La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Uno sguardo al futuro con Tennis 5.0

Interviste

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Uno sguardo al futuro con Tennis 5.0

Andrea Canella, autore del libro, racconta le passioni che lo hanno ispirato, dall’ecologia alle statistiche, dalla psicologia alla preparazione atletica

Pubblicato

il

La copertina di Tennis 5.0 (Foto Gentilmente Concessa dall'Autore)
 

Per dare ai futuri lettori di “Tennis 5.0” un’idea fugace della qualità e dei contenuti di questo libro, prendiamo spunto da una frase scritta dal Professor Carlo Rossi – Docente di Didattica del Movimento Umano e Tennis presso l’Università Statale di Milano – nella postfazione all’opera: “Il grande pregio di Tennis 5.0 è proprio quello di aver approfondito con dovizia di particolari e con il contributo diretto di molti esperti argomenti estremamente interessanti lasciati ai margini da molti addetti ai lavori me compreso”. Se i contenuti di “Tennis 5.0” hanno positivamente sorpreso un addetto ai lavori, crediamo che a maggior ragione sorprenderanno i semplici appassionati.

L’autore del libro è Andrea Canella, il cui nome non giungerà nuovo ai lettori di Ubitennis; nel corso del 2021 la nostra testata giornalistica ha infatti ospitato diversi articoli di Andrea dedicati a temi quali: sostenibilità ambientale, tecnologia e statistica applicati al tennis. Questi argomenti sono diffusamente trattati nelle pagine di “Tennis 5.0”, attraverso le quattro parti che lo compongono, ovvero:

  1. evoluzione dei materiali tradizionali  
  2. salute mentale e fisica del tennista  
  3. tecnologia applicata allo sport
  4. sostenibilità economica e ambientale, marketing, media.

In esse l’autore ha trasfuso con passione e competenza i suoi interessi – come ci dirà lui stesso in un’intervista a fine recensione – dando così vita ad un’opera complessa e completa, in grado di soddisfare molteplici interessi.

 

Volete sapere a che velocità viaggiava il servizio di il William Renshaw, sette volte campione di Wimbledon tra il 1881 e il 1889? Andate a pagina 6.

Perché le palline da tennis sono rivestite di feltro? Pagina 21

Cosa si può fare con le palle da tennis dismesse?  Pagina 19 e seguenti.

Le frontiere dello sviluppo tecnologico vi affascinano? La parte 3 fa al caso vostro.

Se siete anche sensibili ai temi ecologici o più semplicemente interessati ad approfondirli, troverete ciò che fa al caso vostro nelle  40 pagine che concludono il libro.

Se avete figli in età pre-adolescenziale leggete con attenzione l’intervista alla mental coach Daria Abramowicz contenuta nella parte 2, nella quale troverete preziose indicazioni per aiutarli a percorrere nel modo migliore la via della pratica sportiva.

L’intervista a Daria Abramowicz non è isolata nel contesto del libro; in ogni parte l’autore ha pensato bene di alternare parti descrittive e didattiche ad interviste a specialisti e manager di alto profilo, tra i quali citiamo Dennis Fabian, Responsabile Globale per sensori e accessori della HEAD, e Antoine Ballon, Tennis Global Director di Babolat.

Abbiamo aperto la recensione partendo dalla postfazione; la chiudiamo citando la prefazione scritta da Tommaso Villa, giornalista e caporedattore di Ubitennis: “...Tennis 5.0 si propone di fare esattamente questo, quantomeno nel piccolo della racchetta: rielaborare la visione dei prossimi decenni alla luce della realtà scientifica e della necessità. È un obiettivo forse utopico ma non per questo meno nobile, anzi. Buona lettura”.

Di seguito un’intervista all’autore del libro, Andrea Canella.

Roberto Ferri: Andrea, leggendo il tuo libro una domanda che viene spontaneo porsi è: che tipo di formazione hai per poter trattare così bene temi così specialistici e variegati? Puoi toglierci questa curiosità?

Andrea Canella: Sono in possesso di una laurea in economia aziendale condita da due master di informatica, di cui uno inerente le tecnologie e i linguaggi di programmazione per processare grandi quantità di dati. Per cui sono a mio agio con numeri e datasets, ma pure con temi di marketing, voci di bilancio e gestione aziendale. Ma a parte questo, sarei disonesto prima di tutto verso me stesso, ma poi nei confronti dei miei lettori, se affermassi che riesco a padroneggiare ogni area di cui ho trattato. Per il capitolo della preparazione atletica, che è la parte a me più estranea, mi sono appoggiato al professor Carlo Rossi, che di fatto ha rivisto quanto ho scritto sull’evoluzione della preparazione fisica, mentre per il capitolo che tratta gli infortuni, che si sarebbe potuto approfondire ulteriormente senza limitarsi a uno sguardo delle lesioni più comuni registrate nei tornei dello Slam, mi ha aiutato tantissimo la Dottoressa Babette Pluim. Dopodiché ci ho messo una buona dose di impegno e dedizione per capire i concetti medicali basilari e cercare di renderli in qualche modo fruibili attraverso una robusta narrativa. Spero di esservi riuscito.

RF: Qual è – se esiste – il trait d’union che lega le 4 parti del tuo libro e in particolare come possono tecnologia e ambiente condizionarsi a vicenda in maniera positiva?

