US Open: l'uragano Kyrgios non fa sconti neanche all'amico Kokkinakis. 200esima vittoria da professionista

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US Open: l’uragano Kyrgios non fa sconti neanche all’amico Kokkinakis. 200esima vittoria da professionista

Il n. 25 Nick Kyrgios suggella una prestazione mastodontica in battuta, con la vittoria in un match dalle innumerevoli pieghe emotive e nel bel mezzo di un’atmosfera ribollente

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Thanasi Kokkinakis & Nick Kyrgios - Australian Open 2022 (foto Twitter - @AustralianOpen)
 

[23] N. Kyrgios b. T. Kokkinakis 6-3 6-4 7-6(4)

Non riuscivo a guardarlo, la scarica di emozioni ero troppo forte”, alcune delle parole rilasciate in conferenza stampa da Nick Kyrgios dopo l’incontro di primo turno, che ben raccontano il suo stato d’animo. Gli fa eco Thanasi Kokkinakis – che perde la terza partita di fila: sconfitto da Sinner a Cininnati e da un altro connazionale, Duckworth, a Winston-Salem – secondo lui una delle chiavi del match è stata la propria incapacità di “trovare abbastanza ritmo in risposta”. Un’impresa ardua se il tuo avversario è scintillante al servizio: 0 le palle break concesse da Nick, statistica che riassume alla perfezione la sfida.

È stato un lunedì molto intenso emotivamente, quello appena concluso nella cornice della Grande Mela, ad aprire le danze dello US Open 2022. Un pathos emozionale cha ha raggiunto l’acme nella partita che tutti aspettavano: Serena Williams al passo d’addio in un catino ribollente tra gioia e malinconia o dicasi Arthur Ashe, apriva la sessione serale del campo centrale contrapposta alla montenegrina Kovinic.

 

Ma in realtà anche nel successivo match, andato in scena dopo la performance della “Regina”, c’è stata una componente sentimentale molto forte: per certi versi più imponente di quella con protagonista Serena, poiché la partita della 23 volte campionessa Slam ha riguardato, sotto l’aspetto emozionale, non soltanto la stessa 40enne americana ma anche e soprattutto gli spalti, con una miriade di fan occorsi per salutare la loro beniamina. Al contrario la sfida a tinte australiane vedeva invece entrambi i giocatori in campo assolutamente influenzati e trascinati da una corrente emotiva che sembrava non voler cessare il proprio operato: una tensione vivida, dovuta però non al grande palcoscenico, non all’enorme opportunità sportiva, bensì semplicemente alle difficoltà mentali che si celano dietro le quinte quando si è costretti ad affrontare e cercare di battere un amico.

UN’AMICIZIA CHE AFFONDA LE ORIGINI NEL VISSUTO DA JUNIOR – A dividersi il rettangolo di gioco due ragazzi cresciuti assieme con una pallina gialla come “migliore amica”, che attraverso il suo moto incessante li ha uniti sempre di più con il passare degli anni fortificando il loro rapporto di amicizia. Due giovincelli, ormai giunti alla maturità, che fin da quando scorribandavano nel circuito junior hanno istaurato un’immediata affinità, derivante probabilmente anche dalla loro comune origine greca. Infatti le rispettive famiglie si sono trasferite, prima ancora che loro nascessero, nel continente australiano; dà sempre terra di migrazione e foriera di numerose possibilità di vita. Un legame, dunque, che non poteva non trasferirsi dal quotidiano al campo da tennis: passaggio sigillato dal trionfo in coppia all’edizione 2013 di Wimbledon juniores. Poi il salto nei professionisti, dove ad una esplosione precoce e repentina del loro talento, la carriera di ambedue si è arrestata in uno stato stagnante: per Nick a causa del suo poco controllabile carattere fumantino, per Thanasi la conseguenza di numerosi problemi fisici che ne hanno impedito la stabilizzazione ad alti livelli.

