Identikit statistici: Novak Djokovic

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Identikit statistici: Novak Djokovic

Le armi vincenti del fuoriclasse serbo che quest’anno ha sfiorato il Grande Slam

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Novak Djokovic - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)
 
 

È il 1994, e nello studio della televisione di stato serba, in una trasmissione per bambini, ne viene ospitato uno di sette anni. Tutti ne parlano come di un piccolo prodigio del tennis. In chiusura di trasmissione, il bambino dimostra di avere già le idee chiare, dichiarando: “Voglio diventare un campione”. È cresciuto molto in fretta: negli anni ’90 la ex-Jugoslavia si sta disgregando, e lui è abituato a mettersi in fila coi genitori per ricevere il pane. È abituato anche a vedere il padre che, per allenarlo, posa un soldo nel quadrato del servizio e gli dice: “Se riesci a colpirlo, è tuo”. E a differenza di molti altri giovani tennisti, cresciuti in condizioni privilegiate, per quel bambino, che si chiama Novak Djokovic, un soldo è un soldo.

Ventisette anni dopo, il bimbo si è fatto uomo ed è diventato non soltanto numero uno del mondo, ma anche uno dei più grandi tennisti di sempre. Ha già conquistato 20 titoli Major (record assoluto, condiviso con i rivali di sempre Federer e Nadal) e sta per scendere in campo, a Flushing Meadows, per completare il Grande Slam. In questo 2021 post-pandemia (più o meno), ha già vinto in Australia, a Parigi, e sull’erba di Wimbledon: manca soltanto New York per raggiungere quel record che manca agli eterni rivali, centrato soltanto da Don Budge (da dilettante) nel 1938, e da Rod Laver, da dilettante nel 1962 e all’inizio dell’Era Open nel 1969. Sappiamo tutti come è andata a finire: Djokovic è costretto ad arrendersi ad un grande Medvedev, non meno determinato di lui e, forse, comprensibilmente, un po’ meno sotto pressione nell’occasione.

PALMARÈS

 

Non basterebbe un libro ad elencare tutte le vittorie di Nole – ci limitiamo quindi, senza pretesa di esaustività, a ripercorrere le tappe principali della sua carriera fino a questo momento. Nel 2003 diventa professionista e nel 2004 fa il suo esordio in un torneo ATP (quello di Umag), venendo sconfitto da Filippo Volandri. L’anno successivo gioca la sua prima partita a livello di Grande Slam (dopo aver sconfitto Stan Wawrinka nelle qualificazioni) in Australia, e viene sconfitto da Marat Safin. Sempre nel 2005, il primo acuto: al Masters Series di Parigi Bercy raggiunge il terzo turno eliminando Mariano Puerta, numero quattro del seeding.

Nel 2006, il non ancora ventenne Djokovic vince i suoi primi due titoli ATP, ad Amersfoort e Metz, e si classifica, a fine stagione, tra i primi venti giocatori del mondo. Il 2007 è l’anno in cui il talento di Nole, sostenuto dalla sua ostinata determinazione, si rivela al mondo in tutto il suo valore. Vince il Masters Series (oggi 1000) di Miami e, più avanti nella stagione, quello di Toronto, sconfiggendo nel corso della sua marcia trionfale Roddick, Nadal e Federer (rispettivamente numero tre, due e uno del mondo). Si qualifica per la prima volta a una finale Slam, a Flushing Meadows, ma in questo caso Federer fa valere la sua esperienza e si impone in tre set.

L’appuntamento con la prima vittoria Slam, comunque, è soltanto rimandato all’Australian Open 2008. Questa volta Djokovic batte Federer in semifinale e Tsonga in finale, aggiudicandosi il titolo. È la prima volta dal 2005 che un Major non viene vinto da Federer o Nadal. L’ombra dello svizzero e del maiorchino comunque è ancora molto imponente, e sembra relegare Djokovic al ruolo, pur rilevante, di numero tre del mondo. Qualcosa però cambia nel 2011, una delle migliori stagioni della carriera di un Djokovic che inaugura una nuova fase, ancor più vincente, della sua carriera. Fino alla semifinale del Roland Garros con Federer, il serbo inanella quarantuno vittorie consecutive, un inizio di stagione folgorante. Nel corso del 2011, si aggiudicherà tre prove del Grande Slam e cinque titoli Masters 1000. Da allora, diventa lui l’uomo da battere (anche se Federer, Nadal e non solo sapranno dargli del filo da torcere): dieci anni dopo, lo è ancora.