AC: Penso che esista un sottile fil rouge che unisce le quattro sezioni, da te elencate in precedenza, in cui si divide il libro. In questo viaggio ordinato, la prospettiva in cui ci si pone è evolutiva, con una costante ricerca orientativa rivolta al futuro, che capovolge la traiettoria più tradizionale e nostalgica della letteratura inerente il tennis e altre discipline sportive. Non mancano pertanto le ipotesi su sviluppi futuri e si usano strumenti di sintesi come cronologie, grafici e figure, per corroborare le tesi esposte.

A volte, in effetti, sembra che tecnologia e ambiente facciano a pugni tra di loro. Ricordiamo quanto sta accadendo in Kazakistan, dove per sfruttare energia elettrica prodotta da una fonte come il carbone gli operatori di criptovalute hanno collocato le cosiddette farms. Ma poi i consumi elettrici si sono impennati a dismisura, decretando aumenti dei prezzi dell’elettricità per l’intera popolazione, poco abituata ad avere tariffe così care.  Per non parlare della crescente domanda di terre rare, utili per la fabbricazione d componenti di telefonini e motori di veicoli ibridi, con miniere che in alcuni paesi utilizzano la manodopera minorile e inquinano le falde acquifere.

Dobbiamo interrogarci in ultima analisi su che cosa sia la tecnologia. Secondo la mia personale lettura, forse un po’ semplificata, la tecnologia è un insieme di conoscenze, derivanti da investimenti (per la maggior parte pubblici) di ricerca e sviluppo, che permettono all’umanità di fare un salto, fruendo di nuovi servizi e generando nuovi consumi. Dunque la tecnologia è correlata di fatto alla ricchezza di un Paese. Per coesistere con i vincoli ambientali, sono del parere che si debbano esplicitare degli indicatori collegati al consumo delle risorse ambientali come il suolo, l’acqua e la provenienza dell’energia elettrica, inquadrando i consumi in quest’ottica e rafforzando la sensibilità ambientale.

Per esempio, consideriamo un circolo di tennis. Per fare una valutazione di questo tipo, sarebbe utile valorizzare le risorse scarse, come il consumo d’acqua per mantenere giocabili i campi di terra battuta, ma pure sapere da dove viene ricavata l’energia elettrica per il riscaldamento e l’illuminazione degli impianti durante la stagione invernale al fine di calcolare le emissioni di C02-EQ mediante un indicatore specifico. Ciò apre la strada a bilanci sociali che propongano non solo rendiconti economici, ma anche altre misure per capire gli impatti ambientali. Le soluzioni tecnologiche possono aiutare, a patto che siano mediate dai buoni fini dell’azione umana.

RF: Leggendo il libro si ha la forte sensazione che i temi legati alla sostenibilità ecologica ti stiano particolarmente a cuore. È esatto?

AC: Sì, è esatto. Sono un’ecologista convinto da ormai 30 anni. Penso che qualsiasi attività umana espressa nel mondo moderno abbia degli effetti ambientali. Si tratta di capirli, minimizzarli e eventualmente eliminarli, qualora provochino esternalità negative per la salute della popolazione e per la salvaguardia ambientale. Credo che la sensibilità nei confronti di questi temi è cambiata radicalmente negli ultimi anni, purtroppo per gli effetti manifesti del riscaldamento globale. Comunque l’impegno del mondo del tennis professionistico nei confronti di queste tematiche è tangibile, dato che come spiego nel libro, i tornei dello Slam, alcune federazioni e l’ATP si sono posti obiettivi ambiziosi per il 2030 e il 2040 al fine di ridurre le emissioni di CO2.

RF: Nel libro dai molto spazio anche alla statistica applicata al tennis. Non credi che un uso esasperato di questi dati rischi di togliere poesia al gioco? Qual è il limite invalicabile a tuo parere tra statistica e creatività?

AC: Penso che il vaso di Pandora sia già stato scoperchiato, e che i gesti bianchi siano svaniti come fantasmi. L’evoluzione dei materiali avvenuta dagli anni ’70 in poi e l’affinamento delle metodiche relative alla preparazione atletica imposte dall’odierno tennis professionistico hanno fatto il resto. Pertanto, anche senza considerare l’analisi statistica, la poesia del gioco è ormai da tempo un lontano ricordo.

Non bisogna confondere la creatività con l’intelligenza tattica applicata al tennis, che si manifesta quando un giocatore, pur snaturando le sue caratteristiche in funzione del giocatore che ha di fronte, cambia il suo gioco e porta a casa la partita. Ricordo a tal riguardo la finale dello US Open del 1988 vinta da Mats Wilander al quinto set contro Ivan Lendl scendendo a rete moltissime volte con la convinzione che quel piano tattico potesse funzionare contro il cecoslovacco poi naturalizzato statunitense. 

Detto ciò, per me la creatività è il rompere gli schemi statistici, ma comunque gli strumenti statistici riescono a rilevare questo punto di rottura. Per esempio un servizio da sotto in un dataset che riporta la velocità di esecuzione del servizio sarebbe considerato senza dubbio come un outlier statistico, ovvero come un punto isolato. Infatti se consideriamo i valori della velocità delle prime di un determinato giocatore costantemente tra i 180 e i 210 chilometri orari, questo punto isolato, dato dall’effettuare il movimento del servizio da sotto, registrerebbe una velocità di esecuzione sotto i 70 chilometri orari (50 mph) o forse ancora più bassa.

