La vittoria di Daniil Medvedev agli US Open (Crivelli, Mastroluca, Piccardi, Semeraro, Martucci, Franci)

Rassegna stampa

La vittoria di Daniil Medvedev agli US Open (Crivelli, Mastroluca, Piccardi, Semeraro, Martucci, Franci)

La vittoria di Daniil Medvedev allo US Open

Pubblicato

il

Medvedev trionfa. Nole ko in tre set, ciao Grande Slam (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

[…]

Nole Djokovic, a un passo dalla meta che ti proietta direttamente nella dimensione del mito, si scioglie clamorosamente contro l’Orso russo Medvedev, divorato da una tensione che non riesce a maneggiare praticamente fin dal primo punto: niente Grande Slam, dopo il trionfo agli Australian Open, al Roland Garros e a Wimbledon. «The Rocket», perciò, resta l’ultimo eroe capace di annettersi uno dei più prestigiosi risultati dello sport, non solo del tennis, e con lui forse sorride anche l’anima di Don Budge, il primo che riuscì a compiere l’impresa. Il Djoker, scopertosi nudo e indifeso proprio nel giorno che contava di più, diventa suo malgrado il terzo uomo della storia a vincere i primi tre Major stagionali e a fermarsi nella finale degli US Open dopo Crawford (1933) e Hoad (1956), un record al contrario di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Soprattutto, non riesce ad allungare nella classifica degli Slam vinti, rimanendo appaiato a quota 20 a Federer e Nadal, una sorta di vincolo eterno che a questo punto potrebbe anche essere destinato a non sciogliersi mai più.

 

Onore dunque a Daniil Medvedev, l’uomo che interrompe il sogno del numero uno del mondo e si costruisce il suo dopo due sconfitte in finale, proprio a New York nel 2019 contro Nadal e in Australia quest’anno con il Djoker. Diventa così il terzo russo dopo Kafelnikov e Safin a trionfare in un Major e il 151° vincitore della storia dei quattro tornei più importanti. Lo aveva anticipato, del resto: «La sconfitta di Melbourne mi è servita per imparare, a me piace interpretare una partita di tennis come una sfida a scacchi. ma Djokovic trova sempre una soluzione. Stavolta spero di essere all’altezza». Detto e fatto: le mosse giuste sono le sue, fin dal primo game, in cui Nole si fa brekkare da 40-15 sopra e finisce subito in apnea. Anche perché, quando serve, l’Orso di Mosca non gli concede nulla: appena tre punti nel primo set. E poi è lui a tenere il ritmo più alto, a correre meglio, a provare variazioni con la palla corta, senza soffrire il rovescio in back di Novak che a Melbourne era stato devastante. Il numero uno, invece, tira corto, è nervoso, poco reattivo sulle gambe e per sottrarsi alla ragnatela dell’avversario non può che buttarsi con frequenza a rete, con alterne fortune.

L’unico momento di svolta per il Djoker potrebbe innescarsi nel secondo game del secondo set, quando si procura tre palle break consecutive ma non le sfrutta: Daniil gli strapperà il servizio nel quinto game, producendo l’allungo decisivo. Il break d’acchito nel terzo set, infatti, chiude la sfida, anche se il pubblico comincia a rumoreggiare maleducatamente a ogni turno di servizio del russo e Medvedev si incarta quando serve per la prima volta per il match sul 5-2, con due doppi falli e un drittaccio in rete. Ma sarà solo questione di minuti, il decimo game diventa quello dell’apoteosi: «Ho sconfitto il più grande di sempre, quello che Nole ha fatto quest’anno rimarrà per sempre nella storia. Ringrazio tutte le persone che mi sono state accanto e mi hanno accompagnato in questo viaggio, che è stato davvero lungo. E l’anniversario di matrimonio con Dasha (si sono sposati il 12 settembre 2018, ndr), spero che come regalo possa accontentarsi di questa vittoria». Djokovic, in lacrime praticamente dall’ultimo punto del match, gli ha già fatto i complimenti: «Se c’era qualcuno che meritava di vincere finalmente uno Slam, quello eri tu…

[…]”

Medvedev spietato. Nole, addio sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Novak Djokovic si ferma a un passo dall’impresa da leggenda. A una vittoria dal terzo Grande Slam in singolare maschile, che sarebbe stato il primo ottenuto vincendo su tre superfici diverse. Il numero 1 del mondo perde la più importante delle 1176 partite giocate in carriera, la finale che avrebbe potuto incoronarlo più vincente di sempre nei major senza più ex-aequo con Roger Federer e Rafa Nadal. Il russo Daniil Medvedev, numero 2 del mondo, gli ha rovinato la festa. Ha giocato una partita tatticamente perfetta, ha vinto il duello mentale e tattico, come il punteggio dimoastra chiaramente, malgrado il tentativo di rimonta finale del campione serbo.

[…]

Medvedev è impeccabile al servizio nel parziale, che completa con l’ottavo ace. Forza con la prima e la seconda, fatica come spesso gli capita contro Djokovic quando deve rispondere da destra. Colpisce infatti da troppo lontano, e il serbo può seguire il servizio a rete o aprirsi il campo con il colpo successivo. Djokovic non è in controllo, come raramente gli è successo quest’anno negli Slam. il traguardo distante una sola vittoria resta un desiderio che condiziona, lo vuole così tanto ma lo sente allontanarsi. Cerca di variare, di aggredire la rete con continuità, evita lo scambio lungo sulla diagonale sinistra, cambia con il diritto lungolinea anomalo. il pubblico si anima, Djokovic al contrario sbuffa e alla fine esplode all’inizio del secondo set. Le due palle break non sfruttate nel quarto game, su una delle quali il russo ha potuto servire due volte la prima perché dagli altoparlanti era partita la musica, lasciano una delusione da sfogare.