Data anche la disponibilità di dati tracciati con precisione, la nostra analisi si focalizzerà proprio su questo periodo: a partire dal 2011 fino a oggi, e in particolare sui tornei del Grande Slam. Cercheremo di osservare i match di Djokovic a partire dai dati. Pur senza dimenticare l’aspetto emotivo e, potremmo dire, epico delle sue sfide, proveremo cioè a capire se, attraverso i numeri, sia possibile distinguere ancor meglio, con più chiarezza, le armi vincenti di questo straordinario campione.

UNO SGUARDO D’INSIEME

Prima di approfondire l’analisi alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Djokovic con una serie di statistiche i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Novak Djokovic, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Oltre al saldo decisamente positivo tra ace e doppi falli, così come tra colpi vincenti ed errori non forzati, sicuramente atteso per un giocatore della levatura del serbo, colpisce la marcata differenza tra le palle break che Djokovic è in grado di costruirsi e quelle che concede all’avversario su ogni superficie. Anche attraverso tale statistica si può rappresentare il fatto che Nole ami condurre il gioco, ma che riesca a farlo, in genere, senza assumersi rischi eccessivi.

L’ultima statistica visualizzata, che conteggia il numero di discese a rete del serbo, evidenzia una volta di più la completezza tecnica di Djokovic. I valori infatti risultano marcatamente diversi per le tre superfici (erba, cemento, terra): Djokovic, in altre parole, può presentarsi a rete più o meno spesso, semplicemente in funzione di quanto convenga farlo in una specifica circostanza. Non ha certo paura di giocare la volée (il tallone d’Achille, a volerne trovare uno, potrebbe forse essere lo smash: colpo più raro anche se, in alcune occasioni, doloroso per il serbo), anche se preferisce costruire il punto da fondo. Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Novak Djokovic, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Oltre al dato eccezionale sulla percentuale di match vinti, superiore all’80% su tutte le superfici, è davvero degna di nota la capacità di Djokovic di salvare buona parte delle (poche) palle break concesse all’avversario. Su ogni superficie, Nole è capace, mediamente, di salvare almeno due palle break su tre concesse. Sull’erba di Wimbledon, la superficie su cui può chiedere maggiormente aiuto al servizio (non uno dei colpi più appariscenti di Djokovic, ma che specialmente nelle circostanze più critiche rivela la sua straordinaria precisione), la percentuale supera il 75%, ovvero, mediamente, Nole riesce a salvare tre palle break (abbondanti) su quattro concesse.

Dopo aver dato uno sguardo a diverse statistiche, considerate una alla volta, proviamo ora a chiederci quali combinazioni di variabili e valori, quali pattern, risultino più predittivi rispetto alla vittoria o alla sconfitta del numero uno del mondo.

I PATTERN PIÙ SIGNIFICATIVI, GLI ELEMENTI-CHIAVE DEL GIOCO DI DJOKOVIC

In particolare, chiediamoci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Djokovic alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. “Se Djokovic commette in media almeno 1.5 errori non forzati in meno rispetto all’avversario per set, e se l’avversario non mette a segno mediamente oltre 5.8 ace più di Djokovic per set, allora Nole si aggiudica la partita”. Il pattern si è verificato in 150 casi e, in tutti e 150, Djokovic ha vinto il match.
  2. “Se Djokovic commette in media almeno 1.5 errori non forzati in meno rispetto all’avversario per set, e se l’avversario non mette a segno mediamente oltre 5.4 vincenti più di Djokovic per set, allora Nole si aggiudica la partita”. Il pattern è quasi altrettanto generale, e ugualmente preciso: si è verificato 146 volte, e si tratta di 146 vittorie di Nole.
  3. “Se Djokovic ha una percentuale di punti vinti sulla seconda inferiore all’avversario di più del 10.9%, e se l’avversario stesso si presenta a rete non più di 10 volte durante il match, allora Djokovic viene sconfitto”. La regola si è verificata, fino a oggi, sette volte: in tutte e sette queste occasioni, il campione serbo è stato effettivamente sconfitto.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco di Nole. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si rivelano decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Djokovic, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Tanto i tre pattern di esempio quanto il feature ranking che possiamo osservare in Figura 3 confermano, una volta di più, la straordinaria lucidità tattica di Nole. Abbiamo tutti ben viva l’immagine di Djokovic che, specialmente nelle fasi più critiche del match, alza un muro di fronte all’avversario, imponendosi di non sbagliare. I numeri ci dicono che, se Djokovic sbaglia meno dell’avversario, diventa difficilissimo da battere (prima feature, in ordine di importanza, e di gran lunga, naturalmente con correlazione inversa). Può andare in difficoltà soltanto se l’avversario ha la forza di imporsi con un elevato numero di vincenti (la seconda feature in ordine di importanza è proprio la differenza in termini di vincenti tra Djokovic e l’avversario) o costruendosi molte occasioni di breakkare (terza feature).

Scorrendo il feature ranking, scorgiamo poi la percentuale di punti vinti con la prima da Djokovic (quarta feature) e il suo numero di discese a rete (quinta feature). Possiamo forse interpretare in questo modo tali elementi: se Djokovic è centrato al punto da sapersi imporre già dal servizio o da presentarsi più spesso del solito a rete, difficilmente l’avversario potrà spuntarla.

Il bambino, lo dicevamo, si è fatto uomo. E più che con i trionfi, più che con i numeri che ci siamo sforzati di interpretare, lo dimostra con le parole pronunciate nel momento più difficile, subito dopo la sconfitta contro Medvedev, che infrange (almeno per ora) il suo sogno più grande. Per prima cosa, riconosce i superiori meriti dell’avversario e gli augura di vincere altri Slam, perché lo merita. Poi continua dicendo, “anche se ho perso, oggi sono comunque felice per il supporto che mi avete dimostrato”. Ed effettivamente, forse, vedendolo in difficoltà, scorgendo il suo lato più umano, il pubblico di New York gli ha tributato tutto l’affetto e il supporto di cui si era dimostrato avaro fino a quel momento, specialmente nelle circostanze in cui Djokovic era stato avversario di Federer.

Nole ha perso una partita, ha mancato lo Slam, ma, forse, ha vinto il cuore del pubblico e degli appassionati. Tornano in mente i versi della canzone di De Gregori “La leva calcistica della classe ‘68”: “Ma Nino non aver paura di sbagliare un calcio di rigore / non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore / un giocatore lo vedi dal coraggio / dall’altruismo e dalla fantasia”. E ci piace immaginare Nole, come Nino, che ascolta e capisce fin dal primo momento: “L’allenatore sembrava contento / e allora mise il cuore dentro alle scarpe / e corse più veloce del vento”. Verso nuovi traguardi. La corsa di Nole non si ferma. E nel 2022 tutto lascia pensare che sarà ancora lui, una volta di più, l’uomo da battere.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

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C’è Holger Rune in Danimarca (e questa sera anche a Parigi)

Il giovane danese, che stasera giocherà il terzo turno del Roland Garros contro Gaston, sarà in futuro il grande rivale di Alcaraz? Nell’attesa, una digressione sul tennis danese

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Holger Rune - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Secondo Shakespeare c’è del marcio in Danimarca, o almeno c’era quando scrisse “Amleto”.

A oltre 400 anni di distanza da quei giorni possiamo dire che nel presente e soprattutto nel futuro del regno di Danimarca c’è anche il tennis grazie a un ragazzo di 19 anni che fisicamente assomiglia così tanto al protagonista di Titanic, che se non avessimo visto più volte il film saremmo inclini a credere che Jack Crawford sia riemerso incolume dai fondali dell’Atlantico.

Ci riferiamo a Holger Vitus Nodskov Rune, numero 40 della classifica mondiale che questa sera scenderà in campo a Parigi per affrontare al terzo turno Hugo Gaston.

 

Sarà Rune il giocatore in grado di lanciare il guanto della sfida a Carlos Alcaraz e a dare vita nei prossimi lustri – magari in compagnia di Jannik Sinner e Lorenzo Musetti – a una saga all’altezza di quella a cui hanno dato vita Federer, Nadal, Djokovic e Murray negli ultimi 15 anni?

Ce lo auguriamo per il bene del tennis, ma per il momento a suo proposito ci sentiamo solo di dire che ci sembra un buon giocatore, dotato di notevole temperamento, che studia per diventare un campione.

E dove studia il giovane Holger? Studia nella piccola, civilissima nazione citata in apertura di articolo e abitata da sei milioni di anime, che nei secoli scorsi ha dato i natali a illustri letterati e filosofi, ma che è sempre stata parca di tennisti. 

Caroline Wozniacki – numero 1 del tennis femminile tra il 2010 e il 2012 – rappresenta la classica eccezione alla regola.

Ma cosa risponderebbe Rune a un novello Farinata degli Uberti che gli chiedesse: “chi fuor li maggiori tuoi?” o, per dirla in prosa, “chi furono i tuoi predecessori?”

Nonostante Rune non ce lo abbia chiesto ci prendiamo la libertà di rispondere in sua vece.

Holger Rune è il giocatore danese arrivato più in alto nella classifica del singolare da quando l’ATP la introdusse nel 1973.

Scorrendo a ritroso l’album di famiglia del tennis danese, subito dietro di lui ci imbattiamo in un nome che non ci suona nuovo, ovvero quello di Kenneth Carlsen (ma forse ci confondiamo con il Diavolo, al secolo Kent Carlsson) che nel giugno del 1993 sull’onda degli ottavi di finale raggiunti in Australia toccò la posizione numero 41.

Carlsen è il solo danese insieme a Rune –  a maggio vincitore a Monaco del suo primo torneo –  ad avere vinto tornei ATP e quello che sino ad oggi ne ha conquistati di più: 3.

Oltre a Rune e Carlsen gli unici tennisti danesi ad essere riusciti ad entrare tra le prime 100 posizioni mondiali in singolare sono stati Kristian Pless (65), Frederik Fetterlein (75) e un giocatore di cui parleremo in chiusura di articolo.

La Danimarca vanta però un giocatore che nella specialità del doppio nel 2012 vinse il torneo di Wimbledon, ovvero Frederick Nielsen.

Al trionfo di Frederick non poté assistere suo zio Kurt poiché era  morto l’anno precedente. E chissà quante emozioni e quanti ricordi avrebbero attraversato quel giorno il cuore di Kurt Nielsen nel vedere il nipote giocare sullo stesso campo in cui aveva disputato e perduto la finale del singolare nel 1953 e nel 1955, prima contro Vic Seixas e poi contro Tony Trabert.

Kurt Nielsen alla luce dei risultati è il tennista più forte che la Danimarca abbia mai avuto. Per restare ai quattro major, oltre alle finali di Wimbledon già citate, Nielsen arrivò una volta ai quarti dello US Open e 5 volte agli ottavi del Roland Garros.

Non disputò mai l’Australian Open e non volle mai unirsi al circuito dei professionisti.

Quasi altrettanto forte fu il mancino Jan Leschly che nel 1967 fu sconfitto da Clark Graebner nella semifinale dello US Open .

Avevamo promesso di citare in chiusura di articolo il nome del quinto danese capace di raggiungere la top 100 nell’era Open.

Fedeli alla promessa  sveliamo il suo nome: Torben Ulrich, che insieme al fratello Jorgen nei ricordi del nostro Direttore costituiva una coppia di hippy ante litteram.

Ulrich fu un campione di longevità tennistica; nel 1968 a 40 anni arrivò sino agli ottavi di finale degli US Open e a 45 suonati al numero 96 della classifica ATP.

Non è però questa la ragione per la quale lo abbiamo tenuto a guisa di dulcis in fundo, bensì perché è il padre di Lars Ulrich; Lars Ulrich è il fondatore e batterista di uno dei più importanti gruppi della scena rock mondiale degli ultimi 40 anni,  i “Metallica” e concittadino di Holger Rune: entrambi sono infatti nativi di Gentofte. 

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Roland Garros, Djokovic: “Felice perché i rifugiati di Melbourne sono stati rilasciati. Tornare in Australia? Lo farei subito”

Il numero uno del mondo spiega: “Non porto rancore nei confronti dell’Australia, mi piacerebbe molto giocare di nuovo l’Australian Open”

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Novak Djokovic - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Novak Djokovic non spreca energie per passare alla seconda settimana del Roland Garros 2022: la vittoria in tre set contro Aljaz Bedene è facile e così in conferenza stampa, più che della partita in sé, si è parlato di argomenti collaterali (come anche il capitolo Boris Becker, che riportiamo a parte). Ecco cosa ha detto Nole Djokovic.

D: Sei passato ancora una volta agli ottavi. Cosa pensi del tuo prossimo avversario, Diego Schwartzman?

Djokovic: “Si tratta di uno dei giocatori più rapidi che abbiamo sul circuito, e i suoi migliori risultati in carriera sono arrivati sulla terra; quindi, senza dubbio è un avversario tosto. Lo conosco bene. Abbiamo giocato contro diverse ottime partite su superfici diverse. Quando giochi contro di lui devi sempre aspettarti che la pallina torni indietro. Sono pronto per una battaglia molto fisica. Non ho speso molto tempo fin qui in campo. E sto colpendo la palla molto bene, quindi non vedo l’ora di giocare”.

 

D: Arsene Wenger stava guardando la tua partita oggi, non so se lo sai, così come Zidane e Woody Harrelson. Hai avuto la possibilità di parlare con qualcuno di loro? Cosa pensi del fatto che queste persone vengono a vederti?

Djokovic: “Ho visto Arsene e Seedorf. E’ un onore che queste leggende del calcio vengano a guardare le mie partite. La maggior parte di noi giocatori di tennis è tifoso di calcio, guardiamo i club, le nazionali, tutte le competizioni. Quindi è un bel feeling vedere gente del loro livello e del loro palmares venire al campo. Ti dà ulteriori motivazioni. Ho visto Arsene a inizio match oggi. Questo ha avuto un buon impatto su di me, avevo ancor più motivazioni nel fare bene”.

D: Una domanda su Bedene. Ha iniziato con la Slovenia, poi ha rappresentato la Gran Bretagna, ma ha avuto problemi nel cambio di nazionalità e dunque è tornato indietro. Sono curioso di sapere come la pensi tu su queste regole.

Djokovic: “Non so bene i dettagli della sua vicenda, ma è una buona domanda. Non ho una chiara opinione in merito, perché da un lato mi piace vedere un giocatore rimanere della sua nazionalità, ma dall’altro non mi sento di giudicare se qualcuno vuole cambiare nazionalità, perché ci sono un sacco di motivi per cui uno lo può fare. Non si tratta solo di soldi, a volte ci sono ragioni familiari o di vita. Quindi, se un giocatore decide di cambiare paese, può avere le sue ragioni per farlo e dovrebbe avere la possibilità di riuscirci. Ora, parlando di questa regola, non sono sicuro di come funzioni nei dettagli; quindi, non so dire se è troppo severa o no. So che se giochi la Davis Cup o la Fed Cup per un paese allora è più difficile cambiare, ci vuole più tempo. Difficile per me dire ora cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Io mi sono trovato in una situazione simile quando avevo 14 anni. C’è stato un dialogo con la Gran Bretagna ma insieme ai miei genitori ho deciso di stare in Serbia e sono felice che abbiamo preso questa decisione. Ma ci sono molti giocatori in tutto il mondo che cercano migliori opportunità e non posso giudicarli. Tutti cercano di ottenere le migliori condizioni possibili per sé stessi e la famiglia”.

D: I rifugiati che erano nel centro di detenzione con te a Melbourne sono stati tutti rilasciati nelle ultime settimane. Mi chiedo cosa pensi di questo e se pensi che la tua esperienza abbia a che fare qualcosa con questo. E inoltre in Australia abbiamo un nuovo governo. Secondo te questo avrà qualche effetto sul tuo ritorno a Melbourne nel 2023?

Djokovic: “Tutti i rifugiati hanno lasciato il centro?”

D: “A quanto mi risulta sì”

Djokovic: “Se questo è vero sono ovviamente molto felice, perché so quanto le condizioni fossero difficili per loro. Particolarmente per coloro che erano lì da nove anni. Sono rimasto lì per una settimana, e non posso immaginare cosa voglia dire starci per nove anni. Non hanno fatto nulla di sbagliato, cercavano asilo e basta. Questo è qualcosa che non ho mai capito, ma se ho portato un po’ di attenzione sulla questione in un modo positivo per loro ne sono molto felice. Ho visto una foto di Ali, un ragazzo con cui parlavo, so che è andato negli Stati Uniti. Sono molto felice di sapere che è vivo e libero. A volte sottovalutiamo la libertà. Finchè non vivi una situazione così, non sai quanto sia importante. Per quanto riguarda il governo australiano, sì, ho sentito la news, ma non so dire se il mio visto sarà restituito e se sarò autorizzato ad entrare in Australia. Mi piacerebbe. Vorrei andarci e giocare l’Australian Open. Non porto rancore. E’ successo quel che è successo. Se avessi l’opportunità di tornare in Australia per giocare in un posto dove ho ottenuto i miei migliori risultati, sarei felice di farlo”.

Il tabellone maschile del Roland Garros 2022

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Roland Garros, Alcaraz: “Ferrero mi ha reso il giocatore che sono”

Adesso per lo spagnolo la sfida con il russo Khachanov: “Avversario tosto ma mi piacciono queste partite”

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Carlos Alcaraz - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo aver rischiato di salutare Parigi nel match di secondo turno contro il connazionale Ramos-Vinolas, Alcaraz ritorna a giganteggiare sulla terra battuta, sconfiggendo in tre set lo statunitense Korda, l’unico avversario che era riuscito a sconfiggere in questa stagione sul mattone tritato il diciannovenne di Murcia.

Alcaraz, grazie al successo ai danni di Korda, è diventato il più giovane giocatore a raggiungere il quarto turno al Roland Garros dal 2006 quando il diciannovenne Novak Djokovic si spinse fino ai quarti. L’obiettivo dello spagnolo, tuttavia, è andare molto più avanti come dichiarato nella consueta conferenza stampa post-partita.

D. Dal tuo punto di vista qual è la cosa più importante che ti rende diverso dagli altri giocatori?

 

CARLOS ALCARAZ: “Direi che gioco sempre in maniera aggressiva. Non importa se sto perdendo, vincendo, se si tratta di un momento difficile, di una partita difficile, manterrò il mio stile per l’intero incontro. Direi che è questa la differenza.”

D. Questa settimana secondo molte persone potresti essere il ragazzo che detronizza Novak Djokovic e batte Rafa sulla terra battuta. Sei pronto per questa sfida?

CARLOS ALCARAZ: “Beh, se continuo a vincere, giocherò contro uno di loro. Penso di essere pronto. È diverso giocare contro di loro in un Masters 1000 o in un altro torneo al meglio di tre rispetto a farlo in un torneo del Grande Slam, ma direi che sono pronto.

D. C’è un libro e un film intitolato Charlie and the Chocolate Factory (La fabbrica di cioccolato), nel quale Charlie ottiene un biglietto d’oro e tutti i suoi sogni diventano realtà. Quale sarebbe per te il biglietto d’oro? Qual è il tuo grande sogno e cosa vorresti realizzare?

CARLOS ALCARAZ: ”Se vincessi questo torneo direi di aver preso il biglietto d’oro o se diventassi il numero 1 al mondo direi di essere in possesso del mio biglietto d’oro.”

D. Ti piacerebbe parlare di come Juan Carlos [Ferrero,ndr] ti ha aiutato a crescere, qual è la cosa più significativa che ti ha dato come allenatore?

CARLOS ALCARAZ: “Beh, sono cresciuto con lui, mi ha reso il giocatore che sono in questo momento. Quindi direi l’intensità che devo mantenere per due, tre ore per poter giocare i Grandi Slam o queste partite contro i migliori giocatori del mondo, il fatto di continuare a concentrarmi in ogni torneo, in ogni allenamento. Che io stia giocando un torneo o mi stia allenando, devo rimanere concentrato durante tutta la sessione di allenamento o tutta la partita”.

D. Cosa sai di Khachanov?

CARLOS ALCARAZ: “Beh, mi sono allenato con lui solo una volta, ma ho visto delle sue partite; quindi, so che sarà una sfida difficile. Ma allo stesso tempo è anche un avversario tosto e mi piacciono queste partite.”

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