Berrettini ko, salta il derby con Sinner (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). Federer, addio Top Ten (Marianantoni). Odiavo Riggs, denigrava le donne (King)

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Berrettini ko, salta il derby con Sinner (Crivelli, Mastroluca, Bertellino). Federer, addio Top Ten (Marianantoni). Odiavo Riggs, denigrava le donne (King)

La rassegna stampa di mercoledì 13 ottobre 2021

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Il derby non si fa (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Stavolta Fritz non fa troppo l’amico. E manda in frantumi íl sogno di un derby tutto italiano agli ottavi tra Berrettini e Sinner, che avrebbe rappresentato l’esaltante punto d’arrivo di una stagione magica per il nostro tennis. Troppo brutto per essere vero, però, il Berretto del deserto californiano, scarico al servizio (63% di punti con la prima, che però non lo ha mai sostenuto nei momenti decisivi) e fallosissimo nell’altra fondamentale risorsa, il dritto, per concedersi qualche chance di opporsi a un Fritz sicuramente centrato ma non certo superlativo. D’altronde, depotenzlato dei colpi migliori, Berrettini si è scoperto per una volta Sansone privato della chioma confortevole del suo gioco abituale. Una sconfitta che priva lui e tutto il movimento tricolore di un affascinante incrocio con Sinner, ma che non complica la corsa quasi completata verso le Finals di Torino, magari da sigillare a Vienna tra due settimane. Matteo è apparso lento nei movimenti e svuotato mentalmente: ha avuto un sussulto al tramonto del primo set, quando con orgoglio ha recuperato due break di svantaggio e ha servito per il 5-5, affondando però in quel game con una serie di quattro gratuiti completata da un doppio fallo. Da li, in pratica, non c’è più stata partita. In mancanza del tanto agognato derby, sarà dunque Fritz a saggiare lo stato di forma di Sinner (terzo match dalle 20 italiane), approdato agli ottavi senza giocare per il forfeit di Isner, accorso in ospedale ad assistere la moglie che sta per partorire il loro terzo figlio. Taylor, solita faccia da attore di Hollywood anni ’50, che a giugno è uscito in sedia a rotelle dal Roland Garros con un menisco fracassato, ormai sembra aver perso il treno per diventare il messia del tennis yankee come gli pronosticavano da junior, ma è un ragazzo intelligente e che si allena bene e il suo gioco offensivo, se sorretto dal servizio come ieri, non dà ritmo e punti di riferimento. Per Jannik si tratterà di un incrocio fondamentale (tra i due non ci sono precedenti), perché i primi rivali verso le Finals, cioè Ruud e Hurkacz, continuano ad avanzare come trattori e sarebbe opportuno non lasciarli allontanare troppo. […]

Berrettini flop, il derby sfuma (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Non ci sarà il derby azzurro negli ottavi di finale del Masters 1000 di Indian Wells. Jannik Sinner affronterà oggi Taylor Fritz, mai in difficoltà contro un Matteo Berrettini toppo spento per essere vero. Il 6-4 6-3 finale fotografa solo in parte una partita in cui il romano ha messo in campo l’orgoglio ma è sembrato perdere tutto il resto. In un’ora e venti minuti di partita, il numero 1 azzurro ha ceduto quattro volte il servizio. Non gli succedeva in una sfida al meglio dei tre set dalla finale di Madrid contro Alexander Zverev: ma quell’incontro finì al terzo. «Mi è mancata l’adrenalina, non avevo abbastanza energie nervose – ha detto Berrettini – era un po’ che non mi succedeva». Il numero 7 del mondo non ha fatto cenno al problema al collo e alla schiena per cui ha dovuto rinunciare al doppio proprio con Sinner. «Sto cercando una spiegazione a quello che è successo, ma forse è dovuto semplicemente al fatto che sono umano e un piccolo down ci sta». Fritz, 23 anni, non aveva più sconfitto un Top 10 proprio dal successo su Berrettini in Coppa Davis a Madrid due anni fa. Ieri già dai primi game è apparso chiaro che Berrettini non fosse nella sua versione migliore. Poco incisivo con la seconda di servizio e in risposta, perdeva fin troppo facilmente la misura quando provava ad accelerare con il diritto. Fritz, che ha vinto 43 punti contro 27 negli scambi conclusi entro i quattro colpi, ha preso di mira il rovescio del numero 1 italiano. Così ha allungato da 1-1 a 5-1. II parziale avrebbe potuto segnare la storia del primo set, Berrettini pere si è scosso, rimontando fino al 4-5 e servizio. Ma di nuovo il fragile equilibrio su cui si è retto il suo tennis nei game precedenti è andato in pezzi. Con tre gratuiti e un doppio fallo ha concesso il break che gli costa il set. L’incontro non ha di fatto avuto più storia. «Avevo bisogno di una partita così, in un torneo che adoro – ha detto lo statunitense – la mia strategia era chiara, sapevo cosa avrei dovuto fare per vincere. Volevo servire forte, attaccare la prima palla, sfruttare i miei punti di forza per metterlo in una posizione scomoda quanto più possibile».

Sinner, doppio “aiutino” (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Jannik Sinner è volato negli ottavi del Masters 1000 di Indian Wells senza faticare incassando il ritiro di John lsner, 36enne americano tornato in famiglia per vivere in prima persona la terza paternità. Un forfait che ha favorito anche i doppisti Lorenzo Sonego e Fabio Fognini, saliti nei quarti con la stessa dinamica e ora chiamati al confronto con una delle coppie leader del circuito di specialità composta da Dodig e Melo. Con Jannik già tra i migliori sedici, tutti a pregustare il derby tra lui e Matteo Berrettini, chiamato alla sfida con Taylor Fritz, tennista di casa. Partita strana la loro. Nel primo set dall’ 1-1 l’arnericano ha piazzato un parziale positivo di 9 punti a 1 salendo 4-1. Ha bissato il break, con il romano in evidente difficoltà dal punto di vista del movimento. Poi l’azzurro si è ridestato e ha recuperato i due break di svantaggio, dando l’impressione di essersi rimesso nella giusta direrione. Brutto il game numero 10 nel quale Berrettini ha commesso errori assortiti vedendosi nuovamente superato dal rivale che ha fatto sua la prima frazione. Andamento analogo nella seconda, con Matteo poco efficace con i classici colpi di cui dispone, il servizio e il diritto. Tre doppi falli e due ace, bilancio negativo e fotografia di una serata storta, con le difficoltà rese ancora più palesi dalla condotta giustamente aggressiva del 23enne californiano che aveva già superato il nostro nell’unico precedente di carriera, a livello di Coppa Davis nel 2019. «Ho avuto una strategia chiara usando le mie armi e soprattutto l’aggressività – ha detto al termine Fritz -. E’ un torneo che sento mio perché è vicino a casa. Credo di esserci venuto per la prima volta con gli amici, da spettatore, quando avevo 12 mini Poi sono tomato da giocatore a quindici nel tabellone di qualificazione». Non ci sarà dunque il derby azzurro con Sinner.