[…]

Nole è uno dei sei giocatori ad aver rimontato due set di svantaggio in una finale Slam. A New York dovrebbe farlo di nuovo per centrare l’obiettivo che vale la storia. Ma gli mancano velocità di gambe e fluidità di braccio. La mano del numero 1 del mondo può essere ferro e può essere piuma. Per sua sfortuna, si verifica la prima opportunità e non gli è di nessun aiuto. Medvedev fa praticamente quel che vuole nel terzo set, che inizia con due break di vantaggio, arriva a servire sul 5-2 ma spreca il primo match point con un doppio fallo, subito bissato. Il numero 1 del mondo gli strappa per la prima volta il servizio, poi si porta sul 4-5. Con il pubblico tutto dalla sua parte cambia campo quasi in lacrime. Medvedev torna a servire, resiste agli ululati del pubblico e si riporta sul 40-15. Dopo un altro doppio fallo chiude la gara con l’ennesima sberla di servizio per poi crollare a terra sul cemento di Flushing Meadows.

[…]

Djokovic inciampa sul traguardo, il re di New York è Medvedev (Gaia PIccardi, Corriere della Sera)

[…]

In campo nella finale dell’US Open, infatti, contro un Daniil Medvedev mai così determinato a prendersi un pezzetto di storia altrui, entra un 34enne serbo teso e falloso, un numero uno del ranking spuntato nelle sue armi e rassegnato subito al peggio: è il break del primo game a decidere il set a favore del russo (6-4), che con una tattica impeccabile, tira e scappa, si renderà imprendibile. Sostenuto dal servizio (16 ace, 80% di punti vinti sulla prima) e dalla ferrea volontà di rendere essenziali gli scambi, Medvedev è chirurgico nel secondo (6-4 con break al quinto game) e freddo nel terzo, quando resiste al ritorno del Djoker per chiudere con un altro 6-4. «Oggi è il mio anniversario dl nozze, ci tenevo a fare un bel regalo a mia moglie Darla» scherza dopo aver vinto il primo Slam della carriera, mentre un Djokovic irriconoscibile, bianco in faccia come chi ha visto un fantasma, perde tutto: il 21esimo titolo Major con cui avrebbe superato gli eterni rivali Federer e Nadal e il Grande Slam nell’anno solare, l’impresa che gli avrebbe garantito l’immortalità sportiva. E così, accorsi a Flushing per assistere al match dell’anno, i vip americani del cinema (Brad Pitt, Bradley Cooper) e dello sport (Megan Rapinoe) si ritrovano ad applaudire un moscovita dal tennis sghembo e imprevedibile, che pare uscito dalle pagine della grande letteratura russa: un Oblomov meno accidioso, ma ugualmente flemmatico, bravo a mantenere la calma quando Il pubblico del centrale ha provato a innervosirlo, nella speranza di allungare la finale. Ride Medvedev sotto la barbetta elettrica, n.2 del mondo all’altezza della sua classifica, e piange Djokovic, mai così umano ed empatico con i tifosi come nell’ora della sconfitta più atroce: «Stanotte, anche se non ho vinto, sono un uomo felice perché mi avete fatto sentire speciale».

Ricorderemo a lungo l’Us Open 2021. Non solo per la sorpresa di Medvedev re ma anche perché a New York è nata una stella. Emma Raducanu è una supernova esplosa nella galassia di un tennis femminile già super frammentato e privo di una dominatrice (per la quinta stagione consecutiva i quattro Major hanno quattro regine diverse), partorita da una finale inedita e giovanissima (37 anni in due) che oltre al talento in fiamme di Emma Raducanu, 18 anni, consegna allo sport una seconda stella mancina e altrettanto brillante, la canadese Leylah Fernandez, 19 anni. Per Emma, per i numeri con cui ha marchiato a fuoco il secondo Slam della sua vita, si sprecano i superlativi: dieci match vinti di fila senza perdere un set né arrivare al tie break, lo Slam americano restituito alla Gran Bretagna 53 anni dopo l’antenata Virginia Wade. Emma ha tenuto in piedi fino a tardi Daniel Ricciardo, il pilota della McLaren che ieri ha conquistato il Gp di Monza, ha spinto la regina Elisabetta d’Inghilterra ai complimenti formali per iscritto («La tua performance ispirerà generazioni di tenniste», firmato Elizabeth R.) e ha distratto il premier Boris Johnson dalle questioni di governo («Fieri di te»). Mai nessuno, ne donna né uomo, si era annesso un titolo Slam partendo dalle qualificazioni. La neocampionessa ci è riuscita senza sforzo apparente, felice di aver ripagato, da figlia unica, papà loan, originario di Bucarest, e mamma Dong Mei, cinese di Shenyang, dei sacrifici affrontati in seguito al trasferimento da Toronto a Londra, quartiere di Bromley, quando il baby fenomeno aveva due anni.

[…]

Il sogno si infrange. Djokovic ko e lcrime, US Open a Medvedev (Stefano Semeraro, La Stampa)

Come sbagliare il rigore decisivo, o dimenticarsi la risposta del quiz da un milione di euro. Novak Djokovic ha perso la finale degli US Open, l’ultima partita che gli restava per chiudere un impresa storica, il Grande Slam, sorpassare con 21 major Roger Federer e Rafa Nadal, e diventare – sotto gli occhi ottuagenari di Rod Laver, che il Grande Slam l’ha completato due volte, nel 1962 e nel `69 – ufficialmente il Più Grande di sempre. L’ha persa male, in tre set (6-4 6-4 6-4, con il brivido di un break recuperato alla fine) contro Daniil Medvedev, il russo n. 2 del mondo contro cui aveva passeggiato all’inizio dell’anno a Melbourne. L’ironia più grande, forse, è però che Nole ha perso la prima grande finale in cui aveva tutto il pubblico a favore

[…]

E l’ha persa, va detto con tutto il rispetto per un campione immenso, perché ha avuto paura di vincerla. Cornprensibili, insomma, le lacrime con cui ha chiuso il match. La parte del Cattivo stavolta l’ha recitata Daniil, campione sulfureo, apparentemente sbilenco ma in realtà efficacissimo, che già due anni fa a New York era arrivato in fondo litigando ad ogni match con il pubblico e perdendo solo in cinque set contro Nadal. Ha vinto perché ha un servizio devastante come la sua (giustificata) presunzione, e perché è riuscito dove gli altri avversari del Djoker avevano fallito: reggere dopo il primo set.

[…]

Medvedev ha trionfato alla Djokovic (e con il servizio in più). Djokovic si è smarrito negando se stesso, buttandosi a rete come mai aveva fatto in carriera. Dopo la sconfitta di Tokyo contro Zverev, il flop contro Medvedev – il primo vero Next Gen a prendersi uno Slam – in fondo ad una stagione che sarebbe enorme per chiunque – Nadal e Federer compresi – ma che per Djokovic si è trasformata in una beffa.