Trent’anni fa, questo colpo eseguito da Chang, che fece imbestialire sempre il grande Ivan, era abbastanza raro, ma oggi lo vediamo più spesso eseguito da Bublik, Moutet, Humbert o Kyrgios per citare solo alcuni giocatori amanti di questa specialità. Un servizio subdolo ha due obiettivi principali: uno a breve termine e uno a lungo termine, che si manifesta nel corso della partita o in successive partite contro lo stesso avversario. L’obiettivo a breve termine è quello di vincere un solo punto, mentre l’obiettivo a lungo termine è quello di fornire una fonte di preoccupazione all’avversario, magari distraendolo o cambiando la sua posizione alla risposta per le partite o i set futuri. Ma alla fine della fiera dobbiamo chiederci quanto funziona il fattore sorpresa o fattore creativo. Secondo un articolo apparso su tennisabstract.com, dall’aprile 2019 al febbraio 2021 si sono registrati 35 servizi eseguiti da sotto. Nel 77% dei casi il giocatore ha vinto il punto, percentuale non male nonostante il numero esiguo di dati. Quindi rispetto all’epoca di Chang esistono ad oggi strumenti statistici per quantificare l’imprevedibilità e misurare se è stata un successo, dato che un tempo questi strumenti erano rari ed eccessivamente costosi, sia a livello di predisposizione dell’hardware necessario, quanto per l’impossibilità di accedere a immagini televisive o altre fonti di dati.  

Lo stesso potrei parlare di imprevedibilità come cambio di intenzione in corsa, adottando un’impugnatura diversa che consente di dare un taglio alla pallina particolare o una simulazione ben riuscita di un colpo, per poi eseguirne un altro. In questi ultimi casi l’analisi statistica mostra i suoi limiti e dovrebbe essere corredata da strumenti di video analisi, dato che i dati rilevano la tipologia di colpo giocato, dove è stata piazzata la palla e a quale velocità o la combinazione di colpi eseguiti in successione, ma non la gestualità motoria che ha ingannato la percezione visiva del colpo da parte dell’avversario. Una volta osservata la gestualità, sarà poi possibile scomporla per poterla poi replicare nelle scuole di tennis.

Pertanto in ultima analisi mi verrebbe da pensare che gli ingredienti base della creatività sono una gestualità motoria varia e la capacità mentale di uscire fuori dagli schemi, cogliendo il momento giusto. Temo che questi ingredienti non si insegnano e che questo carpe diem tennistico è pur sempre limitato e non si manifesta con continuità, nel corso di una partita svolta con gli attrezzi moderni. Quindi, per tornare alla tua domanda credo che l’analisi statistica debba aiutare ad impostare il piano tattico di gioco, sfruttando punti di forza e identificando punti di debolezza del giocatore avversario, ma deve pure lasciare uno spazio alla genialità del momento, non essendo uno steccato cogente.

RF: Gli specialisti che intervisti nella parte dedicata alla tecnologia hanno opinioni opposte in merito al futuro degli accessori applicati alle racchette. Tu che idea ti sei fatto a tale proposito?

AC: Penso che quel filone tecnologico, così come era stato concepito all’inizio del secondo decennio di questo secolo, avrà i giorni contati, anche se con mia grande sorpresa un’azienda come Head ci crede, dato che ha investito risorse nell’autunno del 2020, per rilanciare il suo prodotto. Credo che la via intrapresa da Babolat in direzione di una ridefinizione della tecnologia in funzione delle caratteristiche peculiari del tennista sia la strada giusta. Penso tuttavia che sensori IMU (accelerometri, giroscopi, magnetometri) hanno un loro futuro se tarati sull’atleta, anche se questo implica snaturarli un po’ in virtù della miscela fatta con i dati rilevati da sistemi GNSS (Global Navigation Sattelite Systems) che li porterebbe a essere categorizzati come dispositivi ibridi. Questa è la strada seguita da Catapult e anche da Firstbeat, acquisita due anni or sono dal colosso del settore Garmin al fine di fornire misure precise del carico di lavoro e altre metriche.

Interessante è tuttavia anche un’altra opzione di prodotto proposta da Pivot, che tenta di conciliare pratica dei movimenti di tennis davanti a un video con un po’ di gaming incorporando i sensori IMU in una maglietta affinché risultino molto pratici per gli atleti. Infine non sottovaluterei le dimensioni aziendali, delle imprese che propongono innovazioni nel campo della sensoristica applicata al tennis, dato che se si tratta di Head, Garmin o Babolat, queste imprese hanno profili di business molto variegati e diversificati e quindi si possono permettere di accendere e spegnere le innovazioni in un batter d’occhio, mentre se consideriamo start-up o piccole imprese il rischio associato al successo o fallimento di un prodotto potrebbe essere molto alto, come di recente il caso di PIQ ha mostrato.

RF: Dove si può acquistare Tennis 5.0?

AC: Il libro è disponibile in formato cartaceo ed è acquistabile online presso lo store di tennis-chalk.com, sito curato da un appassionato lettore di Ubitennis Unforgiven79.

Oppure può essere comprato in occasione di eventi presenziali, ai quali parteciperà lo stesso autore, che si terranno presso circoli di tennis, accademie e biblioteche interessate a proporre la presentazione dell’opera, previo accordo su data e orario.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Robin Haase: “Il livello complessivo si è alzato, ma i top 15 sono meno forti”

L’olandese Robin Haase, ex n. 33 ATP, fa paragoni tra il presente e i suoi primi anni nel Tour, parlando anche di stili e superfici. E suggerisce qualche nuova regola perché “il tennis dev’essere più veloce”

Pubblicato

il

Robin Haase - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

Classe 1987, Robin Haase ha raggiunto il 33° posto nel ranking nel 2012. Numero 3 del mondo da junior, due operazioni al ginocchio durante i primi anni di professionismo non hanno certo aiutato l’ascesa di questo olandese che rientra tra coloro che danno l’impressione di giocare meglio a tennis di quanto non dica la classifica. A una settimana dal trentaseiesimo compleanno, Robin ha parlato con Clay del futuro non solo suo bensì soprattutto del tennis, della necessità di renderlo più veloce, del livello attuale paragonato a quello di dieci anni fa, delle superfici e di altro ancora.