Federer, addio Top Ten. E questa volta rischia di non ritrovarla più (Luca Marianantoni, La Gazzetta dello Sport)

C’è ancora Hubert Hurkacz nel destino di Roger Federer. Tre mesi fa il polacco aveva fermato il Maestro ai quarti di finale di Wimbledon e ora, superando lo statunitense Tiafoe al terzo turno di Indian Wells, lo ha aritmeticamente estromesso dal club dei primi 10 giocatori nel mondo. Lunedì lo svizzero sarà al massimo numero 11 del ranking, o addirittura più in basso. Per Roger questa era la settimana numero 968 in top ten, ma la notizia ha un peso specifico enorme perché esiste la decisa possibilità che il Divino di Basilea, fermo da Londra per i postumi dell’intervento al ginocchio destro, non ci rientri più. Dallo scoppio della pandemia, Federer ha ovviamente beneficiato della classifica congelata (non senza qualche polemica di alcuni colleghi), e al momento, in condizioni normali, sarebbe numero 71 del mondo. Significa che se anche ritornasse a pieno regime l’anno prossimo, dovrebbe compilare una serie di grandi risultati per riavvicinarsi al gotha. Eppure dalla convalescenza si professa fiducioso: «Tornare a competere rappresenta una grossa sfida, ma vorrei rientrare il più velocemente possibile. Però devo essere paziente. Un passo alla volta. Per ora sta andando tutto bene, qúindi sono felice». Federer ha trascorso quattro periodi distinti in top ten. La prima volta ci era entrato il 20 maggio 2002 all’indomani dei primo successo in un Masters 1000, ad Amburgo, in finale su Safin. In quel ranking al primo posto svettava Hewitt, e Federer rimase tra i primi 10 per 7 settimane fino al 7 luglio 2002 quando sostituì lo storico quarto di finale di Wimbledon 2001 (quello della vittoria agli ottavi in cinque set su Sampras) con la cocente eliminazione all’esordio 2002 con Ancic. Poi ci tornò per 3 settimane dal 15 luglio al 4 agosto prima della serie interminabile di 734 settimane di fila che iniziò il 14 ottobre 2002 per finire il 16 novembre 2016: questa di Federer è la seconda serie più lunga di sempre dopo le 789 settimane consecutive di Jimmy Connors (dal 23 agosto 1973 al 2 ottobre 1988). L’ultima serie di Roger invece era iniziata il 30 gennaio 2017 dopo la vittoria all’Open d’Australia con l’epica finale contro Nadal. Con 968 settimane nei top 10, Roger Federer è il tennista uomo più presente di sempre. Al secondo posto c’è Nadal che galoppa a quota 838 settimane. Il record assoluto appartiene a Martina Navratilova che è stata ininierroiiamente nella Top 10 per 1000 settimane consecutive, dal primo ranking Wta del novembre 1975 al 1′ gennaio 1995.

Odiavo Riggs, denigrava le donne (Billie Jean King)

Dall’autobiografia di Billie Jean King – Corriere della Sera

All’inizio fu in qualche modo divertente vedere quanta straripante energia Bobby profondesse per promuovere la nostra sfida. Alcune cose erano una messinscena, e mi disse che faceva tutto parte della promozione. Continuava a ripetere le solite battute irritanti di sempre: «Vi dirò perché vincerò. Lei è una donna e non hanno stabilità emotiva! Rimarrà senza fiato, proprio come è successo a Margaret Court… L’uomo è superiore!». Altre cose che Bobby fece furono più difficili da ignorare. Il giorno prima della nostra conferenza stampa finale, si presentò all’allenamento indossando una maglietta con due buchi sul petto per mostrare i suoi capezzoli e poi scherzò con i giornalisti dicendo che a suo parere la maglietta sarebbe stata meglio addosso a me. Con questa superò il segno. Sapevo che alcune persone credevano realmente in certe battute sessiste che lui andava blaterando e io volli essere convincente e chiara: non era accettabile. Il giorno prima della partita, quando uno dei giornalisti durante la nostra conferenza stampa congiunta domandò che cosa pensassi di Bobby, dissi la verità: «Quel buffone denigra le donne… Lui mi piace per molti aspetti, ma lo odio perché denigra le donne, non degnandoci di credibilità come avversarie». (…) La gente era divisa su chi avrebbe vinto e ne discuteva a tavola, davanti ai distributori automatici nei posti di lavoro, nei saloni di bellezza e nei bar. Furono piazzate moltissime scommesse. I mariti promisero che se avessi vinto io si sarebbero occupati per una settimana di stirare; i capi promisero che avrebbero preparato il caffè per le loro segretarie. Furono organizzate visioni comunitarie e le persone si divertirono. I media continuarono a interpellare esperti per i pronostici. Quando incontrai Bud Collins, disse: «Ho scommesso su Riggs». Mi fece male, ma mi ferì ancora di più quando nel bagno del nostro torneo di Houston sentii alcune giocatrici dello Slims dirsi a vicenda di volere che io vincessi ma che pensavano che Riggs mi avrebbe battuto. Non si erano rese conto che fossi anche io lì fino a quando non uscii da uno dei cubicoli, le guardai senza dire una parola e uscii dopo essermi lavata le mani. Nel corso degli anni Bobby aveva dato lustro alla sua fama di spaccone organizzando trucchetti come piazzare trentadue sedie sul campo, giocare con le galosce, tenere al guinzaglio un cane mentre giocava. E tuttavia vinceva. A Houston vendeva spille con lo slogan «Pigs for Riggs». Eravamo totalmente diversi. Una buona fetta della mia preparazione a una partita — o a un discorso o a qualsiasi evento, in realtà — è stata sempre analizzare in anticipo tutto quello che sarebbe potuto accadere. Ogni dettaglio è per me importante, dall’avere un paio di scarpe di riserva al prendere confidenza con il luogo. Per la Battaglia dei Sessi specialmente non lasciai nulla al caso. Mi misi d’accordo con un custode perché mi facesse entrare nell’Astrodome il giorno prima della partita e mi facesse fare un giro. Lo stadio da fuori sembrava un enorme disco volante. Dentro era uno spazio cavernoso, pieno di eco. Sapevo che mi sarei dovuta abituare all’illuminazione, al senso della profondità e a individuare velocemente la palla tra le travi di ferro che componevano il soffitto alto 63 metri. D’altronde, lo stesso avrebbe dovuto fare Bobby. Ricordai a me stessa che non avrei avuto il lusso di potermi abituare al campo perché sarebbe stato preparato il giorno stesso della nostra partita. Ma sarebbe stata la stessa cosa anche per Bobby. Prima di altre partite di solito pregavo: «Ti prego, Signore, permetti a entrambi di giocare al massimo delle nostre possibilità». Questa volta, tagliai corto e dissi: «Ti prego, Signore, fai che io vinca».