[…]

Nole, il sogno slam sbatte su Medvedev (Vincenzo Martucci, Il Messaggero Sport)

La legge del Grande Slam colpisce anche Novak Djokovic. Come era già successo a Jack Crawford nel 1933 e a Lew Hoad nel 1956, anche il campione serbo si arena sul più bello: dopo aver conquistato i primi tre Majors della stagione, cede in finale nell’ultima tappa, a New York, contro un avversario che non è un fenomeno come Fred Perry o Ken Rosewall come allora, ma è un campione, è numero 2 del mondo e puntava legittimamente al primo trionfo Slam dopo aver fallito nel 2019 proprio a New York (contro Nadal) e a febbraio agli Australian Open (contro Djokovic). Il gigante russo dal tennis poco ortodosso ma efficace deve ringraziare Matteo Berrettini e Sascha Zverev che hanno sfiancato di testa e di fisico il 34enne serbo. Anche se i suoi meriti sono notevoli, così come evidenti sono i progressi tecnici e caratteriali.

[…]

Pronti, via: e c’è il colpo di scena. Djokovic parte lento dai blocchi, subisce gli scambi lunghi e profondi di Medvedev e concede la battuta con tre errori consecutivi, due di dritto, il colpo che meglio gli ha funzionato nelle prime sei partite di questi US Open. Il campione di gomma ha le gambe dure per essere rimasto in campo 17 ore 26 minuti contro le 11 e 51 dell’avversario, che già è più giovane di nove anni, oppure anche il re di 20 Slam accusa la tensione davanti al traguardo più prestigioso? Di certo Daniil non l’aiuta:

[…]

oncede appena 3 punti in 5 games di battuta, li suggella con 8 ace e il 100% di punti con la prima, e chiude il primo set per 6-4. Novak, che non riesce a trovare il ritmo da fondo e nemmeno le sue diagonali, si butta infatti a rete più spesso del solito. Dopo un’ora, sembra sciogliersi: anche se Medvedev resiste a un punto di 27 scambi, arriva alla prima palla-break, ma una musica che scatta all’improvviso costringe l’arbitro a chiamare un let e far giocare la prima di servizio al russo che si salva. E, quando annulla anche una seconda palla-break, Djokovic prima mima di smanacciare con violenza la palla e, quando il russo pizzica la riga, distrugge la racchetta subendo l’ammonizione e il 2-2. Con la testa non c’è più:

[…]

Medvedev oh yes, Djokovic sogno infranto (Paolo Franci, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

[…]

l’Us Open è di Daniil Medvedev, russo numero 2 al mondo che si prende il primo Major in carriera e frantuma il grande sogno del numero 1, ‘Nole’ appunto, di mettere in bacheca i trofei dei primi quattro tornei al mondo in una sola stagione. Medeved si vendica della finale persa a inizio anno in Australia, e vincendo per 6-4 6-4 6-4, a 25 anni trova la consacrazione. Perfetto il suo match fatto di grandi variazioni (quelle che lo avevano condannato a Melbourne contro il serbo) e di una solidità al servizio che ha frantumato la pur proverbiale scorza di Djokovic.

[…]

Insolitamente impreciso, a tratti irriconoscibile (ma il merito non può che essere anche dell’avversario), ‘ Djoker’ forse aveva speso tutto nella semifinale vinta in 5 set con Zverev. E sfuma così anche la possibilità di superare Federer e Nadal, cui rimane invece appaiato con 20 Slam vinti. Quella di Medvedev è a suo modo una favola, costruita col suo tennis tremendamente efficace anche se poco aggraziato. Una favola come quella di Emma Raducanu, 18enne inglese presentatasi agli Us Open da numero 150 al mondo, con passaggio dalle qualificazioni, e arrivata al successo. E lei un assegno da 2 milioni e 440mila dollari di premio dopo aver battuto in finale Leylah Annie Fernandez in due set. Una finale tra teenager – 19 anni per la Fernandez e 18 la Raducanu – non si vedeva in uno Slam dall’Open degli Stati Uniti del 1999 quando la 17enne Serena Williams incrociò la racchetta con l’appena 18enne Martina Hingis. II curriculum della nuova stella del tennis mondiale è già pieno zeppo di record: è la prima tennista – uomini compresi – della storia a vincere uno Slam partendo dalle qualificazioni e riporta il titolo in Inghilterra che mancava dal 1968, quando fu Virginia Wade a trionfare battendo Billie Jean King e presente in tribuna all’Arthur Ashe per seguire il trionfo della sua erede.

[…]

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Berrettini settebello (Cocchi). Sinner suona la carica degli azzurri (Mastroluca). Vienna tricolore. Sinner è carico (Bertellino). Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Audisio)