Eccoli però ritrovarsi – inteso come coppia, ma anche come tennis individuale – nel 2022. Giunti alla soglia dei 27 anni l’uno e dei 26 l’altro, Kyrgios e Kokkinakis hanno fatto finalmente rivedere quello che a sprazzi avevano mostrato in passato. Il nativo di Adelaide ha trovato le lacrime di felicità ad inizio stagione, alzando le braccia al cielo dopo il primo successo in Tour materializzatosi proprio nella sua città natia. Ma la vera svolta è giunta a Melbourne, quando la nascita del sodalizio “5 K” che portò il duo aussie a vincere lo Slam di casa, ha impresso nella mente di Kyrgios quella scossa necessaria e vitale per rianimare un talento cristallino e puro, da troppo tempo incastonato in un limbo di mediocrità, e renderlo conscio di essere ancora in grado di poter raggiungere vette molto alte: il responso pratico è stato la finale di Church Road, conquistata attraverso una rinnovata – in verità mai vista prima – dedizione al professionismo.

L’ABILITA’ DI SAPER VINCERE IN MODI DIVERSI – L’urna di New York, però, ha deciso di fare un diabolico scherzetto ai due amichetti mettendoli di fronte per la prima volta in assoluto a livello ATP. Infatti si erano incontrati in due circostanze nel circuito minore – sempre vittorioso il n. 25 ATP -, tuttavia forse il precedente che andrebbe menzionato più di tutti, e che ha delle similitudini sul piano psicologico con lo scontro newyorchese, è la finale junior del 2013 all’Australian Open. Il risultato però è sempre stato lo stesso, il giocatore con più soluzioni tecniche ha portato a casa la partita. E allo US Open non poteva essere altrimenti: 6-3 6-4 7-6(4) in favore di Kyrgios, quando l’orologio dell’Arthur Ashe segnava 2ore e 2 minuti di partita.

Nick ha messo in campo tutto il suo inesauribile repertorio balistico, stilistico e tecnico; ma ciò che probabilmente dovrebbe essere sottolineato maggiormente è la gestione mostrata dal, mai banale, giocatore di Canberra. Una capacità di vincere in diversi modi, che segna proprio compiutamente l’upgrade in termini di tenuta mentale completato dall’ex n. 1 giovanile: il recente vincitore del ‘500’ di Washington ha infatti incamerato il primo parziale strappando la battuta al connazionale nella volata conclusiva, al contrario il secondo lo ha messo in cascina in maniera diametralmente opposta attraverso un break immediato in apertura. Infine a chiusura dell’intero campionario, del saper arrivare sempre alla meta anche perseguendo sentieri differenti, – più o meno tortuosi – il tie-break del terzo vinto punto a punto senza lasciarsi piegare dalle scorie nervose per le tre chance di allungo mancate nel quinto gioco.

Traguardo importante raggiunto da Kyrgios, che grazie a questo successo ha ottenuto la 200esima vittoria in carriera. In conferenza ha aggiunto, oltre a quelle dell’incipit, alcune considerazioni piuttosto interessanti; anzitutto sul piano tattico. Il suo leitmotiv doveva essere, ed è stato: “Avevo un piano di gioco molto chiaro, dovevo muoverlo il più possibile perché se Thanasi può colpire da fermo, è uno dei migliori giocatori al mondo”. Poi tocca il tema dell’accoglienza del pubblico, ancora entusiasta dopo il match di Serena, con la volontà di rivivere un tale contesto: “Giocare contro uno dei miei migliori amici, dopo quella che poteva essere l’ultima partita di Serena, con un’affluenza da record è stato veramente divertente. Mi piacerebbe rigiocare dopo Serena, l’atmosfera era elettrica. Una notte che non dimenticherò mai“.

Ma alla fine della fiera, quando uno scaglia 13 ace, fa registrare il 71% di prime in campo, un mastodontico 86% di trasformazione ed un irreale 79% (19/24) di punti vinti con la seconda; l’altro non può che dargli la mano e avviarsi inopinatamente negli spogliatoi. Bonzi, vittorioso al quinto set nel derby con Humbert e prossimo avversario dell’uragano australiano, è avvisato.

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Australian Open, preview finale maschile: Tsitsipas per la storia, Djokovic per la leggenda. Entrambi per la prima posizione

Manca sempre meno alla finale più attesa, l’ideale. Il greco e il serbo si contendono pezzi di storia personale e mito, oltre che il n.1 del ranking

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Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @atptour)

[3] Stefanos Tsitsipas – [4] Novak Djokovic

Il torneo delle sorprese e delle rivelazioni, tra eliminazioni eccellenti e storie da ricordare, si è infine ritrovato nella finale che era più lecito attendersi, tra i due giocatori migliori delle due metà di tabellone, e che hanno sempre mostrato grande feeling con l’Australia. Stefanos Tsitsipas, dopo tre semifinali perse negli ultimi quattro anni, battendo Khachanov ha finalmente conquistato la prima finale qui all’Australian Open, la seconda in carriera in uno Slam (al Roland Garros, dove si fece rimontare due set di vantaggio da Djokovic…anche se nessuno dei due sembra ricordarlo), mostrando maturità e gestione della tensione. Per il serbo sarà il decimo atto conclusivo sulla Rod Laver Arena, con 9 vittorie su 9 finali giocate in precedenza, l’ultima nel 2021 contro Medvedev. Sarà inoltre la 33° finale in assoluto in un Major, curiosamente la sesta di fila contro un avversario che non ha mai vinto un torneo del grande Slam (l’ultima volta contro un giocatore già campione in precedenza fu contro Nadal al Roland Garros d’ottobre, nel 2020).

La vittoria di Nole domani, con la partita che inizierà alle 9:30 italiane, gli porterebbe in dote il ventiduesimo titolo dello Slam, andando così a raggiungere Nadal al primo posto per vittorie nei Major, scrivendo un’ulteriore pagina di storia, entrando sempre più nella leggenda. Tsitsipas avrà invece l’occasione di divenire il diciannovesimo vincitore Slam del XXI secolo, e del secondo millennio, il primo a vincere il titolo di battezzo all’Australian Open da Wawrinka nel 2014. Sul piatto ci sarà però anche la prima posizione in classifica, con il vincitore che da lunedì scavalcherà Carlos Alcaraz come n.1 del mondo; occasione che si ripete per il secondo Slam di fila, dato che anche Carlitos è salito sul gradino più alto del podio dopo la vittoria nella finale dello US Open contro Ruud. I precedenti parlano abbastanza chiaro: 10-2 a favore di Djokovic, che ha vinto gli ultimi nove, con l’ultima vittoria del greco a Shangai 2019; da notare che però dei sette incontri sul cemento, (5-2 per il serbo) Tsitsipas ha vinto due dei tre match outdoor, capitolando sempre indoor. Inoltre, l’unico precedente a livello Slam è sempre in una finale, quella famosa del Roland Garros 2021.

 

Alla luce di ciò, dell’esperienza e del gioco mostrato nell’arco del torneo, è quasi impossibile non figurarsi già le immagini del serbo che alza il trofeo sotto il cielo dell’estate australiana, eppure…Eppure Tsitsipas ha giocato un Australian Open d’esperienza e qualità, di eleganza e sostanza, superando sempre con successo gli ostacoli e mostrandosi maturo come mai era successo nella sua carriera probabilmente. Ha saputo gestire i vantaggi e le rimonte, i giocatori che amano il ritmo alto e quelli che si esaltano in scambi lunghi e poco intensi; soprattutto, potrà giocare il suo dritto a braccio sciolto, e il servizio a cuor leggero, perché domani il favorito non è lui. Novak Djokovic gioca praticamente ogni match con il pronostico dalla sua da 10 anni (salvo qualche incrocio con Nadal sulla terra), dunque pensare che soffra la pressione è quasi utopico, ma che abbia un calo lo si può opinare. Il n.4 del mondo ha perso finora solo 50 game (qui nel 2011 vinse lasciandone per strada solo 60, il quantitativo di game più basso concesso nella sua carriera negli Slam vinti), di cui solo 5 break. Numeri che manifestano netta dominanza.

Va però sottolineato che domani troverà il primo (non ce ne vogliano Paul, Rublev, De Minaur e compagnia) “vero” avversario, che possa realmente dargli filo da torcere e giocarsela a viso aperto, senza timore reverenziale. Il greco ha già dimostrato che può farlo, che sa affrontare le leggende senza guardarle dal basso ma da pari a pari, come dimostra l’opera d’arte compiuta contro Nadal ai quarti del 2021. Il n.3 del seeding dovrà cercare di servire benissimo e di piazzare bene la battuta, trovandosi contro il miglior ribattitore del circuito, oltre che sbagliare il meno possibile e cercare di essere più incisivo che può con il dritto. Una tattica per uscire dallo scambio, e non concedere a Djokovic il tempo di martellarlo sulla diagonale del rovescio (il chiaro tallone d’Achille) potrebbe essere usare lo slice per poi prendere la rete, così da costringere il serbo a un gioco veloce, frenetico, senza troppo margine per preparare i colpi. D’altro canto è verosimile che Nole sappia quanto sin da subito dovrà cercare il lato sinistro di Stefanos soprattutto con cambi in lungolinea, senza dargli così tempo per girarsi sul dritto. Dovesse andare su questi binari, decisi da Djokovic, allora bisognerà dare ragione ai bookmakers: 1,20 su Bet365 e Snai la sua vittoria, 1,23 su Sisal, con queste ultime due che pagano invece 4,50 volte la posta il primo Slam di Tsitsipas, contro il 4,80 di Bet.

In Grecia spereranno che per una volta le quote si sbaglino, come forse molti di coloro che si auspicano questo tanto decantato cambio generazionale. Tsitsipas non è nuovissimo a ribaltare i pronostici, ma domani dovrà compiere il suo capolavoro, alla prima finale a Melbourne Park. Il suo avversario, che forse potrebbe quasi essere definito “passato” dai meno attenti, la prima finale qui la giocò esattamente 15 anni e un giorno fa, il 27 gennaio 2008 contro Jo Tsonga (che ora si è ritirato). Sarà uno scontro di stili, epoche, gioco, totale si potrebbe definire. Come lo spettacolo che ne uscirà, questo è poco ma sicuro.

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Australian Open

Australian Open: Sabalenka sugli scudi. Ha vinto il miglior servizio o il miglior dritto? E l’assenza di inno e bandiere bielorusse ha senso?

Hanno vinto…gli studi biomeccanici della regina 2022 dei doppi falli. Ma fra dritto e rovescio, quale è il colpo da fondo di solito più decisivo? Il duello Djokovic-Tsitsipas suggerisce una risposta sbagliata

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La nuova campionessa dell’Australian Open, Aryna Sabalenka, è una ragazza che l’anno scorso aveva vinto…la classifica di chi aveva fatto più doppi falli fra tutte le prime 100 tenniste della WTA.

Roba da far arrossire Sascha Zverev. Aryna, che diventa la seconda bielorussa a vincere uno Slam in Australia dieci anni dopo Vika Azarenka, di doppi falli ne aveva commessi ben 427 nel 2022, a una media di 8 a match. Ma lo scorso anno, durante lo US Open, subito dopo aver perso dalla Swiatek, lei che ama farsi  chiamare “Tigre” –e che si è fatta fare un tatuaggio di una tigre sull’avambraccio sinistro “perché mi deve ricordare di lottare sempre come una tigre…”- aveva deciso di mettersi a studiare la tecnica della sua battuta con uno specialista di biomeccanica, con due obiettivi: 1) ritrovare percentuali migliori sulle prime palle di servizio 2) servire seconde palle meno aleatorie.

Prima della finale il coach della Rybakina Stefano Vukov aveva dato l’aria di mettere le mani avanti, quasi anche  a voler mettere maggior pressione su Aryna: “Il risultato dipenderà da chi servirà meglio”.

 

E quello della Sabalenka, Anton Dubrov: “Vincerà chi saprà controllare meglio le proprie emozioni”. Anche questo, per la verità, sembrava più un messaggio rivolto alla sua “assistita” piuttosto che a Elena Rybakova, ragazza piuttosto introversa che sembra spesso anche fin troppo in controllo dei suoi nervi. Almeno all’apparenza, perché oggi l’ho vista spesso parlare con se stessa dopo alcuni errori. 

Beh, in questa finale vinta 4-6,6-3,6-4, Aryna ha perso il primo set della finale e il primo dell’anno, ma dopo è riuscita abbastanza bene a controllare le proprie emozioni fino a quando – a seguito dell’ennesimo dritto lungo della Rybakina (decisamente il colpo più incerto della kazaka) sul suo quarto matchpoint e dopo che sul primo aveva commesso un doppio fallo – si è lasciata andare lungo distesa sul campo centrale della Rod Laver Arena coprendosi il volto e piangendo come un vitellino, con tutto il petto percorso da sussulti irrefrenabili.

 Direi che lo studio ha pagato – soprattutto in percentuale di prime palle, il 65% contro la Rybakina che si è fermata  al 59%; la seconda palla invece secondo me necessità di studi ulteriori: è troppo piatta, c’è poco lift –  perché durante tutto l’Australian Open di doppi falli Iryna ne ha fatti “soltanto” 29 in 7 partite. Quindi è scesa a 4 di media a match.

Vero, però, che le prime sei Aryna le ha vinte tutte in due set e sempre perdendo pochi game, così come aveva vinto in due set tutte le partite giocate al torneo di Adelaide. Oggi  che la partita è durata 2h e 29 minuti per 3 set, i doppi falli sono stati 7, non pochissimi, però sono stati bilanciati da 17 ace (mentre la Rybakina ne ha fatti 9 e un solo doppio fallo: insomma la forbice dice +10 per gli ace a favore della ragazza bielorussa, + 6 a favore per i doppi falli a favore della kazaka) e poi non so dirvi quanti siano stati i servizi immediatamente vincenti, ma in quelle 70 volte in cui ha messo direttamente la prima ha fatto 50 punti. Sospetto che i servizi vincenti che siano stati parecchi.

Quindi il servizio ha svolto un ruolo importante in un match caratterizzato da pochi break, cinque in tutto in 29 game, come vediamo di solito accadere più in un match di uomini piuttosto che di donne.

D’altra parte le due ragazze finaliste hanno un fisico non così comune per il tennis femminile: un metro e 84 centimetri la Rybakina, un metro e 82 la Sabalenka che ha anche due spalle e una potenza che non tanti tennisti di sesso maschili possono vantare e disporre.

I servizi della Sabalenka sfiorano i 200 km orari e fanno male. Se un numero sufficiente di battute le sta dentro, strapparle il servizio è tutt’altro che semplice. Infatti la Rybakina c’è riuscita solo due volte pur essendosi procurata 7 pallebreak, entrambe nel primo set. E poi più.

Con le sue possenti, fracassanti risposte, invece la Sabalenka di palle break ne ha conquistate 13 e dopo l’inutile break del primo set per risalire dal 2-4 al 4 pari, un break a set nei due set successivi le sono bastati per vincere il match e conquistare il suo primo Slam alla sua prima finale e dopo tre stop in tre precedenti semifinali Slam.

Di solito, se fra due giocatrici di simile livello (ma vale forse ancor più per i giocatori) una ha un grandissimo dritto e l’altra ha un grandissimo rovescio, dai tempi di Steffi Graf (anche se Chris Evert potrebbe aver argomenti validi per obiettare), vince quella con il miglior dritto.

Il dritto, in genere, procura più punti. Tant’è che salvo poche eccezioni se a un tennista si offre una palla a mezza altezza e a metà campo, è più normale che il tennista giri attorno alla palla per schiaffeggiarla con il dritto piuttosto che con il rovescio. Il dritto è un colpo più dirompente. E’ più normale schiacciarlo dando anche una spallata. Ma su questa tesi sono più che aperto ad aprire un fronte di discussione e contradditorio…

Ora ci sarà chi, alla vigilia della finale maschile fra Djokovic e Tsitsipas mi obietterà che Djokovic è il favorito anche se il greco ha il miglior dritto e il serbo il miglior rovescio, ma io a mia volta potrò controbattere che Nole fa comunque di solito più punti vincenti con il dritto che con il rovescio. Vedremo domani (ore 9,30 su Discovery-plus).

Intanto chiudo il discorso sulla finale femminile osservando che la bielorussa Sabalenka non ha potuto godere né dell’inno nazionale a celebrare il suo trionfo, né della bandiera bielorussia sul tabellone e sul palmares dell’Australian Open accanto al suo nome. Magari fra qualche anno ricomparirà al posto di una bandiera bianca. E chissà poi che cosa deciderà Wimbledon quest’anno. Molti auspicano un ripensamento. Non i tennisti ucraini. La Kostyuk, sconfitta in semifinale nel doppio femminile, ha chiesto agli inglesi di non fare marcia indietro.

Io ripenso con piacere a quando l’indiano Bopanna e il pakistano Qureshi si sono messi a giocare il doppio assieme.

 Ma fra Russia-Bielorussia e Ucraina la guerra è ancora purtroppo così terribilmente virulenta, orribile oggi perché possano essere dei tennisti i primi a soprassedervi, a non farci caso. Anche se potrebbe essere un gran bel messaggio.  

La newsletter Slalom.it di Angelo Carotenuto ha riportato un articolo del Sydney Morning Herald secondo cui “Sopprimendo le loro bandiere (di russi e bielorussi), i dirigenti maldestri offrono solo più fiato al loro vittimismo. Che si tratti di Australia, Parigi, Londra o New York, l’anno scorso ha dimostrato che più bandiere vengono bandite dagli eventi sportivi, maggiore è la sfida che producono. Quanto più il mondo condanna il nazionalismo, tanto più acquistano forza coloro che ci credono. Chiediamolo agli ucraini

Comunque sia quando hanno chiesto a Aryna Sabalenkaq, nuovamente n.2 del mondo “nel giorno più bello della mia vita”  (la Rybakina sarà top-ten, ma sarebbe stata top-five se avesse potuto contare anche i 2.000 punti di Wimbledon 2022) se non le sembrasse strano aver vinto uno Slam senza una sola bandiera bielorussa e neppure una menzione alla bielorussa, lei ha risposto con un sorriso: “Credo che tutto il mondo sappia che sono bielorussa, non vale la pena di aggiungerlo”.

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Wilander sui Fab 4: “Vedremo se le rivalità del futuro saranno allo stesso livello”. Schett: “Non credo che a Djokovic manchi Federer”

Le parole degli opinionisti di Eurosport sul tramonto di un’era, e su quanto lascerà in eredità. “Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo” dice Mats Wilander

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Mats Wilander e Barbara Schett

Il tennis, come tutti i grandi sport, vive dei grandi nomi che lo popolano, delle imprese, i momenti epici… e soprattutto delle rivalità. Le contrapposizioni tra grandi giocatori che alle volte quasi arrivano a prendere forma di complementarità e contemporanea distanza come yin e yang. Ma rivalità del livello di quelle dei Fab Four, la cui era sta ormai finendo, è difficile pensare di rivederne. “Ci mancheranno tremendamente“, spiega Matts Wilander dai microfoni di Eurosport, “penso che Novak sarà l’ultimo dei tre a giocare, grazie al suo corpo. Sembra essere in grado di affrontare gli infortuni che subisce. È così fresco, sembra così giovane, presumo batterà Federer anche nello sci (hobby che il campione svizzero ha ripreso a praticare dopo 15 anni, ndr), visto che Novak è cresciuto sciando. Ci mancherà“.

L’ex campione svedese sa quanto abbiano dato al tennis questi grandissimi, come prima aveva fatto lui insieme a Edberg e Lendl, e prima di loro Borg, Connors e McEnroe, o Sampras e Agassi subito dopo. In fin dei conti ci saranno altri grandissimi giocatori, altri duelli epici, ma varranno un Fedal o i 59 incontri di Rafa e Nole? La risposta dell’ex n.1 al mondo è chiara, ma lascia aperta una porticina: “Non dobbiamo preoccuparci che questi tre se ne vadano, perché si tratta solo di rivalità. Abbiamo visto Alcaraz e Jannik Sinner allo US Open lo scorso anno e per me è stato come “oh mio dio”, è tutta una questione di rivalità. La domanda è: ne avremo come le abbiamo avute con Roger Federer, Rafael Nadal e Novak Djokovic. E Andy Murray“.

Barbara Schett, il volto di punta della cosiddetta “casa degli Slam” (almeno in TV), esamina lo stesso argomento, ma da una prospettiva diversa e più spinosa: cioè quanto e se realmente si possa dire che a un Novak Djokovic, ancora in piene forze sul circuito, manchi l’amico-rivale Roger Federer. Una questione non scontata, e che certamente vale la pena di considerare: “Novak ha detto che gli manca Roger nel Tour, ma quelle rivalità li hanno portati tutti e quattro dove sono oggi, a ricoprire il ruolo che hanno nel Tour in questo momento“.

 

Non credo che gli manchi Roger“, pizzica Schett, “probabilmente perché ha ottime possibilità di entrare nei libri di storia vincendo il maggior numero di titoli del Grande Slam di sempre. Certo, c’è Rafael Nadal, ma lui [Djokovic] è in ottima forma. Ha dei problemi ma non subisce infortuni gravi e sembra che il suo corpo stia davvero bene. Ed è anche ancora così motivato. 21 titoli del Grande Slam non sono sufficienti per Novak Djokovic ed è bello da vedere. Da un lato, probabilmente gli manca Roger Federer, ma dall’altro penso che probabilmente sia felice che non ci sia più“. Una disamina interessante della giornalista austriaca, che tratta chiaramente l’ipotesi di una felicità meramente sportiva, ma che considerando quanti titoli e quante vittorie si siano strappati a vicenda il serbo e lo svizzero, non è poi così azzardata.

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