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Nole il lungo braccio di ferro (De Ponti, Mastroluca). Nadal: «Pensiamo a giocare» (Crivelli). Chris Evert, la sfida più dura (Pierelli)

La rassegna stampa di domenica 16 gennaio 2022

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Nole il lungo braccio di ferro (Diego De Ponti, Tuttosport)

Nel tabellone c’è, ma Novak Djokovic il suo torneo lo sta già giocando tra centri per migranti e ricorsi. Nella notte il suo caso è stato esaminato dalla Corte federale australiana che potrebbe aver messo fine a questo duro confronto. Djokovic rischia tre anni di espulsione dal Paese. Ieri il campione serbo era tornato in stato di fermo al Park Hotel di Carlton, il centro che ospita i migranti senza visto. Una decisione arrivata dopo il colloquio con i funzionari dell’Immigrazione. l legali del governo hanno sostenuto che, secondo il ministro Alex Hawke, «la presenza di Djokovic può portare ad aumentare il sentimento anti vaccini nella comunità australiana, con cortei e manifestazioni di protesta che potrebbero a loro volta diventare una fonte di trasmissione del virus». Ieri si sono svolte due manifestazioni di protesta a favore del giocatore serbo. A farla da padroni slogan come “Novak libero” e striscioni contro le limitazioni per la pandemia. Persone si sono riunite anche nei pressi del Park Hotel. I legali di Djokovic contestano la tesi del ministro Hawke e hanno presentato un dossier di oltre 250 pagine, inserendo anche sondaggi realizzati dai media locali che dimostrerebbero il desiderio degli australiani di vedere il numero 1 del mondo in campo, ma anche prospettano pericolose ripercussioni economiche e organizzative per il futuro degli Australian Open. Per i legali l’espulsione del serbo «darebbe l’impressione di un processo decisionale politicamente motivato». Una tesi sostenuta anche da alcuni colleghi tennisti come Alexander Zverev. ll tedesco si schiera dalla parte di Djokovic «È qui e deve giocare. Aveva il suo visto, era in regola, non credo che sarebbe partito senza le garanzie necessarie per poter giocare il torneo».

«Djokovic è un pericolo per l’Australia» (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Due manifestazioni hanno acceso la giornata di sabato a Melbourne. Una sotto il Park Hotel, il centro che ospita i migranti senza visto dove Novak Djokovic è stato nuovamente trasferito dopo la seconda revoca del visto, l’altra davanti alla Rod Laver Arena. A Melbourne Park, dove nella notte italiana scatterà l’Australian Open, si sono riunite circa duecento persone in corteo per protestare contro i vaccini anti-COVID. La protesta è coincisa con l’annuncio delle motivazioni con cui il ministro per l’immigrazione Hawke ha deciso di proporre respulsione del numero 1 del mondo. Come emerso nell’udienza preliminare alla Federal Court dove si è discusso il secondo ricorso del serbo davanti a tre giudici d’appello, Hawke temeva che la presenza di Djokovic potesse far crescere il consenso verso le posizioni dei no-vax. Il profilo di Djokovic, ha sostenuto Hawke, e la sua popolarità «potrebbero far aumentare cortei e manifestazioni di protesta che a loro volta rischierebbero di diventare una fonte di trasmissione del virus». Gli avvocati della difesa, nelle 268 pagine di affidavit presentato nell’udienza di sabato, hanno contestato questa tesi che può, a loro dire, danneggiare la reputazione dell’Ansiralian Open e mettere a rischio la stessa possibilità che continui a ospitare il primo Slam nel calendario del tennis mondiale. Nella notte italiana di ieri il serbo è comparso davanti alla Federal Court, un tribunale di grado superiore, per discutere íl suo secondo appello. Posizioni diverse tra i colleghi del serbo. Secondo Zverev, «il caos è scoppiato perché è una star – ha detto – non penso che sarebbe partito senza garanzie». Rafa Nadal usa invece la forza del buon senso, e colpisce proprio per la mite ragionevolezza con cui affronta un tema così caldo: «Questa storia è andata un po’ troppo avanti, penso sarebbe importante parlare di tennis anche se il nostro sport conta “zero” rispetto a quello che stiamo affrontando . Abbiamo tutti dovuto affrontare momenti difficili negli ultimi due anni. E comunque non c’è giocatore che sia più importante di un torneo. Novak è senza dubbio uno dei più grandi campioni della storia, ma nemmeno lui, nemmeno io o Roger o Bjorn Borg prima, siamo più importanti di uno Slam. I giocatori col tempo se ne vanno e vengono sostituiti da altri. Il tennis va avanti: l’Australian Open sarà grande con o senza di lui».

Nadal: «Pensiamo a giocare» (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Ritorno al Park Hotel. Da qualunque parte lo si guardi, un remake di un film dell’orrore sportivo di cui si sarebbe fatto volentieri a meno a poche ore dall’inizio degli Australian Open, che scattano stanotte all’una italiana ma sono stati cannibalizzati dal caso più surreale e imprevedibile della storia del tennis, il visto negato dall’Australia al numero uno del mondo . Una saga dalla risonanza debordante capace di monopolizzare da 11 giorni tutte le attenzioni planetarie e che in queste ore, con la sentenza definitiva sulla legittimità della seconda revoca esercitata discrezionalmente dal Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke, dovrebbe finalmente essere giunta a compimento. I legali del serbo, nel giorno di vigilia, hanno ottenuto un successo procedurale importante anche psicologicamente: il nuovo ricorso è stato dibattuto dalla Corte Federale in seduta plenaria, cioè con un consiglio di tre giudici. Significa che in nessun caso le parti in causa potranno presentare un altro appello, e infatti l’accusa si era opposta. I patrocinanti del serbo hanno depositato una memoria di 286 pagine che dettaglia la linea difensiva già emersa nel pre-dibattimento: la scelta della revoca del visto sulla base della presunta pericolosità sociale di Djokovic in quanto convinto no vax in grado di mobilitare sentimenti contrari alla politica sanitaria australiana, è «irragionevole». Intanto perché anche un’eventuale espulsione, da quel punto di vista, potrebbe farne un martire e poi perché è dal marzo 2020, inizio della pandemia, che Nole non esprime opinioni generali sul vaccino. I legali dell’accusa, ovviamente, non recedono e nella loro documentazione hanno confermato che la sua presenza è una minaccia all’ordine e alla sanità pubbliche. Nel frattempo, siccome c’è uno Slam incombente, le operazioni procedono e ieri molti big si sono sottoposti alla classica conferenza stampa pre-torneo, dove come prevedibile l’argomento Djokovic è stato l’oggetto della prima domanda per tutti. tanto che pure il sempre educatissimo Nadal ha finito per risentirsi un po’: «Penso che la situazione sia andata troppo oltre. Onestamente sono un po’ stanco di tutto questo perché credo che sia importante parlare del nostro sport. Djokovic è uno dei migliori giocatori della storia, senza dubbio. Ma non c’è nessun giocatore nella storia che è più importante di un evento. Se non lo farà, l’Australian Open sarà comunque un grande torneo, con o senza di lui. Lo rispetto come persona, come atleta, senza dubbio. Ma ognuno sceglie la propria strada. Gli auguro tutto il meglio e davvero lo rispetto, anche se non sono d’accordo con molte delle cose che ha fatto nelle ultime due settimane. Se la soluzione per uscire dalla pandemia è il vaccino, quella deve essere». Più diplomatico Medvedev: «Aspettiamo di capire cosa succede, bisogna rispettare le regole, ma per quel che so ha un’esenzione valida e quindi può giocare». Sasha Zverev, invece, è dalla parte dell’amico Nole: «È qui e deve giocare, non credo sia giusto quello che sta accadendo. Aveva il suo visto, era in regola. lo non credo che sarebbe partito senza le garanzie necessarie. Il problema è che è una star, altrimenti questo caos non sarebbe scoppiato». Tsitsipas invece è decisamente sull’altra sponda: «Non mento: da due settimane si parla solo di lui e non di tennis giocato, ed è una vergogna».

Evert shock, la sfida più dura. «Ho un cancro alle ovaie» (Matteo Pierelli, La Gazzetta dello Sport)

E’ la partita più importante della sua vita, lei che ne ha giocate moltissime sui campi di tutto il mondo negli anni Settanta e Ottanta. Chris Evert, uno dei miti del tennis femminile, ha rivelato al mondo che sta lottando contro un cancro alle ovaie. La vincitrice di 18 Slam, che adesso fa la commentatrice tv, ha anche voluto tranquillizzare tutti. «Raccontare la mia storia è un modo per aiutare gli altri – ha detto la 67enne ex numero 1 del mondo -. Mi è stato diagnosticato un cancro alle ovaie al primo stadio. Mi sento molto fortunata perché la malattia è stata scoperta in fase ancora iniziale e mi aspetto buoni risultati dal ciclo di chemioterapia. Sono fiduciosa». La Evert è poi entrata nei dettagli anche in un colloquio con Espn, emittente con cui collabora da una decina d’anni: provvidenziale un’isterectomia preventiva. Che ha dato esiti confortanti visto che il cancro non si è propagato in altre parti del suo corpo. L’ex campionessa americana ha avuto la terribile notizia un mese fa. A preoccuparla, anche il precedente della sorella Jeanne, morta nel febbraio 2020 per lo stesso male a 62 anni. «Quando faccio la chemio penso a lei e sento che mi darà una mano a superare questa difficile prova». La Evert è in cura alla Cleveland Clinic Florid, a Fort Lauderdale, seguita dal dottor Joel Cardenas che l’ha operata il 13 dicembre scorso. «Se non fossimo intervenuti – ha detto il chirurgo – tra tre mesi o poco più il tumore, anziché lo stadio 1, avrebbe raggiunto il 3 o il 4. Se si sta fermi raggiunge l’ addome» . La Evert ha comunque voluto tranquillizzare ulteriormente («Mi vedrete qualche volta in collegamento su Espn per qualche commento sugli Australian Open») e poi ha chiesto comprensione: «Spero capirete il mio bisogno di concentrarmi sulla salute e sulle cure». Coraggio Chris.

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Cartellino arancione (Crivelli). Djokovic col fiato sospeso (Mastroluca). Murray, la scalata. “Sto tornando”(Viggiani). Djokovic espulso ma resiste (Rossi, Azzolini, Calabresi, Martucci). Bolelli-Fognini, l’Italia ha l’usato sicuro (Guerrini)

La rassegna stampa del 15 gennaio 2022

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Cartellino arancione (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Espulso. Per la seconda volta. Ma rimanendo ancora sospeso nel limbo della più snervante incertezza, in attesa dell’udienza decisiva di stanotte (in Italia) che risolverà finalmente una delle vicende più surreali e scioccanti della storia dello sport. Com’era prevedibile fin dal 10 gennaio, il giorno in cui venne annullata da un tribunale la cancellazione del visto di Novak Djokovic decisa all’ingresso in Australia dalla Polizia di Frontiera, ieri il Ministro dell’Immigrazione Alex Hawke ha esercitato il potere discrezionale di revoca, innestando un nuovo capitolo di una saga infinita con al centro del ring la battaglia tra il giocatore più forte del mondo e il governo di Canberra, mentre gli Australian Open incombono a grandi passi ma non sono mai sembrati così lontani dall’interesse della gente. Le mosse australiane […] Queste le parole ufficiali del Ministro: «Ho esercitato oggi il mio potere in base al Migration Act per cancellare il visto di Novak Djokovic per questioni di salute e di buon ordine, considerando che fosse di pubblico interesse farlo». Scott Morrison, il Primo Ministro, ha aggiunto che i suoi concittadini hanno fatto tanti sacrifici durante la pandemia, e adesso si aspettano giustamente che i risultati di questi sacrifici vengano preservati». Una strategia d’attacco confortata dagli ultimi sondaggi: su un campione di 60.000 intervistati a Melbourne, l’83% ha dichiarato di augurarsi l’espulsione del campione di 9 Australian Open. E anche la tempistica ha il suo significato: le autorità australiane si auguravano forse che il Djoker nei giorni scorsi risolvesse personalmente la questione andandosene spontaneamente senza attendere la nuova revoca e poi hanno aspettato il venerdì sera per rendere più complicato l’eventuale ricorso, portandolo a ridosso, se non oltre, l’inizio degli Australian Open, lunedì mattina (domani notte da noi). Gli avvocati Contrattacco lucido, ma speranze ridotte E invece, dal punto di vista procedurale, la difesa ha messo a segno un punto a favore. Intanto, i legali del serbo sono riusciti a farsi ascoltare d’urgenza dal giudice Kelly, proprio quello del primo verdetto, appena tre ore dopo la cancellazione del visto, mentre la Corte avrebbe voluto trasferire subito il caso a un Tribunale Federale, allungando i tempi ben oltre l’inizio del torneo. Nel frattempo, hanno ottenuto che Djokovic non fosse espulso fino al giudizio definitivo. Ieri sera alle 22 italiane le 8di sabato in Australia, Nole è stato poi portato a un commissariato della Polizia di Frontiera, da dove ha raggiunto una nuova struttura di detenzione diversa dal Park Hotel e non comunicata per non attizzare il circo mediatico. Lì, potrà comunicare con gli avvocati fino all’ora dell’udienza presso la Corte federale presieduta dal giudice David O’Callaghan, fissata alle 10.15 di domani a Melbourne, le 24.15 di stanotte in Italia, quando il numero uno del mondo sarà interrogato in streaming: sentenza attesa dopo qualche ora. […] Un crinale complesso, perché il Governo potrebbe avere gioco facile nel dimostrare che le mosse false di Noie dopo la positività rendono plausibile il provvedimento. Perdesse, oltre all’espulsione il Djoker rischierebbe tre anni di bando dall’Australia (e dal suo Slam). Vincesse, dovrebbe andare in campo dopo poche ore (la sua parte di tabellone gioca già lunedì) e con il peso psicologico di due settimane laceranti. Ai confini della realtà.

Djokovic col fiato sospeso (Alessandro Mastroluca, Il Corriere dello Sport)

 

 Novak Djokovic è di nuovo al punto di partenza. Il ministro per l’immigrazione Alex Hawke ha esercitato il suo potere personale e gli ha revocato il visto. I suoi avvocati hanno presentato un ricorso d’urgenza contro la decisione, discusso davanti allo stesso giudice della Federal and Family Court che gli aveva dato ragione la prima volta. Ma dopo la prima udienza ha deciso di trasferire il caso a un tribunale federale, di grado piú elevato. Il serbo, che non sarà rimpatriato prima della fine del procedimento, resterà in una struttura ancora non resa nota da cui potrà uscire per recarsi nello studio dei suoi avvocati dove sarà però sorvegliato da due ufficiali dell’Australian Border Force, la polizia di frontiera zione dal Paese. Da qui, alle 9 di domani mattina ora di Melbourne, le 23 di stasera in Italia, assisterà all’udienza che il resto del mondo potrà seguire in streaming sul canale Youtube della Federal Court. Se il ricorso non dovesse essere accolto, Djokovic rischia fino a tre anni di interdizione dal paese. POSIZIONE DEL MINISTRO. Il ministro Hawke ha preso la decisione di revocare per la seconda volta il visto del serbo in base alla sezione 133C(3) del Migration Act, la fondamentale legge australiana sull’immigrazione, citando motivi di “salute, sicurezza e di buon ordine, considerando che fosse di pubblico interesse farlo” si legge nel comunicato con cui annuncia la sua scelta. […] Secondo l’avvocato Wood, che ha curato la difesa di Djokovic in entrambi gli appelli, si tratterebbe di una decisione influenzata dalla politica. Per revocare il visto, ha detto Wood, il ministro ha sostenuto che la presenza di Djokovic potrebbe aumentare il sostegno verso posizioni no-vax in Australia. Una giustificazione, ha detto Wood nel corso dell’udienza, «evidentemente irrazionale. Non ci sono basi per affermare che l’eventuale espulsione di Djokovic non porti a un consenso ancora più ampio verso queste tesi». GLI SCENARI. Secondo l’avvocato David Prince, per i legali di Djokovic sarà difficile di dimostrare che la revoca del visto al serbo non sia di interesse pubblico. Il problema, ha sottolineato a West Australia Today, sta nella legge nazionale, molto vaga nel fissare i confini su quello che può rientrare negli ambiti di questa definizione. […] COME CAMBIA IL DRAW. Tennis Australia, la federazione tennis nazionale che organizza il torneo, rimane sotto pressione dopo le accuse di Bernard Tomic che ha giocato un match nelle qualificazioni pur avendo contratto il Covid e mostrandone i sintomi. Ora il tabellone maschile rimane soggetto a possibili cambiamenti. Gli organizzatori hanno annunciato che la parte alta dei due tabelloni di singolare maschile e femminile si completerà lunedì 17. Se Djokovic dovesse essere espulso prima che venga pubblicato l’ordine di gioco della prima giornata, il russo Andrey Rublev prenderebbe il suo posto, Gael Monfils diventerebbe dunque il primo avversario di Gianluca Mager, il kazako Alexander Bublik occuperebbe il posto ora del francese, e al suo entrerebbe un lucky loser. Il ripescato potrebbe essere Salvatore Caruso, che porterebbe a quindici il totale di azzurri in campo in singolare a Melbourne. Se invece, il verdetto del tribunale dovesse arrivare dopo la pubblicazione dell’ordine di gioco di lunedì, allora il lucky loser entrerebbe al posto di Djokovic senza ulteriori modifiche.

Murray, la scalata: “Sto tornando” (Mario Viggiani, Il Corriere dello Sport)

Ventisette-mesi-ventisette, dopo Anversa 2019, Andy Murray oggi nell’ATP 250 di Sydney torna a disputare una finale del circuito. «Comunque vada, è una grande settimana per me. Sto giocando sempre meglio, ho battuto buoni giocatori, a questo punto spero proprio di salire un altro gradino…», sono state le sue parole a commento della semifinale vinta ieri contro il gigante Reilly Opelka, al quale per abbatterlo non sono bastati 20 ace e tre set tiratissimi per 2h24′ di gioco. IL LUNGO DIGIUNO Diciamo subito che i ventisette mesi risentono del calendario fortemente condizionato dalla pandemia: almeno nel 2020, quando l’ex numero 1 del mondo ha disputato solo Masters 1000 Cincinnati, US Open, Roland Garros e 250 Colonia, ma un bilancio di 3 partite vinte (con lo scalpo eccellente di “Sascha” Zverev) e 4 perse. Per il resto, nel 2021 invece il 34enne scozzese è addirittura ripartito dal challenger di Biella (sconfitto in finale da Illya Marchenko), chiudendo l’annata con 20 vittorie e 16 sconfitte: ha fatto terzo turno a Wimbledon e Indian Wells, quarti invece a Metz e Stoccolma (qui ha battuto Jannik Sinner). DISCESA & SALITA. L’anca destra operata due volte, gennaio 2018 e gennaio 2019, ci ha messo un po’ prima di restituirci un Murray competitivo. Certo, non quello che è stato capace di conquistare tre Slam (US Open 2012, Wimbledon 2013 e 2016) e un doppio oro olimpico (Londra 2012 e Rio 2016), e ancora di vincere 46 tornei e essere finalista in alti 22. Finito fuori dai Top Ten il 6 novembre 2017 e dai primi 100 il l’11 giugno 2018, Andy era rotolato giù fino a n. 839 il 16 luglio 2018 e il 30 settembre 2019 era ancora n. 503. Da allora non è stato meglio di 102, il 12 luglio 2021, ma la classe è quella di sempre e la tigna pure. […]. DJOKOVIC. Per forza di cose, dopo la revoca del visto, Murray è stato sollecitato a parlare ulteriormente della tempesta che chissà ancora per quanto travolgerà il mondo di Novak Djokovic Curiosamente, i due sono quasi coetanei al 100%, meno… una settimana: lo scozzese, è nato il 15 maggio 1997, il serbo il 22. «È un brutta storia. per tutti, ma non è il momento di infierire su Novak Non ho intenzione di star qui seduto e cominciare a prenderlo a calci mentre è a terra. E una situazione che si trascina da troppo tempo: non è un bene per il tennis, non lo è per gli Aus Open, e neanche per lui. Non so quale strada abbia percorso, quanto tempo ci voglia per il ricorso, se può allenarsi o no giocare lunedì So solo che serve una soluzione». Netta, invece, la posizione di Andy sull’argomento vaccini, con l’invito a immunizzarsi «Quando in Gran Bretagna mi sono sottoposto al booster di richiamo, l’infermiere che me l’ha inoculato mi ha detto che tutti i pazienti in terapia intensiva erano non vaccinati. Per me ha senso che ognuno si vaccini in quanto, se è vero che i giovani o gli atleti corrono meno rischi, dobbiamo comunque fare tutti la nostra parte. Ogni Paese ha le sue regole, per venire in Australia bisognava essere vaccinati e credo che l’abbia fatto la quasi totalità del primi cento giocatori, forse anche il 98%. Per il reato, preferirei parlare di tennis e non di quello che accade a un altro giocatore fuori dai campi”

