La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

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La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

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Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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ATP

Una fermata ai box

Sulla scorta della legalizzazione del coaching, approvato in via sperimentale a partire da questa settimana, accendiamo i riflettori sul rapporto tra i campioni e i loro box

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Severin Luthi, Mirka Federer e Ivan Ljubicic nel box di Roger Federer - Australian Open 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Clicca qui per guardare il video intero!

Da lunedì scorso l’ATP ha finalmente aperto al coaching “libero”: durante il match ora assisteremo a un più scorrevole dialogo tra allenatore e giocatore, non più delegato a illegittime quanto smaccate gestualità, bensì sdoganato anche nella parte verbale, pur con persistenti limitazioni. In sintesi ora i due potranno parlarsi, e ciò aumenterà il già consolidato appeal del cosiddetto “box”, l’angolo di riferimento tecnico-affettivo dei tennisti. 

Per noi che non abbiamo più vent’anni salta all’occhio la progressiva attenzione che la televisione ha nel tempo dedicato a parenti e team degli atleti: i registi hanno via via capito che le smorfie di madri, fidanzate e fisioterapisti aggiungono spettacolo allo spettacolo e hanno infittito le inquadrature, in un’alternanza sempre più sinergica tra rettangolo di gioco e tribuna. Per carità, non che in passato le telecamere non indugiassero sul cipiglio avvocatizio del padre di McEnroe, sull’impassibilità marmorea di Lennart Bergelin, il coach-mentore di Borg, o sull’avvenenza discussa di quella Patti McGuire che Jimbo Connors strappò alle copertine di Playboy. Ma erano immagini di corredo, occasionali, varianti frivole sul tema dominante e serissimo degli scambi tra i giocatori. Oggi le frequenti zoomate sui volti preoccupati o raggianti o distesi dei familiari rappresentano una tessera irrinunciabile dell’articolato mosaico televisivo tennistico, un contraltare efficacissimo a stemperare e insieme esaltare l’agonismo esasperato del campo.

 

Cosa sarebbero le imprese dei Big 3 senza il riverbero dell’esultanza sugli spalti dei loro cari? Mere vittorie sportive, gloriose ma prive di narrazione, dell’epos che solo l’occhio prensile del grande fratello sa regalare. Prendiamo l’angolo di Rafa: è come tornare alla Sicilia prerisorgimentale, uomini e donne rigorosamente separati, da una parte i mille fratelli Nadal convinti di governare, dall’altra il gineceo composto da madre, sorella e moglie, che gestendo il focolare domestico, e i tic dell’amato figlio, fratello e sposo, finisce per contare assai più dei pur potenti viceré spagnoli – recuperate online la bellissima foto di Xisca che accarezza Rafa negli spogliatoi dopo l’ennesimo trionfo a Parigi e capirete cosa intendo. 

Meno folcloristica ma altrettanto compatta e determinante la famiglia Federer. Al compassato aplomb borghese dei genitori Robert e Lynette, irreprensibili nei loro colori pastello, fa da contrappunto il piglio di Miroslava Vavrinec, detta Mirka, la moglie-balia di Roger, la sua prima tifosa, disposta anche a oltrepassare i confini non scritti del bon ton elvetico per agevolare la vittoria del marito – chiedere a Wawrinka di quel “piagnone” urlatogli dalla signora Federer al Master 2014. È lei la vera mental coach di Roger, altro che Lüthi o Ljubicic, e le telecamere lo sanno.

Diverso il caso dei Djokovic. Spesso presenti sugli spalti, soprattutto negli Slam, papà Srdjan e mamma Dijana mediaticamente spaccano, non tanto per il look da pizzaioli balcanici il cui primogenito ha fatto i soldi – non me ne vogliano i pizzaioli e i balcanici, ma al cospetto degli altri genitori VIP i due paiono ogni volta seguire le istruzioni sconsolate di una sartoria – quanto per la grana della loro partigianeria estrema, espressa in realtà più nelle conferenze stampa deliranti che sulle poltroncine dei box, dove invece risaltano i cappellini di paglia e gli ombrellini da sole di Jelena, madame Nole, appena uscita da un quadro di Renoir. Utilissimi al racconto televisivo, rimane forte il dubbio che i Djokovic lo siano anche in relazione ai successi del figlio, che anzi sembra sovente combattere contro due fuochi, quello nemico degli avversari e quello amico della famiglia. 

A causa del fisiologico appannarsi dei mostri sacri – se è consentito parlare di appannamento per coloro che hanno vinto sei degli ultimi sette Slam – da qualche tempo sono saliti alla ribalta i clan della ex next-gen. Tralasciamo i dolori del giovane Zverev, il gelo di casa Ruud, i pupazzetti parlanti di mamma Shapovalov e concentriamoci sui due personaggi più interessanti.

Molti lo chiamano Madman, per la natura diciamo imprevedibile. Ora che vive il paradosso di occupare il n.1 del ranking senza aver vinto un torneo da Us Open 2021 – cinque finali perse su cinque – la sua bizzarria elettrica, perfino attrattiva in un’epoca di deprimente anonimato tennistico, è purtroppo sporcata da un crescente e molesto nervosismo. Stiamo parlando naturalmente di Daniil Medvedev da Mosca: quel Medvedev che un mesetto fa ad Halle ha pesantemente insultato il coach Gilles Cervara provocandone l’uscita dal campo – agli occhi del russo Cervara sarà stato l’unico colpevole della scarsa competitività nei confronti di Hurkacz, fin lì, e fino alla vittoria finale, decisamente superiore. Daniil si è poi scusato, ma non con Cervara, con la moglie Daria, la cui mimica facciale raccontava di un mal dissimulato fastidio verso le intemperanze del marito.

Clicca qui per leggere la classifica ATP aggiornata al 25 luglio 2022!

Distante nell’aspetto e nello spirito, Tsitsipas emula Medvedev nella tendenza a eleggere il parentame quale capro espiatorio per l’insoddisfacente rendimento sul campo. Il ruolo di parafulmine è impersonato soprattutto da papà Apostolos, altrimenti detto il re del coaching furtivo: ecco, la neonata possibilità di colloquiare senza punizioni col figliolo ci priverà dei suoi show, fatti di alfabeto muto, sgranchimenti improvvisi, sguardi da scopone scientifico; guadagneremo però in trasparenza e buon senso, ché fanno davvero specie i warning e le multe per uno “Stefanos, scendi a rete” smozzicato tra i denti. E comunque rimarranno le gustosissime gag tra Apostolos e Julia, siparietti coniugali degni di Casa Vianello: Stefanos sbaglia un rovescio? Julia chiude gli occhi, arriccia la bocca, gira la testa verso Apostolos e, senza guardarlo, gli dice qualcosa che ha il sapore di un nefasto oracolo greco. Stefanos conquista un set? Julia chiude gli occhi, arriccia la bocca, gira la testa verso Apostolos, stavolta tace, riapre gli occhi e fa il pugnetto al figlio. Figlio che recentemente ha virato dal machismo omerico alla teatralità delle farse di Aristofane, tutto ghigni sarcastici, linguacce e monologhi peripatetici.

Tra i nati dopo il 2000, la nuova next gen, affascinano gli entourages di Alcaraz e Rune. Il primo ha in coach Ferrerouna sorta di dr. Frankenstein la cui creatura sta sfuggendo di mano al creatore. C’è ancora molto compiacimento, lo si vede bene quando il pupillo gioca e vince facile: Mosquito e il suo sosia Juanjo Moreno – fisio di Carlitos – abbozzano un sorrisetto di gradimento non troppo sorpreso, come a dire, che fiuto abbiamo avuto a vedere nel ragazzino un fuoriclasse. Ma c’è anche una sorta di turbamento, come a dire, quando Carlos capirà che ha tutto per gestirsi da solo e si prenderà pure una laurea in medicina per cucirsi le ferite come Rambo, a tutti noi ci licenzierà all’istante.

Rune ha la fortuna-sventura di avere la mamma coach, donna peraltro gradevolissima e misuratissima, come schiatta danese impone. Il diciannovenne Holger le si scaglia addosso ad ogni gratuito per poi accucciolarsi sotto la sua ala a fine match nella più trita rappresentazione freudiana del conflitto madre-figlio: dal ranking in ascesa la messinscena psicanalitica però pare funzioni.

Guardiamoci in casa adesso. Chi più chi meno, anche in base alle diverse latitudini, i nostri corazzieri interagiscono volentieri con le anime in subbuglio appese qualche gradino più su. Berrettini, per esempio, si porta ovunque dietro l’intera stirpe, avesse un criceto o un pesce rosso ci sarebbero pure loro ad applaudirlo. Al martello romano evidentemente piace quel clima da domenica al mare che si riflette nell’allegria da famiglia Bradford di madre, padre e fratello: che il congiunto vinca o perda, loro sorridono, come se stare lì fosse ogni volta un regalo inaspettato. Questa spensieratezza è la loro forza, trasmette a Matteo altrettanta forza che va a mescolarsi con la sapiente guida tecnica di coach Santopadre, ecco lui magari un po’ meno rilassato degli altri in tribuna. 

Lo staff di Sinner è decisamente più congelato, forse in ossequio alle sue radici sudtirolesi. Partito Piatti e in attesa di vagliare Cahill, per ora emerge l’ombrosità in corso di partita di Vagnozzi che lo apparenta al pessimismo cosmico del conterraneo Leopardi; pessimismo subito abbandonato al “game, set and match” per il rosso della Val Pusteria – perché in fondo è dolce naufragare se quel mare si chiama Jannik.

Musetti si è circondato di persone brave e competenti, si vede, però Tartarini, che isolato dal contesto ricorda i latinlover anni Settanta della riviera romagnola, affiancato al preparatore Petrignani fa molto Soprano, con la Polo al posto del gessato. Con lui Muso ha un rapporto di scambio continuo, di occhiate, dritte, incoraggiamenti, è comprensibile vista la lunga collaborazione però, forse, eccessivo: Lorenzo avrebbe bisogno di affrancarsi dalla sua protezione emotiva, di camminare sulle proprie gambe, altrimenti quel terzo maledetto set con serbi e greci non lo porterà mai a casa. 

E poi ci sono Sonego e Gipo Arbino, il mio preferito, l’unico coach che sembra appena rientrato da una battuta di pesca, pronto per il cicchetto al bar. Me lo ricordo bene l’anno scorso a Roma, quando il suo ragazzo, quello cui ha messo la racchetta in mano, stava toreando Djokovic. Arbino aveva gli occhi umidi e a Sonny urlava “Sei un leone!”. Difficile non avere in simpatia Lorenzo ma Gipo gli vuole proprio bene, come un padre, più di un padre. E se pure il ranking dovesse calare ancora, al ragazzone di Torino questo basta e avanza. 

Menzione a parte, in realtà meriterebbero un intero articolo o perfino un libro, per la coppia Camila-Sergio, in arte i Giorgi – e così allontaniamo pure eventuali accuse di misoginia a parlare sempre e solo dei maschietti. Confesso la mia incapacità di decifrarli: a prenderli separatamente sono entrambi libri aperti, Camila fragile e testarda, Sergio inquieto e polemico. È il loro rapporto a sfuggirmi. Al di là del naturale attaccamento padre-figlia, cosa porta una giocatrice ad affidarsi ancora a un coach per il quale ogni punto implica il rischio di un ictus? Lo avete presente Sergio Giorgi, l’uomo che mica si mangia le unghie, se le strappa, l’uomo che gira la testa sui matchpoint, che parla da solo, che frigge sulla sedia, nemmeno fosse quella elettrica. Camila ha le sue colpe ma con un padre-coach tanto instabile e ansiogeno aver vinto il poco che ha vinto è già un miracolo. 

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