Nei dintorni di Djokovic: i Sabanov Twins, una favola “jugoslava”

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Nei dintorni di Djokovic: i Sabanov Twins, una favola “jugoslava”

Cresciuti in Serbia, trasferitisi in Croazia a 15 anni (“Non siamo serbi o croati, ma un mix”), dall’anno scorso si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. Dove in aprile, da wild card, i gemelli Matej e Ivan Sabanov hanno vinto il loro primo titolo ATP in doppio. A 28 anni, dopo tanto impegno e tanti sacrifici. “Ma questa vittoria ci ripaga di tutto”

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Ivan e Matej Sabanov - ATP Belgrado (foto: Marko Djokovic/Starsport©)

Sebbene la disciplina del doppio non riscuota ormai da tempo l’attenzione e l’interesse che gli appassionati e gli addetti ai lavori riservano al singolare, lo scorso aprile ha comunque destato grande sorpresa e curiosità la vittoria nel torneo ATP di Belgrado dei fratelli Matej e Ivan Sabanov. Nomi pressoché sconosciuti a tutti coloro che non hanno una particolare predilezione per i doppi a livello Challenger o il tennis balcanico, i 28enni gemelli Matej e Ivan – ad inizio torneo appaiati al n. 169 e fino ad allora con un best ranking di n. 154 della classifica ATP di doppio – erano entrati nel tabellone principale del Serbia Open grazie la wild card ottenuta per intercessione di Novak Djokovic, in considerazione del fatto che dallo scorso anno i due si allenano presso l’Accademia del n. 1 del mondo a Belgrado. Ovvero proprio su quei campi dove hanno trionfato alla loro quinta partecipazione in un torneo del circuito maggiore, battendo in finale per 6-3 7-6 la coppia uruguaiano-ecuadoregna composta da Ariel Behar e Gonzalo Escobar, top 50 nella classifica ATP e attualmente al settimo posto nella Race di doppio.

E così, tra quello che sapevamo di loro prima e quello che abbiamo scoperto grazie alle loro risposte nella conferenza stampa post-finale, in primis alle domande del Direttore Scanagatta, è venuta fuori una bella storia da raccontare. Una storia di passione, impegno e sacrifici. Passione per il tennis, impegno e sacrifici per raggiungere il loro obiettivo: diventare dei tennisti professionisti. “Questa vittoria ci ripaga di tutto“ hanno ribadito più volte Matej e Ivan, quasi increduli, durante la conferenza stampa. Raccontiamo un po’ di questo “tutto”, partendo dall’inizio.

DA SUBOTICA AD OSIJEK E LA RINUNCIA AL SOGNO AMERICANO

Matej e Ivan iniziano a giocare da piccoli a Subotica, la cittadina di circa 100.000 abitanti della provincia autonoma serba della Vojvodina, a pochi chilometri dall’Ungheria, dove sono nati. Merito del nonno, che nel giardino della casa di famiglia realizza un campo da tennis dove Matej e Ivan, insieme agli altri due fratelli Aleksandar e Nikola, passano le ore a sfidarsi. A quindici anni per i gemelli Sabanov arriva un grande cambiamento: devono trasferirsi (“Era un periodo economicamente difficile” ricordano) e dalla Serbia si spostano in Croazia, ad Osijek, dove la mamma, professoressa di latino e greco, insegnava alle superiori.

Se dal punto di vista personale sarà stato verosimilmente difficile lasciare la città dove sono cresciuti e gli amici di infanzia, dal punto di vista tennistico il trasferimento rappresenta invece un bel passo in avanti, dato che le condizioni per allenarsi ad Osijek sono indubbiamente migliori. Basta evidenziare il fatto che mentre a Subotica non c’erano campi coperti, nel capoluogo della regione della Slavonia – dove è stato plasmato il talento di una top 40 WTA come Donna Vekic – i gemellini possono allenarsi ogni giorno, anche d’inverno.

Hrvatska braća Bryan pokorila Beograd za prvi ATP naslov! | 24sata
Matej e Ivan al Tennis Club Osijek nel 2019 (foto: Dubravka Petric/PIXSELL)

Qualche anno dopo, terminate le superiori, Matej e Ivan si trovano a dover prendere delle decisioni importanti. Hanno già iniziato da un paio d’anni a giocare nei Futures, ma considerato che la famiglia non naviga certo nell’oro, l’unica strada per continuare a giocare e a migliorare pare quella di trasferirsi negli Stati Uniti, dove grazie ad una borsa di studio potrebbero far conciliare lo studio universitario ed il tennis. Una decisione che sembra ormai definitiva: gli accordi erano stati trovati, i documenti erano a posto, avevano già i biglietti per l’aereo. Ma… C’era un ma. Anzi più d’uno.