Djokovic espulso ma resiste (Paolo Rossi, La Repubblica)

Golia ha dunque schiacciato Davide. Il governo d’Australia ha nuovamente revocato il visto d’ingresso a Novak Djokovic. […] Dunque: il ministro per l’Immigrazione, Alex Hawke, ha esercitato una sua personale prerogativa, quella di revocare il visto a un privato cittadino per (in questo caso) «motivi di salute e ordine, sulla base del fatto che era nell’interesse pubblico farlo». Ma la fionda di Djokovic ha riportato il suo caso di nuovo in tribunale, ottenendo anche il rinvio della sua detenzione fino all’udienza con il giudice. I suoi legali impugneranno la decisione del ministro con questa tesi: “Il visto è stato cancellato solo perché la presenza del numero 1 del mondo alimenta il sentimento anti-vaccinazione”, evitando/rinviando così l’espulsione del serbo, che ora andrà in tribunale per essere ascoltato e può essere sì formalmente detenuto, ma non espulso dall’Australia mentre l’azione legale è in corso. Djokovic si è visto revocare il visto in nome della sezione 133C (3) della legge sull’immigrazione.[…] La partita legale, una sorta di qualificazione per il tabellone degli Australian Open per Djokovic, si è aperta di nuovo, e lo scenario prevede — in caso di sconfitta — anche il divieto di ingresso in Australia per i successivi tre anni, a meno di una «ragione compassionevole». Sarebbe difficile immaginarlo in campo nello Slam edizione 2026. Per questo Nick Wood, uno degli avvocati del n. 1 del tennis, ha già anticipato la strategia difensiva: «Il ministro Hawke non ha preso in considerazione in alcun modo le conseguenze che la rimozione forzata di Djokovic potrebbe avere sul sentimento anti-vaccinazione, ed è palesemente irrazionale». L’avvocato ha poi rincarato la dose, criticando l’approccio al protocollo decisionale di Hawke. Gli avvocati difensori si sono riservati di presentare domanda formale e osservazioni al tribunale entro oggi. E così il caso è stato trasferito al giudice O’Callaghan, presso la Corte federale. In attesa del weekend, resta una grande confusione nel mondo del tennis giocato. Gli Australian Open sono rimasti in silenzio, con il tabellone sospeso: se Djokovic uscisse entrerebbe Salvatore Caruso, e il posto in più in alto nel tabellone spetterebbe ad Andrey Rublev, ma solo se questo accadrà prima che il torneo cominci. Per molti la defezione del serbo porterebbe a un torneo squilibrato, che meriterebbe un nuovo sorteggio (ma che non avverrà). Ma anche la politica australiana è ferma in un limbo. L’unico a parlare è il premier, Scott Morrison: «Gli australiani hanno fatto molti sacrifici durante questa pandemia e giustamente si aspettano che il risultato di quei sacrifici venga protetto. Questo è ciò che il ministro sta facendo oggi nel compiere questa azione. Le nostre forti politiche di protezione delle frontiere hanno mantenuto gli australiani al sicuro, prima del Covid e ora durante la pandemia». E poi ha chiesto bocche cucite anche a tutti gli altri esponenti di governo. Nel tennis non esiste il pareggio, ma una doppia sconfitta non s’era mai vista: è un esito inedito. Comunque vada, Djokovic (volente o nolente) ha scritto un’altra pagina di storia (negativa? Positiva?), ma a posteriori sarà il record di cui avrebbe fatto volentieri a meno.

L’Australia ha il match point (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Non è tutto da rifare, non proprio. Ma tutto da riconsiderare sì. […] Il caso Novak Djokovic porta con se lo stesso scompiglio di un match che prende forma sotto la spinta di onde anomale, e obblighi a considerare normali, o inevitabili, i continui ribaltoni disseminati da una trama pazza e per alcuni aspetti ingannevole lungo la strada di un protagonista che in pochi giorni ha del tutto dismesso i panni del buono, per vestire altri, ben più sulfurei, tali da mostrare al grande pubblico le molteplici zone d’ombra che ne definiscono il carattere. È la perfetta visualizzazione delle forze contrastanti che entrano in gioco nei momenti più caldi dei match importanti, quelli che valgono titoli e storia. A un passo dalla conclusione, la folle partita del Djoker non vaccinato che vuole essere a tutti i costi il numero uno di un torneo nel Paese che ha eretto le barriere più alte contro la pandemia è passata di mano, e ha imposto che gli ultimi colpi vadano giocati sul tracciato predisposto dal governo federale australiano. Il primo match point è del ministro dell’immigrazione, Alex Hawke. Ha giocato di fino le sue carte, dicono. Ma Nole è un grande difensore, l’ha dimostrato in tante occasioni. Anche contro Federer. Sarà l’ultima sentenza a stabilire chi davvero abbia vinto questo match giocato tra Corti giudiziali. La decisione di Hawke è giunta alle 18 di venerdì, le 8 del mattino da noi. Poggia su un impianto ampio, e tira in ballo “motivi di salute e ordine pubblico“. Cancella da capo il visto concesso al serbo e non contesta a Djokovic solo le incongruenze presenti nel modulo fornito agli agenti della polizia di frontiera al suo arrivo all’aeroporto di Melbourne il 5 gennaio, quando Nole firmò il foglio nel quale affermava di non aver svolto viaggi prima di giungere in Australia). Né si concentra solo sull’ammissione dello stesso Djokovic di avere disattesole norme del suo Paese per aver concesso il 18 dicembre un’intervista all’inviato de L’Equipe pur sapendo (dal 16, poi corretto al 17 dicembre) di essere positivo. CARTA BIANCA Accanto a questi dati, emersi dalle indagini svelte, Hawke cala le proprie prerogative ministeriali, che gli lasciano carta bianca. E’ il dispositivo 1330 (3) della legge sull’immigrazione, che si rifà alla “salute pubblica” e ai soggetti che possono metterla in pericolo. E l’articolo che potrebbe costare a Nole il visto peri prossimi 3 anni, ed è anche l’articolo che ha indebolito la replica degli avvocati del serbo, convinti che il giudizio spettasse da capo al giudice Anthony Kelly, lo stesso che aveva restituito a Djokovic il visto con la prima sentenza presso la Corte Federale. Rapidamente richiesto di predisporre un secondo giudizio sulla vicenda Kelly ha deciso soltanto che il tennista non fosse espulso fino alla conclusione della bagarre legale e ha stabilito che possa seguire il nuovo processo da un luogo diverso dall’Hotel dei “senza visto dov era ospitato nei primi giorni.[…] Sarà dunque un nuovo giudice a farsene carico. Nella serata italiana Djokovic è stato interrogato dai funzionari dell’ufficio immnigrazione che gli hanno notificato il provvedimento governativo: è da considerare in stato di fermo. Poco dopo (intorno alle 10.15) era prevista un’udienza preliminare davanti al giudice David O’Callaghan. Poi Nole avrà la possibilità di confrontarsi coni suoi legali per organizzare la difesa per l’udienza finale, prevista per le 9 australiane di domenica. […] Continua Hawke: «Nel prendere questa decisione, ho considerato attentamente le informazioni fornitemi dal Dipartimento degli affari interni, dall’Australian Border Force e dal signor Djokovic. Il governo Morrison è impegnato a proteggere i confini dell’Australia dalla pandemia».Lo asseconda il primo ministro Scott Morrison «Prendo atto dia decisione del ministro su Novak Djokovic Questa pandemia è stata incredibilmente difficile per ogni australiano, ma siamo rimasti uniti e abbiamo salvato delle vite. Gli australiani hanno fatto molti sacrifici e giustamente si aspettano che il risultato di questi sforzi venga protetto. Ed è ciò che il ministro sta facendo oggi nel compiere questa azione». Una sentenza celere e favorevole a Djokovic lascerebbe 24 ore al n.1 del tennis per preparare il debutta previsto (da sorteggio)lunedi. Se invece il verdetto fosse negativo (l’Australia al momento conta l’85% di favorevoli all’espulsione del serbo), occorre vedere se esso arriverà prima o dopo il varo dell’order of play della prima giornata. Se prima, il posto di Djokovic sarà preso (da regolamento) dal numero 5, il russo Andrey Rublev, che a sua volta verrà rimpiazzato dal numero 17 Gael Monfils. Al posto di Monfils finirà il primo fuori dalle teste di serie, il kazako Bublik, e al posto di Bublik uno dei 2 “Iucky Loser” sconfitti all’ultimo turno delle qualifiche. Altrimenti, se l’ordine di gioco sarà già varato, toccherà direttamente al Fortunato Perdente prendere (per sorteggio, anche qui)il posto di Nole. I due sono Dzumhur e Caruso. Alla fine, la vicenda potrebbe concludersi con un italiano in cima al tabellone.

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Rassegna stampa

Il Covid della discordia (Crivelli, Mastroluca, Bo). E Nadal riscrive la storia (Grilli)

La rassegna stampa di domenica 9 gennaio 2022

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Djokovic: “Covid a dicembre”, ma era in giro… (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il destino immediato di Novak Djokovic, nonché la sua credibilità e l’immagine che d’ora in poi si porterà dietro su tutti i campi del mondo sono racchiusi nelle 35 pagine della memoria difensiva che I suoi legali hanno consegnato al giudice Kelly, l’uomo chiamato a decidere, dalla mezzanotte italiana, se al numero uno del tennis debba essere riconsegnato il visto d’ingresso negatogli all’arrivo in Australia e consentirgli così di giocare il primo Slam stagionale vinto 9 volte oppure se il ricorso vada respinto, rispedendolo in patria con effetto immediato. Sono le ore decisive attorno a una vicenda che fin dai primi vagiti ha ovviamente assunto portata planetaria per lo spessore del protagonista e che comunque finisca lascerà macerie su ciascuno degli attori coinvolti, persone ed istituzioni. Da quel documento, però, emerge finalmente il punto decisivo attorno al quale si gioca la sorte della difesa: il 16 dicembre il serbo è risultato positivo al Covid. Dopo tante illazioni sulle date del possibile contagio, la conferma che Nole si è ammalato (per la seconda volta) e poi è guarito, potendo quindi richiedere, in base alle regole fissate da Tennis Australia e dallo Stato del Victoria, l’esenzione sanitaria da non vaccinato. Come pezza d’appoggio, gli avvocati del serbo presenteranno pure una lettera del Ministero degli Interni australiano che il 1° gennaio 2022 gli ha confermato che i suoi documenti avevano soddisfatto i requisiti per poter entrare nel Paese senza passare dalla quarantena. Inoltre, Djokovic era già in possesso di un visto per atleti assegnatogli il 18 novembre e anche dell’esenzione confermata dal comitato medico indipendente il 30 dicembre. Qui però finiscono le certezze e si palesano i lati oscuri dell’impianto difensivo. Innanzitutto, rimane assodato che per il Governo federale la guarigione da Covid non costituisce ragione esimente per ottenere una deroga al vaccino. Inoltre, Tennis Australia richiedeva che l’esenzione fosse presentata entro il 10 dicembre e Novak è risultato positivo sei giorni dopo: dunque, la sua richiesta sarebbe stata esaminata dagli organizzatori ben oltre la deadline. In aggiunta, proprio il 16 dicembre il numero uno del mondo aveva partecipato alla presentazione ufficiale di un francobollo in suo onore. E se per l’occasione l’esito del tampone poteva ancora essere ignoto, altre foto circolate in rete lo mostrano, il giorno dopo, assegnare premi ai ragazzini della sua Accademia, a contatto con bambini e genitori e senza uno straccio di mascherina: non esattamente il comportamento che si richiederebbe a un contagiato. […] II fratello Djordje, intanto, instilla il dubbio sulle prossime scelte del campione: «Lo stanno trattano come un criminale, qualcuno pagherà. E anche se dovessero restituirgli il visto, non so se giocherà il torneo, che al momento è l’ultimo dei suoi pensieri: troppo stress».

Djokovic e il Covid della discordia (Alessandro Mastroluca, Corriere dello Sport)

 

Un fatto, scriveva Friedrich Dürrenmatt, «non può “tornare” come torna un conto, perché noi non conosciamo mai tutti i fattori necessari ma soltanto pochi elementi». Il principio vale appieno per il fatto sportivo di questi giorni, l’esenzione concessa prima e il visto revocato poi a Novak Djokovic che stanotte a mezzanotte (le 10 di mattina ora di Melbourne) si difenderà davanti al giudice al giudice Anthony Kelly del Federal Circuit Court. Ieri il tribunale ha reso note le 35 pagine della sua memoria difensiva. Djokovic, adesso lo sappiamo, ha chiesto l’esenzione perché ha contratto il COVID come dimostra un tampone molecolare positivo del 16 dicembre. L’ha ottenuta dopo il via libera di due gruppi indipendenti di medici, che hanno valutato le domande senza conoscere l’identità dei richiedenti. Ha ricevuto poi a Capodanno una lettera dal Department of Home Affairs del governo nazionale. Il verdetto è chiaro: Nole “possiede i requisiti per entrare nel Paese senza doversi sottoporre a un periodo di quarantena”. […] Il governo aveva avvisato Tennis Australia, la federazione tennis che organizza il torneo, che un contagio recente non sarebbe stato considerato sufficiente per evitare la quarantena. Il serbo sapeva che l’esenzione medica non costituiva garanzia di ingresso in Australia? Abdul Rizvi, ex ufficiale del dipartimento australiano dell’immigrazione, si è stupito che, di fronte a questi dubbi, non l’abbiano fermato a Dubai prima di imbarcarsi. Non è da escludere che la sua popolarità e le sue convinzioni sui vaccini, apertamente sbandierate, abbiano avuto un peso. Complottismi a parte, in uno Stato che ha chiuso Melbourne in lockdown per 262 giorni, la ratio delle esenzioni per essere considerati immunizzati anche senza aver ricevuto due dosi di vaccino è chiara: bisogna dimostrare l’impossibilità a vaccinarsi per cause di forza maggiore. Ci sono poi altri elementi che contribuiscono a ingarbugliare la situazione. C’è la questione della data del tampone positivo, il 16 dicembre 2021. Quello stesso giorno Djokovic ha partecipato a un convegno organizzato dalla sua fondazione e il 17 ha incontrato un gruppo di bambini al Novak Tennis Centre. Sapeva di essere positivo? La partecipazione a questi eventi, di pubblico dominio e documentata sui suoi profili social, può aver influenzato la decisione? Domande senza risposta, a cui se ne aggiunge un’altra. In una lettera inviata ai giocatori, Tennis Australia indicava il 10 dicembre come termine ultimo per presentare le richieste di esenzione: era solo un’indicazione di massima? […]

Nole, giallissimo! (Marco Bo, Tuttosport)

Più passano i giorni e il pasticcio di Novak Djokovic, ribattezzato Novax Djokovic, si allarga, macchiando ulteriormente la sua immagine. Per sua fortuna però, siamo agli sgoccioli della telenovela, per cui a cavallo tra la notte italiana e il giorno australiano il tribunale competente si esprimerà sul suo visto e il serbo saprà se dovrà reimbarcarsi per tornare nel suo Paese per la conferma della cancellazione del visto, oppure potrà restare a Melbourne per giocare l’Australian open a caccia del suo 21′ Slam della carriera. Con l’avvicinarsi del verdetto si è alzata la coltre di nebbia che avvolgeva la situazione di Djokovic che, oltre a essersi sempre mosso con imbarazzante disinvoltura in questi quasi due anni di Covid, non ha mai voluto esprimersi in maniera chiara e diretta sull’argomento vaccino. Gli avvocati del tennista hanno fatto sapere che la motivazione per cui Djokovic è volato in Australia senza vaccino è da spiegarsi col fatto che è risultato positivo al covid, nuovamente, il 16 dicembre scorso. Sarebbe provato da un documento redatto da un medico del suo Paese ma le regole per entrare in Australia sono più rigide per cui non è affatto scontato che il campione possa giocare. Tra l’altro i media si sono scatenati e hanno scoperto che il 16 dicembre Djokovic ha presenziato con tanto di foto senza mascherina a un evento nel suo Paese per la presentazione di un francobollo in suo onore, e in questo caso si potrebbe pensare che l’esito del test lo abbia ricevuto la sera stessa, ma il giorno seguente una ventina di ragazzi di una sua Academy hanno postato un’altra foto, con il campione, che si era recato per premiarli. Ma c’è di più. Il permesso di entrare in Australia senza vaccino bisognava chiederlo entro il 10 dicembre e questo non sarebbe avvenuto. Perché? […] Certo è che l’entourage del tennista ha contribuito ad alzare la temperatura intorno alla querelle e questo non depone certo a favore di una soluzione clemente da parte della giustizia australiana che, è risaputo, è piuttosto rigida nell’applicare le norme e poco incline all’interpretarle.

E Nadal riscrive la storia (Massimo Grilli, Corriere dello Sport)

Per un Djokovic chiuso nel suo triste rifugio, tra blatte e forse, chissà, qualche autocritica sulla sua condotta recente, c’è uno dei suoi rivali infiniti che tenta il ritorno ai massimi livelli dopo l’ennesimo stop a cui il fisico l’ha costretto. Parliamo naturalmente di Rafa Nadal, sceso al n. 6 del ranking ma ancora desideroso di combattere. A Melbourne, nel primo torneo di riscaldamento in vista di quegli Open d’Australia che ha vinto solo una volta, nel 2009, ha raggiunto la 126^ finale della sua straordinaria carriera (88 i titoli in bacheca), a quasi due anni di distanza dall’ultima vittoria sul cemento, Acapulco 2020 in finale su Fritz. Non giocava gare ufficiali da agosto, dalla sconfitta contro Harris al terzo turno di Washington, prima di attendersi al “solito” infortunio al piede sinistro, ed era tornato in campo solo venti giorni fa nell’esibizione di Abu Dhabi, che gli aveva lasciato come strascico più di qualche perplessità sulla qualità del suo tennis (aveva perso da Murray e Shapovalov) e soprattutto una positività al Covid. Nadal ha raggiunto una finale Atp per il 19° anno di fila – la prima a Sopot, in Polonia, nel 2004 – ma a Melbourne, per la verità, non ha dovuto impegnarsi più di tanto. Dopo il successo al debutto sul lituano Berankis (104 Atp) e il ritiro del suo avversario nei quarti, l’olandese Griekspoor, ieri ha sconfitto in due set il finlandese Ruusuvuori (numero 95), complicandosi la vita solo alla fine del secondo set. Perso il servizio al momento di chiudere il match, sul 5-3, ha dovuto annullare una pericolosa palla break sul 5-5 prima di chiudere con un paio di punti dei suoi. «È un grande ritorno per me, dopo sei mesi senza gare – ha detto lo spagnolo – anche ci sono ovviamente cose che devo fare meglio. Dopo una lunga assenza, sono un po’ preoccupato per quello che potrebbe succedere, ma il mio corpo resiste». […]

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