2019, l’ultima edizione prima della pandemia, aveva consentito ricavi da biglietteria per 13 milioni grazie all’ingresso di 223.455 spettatori paganti nelle giornate dell’evento. In utile per dodici anni di fila fino al 2019, gli Internazionali BNL d’Italia rappresentano la punta della macchina organizzativa della Federazione Italiana Tennis, quest’anno schierata in prima linea su più fronti. A novembre, infatti, Torino ospiterà le Nitto ATP Finals, torneo di fine stagione con gli otto migliori giocatori dell’anno, che per la prima volta si disputa in Italia. Il Pala AlpiTour sarà teatro anche degli incontri di due gironi delle Davis Cup Finals, compreso quello degli azzurri, e del quarto di finale fra le due vincenti. La presenza di pubblico in due eventi di tale richiamo, e alle Next Gen ATP Finals di Milano, resta un obiettivo

Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Riccardo Caponetti, Repubblica Roma)

Se la prossima settimana al Masters 1000 di Madrid ci sarà il 40% del pubblico, Roma si dovrà accontentare del 20-25%. Una percentuale più ridotta ma molto significativa, perché gli Internazionali d’Italia di tennis (9-16 maggio) saranno il primo grande evento sportivo del nostro paese che vedrà la presenza dei tifosi. «Il Cts mi ha confermato che gli spalti saranno aperti dagli ottavi di finale, secondo una percentuale tra il 20 e il 25 per cento della capienza», ha annunciato ieri Andrea Costa, sottosegretario alla Salute. C’era l’ipotesi di aprire le tribune solo per la finale, invece il governo ha autorizzato l’ingresso dagli ottavi di finale in poi. «Questo significa — ha aggiunto Costa — che saranno 15 le partite a cui potranno assistere fisicamente gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». A settembre 2020 soltanto dalle semifinali infatti era stato consentito l’accesso, ad un massimo di mille persone. Tra poche settimane, i numeri saranno maggiori: alla finale entreranno più di duemila persone, considerando la capienza del centrale del Foro Italico (10.500 posti). […] Il protocollo organizzativo sarà simile a quello che si adotterà a giugno per Euro 2020: l’Olimpico ospiterà le 3 gare del girone dell’Italia, più un quarto di finale. Possibile che per accedere agli Internazionali servirà il green pass, che oggi verrà utilizzato per spostarsi tra le regioni gialle. È un documento che certifica l’avvenuta vaccinazione, la presenza di anticorpi per chi abbia già avuto il Covid o un’accertata negatività al tampone (24-48 ore prima)[…] Nel 2021,1’Italia ha già vinto tre tornei Atp 250 con Sinner, Sonego e Berrettini e mai c’erano stati 10 azzurri nella top 100. Il primo tra loro è il romano Berrettini, padrone di casa e 10° nella classifica mondiale: «Il torneo di Roma al completo è uno dei più belli, lo riconoscono tutti», ha confessato nei giorni scorsi a Repubblica. E anche se non sarà pieno, lo scenario del Foro Italico sarà lo stesso affascinante.

Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Emiliano Bernardini, Il Messaggero)

Porte aperte agli Internazionali di Tennis ma a partire dagli ottavi. Il Cts, ieri, ha dato il via libera ufficiale al termine di una lunghissima riunione. […] Il Foro italico ritroverà così rumori e colori a partire dal giovedì. La manifestazione prenderà il via il 9 maggio e si chiuderà il 16. Ma, come detto, il pubblico potrà accedere dal 13. Un totale di 30 partite (tra maschile e femminile) a cui potrà assistere il 25% del pubblico per ogni impianto. Tra l’altro sono due le fasce orarie. Di fatto il centrale (capienza 10 mila) potrà ospitare circa 2,500 tifosi, il Pietrangeli 930 (capienza 3210), la Grand Stand Arena 1250 (capienza 5 mila). Un grande successo per la Federtennis di Binaghi che lo scorso anno si era dovuta accontentare di mille spettatori solo per le semifinali e le finali. PROTOCOLLI[…] Come si assisterà alle gare e come si potrà acquistare i biglietti? Chiaramente all’interno verrà imposto il distanziamento sociale e l’obbligo della mascherina. Nessuna App per stabilire gli accessi. Ma servirà dimostrare di aver ricevuto la dose del vaccino, di aver già avuto il Covid e dunque sviluppato gli anticorpi o portare il risultato di un tampone negativo 48 ore prima della gara. All’ingresso ci saranno delle speciali telecamere che monitoreranno gli accessi e misureranno la temperatura dei tifosi. Inoltre per ingressi e uscite ci saranno dei percorsi ben stabiliti da seguire. Questo anche per evitare contatti con giocatori, tecnici che come da protocolli Atp e Wta socio in bolla protetta con tanto di tamponi di controllo scadenzati. Resta da capire come la Federtennis deciderà l’assegnazione dei posti. Anche perché chi ha comprato l’abbonamento settimanale ora si trova tre giorni in meno. Il numero uno Angelo Binaghi nei giorni scorsi aveva fissato una possibile scala di priorità: sponsor, abbonati e ordine cronologico di acquisto. Chiaro che alla luce delle nuove disposizioni molto cambierà. Dalla Fit nessuna comunicazione ufficiale, si attende prima il comunicato del Cts con la conferma e le varie specifiche.[…]

Io guardo lontano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando lasciò la casa dei genitori a 13 anni per realizzare il sogno di diventare un tennista di valore mondiale, Novak Djokovic portava nel cuore il sogno di vincere Wimbledon e salire al numero uno del mondo. […] La passione Anzi, è stata proprio la rivalità con i due monumentali avversari a fare del Djoker l’uomo e l’atleta che adesso conosciamo. Mentre il resto del mondo si arrendeva all’idea che Roger e Rafa fossero inavvicinabili, lui trovò la forza per ribellarsi a quel destino, lavorando con il corpo e con la mente per elevarsi a quel nirvana. E adesso che tutti e tre hanno marchiato a fuoco la più incredibile e inimitabile era del tennis, Novak è assolutamente consapevole che attraverso la continua caccia ai record potrà legittimare la candidatura a Goat, il più grande di sempre, anche in costanza degli altri due. Intanto, continua a godersi uno dei primati più prestigiosi, quello delle settimane in testa alla classifica: al momento sono 318, e il conto è destinato a proseguire almeno fino all’estate. Djokovic, che è diventato numero uno per la prima volta il 4 luglio 2011, vi è particolarmente legato non solo perché lo ha strappato a Federer (fermo a 310), ma anche perché è l’emblema della continuità di rendimento ad altissimo livello, il gusto prolungato di guardare tutti dall’alto al basso non per un breve tratto di carriera, bensì per più stagioni (Nole è stato numero 1 di fine anno sei volte, come Sampras, ma a differenza dell’americano può ancora migliorare). Poi si possono aggiungere le 36 vittorie in un Masters 1000, un record che potrebbe incrementare già a Roma, dove si presenterà da campione in carica (tra l’altro è l’unico ad averli vinti tutti, con la ciliegina di esserci riuscito almeno due volte) o i 59 Big Titles (Slam, Masters 1000, Atp Finals, Olimpiadi). Eppure In testa ha un numero che pesa più di ogni altro, quello degli Slam, il vero discrimine verso la leggenda. Federer e Nadal sono a 20, ma lui è a 18 e con il vantaggio di poter essere competitivo ovunque. Il vero, grande obiettivo per un finale di carriera che lo porterebbe diretto sull’Olimpo: «Sono la passione e l’amore per il tennis che mi spingono a competere. Semplicemente non ho mai avuto problemi a parlare in pubblico dei miei obiettivi. Non credo che questo sia qualcosa di negativo. Sono ambizioso, perché non ammetterlo?». Orizzonti infiniti.