Forse doppio e coaching, ma con moderazione

Con il ranking sceso al n. 269, ora frequenta principalmente il circuito Challenger. Lo scorso gennaio ad Adelaide 2 è però arrivata una vittoria ATP rocambolesca non solo e non tanto per il 7-6 al terzo con match point annullato, quanto per come era arrivato a disputare quell’incontro. L’intenzione, a ogni modo, è di giocare in singolare il più possibile, per poi decidere se dedicarsi solo al doppio. Dopo diciotto anni, “non mi vedo ancora per molto tempo nel circuito” spiega. “Però dipende. Se hai un compagno e siete almeno in top 20 potendo giocare solo 18 tornei a stagione, ok. Ma devi trovare un compare che sia d’accordo”. Per ora ha ripreso il sodalizio con il connazionale Matwe Middelkoop, 14a coppia della Race. È anche un coach certificato e occasionalmente aiuta i giovani olandesi che “sono contenti quando dico loro qualcosa su cui lavorare”. Occasionalmente è la parte facile. “Ma il secondo giorno, il terzo, il giorno 245, cosa dici? Quella parte del coaching è sottostimata dai tennisti”. E, a proposito di parti, quella dei viaggi ogni settimana è da escludere. “Magari un part-time, come la Coppa Davis”.

Tiro dentro vs tiro forte: da dove si comincia?

Un’altra osservazione interessante è la differenza tra la sua generazione e quella attuale. “Noi abbiamo prima imparato a tenere in campo la palla, poi a colpire sempre più forte. Oggi i tennisti crescono tirando più forte possibile, poi iniziano a imparare a non commettere troppi errori. Anche le superfici sono cambiate negli ultimi vent’anni. Ora non importa se duro, terra o erba perché è ancora un po’ diverso il modo di muoversi, ma i rimbalzi sono sinili, quindi non ci sono più specialisti. Non molti che fanno servizio e volée o veri attaccanti né terraioli. Giochi più o meno allo stesso modo dappertutto. C’era più varietà, ma i più giovani stanno aggiungendo cose. Diventano più pericolosi e il loro gioco si sta evolvendo”.

 

Siamo qui per il tennis o per divertirci?

Sorprende un po’ vederlo allineato a quelle affermazioni estemporanee di Jessica Pegula e Frances Tiafoe, secondo i quali sarebbe incomprensibile dover starsene zitti durante quei pochi secondi di ogni scambio e non poter continuamente lasciare il proprio posto e tornarci facendo alzare tutta la fila – neanche fossero al cinema. Per Robin, in modo simile, è inconcepibile dover aspettare dieci minuti prima di poter accedere allo stadio. “Entra e siediti” è la sua soluzione. “Magari con qualche eccezione, tipo le prime file. Se comprassi un biglietto e dovessi aspettare dieci minuti, direi, ‘ma che è sta roba?”’. Una considerazione che rientra nel più ampio discorso secondo cui “nel tennis, l’unico divertimento è lo sport. Non c’è granché oltre quello. Niente musica, niente altro per la gente”. Qualcuno potrebbe obiettare che a volte, di musica, ce n’è anche troppa e di pessima qualità, ma è un’opinione (la qualità, la quantità è un dato oggettivo). Il tutto partendo dalla tecnologia delle chiamate elettroniche, con il sistema originale che incontra i favori del nostro: “Hawk-eye era molto divertente. I tennisti potevano chiedere il challenge e alla gente piaceva. Ora non c’è più interazione con il pubblico”. Qui sarebbe stata perfetta una citazione del tipo, “il progresso andava forse bene una volta, ma è durato troppo” (legge di Ogden Nash), ma Haase è una personcina seria. In definitiva, l’idea è che “le regole devono cambiare”. Quali regole?

L’inafferrabile concetto del let in battuta

“Non ha alcun senso il let sul servizio. L’unica argomentazione a favore è la tradizione, mentre quelle contrarie sono molto migliori” e fa l’esempio della pallavolo prima di analizzare le obiezioni. “Se tiro una bella battuta che sarebbe ace ma tocca appena il nastro, devo rigiocarla – perché? Se il nastro accomoda la palla per il ribattitore, è perché ho servito male. Poi, il marchingegno costa un sacco di soldi e neppure funziona bene”. Sul costo non siamo troppo sicuri, ma poi Haase cade nella solita retorica: “E, più importante di tutti, la gente non lo capisce”. Ok, Robin, togliamolo, ma che non sia per darla vinta agli stupidi o presunti tali.

Non importa dove, purché ci si vada in fretta

Se non pensa che il tennis sia esattamente noioso, ma dovrebbe andare più veloce e, in quest’ottica, il punteggio della spettacolare vetrina under 21 attualmente in cerca di una nuova casa con cinque set ai 4 game è meglio dei noiosi tre ai 6. Il motivo è presto detto. “Adesso ai giocatori non importa tanto dei primi game. Hai vinto il primo set, 1-1 nel secondo, l’altro è 40-15, a volte pensi, ‘vabbè, quel punto non mi interessa’. Invece, dovendo arrivare a quattro, è meglio che ti giochi quel punto perché non hai tante occasioni per brekkare. Non dico di cambiare adesso, ma possiamo sperimentarlo di più”.