A partire dal fatto che per la prima volta nella vita i gemelli avrebbero dovuto separarsi, dato che erano stati accettati in due college diversi, uno in California e l’altro in Mississipi. E che le loro borse di studio non erano “Full Ride”, con costi cioè totalmente a carico delle Università, ma erano parziali, e quindi la permanenza negli Stati Uniti avrebbe comportato comunque un impegno economico da parte dei loro genitori. Ma soprattutto perché il loro sogno era diventare dei tennisti professionisti. “Passavamo le notti a guardare i video, a vedere le partite dei grandi campioni come Novak, Roger e Rafa. Volevamo diventare come loro, diventare dei professionisti. E così abbiamo rinunciato il giorno prima di partire”.

 

CHE L’AVVENTURA ABBIA INIZIO

Inizia così il percorso nel tennis professionistico dei gemelli Sabanov – difficilmente riconoscibili fuori dal campo, se non perché Matej è alto un centimetro in più, mentre in campo è più facile distinguerli perché Matej gioca il rovescio a due mani e invece Ivan con una sola – e come potrete immaginare, considerato che non si tratta di due predestinati (i primi punti ATP, in singolare, arriveranno a 19 anni suonati), non è certo uno dei percorsi più semplici. A confermarlo, i tantissimi aneddoti che li hanno visti protagonisti. A partire da quello per finanziare una tournée in Sudamerica. “Non avevamo i soldi per affrontare la trasferta. Chiedemmo un prestito in banca, ma non avendo un lavoro non ci fu concesso. Ci aiutò una zia, sorella di nostra madre, che lavorando lo ottenne e ci diede i soldi”.

Un investimento che però nel breve periodo non si rivela fruttuoso, dato che i gemelli nel bel mezzo della tournée, dopo una sconfitta al secondo turno in un torneo a Rio De Janeiro, si ritrovano senza nemmeno i soldi necessari per tornare a casa. “In quel momento ci sembrò la fine del mondo, credevamo saremmo morti lì”. Invece tutto finisce per il meglio e i due riescono a rientrare in Europa, continuando a inseguire i loro sogni. Per riuscire ad auto-finanziarsi i due fratelli le escogitano proprio tutte: dalle più ovvie, come il dormire insieme in camera condividendo il letto (“Siamo nati insieme, per noi è naturale”), a quelle meno scontate, come il dormire in auto quando i soldi per quella camera non c’erano proprio (“Abbiamo sofferto anche il freddo, ma non ci siamo arresi”).

O come il girare per tornei con la macchina incordatrice per incordare le racchette degli altri giocatori (“Chiedevamo cinque euro invece del prezzo standard di dieci euro, quindi tutti venivano da noi”) e partecipare ai campionati a squadre in giro per l’Europa che pagavano il gettone di presenza (“Andavamo a giocare dovunque, in Germania, Francia, Italia e Ungheria, viaggiavamo di notte e dormivamo in macchina pur di guadagnare qualcosa”). Riuscendo così anche a restituire i soldi alla zia, come hanno confermato su esplicita domanda del Direttore. “Sì, ci abbiamo messo un paio d’anni, ma il prestito l’abbiamo ripagato”.

I fratelli Sabanov al Challenger di Ortisei nel 2015 (fonte: tennis-valgardena.com)

SI FA SUL SERIO. MA CON IL “PEZZO DI CARTA” IN MANO

I fratelloni cominciano a farsi notare in doppio a livello ITF tra il 2013 ed il 2014, arrivando tantissime volte in finale e in semifinale. Anche qui, spulciando tra i loro risultati sul sito ATP, saltano fuori diverse curiosità. Come quella che il primo torneo ITF di doppio non lo vinsero in coppia, ma Matej lo conquistò nel 2012 insieme al tennista serbo Ivan Bjelica, che dallo scorso anno è diventato loro allenatore (insieme al loro fratello maggiore Aleksandar), da quando cioè si allenano all’Accademia di Djokovic a Belgrado. E che lo stesso Matej nel 2013 perse in finale in due tornei ITF di fila in Serbia, il primo insieme a Bjelica e il secondo con Ivan (inteso come suo fratello: certo che ci mancava solo il compagno di doppio con lo stesso nome di battesimo del gemello in questa storia, ndr), sconfitto dall’inglese Matthew Shore che nel primo torneo fece coppia con Marko Djokovic e nel secondo con Djordje Djokovic, i due fratelli di Novak, quest’ultimo direttore del Serbia Open (e il primo autore della foto iniziale dell’articolo, ndr).