La rassegna stampa di mercoledì 27 ottobre 2021

Pubblicato

il

Berrettini settebello (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Nell’anno di grazia 2021, quello che forse sempre e per sempre sarà ricordato come il più munifico in quanto a risultati sportivi, un giovane romano di 25 anni di nome Matteo Berrettini si qualificava per la seconda volta alle Atp Finals da numero 7 del mondo. Mai nessun tennista italiano prima di lui ci era riuscito, confermando lo stato di grazia suo e del tennis azzurro. Un risultato frutto della consapevolezza maturata dopo due anni dall’esplosione del 2019, quando da top 60 era riuscito in una scalata splendida quanto poco pronosticabile. Stavolta ogni cosa e diversa, a partire dalla sicurezza nei propri mezzi. Berrettini non si sente più “imbucato” tra i fenomeni, ma pienamente inserito nel club dei migliori: «Ora sono un uomo e un giocatore diverso rispetto a quello di due anni fa. Ho imparato molte cose, anche dalle sconfitte e dalle delusioni, e con loro sono cresciuto». Lui è un tipo a cui piace volare basso, ma alle Atp Finals di Torino stavolta non ci andrà a fare la comparsa, quanto per provare a vincerle. Non solo. A Torino ci sarà anche la Coppa Davis. Un gruppo azzurro mai così solido che per la prima volta vedrà anche Jannik Sinner, fresco di numero 11 al mondo e ancora in corsa per il Masters: «Gli ho fatto i complimenti – ha detto Matteo dopo la partita vinta con Popyrin a Vienna (oggi secondo turno contro Basilasvili)-. È un giocatore impressionante, gioca come un veterano e brucia le tappe con una velocità pazzesca. Quando mi sono allenato con lui la prima volta ho capito che non era un giocatore come tutti gli altri». Berretto all’età di Sinner era ancora lontano dal fare risultati sul circuito, frenato anche da una serie di guai fisici che ne hanno rallentato la corsa. Gli infortuni, nel bene e nel male, sono stati anche importanti per la maturazione di Matteo, da subito abituato a fare i conti con lunghi stop e riprese: «Mi hanno insegnato ad avere pazienza. Che alcune cose della vita vanno semplicemente accettate e non possono essere cambiate, mi hanno insegnato che non ci vuole fretta». […] Alle Finals ci andrà con velleità totalmente diverse da quelle con cui si presentò a Londra nel 2019: «Per lui era tutto nuovo – afferma il coach Santopadre – , in un certo senso si può dire che avesse bruciato le tappe. Anche fisicamente ci arrivò logorato». Nel team, da circa un anno, c’è anche Ivan Ljubicic. Il croato è il suo manager, ma con un passato glorioso sul campo e un presente da tecnico di Roger Federer, e impossibile non approfittare anche della sua esperienza: «Ivan è molto rispettoso – spiega Santopadre -, non interferisce con i nostri programmi, ma quando gliela chiediamo è sempre disponibile a darci la sua opinione o qualche consiglio. Ci dice sempre di avere pazienza, che Matteo crescerà ancora. Finalmente Matteo ha potuto dimostrare a tutti che merita pienamente la sua posizione in top 10. Negli Slam ha perso solo da Djokovic, uno che è arrivato a una sola partita dall’eguagliare Laver. Ora la seconda qualificazione alle Finals. Insomma, non per tirarsela ma Matteo sta riscrivendo la storia del nostro tennis».

Sinner suona la carica degli azzurri (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Vienna ti aspetta, canta Billie Joel. E insegna a non volere troppo prima del tempo. Lo sa già Jannik Sinner, che apre oggi il programma del Centrale (ore 14) in una giornata molto azzurra con cinque italiani in campo. Il neo numero 11 del mondo inizia il suo percorso contro Reilly Opelka, consapevole che raggiungere la semifinale gli può consentire di superare Hubert Hurkacz nella Race to Turin. E aumentare così le sue chance di diventare il secondo italiano alle Nitto ATP Finals dopo Matteo Berrerrini. Il romano, già matematicamente qualificato e primo azzurro a disputarle due volte nella storia del gioco, chiuderà invece il programma del campo principale nel match di secondo turno contro il finalista di Indian Wells Nikoloz Basilashvili. Per chi vince, in palio un quarto di finale contro l’ex numero 1 del mondo Andy Murray o il miglior teenager in classifica, lo spagnolo Carlos Alcaraz. Il primo a scendere in campo è Lorenzo Sonego che a Vienna dodici mesi fa ha raggiunto la finale da lucky loser. Il torinese ha vissuto qui una settimana da favola, in cui ha dominato anche un Novak Djokovic in versione, va detto, molto sbiadita. Stavolta un lucky loser lo troverà dall’altra parte della rete: è il tedesco Dominik Koepfer. Il primo confronto Musetti-Monfils (sul Centrale dopo Sinner) promette di regalare spettacolo in abbondanza. Chi vince, sfiderà negli ottavi Fognini o Schwartzman.

Vienna tricolore. Sinner è carico (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Colori azzurri in primo piano oggi nell’ATP 500 di Vienna, che assegna punti pesanti in chiave Atp Finals di Torino. Alle 14 aprirà il programma sul centrale la sfida tra Jannik Sinner e Reilly Opelka, americano dal servizio devastante. I due non si sono mai incontrati ma Sinner è in grande forma: «In Belgio ho risposto molto bene – ha sottolineato il 20enne azzurro – e contro Opelka dovrò fare altrettanto cercando di disinnescare la sua arma in più. Contemporaneamente sarà importante continuare a servire con le variazioni e le percentuali raggiunte ad Anversa». A seguire sarà Lorenzo Musetti (wild card) a cercare la vittoria eclatante contro l’esperto francese Gael Monfiils. Anche in questo caso nessun precedente tra i due giocatori. La sequenza sul centrale proporrà poi il testa a testa quasi generazionale tra Andy Murray e il 18enne iberico Carlos Alcaraz. In chiusura di programma Matteo Berrettini andrà a caccia dei quarti di finale confrontandosi con il georgiano Nikoloz Basilashvlli, finalista a Indian Wells. Sul “centralino” attorno alle 13.30 farà il proprio esordio in torneo Lorenzo Sonego, chiamato a difendere la finale dello scorso anno quando in una rassegna per lui incredibile sconfisse nei quarti e nettamente anche il n. 1 del mondo Novak Djokovic. Sonego, dopo il forfeit di Garin per un problema alla spalla, troverà il tedesco Koepfer, 27enne n.62 Atp. Infine spazio, sullo stesso campo, a Fabio Fognini e Diego Schwartzman, con l’argentino fresco di finale persa ad Anversa contro Sinner.

Billie Jean King: “Donne, alzate la testa. La partita non è finita” (Emanuela Audisio, La Repubblica)

Ha giocato, magnificamente, ma soprattutto ha cambiato il gioco. Delle donne e del mondo. Con una racchetta ha capovolto leggi, mentalità, gerarchie. E ha vinto la partita. Dentro e fuori dal campo. Per capirci: 39 Slam (fra singolare, doppio e misto), compresi i 20 a Wimbledon. Ora lo racconta in un’autobiografia, Tutto in gioco (La Nave di Teseo), e a voce. Billie Jean King, americana, il 22 novembre compirà 78 anni. Lei inizia con una citazione del giudice Ruth Bader Ginsburg. «Sì, era una donna che stimavo molto. La frase è: combatti per quello a cui tieni, ma fallo in un modo che spinga gli altri a unirsi a te. Ribellarsi è giusto, ma è meglio farlo in squadra. Io ho sempre amato giocare con e per le altre. Quando nel ’70 con otto altre tenniste, il gruppo delle Original 9, abbiamo iniziato il circuito femminile, per un dollaro di paga, siamo state coraggiose. C’era il rischio di fallire, di essere cancellate, di perdere tutto. Andavamo contro un sistema, voluto e mantenuto dagli uomini. Senza aperture. Dove una moglie per avere un libretto degli assegni doveva avere la garanzia del marito. Vincerai perché sei brutta, mi disse Frank Brennan, che pure era amico mio e credeva in me. Togliti, non puoi fare la foto del torneo con gli altri perché hai i pantaloncini e non la gonna, mi rimprovero il direttore del circolo tennis di Los Angeles. Nessuna di loro ha la barba, scrisse di noi Jim Murray, che era un premio Pulitzer. Jack Kramer ebbe la faccia tosta di sostenere che quando giocavano le donne, gli spettatori andavano in bagno. Karen Hantze Susman veniva sminuita con la citazione “la casalinga ventenne che vince Wimbledon”. Questi erano i commenti dell’epoca. L’associazione dei tennisti professionisti, da Ashe a Stolle, non ci voleva, eppure erano miei compagni. Ma non c’era niente da fare: gli uomini ci sbarravano la strada. Potevano, gli era permesso».

Dal dollaro al premio di 3 milioni a Naomi Osaka agli Open Usa 2020.

Lo stesso che ha preso Dominic Thiem tra gli uomini. Il merito è di noi pioniere. Oggi le nuove generazioni non sanno niente della storia prima di loro. Delle fatiche e delle conquiste. Non si interessano. Si lamentano perché vogliono più soldi, ma sono ignoranti. Nessuno che le istruisca. Anzi i manager e chi si occupa di loro vogliono che restino così: cara, pensa al gioco, non preoccuparti di altro. Eh no, io voglio sapere cosa c’è sotto e dietro all’organizzazione del gioco. Voglio poter contare, parlare con chi decide, conoscere le logiche commerciali. Avrei voluto studiare legge, anche se a tennis mi sono laureata piuttosto bene. Io dal 2018 faccio parte del gruppo dei proprietari dei Los Angeles Dodgers. Non ho mai avuto paura di affrontare gli uomini sul loro terreno. A queste ragazze dico: imparate a fare trattative, sappiate che la parola compromesso a volte può essere meno peggio di quello che sembra, alzate la testa, interessatevi a quello che capita attorno a voi: dall’emergenza climatica alle ingiustizie alle discriminazioni. Non è mai troppo vero che quelle cose non c’entrano con il gioco.

Lei scrive anche dell’Italia.

Vi adoro, nonostante tutto. Nel 1970 agli Internazionali di tennis in Italia il vincitore prendeva 7.500 dollari, la donna 600. La disparità era 12 a 1. Vinsi e protestai, la risposta fu: se non vi piace, non tornate. La mia ultima volta fu a Perugia nell’82. Non sono mai stata così incoraggiata dal pubblico, come da voi. Dai, dai, mi urlavano. Ecco il chiasso, i cuscini che volavano in campo, gli schiamazzi, tutti che mi volevano toccare. Io non sono per il silenzio, mi piace sentire gli umori, il calore. Non vengo dai club aristocratici, ma dai parchi pubblici. Mio padre era pompiere, mia madre casalinga. Lavoravo per mantenermi, anche se già avevo vinto Wimbledon. Noi siamo performer, il nostro spettacolo è per il pubblico. Sono onesta, lo ammetto, mi piace il tifo dei fans, pure sguaiato. E guardate com’è in alto ora il tennis italiano, Fognini, Berrettini, Sinner. Avete una generazione piena di futuro. A New York nel 2015 ho parlato con il vostro premier Matteo Renzi dopo la fmale Pennetta-Vinci. Mi disse: non ha idea di quello che significa per noi e per lo sport che due ragazze del sud siano arrivate fino a qui a giocarsi il mondo. Ho ammirato anche il volto dolente e umile di Francesca Schiavone quando si è presa gli Open di Francia. Senza dimenticare Lea Pericoli.

La battaglia sull’equità salariale oggi?

Resta importante. I soldi danno scelta, opportunità, indipendenza. Qualità e organizzazione. Althea Gibson, la prima afroamericana a vincere un titolo del Grande Slam diceva: i trofei non si possono mangiare. Quando avevo 10 anni mia madre mi mostrò il bilancio familiare e mi fece capire che tutto ha un costo. Novak Djokovic è a capo della Professional Tennis Players Association dove si parla solo di esigenze maschili e poco delle donne. Ci risiamo, verrebbe da dire. Tante impiegate dichiararono che il mio successo su Bobby Riggs nella “Battaglia dei Sessi” nel ’73 le aveva incoraggiate a chiedere un aumento. Anche Obama mi ha confessato di aver visto quell’incontro e di averlo citato alle figlie. I soldi non sono una vergogna, né una debolezza, ma spesso un valore. Quindi sì, equal pay for equal work.

L’eredità più importante che lascia: è sul campo o fuori?

Fuori. È sociale. E quello che ho fatto fuori ha ostacolato la mia carriera. Ne parlavamo con Muhammad Ali, un amico. Avrei vinto di più se mi fossi limitata a giocare, ma forse non avrei migliorato un po’ il mondo. Ho lottato per far approvare “Title IX”, in modo che anche le donne potessero avere accesso alle borse di studio sportive. Nel 1973 nelle università 50 mila uomini ne avevano diritto, ma solo 50 ragazze. […]

Il momento più difficile?

Quando nell’estate del ’78, ricattata dalla mia ex, ho dovuto ammettere pubblicamente che amavo le donne. Persi subiti mezzo milione di dollari, gli sponsor mi lasciarono, anche quelli dell’abbigliamento sportivo, l’amministratore di un’azienda in una lettera mi chiamò puttana. È stata dura, ma la parte più difficile è stata fronteggiare la mia famiglia. Ce l’ho fatta con l’aiuto della mia psicanalista che mi ha fatto notare che dovevo smettere di far contenti gli altri. A 50 anni cercavo ancora di non contrariare i miei genitori, desideravo essere la brava ragazza, ma quella cosa mi stava rendendo la vita insopportabile. A 51 ho dovuto fronteggiare l’idea che il mio problema di peso, viaggiavo sui cento chili, era dovuto a disturbi alimentari che mi portavo dietro da ragazza e quindi mi sono ricoverata in una clinica. Ai giovani dico: chiedete aiuto, parlate dei problemi, non vergognatevi. Giocherete meglio quando vi sarete liberati.

Djokovic forse non andrà in Australia se sarà obbligatorio vaccinarsi.

Io ho fatto anche la terza dose. Pazienza, si farà il torneo senza Djokovic. Bisogna capire che la libertà non è libera. Impone responsabilità e consapevolezza. In questo caso verso la salute pubblica. Quando sei un personaggio famoso hai un dovere in più. Può non piacerti, ma è così. Freedom is not free.

Com’è stato raccontarsi?

Ci ho messo quattro anni. Ho dovuto tagliare, 800 pagine erano troppe. Sia chiaro, la mia vita continua, non intendo fermarmi. Sono stata fortunata, se nel ’54 in quinta elementare la mia amica Susan Williams non mi avesse chiesto: ti va di giocare a tennis?, non sarei qui. Alle donne dico: non piangete, organizzatevi. Bisogna ascoltare, coltivare alleati, e poi sferrare il colpo. La partita è ancora lunga, ma io la giocherò sempre.

Continua a leggere

Rassegna stampa

Sinner quarto torneo dell’anno. Le Finals a un passo: “Sì, ci penso” (Cocchi). Un poker mai visto. Sinner è da sogno (Mastroluca). Sinner è perfetto, un altro passo verso le ATP Finals (Piccardi). Sinner si prende la storia, ora il sogno Finals (Grilli)

La rassegna stampa di lunedì 25 ottobre 2021

Pubblicato

il

Sinner quarto torneo dell’anno. Le Finals a un passo: “Sì, ci penso” (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

È arrivato il momento di aggiornare gli almanacchi: 24 ottobre 2021, Jannik Sinner diventa il primo italiano di sempre a conquistare quattro titoli Atp in un solo anno. Se poi vogliamo essere pignoli, l’anno non è ancora finito, i tornei da giocare sono ancora un paio, e gli almanacchi sono sempre li, pronti ad essere aggiornati. A fare le spese dell’impresa del cannibale rosso è stato Diego Schwartzman, malamente strapazzato nella finale del torneo da 250 punti di Anversa. Una vittima illustre, ex top 10, alla terza finale sul veloce indoor belga dove, evidentemente, è destino non abbia grossa fortuna. Schwartzman ha raccolto appena 4 giochi per un doppio 6-2, lo stesso trattamento ricevuto da Lloyd Harris in semifinale.

[…]

 

La meta è Torino, dove l’Italia sogna di vedere le prime Atp Finals della storia con due italiani in campo. Matteo Berrettini, numero 6 della Race, la classifica che qualifica per l’evento, è già aritmetcamente sotto la Mole. Sinner no, ma con la vittoria di ieri ha dato una bella sgasata: è tornato in decima posizione (in realtà è la nona per la già annunciata rinuncia di Rafael Nadal) scavalcando Cameron Norrie su cui ora ha 50 punti di vantaggio. Per essere virtualmente dentro i magnifici 8, il ragazzo allevato da Riccardo Piatti deve recuperare 110 punti sul polacco Hubert Hurkacz, il suo amico del cuore e da cui ha perso l’unica finale in carriera, al Masters 1000 di Miami quest’anno: «lo Torino ce l’ho nella mente, è ovvio. Ma è inutile che continui a pensarci. Quando vado in campo mi concentro sulla tattica, sull’avversario e come fare a batterlo. Questa è la cosa che mi piace di più e per cui gioco a tennis». La situazione è ancora in divenire, anche se gli occhi iniettati di sangue con cui Sinner ha preso a pallate il povero Peque fanno ben sperare:

[…]

Ripartire I’esordio all’Atp 500 di Vienna, con tutta probabilità domani pomeriggio, è piuttosto rognoso, ma Jannik è molto sicuro delle proprie armi e soprattutto dell’esperienza maturata nelle ultime settimane: «Contro Opelka non sarà sicuramente una passeggiata – ha detto il 20enne, spostandosi il ciuffo rosso dagli occhi -. Lui non ti dà ritmo, e spero che la superficie non rimandi troppo alta la palla, considerato quanto serve forte. Però, a dirla tutta, anche io so rispondere molto bene perciò è probabile che non sia troppo tranquillo neanche lui». Messaggi chiari, spavaldi ma mai arroganti, perche se c’è una qualità che va riconosciuta a Sinner è certamente l’umiltà. Senza quella, e una cultura del lavoro tramandata da generazioni, Jannik oggi non starebbe bussando alla porta della top 10 a 20 anni. Quasi top 10 Da oggi infatti Jannik Sinner è numero 11 del mondo, con in mano le chiavi per aprirlo, quell’uscio magico. L’ingresso nei top 10, infatti, è solo questione di giorni. Lunedì prossimo 1′ novembre a Dominic Thiem, fermo per infortunio fino al 2022, scadranno i 90 punti conquistati a Bercy 2019 e l’altoatesino lo sorpasserà. portante è che nessuno da dietro lo scavalchi. In questo caso il pericolo si chiama Felix Auger Aliassime che tallona l’azzurro a 64 punti di distanza

[…]

Un poker mai visto. Sinner è da sogno (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

Se questo è im sogno, non svegliatelo. Continua il 2021 da record di Jannik Sinner; primo italiano a conquistare quattro titoli ATP in una stessa stagione: superati i tre di Corrado Barazzutti e Paolo Bertolucci nel 1977 e di Fabio Fognini nel 2018. Ad Anversa, l’altoatesino ha giocato per la seconda volta nel circuito maggiore da testa di serie numero 1. E per la seconda volta ha alzato il trofeo alla fine della settimana. Nella capitale europea della lavorazione dei diamanti, Sinner ha incastonato due gioielli per chiudere il suo percorso. Ha dominato con lo stesso punteggio, 6-2 6-2, il numero 27 del mondo Lloyd Harris in semifinale e il numero 14 Diego Schwartzman, in finale.