Kuerten, il sorriso che conquistava (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Prima di Guga, arrivava il suo sorriso. Annunciava l’allegria, ed era esclusivo. Il gesto più amichevole che ci sia capitato di ricevere. […] Sembrava dire, quello strano ragazzo brasiliano che si muoveva come un fumetto, che il suo sorriso aveva lo stesso valore di un patto. Accettandolo saremmo diventati amici fraterni, nel rispetto della regola numero uno della confraternita dei non belligeranti incapaci di odiare. Sempre per sempre, dalla stessa parte, mi troverai… Ed era vero. Alla filosofia dell’embrassons nous, Gustavo “Guga” Kuerten aveva spinto anche Lard Passos, il coach più chiassoso che si sia mai visto su un campo da tennis, uno che se non avesse ceduto alle lusinghe dello Smile Power a Gugaland avrebbe con ogni probabilità trasformato in baruffa ogni incontro del suo allievo. […] Larri si barricava nel box trasformandolo in una trincea, dalla quale difendeva la sua probità, o forse la volontà di non cadere in tentazione, quella di saltare al collo degli avversari di Guga. Diventava, così mordendo il freno, il più straordinario interprete della sceneggiata fatta tennis, una sorta di Mario Merola della telenovela brasiliana. Esortava Gustavo con gesti plateali, si percuoteva la testa quando voleva ricordargli di usarla; si flagellava il petto per indicargli di metterci il cuore. E picchiava il berretto sulla massicciata del Centrale per incitare l’allievo. Manco fossero una coppia di comici, Big Smile e Adrenalinik avevano tenuto in piedi un’edizione del Roland Garros che era stata pompata come l’atto finale della guerra per la conquista della terra rossa, ma si era ritrovata subito svuotata di tutti i contendenti più bellicosi. Pistol Sampras al terzo turno, negli ottavi Banana Boat Chang e “Macello” Rios, uno che amava salutare tutti sfanculando, manco fosse un vezzo. Lo fece pure in presenza del presidente cileno Eduardo Frei Ruiz Tagle, quando quello gli mostrò la piazza zeppa di tifosi da un terrazzo del Palacio de la Moneda, convenuti per festeggiare il numero uno da poco conquistato. Gli chiese: Marcelo, c’è una cosa che vorrebbe dire a quegli appassionati? Si, di andare… Fu la risposta. GUGA OPEN L’orda spagnola era finita abbrustolita in una sorta di grigliata mista alla scottadito, Berasategui in 1° turno, Moya e Mantilla al secondo, Albert Costa al terzo e Corretja in ottavi. Tutti tranne Bruguera, scampato al barbecue per il fatto di non essere considerato tra i favoriti. Agli altri, i più forti, ci aveva pensato Kuerten. Cinque set contro l’imbattibile Muster, che venne doverosamente rimpinzato di smorzate; altri cinque con Medvedev (Andrey, non Daniil), poi Kafelnikov nei quarti, anche lui in cinque partite, con la prodigiosa rimonta da 2-4 15-40 nel quinto. Prima di un turno facile con DeWulf, e la finale con Bruguera. Era il 1997. E stava per cominciare il periodo ribattezzato Guga Open, una parentesi felice nel faticoso tennis sul rosso. Brevissima, però. Proprio come un sorriso. Prima di quel torneo, di quella finale, Guga non c’era. Giocava piccoli tornei, inseguiva sogni lontanissimi. E non vinceva mai. Parigi fu la sua prima vittoria, che è come se una solerte coppia di sposi avesse affittato l’Opera Gamier, platea, quattro ordini di palchi e galleria, per il primo vagito del figlio appena nato. Manie di grandezza? Chi, Guga? Figurarsi… Uno con la sua storia aveva ben altri pensieri per la testa. È che il tennis non era abituato alla dimensione brasiliana che quell’anno, e i cinque a seguire, avrebbero preso. Un breve lustro in cui il ventunenne concentrò la parte più bella del suo tennis, finendo per vincere sedici dei venti titoli del suo palmares, tre volte il Roland Garros e una edizione delle Atp Finals a Lisbona nel 2000, superficie indoor, che lo introdusse a una gara spalla a spalla con Marat Safin, proseguita per tutto il 2001, con in premio la conquista del numero uno del tennis. […] ARRIVA LA TORCIDA Quali fossero i termini dell’ascesa al soglio di Kuerten, fu chiaro già dai giorni di vigilia di quella prima finale al Roland Garros. Venne mobilitata, dai quotidiani brasiliani, anche la stampa accreditata per un torneo pre-mondiale di calcio in Francia. Giunsero con facce parecchio malmostose, chiedendosi dove mai li avessero mandati a perdere tempo quei pusillanimi dei loro caporedattori. Ma – Guga docet – il malumore durò, anche in quel caso, il tempo di un sorriso. Scoprirono che nel tennis tutto funziona alla perfezione, che lo stadio era accogliente e non c’erano bagni ammuffiti dall’umidità […] Anzi… Intorno a Kuerten il tam tam dei primi giorni era diventato rullio, poi fanfara, infine sarabanda. II Roland Garros visto dall’alto sembrava uno stadio edificato su un prato di magliette gialloverdi. I giornalisti del calcio capirono l’antifona e trattarono il nuovo idolo e il suo strano sport come fosse il protagonista della finale di Copa Libertadores, urlando terrificanti radiocronache alla brasiliana. In quelle, un buon punto diventava gollasso e il gollasso, si sa, viene partecipato con ululati profondi, infiniti, di cuore e di pancia, che mai avrebbero potuto raccordarsi con i tempi del tennis. Difatti, cominciavano al secondo rimbalzo della pallina e terminavano quando i tennisti stavano già giocando il punto successivo. Poi esplose la festa, e la festa divenne presto torcida, partecipazione collettiva. Solo nove volte è successo, nella storia del Roland Garros, che il vincitore spuntasse dal nulla, e in due di queste (Bernard nel 1946 e Wilander nel 1982) il vincitore fu come Guga, un tennista senza pedigree. Poi a Marcel Bernard hanno dedicato addirittura una strada, proprio di lato allo stadio del tennis, e Mats è diventato il numero uno della classifica «Chissà» , disse Kuerten, con gli occhi che sorridevano da soli, «magari qualcuno dedicherà una strada anche a me, oppure no, una statua, meglio una statua». E Florianopolis diventerà Gugapolis. Perché no? A FLORIANOPOLIS Florianopolis è la capitale dello Stato di Santa Caterina, a sud di Sao Paulo. La storia di Gustavo comincia da lì, e li ritorna appena terminata l’avventura nel tennis. Un’avventura bella e commovente. Guga amava il surf, lo praticava sulla spiaggia dei naufraghi, un posto ancora incontaminato, da cartolina. Prima di palline e campi in terra di mattone veniva anche il calcio, ma il padre Aldo coltivava una passione tutta sua per il tennis, ne era innamorato, lo giocava tutti i pomeriggi e aveva preso pure il brevetto di giudice arbitro. Fu alla morte del genitore, colto da infarto mentre assisteva a un match, che Guga impugnò per la prima volta una racchetta. La volle per non dimenticarlo, e finì per innamorarsi anche lui del tennis. Aveva sei anni. Una famiglia sterminata, i Kuerten. Guga aveva cominciato tardi, prima nelle mani del maestro Oscar Wegner, poi in quelle di Passos. Mostrava di saperci fare e a turno tutti i componenti della famiglia si impegnarono ad accompagnare il ragazzino ai tornei. Guga non l’ha mai dimenticato. Raccontava anche dell’impegno di mamma Alice nelle associazioni a favore dei disoccupati, di nonna Olga che per stargli vicino imparò tutto del tennis, fino a consigliargli le tattiche da usare con quell’avversario o quell’altro. Parlava spesso del fratello minore, Guilherme, costretto su una sedia a rotelle. Guga gli regalava tutte le coppe che vinceva, e lo ricordava sempre durante le premiazioni, sicuro che il ragazzo fosse fra gli spettatori alla tivvù. Ogni giorno trascorso a Parigi, in quel 1997, Gustavo fece visita all’agenzia viaggi vicina all’albergo, per acquistare un biglietto a uno dei suoi familiari. II giorno della prima finale c’erano tutti, anche lo zio che suonava la carica tenendo due foglie tra le mani e ricavandone un suono stridulo. Fu alla morte di Guilherme che Guga avverti l’esigenza di ritirarsi. Era ancora giovane, 31 anni appena, sebbene un bel po’ ammaccato dai problemi alla schiena, ma con la scomparsa del fratello era venuta meno la motivazione più forte. Chissà, forse era stata proprio quella a trasformarlo, dal nulla, in un giocatore vincente. Guilherme se ne andò nel 2006. All’inizio dell’anno dopo Guga annunciò di non avere più nulla da dare al tennis. UNO STILE TUTTO SUO Se le imprese del Roland Garros furono al centro della stagione di Guga, la vittoria nelle ATP Finals fu la dimostrazione della raggiunta maturità agonistica. II brasiliano aveva uno stile tutto suo, il dritto garantiva le accelerazioni brucianti insieme a qualche gaffe tecnica evitabile, mentre il rovescio a una mano era di un’eleganza quasi inspiegabile per gli altri ruvidi colpitori da fondo campo. A volte sembrava uno svolazzo, altre si muoveva lento verso la palla, ma garantiva impatti violenti. Era un colpo che Guga manovrava a piacimento, lasciando gli avversari nel dubbio di che cosa ne avrebbe tirato fuori. Proprio a Lisbona, nella finale Master del 2000, Kuerten e Agassi si sfidarono in una guerra di rovesci, incaponendosi in un fitto scambio su chi fosse riuscito a stringere di più la traiettoria a uscire. Guga ne sorti con un colpo talmente spregiudicato da apparire senza senso. Da fondo, sulla sinistra, colpì la palla con un top spin tanto estremo da farla precipitare appena superata la rete, negli ultimi centimetri utili di campo sotto gli occhi del giudice arbitro. Agassi osservò scuotendo il testone ormai pelato, sugli spalti mamma Alice lanciava baci, quasi il figlio avesse già vinto la partita. II gesto era l’equivalente tennistico di un dribbling del passerotto Garrincha. Non solo. Kuerten rilanciò anche un colpo in quegli anni quasi dimenticato, il drop shot, la smorzata. Fu il match contro Muster del 1997 a rivelare quella svolta tattica, tale da convincere perfino gli attuali cecchini a inserirla nel loro repertorio. Kuerten la giocava da ogni posizione e in tutti gli stili. Carpiata, con il triplo avvitamento, anche con il doppio salto mortale. Della pallina, ovviamente, non il suo. Ma chissà che Guga non fosse capace anche di quello, buffo com’era: un tipo che quando si lanciava sulla palla sembrava che una parte del corpo si allungasse come una molla, e tutto il resto lo seguisse qualche secondo dopo. Eppoi, Guga non portava la bandana come tutti gli altri, no, lui se la calava sulle sopracciglia, e tra una corsa e un servizio, quella calava ancora di più, fin sopra gli occhi; ma Kuerten non sentiva storie, continuava, brancolando magari, ma continuava, con una mano a roteare la racchetta e l’altra alla disperata ricerca di un sistema per sollevare la tapparella. QUEI 33 MINUTI Il Roland Garros di mezzo, quello del 1990, visse di una finale con 33 minuti da brivido. Kuerten era avanti due set a uno e nel quarto il match sembrava sotto controllo. Fu allo scoccare del primo match point – erano le 17,41- che Magnus Norman subì una profonda mutazione. Da svedese tutto d’un pezzo, calcolatore e poco disposto a dare in smanie, si trasformò in una maschera d’improntitudine e di caliente energia Urlava «vamos» lo swedish, su ogni colpo andato a segno, e Guga cominciò a preoccuparsi. Tanto più dopo quel primo punto-match, su cui il giudice di linea indicò l’out ma senza convincere il giudice arbitro, che scese dal trespolo e si stese addirittura sulla terra rossa per valutare se la palla fosse davvero fuori. Alla fine scovò un granello di terra rossa sulla riga del campo, che sembrava schiacciato. Dette il punto per buono, lasciando Guga con le braccia sollevate e l’orchestrina alle prese con un samba del tutto fuori luogo. Dal 5-4 per il brasiliano, 15-40 sulla battuta svedese, si giunse al 6 pari consumando sette match point Nel tie break, il “jeu decisif’,’ Kuerten andò 6-4, ebbe altri tre match point e Norman glieli sfilò. Quello buono fu l’undicesimo. «Ho vinto, e sono stato costretto a rivincere. Non mi era mai successo», il commento di Guga, anche quello sotto scorta di un sorriso disarmante. Poi il 2001, con la vittoria su Corretja e il cuore rosso disegnato con la racchetta sulla terra dello Chatriet. L’epitome dello Smile Power nel Guga System, un cuore grande e avvolgente, dentro il quale il brasiliano chiedeva a tutti di entrare, di fame parte per sempre. Le Finals premiarono Kuerten a metà strada fra le due ultime vittorie al Roland Garros. Terminato il decennio tedesco, il Master tornò nelle vesti iniziali di inesausto giramondo. Il 2000 venne inaugurato a Lisbona, trovando buon pubblico e accoglienza di stampo brasiliano, ma non piacque ai tennisti, che volevano una sede meno periferica rispetto alle tradizionali rotte del tennis. Guga cominciò con una sconfitta in tre set con Agassi e la certezza che avrebbe alzato il trofeo solo vincendo tutti gli altri match. Liquidò Norman e Kafelnikov e agganciò la semifinale convinto di poter firmare l’impresa anche contro Sampras, che sul cemento indoor sembrava inattaccabile. Larri Passos lo dispose in modulazione aggressiva, e dato il soggetto non fu un’operazione facile. Ma riuscì, riguardando solo la sfera tennistica. Perso il primo set al tie break Guga guadagnò campo limitando le discese a rete di Sampras e stordendolo con la smorzata. L’ultimo atto prevedeva un serrato dialogo con Agassi, che si era liberato senza problemi di Marat Safin in semifinale. Difficile non trascinare sul campo le sensazioni negative ricavate nel match precedente, ma Guga trovò il modo per essere più esplicito nelle sue intenzioni, rispetto al primo incontro e finì per dettare lui i tempi del match, sulle geometrie più consone al suo tennis. Servizio potente, il rovescio per liberare il campo, l’affondo con il dritto. Giocava sulle righe, Guga. «No, erano le righe che si spostavano per farsi cogliere dai suoi colpi», volle precisare Agassi. Fatto sta, in ognuno dei tre set (la finale si giocava ancora tre su cinque), Kuerten trovò il modo per staccarsi. Vittoria e numero uno. La prima volta di un brasiliano. Un dominio che finì per essere lungo 46 settimane, spartito con Safin dopo gli Open d’Australia, ma ripreso di li a poco con l’avvento dei tornei su terra rossa, prima quelli sudamericani, poi quelli europei, Roland Garros compreso. Fu quello l’ultimo anno di grazia, per Guga. Infortuni grandi e piccoli, e le incerte condizioni di salute del fratello, ne esaurirono la spinta. Nei successivi cinque anni giunsero appena quattro vittorie. Ma gli appassionati non smisero per questo di amarlo. Guga Kuerten era stato l’interprete della gioia di giocare, e di un tennis guidato dall’istinto. Ce n’era abbastanza per entrare nel Club dei più grandi di sempre? Un sorriso gli avrebbe aperto le porte.

Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid e poi tour de force verso Parigi (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

[…] Jannik Sinner nel Masters 1000 di Madrid al via lunedì è testa di serie dopo i forfait di Djokovic, Federer, Monfils e Goffin. II viatico buono, questo, per scongiurare nel sorteggio di oggi sentieri proibitivi già nelle fasi iniziali, come è successo nel Principato due settimane fa quando al secondo turno s’infilò Djokovic sulla strada del Rosso. II numero 18 del mondo, reduce dalla semifinale di sette giorni fa a Barcellona contro Tsitsipas, sui campi in terra battuta della Caja Magica proverà a dare l’assalto alla top 15 e a confermare la continuità ad alti livelli in questo 2021 costellato da 18 vittorie in 25 match e da una race stagionale (quella valida per le Atp Finals di Torino) che lo vede al settimo posto. II diciannovenne di Sesto Pusteria, da gennaio, si è aggiudicato il suo secondo Atp250 (Melbourne)e ha messo in fila i quarti di finale a Marsiglia e Dubai (con onorevoli sconfitte con Medvedev e Karatsev, mica due qualunque), la finale nel 1000 di Miami e, appunto, la semifinale a Barcellona. Un cursus honorem che lo proietta tra i protagonisti anche a Madrid, dove però i favoriti sono i finalisti di Barcellona, Nadal e Tsitsipas, con un punto di domanda sul numero 4 del mondo Dominic Thiem, uno che sul mattone sa dominare, ma che è reduce da un mese abbondante di stop e dai tormenti dell’anima con tanto di ipotesi di un clamoroso ritiro.[…]. Djokovic, dicevamo, non potrà difendere il titolo del 2019, ultima edizione del Mutua Open. Nell’albo d’oro troneggia, manco a dirlo quando si parla di terra, Nadal, che si è aggiudicato cinque edizioni, seguito da Federer con tre. Sinner a Madrid comincia lo stellare tour de force che si concluderà con il Roland Garros al via il 30 maggio. Nel mezzo, dal 10 maggio, lo spettacolare appuntamento agli Internazionali d’Italia a Roma, dove Jannik sarà la star più attesa dai tifosi italiani. Sarà l’ennesima celebrazione di un talento che sta accendendo gli appassionati di tutto il mondo.

Stella rossa (Paolo RossI, La Repubblica)

NEGLI ANNI OTTANTA c’era, tra gli appassionati di tennis, chi si disperava perché uno come Boris Becker non era italiano (“Ah, fosse nato a Merano”, si diceva). Vent’anni dopo il destino ha deciso però di indennizzarci, più o meno alle stesse latitudini. San Candido, in Alta Pusteria, è infatti il luogo natale del più grande talento dei nostri giorni: quello Jannik Sinner nato, per nostra fortuna, a meno di 10 km dall’Austria.[..]. Nel caso di Jannik è il suo rovescio, a 1800 giri al minuto, una roba da Formula Uno. Lo spirito dei fan si esalta nel solo vederlo, quel gesto. Mentre annienta avversari, scala classifiche, conquista sponsor e copertine dei magazine. Magari le donne non svengono sugli spalti e nuovi Dei non nascono, ma certa bellezza non è raccontabile. Va solo vista. È quello che è successo anche un mese fa, a Miami, con Jannik capace dl arrivare alla finale del Masters 1000 in Florida. Com’era successo a Sofia l’anno scorso, dove la finale l’aveva poi anche vinta. La prima di un Atp, il più giovane italiano di sempre nell’era Open. E come si spera accada anche a Roma, al Foro Italico, per gli Internazionali d’Italia che stanno per iniziare (dal 3 con le prequalificazioni, poi i big in campo dal 9 al 16 maggio). Dove, mentre chiudiamo questo articolo, Sinner si dovrebbe presentare forte di un 19° posto nel ranking mondiale: il più forte tra gli under-20. SI perché quest’ex bambino capellone, per il quale da sempre si scomoda il paragone con Pippi Calzelunghe per il colore rosso della chioma e il portamento nella vita, ha sedotto l’Italia della racchetta nonostante abbia ancora soltanto 19 anni. Ma la sua è una luna di miele infinita: un viso che le cronache direbbero del classico bravo ragazzo, un atteggiamento pacifico, un sorriso che si apre e disarma. Anche in campo, quando gioca. Mentre accende il suo instinct killer sportivo, trasmette con i suoi modi pacati, eleganti, tranquillità. Un valore senza prezzo, forse. Più alto anche di uno Slam, magari il primo Slam, l’augurio che tutti gli rivolgono. Ma, a pensarci bene: perché solo uno? Il suo tennis è rosso intenso, come quei capelli. Come la passione di chi ama questo sport e punta tutto su questa giovane promessa. E non sarebbe stato lo stesso se avesse scelto lo sci, come stava per fare essendo nato tra le montagne. […] «Ah ah ah. Ma no, loro erano comunque più forti. Avrei scelto il gigante come disciplina, di sicuro lo sci alpino. Lo sci di fondo sport è diverso, a vederlo in tv è bellissimo, ma richiede una resistenza pazzesca che non è quello che preferisco». Gli occhi si accendono mentre riporta i suoi ricordi “alla neve”, all’infanzia e a quei fuoripista che non si dovevano fare: «Li ho sperimentati un paio di volte, per vedere da vicino la neve alta. Ma poi ho perso un grande amico, della mia età. È stato un tale shock che da allora non lo faccio più». Jannik il rosso oggi è una star mondiale di sicuro, a giudicare dall’attenzione mediatica e dal contratti milionari. Ora anche i risultati iniziano a non scherzare: la recente finale al Masters 1000 di Miami (persa contro Hubert Hurkacz, dopo una cavalcata trionfale) è stata l’ultima ciliegina sulla torta. E anche la nuova fidanzata, Maria Braccini, non l’ha distratto per nulla da quello che resta il suo obiettivo e il suo sogno: il tennis. […] Gli amici gli sono rimasti («Sembro mite, ma quanti scherzi fatti e ricevuti») soprattutto in remoto, grazie alla playstation e a quel prato verde su cui si immagina. Non Wimbledon, ma uno di football: «Sì, giocavo da centrocampista. Mi piaceva attaccare e un po’ difendere. Ero decisamente più Totti che Gattuso», dice. Rispetto al romanista può ancora passeggiare liberamente: «Se mi fermano per una foto o un autografo, non dà fastidio. Forse perché ho ancora tanto da dimostrare e ho solo 19 anni». Ed è con la leggerezza della sua età che può permettersi di dire frasi come: «O vinci o impari a perdere», oppure: «Sto ancora pelando le patate». In realtà è un patito della pasta, più che dei canederli. «Mi piace semplice. Le penne, anche al pomodoro, vanno benissimo». Tra i fornelli di famiglia (papà Hanspeter e mamma Siglinde hanno un rifugio tra i monti) non ha mai smanettato: «Quando ero a casa al massimo facevo i dolci, però non è che sia questo fenomeno, anzi. Ma lo strudel lo so fare». In compenso ha già viaggiato tanto, senza davvero riuscire a vedere molto. Scendendo dalla montagna, racconta, ha però incontrato più insetti di quanto si aspettass: «La mia fobia, insieme a ragni e serpenti». Il tempo per fare il turista comunque non c’è mai: «A Roma, per esempio, ogni volta mi dico che il Colosseo vorrei vederlo». Accetta le provocazioni: «Le racchette di legno? Non ero ancora nato quando si usavano. Però perché no, potrei provare, ma se sono pesanti secondo me mi spacco il braccio». Il nuovo re del tennis italiano ci racconta poi d’aver preso il meglio dal suoi genitori: «Da entrambi il rispetto per il lavoro, le persone. Poi: velocità e coraggio da papà, la calma e i capelli dalla mamma». Sarà per questo che non ha le vertigini, rispetto al mondo che lo strattona. E persino rifiuta di darsi una spiegazione sul perché di tanto interesse nel suoi confronti. «Forse perché non ho ancora 20 anni e ho questi capelli rossi». Dotato di sintesi, e di un certo humour alpino, di chi va dritto al punto, confessa di dire ogni tanto qualche parolaccia: «A volte in Italiano». Ma è anche consapevole che, per vincere uno Slam, prima o poi dovrà uccidere uno degli Dei. Nel frattempo, da Federer a Nadal, se lo tengono vicino per allenarsi: «E’ stato bello essere in campo con loro». Jannik è cosl discreto da far invidia anche al più navigato dei diplomatici. Per lui le cose devono restare private, pero qualche ricordo ama condividerlo: «Ero un ragazzino ed ero con il mio primo maestro, Mair, che mi faceva palleggiare con Max Sartori. Non pensavo a niente, solo ad entrare in campo e tirare la palla all’incrocio delle righe». Altro flashback, il trasferimento a Bordighera, a 13 anni: «Pensavo che mi sarebbe mancata la famiglia, mio fratello e gli amici. Mi dicevo che era una prova, se mi piaceva bene e se non mi piaceva tornavo a casa». Poi l’incontro con Riccardo Piatti: «Ero preoccupato per la parte fisica, perché non avevo mai fatto atletica, non sapevo se sarei riuscito a fare gli esercizi che mi chiedevano, lo stretching, la mobilità. Sul giocare a tennis no, non avevo paura». E neppure sulla capacità di comportarsi in campo. Ineccepibile, sempre: «Sto sul presente, sul momento. Penso alla partita, a quello che devo fare, agli obiettivi che mi sono dato. La pressione c’è, certo. Ma tanta viene da me stesso». Un segreto? «Dieci minuti prima della partita mi scaldo e cerco di estraniarmi ma non è che guardo nel vuoto: mi serve per trovare la giusta tensione». Impossibile coglierlo in fallo, neanche se si parla dei soldi, tanti, che già ha portato a casa. «Cosa ne faccio? Niente. Compro le cose solo se ne ho davvero bisogno. Gli altri li tengo sotto al materasso… scherzo». Guida un’Alfa Stelvio, sorride se gli citi Don Matteo, che ha reso popolare San Candido: «Io più famoso di lui? Ah ah ah…». Non lo scalfisce nemmeno una come Maria Sharapova, che per qualche mese si alleno con Piatti: «È una bravissima persona. E le cose private rimangono private». Niente favole, insomma, oltre al tennis: «Quand’ero piccolo dormivo, senza problemi. Succede anche oggi, alla vigilia dei match importanti. Dormo il sonno dei giusti. E dormo male solo quando perdo». In conclusione, come racconteresti Jannik? «Noi gente di montagna siamo persone semplici, diciamo sempre la verità». E allora Jannik, dicci, per trionfare in cosa devi migliorare? «Le volee e il fisico, perché non parte tutto dalla racchetta: il segreto è vedere come l’altro si mette con i piedi, devi capire come si muove. Giocare d’anticipo è tutto, nella vita e sul campo, insieme all’attacco»

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Camila domina, poi sparisce (Bona). Camila spreca, Pegula la castiga (Strocchi)

La rassegna stampa di venerdì 12 agosto 2022

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Camila domina, poi sparisce (Aliosha Bona, Corriere dello Sport)

Si ferma agli ottavi di finale la difesa del titolo di Camila Giorgi al Wta 1000 di Toronto. La maceratese non riesce ad emulare la vittoria dello scorso anno a Montreal proprio con Jessica Pegula e viene eliminata dall’americana per 3-6 6-0 7-5. Anche un match point vanificato per la numero due d’Italia che dalla prossima settimana crollerà in classifica (uscirà dalla top-60). La partenza di Camila è ad handicap, subito con un break, ma ciò non la demoralizza. Col passare dei minuti è l’azzurra a comandare il gioco e a dettare il ritmo, mettendo a referto quattro game di fila per il 6-3 del primo set. Nei secondo cambia la trama. Giorgi perde certezze dal lato sinistro, complice una Pegula più solida e centrata: il parziale di sei game consecutivi questa volta lo mette a segno l’americana che in 26 minuti trascina la contesa al set decisivo. Il servizio continua ad avere un valore effimero (10 i break totali) e alla fine sono i dettagli a far pendere la bilancia verso la statunitense con un parziale di tre game a zero dal 4-5. Il match del giorno va invece a Cori Gauff, vincitrice su Aryna Sabalenka nell’incontro più lungo da lei mai disputato, 3 ore e 11 minuti di gioco. Un equilibrio testimoniato dal punteggio, 7-5 4-6 7-6(4), e dai 131 punti a testa portati a casa. A risolvere la contesa è la maggior freddezza di ‘Coco’ nel tie-break decisivo, dopo la rimonta da 3-0 sotto nel terzo set. Sabalenka viene fermata per la terza volta su quattro scontri diretti da Gauff, sempre più matura nel suo gioco e capace di gestire i momenti più complicati. Servirà una versione simile o addirittura migliore nei quarti contro Simona Halep. La rumena prosegue il suo percorso netto, arginando la svizzera Jil Teichmann per 6-2 7-5.

Camila spreca, Pegula la castiga (Gianluca Strocchi, Tuttosport)

 

Mastica amarissimo Camila Giorgi a Toronto. Negli ottavi del “National Bank Open” sul cemento canadese la 30enne di Macerata, n.29 del ranking mondiale, dopo aver eliminato all’esordio la britannica Emma Raducanu, n.10 del mondo e 9 del seeding, e aver sconfitto al 2° turno la belga Elise Mertens, n. 37 WTA, ha ceduto con il punteggio di 3-6 6-0 7-5, dopo quasi due ore di lotta, alla statunitense Jessica Pegula, n.7 del ranking e del seeding. In una giornata disturbata da forte vento l’azzurra ha di che rammaricarsi perché nella frazione decisiva ha mancato la chance per portarsi avanti 5-2 e poi sul 5-4 in suo favore non ha sfruttato un match point sotterrando in rete la risposta sul servizio dell’americana, che in quel decimo game ha commesso tre doppi falli. Nel successivo due errori di diritto, uno di rovescio ed un doppio fallo finale sono costati il break a Camila, con Pegula che, con un eloquente parziale di undici punti a uno, ha archiviato la pratica staccando il pass per i quarti. La Giorgi, che era campionessa in carica in questo torneo avendo conquistato dodici mesi fa a Montreal il suo trofeo più prestigioso in carriera, con questa sconfitta scivolerà fuori dalle prime 60 del ranking. Intanto, continua a tenere banco l’uscita di scena di Serena Williams in quella che è stata la sua ultima apparizione al torneo canadese, fra lacrime e standing ovation sul Centrale di Toronto, dopo la lunga lettera-confessione su Vogue in cui ha annunciato che dopo gli Us Open lascerà per sempre il tennis per dedicarsi alla famiglia e alle sue tante altre attività imprenditoriali. Contro la svizzera Belinda Bencic, la campionessa, vincitrice di 23 Slam in singolare, ha ceduto 6-2 6-4 in un’ora e 17 minuti. «Sono molto emozionata – ha detto Serena sul campo – Mi piace giocare qui, mi è sempre piaciuto. Avrei voluto giocare meglio ma Belinda è stata bravissima. Come ho detto nell’articolo su Vogue, sono pessima negli addii. Ciononostante: addio Toronto».

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Serena Williams annuncia il ritiro (Cocchi, Ancione, Audisio). No, non era Matteo (Azzolini)

La rassegna stampa di mercoledì 10 agosto 2022

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Serena lascia: «Faccio la mamma» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Serena. Un nome diventato marchio, simbolo, icona come lei. Serena Williams, la fuoriclasse che ha portato il tennis femminile in una nuova dimensione, ha annunciato che dirà basta a settembre. E lo ha fatto dopo aver conquistato la prima vittoria a distanza di oltre 400 giorni, lunedì nel primo turno del Wta 1000 di Toronto. Nella conferenza stampa post match aveva concesso un primo lieve indizio: «Giocare a tennis è quello che più amo fare, ma so che non potrà andare avanti per sempre. Vedo una luce in fondo al tunnel». La Williams ha preferito usare la formula «Non andare avanti per sempre» perché la parola ritiro quella no, non la vuole pronunciare. Perché fa paura, sa di definitivo. E allora meglio preannunciarlo, prepararci e prepararsi con un lungo racconto-confessione su Vogue Usa. Una rivista di moda, la stessa scelta da Maria Sharapova, acerrima rivale, sempre che di rivali nell’era di Serena ce ne siano davvero state. Una scelta che conferma quanto Serena Williams sia una figura che valica i confini dello sport, mettendosi tra coloro che attraverso il carisma in campo, e il costume, hanno cercato di cambiare le cose. E anche nel commiato, che sarà quasi certamente allo Us Open, davanti al suo pubblico, la campionessa di 23 Slam vuole sottolineare quanto la scelta sia in qualche modo obbligata: «Non voglio che finisca – scrive sul magazine -, e allo stesso tempo sono pronta per quello che verrà. E la fine di una storia iniziata a Compton, in California, con una ragazzina di colore che voleva solo giocare a tennis e non era nemmeno tanto brava». E’ una storia di rivalsa, di lotta di affermazione sua e della sorella maggiore Venus passata attraverso la caparbietà di papà Richard che le ha messo la racchetta in mano quando aveva 3 anni. Cambiare vita fa paura, anche a una combattente come lei: «Non c’è felicità per me in tutto questo. E’ un grande dolore e odio essere a un bivio». Come un grande dolore è non aver toccato quota 24 Slam, raggiungendo Margaret Court in testa alla classifica di chi ha vinto più Slam: «Ho superato Martina Hingis, e raggiunto Billie Jean King, una grande ispirazione per me, nel conto degli Slam. E stavo scalando la montagna Martina Navratilova. Dicono che non sono stata la più grande perché non ho superato il record di 24 di Margaret Court. Mentirei se dicessi che non volevo quel primato». Serena Williams non sarà mai una ex. Resterà per sempre una campionessa, con i suoi trionfi e le sue cadute, i lati oscuri e le debolezze. Messe a nudo fino alla fine, fino a questa umana incapacità di salutare: «Parlerei di “evoluzione” più che di addio. Anzi non voglio nessuna cerimonia, nessun saluto, niente. Io sono un disastro con gli addii…». E la sua grandezza sta nel lanciare un messaggio “femminista” anche nel momento più doloroso. Lei che si è esposta per i diritti delle donne, che ha sfidato la discriminazione in uno sport di bianchi ricchi, lei che si è schierata dalla parte delle madri da quando lo è diventata, ormai cinque anni fa: «Credetemi, non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia. Non penso sia giusto. Se fossi stato un maschio sarei là fuori a giocare e vincere mentre mia moglie si accolla le fatiche della famiglia. Forse sarei più una Tom Brady se ne avessi l’opportunità. Non fraintendetemi: amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia, ho vinto quando ero incinta, ho superato un cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare per darla alla luce. A giorni però compirò 41 anni, e qualcosa devo lasciare andare. Olympia vuole essere una sorella maggiore, io e mio marito desideriamo avere un altro bambino. È giusto che ora mi dedichi a una cosa sola. Voglio godermi queste ultime settimane e divertirmi». Ancora mamma, campionessa per sempre, finalmente Serena.

Serena: smetto per un altro figlio (Valeria Ancione, Corriere dello Sport)

 

Sta bene Serena Williams, fasciata in un abito che pare di acqua cristallina e che la veste da sirena, sulla copertina di Vogue, mentre raccatta un carico di emozioni e lo serve al mondo e non ammette risposta: ace. «Conto alla rovescia», «ritiro», no ritiro non le piace, «evoluzione», sì le piace e ci piace. Aspettando lo stop di Federer, raccogliamo quello della regina del tennis, che avverrà dopo gli Us Open. Evolvere altro che invecchiare. Non sono i 40 anni a dirle di smettere, né quel match di fatica al rientro dopo un anno, dove appesantita e fuori forma, sotto lo sguardo affettuoso e immancabile di Venus, e sotto gli occhi del “suo” pubblico del “suo” Wimbledon che la ama a prescindere, Serena faticava. Non te ne andare, sembrava dire Londra, mentre arrancava e un po’ soffriva ma non mollava. «Sto evolvendo lontano dal tennis, verso altre cose importanti per me», è oggi la risposta sicura. Tra le cose importanti, oltre la moda, l’imprenditoria sportiva, le battaglie contro le diseguaglianze, c’è la famiglia e per una come Serena, cresciuta in una squadra, come la definiva la madre, con quattro sorelle e i genitori dedicati alle figlie, a due in particolare, lei e Venus le predestinate, far aumentare la sua è adesso la priorità. «Io e Alexis (il marito ndr) siamo pronti per un altro figlio e per allargare la famiglia. Sicuramente non voglio essere di nuovo incinta da atleta. Non ho mai voluto dover scegliere tra il tennis e la famiglia, non penso sia giusto. Se fossi un maschio non dovrei farlo. Ma io amo essere una donna e ho amato ogni secondo della gravidanza di Olympia. Però a settembre compio 41 anni e qualcosa devo cedere. Ho bisogno di essere o con due piedi nel tennis o con due piedi fuori». Quindi due piedi fuori dal tennis. Fuori dalla favola su cui padre e madre hanno creduto e lei e la sorella scritto. «Venus sarà la numero uno, ma tu sarai la più forte della storia. Mi credi?». Serena gli ha creduto. Il padre non la ingannava, le chiedeva pazienza mentre gli occhi erano tutti su Venus che iniziava a volare. E quel matto di papà Richard aveva ragione da vendere. Aveva 17 anni quando ha vinto il suo primo Slam, proprio agli Us Open 1999, e non si è più fermata, conquistando 23 slam, tra cui l’ultimo l’Australian Open, nel 2018, in cui già aspettava Olympia. Poi è stata condizionata da una serie di problemi fisici e non è riuscita a eguagliare il primato di 24 slam dell’australiana Margaret Court La vittoria a Toronto al primo turno, davanti alla figlia, dopo un anno, la fa sperare e sognare. «Non so se sarò pronta per vincere a New York, ma ci proverò. Credo che ci sia una luce alla fine del tunnel, e io mi ci sto avvicinando. Adoro giocare, ma non posso farlo per sempre. È difficile rinunciare a ciò che ami, e Dio io amo il tennis! Non vorrei che finisse, ma sono pronta, anche se mi mancherà quella ragazza che giocava a tennis». 

Bye Serena (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Era la sorellina. Quella un po’ complessata, quella che con la racchetta seguiva sempre la più grande, Venus. Poi, come sempre capita a tutte le sorelline, si è affrancata. Non le importava se Venus era più magra e più bella, lei si sarebbe presa il mondo. E Serena a 21 anni lo ha conquistato arrivando in cima alle classifiche. Non era più solo il gesto tecnico, era la rabbia di chi viene dal ghetto: se Althea Gibson nel 1956 vincendo Parigi aveva dimostrato che anche le nere possono, Serena ha fatto vedere che devono. Prendersi tutto. Era un giaguaro che azzanna. Con un’anima divertente e divertita. Quella che adesso le fa dire: «Evolvo verso un’altra direzione». Non usa la parola che inizia con la R (retirement) e che lei non ama, perché quelle come lei non si ritirano, solo combatterà in altri campi, camminerà in altre strade. Vuole un altro figlio, «non da atleta», oltre ad Alexis Olympia, 4 anni, e non lo vuole condividere con il tennis. A 41 anni (a settembre) scende dallo sport per salire nella vita, cosa che si adatta alla sua personalità e ai suoi interessi. È sempre stata molto di più di una giocatrice. I suoi colpi erano ceffoni, energia allo stato puro, più ring che court. La sua racchetta era un’ascia che tramortiva, un uragano che spazzava le avversarie. Come il suo sorriso, ma era anche capace di piangere. Mantenendo pero sempre una sua civetteria: abitini, tute attillate, gonne svolazzanti, quintali di braccialetti, come fosse una farfalla atomica. Serena sul campo voleva far vedere a tutte le ragazzine che non bisognava accettare steccati, ma abbatterli. Non è mai stata una campionessa a una dimensione, anzi ha trovato mille voci per parlare nel mondo della solidarietà e dell’intrattenimento. Nessun imbarazzo nel dire che ha sposato un bianco, Alexis Ohanian, conosciuto a Roma nel 2015, e nemmeno nel sottolineare che gli uomini come Federer possono fare quattro figli e continuare a vincere tornei mentre per le donne è diverso: «Nessuno parla dei momenti di sconforto, di quando la bimba piange e tu ti arrabbi e poi ti intristisci perché ti sei arrabbiata». Lascerà dopo l’Us Open, torneo dove si è affermata nel 1999. Williams non dominava più, anzi era ormai preda, scalpo da mostrare al mondo. E quando Ion Tiriac, leggenda del tennis, nel 2021 la criticò, «a 39 anni con 90 chili è vecchia e pesante, dovrebbe ritirarsi», lei non fece una piega e non perse un etto rispondendo: «Si vergogni lui, sessista e ignorante». Difficile che Serena vinca a New York, anche se le manca un titolo per eguagliare il record di 24 Slam dell’australiana Margaret Court. Ci ha provato, senza riuscirci: dopo il numero 23 in Australia nel 2017, ha giocato e perso altre quattro finali in un Major, due a Wimbledon, due negli States. Però in questi venti anni ha fatto molto altro: ha rivoluzionato il tennis, ha aperto porte, ha inventato l’intimidazione, ha attratto il business. Con servizio a più di 200 km orari, dritto potente e fiducia a mille: nessuno può battermi. Tanti anche i momenti bui: nel 2003 un’operazione al ginocchio, ma soprattutto l’uccisione della sua sorellastra Yetunde a Los Angeles, finita in uno scontro tra gang rivali, nel 2010 un taglio al piede con dei vetri, nel 2017 un parto cesareo d’urgenza e un’embolia polmonare che quasi le costava la vita. Una così non smette, semplicemente cambia campo: «Arriva un momento in cui dobbiamo decidere di muoverci in una direzione diversa, è sempre difficile quando ami qualcosa così tanto. Devo concentrarmi sull’essere una mamma, immagino che ci sia solo una luce alla fine del tunnel».

No, non era Matteo (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non era Berrettini. Non sappiamo bene chi fosse, ma non era lui. Di sicuro, quello visto sul campo numero uno di Montreal non era Matteo Berrettini da Roma Nord, anni 26, numero sei ATP appena qualche mese fa, quello che mette testa e cuore nei match, che sa appassionare il pubblico e volgere le partite a proprio favore, anche le più difficili. Come sia stata possibile una così clamorosa sostituzione di persona, è l’altra domanda cui non siamo in grado di rispondere. Il tipo andato in campo aveva gambe pesanti, pensieri intonati al grigiore delle nuvole e spirito di reazione sotto i tacchi. Dispiace annotarlo in avvio di questa parte di stagione americana in cui Matteo ha solo da guadagnare, visto che era privo di punti da difendere in Canada, dove era al debutto, e con un ottavo da migliorare a Cincinnati. Ma la pagella di fine match stavolta è davvero pessima, e nemmeno così facilmente spiegabile. A Montreal le palle vanno piano, da sempre, è un dato ormai acquisito. Buone per Carreno Busta, che vi ha costruito una partita quasi priva di errori, meno per Berrettini, che le sente poco e male, ed è costretto a fare a meno anche del suo rovescio slice, che in quelle condizioni non trova mai il guizzo che lo rende penetrante. Già nei giorni scorsi Santopadre aveva fatto capire qualcosa, augurandosi che Matteo, nel corso del torneo, ricevesse qualche gentile omaggio da parte degli avversari o magari dalle condizioni del tempo. Ma Carreno Busta non gliene ha offerto manco mezzo, e il tempo è da giorni che intride l’aria di umori poco salubri. Appena quattro ace, e tre doppi falli, Inutile in queste condizioni puntare sul famoso uno-due di Matteo. Anche la seconda palla, rifiutandosi di rimbalzare più su di un metro, ha finito per essere facile preda dello spagnolo. A fine match Berrettini metterà a referto solo 14 vincenti, con addirittura 29 errori gratuiti. Carreno Busta ha preso il controllo del match nel settimo game del primo set, con un break a zero e non lo ha più mollato, mentre Berrettini ha finito per consegnare altri due servizi nel secondo set. Inutile cercare scuse per Matteo, quando il primo a evitarle è proprio lui. La forma fisica non è la migliore e non è quella che avrebbe dovuto essere dopo tre settimane di preparazione. Lo ammette anche Santopadre che abbiamo contattato con un rapido messaggio su WhatsApp. «Non possiamo davvero dire», ci scrive, come sempre gentilissimo, «che Matteo fosse al meglio… Ma rendiamo merito all’avversario, che ha giocato un match quasi perfetto, e continuiamo a lavorare, che ce n’è bisogno!».

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Flash

Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Cocchi)

La rassegna stampa di domenica 7 agosto 2022

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Alcaraz: «Sono da Slam, ma prima imparo a battere Sinner» (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

A Carlitos Alcaraz non fa paura quasi nulla. A 19 anni il teenager allevato da Juan Carlos Ferrero è già numero 4 al mondo, ha vinto 5 titoli Atp e battuto record di precocità di ogni genere. Eppure, ultimamente, sembra avere un incubo ricorrente: entra in campo per una partita importante, affronta un giocatore italiano e perde. Quest’anno gli è già successo 4 volte: ha cominciato Berrettini agli Australian Open, ha proseguito Sinner a Wimbledon, Musetti ad Amburgo lo ha battuto per la prima volta in finale, e il secondo incrocio con Jannik, a Umago la settimana scorsa, è finito ancora con una sconfitta nella battaglia per il titolo. E dire che Alcaraz, di partite, in tutto il 2022 ne ha perse soltanto sette contro 42 vinte.
Carlos, ma non è che adesso non viene più in vacanza in Italia o boicotta la pastasciutta…

Ma no (ride)! L’ Italia me gusta moltissimo, e mi sono sempre trovato bene. Per questo si salva, altrimenti non ci verrei più: gli italiani mi hanno dato qualche dispiacere di troppo ultimamente (se la ride ancora, ndr). Prima Berrettini, poi Musetti e due volte Sinner. Sono giocatori tutti molto forti e con caratteristiche completamente differenti. Mi hanno dato davvero del filo da torcere, anche se in alcuni casi la vittoria mi è mancata per qualche piccolo dettaglio. Sinner è sicuramente quello che più mi ha sorpreso. Contro Berrettini sapevo a cosa sarei andato incontro, conoscevo il suo stile, con Musetti uguale. Jannik però mi ha sorpreso: per il modo dl stare in campo e per il livello di aggressività che riesce a esprimere in ogni scambio. In campo ci diamo battaglia ma fuori siamo tutti amici.

 

Prima di Amburgo e Umago non aveva mai perso in finale. Come ha reagito a questa novità?

All’inizio mi è presa male, lo ammetto. Forse l’ho vissuta in modo più drammatico del dovuto. Poi, col passare del tempo, e ripetendo la stessa esperienza una settimana dopo, ho capito che a volte perdere può pure fare bene, perché ti insegna come reagire. Impari a gestire meglio i tuoi sentimenti. […] Ora andiamo in America, lì ho vinto Miami e fatto semifinale a Indian Wells, l’obiettivo è giocare al massimo livello possibile e guadagnare tanti punti. E poi c’è Io Us Open: a New York voglio fare quel che non mi è riuscito negli altri Slam, ovvero andare oltre i quarti.

Quanto si sente vicino a vincere uno Slam? E quale vorrebbe conquistare per primo?

Penso di esserci abbastanza vicino visto che ho raggiunto i quarti. Fino a ora mi è mancato qualcosa. magari un po’ di esperienza nei match 3 set su 5, ma non sono lontano dall’arrivarci. Non ho una preferenza su quale vincere prima… Non mi sembra il caso di fare lo schizzinoso sui titoli Slam!

Con Nadal, Djokovic e Federer abbiamo vissuto un’epoca magica. Pensa mai che un giorno potrebbe toccare a lei, magari con Sinner, far sognare gli appassionati per oltre un decennio?

No, non l’ho pensato. Non è mancanza di fiducia nelle mie capacità o in quelle dei miei colleghi, ma non penso che io e gli altri giovani potremmo ripetere quello che è stato fatto da loro. Stiamo parlando di un’impresa impossibile e che per ora non è nei miei pensieri. Preferisco stare con la testa e i piedi ben piantati nel presente. […]

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