Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. "In duemila dagli ottavi" (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

Rassegna stampa

Si riapre! (Piccioni). Internazionali: sì al pubblico (Mastroluca). Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Caponetti). Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Bernardini). Io guardo lontano (Crivelli). Kuerten, il sorriso che conquistava (Azzolini). Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid poi tour de force verso Parigi (Barana). Stella rossa (Rossi)

La rassegna stampa del 1 maggio 2021

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Si riapre! (Valerio Piccioni, La Gazzetta dello Sport)

Fumata bianca per il pubblico agli Internazionali di tennis. Visti i tempi, meglio metterci un quasi. Ma gli indizi sono davvero tanti e le parole usate dal sottosegretario alla salute, Andrea Costa, sono categoriche: «C’è il via libera del Cts per una presenza di spettatori al 25 per cento della capienza a partire dagli ottavi di finale». […] Federtennis e Sport e Salute, organizzatori dell’evento, mantengono riserbo anche perché il pronunciamento ufficiale del Cts arriverà lunedì. Super protocollo E così, dal 13 al 16 maggio, il torneo romano diventerà l’evento apripista dell’Italia che ricomincia per tutto ciò che riguarda non solo lo sport, ma tutto il mondo dello spettacolo. Uno status a doppio taglio: da una parte c’è la soddisfazione perla svolta che dovrebbe portare 2625 spettatori al Centrale, 1625 alla Grand Stand Arena, 930 al Pallacorda Pietrangeli. Ogni impianto sarà «autosufficiente», nel senso che avrà degli accessi di ingresso e dei varchi per il deflusso completamente autonomi. Una soluzione che ha superato un’alternativa più ridotta, quella che prevedeva un’apertura dall’inizio del torneo, ma ristretta soltanto al Centrale. Dall’altra non bisognerà sbagliare nulla. Il protocollo, peraltro apprezzato dagli scienziati, dovrà funzionare a prova di tutto. Da questo punto di vista fa ben sperare quanto accadde a settembre dell’anno scorso, quando non ci furono contagi anche se la curva epidemiologica era meno cattiva (ma non avevamo ancora i vaccini). «E un messaggio rivolto a tutto il Paese», dice ancora Costa, peraltro maratoneta da 3 ore e 21 minuti di primato personale. Chi entra La Vezzali ha costruito la sua proposta sfruttando il varco lasciato aperto dal comma di un articolo dell’ultimo decreto legge. Che lascia aperta la finestra, in caso di «eventi di particolare importanza», per una doppia deroga: sia sulla possibilità di far entrare il pubblico negli eventi sportivi anche prima del primo giugno; sia sul numero degli spettatori che potrà andare oltre il tetto del mille (all’aperto) e dei 500 (al chiuso). Il resto l’ha fatto il protocollo che dal punto di vista del pubblico «eleggibile» è coerente con quanto stabilito per l’Europeo di calcio: l’ingresso sarà riservato ai vaccinati, alle persone che hanno superato la malattia e a chi ha effettuato un tampone con risultato negativo nelle precedenti 48 ore. Almeno per il momento sono soltanto due gli eventi che usufruiranno della deroga nel mese di maggio: Internazionali e finale di Coppa Italia di calcio del 19 maggio a Reggio Emilia. […] I biglietti Quanto ai meccanismi di assegnazione dei biglietti, la prevendita è ovviamente a uno stato particolarmente avanzato, gli organizzatori degli Internazionali stanno ancora studiando tutte le implicazioni del via libera. C’è pure da tener conto del coprifuoco alle 22 che potrebbe portare dunque ad anticipare i tempi della sessione serale. Ma è un discorso tutto da definire, come la dinamica relativa ai campi e ai diritti di prelazione, fatta salva la priorità data agli sponsor che hanno assicurato fedeltà al torneo in un momento davvero complicato

Internazionali: sì al pubblico (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

Arriva una prima, importante, apertura sulla presenza dei tifosi agli Internazionali d’Italia di tennis. Il sottosegretario alla salute, Andrea Costa, ha annunciato la svolta concordata con il CTS, che ha dato il via libera per un’apertura tra il 20 e il 25% della capienza massima, a partire dagli ottavi di finale del torneo, in programma dal 9 al 16 maggio. DUEMILA PERSONE. II Centrale, che può contenere 10.500 spettatori, ne dovrebbe accogliere circa duemila a partire dal giovedì fino alla finale della domenica.[…] MESSAGGIO. Costa ha parlato di «quindici partite a cui potranno fisicamente assistere gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». Il ritorno dei tifosi sulle tribune del Centrale rappresenta un «ulteriore messaggio di speranza e fiducia». Si tratta di un segnale significativo per un torneo che nel 2019, l’ultima edizione prima della pandemia, aveva consentito ricavi da biglietteria per 13 milioni grazie all’ingresso di 223.455 spettatori paganti nelle giornate dell’evento. In utile per dodici anni di fila fino al 2019, gli Internazionali BNL d’Italia rappresentano la punta della macchina organizzativa della Federazione Italiana Tennis, quest’anno schierata in prima linea su più fronti. A novembre, infatti, Torino ospiterà le Nitto ATP Finals, torneo di fine stagione con gli otto migliori giocatori dell’anno, che per la prima volta si disputa in Italia. Il Pala AlpiTour sarà teatro anche degli incontri di due gironi delle Davis Cup Finals, compreso quello degli azzurri, e del quarto di finale fra le due vincenti. La presenza di pubblico in due eventi di tale richiamo, e alle Next Gen ATP Finals di Milano, resta un obiettivo

Internazionali, ok al pubblico. “In duemila dagli ottavi” (Riccardo Caponetti, Repubblica Roma)

Se la prossima settimana al Masters 1000 di Madrid ci sarà il 40% del pubblico, Roma si dovrà accontentare del 20-25%. Una percentuale più ridotta ma molto significativa, perché gli Internazionali d’Italia di tennis (9-16 maggio) saranno il primo grande evento sportivo del nostro paese che vedrà la presenza dei tifosi. «Il Cts mi ha confermato che gli spalti saranno aperti dagli ottavi di finale, secondo una percentuale tra il 20 e il 25 per cento della capienza», ha annunciato ieri Andrea Costa, sottosegretario alla Salute. C’era l’ipotesi di aprire le tribune solo per la finale, invece il governo ha autorizzato l’ingresso dagli ottavi di finale in poi. «Questo significa — ha aggiunto Costa — che saranno 15 le partite a cui potranno assistere fisicamente gli appassionati, rispetto alle sole tre dell’anno scorso». A settembre 2020 soltanto dalle semifinali infatti era stato consentito l’accesso, ad un massimo di mille persone. Tra poche settimane, i numeri saranno maggiori: alla finale entreranno più di duemila persone, considerando la capienza del centrale del Foro Italico (10.500 posti). […] Il protocollo organizzativo sarà simile a quello che si adotterà a giugno per Euro 2020: l’Olimpico ospiterà le 3 gare del girone dell’Italia, più un quarto di finale. Possibile che per accedere agli Internazionali servirà il green pass, che oggi verrà utilizzato per spostarsi tra le regioni gialle. È un documento che certifica l’avvenuta vaccinazione, la presenza di anticorpi per chi abbia già avuto il Covid o un’accertata negatività al tampone (24-48 ore prima)[…] Nel 2021,1’Italia ha già vinto tre tornei Atp 250 con Sinner, Sonego e Berrettini e mai c’erano stati 10 azzurri nella top 100. Il primo tra loro è il romano Berrettini, padrone di casa e 10° nella classifica mondiale: «Il torneo di Roma al completo è uno dei più belli, lo riconoscono tutti», ha confessato nei giorni scorsi a Repubblica. E anche se non sarà pieno, lo scenario del Foro Italico sarà lo stesso affascinante.

Internazionali, in tribuna solo chi è immunizzato (Emiliano Bernardini, Il Messaggero)

Porte aperte agli Internazionali di Tennis ma a partire dagli ottavi. Il Cts, ieri, ha dato il via libera ufficiale al termine di una lunghissima riunione. […] Il Foro italico ritroverà così rumori e colori a partire dal giovedì. La manifestazione prenderà il via il 9 maggio e si chiuderà il 16. Ma, come detto, il pubblico potrà accedere dal 13. Un totale di 30 partite (tra maschile e femminile) a cui potrà assistere il 25% del pubblico per ogni impianto. Tra l’altro sono due le fasce orarie. Di fatto il centrale (capienza 10 mila) potrà ospitare circa 2,500 tifosi, il Pietrangeli 930 (capienza 3210), la Grand Stand Arena 1250 (capienza 5 mila). Un grande successo per la Federtennis di Binaghi che lo scorso anno si era dovuta accontentare di mille spettatori solo per le semifinali e le finali. PROTOCOLLI[…] Come si assisterà alle gare e come si potrà acquistare i biglietti? Chiaramente all’interno verrà imposto il distanziamento sociale e l’obbligo della mascherina. Nessuna App per stabilire gli accessi. Ma servirà dimostrare di aver ricevuto la dose del vaccino, di aver già avuto il Covid e dunque sviluppato gli anticorpi o portare il risultato di un tampone negativo 48 ore prima della gara. All’ingresso ci saranno delle speciali telecamere che monitoreranno gli accessi e misureranno la temperatura dei tifosi. Inoltre per ingressi e uscite ci saranno dei percorsi ben stabiliti da seguire. Questo anche per evitare contatti con giocatori, tecnici che come da protocolli Atp e Wta socio in bolla protetta con tanto di tamponi di controllo scadenzati. Resta da capire come la Federtennis deciderà l’assegnazione dei posti. Anche perché chi ha comprato l’abbonamento settimanale ora si trova tre giorni in meno. Il numero uno Angelo Binaghi nei giorni scorsi aveva fissato una possibile scala di priorità: sponsor, abbonati e ordine cronologico di acquisto. Chiaro che alla luce delle nuove disposizioni molto cambierà. Dalla Fit nessuna comunicazione ufficiale, si attende prima il comunicato del Cts con la conferma e le varie specifiche.[…]

Io guardo lontano (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Quando lasciò la casa dei genitori a 13 anni per realizzare il sogno di diventare un tennista di valore mondiale, Novak Djokovic portava nel cuore il sogno di vincere Wimbledon e salire al numero uno del mondo. […] La passione Anzi, è stata proprio la rivalità con i due monumentali avversari a fare del Djoker l’uomo e l’atleta che adesso conosciamo. Mentre il resto del mondo si arrendeva all’idea che Roger e Rafa fossero inavvicinabili, lui trovò la forza per ribellarsi a quel destino, lavorando con il corpo e con la mente per elevarsi a quel nirvana. E adesso che tutti e tre hanno marchiato a fuoco la più incredibile e inimitabile era del tennis, Novak è assolutamente consapevole che attraverso la continua caccia ai record potrà legittimare la candidatura a Goat, il più grande di sempre, anche in costanza degli altri due. Intanto, continua a godersi uno dei primati più prestigiosi, quello delle settimane in testa alla classifica: al momento sono 318, e il conto è destinato a proseguire almeno fino all’estate. Djokovic, che è diventato numero uno per la prima volta il 4 luglio 2011, vi è particolarmente legato non solo perché lo ha strappato a Federer (fermo a 310), ma anche perché è l’emblema della continuità di rendimento ad altissimo livello, il gusto prolungato di guardare tutti dall’alto al basso non per un breve tratto di carriera, bensì per più stagioni (Nole è stato numero 1 di fine anno sei volte, come Sampras, ma a differenza dell’americano può ancora migliorare). Poi si possono aggiungere le 36 vittorie in un Masters 1000, un record che potrebbe incrementare già a Roma, dove si presenterà da campione in carica (tra l’altro è l’unico ad averli vinti tutti, con la ciliegina di esserci riuscito almeno due volte) o i 59 Big Titles (Slam, Masters 1000, Atp Finals, Olimpiadi). Eppure In testa ha un numero che pesa più di ogni altro, quello degli Slam, il vero discrimine verso la leggenda. Federer e Nadal sono a 20, ma lui è a 18 e con il vantaggio di poter essere competitivo ovunque. Il vero, grande obiettivo per un finale di carriera che lo porterebbe diretto sull’Olimpo: «Sono la passione e l’amore per il tennis che mi spingono a competere. Semplicemente non ho mai avuto problemi a parlare in pubblico dei miei obiettivi. Non credo che questo sia qualcosa di negativo. Sono ambizioso, perché non ammetterlo?». Orizzonti infiniti.

Kuerten, il sorriso che conquistava (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Prima di Guga, arrivava il suo sorriso. Annunciava l’allegria, ed era esclusivo. Il gesto più amichevole che ci sia capitato di ricevere. […] Sembrava dire, quello strano ragazzo brasiliano che si muoveva come un fumetto, che il suo sorriso aveva lo stesso valore di un patto. Accettandolo saremmo diventati amici fraterni, nel rispetto della regola numero uno della confraternita dei non belligeranti incapaci di odiare. Sempre per sempre, dalla stessa parte, mi troverai… Ed era vero. Alla filosofia dell’embrassons nous, Gustavo “Guga” Kuerten aveva spinto anche Lard Passos, il coach più chiassoso che si sia mai visto su un campo da tennis, uno che se non avesse ceduto alle lusinghe dello Smile Power a Gugaland avrebbe con ogni probabilità trasformato in baruffa ogni incontro del suo allievo. […] Larri si barricava nel box trasformandolo in una trincea, dalla quale difendeva la sua probità, o forse la volontà di non cadere in tentazione, quella di saltare al collo degli avversari di Guga. Diventava, così mordendo il freno, il più straordinario interprete della sceneggiata fatta tennis, una sorta di Mario Merola della telenovela brasiliana. Esortava Gustavo con gesti plateali, si percuoteva la testa quando voleva ricordargli di usarla; si flagellava il petto per indicargli di metterci il cuore. E picchiava il berretto sulla massicciata del Centrale per incitare l’allievo. Manco fossero una coppia di comici, Big Smile e Adrenalinik avevano tenuto in piedi un’edizione del Roland Garros che era stata pompata come l’atto finale della guerra per la conquista della terra rossa, ma si era ritrovata subito svuotata di tutti i contendenti più bellicosi. Pistol Sampras al terzo turno, negli ottavi Banana Boat Chang e “Macello” Rios, uno che amava salutare tutti sfanculando, manco fosse un vezzo. Lo fece pure in presenza del presidente cileno Eduardo Frei Ruiz Tagle, quando quello gli mostrò la piazza zeppa di tifosi da un terrazzo del Palacio de la Moneda, convenuti per festeggiare il numero uno da poco conquistato. Gli chiese: Marcelo, c’è una cosa che vorrebbe dire a quegli appassionati? Si, di andare… Fu la risposta. GUGA OPEN L’orda spagnola era finita abbrustolita in una sorta di grigliata mista alla scottadito, Berasategui in 1° turno, Moya e Mantilla al secondo, Albert Costa al terzo e Corretja in ottavi. Tutti tranne Bruguera, scampato al barbecue per il fatto di non essere considerato tra i favoriti. Agli altri, i più forti, ci aveva pensato Kuerten. Cinque set contro l’imbattibile Muster, che venne doverosamente rimpinzato di smorzate; altri cinque con Medvedev (Andrey, non Daniil), poi Kafelnikov nei quarti, anche lui in cinque partite, con la prodigiosa rimonta da 2-4 15-40 nel quinto. Prima di un turno facile con DeWulf, e la finale con Bruguera. Era il 1997. E stava per cominciare il periodo ribattezzato Guga Open, una parentesi felice nel faticoso tennis sul rosso. Brevissima, però. Proprio come un sorriso. Prima di quel torneo, di quella finale, Guga non c’era. Giocava piccoli tornei, inseguiva sogni lontanissimi. E non vinceva mai. Parigi fu la sua prima vittoria, che è come se una solerte coppia di sposi avesse affittato l’Opera Gamier, platea, quattro ordini di palchi e galleria, per il primo vagito del figlio appena nato. Manie di grandezza? Chi, Guga? Figurarsi… Uno con la sua storia aveva ben altri pensieri per la testa. È che il tennis non era abituato alla dimensione brasiliana che quell’anno, e i cinque a seguire, avrebbero preso. Un breve lustro in cui il ventunenne concentrò la parte più bella del suo tennis, finendo per vincere sedici dei venti titoli del suo palmares, tre volte il Roland Garros e una edizione delle Atp Finals a Lisbona nel 2000, superficie indoor, che lo introdusse a una gara spalla a spalla con Marat Safin, proseguita per tutto il 2001, con in premio la conquista del numero uno del tennis. […] ARRIVA LA TORCIDA Quali fossero i termini dell’ascesa al soglio di Kuerten, fu chiaro già dai giorni di vigilia di quella prima finale al Roland Garros. Venne mobilitata, dai quotidiani brasiliani, anche la stampa accreditata per un torneo pre-mondiale di calcio in Francia. Giunsero con facce parecchio malmostose, chiedendosi dove mai li avessero mandati a perdere tempo quei pusillanimi dei loro caporedattori. Ma – Guga docet – il malumore durò, anche in quel caso, il tempo di un sorriso. Scoprirono che nel tennis tutto funziona alla perfezione, che lo stadio era accogliente e non c’erano bagni ammuffiti dall’umidità […] Anzi… Intorno a Kuerten il tam tam dei primi giorni era diventato rullio, poi fanfara, infine sarabanda. II Roland Garros visto dall’alto sembrava uno stadio edificato su un prato di magliette gialloverdi. I giornalisti del calcio capirono l’antifona e trattarono il nuovo idolo e il suo strano sport come fosse il protagonista della finale di Copa Libertadores, urlando terrificanti radiocronache alla brasiliana. In quelle, un buon punto diventava gollasso e il gollasso, si sa, viene partecipato con ululati profondi, infiniti, di cuore e di pancia, che mai avrebbero potuto raccordarsi con i tempi del tennis. Difatti, cominciavano al secondo rimbalzo della pallina e terminavano quando i tennisti stavano già giocando il punto successivo. Poi esplose la festa, e la festa divenne presto torcida, partecipazione collettiva. Solo nove volte è successo, nella storia del Roland Garros, che il vincitore spuntasse dal nulla, e in due di queste (Bernard nel 1946 e Wilander nel 1982) il vincitore fu come Guga, un tennista senza pedigree. Poi a Marcel Bernard hanno dedicato addirittura una strada, proprio di lato allo stadio del tennis, e Mats è diventato il numero uno della classifica «Chissà» , disse Kuerten, con gli occhi che sorridevano da soli, «magari qualcuno dedicherà una strada anche a me, oppure no, una statua, meglio una statua». E Florianopolis diventerà Gugapolis. Perché no? A FLORIANOPOLIS Florianopolis è la capitale dello Stato di Santa Caterina, a sud di Sao Paulo. La storia di Gustavo comincia da lì, e li ritorna appena terminata l’avventura nel tennis. Un’avventura bella e commovente. Guga amava il surf, lo praticava sulla spiaggia dei naufraghi, un posto ancora incontaminato, da cartolina. Prima di palline e campi in terra di mattone veniva anche il calcio, ma il padre Aldo coltivava una passione tutta sua per il tennis, ne era innamorato, lo giocava tutti i pomeriggi e aveva preso pure il brevetto di giudice arbitro. Fu alla morte del genitore, colto da infarto mentre assisteva a un match, che Guga impugnò per la prima volta una racchetta. La volle per non dimenticarlo, e finì per innamorarsi anche lui del tennis. Aveva sei anni. Una famiglia sterminata, i Kuerten. Guga aveva cominciato tardi, prima nelle mani del maestro Oscar Wegner, poi in quelle di Passos. Mostrava di saperci fare e a turno tutti i componenti della famiglia si impegnarono ad accompagnare il ragazzino ai tornei. Guga non l’ha mai dimenticato. Raccontava anche dell’impegno di mamma Alice nelle associazioni a favore dei disoccupati, di nonna Olga che per stargli vicino imparò tutto del tennis, fino a consigliargli le tattiche da usare con quell’avversario o quell’altro. Parlava spesso del fratello minore, Guilherme, costretto su una sedia a rotelle. Guga gli regalava tutte le coppe che vinceva, e lo ricordava sempre durante le premiazioni, sicuro che il ragazzo fosse fra gli spettatori alla tivvù. Ogni giorno trascorso a Parigi, in quel 1997, Gustavo fece visita all’agenzia viaggi vicina all’albergo, per acquistare un biglietto a uno dei suoi familiari. II giorno della prima finale c’erano tutti, anche lo zio che suonava la carica tenendo due foglie tra le mani e ricavandone un suono stridulo. Fu alla morte di Guilherme che Guga avverti l’esigenza di ritirarsi. Era ancora giovane, 31 anni appena, sebbene un bel po’ ammaccato dai problemi alla schiena, ma con la scomparsa del fratello era venuta meno la motivazione più forte. Chissà, forse era stata proprio quella a trasformarlo, dal nulla, in un giocatore vincente. Guilherme se ne andò nel 2006. All’inizio dell’anno dopo Guga annunciò di non avere più nulla da dare al tennis. UNO STILE TUTTO SUO Se le imprese del Roland Garros furono al centro della stagione di Guga, la vittoria nelle ATP Finals fu la dimostrazione della raggiunta maturità agonistica. II brasiliano aveva uno stile tutto suo, il dritto garantiva le accelerazioni brucianti insieme a qualche gaffe tecnica evitabile, mentre il rovescio a una mano era di un’eleganza quasi inspiegabile per gli altri ruvidi colpitori da fondo campo. A volte sembrava uno svolazzo, altre si muoveva lento verso la palla, ma garantiva impatti violenti. Era un colpo che Guga manovrava a piacimento, lasciando gli avversari nel dubbio di che cosa ne avrebbe tirato fuori. Proprio a Lisbona, nella finale Master del 2000, Kuerten e Agassi si sfidarono in una guerra di rovesci, incaponendosi in un fitto scambio su chi fosse riuscito a stringere di più la traiettoria a uscire. Guga ne sorti con un colpo talmente spregiudicato da apparire senza senso. Da fondo, sulla sinistra, colpì la palla con un top spin tanto estremo da farla precipitare appena superata la rete, negli ultimi centimetri utili di campo sotto gli occhi del giudice arbitro. Agassi osservò scuotendo il testone ormai pelato, sugli spalti mamma Alice lanciava baci, quasi il figlio avesse già vinto la partita. II gesto era l’equivalente tennistico di un dribbling del passerotto Garrincha. Non solo. Kuerten rilanciò anche un colpo in quegli anni quasi dimenticato, il drop shot, la smorzata. Fu il match contro Muster del 1997 a rivelare quella svolta tattica, tale da convincere perfino gli attuali cecchini a inserirla nel loro repertorio. Kuerten la giocava da ogni posizione e in tutti gli stili. Carpiata, con il triplo avvitamento, anche con il doppio salto mortale. Della pallina, ovviamente, non il suo. Ma chissà che Guga non fosse capace anche di quello, buffo com’era: un tipo che quando si lanciava sulla palla sembrava che una parte del corpo si allungasse come una molla, e tutto il resto lo seguisse qualche secondo dopo. Eppoi, Guga non portava la bandana come tutti gli altri, no, lui se la calava sulle sopracciglia, e tra una corsa e un servizio, quella calava ancora di più, fin sopra gli occhi; ma Kuerten non sentiva storie, continuava, brancolando magari, ma continuava, con una mano a roteare la racchetta e l’altra alla disperata ricerca di un sistema per sollevare la tapparella. QUEI 33 MINUTI Il Roland Garros di mezzo, quello del 1990, visse di una finale con 33 minuti da brivido. Kuerten era avanti due set a uno e nel quarto il match sembrava sotto controllo. Fu allo scoccare del primo match point – erano le 17,41- che Magnus Norman subì una profonda mutazione. Da svedese tutto d’un pezzo, calcolatore e poco disposto a dare in smanie, si trasformò in una maschera d’improntitudine e di caliente energia Urlava «vamos» lo swedish, su ogni colpo andato a segno, e Guga cominciò a preoccuparsi. Tanto più dopo quel primo punto-match, su cui il giudice di linea indicò l’out ma senza convincere il giudice arbitro, che scese dal trespolo e si stese addirittura sulla terra rossa per valutare se la palla fosse davvero fuori. Alla fine scovò un granello di terra rossa sulla riga del campo, che sembrava schiacciato. Dette il punto per buono, lasciando Guga con le braccia sollevate e l’orchestrina alle prese con un samba del tutto fuori luogo. Dal 5-4 per il brasiliano, 15-40 sulla battuta svedese, si giunse al 6 pari consumando sette match point Nel tie break, il “jeu decisif’,’ Kuerten andò 6-4, ebbe altri tre match point e Norman glieli sfilò. Quello buono fu l’undicesimo. «Ho vinto, e sono stato costretto a rivincere. Non mi era mai successo», il commento di Guga, anche quello sotto scorta di un sorriso disarmante. Poi il 2001, con la vittoria su Corretja e il cuore rosso disegnato con la racchetta sulla terra dello Chatriet. L’epitome dello Smile Power nel Guga System, un cuore grande e avvolgente, dentro il quale il brasiliano chiedeva a tutti di entrare, di fame parte per sempre. Le Finals premiarono Kuerten a metà strada fra le due ultime vittorie al Roland Garros. Terminato il decennio tedesco, il Master tornò nelle vesti iniziali di inesausto giramondo. Il 2000 venne inaugurato a Lisbona, trovando buon pubblico e accoglienza di stampo brasiliano, ma non piacque ai tennisti, che volevano una sede meno periferica rispetto alle tradizionali rotte del tennis. Guga cominciò con una sconfitta in tre set con Agassi e la certezza che avrebbe alzato il trofeo solo vincendo tutti gli altri match. Liquidò Norman e Kafelnikov e agganciò la semifinale convinto di poter firmare l’impresa anche contro Sampras, che sul cemento indoor sembrava inattaccabile. Larri Passos lo dispose in modulazione aggressiva, e dato il soggetto non fu un’operazione facile. Ma riuscì, riguardando solo la sfera tennistica. Perso il primo set al tie break Guga guadagnò campo limitando le discese a rete di Sampras e stordendolo con la smorzata. L’ultimo atto prevedeva un serrato dialogo con Agassi, che si era liberato senza problemi di Marat Safin in semifinale. Difficile non trascinare sul campo le sensazioni negative ricavate nel match precedente, ma Guga trovò il modo per essere più esplicito nelle sue intenzioni, rispetto al primo incontro e finì per dettare lui i tempi del match, sulle geometrie più consone al suo tennis. Servizio potente, il rovescio per liberare il campo, l’affondo con il dritto. Giocava sulle righe, Guga. «No, erano le righe che si spostavano per farsi cogliere dai suoi colpi», volle precisare Agassi. Fatto sta, in ognuno dei tre set (la finale si giocava ancora tre su cinque), Kuerten trovò il modo per staccarsi. Vittoria e numero uno. La prima volta di un brasiliano. Un dominio che finì per essere lungo 46 settimane, spartito con Safin dopo gli Open d’Australia, ma ripreso di li a poco con l’avvento dei tornei su terra rossa, prima quelli sudamericani, poi quelli europei, Roland Garros compreso. Fu quello l’ultimo anno di grazia, per Guga. Infortuni grandi e piccoli, e le incerte condizioni di salute del fratello, ne esaurirono la spinta. Nei successivi cinque anni giunsero appena quattro vittorie. Ma gli appassionati non smisero per questo di amarlo. Guga Kuerten era stato l’interprete della gioia di giocare, e di un tennis guidato dall’istinto. Ce n’era abbastanza per entrare nel Club dei più grandi di sempre? Un sorriso gli avrebbe aperto le porte.

Sinner, assalto alla Top15. Testa di serie a Madrid e poi tour de force verso Parigi (Francesco Barana, Corriere dell’Alto Adige)

[…] Jannik Sinner nel Masters 1000 di Madrid al via lunedì è testa di serie dopo i forfait di Djokovic, Federer, Monfils e Goffin. II viatico buono, questo, per scongiurare nel sorteggio di oggi sentieri proibitivi già nelle fasi iniziali, come è successo nel Principato due settimane fa quando al secondo turno s’infilò Djokovic sulla strada del Rosso. II numero 18 del mondo, reduce dalla semifinale di sette giorni fa a Barcellona contro Tsitsipas, sui campi in terra battuta della Caja Magica proverà a dare l’assalto alla top 15 e a confermare la continuità ad alti livelli in questo 2021 costellato da 18 vittorie in 25 match e da una race stagionale (quella valida per le Atp Finals di Torino) che lo vede al settimo posto. II diciannovenne di Sesto Pusteria, da gennaio, si è aggiudicato il suo secondo Atp250 (Melbourne)e ha messo in fila i quarti di finale a Marsiglia e Dubai (con onorevoli sconfitte con Medvedev e Karatsev, mica due qualunque), la finale nel 1000 di Miami e, appunto, la semifinale a Barcellona. Un cursus honorem che lo proietta tra i protagonisti anche a Madrid, dove però i favoriti sono i finalisti di Barcellona, Nadal e Tsitsipas, con un punto di domanda sul numero 4 del mondo Dominic Thiem, uno che sul mattone sa dominare, ma che è reduce da un mese abbondante di stop e dai tormenti dell’anima con tanto di ipotesi di un clamoroso ritiro.[…]. Djokovic, dicevamo, non potrà difendere il titolo del 2019, ultima edizione del Mutua Open. Nell’albo d’oro troneggia, manco a dirlo quando si parla di terra, Nadal, che si è aggiudicato cinque edizioni, seguito da Federer con tre. Sinner a Madrid comincia lo stellare tour de force che si concluderà con il Roland Garros al via il 30 maggio. Nel mezzo, dal 10 maggio, lo spettacolare appuntamento agli Internazionali d’Italia a Roma, dove Jannik sarà la star più attesa dai tifosi italiani. Sarà l’ennesima celebrazione di un talento che sta accendendo gli appassionati di tutto il mondo.

Stella rossa (Paolo RossI, La Repubblica)

NEGLI ANNI OTTANTA c’era, tra gli appassionati di tennis, chi si disperava perché uno come Boris Becker non era italiano (“Ah, fosse nato a Merano”, si diceva). Vent’anni dopo il destino ha deciso però di indennizzarci, più o meno alle stesse latitudini. San Candido, in Alta Pusteria, è infatti il luogo natale del più grande talento dei nostri giorni: quello Jannik Sinner nato, per nostra fortuna, a meno di 10 km dall’Austria.[..]. Nel caso di Jannik è il suo rovescio, a 1800 giri al minuto, una roba da Formula Uno. Lo spirito dei fan si esalta nel solo vederlo, quel gesto. Mentre annienta avversari, scala classifiche, conquista sponsor e copertine dei magazine. Magari le donne non svengono sugli spalti e nuovi Dei non nascono, ma certa bellezza non è raccontabile. Va solo vista. È quello che è successo anche un mese fa, a Miami, con Jannik capace dl arrivare alla finale del Masters 1000 in Florida. Com’era successo a Sofia l’anno scorso, dove la finale l’aveva poi anche vinta. La prima di un Atp, il più giovane italiano di sempre nell’era Open. E come si spera accada anche a Roma, al Foro Italico, per gli Internazionali d’Italia che stanno per iniziare (dal 3 con le prequalificazioni, poi i big in campo dal 9 al 16 maggio). Dove, mentre chiudiamo questo articolo, Sinner si dovrebbe presentare forte di un 19° posto nel ranking mondiale: il più forte tra gli under-20. SI perché quest’ex bambino capellone, per il quale da sempre si scomoda il paragone con Pippi Calzelunghe per il colore rosso della chioma e il portamento nella vita, ha sedotto l’Italia della racchetta nonostante abbia ancora soltanto 19 anni. Ma la sua è una luna di miele infinita: un viso che le cronache direbbero del classico bravo ragazzo, un atteggiamento pacifico, un sorriso che si apre e disarma. Anche in campo, quando gioca. Mentre accende il suo instinct killer sportivo, trasmette con i suoi modi pacati, eleganti, tranquillità. Un valore senza prezzo, forse. Più alto anche di uno Slam, magari il primo Slam, l’augurio che tutti gli rivolgono. Ma, a pensarci bene: perché solo uno? Il suo tennis è rosso intenso, come quei capelli. Come la passione di chi ama questo sport e punta tutto su questa giovane promessa. E non sarebbe stato lo stesso se avesse scelto lo sci, come stava per fare essendo nato tra le montagne. […] «Ah ah ah. Ma no, loro erano comunque più forti. Avrei scelto il gigante come disciplina, di sicuro lo sci alpino. Lo sci di fondo sport è diverso, a vederlo in tv è bellissimo, ma richiede una resistenza pazzesca che non è quello che preferisco». Gli occhi si accendono mentre riporta i suoi ricordi “alla neve”, all’infanzia e a quei fuoripista che non si dovevano fare: «Li ho sperimentati un paio di volte, per vedere da vicino la neve alta. Ma poi ho perso un grande amico, della mia età. È stato un tale shock che da allora non lo faccio più». Jannik il rosso oggi è una star mondiale di sicuro, a giudicare dall’attenzione mediatica e dal contratti milionari. Ora anche i risultati iniziano a non scherzare: la recente finale al Masters 1000 di Miami (persa contro Hubert Hurkacz, dopo una cavalcata trionfale) è stata l’ultima ciliegina sulla torta. E anche la nuova fidanzata, Maria Braccini, non l’ha distratto per nulla da quello che resta il suo obiettivo e il suo sogno: il tennis. […] Gli amici gli sono rimasti («Sembro mite, ma quanti scherzi fatti e ricevuti») soprattutto in remoto, grazie alla playstation e a quel prato verde su cui si immagina. Non Wimbledon, ma uno di football: «Sì, giocavo da centrocampista. Mi piaceva attaccare e un po’ difendere. Ero decisamente più Totti che Gattuso», dice. Rispetto al romanista può ancora passeggiare liberamente: «Se mi fermano per una foto o un autografo, non dà fastidio. Forse perché ho ancora tanto da dimostrare e ho solo 19 anni». Ed è con la leggerezza della sua età che può permettersi di dire frasi come: «O vinci o impari a perdere», oppure: «Sto ancora pelando le patate». In realtà è un patito della pasta, più che dei canederli. «Mi piace semplice. Le penne, anche al pomodoro, vanno benissimo». Tra i fornelli di famiglia (papà Hanspeter e mamma Siglinde hanno un rifugio tra i monti) non ha mai smanettato: «Quando ero a casa al massimo facevo i dolci, però non è che sia questo fenomeno, anzi. Ma lo strudel lo so fare». In compenso ha già viaggiato tanto, senza davvero riuscire a vedere molto. Scendendo dalla montagna, racconta, ha però incontrato più insetti di quanto si aspettass: «La mia fobia, insieme a ragni e serpenti». Il tempo per fare il turista comunque non c’è mai: «A Roma, per esempio, ogni volta mi dico che il Colosseo vorrei vederlo». Accetta le provocazioni: «Le racchette di legno? Non ero ancora nato quando si usavano. Però perché no, potrei provare, ma se sono pesanti secondo me mi spacco il braccio». Il nuovo re del tennis italiano ci racconta poi d’aver preso il meglio dal suoi genitori: «Da entrambi il rispetto per il lavoro, le persone. Poi: velocità e coraggio da papà, la calma e i capelli dalla mamma». Sarà per questo che non ha le vertigini, rispetto al mondo che lo strattona. E persino rifiuta di darsi una spiegazione sul perché di tanto interesse nel suoi confronti. «Forse perché non ho ancora 20 anni e ho questi capelli rossi». Dotato di sintesi, e di un certo humour alpino, di chi va dritto al punto, confessa di dire ogni tanto qualche parolaccia: «A volte in Italiano». Ma è anche consapevole che, per vincere uno Slam, prima o poi dovrà uccidere uno degli Dei. Nel frattempo, da Federer a Nadal, se lo tengono vicino per allenarsi: «E’ stato bello essere in campo con loro». Jannik è cosl discreto da far invidia anche al più navigato dei diplomatici. Per lui le cose devono restare private, pero qualche ricordo ama condividerlo: «Ero un ragazzino ed ero con il mio primo maestro, Mair, che mi faceva palleggiare con Max Sartori. Non pensavo a niente, solo ad entrare in campo e tirare la palla all’incrocio delle righe». Altro flashback, il trasferimento a Bordighera, a 13 anni: «Pensavo che mi sarebbe mancata la famiglia, mio fratello e gli amici. Mi dicevo che era una prova, se mi piaceva bene e se non mi piaceva tornavo a casa». Poi l’incontro con Riccardo Piatti: «Ero preoccupato per la parte fisica, perché non avevo mai fatto atletica, non sapevo se sarei riuscito a fare gli esercizi che mi chiedevano, lo stretching, la mobilità. Sul giocare a tennis no, non avevo paura». E neppure sulla capacità di comportarsi in campo. Ineccepibile, sempre: «Sto sul presente, sul momento. Penso alla partita, a quello che devo fare, agli obiettivi che mi sono dato. La pressione c’è, certo. Ma tanta viene da me stesso». Un segreto? «Dieci minuti prima della partita mi scaldo e cerco di estraniarmi ma non è che guardo nel vuoto: mi serve per trovare la giusta tensione». Impossibile coglierlo in fallo, neanche se si parla dei soldi, tanti, che già ha portato a casa. «Cosa ne faccio? Niente. Compro le cose solo se ne ho davvero bisogno. Gli altri li tengo sotto al materasso… scherzo». Guida un’Alfa Stelvio, sorride se gli citi Don Matteo, che ha reso popolare San Candido: «Io più famoso di lui? Ah ah ah…». Non lo scalfisce nemmeno una come Maria Sharapova, che per qualche mese si alleno con Piatti: «È una bravissima persona. E le cose private rimangono private». Niente favole, insomma, oltre al tennis: «Quand’ero piccolo dormivo, senza problemi. Succede anche oggi, alla vigilia dei match importanti. Dormo il sonno dei giusti. E dormo male solo quando perdo». In conclusione, come racconteresti Jannik? «Noi gente di montagna siamo persone semplici, diciamo sempre la verità». E allora Jannik, dicci, per trionfare in cosa devi migliorare? «Le volee e il fisico, perché non parte tutto dalla racchetta: il segreto è vedere come l’altro si mette con i piedi, devi capire come si muove. Giocare d’anticipo è tutto, nella vita e sul campo, insieme all’attacco»

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Sinner al terzo turno (Crivelli, Mastroluca, Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 21 gennaio 2022

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Sinner, corridoio verso i quarti (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La notte è di Jannik. Se la promozione alla sessione serale doveva rappresentare un’investitura tra i protagonisti più attesi dello Slam degli antipodi per il giovane cavaliere azzurro, la prova è stata superata con l’autorevolezza dei grandi. Sinner domina lo yankee Johnson in meno di due ore e prosegue l’imperiosa marcia del 2021, con 5 vittorie in altrettanti match e nessun set concesso. Certo, arriveranno test più probanti, ma la solidità mentale e i progressi tecnici, soprattutto al servizio, sono da ammirare. E dopo una litania di sorteggi respingenti negli Slam, l’Australia sembra finalmente offrirgli l’autostrada della gloria: al terzo turno gli tocca il giapponese Daniel e poi negli ottavi il vincente tra De Minaur e Andujar, prima dell’eventuale incrocio con Tsitsipas nei magnifici otto. Largo ai sogni, che si allargano fino al potenziamento da lui stesso annunciato nel team con il famoso e fin qui ben celato supercoach: il cuore di Jannik sembrerebbe pulsare per Moya, attuale mentore di Nadal, ma nell’attesa si prospettano altre soluzioni di livello. Che tra i due team, quello di coach Piatti e quello di Rafa, i rapporti corrano sul filo della stima e dell’enorme rispetto, è dimostrato dalla scelta che il campione di 20 Slam fece un anno fa proprio in Australia, quando per le stringenti regole Covid ciascun giocatore poteva indicarne solo un altro per allenarsi insieme e Nadal prese con sé la stellina emergente della Val Pusteria. Restano poi le parole di Jannik prima degli Internazionali 2020, quando riuscì finalmente ad allenarsi con lo spagnolo: «Il mio idolo era Federer, ma adesso che ho palleggiato con Rafa e ho visto come si prepara, sono rimasto impressionato dalla sua concentrazione e dal suo perfezionismo». Insomma, la corrispondenza di amorosi sensi va avanti da tempo, ma resta un dettaglio non trascurabile: Moya si staccherà dal sodalizio solo nel momento in cui Nadal smetterà di giocare. E intanto? Lo scopriremo solo vivendo, mentre il presente racconta di un Jannik che contro Johnson ottiene l’82% di punti con la prima, concede appena una palla break e giganteggia con 30 vincenti: «In questo momento mi sto godendo il mio gioco, sono soddisfatto». Ma il corridoio verso la profondità della seconda settimana non lo scalda comunque: «Se Daniel è arrivato al terzo turno significa che se lo è meritato giocando bene. Non si va avanti in uno Slam per caso. A questo livello tutte le partite sono difficili, perciò sono favorito, è vero, ma solo sulla carta. Bisogna tener conto di tanti fattori, non sappiamo se farà caldo o ci sarà vento. Uno come Andy Murray lo devi battere. Lui ci è riuscito, io no. Sfrutterò la giornata di riposo per prepararmi al meglio e farmi trovare pronto». Non c’è dubbio, però, che il Sinner di questo inizio di stagione abbia conservato l’abbrivio delle sublimi, ultime uscite del 2021: «Io ci metto poco a ricaricare le batterie al termine di una stagione, sarà perché sono ancora giovane… Mi bastano pochi giorni a casa mia, in mezzo alle mie montagne. Mi ritrovo rapidamente lì, andando a sciare un paio di giorni. Mi aspetta comunque tanto lavoro per arrivare dove voglio io».

Sinner è diventato grande: «Io sono bravo» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Se un giocatore appare incontrastabile per gli avversari, pur facendo quel che gli risulta normale e replicabile, allora siamo davanti a un top player. È la sensazione che ha dato, e non per la prima volta, Jannik Sinner. Nell’amarcord contro Steve Johnson, l’altoatesino ha imposto una superiorità ineluttabile di fronte al baffuto statunitense. Il 6-2 6-4 6-3 finale rispecchia una partita senza storia, che l’azzurro ha chiuso con undici ace, l’82% di punti conquistati con la prima di servizio, una sola palla break concessa e salvata, 30 vincenti contro quindici errori. Dopo il terzo successo in altrettanti confronti diretti, Sinner ha mostrato rispetto verso l’avversario. «Quando batte, ha una prima precisa e difficile da leggere, era importante rispondere bene: ci sono riuscito e sono contento — ha detto —. L’ho fatto muovere, sono stato bravo a mescolare le carte in campo e sfruttare le occasioni». Per un posto negli ottavi, Sinner sfiderà Taro Daniel, giapponese che ha domato con un triplice 6-4 Andy Murray. Numero 120 del mondo, al massimo numero 64 nel 2018 quando ha vinto il suo unico titolo ATP a Istanbul, Daniel non aveva mai passato due turni in uno Slam prima d’ora. Di giapponese ha i tratti somatici e l’eredità genetica della madre, ex giocatrice di basket, ma è più che altro statunitense. È nato infatti a New York e vive in Florida, a Bradenton, dove si allena nell’accademia dello storico coach Nick Bollettieri. Daniel, ha sintetizzato Murray dopo la sconfitta, «è un giocatore molto solido, si muove bene e commette pochi errori. Non ti regala niente». Un avversario da non sottovalutare, dunque. Rischio che peraltro un giocatore come Sinner ancora imbattuto nel 2021 che ha perso un solo set nelle ultime otto partite giocate, non corre. […]

E’ un giovane jedi (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Arduo da vedere il Lato Oscuro è, e se lo dice Yoda, il maestro di Star Wars, potete esserne certi. Non si vede dove possa annidarsi, né sotto quali mentite spoglie nascondersi o quali trappole possa aver escogitato la lugubre ombra del male, lungo il percorso che l’apprendista padawan Jannik Sinner sta affrontando in questi Open, nei quali lui è bravissimo, ma gli altri sembrano estratti a sorte da uno dei challenger giocati sul lungo mare di Melbourne. Jedi Semola è solido, una roccia. E incuriosisce e muove a compiacimento vedere un ragazzo di appena vent’anni cosi sul pezzo, così pervaso di buon senso e devoto all’ideale dell’apprendimento che non ha mai fine, lontano dalle furie sterili di altri della sua età, come Denis Shapovalov, o dall’equilibrio instabile di un Auger Aliassime, tanto più dalle crisi adolescenziali dell’amico Musetti. Proprio così, un giovane jedi che cresce felice di scoprire, giorno per giorno, i propri poteri. Dopo Sousa e Johnson, debellati con la regola del 3 (set), Semola non avrà il piacere di incontrare Andy Murray, che lo ha battuto a Stoccolma 2021, indoor. Troppo stanco, dopo le buone prove di Sydney e i 5 set con Basilashvili, e per questo (altro non potrebbe essere) infilato da Taro Daniel, giapponese, altro prodotto del tennis da challenger, esperto però di battaglie contro gli italiani, quasi tutte vinte. Anzi, tutte, almeno le ultime. Nelle qualificazioni dello Slam ha tiranneggiato su Arnaboldi, Moroni e Caruso. Musetti invece lo ha battuto ad Adelaide, primo turno del 250. «Non ci ho mai giocato, ma se ha battuto Murray vuol dire che ci sa fare», dice Sinner «Non sapevo di questa sua consuetudine con gli italiani, ma so invece che ogni turno di uno Slam riserva problemi e sorprese. Sono favorito sulla carta, lo accetto, ma dovrò dare il meglio. Lui con Murray ha giocato e vinto, io quando è capitato ho giocato e perso. O sbaglio?». […]

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Fuga da…Alcaraz (Crivelli). Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Mastroluca). Pericolo Alcaraz (Azzolini)

La rassegna stampa di giovedì 20 gennaio 2022

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Fuga da…Alcaraz (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Attenti al giovane toreador. Quel quarto di tabellone (la parte più alta) aveva in origine un padrone assoluto, Novak Djokovic, ma l’incredibile saga australiana del numero uno culminata con la revoca del visto e conseguente espulsione dal primo Slam stagionale, ha creato golose praterie per chi avrebbe dovuto incrociare il Djoker. Così, in quello spicchio, Matteo Berrettini si è ritrovato con la testa di serie più alta (la 7) e Lorenzo Sonego senza il più forte giocatore del mondo da affrontare già al terzo turno. Non si farebbe peccato a immaginare un quarto di finale tutto azzurro tra i due grandi amici, ma la realtà è decisamente più ostica. E viaggia a cavallo del talento, dei muscoli e dell’impressionante ferocia agonistica di Carlito Alcaraz, il diciottenne d’assalto signore delle ultime Next Gen, che sarà il rivale, complicatissimo, di Berretto fin dal prossimo step in un incrocio da fuochi d’artificio. A ottobre, nell’unico precedente tra i due a Vienna, l’esuberanza del murciano e la sua imperiosa crescita sorpresero il nostro numero uno. che però non era al top atleticamente e rimase ancorato alla partita soprattutto con l’orgoglio. Dunque, quel precedente segnala che ci vorrà un Matteo al top psicofisico per imporre le sue armi alla pericolosità del golden boy spagnolo. «Intanto – dice Matteo – ho recuperato completamente dal problema allo stomaco del primo turno, e mi sento molto meglio. Non è stato il miglior match della mia vita, ma sono soddisfatto di aver concesso cosi poco con il servizio» . Durante la sfida, in un accesso di rabbia, Berrettini se n’è uscito con la frase «non sono fatto per questo sport», dettata dalla rabbia del momento ma utile a scrollarlo: «Ogni tanto capita di darsi un po’ addosso, ma paradossalmente mi serve per trovare l’energia nervosa giusta». Soprattutto dopo una vigilia che ha stravolto tutti: «E’ strano non trovare Djokovic nel tabellone, e l’intera situazione è stata difficile per tutti. Il fatto che qui non ci sia il giocatore più forte del mondo è qualcosa dl diverso rispetto al solito. Ma io devo concentrarmi soltanto su Alcaraz. Averlo già affrontato mi può essere d’aiuto. Sarà un avversario caldissimo, fisicamente e soprattutto mentalmente è già molto maturo, è aggressivo e si muove bene, ma le caratteristiche di questo campo mi danno la possibilità di sfruttare le mie qualità, del resto si vive e ci si allena per giocare partite così, quindi sono pronto». *** Sembra quasi si siano letti nel pensiero: «Sarà una sfida eccitante – ammette Alcaraz – e non vedo l’ora di giocarla. Sono consapevole di affrontare un top player, il suo è uno dei servizi migliori del circuito e quindi sai già che ti metterà in difficoltà. E’ vero però che l’altra partita tra di noi l’ho vinta io, mi ricordo di essere stato molto aggressivo. Sarà fondamentale non permettere a Matteo di dominare il gioco e portarlo sul suo dritto. Da quel match sono cresciuto molto anche come esperienza». […]

Berrettini al bivio. C’è baby Nadal (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non è ancora una marcia in fa maggiore, quella di Matteo Berrettini a Melbourne. I problemi intestinali sofferti all’esordio contro Brandon Nakashima sono superati. «Stavolta tutto bene» ha scritto sull’obiettivo della telecamera dopo il 6-1 4-6 6-4 6-1 su Stefan Kozlov, classe 1998, qualche anno fa considerato la grande promessa del tennis USA. Una vittoria che lo lancia verso un terzo turno contro il diciottenne Carlos Alcaraz, il più giovane a debuttare come testa di serie in uno Slam dai tempi di Michael Chang nel 1990. I bookmakers danno sfavorito Berrettini, sconfitto dallo spagnolo l’autunno scorso a Vienna al tiebreak del terzo set. «Più affronto certi giocatori più li conosco. Alcaraz ha studiato me, io ho studiato lui. Qui per caratteristiche ambientali e di campo posso fare bene – ha detto l’azzurro -, Alcaraz è giovanissimo, ma fisicamente e soprattutto mentalmente sembra già molto maturo. Sono fiducioso, sarà importante far pesare la mia esperienza». RAGNO KOZLOV. Il piano sembrava ben avviato anche contro Kozlov, ma dopo aver vinto il primo set 6-1 Berrettini ha perso un po’ il filo della partita nel secondo set. A un certo punto, ha anche urlato di non essere fatto per questo sport. Non ha ancora perso del tutto l’abitudine di darsi addosso. Gli serve, ha spiegato, «a trovare l’energia nervosa giusta per reagire». Sostenuto dal servizio, ha chiuso con 21 ace e un’ottima resa con la prima, il numero 1 azzurro ha cambiato marcia nel terzo set poi ha beneficiato del calo fisico del rivale, che non aveva mai giocato un quarto set in carriera prima d’ora. «Ho completamente recuperato dal problema che ho avuto all’esordio – ha detto Berrettini -. Oggi non ho giocato il mio miglior match, ma Kozlov è come un ragno. Mi sono lasciato intrappolare nella sua ragnatela, poi però ho giocato sempre meglio e gli sono stato superiore dal punto di vista fisico». Dopo l’espulsione dall’Australia di Novak Djokovic, che l’aveva battuto negli ultimi tre Slam, Berrettini è la testa di serie più alta nel quarto più alto del main draw. «E’ strano non trovare Novak, l’intera situazione è stata difficile per tutti, lui per primo. II fatto che qui non ci sia il vincitore di tre degli ultimi quattro Major è qualcosa di diverso dal al solito. Ma io devo concentrarmi su Alcaraz, che è un ottimo giocatore». Alcaraz ha le idee chiare su quale potrà essere la chiave della partita. «Matteo è uno dei migliori battitori del circuito, è difficile leggere il suo servizio – ha detto dopo il successo sul serbo Dusan Lajovic -. A Vienna, ricordo che ho risposto davvero bene. È stata quella una delle principali ragioni della mia vittoria. Sarà fondamentale entrare in campo e attaccare, non lasciare che sia Matteo a dominare con il suo diritto. Di sicuro, sarà una partita divertente. Vediamo come andrà».

Pericolo Alcaraz (Daniele Azzolini, Tuttosport)

In un tennis a fumetti, i due che Matteo e Lorenzo hanno affrontato, farebbero la loro figura nei panni di Smarty, Greasy e Stupid, o Wheezy, le sciroccate faine del commando Morton che devono arrestare Roger Rabbit a Cartoonia. A Stefan Kozlov manca solo il berretto con l’elica. A Oscar Otte un’ombra che ne insegua, sbagliando direzione, i movimenti del corpo. Il commando precede l’ingresso in scena dei grandi cattivi, di cui Capitan Alcaraz assembla alcune delle caratteristiche più nocive, su tutte la mistica determinazione a liberarsi in ogni modo di qualsiasi possibile intralcio. Salvo ricordare che i buoni alla fine vincono, quasi sempre. Come non si sa. Del resto, neanche Berrettini e Sonego, al momento, ne hanno la benché minima idea. Se il problema è Carlitos Alcaraz, Berrettini ha tempo ventiquattro ore, nelle quali dovrà riposare, liberare il corpaccione dalle scorie di un match che sperava più breve e disporre uno straccio di tattica per opporsi al diciottenne spagnolo. Lo farà partendo dalle impressioni ricavate dal match di Vienna, nei quarti, lo scorso ottobre. Lì l’allievo di Juan Carlos Ferrero straripò un un primo set vorticoso. E’ questa una delle sue prerogative, dovuta in parte all’età che gli consente di non avvertire il peso dello stress o delle fatiche accumulate. Le quali, in effetti, manco ci sono, data la facilità con cui divelle gli avversari. In primo turno il povero Tabilo, stracciato manco fosse una T shirt infeltrita, ieri Dusan Lajovic, che con spirito patriottico si cinge di bandiere serbe e di dichiarazioni evitabili. «Ci penseremo noi, i suoi amici, a tenere alto il nome di Djokovic nel torneo, e a ricordare a tutti ciò che è successo». A Vienna Carlitos partì svelto, Berrettini scese in campo solo all’inizio del secondo set, ma riuscì a vincere il tie break e a portare il terzo al gioco decisivo. La vittoria se la prese Alcaraz, ma d’un soffio: «So bene come gioca, lo spagnolo. So che sarà una sfida zeppa di trappole, ma da giocare a viso aperto, e questi sono i match che mi piacciono di più. Credo che questa superficie mi favorisca, malgrado le magagne di questi giorni sento bene la palla, e i rimbalzi sono giusti per le mie caratteristiche». […]

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Sinner, buona la prima (Pierelli, Mastroluca, Azzolini). Maratona da favola, riecco l’Highlander (Pierelli)

La rassegna stampa di mercoledì 19 gennaio 2022

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Sinner crescente (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

L’Australia gli piace e le partenze a razzo di inizio stagione ormai sono una costante della giovane carriera di Jannik Sinner: nel 2021 vinse Melbourne 1, quest’anno non ha sbagliato un colpo in singolare nell’Atp Cup e ora sta cercando feeling anche con il primo Slam della stagione, dove al massimo ha raggiunto il secondo turno. Gli obiettivi del rosso di Sesto Pusteria sono immutati: giocare almeno 60 partite all’anno e fare il meglio possibile nei tornei più importanti, quelli che danno lustro alla carriera dei campioni. E per fare questo ha annunciato una sorpresa: allargherà il team, come rivelato da lui stesso dopo la travolgente vittoria in tre set contro il lucky loser portoghese Joao Sousa. «Come sapete – ha detto Sinner – da un po’ di tempo il mio team è composto da me e da altre tre persone: assieme all’allenatore Riccardo Piatti ci sono il fisioterapista Claudio Zimaglia e il preparatore Dalibor Sirola. A breve ci sarà un quinto componente, ma per adesso non posso dirvi altro». In attesa di sapere novità, si può ricordare come in passato, spesso, Riccardo Piatti abbia parlato di affiancare una figura di peso tipo quella di John McEnroe per permettere al suo pupillo di allargare gli orizzonti e assorbire insegnamenti che possono essere molto importanti. Staremo a vedere. Intanto Jannik parte nel migliore dei modi: Joao Sousa è spazzato via in tre comodi set, in poco più di due ore di gioco. Al prossimo turno l’altoatesino avrà l’americano Steve Johnson che ha già battuto a Roma 2019 e a Washington 2021. «Ricordo bene gli incontri con Johnson – ha detto Jannik -, in particolare quello del Foro Italico: ero sotto nel punteggio, facevo molta fatica, e il pubblico mi aiutò a tirarmi fuori dai guai e a vincere. In generale mi sento di essere la stessa persona di allora, anche se allo stesso tempo cresco, maturo, come ho fatto negli ultimi mesi. Mi chiedete del ranking e non posso certo dire che non mi interessi. Però non per il numerino di fianco al mio nome, ma perché la classifica è la diretta conseguenza dei risultati: ogni volta che vinci fai un piccolo passo in avanti. Ma non bisogna farsi abbagliare: certi obiettivi vanno valutati nel lungo periodo. So di avere tanto ancora da imparare. Penso al servizio, al gioco di volo, alla necessità di fare delle variazioni. Ci vuole quella pazienza che può essere la tua migliore amica o la tua peggiore nemica, a seconda dei momenti. Anche io sembro calmo, ma ogni tanto la fretta mi spinge a commettere degli errori, a perdere l’equilibrio del mio gioco. Io ho la fortuna di avere un team solido che mi aiuta a rimanere calmo». […]

Sinner vola sulle ali del vento (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Federico Zampaglione, il cantante dei Tiromancino, voleva imparare dal vento a respirare. Janník Sinner, invece, dal vento ha imparato che la velocità serve più della pazienza delle onde. Nella nuova Kia Arena l’altoatesino ha fatto tesoro del ricordo della sconfitta di due anni fa contro Marton Fucsovics. Il risultato è una netta vittoria sul lucky loser portoghese Joao Sousa. «Mi sono dovuto adattare in fretta alle nuove condizioni – ha detto -. Mi sono ricordato della partita che avevo perso due anni fa in condizioni ventose, e allora Fucsovics era stato bravo a comprendere la situazione andando spesso a rete per chiudere il punto. Così stavolta mi sono in un certo senso imposto di andare a giocare al volo più spesso del solito. Alla fine la tattica ha pagato». Il 6-4 7-5 6-1 vale al ventenne altoatesino la quarta vittoria consecutiva in questa trasferta australiana, iniziata con la presenza da secondo singolarista azzurro in ATP Cup, competizione a squadre in cui si è messo alla prova anche in doppio con Matteo Berrettini. I bookmaker gli danno più chances di conquistare il titolo a Melbourne di Berrettini e lo considerano, complessivamente, come il quinto favorito dopo Medvedev, Zverev, Nadal e Tsitsipas, facile vincitore ieri sullo svedese Mikael Ymer. Giovedì, il ventenne di Sesto Pusteria ritroverà Steve Johnson. Tre anni fa, agli Internazionali Bnl d’Italia a Roma, contro l’ex Top 20 festeggiò il primo successo in un Masters 1000 con sobrietà inattesa. Allora Jannik era poco più di un ragazzino alto e magro con una cascata di capelli rossi e tanta voglia di arrivare. «Ricordo bene il nostro match a Roma – ha detto in conferenza stampa Sinner -. Oggi sento di essere la stessa persona di allora. Ma allo stesso tempo cresco, maturo, l’ho fatto anche negli ultimi mesi. Non solo come giocatore ma anche nel privato. Quella partita al Foro Italico non me la scorderò mai: ero sotto nel punteggio, facevo fatica, ma il pubblico mi ha aiutato a tirarmi fuori e a vincere. Finora è senza dubbio uno dei momenti più belli della mia carriera».

Il certo e l’incerto (Daniele Azzolini, Tuttosport)

È lui il più bravo, diceva Jannik, ma a vederli oggi non si direbbe. Sinner e Musetti sembrano finiti in due zone opposte del tennis, lontanissime, agli antipodi. Non c’entrano le vittorie, la classifica. E nemmeno i risultati delle loro ultime fatiche nella notte australiana. Jannik aveva la strada spianata, un avversario a portata di racchetta, inferiore per tecnica e velocità dei colpi Musetti sapeva di avere un percorso in salita, che si sarebbe presto ridotto a un acciottolato stretto e scivoloso se non avesse imposto ad Alex de Minaur buoni diritti che gli vengono da una classe eccelsa. Sostenendoli però con il sudore di una prova vigorosa, pronto a sporcarsi le mani e a dare battaglia centimetro su centimetro. Ma così non è stato. La differenza la fa ciò che i due portano in campo, insieme con gli attrezzi del mestiere. Nel borsone di Sinner ci sono racchette e certezze. In quello di Musetti le certezze ci sono state, oggi regna la confusione che sul campo si traduce nel trambusto di un tennis che fa seguire ai colpi più spettacolari soluzioni che paiono tirate vie, senza un perché. Semola è un giovane vecchio, il suo team l’ha messo a parte di un progetto che lo porterà in alto per restarci a lungo, lui l’ha fatto suo e non deroga dagli schemi che ormai gli sono familiari. Ne ha dato prova anche ieri, dopo i tre set inflitti a Scusa. «Mi chiedete spesso della classifica, e sarebbe sciocco se vi rispondessi che non mi interessa. Mi interessa eccome, ma non tanto per il numero accanto al mio nome, quanto per essere la diretta conseguenza dei risultati che riesco a ottenere. Se vinco, salgo. Ma non mi faccio abbagliare. L’obiettivo è dato dall’evoluzione del gioco. Ci sono questioni tecniche da perfezionare. Tante. Servizio, gioco a volo, variazioni, rotazioni. Ci lavoriamo lutti i giorni, ma la conclusione è sempre la stessa: ho ancora molto da imparare. Ci vuole pazienza. C’è un team che mi aiuta a stare calmo. Ma a volte la fretta si fa strada, e allora avverto che l’equilibrio del mio gioco rischia di andare in frantumi». Musetti si stringe al primo set, giocato davvero molto bene, sebbene la magia si sia esaurita troppo presto per sperare di battere de Minaur. «Davanti al suo pubblico Alex è davvero un demonio. Sapevo che sarebbe stata dura, ma nel primo set mi riusciva tutto. Poi sono stato più discontinuo. Da domani si ricomincia, allenamento e lavoro». […]

 Maratona da favola, riecco l’Highlander: «Ho sofferto tanto» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

Il pensiero non può che tornare a tre anni fa, quando Andy Murray lasciò Melbourne in lacrime dopo la sconfitta al primo turno contro Bautista Augut. Quella avrebbe potuto essere l’ultima partita della sua carriera, il dolore all’anca destra era troppo forte per andare avanti: lo scozzese annunciò che si sarebbe fermato, non sapendo se sarebbe mai potuto tornare in campo. Invece, dopo gli interventi chirurgici a cui si è sottoposto, si e piano piano ricostruito, andando a giocare con umiltà anche i challenger (come ad esempio a Biella a febbraio), lui che e stato due volte oro olimpico nonché eroe di tre Slam. E ora eccolo qua, a 34 anni, capace di vincere al quinto set contro Basilashvili. Dopo una battaglia di 3 ore e 52 minuti nello Slam che lo ha visto cinque volte finalista ma sempre respinto all’ultimo metro: quattro volte da Novak Djokovic e una da Roger Federer. Per Murray si e trattato del primo successo agli Australian Open a distanza di cinque anni: ha saltato il 2018 e 2020 per infortunio e il 2021 per il Covid. Stavolta, da numero 113 del mondo, ha potuto beneficiare della wild card. E l’ha sfruttata nel migliore dei modi: adesso è ritornato virtualmente nei primi 100. «Tre anni fa, qui in pratica davo l’addio al tennis – ha detto lo scozzese dopo il match -, ma l’impressione che ho avuto è quella di non averlo mai abbandonato, anche se sono stato fermo tanto tempo. È stata dura. Ho capito che avrei potuto continuare a giocare verso la fine del 2019, durante I tornei in Asia. Ma il dolore all’anca mi condiziona ancora e so di non poter dare il massimo in tutti i tornei. La strada intrapresa è quella giusta, però è difficile pensare di tornare al livello di qualche anno fa». Adesso Andy avrà un possibile secondo turno contro Taro Daniel: se saltasse anche questo ostacolo potrebbe trovarsi di fronte Jannik Sinner, impegnato contro Steve Johnson. «Mi piacerebbe andare il più avanti possibile – ha aggiunto Murray – è qualcosa che negli Slam mi manca da tanto e che mi motiva. Qui comunque ho giocato alcuni dei miei match migliori e mi sento a mio agio. Quindi...».

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