[…]

Con questo successo sale al numero 11 nel ranking ATP e risale al decimo posto nella Race to Turin. Ha solo 110 punti da recuperare sul suo migliore amico Hubert Hurkacz, virtualmente ultimo dei qualificati per le Nitto ATP Finals di Torino. Il polacco l’ha battuto nell’unica finale che Sinner non abbia vinto sulle sette giocate in carriera (contando anche le Next Gen Finals del 2019), quest’anno a Miami. «Mentirei se dicessi di non pensare alle Finals di Torino – ha detto dopo la partita – Ma una volta in campo, penso al match e al piano di gioco. Questo mi aiuta a rimanere sul pezzo». La corsa dell’azzurro si accenderà nelle prossime settimane con i 1500 punti ancora in palio tra Vienna e Parigi-Bercy. Lo step più vicino e il match contro Reilly Opelka, il suo primo avversario nell’ATP 500 austriaco di questa settimana. Contro un giocatore di due metri e undici, che però gioca e si muove sorprendentemente bene per l’altezza e la stazza, l’azzurro sa qual è la strada per la vittoria. «Devo stare attento e sbagliare il meno possibile nei miei turni di battuta» ha spiegato Sinner,

[…]

Bello anche l’abbraccio a fine partita, a suggellare l’unità di intenti e di visione. I progressi si sono visti tutti, nella gestione della partita e dei momenti importanti, nel modo di rispondere, nella facilità di esecuzione dei colpi. Spiccano ancora di più i miglioramenti al servizio, fondamentale su cui è più palese la modifica del movimento. In finale, Sinner non ha perso un punto quando ha messo in campo la prima fino al 5-2 4040. E in tutto il match, ne ha ceduti appena due. Poi, con la ferocia competitiva dei campioni, per la terza partita di fila ha iniziato il secondo set con un break al primo turno di risposta. I complimenti dell’argentino non suonano solo come apprezzamenti di facciata dopo una finale di fatto mai iniziata.

[…]

Sinner è perfetto, un altro passo verso le ATP Finals (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

«Le Atp Finals sono ben presenti nella mia testa: io a Torino ci voglio andare». Se bastasse una buona intenzione a spiegare la settimana perfetta di Jannik Sinner all’Atp 250 di Anversa, culminata con il maltrattamento di Diego Schwartzman in finale (6-2, 6-2) e il quarto titolo stagionale su cinque finali giocate (primo tennista italiano a riuscire nell’impresa: superati Barazzutti, Bertolucci e Fognini a quota 3), sarebbe tutto troppo semplice. Il ragazzo che sussurra alla storia, capace di imparare qualcosa da ogni match

[…]

supera il sorprendente re di Indian Wells Cameron Norrie nella Race verso Torino e scala altri gradini della classifica mondiale: ieri si è svegliato numero 13 e da oggi diventa numero ii, best ranking, a vent’anni. E scusate se è poco. «Ma il lavoro non finisce qui» dice Jannik con i riccioli rossi sparpagliati in testa dopo aver alzato il trofeo e abbracciato coach Riccardo Piatti,

[…]

Il lavoro ricomincia a Vienna, l’Atp 500 che sembra un mille e che ha in tabellone cinque italiani (Berrettini in campo già oggi), dove Sinner ritroverà i due rivali a cui contende il biglietto per il Master, l’amico polacco Hurkacz, n. 9 nella Race, e il norvegese Ruud (n. 7), possibile incrocio per l’altoatesino nei quarti del torneo austriaco, snodo importante sulla strada di Torino.

[…]

Schwartzman, veterano argentino del circuito n.izt del mondo, ha avuto bellissime parole per Sinner, che affrontava per la prima volta in carriera: ogni match è un mattone nella costruzione della casa che Piatti ha in mente per Jannik, nulla è lasciato al caso, infatti tutte le energie sono concentrate sul singolare, da qui alla Davis di fine novembre non ci sarà modo di sperimentare il doppio azzurro con Berrettini.

[…]

Sinner si prende la storia, ora il sogno Finals (Paolo Grilli, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Tutti impegnati nel calcolo delle possibilità per Jannik Sinner di arrivare alle Finals di Torino a metà novembre, quasi si rischia di sottovalutare il suo ultimo trionfo, quello di ieri ad Anversa. E’ il suo quarto di questo 2021 da favola

[…]

Il talento altoatesino da oggi si trova al numero 11 del ranking, a ridosso quindi di una Top 10 che definisce l’eccellenza assoluta della racchetta. Arriva anche il controsorpasso al britannico Cameron Norrie che l’aveva scavalcato nell’Atp Race vincendo a Indian Wells. Sinner torna decimo e accorcia a 110 punti il distacco dal polacco Robert Hurkacz, il rivale da superare per prendersi quel nono posto che vale il pass per Torino, visto che Rafael Nadal non parteciperà lasciando così una casella libera. Poco ha potuto il coriaceo argentino Diego Schwartzman contro Jannik ieri in una finale scivolata via in un’ora e un quarto di gioco e chiusa con un doppio 6-2.

[…]

Curiosamente, o forse no, l’unica finale persa in carriera sin qui da Jannik, sulle sei disputate, è stata proprio contro Hurkacz, nel Masters 1000 di Miami lo scorso aprile. Sempre più serrato il duello fra i due per un postgo al torneo dei “maestri dei maestri” di Torino

[…]

Continua a leggere

Rassegna stampa

Sinner in finale ad Anversa (Cocchi, Mastroluca, Bertellino)

La rassegna stampa di domenica 24 ottobre 2021

Pubblicato

il

Sinner da record: centra la 5^ finale e può fare la storia (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Potete chiamarlo il Cannibale Rosso. Perché Jannik Sinner sembra proprio insaziabile. Sul veloce indoor di Anversa, il ventenne italiano ha letteralmente sbranato Lloyd Harris, numero 32 del mondo, conquistando la quinta finale del 2021. Meglio di lui, nella storia del nostro tennis, ha fatto solo Adriano Panatta nel 1973 raggiungendone 6, ma con un parziale di cinque sconfitte e una sola vittoria, nel torneo di Bournemouth. Jannik di finali ne ha 5 ma di tornei quest’anno ne ha vinti già 3 e dovesse battere Diego Schwartzman nella sfida per il titolo di questo pomeriggio, diventerebbe il primo italiano a vincere quattro tornei in una sola stagione sorpassando Barazzuttl, Bertolucci e Fognini, a quota 3. Harris sarebbe dovuto essere un rivale pericoloso per l’ottima seconda parte di stagione (ha raggiunto i quarti di finale dello Us Open), per il servizio potente, la solidità e le 15 vittorie negli ultimi 21 match disputati. Peccato che lo Jannik Sinner di queste ultime settimane ha alzato il livello tecnico, tattico e mentale tanto da mettere in campo, contro il sudafricano, un match che non è esagerato definire perfetto. Ieri Sinner era in stato di grazia, veloce, concentrato, tatticamente impeccabile e capace di esprimere forse il miglior tennis della stagione. Non ha mai perso il servizio e ha mostrato una leggerissima flessione, ovvero tre palle break concesse, quando era già abbondantemente in vantaggio di un set e di un doppio break. Il veloce indoor è proprio il suo pane, lo ha dimostrato a Sofia e anche qui: «Dove sono nato io d’inverno fa cinque metri di neve, quindi l’unica possibilità di giocare a tennis era al chiuso. E poi indoor ci sei solo tu e la palla, niente vento, niente sole, nulla. Nel bene e nel male ci sei solo tu e il tuo gioco. Mi piace giocare qui, mi piace il pubblico e le condizioni sono molto simili a quelle di Sofia, dove ho vinto due volte». La cultura del lavoro di Sinner è un pallino di coach Piatti, e a Jannik non dispiace: «Io penso al tennis tutto il giorno, con Riccardo lavoriamo tanto e lavoriamo sempre, a tutti i livelli, anche mentale. Ora cl stiamo concentrando su un aspetto che però non voglio rivelare. Io e lui non siamo mai soddisfatti!». […] Sinner a Torino ci pensa, ma non è un’ossessione, o almeno questo è ciò che continua a ripetere: «Certo che mi piacerebbe andare alle Finals – ha detto dopo la partita -, ma la strada è ancora lunga e la concorrenza è forte. Dovrò fare molto bene a Vienna e Parigi Bercy, ma non dipende da me, nel torneo ci sono anche gli altri…».

Sinner d’autorità: «Mi sento felice» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Jannik Sinner non è Paganini. Lui il bis lo concede. Ad Anversa, dopo aver dominato il francese Rinderknech, gioca ancora meglio contro il sudafricano Lloyd Harris e d’autorità centra la settima finale nel circuito maggiore. Alle 16.30 sfiderà Schwartzman che ha dominato Jenson Brooksby, uno dei giovani già qualificati per le Intesa Sanpaolo Next Gen ATP Finals. Con il 6-2 6-2 al numero 32 del mondo, l’altoatesino ha allungato a 14 la serie di set vinti di fila nei tornei al coperto. E portato a 14 successi su 16 incontri il suo bilancio recente indoor. Non c’è dubbio che siano le sue condizioni ideali, perché a Sesto Pusteria fin da bambino è abituato a giocare al coperto. Ma c’è anche un’altra ragione per cui al coperto si esprime con una sicurezza in grado di togliere fiato agli avversari. Per il suo modo di stare in campo, il suo riferimento principale è la palla. Si muove in modo da colpirla quanto più possibile alla stessa altezza dopo il rimbalzo. La sua visione dello spazio non dipende dalla posizione rispetto alle righe. Se si azzerano i fattori esterni che possono incidere sulla traiettoria, il suo tennis ne guadagna. «Sono felice di essere in finale e di aver battuto un ottimo giocatore – ha detto dopo il match -. Mi piace giocare qui, le condizioni sono perfette per me. Sono comunque contento del mio torneo, in qualunque modo vada a finire». Sotto gli occhi di un orgoglioso Riccardo Piatti, Sinner ha messo in mostra tutto il repertorio. L’altoatesino è una macchina da tennis, capace fin dal primo game di togliere riferimenti al suo avversario. Harris non è mai riuscito a prendere l’iniziativa, costretto solo a rincorrere e inseguire, a reagire e mai a proporre. L’azzurro gli ha tolto il controllo già dalla risposta, la vera chiave delle due ultime vittorie. E chissà se è a questo che si riferiva quando ha detto di aver lavorato tanto con il coach Piatti su un aspetto senza però svelare quale. L’efficacia di questo colpo sta nella funzione che Sinner gli assegna, concettualmente la stessa con cui lo giocano i Djokovic o i Medvedev. Ovvero mettere l’avversario in una posizione scomoda e ottenere una palla più facile da spingere con il colpo successivo. La strategia ha funzionato in pieno. […]

Sinner vola alto (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Jannik Sinner in finale ad Anversa, dopo una grande dimostrazione di forza e freschezza. Torneo che ama e che due anni fa lo aveva già visto in semifinale, la prima a livello di vertice. Ritmo impressionante, fin dai primi quindici, per far capire al rivale di turno, il sudafricano Lloyd Harris, che per contrastarlo avrebbe dovuto compiere miracoli balistici. Un ritmo, come dicevamo, tenuto con scioltezza fino al termine della prima frazione, chiusa in 39 minuti sul 6-2 e con due break. Harris ha provato ad arginare l’azzurro con il servizio ma anche in questo modo ha quasi sempre incontrato le sue ottime risposte che gli hanno impedito di dettare le cadenze degli scambi. Sinner anche ieri è apparso sicuro e solo a punteggio acquisito si è buttato alla ricerca di alcune nuove soluzioni cui si sta allenando, a volte a segno a volte no, ma da leggere positivamente in ottica futura. L’inizio della seconda frazione ha riproposto Jannik al massimo della concentrazione e sontuoso con il rovescio bimane. Altro break in suo favore per mettere ulteriori ansie al sudafricano, e, dopo poco, Sinner è volato sul 4-1 e servizio, in una sorta di assolo che ha portato al 6-2 6-2 finale: «Sono felice di essere in finale. Lui un grande giocatore, con una stagione importante alle spalle. Mi piace giocare indoor, in queste condizioni, e qui. Sono simili a quelle di Sofia, dove mi trovo a mio agio. Giusto il timing sulla palla. La strada per Torino è ancora lunga, dovrò giocare bene a Vienna e Bercy e vedermela con una concorrenza agguerrita».

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement