[ESCLUSIVA] Il furore di Bogomolov per la redenzione di Sock

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[ESCLUSIVA] Il furore di Bogomolov per la redenzione di Sock

Siamo andati a Charlotte, in North Carolina, per intervistare l’ex top 30 Alex Bogomolov. Nonostante si sia ritirato da dieci anni la sua passione per il tennis rimane immutata e sogna di riportare Jack Sock nei palcoscenici più importanti

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Jack Sock alla Bogomolov Tennis Academy (foto Facebook Bogomolov Tennis Academy)
 
 

Non appena oltrepassiamo la “state line” tra South e North Carolina cominciamo a intravedere la skyline di Charlotte. Trenta minuti a nord della città nel sobborgo di Concord, ha sede la ‘ Alex Bogomolov Academy”. Qui non solo giovani promesse si allenano sotto lo sguardo attento dell’ex top 30 ma da due anni a questa parte Jack Sock, lontano dai riflettori, sta cercando di ricostruire la sua carriera proprio con l’aiuto del suo amico e coach “Boogie”.  Prima di lasciare Charlotte contattiamo Bogomolov telefonicamente, Sock si trova in South Carolina a celebrare il suo primo anno di anniversario con sua moglie ma Alex ci dice che è disponibile per un’intervista e così guidiamo verso il “Cabarrus Country Club” di Concord. Per essere dicembre la giornata è abbastanza tiepida, è lunedì mattina, i campi dell’accademia sono vuoti e nell’atmosfera rilassata lontano dal frastuono della grande città si sentono le urla proprio di Bogomolov. Alex ci accoglie con una calorosa stretta di mano e ci chiede di avere un pochino di pazienza dal momento che si sta allenando con un giovane ragazzo che è il miglior prospetto dell’università del North Carolina. Stanno facendo una partita ai 10 punti giocando solamente lo slice, sia dalla parte del dritto, sia dalla parte del rovescio. Modo intelligente per allenare colpi che vengono sempre meno usati nel tennis moderno. Alex si arrabbia quando commette un errore e si esalta ogni volta che vince il punto. La sua competitività è davvero travolgente, il ragazzo che sta allenando è più pacato ma si vede come tra i due c’è confidenza. Vedendo il suo spirito da lottatore sorprende che nonostante i seri problemi fisici Alex non abbia mai cercato di tornare a giocare dopo il ritiro. L’attesa si rivela piuttosto lunga, il giovane studente è il primo a mollare per i crampi mentre Alex pimpante dà l’idea che avrebbe potuto continuare per ore. Quando il ragazzo lascia i campi Bogomolov ci porta in una piccola stanza e così l’intervista può cominciare. 

Vorrei chiederti innanzitutto della tua Accademia. Perché hai scelto esattamente Charlotte come città in cui vivere e creare la tua Accademia?

Innanzitutto Charlotte è situata a metà strada tra la Florida dove vive la mia famiglia e New York dove vive quella di mia moglie. Inoltre, avendo vissuto per molti anni proprio in Florida, mi attirava l’idea di vivere in un luogo dove fa più freddo, in cui puoi gustarti ogni stagione. Qui tra l’altro pagando meno soldi puoi avere una casa più grande. Così alcuni anni fa ci siamo trasferiti in una casa a dieci minuti da qui in cui ho potuto costruire un campo da tennis su cui far giocare i miei figli che a quel tempo erano molto piccoli e non avevano bisogno di nessun allenamento particolare. In futuro probabilmente la Florida sarebbe un’opzione migliore per permettere a mio figlio (ha 12 anni) di confrontarsi con altri giovani tennisti.  All’inizio non volevamo nemmeno che giocasse ma ora è lui a chiederci di allenarsi (ride).

 
Alex Bogomolov Jr – Indian Wells 2018

Con l’accademia il tuo obiettivo è quello di permettere a chiunque di allenarsi con un ex top 30 come te o preferisci a dedicarti a giovani promesse?

Qui abbiamo davvero qualsiasi livello. A partire da Sock che è stato top 10 che talvolta si allena con altri tennisti americani professionisti con cui è amico fino ad arrivare a bambini che vengono qui senza aver mai toccato una racchetta. Ogni persona che è venuta in questa accademia ha una storia e un passato tennistico diverso. In questo momento professionalmente sto lavorando con Jack Sock, a livello personale sto cercando di far migliorare i miei due figli mentre per quanto riguarda l’accademia sto lavorando sia con bambini che a oggi hanno poca esperienza sia con ragazzi che, se continuano a migliorare, un giorno possono realizzare qualcosa di importante. Ci piace avere la nostra indipendenza come accademia, infatti le nostre strutture sono all’interno del Cabarrus Country Club ma non devi essere un membro del club per avere accesso all’accademia.

A proposito della tua attuale collaborazione con Jack Sock, quando avete deciso di iniziare a lavorare insieme?

Nelle nostre carriere avevamo in comune l’aver vinto a Kalamazoo (città in Michigan sede di uno dei tornei giovanili più importanti degli Stati Uniti n.d.r.). È solo anni dopo il mio ritiro che abbiamo approfondito il nostro rapporto. Abbiamo cominciato a parlare di lavorare insieme allo US Open nel 2019 quando stava cercando di tornare dopo aver passato mesi fuori dai campi per l’infortunio al pollice. L’esatto momento in cui però la nostra collaborazione è iniziata è stato proprio durante l’off season tra la fine del 2019 e il 2020 quando Jack aveva perso tutti i suoi punti ATP.

Con il talento che Jack ha è sorprendente vederlo ancora fuori dai top 100. Come ti spieghi che dopo aver raggiunto il best ranking al numero 8 del mondo nel 2017 l’anno seguente senza particolari infortuni è uscito fuori dai top 100 e da quel momento non è ancora riuscito a tornarci?

Quello che è successo a Jack è un qualcosa di abbastanza comune per molti tennisti. Hai una stagione in cui ottieni tanti punti e l’anno seguente senti la pressione. Penso che il suo primo errore sia stato quello di rilassarsi dopo aver ottenuto il best ranking alla fine del 2017. Non si è allenato tanto duramente quanto avrebbe dovuto durante quella off season e in quel modo ha iniziato il 2018 con alcune sconfitte inaspettate. La fiducia è venuta a mancare e quella stagione è stata davvero terribile. Poi a inizio 2019 si è infortunato al pollice, non ha potuto lavorare sulla sua forma fisica per ben sei mesi e così quando è tornato alla fine di quell’anno era sovrappeso e si è fatto male anche alla schiena. Ha dovuto ripartire dai challenger ma a livello fisico non era in grado di giocare nemmeno a quel livello e quando ha perso tutti i suoi punti ha pensato seriamente al ritiro. Quando abbiamo cominciato a parlare non aveva alcun allenatore e nessun piano per tornare ad alto livello. Assieme a sua moglie stavano cercando una sistemazione a Charlotte ma era difficile per lui trovare un coach. Penso che siamo stati fortunati a vicenda a trovarci. È giusto dire però che quando è arrivato in top 10 era ancora piuttosto giovane e fino a quel momento non aveva mai avuto pressione di dover vincere a tutti i costi visto che non aveva mai troppi punti da difendere. Tra l’altro a Bercy nel 2017 avrebbe dovuto perdere al primo turno (contro Kyle Edmund).

 
 
 
 
 
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Possiamo dire che probabilmente fu abbastanza fortunato a giocare il torneo della carriera in un momento di transizione in cui c’era più spazio per entrare in top 10 rispetto a anni prima?

È stato bravo a sfruttare l’occasione ma è giusto dire che 1000 punti sono davvero tanti e solo quel torneo gli avrebbe permesso di rimanere in top 30 per parecchi mesi. Inoltre dopo quell’exploit ha cominciato ad avere bye in tutti i tornei che giocava e era un qualcosa a cui non era abituato. Così mentre le sconfitte nel 2018 aumentavano lui si trovava a iniziare nei tornei sempre il mercoledì o il giovedì contro giocatori che erano già rodati e più in fiducia di lui. Pochi mesi dopo che avevamo iniziato a lavorare è arrivata la pandemia che ha davvero rovinato i nostri piani. A marzo del 2020 aveva appena giocato la finale al Challenger di Indian Wells contro Steve Johnson, era finalmente in fiducia per la prima volta dopo tanto tempo e soprattutto ci avevano appena detto che Jack avrebbe ottenuto la wild card sia a Indian Wells sia a Miami. Sarebbe stata la prima occasione per lui per confrontarsi di nuovo contro i migliori ma quella sera stessa il circuito ATP è stato sospeso e i nostri piani sono saltati nuovamente. Ha smesso di pagarmi dal momento che non avevamo alcuna idea di quando il circuito avrebbe ripreso, si è dedicato al golf e ha preso di nuovo tutti i chili che aveva perso nei mesi precedenti. È tornato allo US Open dove al secondo turno ha perso contro Mannarino ma poi a fine anno ci siamo dovuti fermare nuovamente perché si è sposato. È stato difficile nelle ultime due stagioni dare continuità al tuo lavoro.

Sei un coach di vecchio stampo che lavora in silenzio e non ama scherzare troppo mentre ci si allena o hai un approccio più “leggero”?

Io e Jack in questo siamo diversi. Faccio fatica a prendere molti giorni liberi durante l’off season mentre lui, per quanto si alleni duramente, ha un approccio più leggero . Non mi piace perdere tempo quando ci alleniamo e quando viaggiamo tutto deve essere organizzato alla perfezione. In passato abbiamo litigato spesso perché come detto il suo approccio è più rilassato, sto ancora imparando come rivolgermi a Jack senza essere troppo aggressivo così non risponde in maniera troppo emotiva. Dal canto suo lui sta cercando di rispettare maggiormente l’allenamento e la mia etica di lavoro. Non mi piace perdere tempo, per questo stiamo ancora cercando di conoscerci.

Dal punto di vista tecnico ho notato come la sua discesa nel ranking sia coincisa con un maggior utilizzo dello slice con il rovescio. Quest’anno allo US Open ha giocato un’ottima partita contro Zverev e colpiva il rovescio a due mani piatto. È un aspetto su cui state cercando di lavorare?

L’aspetto su cui stiamo lavorando maggiormente è proprio la fiducia. Quando è sereno è in grado di giocare sia il rovescio incrociato sia il lungolinea proprio perché la mente è sgombra. Mentre quando non è in fiducia tende a girarsi troppo dalla parte del dritto, è un qualcosa di cui abbiamo parlato molto negli ultimi anni. Lui ha bisogno di una o due partite per entrare in ritmo, ha vinto il Challenger di Little Rock quest’anno perché è riuscito ad aggiudicarsi match molto duri che gli hanno dato una bella iniezione di fiducia. Quando sente l’odore del sangue si trasforma e il rovescio non è più un problema.

Jack Sock alla Bogomolov Tennis Academy (foto Facebook Bogomolov Tennis Academy)

Nonostante le difficoltà lavorative siete in grado di avere un buon rapporto di amicizia?

Sua moglie Laura va molto d’accordo con i miei figli e così quando viaggiamo andiamo tutti insieme. È ottimo anche per i miei figli così riescono a viaggiare, a vedere posti diversi nel mondo e a prendere confidenza con i palcoscenici tennistici più importanti. Io e Jack abbiamo un rapporto molto buono, ero anche al suo matrimonio e una buona atmosfera è importante anche per la fiducia di chi scende in campo ovviamente.

Nel 2011 ti sei aggiudicato il premio “most improved player of the year”, sei passato in una sola stagione dal numero 166 al numero 33 del mondo. Pensi che la tua esperienza nello scalare la classifica così rapidamente possa essere d’aiuto anche per Sock?

Penso che il 2022 sarà un grande anno per Jack. Negli ultimi due anni ha giocato davvero pochi tornei ma con una buona programmazione penso possa finalmente tornare ad alti livelli. Non so dire con esattezza in che posizione lo troveremo tra un anno ma il nostro primo obiettivo è ovviamente la top 100. La cosa migliore di Jack è che può attere qualsiasi giocatore, quindi se riusciamo ad arrivare nei palcoscenici più importanti si può togliere delle soddisfazioni. Al Roland Garros nel 2020 quando il suo livello era più basso di quello di oggi ha passato un turno contro Opelka e ha tolto un set a Thiem.

La top 100 è alla portata, se mi chiedi top 10 ti dico che questa volta per arrivare tra i primi dieci dovrebbe fare molto di più di quello che fece nel 2017. Quattro anni fa non penso sapesse nemmeno lui come avesse raggiunto quella posizione. Oggi è un giocatore più umile, giocare Challenger e perdere da giocatori più deboli gli ha fatto capire che nulla è scontato. Se riesce a motivarsi più di quanto non abbia mai fatto in passato allora forse può avere una chance di tornare a quel livello. Non penso che Jack fino ad oggi sia stato in grado di andare oltre i suoi limiti.

Quando Jack è tornato a giocare challenger pensavo che con la sua esperienza sarebbe stato in grado di vincerne parecchi. Come ti spieghi le difficoltà riscontrate in questo tipo di tornei?

Io sono cresciuto giocando Challenger e ho sempre pensato che scalare la classifica passando da questi tornei fosse molto difficile. Nei Challenger i giocatori sono tutti affamati, devono realizzare il loro sogno e sono molto motivati. Quando vai a giocare tornei ATP qualche volta il tuo avversario è infortunato o magari ha giocato alcuni ottimi tornei quindi è un pochino demotivato. A livello ATP assieme a Jack quest’anno abbiamo avuto più successo che nei Challenger, è dura per qualcuno come lui che è stato in top 10 andare a giocare tornei minori, perdere e presentarsi di nuovo nel prossimo torneo.

La sua stagione è comunque stata buona, è stato nominato per il premio “comeback player of the year” ma penso che avrebbe potuto fare meglio in alcuni tornei.

Qual’è la vostra programmazione per l’inizio della nuova stagione?

Ha finito tardi con la Davis Cup in Italia quindi non andremo in Australia. Abbiamo bisogno di allenarci con continuità a dicembre e a gennaio, inizieremo con un Challenger a fine gennaio e poi andremo al nuovo torneo Atp di Dallas per continuare il mese di febbraio a Delray Beach.

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[VIDEO] Wimbledon, Scanagatta: “Il programma del Day 1 e il centenario del Centre Court”

Dalle rive del Tamigi, il Direttore Ubaldo Scanagatta sull’apertura della 136esima edizione: “Djokovic e la striscia di 21 vittorie, interesse per Alcaraz e Sinner”

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Nadal Berrettini Centre Court (Copia)

IL PROGRAMMA DEL DAY 1 DI WIMBLEODN 2022

Il Direttore Scanagatta commenta il tab. femminile di Wimbledon: “Swiatek favorita n.1 anche sull’erba” [VIDEO]

Il Direttore Scanagatta commenta il tab. maschile di Wimbledon: “Berrettini non si può lamentare. Tutti duri i primi turni azzurri” [VIDEO]

 

QUOTE DEL TORNEO

Il tabellone maschile di Wimbledon 2022

Il tabellone femminile di Wimbledon 2022

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Lo Slam racconta: Wimbledon 1969, il canto del cigno Gonzales

Si narra fin dall’antichità che il cigno all’approssimarsi della fine esprima nella disperazione il meglio del suo canto. Nessuno sa se sia veramente così ma quella volta per Big Pancho lo fu per certo…

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Wimbledon, martedì 24 giugno 1969, pomeriggio.

Un Centre Court gremito attende l’ingresso in campo dei contendenti, siamo al primo turno e l’erba del campo è ancora di un verde splendente, amichevole, rilassante.

 

È verde anche l’età di uno dei due protagonisti dell’ennesima storia che quel luogo magico sta per raccontare.

Charlie Pasarell ha appena compiuto 25 anni, nato a Portorico nel 1944 frequenta la UCLA insieme ad Arthur Ashe e nel 1966 viene classificato n°11 al mondo. L’anno prima di quel che sta per avvenire ha vinto il torneo NCAA.

Sui prati dell’All England Club ha già battuto gente come Santana o Rosewall e in quell’estate del 1969 è un tennista ormai solido e affermato, un combattente dal gran servizio difficile da battere per tutti, soprattutto sul veloce. Sta per entrare nella storia del tennis ma non lo sa ancora.

È però dall’altro lato del campo che si appuntano gli sguardi dei presenti quando tutto ha inizio. Bello come un dio, alto come una torre, la guancia sinistra segnata da una cicatrice e il volto scavato da 41 anni di vita sempre al limite, Ricardo Alonzo Gonzales – per tutti Pancho – ha dominato il tennis per quasi dieci anni consecutivi.

Senza che nessuno lo sapesse, perché tutto questo avveniva nella realtà parallela del circuito pro, che a partire dai tardi anni ’20 fino al 1968 affiancò il tennis ufficiale.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale tutti i più grandi, con poche eccezioni come quelle di Pietrangeli ed Emerson, attraversarono lo specchio per diventare fantasmi, scomparire dai giornali e dalle eleganti club houses dei circoli più prestigiosi e poter vivere ufficialmente del loro talento. 

Lì, nella nebbia, difficilmente visibili ma riconoscibilissimi dal suono puro che la pallina faceva sulle loro corde c’erano Sedgman, Rosewall, Hoad, Laver, Segura, Trabert. E Pancho li ha battuti tutti senza pietà.

Nato a Los Angeles nel 1928 grazie al padre che aveva trasferito la famiglia dal Messico, Gonzales ebbe una vita da star hollywoodiana e adeguato numero di mogli. Ma senza il tennis si sarebbe certamente perso.

Completamente autodidatta, abbandona la scuola presto e ciò gli sbarra le porte della federazione giovanile americana, governata da quel Perry Jones che era solito dire: “…per capire se un giovane ce la può fare nel tennis lo porto sul tetto e lo butto di sotto. Se sopravvive allora ha delle possibilità”.

Gli anni dell’adolescenza lo vedono quindi abbandonato a sé stesso, lontano da scuola e da casa, dove il padre lo aspetta per punizioni sempre più frequenti. 

Sarà il tennis la sua bussola, la racchetta a indicare la strada. Certo le avventure del giovane Pancho sono spesso al confine con la legalità – “You don’t know the thrill of going out the back window when someone’s coming in the front door” – ma la gran parte del suo tempo lui la spende all’Exposition di Los Angeles, un parco pubblico all’ombra del Coliseum con otto campi in cemento e un negozietto di racchette gestito da Frank Poulain, un vero amico per tutta la vita. Un rifugio sicuro dove passare la notte o nascondersi dagli ispettori scolastici.

Gonzales guarda, ripete e impara. Fisico, coordinazione e riflessi sono in dono di Dio e a vent’anni è pronto.

Vince i campionati statunitensi nel 1948 e ancora l’anno dopo in una storica finale contro la sua bestia nera Ted Schroeder. È in cima al mondo, gioca un tennis fantastico fatto di servizi tonanti e discese a rete, back di rovescio a passo di tango e riflessi felini. È come trovarsi a rete un enorme gatto con la racchetta.

In quel 1949 Jack Kramer e il mondo pro bussano alla sua porta, non è il momento giusto ma Pancho ha famiglia e bisogno di soldi, soldi che solo Jack gli può garantire. 

Per settantacinquemila dollari più una percentuale sugli incassi si impegna a incontrare in un tour di oltre cento incontri il campione dei pro, ma Kramer è ancora un osso troppo duro per Pancho, che viene massacrato per 96 incontri a 27. 

In quegli scontri epici il destino del perdente era l’oblio perché la formula prevedeva sempre un campione sfidato dal migliore dei cosiddetti amateurs. 

La fredda logica del tennis professionistico lo stritola

Sono anni duri per il nostro, sperpera in fretta i soldi guadagnati e si arrangia dando lezioni a star di Hollywood che in realtà lo vogliono nel loro letto. A ventitré anni sembra un uomo finito ma la bussola indica sempre la rotta giusta. Non ha mai smesso di allenarsi e l’amara esperienza del 1949 l’ha reso duro e spietato, “…always hungry and angry”. Partecipa e vince quei pochi tornei che i pro organizzano in stagione ma nulla più fino a quando Kramer lo chiama per lanciare un testa a testa contro Tony Trabert, campione di Wimbledon e Parigi nel 1955. Pancho non ha mai giocato meglio, non è mai stato più cattivo e affamato di così. Schiaccia l’avversario senza rivolgergli la parola per tutta la durata del tour, alla fine del quale il solitamente civile, manierato e gentile Trabert gli urla in faccia:

Somebody’s going to flush you down the toilet before your life’s over–and I just might be the one to pull the handle.” [Qualcuno ti farà passare per lo scarico di un water prima o poi, e io potrei essere quello che tira la leva]

Contro Pancho era sempre così, si prendeva ogni vantaggio possibile e poco importa se questo significava influenzare arbitri e giudici con la sua magnetica personalità o spaventare l’avversario col suo ghigno selvaggio. Quando non ci riusciva erano guai.

Ecco al proposito un gustoso scambio di battute fra due dei pochi amici di Gonzales nel circo dei pro, Francisco Segura e Alex Olmedo:

Segura says laughing “In 1952 I had the day of my life and beated Gonzalez at a pro-event 6-2, 6-2, 6-2. He wouldn’t talk to me for days”.
[Segura dice ridendo “Nel 1952 ho giocato il tennis della mia vita e ho battuto Gonzalez in un evento pro per 6-2 6-2 6-2. Lui non mi ha parlato per giorni]

“Days? “I was one of his friends, and when I beat him, he wouldn’t talk to me for three months”, says 1959 Wimbledon champion Alex Olmedo.
[“Per giorni? Io ero uno dei suoi amici e quando lo battevo non mi parlava per mesi” dive il campione Wimbledon 1959 Alex Olmedo]

Così lo ritroviamo in quel pomeriggio avanzato di fine giugno, un paio di matrimoni dopo, a tener viva la sua leggenda. E ci riuscì, oh se ci riuscì! 

Cinque ore e dodici minuti sull’erba sono eterni e infatti la partita dura due giorni.

Il gioco viene interrotto per oscurità non appena Pasarell conquista il secondo set per 6-1 dopo aver vinto il primo 24-22 (il tie-break non esisteva ancora…bei tempi). 

È ormai buio quando Pancho torna furioso nella sua camera d’albergo, possiamo quasi vederlo trascorrere sveglio buona parte della notte, sigarette e qualche vodka per distendere i nervi e lasciar vagare i pensieri. 

Improvvisamente un ricordo: Buenos Ayres, metà anni ‘50, notte fonda, un tendone da luna park ghiacciato con luci bassissime e poche persone sui gradoni di cemento. A bordo campo Tony Trabert e Jack Kramer hanno scovato un bidone e ci hanno acceso un fuoco dentro per scaldarsi mentre guardano l’incontro. Sul rettangolo Pancho e Frank Sedgman lottano per puro onore, perché quella sera l’incasso sarà magrissimo. Alla fine di una lotta selvaggia è Gonzales a prevalere 22-20 al quinto, Kramer e Trabert sono surgelati perché il fuoco si è spento da tempo. 

…E Frank era cento volte più forte di questo Pasarell” si dice, “domani vinco io”.

E domani arriva. 

Il terzo set è la chiave, Gonzales parte alla battuta ma l’altro non crolla fino al trentesimo gioco, quando un doppio fallo gli è fatale. Pasarell cede d’infilata anche il quarto set. Il quinto non si può dimenticare.

Stavolta Pancho insegue nel punteggio ed è come giocare in equilibrio su una vasca di piranhas. Ma lui lo ha sempre fatto, il tennis è sempre stato il modo per sottrarsi a una vita da strada e lui con le spalle al muro si trova perfettamente a suo agio. Annulla qualcosa come sette match point, aggrappato al suo mitologico servizio, alla volée, ai refoli di vento che spingono fuori un paio di lob millimetrici di Pasarell. Charlie ha già perso quando come acqua l’ultima occasione gli scorre fra le dita. Cede di fila gli ultimi undici punti e mentre cammina verso la rete per la stretta di mano ci piace pensare che in quel triste momento abbia comunque sorriso.

Ora era certo di essere entrato nella storia.

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L’ex arbitro Tamara Vrhovec: “L’arbitraggio nel tennis è una società chiusa del 19° secolo”

La croata, ex arbitro, non le manda a dire sul suo vecchio mondo in un’intervista al Telegraph

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Giudice di sedia a Wimbledon (foto Flickr stevekeiretsu)

Un sistema chiuso, misogino, e pieno di abusi di potere: questo è il quadro fornito da Tamara Vrhovec sull’arbitraggio nel tennis, proprio nei giorni in cui Soren Friemel (ex capo dell’associazione arbitraggio ITF di recente dimessosi, come riportato anche da Ubitennis un paio di mesi fa) è pronto a tornare allo US Open. E così il Telegraph, che sta conducendo un’approfondita indagine riguardo tutti gli scheletri dentro l’armadio dell’associazione, ha intervistato un ex arbitro, una donna croata ora di 48 anni, entrata però in questo mondo a 28, dunque con qualcosina di interessante da raccontare riguardo i piani alti di questo mondo e come si comporta chi ha il potere. “Quando succede qualcosa di scandaloso (e succede, molto spesso)“, inizia Vrhovec, “pochissimi sceglieranno di parlare perché hanno paura che gli si ritorcerà contro. Cosa succede all’ufficiale in questione quando inizia l’indagine? Potrebbero perdere il lavoro per sempre e chi è al potere potrebbe rimanere. Questo è quanto accaduto con “X” (l’uomo di alto rango che ha acconsentito a lasciare il tennis come compromesso per evitare conseguenze). Ci sono state alcune precedenti accuse contro di lui che non sono mai state trattate. Scoraggiava le persone dal provare a parlare dei loro casi“.

Questo “mister X”, che Vrhovec per motivi legali non vuole nominare, si sarebbe anche reso protagonista di discriminazioni sessiste, invitando la croata ad “essere meno sessuale fuori dal campo“(e non indossava gioielli né metteva trucco). E partendo da questo avvenimento, si arriva anche a tracciare un’identità in parte anche misogina dell’associazione arbitraggio dell’ITF e dell’ATP: “Sono stata la prima donna a unirsi alla squadra arbitraria ATP Challenger nel 2002. Era una cosa importante all’epoca nel settore, e non posso dire di essere stato ben accolta da molti degli arbitri maschi. Anche Giulia Orlandi, che era a capo della squadra arbitraria WTA, non è apparsa entusiasta. Mi ha detto che credeva che l’ATP sperasse di mostrare che le donne in realtà non erano in grado di fare il loro lavoro“.

Dunque non era ben vista lei come anche altre donne in questo particolare mestiere, e addirittura gli abusi, nelle pesanti parole di Vrhovec, trascendono il campo del potere: “Si parlava sempre molto tra gli arbitri di chi andava a letto con chi ma, in generale, ero vista come una donna tosta, qualcuno a cui i ragazzi non avevano le palle di avvicinarsi, motivo per cui il commento ‘troppo sessuale’ era così strano. C’erano un paio di uomini che mi hanno fatto delle proposte e che si aspettavano di ottenere ciò che volevano perché erano più anziani di me. Uno ha lasciato l’azienda ora; l’altro è stato recentemente promosso in una posizione di alto rango anche se tutti sanno che è un predatore, e non si è mai nemmeno preoccupato di nasconderlo; mi ricordo di questo tizio che è venuto dietro di me e mi ha afferrato il sedere una volta al Roland Garros. Più tardi, ha avuto un litigio pubblico con un’altra arbitro donna, e quando ho preso le sue parti, si è arrabbiato molto con me. Almeno voleva dire che non mi toccava più“.

 

Queste parole, questa testimonianza, mostrano chiaramente i sintomi di un sistema malato, chiuso, che ha bisogno di ripartire, di essere rifondato, anche in base alle promozioni e alla meritocrazia. Attualmente, l’arbitro con il Gold Badge (il livello più alto) giudica chi ha quello d’argento e così a catena, in una valutazione tra interna che spesso assume più i contorni di un patrocinio, come rimarca la croata: “C’era un arbitro donna nota per uscire con alcuni dei più anziani, e quando le ho dato tre (su sette) come valutazione per una partita, è stato aggiornato a quattro dal supervisore WTA sul posto. Ricordo almeno altri due esempi di supervisori che cambiavano le mie valutazioni sulla base del proprio “input”, tutti nel WTA Tour. Il sistema è troppo facile da manipolare per le persone al vertice, che conoscono il risultato che cercano e lavorano per raggiungerlo con qualsiasi metodo. Ad esempio, non c’è un record preciso di quali partite vengono valutate, quindi se un arbitro favorito commette un errore, puoi semplicemente ignorarlo e non mettere alcun segno. Nel corso della mia carriera, ho lavorato per diventare un Gold Badge, ma non è mai successo per un motivo o per l’altro, e sono rimasta Silver Badge per 16 anni, che è un record. Vi ho parlato del commento ‘troppo sessuale’ prima. Un’altra volta, nel 2011, il WTA non mi aveva dato alcuna valutazione durante l’intera stagione, e questo è stato usato come motivo per cui non potevo essere promossa“.

La conclusione è un appello al cambiamento, a migliorare un sistema che si fonda su favoritismi e meccanismi sessuali anche gravi, in cui il merito è sempre messo all’ultimo posto, dove si ha paura di parlare per le conseguenze(!). “Ho scritto un appello nel gennaio 2012, ma non è successo nulla. Ho continuato a sperare che il mio duro lavoro e le mie prestazioni avrebbero vinto“, le accalorate e fiere parole di Vrhovec, “ho avuto colleghi con il distintivo d’oro che mi hanno sostenuto e hanno parlato ai massimi livelli dell’intera situazione, alcuni a tempo pieno con ITF e altri con ATP. Ma io volevo avere una carriera dove sarei stata premiata secondo la mia etica lavorativa e performance, motivo per cui invece mi sono trasferita alla finanza. Inoltre, essere un arbitro è molto dura per la vita privata e volevo sistemarmi e avere una famiglia. Molte persone hanno suggerito di intraprendere azioni legali, ma io non ho voluto. È passato e non ci penso più, ma credo di dover parlare ora per chi è ancora nel sistema e non ha la possibilità di farlo“.

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