La prima vittoria firmata Sabanov/Sabanov giunge nel luglio 2014 alla settima finale ITF insieme, sempre in Serbia, ma il primo vero salto di livello arriva circa quattro anni dopo, con l’approdo in pianta stabile nel circuito Challenger. A onor del vero i primi risultati nei Challenger erano già arrivati nel 2015, con tre semifinali in Italia (Cortina, Como, Ortisei), ma a partire dalla seconda metà del 2016 (dopo altre due semifinali) i due non erano stati in grado di confermarsi a quel livello, anche perché in quel periodo avevano deciso di focalizzarsi anche su qualcos’altro oltre al tennis.

Perché i gemelli volevano continuare ad inseguire il loro sogno, supportati in ogni modo possibile dai genitori – cosa non mancheranno di ricordare, ringraziandoli, nelle dichiarazioni subito dopo la vittoria belgradese – ma avevano comunque la testa sulle spalle e capivano che c’era da pensare anche al futuro. Tanto che tra un torneo e l’altro (in prevalenza nuovamente a livello ITF, che comportavano trasferte meno lunghe) riuscivano a completare ii ciclo di studi e a conseguire la laurea triennale alla Facoltà di Economia di Subotica, dove nel frattempo erano tornati a vivere. Ma a fine 2017, ottenuto il “pezzo di carta” e dopo che i sette tornei vinti nel corso della stagione – tra i quali quello a Lagos, in Nigeria, battendo un’altra coppia di gemelli, gli indiani Chandril e Lakshit Sood – avevano confermato che ormai il circuito Future stava loro stretto, arriva la prima finale Challenger a Bangalore, in India.

Ivan e Matej Sabanov com Chandril e Lakshit Sood | Raquetc
Con i gemelli Sood al Future di Lagos nel 2017 (fonte: Internet)

È un momento di svolta, anche economica. “Diciamo che da quel momento non abbiamo più perso soldi, dato che nei Challenger l’albergo è pagato dal torneo e quindi quello che guadagniamo possiamo investirlo per il torneo successivo”. Insomma, niente più notti passate a viaggiare e dormire in auto. Sebbene anche la vita dei doppisti Challenger riservi le sue sorprese, sia chiaro. Come quando in Brasile, a causa di un temporale, il loro match fu spostato in un tennis club vicino ad una foresta e sul campo arrivò ogni tipo di animale, comprese delle scimmie che si misero a rubare le palline!

Quello è anche il periodo in cui decidono di dedicarsi pressoché esclusivamente al doppio, considerato il fatto che la classifica di doppio consentiva loro di accedere ai tornei Challenger, mentre quella in singolare li relegava ancora a livello Future. E questo nonostante il fatto che qualche soddisfazione erano stati in grado di togliersela anche scendendo in campo da soli. Matej, ad esempio, nel 2014 vinse un Future in Serbia battendo in semifinale un 19enne Laslo Djere e ancora nel 2017, in un Future in Ungheria, si arrese solo al terzo ad Attila Balasz, ai tempi già in zona top 200 e due anni dopo finalista all’ATP di Umago. Ma allenandosi spesso con giocatori come Krajinovic e Lajovic, i gemelli di Subotica confermano quella che spesso viene indicata come la differenza principale tra un professionista tra i primi 100-200 del mondo e un giocatore relegato nelle retrovie della classifica: non le qualità tecniche in sé, ma la capacità di esprimerle in maniera continuativa giocando costantemente ad un certo livello. Cosa che invece a loro in singolare riusciva solo in saltuariamente.

DAI BAGEL “SLAM” AL TRIONFO DI BELGRADO. CON L’AIUTO DI MIKE E NOLE

Dopo la finale in India i Sabanov devono però attendere un anno e mezzo abbondante e ben ventuno tornei, in giro tra Asia ed Europa, per imporsi per la prima volta in un torneo del circuito cadetto, a San Benedetto del Tronto nel luglio 2019 (la settimana dopo, vincendo a Pontedera, arriveranno a quota 23 a livello Future). E chissà se per riuscirci un’ulteriore spinta motivazionale, magari inconscia, non sia arrivata da quello che avevano visto accadere al Roland Garros poche settimane prima, dove ad imporsi era stata la coppia tedesca Krawietz/Mies, che i gemelli di Subotica avevano clamorosamente sconfitto per 6-0 6-0 appena nove mesi prima, nei quarti del Challenger di Banja Luka.

In un’intervista di qualche tempo fa, infatti, pur sottolineando con grande onestà che si trattò di un evento del tutto fortuito e fortunoso (“A noi quel giorno in campo riusciva veramente tutto, mentre loro si innervosirono subito per alcuni errori, e così è andata come è andata. Ma la settimana prima avevano vinto un Challenger molto forte a Genova e la settimana dopo ne vinsero subito un altro in Romania), Matej ed Ivan avevano ammesso che la cosa non gli era stata indifferente (“Dopo averli visti vincere a Parigi, quella notte non dormimmo, ci ritrovammo a passeggiare e a farci tante domande, a chiederci se eravamo normali…”).

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La vittoria al Challenger di San Benedetto nel 2019 (fonte: Twitter)

Sta di fatto prima della fine dell’anno conquistano altre due finali Challenger e ancora un’altra ad inizio 2020, poco prima che la pandemia congeli il tennis e le vite di tutti. Risultati che permettono a Matej e Ivan di entrare definitivamente tra i top 200 in doppio, livello che avevano raggiunto solo per qualche settimana un paio d’anni prima, dopo la finale di Bangalore.

Ed ecco che i primi sogni cominciano a realizzarsi. Come quello di incontrare i propri idoli, i leggendari fratelli Bryan, ai quali i fratelli di Subotica devono il loro soprannome, i “Bryan croati”, coniato dai soci del Tennis Club Osijek che vedevano giocare tutti i giorni questi due promettenti gemelli adolescenti. O quantomeno incontrarne uno, Mike, il recordman assoluto di titoli Slam in doppio, diciotto, dato che ai sedici vinti con il gemello Bob tra il 2003 ed il 2014 ne ha aggiunti due in coppia con Jack Sock nel 2018, quando Bob dovette fermarsi per l’infortunio all’anca.

Da quando abbiamo iniziato a giocare il doppio assieme, i Bryan sono stati il nostro punto di riferimento, i nostri idoli. E abbiamo sempre avuto il desiderio di conoscerli. Ci siamo riusciti lo scorso anno con Mike. La moglie di Mike è slovacca ed il manager dei Bryan ci ha organizzato uno stage in Slovacchia, dove abbiamo avuto l’opportunità di allenarci con lui per una settimana. Ci ha dato moltissimi consigli e ha detto che abbiamo un buon potenziale. Che dovevamo continuare a lavorare sodo e avremmo avuto la nostra occasione. Ed è accaduto qui a Belgrado”.

O quello di venir invitati ad allenarsi alla sua Accademia proprio da uno di quei campioni di cui da ragazzini cercavano di rubare i segreti guardando ore e ore di video, Novak Djokovic. “Abbiamo conosciuto Djokovic lo scorso anno al torneo di Vienna, e ci ha invitato a venire ad allenarci qui, nel suo club a Belgrado, dove le condizioni sono fantastiche e abbiamo potuto allenarci intensamente tutto l’inverno. Siamo veramente grati a Nole”.

PER SEMPRE FRATELLI. CHE SOGNANO INSIEME

Certo di strada da fare ce n’è ancora, se consideriamo che i due non solo non hanno uno sponsor per l’abbigliamento tecnico, come hanno spiegato al Direttore che aveva fatto una domanda al riguardo (“Abbiamo un po’ di materiale tecnico della Fila solo perché ce li manda un manager dalla Germania, ma a titolo personale”), ma addirittura neanche per le racchette (“In Croazia ed in Serbia non è facile ottenere un contratto di sponsorizzazione”), tanto che giocano uno con le vecchie racchette di Krajinovic, l’altro con quelle di Djere, di cui sono buoni amici oltre che compagni di allenamento a Belgrado.

Alla scherzosa considerazione di Ubaldo che magari potevano chiedere a Djokovic anche qualche racchetta, dato che molto probabilmente ne ha a disposizione un numero maggiore rispetto ai suoi due connazionali, Matej ed Ivan hanno risposto sorridendo che non era il caso, poiché quasi sicuramente erano troppo pesanti per loro. In effetti, difficile dare loro torto: le Speed Pro di Nole, 350 grammi abbondanti incordate, risulterebbero verosimilmente poco maneggevoli per due doppisti, oltretutto non particolarmente potenti dal punto di vista fisico (1,80 per 74 kg).

Non poteva ovviamente mancare una domanda sul fatto che la loro vita e la loro carriera sono caratterizzate anche dall’aver fatto la spola tra Serbia e Croazia. La loro risposta sembra un tuffo in un passato non tanto remoto, quando popoli che poi una guerra sanguinosa avrebbe diviso si ritenevano fratelli. “Siamo nati in Serbia, abbiamo vissuto in Croazia ed ora siamo tornati in Serbia. Nostro padre è croato, nostra madre è serba. Noi siamo un mix e ci piace che sia così. Non ci piace essere identificati specificatamente come croati o come serbi. Siamo tutti uno stesso popolo, non vediamo delle differenze.”

Ma Matej e Ivan fratelli lo sono e lo saranno per sempre. Uniti non solo dal profondo e speciale legame che si instaura tra due gemelli, ma anche da quegli obiettivi che vogliono raggiungere insieme su un campo da tennis. Di tempo ce n’è, come ha fatto notare loro il Direttore nella sua ultima domanda, dato che la carriera dei doppisti di alto livello al giorno d’oggi può durare fino ai quarant’anni ed anche oltre. E la sensazione è che la vittoria al Serbia Open sia solo l’inizio della favola dei Sabanov Twins.

Ivan Sabanov, Matej Sabanov
La gioia dopo la vittoria a Belgrado (foto: Starsport©)

I “Bryan croati” – che forse a questo punto sarebbe più giusto chiamare serbo-croati o, con un termine proveniente da quel passato che non esiste più, jugoslavi – hanno ancora tanti sogni da realizzare su quel campo da gioco che hanno iniziato a calpestare più di vent’anni fa, nel giardino della loro casa di Subotica. “A parte il montepremi e i punti” – rispettivamente quasi 35.000 euro, cifra pari più o meno a quella che avevano vinto complessivamente nel loro miglior biennio finora (2018-2019), e 250 punti, grazie ai quali sono arrivati tra i primi 150 doppisti al mondo e al best ranking di n. 122 – “la vittoria di Belgrado ci dimostra che abbiamo raggiunto un buon livello di gioco. Avevamo già ottenuto delle belle vittorie contro coppie di alto livello, come quella contro Krawietz e Mies, e contro altre coppie vincitrici di tornei ATP. Dovevamo essere pazienti ed aspettare il nostro momento. Ora che è arrivato, dobbiamo continuare a lavorare duro, a migliorarci. Vogliamo giocare i tornei del Grande Slam: il nostro obiettivo è quello di giocare sul campo centrale dei più grandi tornei del mondo. È quello che abbiamo sognato tutta la vita e non ci fermeremo adesso. Questa vittoria è la dimostrazione che il lavoro duro paga.”

Continuate a sognare, Matej e Ivan. Non saremo di certo noi a svegliarvi. Soprattutto ora, che non dovete più dormire più in macchina…

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WTA Portorose: una grande Jasmine Paolini conquista il suo primo titolo

L’azzurra si libera in fretta dell’emozione per la sua prima finale e supera Alison Riske rimontando due break di svantaggio nel primo set. Sarà n. 64 del mondo

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Jasmine Paolini - 2021 US Open (Manuela Davies/USTA)

J. Paolini b. [3] A. Riske 7-6(4) 6-2

Alla sua prima finale del Tour maggiore, Jasmine Paolini parte contratta ma poi doma l’emozione e l’avversaria, imponendosi in due set sulla n. 3 del seeding Alison Riske, lei invece per la decima volta all’atto conclusivo di un torneo, per quanto solo in due occasioni sia riuscita ad alzare il trofeo. Il WTA 250 di Portorose si conclude così nel migliore dei modi per l’allieva di Renzo Furlan, giunta in finale superando le più quotate Yastremska, Cirstea e Putintseva, oltre che Kalinskaya, per un titolo che lunedì le varrà il nuovo best ranking al 64° posto.

Un incontro iniziato sentendo la pressione per Jasmine che ha ritrovato il suo miglior tennis quando il primo parziale sembrava ormai compromesso dal 2-5 pesante. Lì è iniziata la rimonta che si sarebbe fatta sentire nella testa di Alison nel secondo set. Un trionfo che conferma i progressi compiuti e la sempre maggiore consapevolezza nei propri mezzi. Una nota positiva, nonostante la sconfitta, anche per Riske, che in questa settimana slovena è tornata a vincere due incontri di fila dall’Australian Open 2020, dopo aver patito le conseguenze di una fascite plantare; ora, pienamente recuperata dal punto di vista fisico, sta rimettendo insieme il gioco che l’aveva portata al n. 18 WTA alla fine del 2019.

 

IL MATCH – La pioggia ritarda l’ingresso in campo delle giocatrici di quasi due ore e mezza rispetto alle ore 17 originariamente previste. C’è però giusto il tempo per un paio di minuti di palleggio preliminare perché Jasmine fa notare che almeno la sua metà campo presenta ancora zone bagnate e quindi pericolose. Un’altra mezz’ora se ne va e finalmente si comincia con Paolini che ha scelto di servire. Entrambe commettono alcuni errori di troppo che si traducono in tre break, finché Riske tiene, subito imitata da Jasmine grazie anche ai primi punti diretti portati dalla battuta – fondamentale in cui la 175 cm da Pittsburgh è superiore. Spinge affidandosi alle sue solite traiettorie relativamente piatte, Alison, che si produce in un paio di buone chiusure a rete ma anche in altrettanti attacchi pentiti, forse preoccupata della velocità dell’azzurra che ha già sfoderato un bel passante in corsa. Ancora contratta e non del tutto lucida, tuttavia, Paolini cede un altro turno di servizio mandando l’altra a servire sul 5-2.

Sarà la situazione di punteggio disperata, sarà la voglia di giocarsi davvero la sua prima finale, ma Jasmine entra finalmente in partita, mette a segno dieci punti consecutivi e, con il livello del match che si alza offrendo scambi intensi e spettacolari, prima pareggia e poi sorpassa, costringendo l’avversaria a servire per riparare al tie-break, compito che porta a termine nonostante l’iniziale 0-30. I colpi azzurri hanno cominciato a girare e il dritto, nonostante qualche imperfezione, mette la necessaria pressione alla terza testa di serie che si ritrova sotto di due mini-break dopo un punto perso sulla diagonale sinistra e uno smash fuori misura. Riske approfitta con coraggio di due scambi giocati in maniera troppo conservativa dalla venticinquenne toscana, ma un suo errore bimane manda Paolini a set point, immediatamente trasformato grazie all’errore al volo statunitense al termine di uno scambio tiratissimo in cui la nostra ha dato veramente tutto.

MTO per un massaggio alla coscia sinistra di Jasmine che ricomincia da dove aveva lasciato, vale a dire spingendo con il dritto e trovando anche ottime soluzioni con il rovescio che valgono il 2-0, mentre le statistiche mostrano il saldo vincenti-gratuiti ampiamente negativo, eppure la sfida risulta assolutamente godibile. Dal canto suo, Alison si fa vedere a rete e incide con il bimane lungolinea, ma è troppo incostante e il pareggio subito agguantato svanisce in un battito d’ali di farfalla. Vola, Paolini, e adesso tocca a lei servire sul 5-2, opportunità che non si lascia sfuggire e chiude al primo match point con un pesante dritto inside-in.

Due vittorie di fila sul cemento in un main draw WTA le aveva centrate una sola volta in carriera prima di questa settimana, al Gippsland Trophy che ha preceduto l’Australian Open. Il WTA 250 australiano era stato anche l’unico torneo assieme a Guangzhou 2019 nel quale Jasmine fosse riuscita a battere una top 50 sul duro; qui a Portorose si è spinta oltre i suoi limiti, vincendo cinque partite di fila – le ultime tre contro avversarie che abitano la top 50. In una parola, bravissima.

Il tabellone completo di Portorose

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WTA Lussemburgo: Ostapenko abdica, secondo titolo in carriera per Tauson

La lettone si sveglia nel secondo set, ma finisce per cedere al terzo. Buona prestazione per la danese che vince la seconda finale su due disputate

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Prosegue il settembre d’oro delle 2002 grazie alla vittoria di Clara Tauson nel WTA 250 di Lussemburgo. La danese vince il secondo titolo su due finali giocate, superando in tre set la campionessa in carica Jelena Ostapenko (nel 2020 il torneo non si è disputato causa pandemia) e andando a sedersi poco lontano dalla top 50 (da lunedì sarà numero 52, migliorando di diciotto posizioni il suo best ranking). La partita si è animata ed è diventata interessante da metà secondo set in poi, dopo che per un’oretta l’incostanza e il nervosismo della lettone avevano reso le cose molto facili a Tauson.

Entrambe giocano in maniera molto aggressiva da fondo, spingendo molto bene con ambedue i fondamentali. La differenza però, almeno a inizio match, è che Tauson mantiene la palla in campo con buon margine, mentre Ostapenko o piazza il vincente o sbaglia entro i primi tre colpi (più spesso la seconda). La danese trova dunque il break già nel terzo game e bissa poi nel nono, chiudendo 6-3 e guadagnandosi il diritto di servire per prima anche nel secondo set. Le difficoltà continuano per una nervosissima Ostapenko, che salva una palla break nel quarto gioco e riesce a mantenersi in scia nel punteggio. Sul 3-3, la lettone ottiene per la prima volta la chance di strappare il servizio all’avversario, ma la manca. Il nastro gliene regala un’altra smorzando in maniera imprendibile un suo slice un po’ tremebondo e Jelena stavolta non vanifica il dono della sorte, giocando in maniera molto aggressiva. L’improvviso break destabilizza Tauson che non riesce a esprimersi al meglio nei game successivi, ritrovandosi in poco tempo da una posizione di totale controllo a dover giocare un insidioso terzo set.

L’urlo con cui Ostapenko accompagna la vittoria del parziale lascia presagire battaglia e così è. La lettone addirittura sale 2-1 con un break a zero, ma si fa subito recuperare da Tauson. Il gioco decisivo probabilmente è il quinto, durato ben sedici punti: Ostapenko si procura due palle break (la prima con un gran pallonetto vincente), ma la danese riesce a cancellarle entrambe con coraggio e tiene alla fine il servizio. Lo scoglio superato permette a Tauson di recuperare sicurezza e di rimettere dunque pressione sull’avversaria, che infatti al primo momento delicato crolla. Chiamata a servire per rimanere in partita sul 5-4, Ostapenko abdica con quattro erroracci non forzati e concede a Tauson la gioia del secondo titolo in carriera.

 

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Il tabellone del WTA di Ostrava: Swiatek e Kvitova sono le prime due favorite

Swiatek e Kvitova guidano il tabellone di Ostrava. In gara anche Bencic, Sakkari, Kerber e Ostapenko. Non è iscritta la campionessa in carica Sabalenka

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Il circuito WTA rimane in Europa, dopo le tappe di Lussemburgo e Portorose (dove la nostra Jasmine Paolini ha raggiunto la finale). Si sale di livello con il WTA 500 di Ostrava, che si disputerà in contemporanea al torneo di categoria WTA 125 (non è considerato circuito maggiore) di Columbus, negli Stati Uniti.

Da lunedì, in Repubblica Ceca, si svolgerà il J&T Banka Ostrava Open 2021 su cemento indoor. A guidare il tabellone è la polacca Iga Swiatek (n. 8 del mondo), mentre la padrona di casa Petra Kvitova, è la testa di serie n. 2. Entrambe beneficiano di un bye. L’oro olimpico Belinda Bencic e la semifinalista degli US Open Maria Sakkari sono n. 3 e 4 del seeding e, anche loro, accedono direttamente al secondo turno.

Anastasia Pavlyuchenkova, Angelique Kerber, Elena Rybakina e Karolina Muchova sono rispettivamente n. 5, 6, 7 e 8 del torneo. In gara anche Caroline Garcia, Jelena Ostapenko (impegnata in finale a Lussemburgo) e Julia Putintseva.

 

Questo torneo si disputa appena per la seconda volta, dopo che nel 2020 era andato in scena nel mese di ottobre per sopperire alle varie mancanze del calendario falcidiato dalle cancellazioni dovute alla pandemia. Mancheranno entrambe le giocatrici che hanno disputato la finale tutta bielorussa della passata edizione (vittoria di Sabalenka su Azarenka) e sarà presente al via una sola delle quattro semifinaliste in carica, ossia Maria Sakkari.

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