Per Haase, rimane intoccabile il punteggio degli Slam anche perché i numeri in termini di presenze dicono che godono di ottima salute, ma lo stesso non vale per gli ATP 250 ed è lì che si potrebbe cambiare il punteggio: “Diamo al pubblico più divertimento”.

Poche palle, diamogliene di più

Non è però che gli siano venute queste idee ora che ha più anni nel Tour alle spalle che non davanti. “Le ho da 15 anni” assicura. “A casa ho uno schema con tutti questi suggerimenti, di quando ero nel Consiglio dei Giocatori. Nei Challenger, si gioca con quattro palline. Perché mai? Se ne possono usare sei come nell’ATP, non costano più così tanto. Se giochi con quattro, si deteriorano prima e, quando le cambi, è ancora più difficile controllarle. Eppure i Challenger sono parte del Tour ATP – perché non c’è la stessa situazione?

Una volta i top erano più forti, ma…

Lo scorso anno, Toni Nadal ha avuto occasione di affermare che il Rafa 2022 avrebbe perso dal Nadal passato, per esempio quello del 2013, 2011, 2008. Lo stesso valeva per Djokovic. E il fantastico Federer 2017? Inferiore a quello di dieci anni prima. Insomma, il livello si è abbassato. Robin c’era ed perfettamente d’accordo. A metà. “Dipende dal punto di vista. Dieci anni fa, la top 20 o la top 15 erano incredibili. Poche sorprese negli ottavi degli Slam. Roddick, Hewitt, Wawrinka, Davydenko, Nishikori… Toni ha ragione, quelle top ora sono più deboli. Tuttavia, la top 100, 250 o anche 400 sono molto più forti. Il livello complessivo è più alto. Una volta era più facile vincere i Challenger. Adesso è più dura e chi li gioca può far bene nel Tour ATP”.

Collegato a questo, il fatto che solo due Slam siano stati vinti da tennisti ora nei loro vent’anni fa dubitare della forza mentale di quella generazione. Haase vuole precisare la questione: “Se entri nei primi 100, sei fortissimo mentalmente. Chi sostiene che il numero 10 non è forte di testa non ha idea di quello che dice. Vincere uno Slam è diverso, è vero. Thiem e Medvedev ci sono risuciti, anche se Djokovic e Nadal provano di essere ancora migliori degli altri, pur non dominando com’erano abituati a fare – normale per via dell’età”.

Protezione o controllo?

La chiacchierata si conclude con il cambiamento della relazione fra tennisti e media. “Più soldi sono in ballo, più alta è la pressione. I manager e i coach vogliono proteggere i giocatori. Per i manager, tenerli lontani da certe situazioni significa controllarle e di conseguenza i tennisti non sempre sanno cosa stia succedendo. Nei Paesi Bassi, qualche giornalista si occupava solo di tennis, ora anche di calcio e pallavolo e quindi non viaggia più tanto. Ci vediamo una volta all’anno, stesse domande, non c’è più relazione ed è un problema per entrambe le parti. E ci sono i social che permettono ai tennisti di comunicare con i fan”.

Continua a leggere

Flash

WTA Miami, Cirstea dopo la vittoria su Sabalenka: “Non le lo ho lasciato dettare i punti, il servizio mi ha aiutato nei momenti cruciali”

La rumena Sorana Cirstea torna in semifinale di un WTA 1000, dopo 10 anni: “Il mio livello è stato alto anche i passato, solo che mi è mancata continuità”

Pubblicato

il

cirstea iw 2

Dieci anni dopo la sua prima semifinale in torneo di categoria ‘mille’, ad una settimana dal suo 33esimo compleanno (compirà gli anni il 7 aprile), Sorana Cirstea ritorna ad assaporare il gusto della vittoria nei quarti di finale di un evento del circuito così prestigioso. Dal WTA 1000 di Toronto 2013 dove si arrese all’immarcescibile Serena Williams, al penultimo atto in Florida dove attende la vincente di Kvitova-Alexandrovarinviata al programma odierno a causa della pioggia torrenziale abbattutasi su Miami nella serata di ieri -. Il successo su Sabalenka è stata per la romena l’occasione giusta per ripercorrere nel post-gara le vicissitudine di questo decennio di lontananza dall’élite del tennis femminile mondiale, con anche qualche curiosità venuta a galla come l’essere cresciuta a suon di gelati per via dell’azienda di famiglia.

DSi è potuto notare svariate volte che Aryna [Sabalenka, ndr] durante i cambi di campo prima di sedersi si mettesse un impacco di ghiaccio in testa, per poi coprirsi il volto con un l’asciugamano. Si è capito dunque che stesse lottando tanto per contrastare il caldo. Tu invece mi sei sembrata molto più calma, quasi come se non stessi per nulla sudando. Com’è stato affrontare e vivere tutte queste situazioni? Potresti dire che sei stata in grado di approfittare della sua stanchezza?

Sorana Cirstea: “Ad essere onesta, non mi sono resa minimamente conto della sua sofferenza. Per quanto riguarda me, invece, posso solo dire di ritenermi estremamente fortunata dato che in tutta la mia carriera non ho mai avuto gravi problematiche in partita nel sopportare il caldo. Ad esempio posso dire di non sapere fortunatamente cosa si provi ad avere i crampi, non li ho mai avuti. In generale poi, non ho mai avuto problemi al riguardo. Anzi mi è sempre piaciuto molto giocare al caldo, non mi dispiace affatto. Dunque, dalla mia prospettiva è stato semplicemente un giorno di lavoro come un altro. Naturalmente, però, penso che il mio personale rapporto con certe condizioni atmosferiche abbia rappresentato indubbiamente un vantaggio decisivo nel match, tuttavia nel corso dei miei anni di carriera non ci ho mai prestato veramente attenzione. Ultimamente, però, sto iniziando a rendermi conto che io riesca ad esprimere il massimo delle mie potenzialità con un clima caldo più di quanto riescano a fare la maggiore parte delle altre giocatrici“.

 

DPrima del torneo avevi parlato del tuo coach e di come ti aiuti ad affrontare ogni tipologia di avversaria. Alla luce di questo, volevo sapere quagli aspetti del tennis di Sabalenka credi tu sia stata in grado di sfruttare e far sì che fossero tuoi punti di forza? Inoltre sei sempre sembrata molto calma in tutti i momenti di tensione del match, dove ad esempio ci sono stati punti di rottura dell’equilibrio. Quindi non ti sei mai innervosita, neanche dentro di te, pensando alla grande opportunità che avevi davanti di poter andare in semifinale?

Sorana Cirstea: “Conoscevo perfettamente il modo in cui Aryna [Sabalenka, ndr] gioca, ed ero conscia che avrebbe impostato la partita alla ricerca della costante aggressività. Per cui, io e il mio team avevamo preparato a nostra volta la partita per incentrarla sull’aggressività, poiché appena le dai spazio e fai un piccolo passo indietro, sei semplicemente finita. Se contro di lei provi unicamente a contenere, non farai quasi mai punto. Io posso ritenermi fortunata da questo punto di vista, perché sono una giocatrice completa in grado all’occorrenza di modificare la sua attitudine in campo. Posso attaccare, ma posso anche difendere. Però devo dire, che se posso scegliere preferisco sempre e comunque attaccare. Il mio obiettivo principale era essere aggressiva non lasciando che fosse lei a dettare i punti, ma anche essere solida e servire bene; perciò avendo mantenuto tutto ciò che mi ero ripromessa di fare non posso che ritenermi altamente soddisfatta della mia prestazione. Anche se devo riconoscere che il servizio è stato continuo, tuttavia nei punti importanti mi ha aiutato un bel po“.

DRiprendendo e ampliando quello che hai detto sul servizio, io ho avuto la sensazione che il tuo servizio alla T le abbia creato non pochi grattacapi. C’è stato qualcosa di specifico riguardo alla sfera del servizio, su cui tu il tuo coach avete lavorato più nel dettaglio? Poi ti volevo anche domandare, quanto è importante quando si affronta una battitrice così massiccia essere in grado di rispondere bene e in generale riuscire a reggere la potenza dei suoi colpo, specialmente nei punti che pesano di più?

Sorana Cirstea: “Sì, penso che il servizio sia stata probabilmente la parte del mio tennis sulla quale io e il mio allenatore abbiamo lavorato maggiormente negli ultimi mesi. L’anno scorso dopo lo US Open ho dovuto interrompere la mia stagione a causa di un infortunio alla spalla, per poi essere successivamente costretta a due mesi di riabilitazione. Una volta guarita, abbiamo iniziato a lavorare molto sul servizio. Naturalmente non abbiamo potuto lavorare fin da subito quanto volevamo, visto che ogni tanto la spalla mi faceva ancora un pò male. Sono andato in Australia con ancora un pò di dolore presente. Ciononostante abbiamo comunque lavorato tanto, perché sentivo che il servizio non fosse in linea, ma al di sotto, con il livello delle altre componenti del mio gioco. Anche perché sono comunque una tennista mediamente alta, seppur non tra le più alte del Tour, e dunque dovevo servire meglio e con maggiore incisività rispetto a quello che stavo facendo. Quindi abbiamo cercato di migliorare aumentando la velocità di palla. Tuttavia non ha dato i risultati sperati, quindi ci siamo detti di provare a migliorare cambiando qualcosina nel posizionamento. E alla fine dopo tanto lavoro abbiamo raggiunti l’obiettivo di fare diventare un’arma il mio servizio“.

DSei ritornata in semifinale in un WTA 1000 dopo dieci anni. Puoi raccontarci quale sia stato il processo per raggiungere il livello attuale? E quanto hai attinto dal percorso della tua carriera nel poter affrontare al meglio la numero due del mondo?

Sorana Cirstea: “Ancora una volta, come ho detto molte altre volte, non sono a conoscenza dei numeri e dei risultati che mi riguardano. Non ne ho mai tenuto traccia. Il mio percorso in questi dieci anni è stato abbastanza semplice, ho fatto quello che credo facciano quasi tutti i miei colleghi e le mie colleghe; concentrarsi maggiormente sul lavoro piuttosto che sulle classifiche e tutto il resto. Quindi penso di essere sempre stata una buona giocatore, anche durante questi anni che sono intercorsi tra una semi e l’altra. Ritengo di essere sempre stata una giocatrice molto pericolosa da ritrovarsi contro. Ho sempre fatto grandi partite, ma delle volte mi è mancata un po’ di costanza. Puntualmente, infatti, mi capitava che per quattro mesi giocavo davvero bene, e poi succedeva che all’improvviso abbassavo il livello, il ciclo infine si concludeva con un ritorno ad alti livelli e a grandi performances. Sulla carta sono passati dieci anni, ma ribadisco di credere di aver espresso un livello alto anche in questi dieci anni; solo che non sempre i risultati mi hanno dato ragione per mancanza di continuità. E su questo non smetto mai di lavorare per crescere ancora. Essere un tennista, è come fare un puzzle. Ed ora dopo diverso tempo, tutti i pezzi stanno andando al loro posto“.

D. Considerando il livello espresso da Sabalenka finora in stagione, che tipo di dimensioni assumere per te il torneo e come giudichi questo risultato?

Sorana Cirstea: “È difficile personalmente valutare certi risultati migliori rispetto ad altri, ma penso che questo risultato nella sua totalità mostri il lavoro che ho fatto. Anche perché negli ultimi due mesi ho lavorato davvero molto duramente. Dunque per me non solo questi risultati sono degni di nota, anche prima dei quarti qui ho battuto giocatrici forti. Poi naturalmente vincere contro Aryna, una campionessa Slam e finalista la scorsa settimana a Indian Wells, ha un sapore diverso anche perché poi lei è una giocatrice estremamente aggressiva e a me queste tipologie di giocatrici piacciono tanto; nonostante ciò non saprei dove effettivamente collocare questa vittoria. Ma sicuramente, però, mi infonde gioia e nello stesso tempo anche sollievo per tutto il lavoro svolto che ora sta dando i suoi frutti“.

DSei tra le tenniste più “anziane” di sempre ha raggiungere la seconda semifinale della carriera in un ‘1000. Vincere una partita come questa, che si va ad unire a molte altre grandi partite che ti hanno vista protagonista di recente, pensi possa essere fonte di ispirazione per altre giocatrici che hanno l’ambizione di giocare così a lungo?

Sorana Cirstea: “Sicuramente. Io poi sono arrivata in Tour quando ero ancora molto giovane, a 17 anni ero già in Top 100, e un anno dopo ero già ai ridosso della Top 30. Quindi ho avuto un grandissimo inizio di carriera, ma se tu mi avessi chiesto allora se a 32 anni mi sarei immaginata ancora in campo; probabilmente ti avrei risposto di no. Ma naturalmente con gli anni maturi e cominci a goderti il gioco ancora di più rispetto a quando sei giovane, in questo momento mi sto talmente divertendo che forse se vedessi adesso il mio approccio al tennis di quando avevo vent’anni non piacerebbe. Tuttavia, però, chiaramente vorrei avere 20 anni e ottenere i risultati di quel periodo ma allo stesso tempo sono molto orgogliosa della mia mentalità, della mia etica del lavoro, della mia disciplina e anche della mia convinzione; perché ho sempre creduto che il mio gioco potesse essere nocivo per le avversarie. Ho sempre creduto che con questo gioco fossi in grado di fare grandi cose. Ognuno però ha il suo percorso, alcuni giocatori hanno bisogno di più tempo, alcuni ne impiegano meno, ma sono comunque orgogliosa di tutto ciò che ho raggiunto nella mia carriera.

D. Sono a conoscenza del fatto che tuo padre possieda un’azienda che produce gelati, dunque debbo dedurre che il gelato ti piaccia molto o sbaglio? Se è così, quel è il tuo gusto preferito?

Sorana Cirstea: “Sì, è il mio dessert preferito. Sono cresciuta con il gelato in estate, inverno, in tutte stagioni. In verità la piccola azienda è di entrambi i mie genitori. Sono persone che hanno lavorato e che lavorano tuttora sodo. Per quanto riguarda il mi gusto preferito, direi vaniglia-cocco-pistacchio. Questo è il mio trio“.

D. Già a Indian Wells avevi ottenuto un grande risultato, che però credo emotivamente tu l’abbia vissuto in maniera diametralmente opposta alla tua corsa qui in Florida perché comunque rappresentava una grande sorpresa?

Sorana Cirstea: “Hai perfettamente ragione. Ad Indian Wells è stato bello ottenere quelle due vittorie prima di perdere ai quarti contro Iga {Siwatek, ndr]. Però ho avuto la netta percezione che anche nei quarti di finale, avrei potuto giocare molto meglio di quanto effettivamente abbia fatto. Quindi arrivando qui con il carico di fiducia dopo la California, considerando il duro lavoro svolto negli ultimi due mesi mi sono detta che non potevo non sfruttare l’alto livello del tennis che stavo esprimendo per cogliere un risultato importante e prestigioso; ma che per farlo al meglio rispetto a IW avrei dovuto essere meno emotiva. E così è stato, poi è normale che con la fiducia e la consapevolezza di sé le cose diventino più automatiche in campo, il che è sempre molto positivo perché ti permette di essere più sicuro di te, cioè meno pensieri negativi che ti passano per la testa. Quindi direi che in queste due settimane sono stata più calma sotto il profilo dell’emotività, per preparare al meglio ogni singola partita“.

D. Come ti senti fisicamente? Cosa hai fatto dopo la partita, a livello di essercizi defaticanti e massaggi? Credo ci sia voluta più di un’ora e mezza prima che entrassi. Ci sono stati problemi? Qual è stato il processo che hai seguito dopo la partita?

Sorana Cirstea: “No, era soltanto la routine. Mi sento abbastanza bene fisicamente. Ripeto che penso di essere fisicamente migliore di quanto non fossi dieci anni fa, mi sento molto in forma. Sento che anche a livello di mobilità nella copertura del campo sono cresciuta tanto. Ci ho messo un pò di più del normale perché questa volta avevo più interviste con i media da fare. Poi ovviamente sono andata sulla cyclette, ho fatto una chiacchierata con il mio coach, poi stretching ed infine fisioterapia e bagno con ghiaccio. Insomma, la solita routine che faccio dopo ogni singola partita“.

Continua a leggere

Flash

WTA Miami, Sabalenka: “Ho dovuto combattere contro il caldo, ora devo solo rimanere concentrata su me stessa”

“Orgogliosa della continuità di gioco espressa. Coerente e fede al percorso intrapreso”, parole positive per la bielorussa Arya Sabalenka nonostante la sconfitta con Cirstea

Pubblicato

il

Aryna Sabalenka - Indian Wells 2023 (foto Ubitennis)

Un doppio 6-4, arrivato a piena maturazione quando l’orologio dell’Hard Rock Stadium del Miami Open Presented Bi Itaù comunicava che mancavano esattamente tre minuti allo scoccare dell’ora e mezza di gioco, quello inflitto dalla sorpresa del Sunshine Double 2023 Sorana Cirstea (oltre alla semifinale colta in Florida – e non è finita qui – bisogna aggiungere i quarti californiani) alla n. 2 del tabellone, e dunque favorita numero uno per la conquista del titolo vista l’assenza di Swiatek, Aryna Sabalenka che ha riportato in voga i fantasmi che furono e che invece sembravano stati finalmente riposti nel cassetto del dimenticatoio dopo il grande inizio di stagione della bielorussa con la ciliegina del primo Slam messo in cascina in Australia. Ecco come la finalista di Indian Wells ha commentato in sala stampa la cocente delusione, ora proverà già a voltare pagina per proiettarsi alla stagione sulla terra.

DQuesta è stata la prima volta che hai affrontato Sorana [Cirstea, ndr]. Cosa ha fatto talmente bene contro di te in questa partita per metterti così in difficoltà?

Aryna Sabalenka: “Sì è vero, è stato il nostro primo incontro. Io personalmente sono mancata in tanti aspetti cruciali del mio tennis, offrendole così diverse opportunità che lei è stata molto abile nel cogliere. Semplicemente nella partita odierna ha dimostrato di essere una giocatrice migliore di me, meritando dunque la la vittoria“.

 

D. Con quale parte del tuo gioco hai dovuto combattere di più, quale non ha funzionato come avresti voluto e perché?

Aryna Sabalenka: “Sicuramente non è stata la mia miglior partita. Ho dovuto lottare molto contro le condizioni di gioco, come ad esempio l’elevato caldo. Ho avuto la costante sensazione che una volta colpita, la pallina volasse troppo in aria e questo mi ha impedito di poter avere il controllo che desideravo. Pe cui, mi sono ritrovata a non essere in grado di controllare e gestire i miei colpi. A quel punto, nonostante le difficoltà ho provato a mettere sul campo il meglio che potevo fino all’ultimo punto del match. Purtroppo però, alla fine, anche con il passare dei minuti non sono mai riuscita ad adattarmi a queste condizioni. La prossima volta dovrò fare certamente meglio da questo punto di vista“.

DHai avuto un fantastico inizio di stagione. Per questo vorrei chiederti, se tu possa riflettere sui primi tre mesi del 2023 e dirci di quale dei miglioramenti che ha compiuto o dei traguardi che hai raggiunto tu sia più orgogliosa?

Aryna Sabalenka: “Credo che i primi tre mesi dell’anno siano stati fantastici per me. Sono solo molto orgogliosa della continuità di gioco che ho espresso, il mio augurio per il futuro è quello di poter continuare su questa strada non smettendo di lavorare per migliorare ancora. Dunque il mio unico obiettivo d’ora in poi, sarà fare sempre del mio meglio rimanendo coerente e fedele al percorso intrapreso“.

D. E allora, proprio a proposito di questa costanza di rendimento che vuoi mantenere inalterata; quale pensi possa essere la chiave di volta per tenere su questi livelli il tuo tennis anche durante la parte di stagione sulla terra battuta?

Aryna Sabalenka: “Penso che la chiave sia rappresentata esclusivamente dal rimanere sempre e solo concentrata su me stessa, cercando di non pensare a quello che viene detto sul mio conto sui social media e in generale non dando eccessiva importanza all’aspettative che gli altri hanno su di me. Concentrarsi soltanto su me stessa, questo è il motto da seguire. Se continuerò a fare le mie cose come in queste tre mesi, se la mia routine non subirà variazioni, sono sicura che sarà in grado di mantenere lo stello livello di gioco di questo inizio di stagione e forse addirittura fare anche meglio alzando ulteriormente: le vittorie arriveranno, anche sulla terra. Devo solamente continuare a lavorare sodo, se lo farò il prossimo futuro sarà roseo e pieno di soddisfazioni. Nonostante il mio avvio di 2023 sia stato decisamente positivo, ho comunque dovuto subire alcune battute d’arresto in questa prima parte della stagione. Sono state lezioni difficili da digerire ma imparerò (sorridendo), resetterò e ricomincerò a lavorare ancora più forte di prime come ho fatto durante la pre-season. Quello che posso assicurare con assoluta certezza è che darà tutte me stessa per portare il miglior livello di tennis anche sulla terra battuta“.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement