Tutto (o quasi) quel che è stato scritto su Roger Federer ieri e oggi nel mondo. Un’antologia straordinaria dovuta a Slalom.it

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Tutto (o quasi) quel che è stato scritto su Roger Federer ieri e oggi nel mondo. Un’antologia straordinaria dovuta a Slalom.it

Dagli Stati Uniti alla Francia ai giornali nostrani: così si parla del ritiro del campionissimo elvetico in tutto il mondo

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Roger Federer - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)
 

Il giornalista Angelo Carotenuto nella sua newsletter Slalom ci regala questa straordinaria antologia dei commenti delle migliori penne italiane e internazionali sul ritiro di Roger Federer, che dopo la Laver Cup della prossima settimana appenderà la racchetta al chiodo a 41 anni. Un’antologia che – ci perdonerà lo stimato Angelo – vi proponiamo per intero non senza rimandarvi al suo sito internet, in cui ogni giorno viene raccontato lo sport con grande qualità.

La Coppa Laver sarà l’ultimo torneo di Roger Federer. Lascia il tennis dopo 1251 partite vinte e 375 perse. Non gioca da 14 mesi, dal torneo di Wimbledon del 2021. L’ultimo a batterlo è stato il polacco Hurkacz, l’ultimo a perdere da lui Lorenzo Sonego. Ha vinto 103 tornei e 20 dello Slam. Ha dato il primo bacio a sua moglie alle Olimpiadi di Sydney. Ha per figli quattro potenziali singolaristi, due doppi e due doppi misti. È cresciuto ammirando Edberg, Becker e Sampras. Ha fatto il raccattapalle a Basilea, dove si era iscritto per giocare il mese prossimo. Alle 15 e 18 di ieri pomeriggio ha detto basta. 

Wimbledon era l’ora in cui sul campo centrale spunta il campione in carica quando comincia un nuovo torneo, nei secoli dei secoli, amen. Ti lasci la poesia di Kipling alle spalle e le lancette del grosso Rolex sul tabellone verde ricominciano a girare, dopo essere rimaste ferme per un anno. Per otto volte le ha rimesse in moto lui, alle due del pomeriggio.

 

Parigi, un fuso avanti sul meridiano, era trascorso solo un minuto dall’orario che Clint Eastwood ha reso immortale nel film Attacco al treno, mentre a Melbourne ne mancavano a quel punto quarantacinque all’incirca a mezzanotte, qualcuno stava uscendo dal cinema, altri dal ristorante, e quelli che stavano per mettersi a letto, hanno sentito sul telefono il suono della notifica della buonanotte. Melbourne è il posto del suo ultimo Slam. Non poteva fargli uno sgarbo, non poteva mettere l’Australia di fronte al fatto compiuto, l’indomani mattina. La data del 15 settembre doveva essere il 15 settembre anche per loro, per tutti, prima che il pianeta Terra attraversasse la linea del giorno dopo. 

Anche a New York nel frattempo erano svegli, le nove del mattino, qualcuno era salito in metro, qualcuno era ancora davanti ai cornflakes, a quattro giorni di distanza dalla chiusura di un torneo tre volte storico. Per l’addio di Serena Williams, per il numero 1 di Carlos Alcaraz e perché resterà l’ultimo Slam saltato da Roger Federer. I prossimi saranno il suo passato. 

Roger Federer avrebbe potuto ritirarsi in modo speciale, dopo il ventesimo titolo, alla Flavia Pennetta. È un privilegio raro, smettere dopo un’ultima partita vinta. In linea di massima, ai tennisti non capita mai. Prendono la borsa, lasciano il campo e salutano per sempre quando sono stati sconfitti. Poteva andarsene dopo l’ultimo match perso a Wimbledon, il suo giardino, la sua seconda casa. Poteva andarsene in tutti questi anni nei quali sedeva in cima alla lista contabile dei più grandi, prima di essere scavalcato dai 21 Slam di Djokovic, dai 22 di Nadal. Lo avremmo salutato dicendolo il più grande

Invece se ne va adesso, e verso quella definizione ci si scopre all’improvviso indifferenti. Se n’è andato in un giorno anonimo, mentre a Bologna un certo Ymer batteva un certo Gojo in una Coppa Davis che nessuno vuole più chiamare a questo modo antico, ma anonimo pure lui, senza più una classifica. Ci lascia un tennista che non è il primo, non è il decimo, non è nemmeno un millesimo. È oltre. Ci lascia da fuori catalogo, e se pure non fosse più il più grande, come stamattina qualcuno fuori luogo dice, ma chi se ne frega. È stato il più amato della storia. È stato una citazione vivente del tennis. Si è vestito come Perry, camminava come Tilden, ha inventato un torneo col nome di Laver. 

È come quando morì Maradona. Il ritiro di Federer è una cosa che nel fondo dei nostri cuori era già successa mille altre volte prima di succedere. Una specie di anestesia. Ha scelto il momento perfetto perché non si sentisse dolore e l’ora esatta per dirlo a tutto il mondo. 

FUORI CATALOGO  Mi ero sbagliato. Nel non considerare Roger Federer il più forte di tutti i tempi. Oggi mi sono al fine reso conto che Federer è il più forte tennista mai nato. Di Tilden ha sicuramente l’immaginazione creativa, l’eleganza di ampi, fulminei gesti rotondi. Di Cochet il senso dell’anticipo, l’abbreviazione addirittura ironica di fraseggi per altri laboriosi – di gianni clericiRepubblica, 22 aprile 2006 e 31 gennaio 2020

Frammenti di Roger Federer nei tre anni di Slalom

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#10 L’intervista di Mikaela Shiffrin per Barilla

 ➣  La sua domenica ideale?

«Alzarmi senza una sveglia, senza programmi prestabiliti per fare qualcosa con i miei figli. Montagne o mare, comunque al sole, all’aria aperta lontano dal tennis, dovunque con i miei figli. Solo una vittoria a Wimbledon mi farebbe cambiare idea. A quel punto la domenica perfetta sarebbe quella. Ma ne parleremo un’altra volta. Ultimamente ne ho passata una davvero brutta».

 ➣  Legge le storie ai suoi bambini prima di dormire?

«Ma certo! L’altra sera gli ho raccontato “Goldilocks and the three bears”, Riccioli d’oro e i tre orsi, un classico. Ho provato anche a ingannarli leggendo Riccioli d’oro e i due orsi, ma i miei figli non ci sono cascati, e mi hanno detto “contiamoli!” così ho dovuto immediatamente ammettere che avevano ragione e che gli orsi sono tre. A loro non scappa niente». [19 settembre 2019]

#14  Senza un’eredità in Svizzera

“Non c’è stato neppure un particolare boom durante i suoi anni, scrive il NYTimes. Nel 2003, anno in cui vinceva il suo primo Wimbledon, la Svizzera aveva 50.843 giocatori tesserati. Nel 2018 sono stati 51.490. Il numero degli junior è calato a 11.712 da 13.108. I ragazzi sono scesi dai 10.776 del 2011 agli 8.791 del 2018, le ragazze sono crollate del 66% dal 2004 quando erano 8.791, l’anno scorso erano 2.921 [23 settembre 2019]

#49 Sinner vuole vincere Ny per lui

 ➣  Il primo Slam lo vorrebbe vincere agli Us Open: perché?

«È il primo che ho visto in tv, ricordo la finale fra Federer e Del Potro (2009, ndr). Poi il centrale visto da dentro è gigante. New York invece non mi piace, c’è troppo casino». [28 ottobre 2019, intervista di Stefano Semeraro, La Stampa]

#268 L’estetica e gli scontri diretti

Juan Gutiérrez, AsIn una cena emerse della testardaggine tra alcuni dei migliori ex giocatori spagnoli di sempre, che optavano per Federer. Nadal ovviamente non era seduto con noi. L’argomento principale di quella sera coincide con quello utilizzato prevalentemente: il bellissimo, tecnico, elegante tennis dello svizzero, non privo di efficacia. Non c’è nessuno in grado di giocare in questo modo, d’accordo, ma a quanto pare non basta per battere gli altri due. È difficile confrontare atleti di epoche diverse, ma nell’era dei Tre Grandi ci sono gli scontri diretti. In ogni caso, i gusti sono gusti. La cosa migliore di questo dibattito è stata quella di poter assistere a una rivalità senza pari” [8 giugno 2020]

#301  Roger sul tetto in Liguria e la profezia sulla data del ritiro

Quella sul tetto fu l’ultima esibizione pubblica dei Beatles il 30 gennaio del 1969. Il 10 aprile del 1970 Paul McCartney diede il celebre annuncio: basta. Dopo il tetto ci furono insomma Beatles per altri 435 giorni. Con Federer siamo coperti fino al 18 settembre 2021. Segnatevelo [11 luglio 2020]

#503 Sta escogitando qualcosa

Annabel Croft, Tennis Head: Non mi sorprenderebbe se si fosse concentrato sulla costruzione di schemi molto offensivi per giocare punti molto brevi. Per sua natura Federer è un giocatore aggressivo che cerca di vincere le partite velocemente

James Walter-Roberts, EurosportPotrebbe aver deciso che in questa fase della sua carriera è ora di accorciare ulteriormente i punti, attaccando a ogni occasione possibile, giocando chip e charge sul suo rovescio e andando a rete ogni volta che può. “Più che mai – ha scritto – c’è la sensazione che non possa permettersi di spendere troppe energie nei primi turni se vuole vincere tornei, in particolare Grandi Slam”.

#535 La messa non è finitatra poco rientra

Claudio Giuliani, Warning per UbitennisCi basterà vederlo alzare le braccia un’ultima volta dopo una vittoria, contro chicchessia, almeno un’ultima volta? Oppure ci accontenteremo di vivere quei piccoli attimi di gioia che proviamo quando lo vedremo inventare un nuovo colpo o riproporne uno classico, quando giocherà un passante di solo polso, quando cambierà la velocità della pallina con la naturalezza di chi è nato per fare quello, quando completerà un serve and volley con la solita perfezione stilistica? Oggi diciamo di sì, ma quando inizierà a giocare, questo non ci basterà più. Vorremo di più, desidereremo sempre una messa più lunga. Saremo egoisti consapevoli, perché sappiamo che chiederemo a Roger più di quello che ci può dare. E soprattutto lo faremo dopo tutto quello che ci ha dato [6 marzo 2021]

#540 Il primo colpo dopo un anno

Ha attraversato un corridoio che sembrava allestito da Andy Warhol dopo una cena a base di peperoni imbottiti. “From Switzerland, welcome back, Roger Federer” ha detto lo speaker al microfono, arrochendo la voce e arrotando la R iniziale del nome. 

Flash, applausi, anche il privilegio di giocare la prima partita e il primo torneo dentro un’arena che non fosse vuota. Si è vestito di verde. Il colore del marmo e dello smeraldo, il tono che prende la natura quando rinasce. Il simbolo della tenacia, dicono, e per Dante della speranza. Codici esadecimali: #00FF7F e #006400 (forse). Un pantaloncino tra spring e lime, polsino intonato, sotto una polo dark andante verso l’oliva, fascia abbinata. Un Roger che più Roger non si poteva [11 marzo 2021]

#652 A Wimbledon ancora si batte

Ha lasciato un set a Norrie (il terzo) prima di vincere la sua partita numero 104 a Wimbledon. Numeri: 7 ace, il 68% con la prima, 4 palle break concesse e 2 cancellate. A 39 anni e 337 giorni è il più anziano agli ottavi di finale da quando nel 1975 ci riuscì Ken Rosewall (40 anni e 245 giorni). In assoluto il più vecchio nell’era Open è stato Pancho Gonzales, a 41 anni e 57 giorni. Guida sia la classifica delle presenze agli ottavi in uno Slam (Federer 69, Djokovic 55, Nadal 50, Connors 42, Agassi 42) sia quella della presenze negli ottavi a Wimbledon (Federer 18, Connors 16, Djokovic 13, Becker 12, McEnroe e Murray 11). 

José Morón su Punto de Break dice: Penso che non siamo abbastanza consapevoli di quello che sta facendo Roger Federer. Mancano solo 36 giorni al suo 40esimo compleanno. Quaranta! E oggi ha corso 5,2 km (15,3 km finora nel torneo), cadendo più volte, rialzandosi e dando tutto. Siamo fortunati e non ce ne rendiamo conto.

#656 L’ultima partita

L’ultima volta che aveva perso qui, due anni fa dopo due match point, aveva giocato un colpo finale senza epica. Una stecca di dritto che aveva mandato la palla a sbrecciare l’aria, un tiro così volgare e terreno da non poter essere la cartolina perfetta di un congedo. Era una ragione in più per darsi altro futuro. Non poteva andarsene a quel modo. Non poteva lasciare negli occhi dei fedeli della sua chiesa, ma nemmeno in quelli dei pochi eretici mai convertiti, un tale scartiloffio, un circoletto nero dopo tanta vita dedicata all’armonia. 

Mentre a un certo punto ieri pareva sbeccato e irreparabile il terzo set con il polacco Hurkacz – e insieme a esso tutto il quarto di finale – s’è messo tra i piedi il solito pensiero che ormai ci raggiunge mentre Federer perde le sue partite. E se fosse l’ultima? E se alla fine si impossessa del microfono e commette l’insano gesto, a un mese dal compleanno numero quaranta? Uno gli guarda la fascia tra i capelli, il marchietto sulla maglia e con l’ottimismo della ragione si dice che ha ancora troppi contratti firmati per qualche anno: non lo farà. Ma poi alla fine che ne sappiamo davvero di quello che passa per la testa a chi ha vinto Venti Slam e sta per prendere 0-6 da un ragazzone che andava alle scuole elementari quando il duca di Kent consegnava a lui la prima delle otto Coppe .

  ◇  Christopher Clarey, New York TimesÈ mancata la magia mentre tirava dritti, sbagliava le volée, lottava con l’equilibrio e il gioco di gambe

Stefano Semeraro, la StampaIl tramonto definitivo, una resa all’anagrafe e una coltellata al cuore, anche se il Genio ci ha abituato a risurrezioni infinite. Un Federer a tratti inguardabile. Ora, forse, è arrivato il momento di organizzare un addio all’altezza di una carriera leggendaria

  ◇  Sophie Dorgan, L’ÉquipeNel suo silenzioso giardino inglese si sono sentite le nocche scricchiolare e i pensieri di Federer svanire nel dubbio, sulla crisi di mezza età. Per dieci giorni abbiamo creduto in un miracolo. Vent’anni di grandi imprese ci hanno sottoposti a una visione distorta. A quasi quarant’anni e dopo due operazioni al ginocchio, lo svizzero ha già fatto una cosa straordinaria qualificandosi per il suo 58esimo quarto di finale di uno Slam. Nel suo mondo di prima, era una cosa banale. Oggi è un traguardo. Quando un colpo facile si è trasformato in una scivolata al tie-break, quando ha lasciato passare un proiettile di trenta centimetri, quando ha sbagliato tutte le volée in estensione, durante tutti questi piccoli momenti, abbiamo cercato invano l’etereo e brillante Federer. Il suo avversario lo ha schiacciato

  ◇   Simon Briggs, TelegraphLo vedremo giocare di nuovo qui? Se fosse stata l’ultima volta, non sarebbe nemmeno così cattiva. Nonostante il risultato a senso unico (6-3, 7-6, 6-0) che ne ha fatto la sconfitta più pesante mai subita su questi prati, Federer ha giocato una partita dignitosa. L’ovazione prima del suo ultimo servizio è stata da brivido [8 luglio 2021]

#974 Nadal nel cuore dei francesi al suo posto

Philippe Bouin, giornalista de L’Équipe  a El MundoQuando Nadal è arrivato sulla scena, era visto dai tifosi come il ragazzaccio che voleva fare del male ai francesi, ma anche alla loro mascotte più cara: Roger Federer. All’inizio lavorava contro di lui un altro fattore: il fisico. I francesi erano innamorati dell’artista Federer. Nadal era visto come un pugile, una specie di tamarro. Le sue magliette senza maniche gli facevano sembrare le spalle due volte più grandi. I suoi salti sembravano bullismo. Ma era come Ray Sugar Leonard contro Mike Tyson. I suoi muscoli nascondevano il talento. Penso che negli anni tutti questi pregiudizi nei confronti di Nadal, compresi i sospetti sempre infondati di doping, siano scomparsi grazie alla sua vera personalità, alla sua naturalezza, alla sua gentilezza verso tutti. Penso che ora la gente rispetti ancora di più il suo stile e la sua fama, il fatto che a differenza di Djokovic non sia mai cambiato. Adesso è il buon vecchio ragazzo del tennis. Ora che Federer se n’è andato, Nadal è la nuova mascotte del pubblico francese». [3 giugno 2022]

Che cosa si sta dicendo di lui

La Svizzera come a lutto

Simone Graf, Tages Anzeiger: In tanti avevano desiderato un ultimo evviva. Non per forza un titolo dello Slam, ma almeno un vero addio. Per molti anni, Roger Federer ha fatto parte delle nostre vite, come un giocatore di tennis di successo e una star mondiale accessibile. Sembra di dire addio a una persona cara

Un giocatore etereo

Julien Reboullet, L’ÉquipeSe Roger Federer fosse un elemento, sarebbe l’aria. L’aria del mare aperto, dalla rassomiglianza familiare; l’aria aperta, che allo stesso tempo è intoccabile. È sempre stato in equilibrio, tra l’immensità e l’accessibilità. Come i Beatles Leonardo da Vinci. Etereo è l’aggettivo che meglio aderisce alla sua memoria – bisognerà abituarsi ad associare la parola memoria al suo nome. È difficile essere al vertice per più di vent’anni. Ha saputo stare al passo con i tempi.  Federer rimarrà per l’eternità dietro a Rafael Nadal e Novak Djokovic per numero di titoli. Ma poserà davanti a loro, e a tutti gli altri, agli occhi di chi si è innamorato del suo tennis. Molto presto è arrivato sulla sua strada un adolescente spagnolo con i pantaloni corti e con un lungo dritto che ha martirizzato il suo rovescio. A seguire un giovane serbo con gambe di gomma e un rovescio laser che ha cominciato a infastidirlo anche sul cemento. Lungi dal pensare di fare le valigie per chiudersi in una casa di riposo e sfuggire a questa assurda coabitazione con altri due mostri, lungi dall’arrendersi quando il suo ginocchio gli ha ricordato la data di nascita, Federer ha scritto un’ultima pagina particolarmente eroica, rientrando da un’assenza di sei mesi, all’inizio del 2017, a più di 35 anni. Ha compiuto quella che è considerata una delle più grandi rimonte nella storia dello sport, vincendo l’Open d’Australia. I due match point persi nella finale di Wimbledon 2019 contro Djokovic hanno impedito il prolungamento della sua storia, i più sognatori speravano ancora di vedere una coda nel 2023

Il suo stile

Guy Forget, L’ÉquipeAveva la stessa fluidità di un Rod Laver o dei grandi giocatori Anni Sessanta, ma con colpi più rapidi. Ha conciliato un tennis old school, tra opzioni tattiche come il serve and volley o il chip and charge, con la violenza dei colpi contemporanei. Questo è ciò che lo ha reso unico, al di là del suo record. Il suo stile di gioco era in netto contrasto con quello di Rafa. Come Borg-McEnroe. Il tennis è esploso grazie a loro due e al contrasto di stili. Lo svedese freddo e impassibile, il newyorkese chiassoso, maleducato, brillante, antipatico. La gente voleva vedere questo. Il buono e il cattivo. Per molto tempo il pubblico, che ancora non conosceva Nadal, è stato attratto dal suo confronto con Federer. Da una parte il ragazzino ribelle, con i suoi lunghi capelli, i pantaloni da corsaro, le canotte, i vamos; dall’altro il ragazzo di classe, all’antica, che giocava la demi volée. Hanno contribuito al successo del gioco, allo stesso modo di Sampras-Agassi. Non sono solo le vittorie a renderti un’icona, ma anche il modo in cui giochi e le rivalità. Se le ginocchia lo avessero lasciato in pace, in una partita secca avrebbe potuto mettere Alcaraz, proponendogli uno stile che il ragazzo non ha mai affrontato. Roger non ha mai giocato per far giocare male l’avversario. Rafa ti logora, ti mangia la testa, ti impone il diritto, ti destabilizza. Djokovic è una macchina, un computer XXXXL che finisce per farti impazzire. Roger, lo guardi, e pensi che si stia divertendo. Che stia facendo un’esibizione

Così completo che si confondeva

Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello sportFederer è stato un sogno, cioè la possibilità di vedere realizzata la perfetta fusione tra il tennis dei gesti bianchi e la forza della modernità, senza snaturare una classe che non conosceva confini. è stato un campionissimo senza punti deboli, con un servizio ficcante dalle variazioni sterminate, un dritto giocato con un anticipo mai visto e un rovescio magari meno travolgente in qualche occasione ma effettuato con ogni tipo di taglio. Ciò che tuttavia ha reso unico lo svizzero dal punto di vista tecnico è stata la sua capacità, mai riscontrata in un altro giocatore, di volgere lo scambio a suo favore con un solo colpo e anche nelle situazioni più complicate, magari attraverso un cross stretto di dritto, un passante di rovescio, una risposta aggressiva seguita subito a rete, una volée smorzata, una palla corta, in un’infinità di soluzioni che qualche volta gli si è addirittura ritorta contro nelle sconfitte. Il suo bagaglio tecnico era tanto ampio da fargli pensare di poter risolvere gli scambi attraverso il colpo più complesso

Era la Suzanne Lenglen degli uomini

Matteo Codignola, La StampaPer chiunque abbia preso in mano una racchetta, o anche per chiunque abbia solo visto qualche partita, il tennis di Federer coincideva 1:1 col tennis così come uno se lo immagina, o spera di giocarlo – quello di chiunque altro consistendo in un’approssimazione, generalmente per difetto. Non è successo quasi mai che le qualità per cui questo gioco a ben vedere stranissimo irretisce quasi chiunque lo guardi – quel misto demoniaco di leggerezza, grazia, fluidità, perfidia, violenza, e come ovvio invenzione – si incarnassero in una figura sola. Per essere precisi, è successo solo due volte. Con Suzanne Lenglen, che negli anni Venti ha trasformato un passatempo da garden party in uno sport di massa, giocato da popstar in grado di riempire da sole gli stadi: e adesso, negli ultimi vent’anni. Però sarebbe sbagliato lasciare che l’aggettivo più usato dalla stampa americana e inglese ogni volta che tentava di definire l’alchimia quasi inverosimile del gioco di Federer – balletic – chiuda l’interessato in un bozzolo di eleganza suprema, ma in un certo senso fine a se stessa. Il Maestro – altra parola di uso ossessivo, nella stampa di cui sopra – era molto altro


pareri Adriano Panatta

«L’ho appena scritto su Twitter: Oggi non si è ritirato Roger Federer. Si è ritirato il tennis. Roger ha rappresentato il tennis come lo intendo io e, credo, come lo intendano milioni di persone. Unico, inimitabile. Federer è stato il più bravo di tutti a giocare a tennis, non solo nella sua epoca, ma anche guardando al passato. Ci sono stati e ci sono campionissimi come Borg, Sampras, Agassi, Djokovic, Nadal, ma lui è stato qualcosa di più: ha simboleggiato la perfezione tecnica di questo sport. Ci sono personaggi che hanno vinto più di Federer, ma lui è riuscito a cogliere i successi con la bellezza del suo tennis. È questa la vera differenza. La sua unicità» [intervistato da Stefano Boldrini, Il Messaggero]


InsostituibileCome Serena

John Feinstein, Washington PostIl ritiro di Federer è un promemoria triste e tangibile del fatto che ci stiamo avvicinando alla fine di un’era d’oro, ineguagliabile nello sport. È stato un vincitore meraviglioso e uno sconfitto gentile. Anche dopo aver perso la sua ultima finale importante, una classica in cinque set contro Djokovic a Wimbledon nel 2019, ha mantenuto il suo senso dell’umorismo. Era l’anno in cui il torneo aveva introdotto un tie-break al quinto set sul 12 pari. Djokovic lo aveva vinto dopo che Federer aveva avuto due match point, in vantaggio per 8-7. «Per me – disse – hanno scelto l’anno sbagliato per mettere il tiebreak al quinto set», scherzò Federer nell’intervista in campo. Il ritiro suo e di Serena Williams lasciano un buco nel cuore del loro sport. Altri prenderanno il loro posto come grandi campioni. Nessuno potrà sostituirli.

Un Pavarotti che canta Bob Dylan

Mats Wilander, L’ÉquipeNon c’era niente di meccanico nel suo gioco, era un primo ballerino. In campo, con la sua racchetta e il suo gioco di gambe, disegnava un balletto. Non sto parlando delle sue vittorie o dei suoi titoli. Sto parlando del suo stile, paragonabile solo a quello di Michael Jordan, Tiger Woods o Diego Maradona. Per me è Pavarotti che canta Bob Dylan. Non direi che fosse migliore di Rafa o Novak, era di un’altra categoria. Come pochissimi atleti al mondo, valeva 10/10. Anche Serena Williams non ha mai raggiunto il suo picco di popolarità. Un giocatore letteralmente adorato. Da me, ex numero 1 del mondo, dagli appassionati di tennis, ma anche da chi non è interessato allo sport. Tutti guardavano Federer! Non sono sicuro che vedremo mai più uno come lui. Björn Borg ha avuto bisogno di Jimmy Connors, poi di John McEnroe, per salire ancora più in alto . Lo stesso per Pete Sampras con Andre Agassi. Non credo che Roger avesse bisogno di Rafa, poi di Novak, per diventare una leggenda. Non aveva bisogno di nessuno. Rafa lo ha reso umano. Ma questa è un’altra storia. Il loro duello ha creato una rivalità. Ma non importa: nella mente e nel cuore di molti, Roger è sempre stato il più grande. E lo è ancora oggi. Con lui, semplicemente, eravamo costantemente in trance.

Anzi, no. Un Nureyev 

Oliver Brown, TelegraphRoger Federer è stata una mostra d’arte umana. È stato il più grande sportivo della storia. Tale era la sua eleganza, che è diventato il modello di come andava giocato il tennis, e così ha trasceso i suoi stessi confini. Guardare Federer in carne e ossa significava assaporare un’estetica, uno scorcio dello sport nella sua forma più idealizzata, in cui un gioco tecnicamente diabolico diventava uno spettacolo di pura abilità artistica. A volte, sono stati tracciati parallelismi tra Federer sul Centre Court e Nureyev al Bolshoi. In genere, confrontare un tennista con un maestro del balletto potrebbe sembrare un oltraggio. Ma con Federer, nessun tributo sembrava fuori posto. Federer è il motivo per cui molti neofiti preferiscono imparare il rovescio in una mano. È il motivo per cui gli high rollers della City spendevano metà dei loro bonus annuali per comprare un biglietto alle finali di Wimbledon. È il motivo per cui le orde di fan adoranti dell’Estremo Oriente si accampavano lungo Church Road durante la notte. Federer ha romanticizzato il tennis per milioni di persone. Ne ha fatto una meraviglia. Il suo è un contributo che si estende ben al di fuori dei campi da lui onorati. È stato il massimo dello sport più sofisticato.

E sexy, terribilmente sexy

Barney Ronay, GuardianÈ stato il più grande giocatore in un’epoca di grandi. Con Federer la grandezza riguardava lo stile, la forma e la sostanza. Federer non perdeva. Si riorganizzava. Era una cosa rara: non solo il miglior giocatore del mondo, ma anche il più bello, il più piacevole da guardare. Una presenza stranamente sensuale, il solo modo di camminare verso il centro del campo poteva suscitare una specie di gemito ormonale, una corsa di Federormoni, era un uomo che sembrava muoversi più facilmente nell’aria

SABRil colpo che ha inventato

Florent Oumehdi, L’Équipe: Una risposta in demi-volèe non appena la palla rimbalza, vicino alla rete: questo è il tiro eccezionale e folle che Roger Federer ha inventato e praticato, sia per divertimento sia per bisogno. Il SABR (Sneak Attack By Roger). Le eccentricità, siano esse un tweener o un no-look, sono più facilmente indicate con un anglicismo che con la paternità. Chi ha inventato il tweener, il tiro tra le gambe che diverte la folla? Vilas? Pecci? Nastase? Noah?”. 


pareri Sandro Veronesi lo trova regale e popolare 

  ➣  Veronesi, il momento tanto temuto è arrivato.

«In realtà no, c’è ancora la Laver Cup. Speravo e tutto sommato mi aspettavo che il canto del cigno arrivasse lì, in un torneo dalla misura di una semi-amichevole.

Credo sia la giusta dissolvenza per il passaggio da atleta del circuito a mito ritirato. E poi sarà soprattutto un ritorno, non gioca da due anni».

  ➣  Chi può prenderne il testimone?

«A parte poche eccezioni, chi gioca oggi non sembra avere nozione di ciò che è stato il tennis prima e questo mi delude. Uno forse può essere Shapovalov. Spero che qualcuno raccolga il senso di questi vent’ anni, fatti di vittorie e di impegno nel ricordare che il tennis è eleganza, aggressività nella bellezza. … I giovani devono capire che quando si gioca a tennis lo si fa perché dietro ci sono un mondo, una cultura, cento anni di storia. Lui ne è il distillato ed è così perché vuole esserlo. Tanti oggi sono concentrati solo su loro stessi, sulla loro classifica, sulla forma, su come migliorare. Ci sta, ma manca lo sguardo che arriva fino a noi. Quando risponde a un servizio, Ruud non sta guardando uno come me che va a giocare il sabato. Federer lo faceva. Spero che qualcuno colga questo elemento e si dica: “Io sto giocando per tutti”». [intervistato da Simone Battaggia, La Gazzetta dello sport]


Accanto a Michael Jordan e Muhammad Ali

Romain Lefebvre, L’ÉquipeNon basterà una notte per abituarsi all’idea di questa piccola morte di un gigante eterno. Ci stavamo preparando ma, dopotutto, i Rolling Stones e Paul McCartney sono ancora in tour e ci siamo ostinati a credere che a quasi la metà dei loro anni, il 41enne Maestro avrebbe suonato un’ultima sinfonia su un grande palcoscenico, come addio.  Nemmeno il tempo di avvertire il respiro dell’esplosione di Carlos Alcaraz, il più giovane numero 1 nella storia del tennis, che il più anziano tira il sipario. Questo terremoto allunga l’anno più folle nella storia del tennis. Dopo l’incredibile saga di Novak Djokovic in Australia, dopo la resurrezione di Rafael Nadal, dopo l’addio (falso?) di Serena Williams agli US Open, dopo l’incoronazione di un giovane re spagnolo, questa è la fine di un mondo. Un mondo di leggerezza e grazia, dove ognuno di noi, giovane o vecchio, giocatore o spettatore, appassionato di questo sport o semplice appassionato di arte, ha bevuto brividi di estasi. Un mondo in cui tre monumenti hanno accumulato 63 titoli del Grande Slam degli ultimi 77 disputati, regalando vertigini. Indipendentemente da dove si collochi nella gerarchia dei Major o nel banale dibattito sul più grande giocatore di tutti i tempi, RF siederà per sempre accanto ad artisti del calibro di Michael Jordan, Muhammad Ali, Michael Schumacher o Pelé. 

E non mette nemmeno le dita nel naso

Massimo Gramellini, Corriere della seraFederer è stato un atleta poetico, i suoi gesti sembravano versi in metrica: nitidi, essenziali e intrisi di quell’energica armonia che colleghiamo istintivamente all’idea universale di bellezza. Ma una simile definizione vale anche per altri geni dello sport, da Diego Maradona a Muhammad Ali. La differenza è che in loro, come in quasi tutti gli artisti, era presente una parte oscura: una sofferenza originaria, una maledizione perpetua di cui il talento rappresentava la ricompensa. L’artista Federer invece è stato pura luce senz’ombra, un uomo risolto che ha saputo domare gli istinti autodistruttivi che lo avevano indotto da giovanissimo a spaccare parecchie racchette

L’evoluzione per l’amico morto

Christopher Clarey, New York TimesFederer ha lottato per domare il suo carattere, frustrando una serie di allenatori, i suoi genitori Robert e Lynette, quando urlava di rabbia, sfasciava racchette e perdeva alcune partite che avrebbe dovuto vincere. Ha imparato con il tempo a controllarsi ed è diventato, con rare eccezioni, un modello di calma e compostezza sotto pressione. È stata una trasformazione notevole. Chi lo conosce bene, conosce pure il motivo del suo cambiamento significativo. Federer ha scelto di giocare a tennis iniziando a lavorare con il giocatore australiano Peter Carter, che gli dava lezioni per integrare le sue entrate come aspirante giocatore. Lo ha aiutato a sviluppare il suo gioco elegante, il suo dritto al volo e il suo rovescio a una mano, quando Federer veniva deriso dai suoi coetanei per il suo scarso francese. sua prima svolta professionale è arrivata a Wimbledon nel 2001, quando ha eliminato Pete Sampras, sette volte campione, al quarto turno. È stato allora che Federer ha lottato con i suoi nervi, quando ha dovuto affrontare la tragedia della morte di Carter in un incidente automobilistico in Sud Africa nel 2002, durante la luna di miele, un viaggio che aveva fatto su sollecitazione della famiglia Federer. Devastato, Roger ha incanalato il suo dolore nel tentativo di diventare il campione che Carter era convinto sarebbe potuto diventare. Ha fatto sembrare facile il tennis

Il mito e il rito

Emanuela Audisio, RepubblicaDopo la regina, se ne va il re. Anzi un dio, del tennis e della gente. La messa è finita. È stato una religione più che un campione. Non ha avuto tifosi, ma adepti, anche i suoi avversari gli avrebbero baciato le mani, perché con lui si entrava in un regno. Roger ti beatificava, con la sua essenza. Potevi vincere o perdere, non importava, avevi partecipato a un rito. Vi diranno che è stato il giocatore più elegante, ma non prendetelo per il Grande Gatsby anche se a Wimbledon nel 2007 il suo total white era da urlo: pantalone lungo con pinces e piega, giacca di taglio classico tre bottoni e doppio spacco dietro. I suoi numeri non sono da dandy, ma da fenomeno. Non c’è una  parola di volgarità nei suoi confronti, solo la certezza che è stato il mito con cui confrontarsi, il Maestro con cui fare i conti. Federer è stato una bella vita in un rettangolo, mai eccentrico come Agassi, mai nevrotico come Nadal, mai chiassoso come McEnroe, mai ripetitivo come Borg, mai noioso come Lendl, mai sbruffone come Nastase, mai isterico come Kyrgios. Il suo addio alle armi sarà la Laver Cup a Londra. Non portate il binocolo, ma solo il cuore. E scassatevelo.

Ma come si vestiva male

Gaia Piccardi, Corriere della seraIl Tennis è (è stato) Federer con la sua naturalezza, quei colpi tirati anche sotto sforzo senza una smorfia di fatica (guardare le foto, per credere), la racchetta prolungamento del braccio. Ha iniziato raccattapalle al torneo di Basilea. È passato professionista con un look che oggi si fa fatica a riconoscergli: capelli biondi e codino, qualche racchetta spaccata, capricci da bambino mal cresciuto.


pareri La Sharapova designer

 ➣  Tra gli uomini chi veste meglio?

«Mmm… Vediamo… Nadal».

 ➣  Miss Sharapova, sul serio?

«Avrei dovuto dire Roger, vero? Be’, Federer è l’icona dell’eleganza. Ha una cura pazzesca dei dettagli. Non ha mai fuori posto neppure un polsino. Ma di Nadal mi piace come combina i colori». [intervistata da Repubblica, 28 maggio 2012]


Un Nabokov o un van Goghripulito, nel momento del bisogno

Matthew Futterman, New York TimesCon il suo terribile taglio di capelli e abiti di due taglie in più, Roger Federer è arrivato quando il tennis aveva un disperato bisogno di lui. Aveva perso il suo prestigio all’inizio degli anni 2000, prima che lui lo trasformasse da uno sport classico nello sport moderno dotato di più classe. Cliff Drysdale, un ex professionista, commentatore di lunga data, iniziò a notare come ogni volta che Federer scendeva in campo, lo spogliatoio si svuotava. Gli altri giocatori andavano sugli spalti o si rannicchiavano attorno a un televisore nella sala, per guardare un uomo che sembrava capace di creare, di giocare con uno stile che gli altri potevano solo sognare. Drysdale non lo vedeva dai tempi di Rod Laver. Una volta che i trofei sono arrivati ​​a camionate, Federer si è tagliato i capelli e ha messo dei vestiti più decenti. La sua grazia si è estesa fuori dal campo. È apparso sulle copertine delle riviste di moda. Si è intrattenuto con amministratori delegati e capi di stato, con la stessa facilità con cui visitava bambini malati e poveri. Ha lanciato una fondazione che ha donato decine di milioni di dollari all’istruzione in Africa, dove è nata sua madre. Federer ha dato la percezione che il tennis fosse come una forma d’arte. Non si limitava a giocarlo, ridisegnava la geometria del campo. Lo scrittore David Foster Wallace, un discreto giocatore da giovane, ha scritto di lui cose che altri hanno scritto di Vladimir Nabokov o Vincent van Gogh.

La sprezzatura rinascimentale

Stefano Semeraro, La StampaÈ un po’ come se si spegnesse qualcosa al centro esatto dello sport. E serve un attimo di silenzio, assorto e un filo mistico, per metabolizzare il vuoto che lascia uno dei più grandi atleti di sempre. In realtà da oltre un anno Ruggero, come Obi-Wan Kenobi, era evaporato dai campi, restando fra di noi come una presenza benevola e protettiva, custodito in un aldilà agonistico svizzero, e quindi confortevole, da cui ci inviava messaggi ambiguamente rassicuranti. I suoi grandi rivali, ormai lo hanno superato quasi in tutte le statistiche, ma l’assenza che milioni di appassionati – e non appassionati – di tennis da mesi ormai avvertono quasi fisicamente è quella del suo stile di gioco, dell’eleganza superiore, delle soluzioni magiche che Federer sapeva trovare in campo. I «Federer moments», come li chiamava Foster Wallace. Il diritto che scatta su ingranaggi di velluto, il rovescio che la sua amica Anne Wintour avrebbe messo volentieri in copertina su Vogue; il servizio che si infilava chirurgico nelle speranze altrui; insomma, tutti i suoi gesti sovranamente fluidi, che hanno riportato il tennis vicino alla danza, all’arte in generale. Baldassar Castiglione, nel Rinascimento, l’avrebbe chiamata «sprezzatura»: il miracolo di far apparire semplici le imprese più complicate

Qualcosa oltre i Borgia

Piero Mei, Il MessaggeroUna famosa battuta cinematografica di Orson Welles, ne Il terzo uomo, andrebbe riscritta. Diceva: In Italia, sotto i Borgia, ci sono stati guerra, terrore, criminalità, spargimenti di sangue. Ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo, il Rinascimento. In Svizzera vivevano in amore fraterno, hanno avuto cinquecento anni di pace e democrazia. E cosa hanno prodotto? L’orologio a cucù. Falso: hanno prodotto il Tennis perché hanno prodotto Roger Federer

Qualcosa oltre la DeLorean

Marco Ciriello, Il MattinoIn questi anni Federer è stato ingegnere, architetto, fisico, chimico, scrittore, regista e tutto quello che vi viene in mente, progettando colpi, disegnando volte, martellando le sue braccia, sperimentando l’andare lontano da se stesso senza lsd, dettando romanzi e articoli con i suoi gesti di perfezione assoluta e girando il miglior cinema naturale sportivo possibile. Ogni partita di Federer era una macchina del tempo molto più della DeLorean di Robert Zemeckis un andare e tornare tra vecchio e nuovo tennis, tra colpi ripescati nei ricordi dei migliori tennisti del passato e colpi che diventavano appunti per i tennisti del futuro

Un’esperienza esteticaIl simbolo della perfezione

Jason Gay, Wall Street JournalNon vedremo più tifosi che riempiono le le tribune come pellegrini con i loro cappelli siglati RF.  Niente più rovesci a una mano, il tiro più elegante del tennis. Non è uno shock, eravamo preparati. L’icona svizzera è in una lista ristretta di campioni. Venti titoli Slam, 310 settimane da numero 1 al mondo, di cui 237 scandalosamente consecutive, da febbraio 2004 ad agosto 2008.  Ma non è questo che ricorderemo di Federer, vero? Non è questo che diremo ai nipoti. Non affogheremo, estranei, nei dati sull’82% della percentuale di vittorie. Parleremo di come ci ha fatto sentire Roger Federer. Perché più di ogni altro giocatore, Federer è stata un’esperienza estetica. È il come, non il quanto, con un gioco così elegante che sfiorava l’arte. Vedremo altri giocatori vincere trofei. Ma potremmo non vedere mai più un’altra persona giocare a tennis così bene come lui. C’è stato un tempo in cui Federer sembrava troppo dominante, quasi noioso, ma nel decennio successivo abbiamo avuto anche la battaglia. È stato allora che Federer ha perso molte di quelle partite. Ne ha perse in modo straziante, su grandi palcoscenici. Molte delle sconfitte sono vivide come le vittorie. A quel punto la sua base di fan si è trasformata in una nazione. Nella conversazione, Federer è meno Federer di quanto la gente possa pensare. Intendo dire che non c’è niente di regale e ultraterreno. È divertente, irriverente, multilingue, interessato alle altre persone e agli altri mondi. Non so se Federer entrerà mai in una cabina televisiva come McEnroe, se lo vedremo negli spot pubblicitari fino alla fine dei tempi. Se ne va senza il finale tennistico perfetto. Ma di perfetto, Roger Federer ha praticamente tutto il resto

Come perdeva lui, non ha perso mai nessuno

Marco Imarisio, Corriere della seraÈ stato il campione che con i suoi gesti neoclassici e leggeri si è opposto all’avanzata di un gioco sempre più muscolare e taurino. Il dolore quasi insopportabile che causavano le sue sconfitte era dovuto proprio alla consapevolezza di ammirare qualcosa di unico e irripetibile. Non riproducibile, come non lo erano i suoi gesti. Quando Federer perdeva, sempre battuto da armi diverse dalle sue, era anche la sconfitta di una certa idea dell’arte e della vita. Era un Davide, spesso umano nell’esibire le proprie debolezze, che viene sottomesso da Golia o da qualche altro dio della guerra. Il Maestro è stato un atleta fuori dal tempo, che quasi senza saperlo cercava di fermare a colpi di fioretto un progresso non necessariamente meno talentuoso, ma ormai lontano anni luce dalle radici di questo sport.

Le lacrime in Australia

Giorgia Mecca, Il FoglioFederer, forse, ha dimostrato di essere il più grande quando si è fatto uomo, nei suoi pianti a dirotto dopo le sconfitte, nella sua incapacità di parlare alla fine di un match. “It’ s killing me”, mi sta uccidendo. Queste sono le uniche parole che è riuscito a pronunciare al termine di una finale persa in Australia contro Rafa Nadal. Non era perfezione, era la resa di un campione che con le sue lacrime regalava una lezione, forse la più importante: non si può essere un campione sempre

Il significato accattivante della bellezza

Santiago Segurola, El PaisFederer è stato un meraviglioso ingannatore, un esteta armato di tutte le risorse dei pugili nel duro campo professionistico del tennis. Federer volava come una farfalla e pungeva come un’ape. Nessun altro atleta è definito meglio di lui dalla famosa frase di Muhammad Ali. Nel suo etereo tennis conservava un arsenale di risorse, di colpi, che affascinavano per la loro delicata bellezza e per l’impatto spaventoso che producevano intorno a lui. I numeri di Federer sono travolgenti, eppure, nella memoria, funzioneranno come un file statistico che non spiegherà nemmeno lontanamente la sua influenza sullo sport, perché il suo insegnamento supera di gran lunga i confini del tennis. Federer da anni chiama il mondo intero ad assaporare uno stile ineguagliabile. Nell’età in cui il mantra della vittoria è l’unica cosa che conta, vale la pena rivolgersi a Federer. Ha vinto tutto, ha sconfitto tutti e ci ha regalato l’immensa felicità a cui si riferiva Foster Wallace: il significato accattivante della bellezza

Il Lago dei Cigni in mezzo al rock

Federico Ferrero, DomaniFederer è Federer. È il Colosseo, è la piramide di Cheope, la cascata del Niagara; è Delitto e castigo, è Let it be dei Beatles, è la Guernica di Picasso, il Padrino di Coppola. Chi si metterebbe a misurare i monumenti, a pesare i capolavori, a prezzare un’opera immortale o classificare un patrimonio della natura? Ecco, in questo Roger Federer ha saputo trascendere le epoche del suo sport e il concetto stesso di essere il migliore. 

Federer ha dato battaglia non nel tennis giocato al rallentatore all’ora del tè ma nell’era dei carri armati, dei servizi ai duecentotrenta all’ora, delle risposte con la pallina infuocata, dei fisici portati allo stremo e gonfiati all’inverosimile dalla palestra – si spera solo da quella. Nell’era del bastone ha ballato il lago dei cigni mentre, intorno, schitarravano i metallari e, per lo più, ne è uscito vincitore. Questo ha fatto innamorare le folle: un erede, l’ultimo, del classicismo. 

Sembra che Federer sia da sempre stato Federer e forse è questa, nell’ineluttabilità del tempo, la consolazione in un giorno più bitter che sweet. Roger ha giocato la sua penultima partita più di un anno fa, a Wimbledon. Smettere, aveva già smesso. Ma è come se non lo avesse mai fatto. Neanche oggi, che firma le dimissioni da atleta ma non da più grande di tutti.

pareri Lo dice anche Pietrangeli

 ➣  Lascia il più grande di sempre?

«Sulla carta sì, è stato il più grande, anche se ha vinto meno Slam di Rafa Nadal e Novak Djokovic. Pure un certo signor Sampras non era male, era un altro giocatore “moderno-antico” come Roger, ma è stato dimenticato troppo in fretta. Eppure, un tempo bisognava anche saper giocare a tennis». 

 ➣  Come lei, Federer si ritira dopo i 40 anni.

«Non conta l’età, lo ha dimostrato. L’importante è capire quand’è arrivato il momento di smettere. A un giovane non frega niente di chi ha davanti, ti batte e ti lascia lì. A te che perdi invece rode, eccome».

 ➣  Qual è stato il colpo migliore dello svizzero?

«Facile, tutti!». [intervistato da Claudio Lenzi, La Gazzetta dello sport]

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Sonego fresco di rivincite. Gipo Arbino ci racconta: “Lorenzo aveva perso fiducia. A Malaga è tornato lui” [ESCLUSIVA]

“Quella con Tiafoe la vittoria in Davis più bella” così l’allenatore di Sonego, Gipo Arbino, al circolo della stampa Sporting Torino. “Tornare indietro l’ha ferito tantissimo, ha dovuto accettare di vedere un’altra classifica”

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Lorenzo Sonego e Gipo Arbino - Firenze 2022

Lorenzo Sonego, aveva già riacceso i riflettori su di sé vincendo il titolo ATP di Metz in Francia a settembre, ma ha senza dubbio conquistato il palcoscenico di Malaga nelle due partite disputate in Coppa Davis a novembre. In molti gli hanno chiesto quale sia stata la sua rivincita preferita dopo aver perso sia contro Tiafoe, un mese fa a Parigi, sia contro Shapovalov agli Internazionali di Roma, a maggio. Eppure, anche durante l’ultima conferenza stampa, Sonego si era messo a ridere dicendo: “me l’avete già chiesto, non lo so, sono felice di averle vinte entrambe”. Poi abbiamo provato a chiederlo al suo coach, Gipo Arbino che senza pensarci ha risposto: “Quella con Tiafoe. Perché è un giocatore più ostico e perché ha fatto un’annata davvero pazzesca. (QUI LA CRONACA) Durante la partita di Parigi Bercy mi aveva impressionato, anche se, dopo quel match, siamo riusciti a studiare e a mettere in pratica una strategia che si è rivelata efficace. Shapovalov è un altro grande talento, ma tende a commettere più errori, e di conseguenza, vedevo già più soluzioni”.

Non era per nulla scontato che Lorenzo Sonego riuscisse a ritrovare una tale grinta in Coppa Davis dopo la sconfitta a Torino di un anno fa contro Borna Cojo (ranking atp 279) e dopo la sconfitta di Bratislava, a marzo, contro Filip Horansky (ranking ATP 203). Anzi, sono stati proprio questi gli episodi che hanno segnato in modo al quanto drammatico l’andamento di questo 2022 per il torinese e Gipo Arbino ci ha spiegato come a Malaga sia riemerso l’uomo squadra che è in lui: “Mi ero stupito tantissimo della sconfitta che aveva avuto qui a Torino. Ma era frutto di una pressione esagerata che non era riuscito a gestire ed era rimasto davvero sorpreso dal cambio di livello di Gojo. È stato un anno molto difficile proprio per la Coppa Davis. Lui che è sempre stato abituato fin da piccolo a giocare le competizioni a squadre ed è sempre stato un leader, un artefice delle vittorie. Purtroppo però, quando arrivano certe sconfitte i media ti massacrano, e questo l’ha demoralizzato. Mentre a Malaga è tornato ad essere l’uomo squadra che è sempre stato, ha sentito di essere di nuovo importante, era molto coinvolto, sapeva di essere un po’ il fulcro della squadra”.

Una squadra davvero piena di energia quella dell’Italia arrivata in semifinale che ha rivelato quanto ogni tanto, anche nello sport singolo, non si gioca da soli. “Con quell’energia Lorenzo è in grado di fare davvero dei gran risultati. L’ho trovato ancora meglio che a Metz ed è stato grazie al supporto di tutti quelli nella nostra panchina” ha confermato Gipo Arbino. E se durante le Nitto ATP Finals avevamo di nuovo elogiato insieme al regista della docuserie Domenico Procacci, la squadra del ’76, oggi il coach di Lorenzo Sonego afferma che questa squadra è di gran lunga più affiatata: “Quelli del ’76 erano davvero un bel gruppo ma non erano affiatati come quelli di oggi. Allora c’erano meno giocatori forti e quindi c’era un po’ di antagonismo. E poi non erano tutti così uniti tra loro: c’era il duo Panatta Bertolucci e poi c’erano Barazzutti e Zugarelli. Mentre a Malaga c’era un’atmosfera davvero incredibile, a partire dall’incordatore, al fisioterapista fino agli allenatori e ai giocatori e persino i dirigenti. Tutti facevano gruppo insieme”.

 

Qualche campo dietro le spalle di Gipo Arbino, Lorenzo Sonego aveva da poco finito uno dei primi allenamenti post Coppa Davis e alla domanda: come lo vede Lorenzo per il primo obiettivo 2023 ovvero l’Australia? La risposta è stata chiara e semplice: “Lo vedo bene. Quello che guardo sempre è il livello e lui sa come la penso: quando il livello c’è, i risultati prima o poi arrivano. Proprio com’è successo a Malaga”.

Sorge spontaneo allora chiedersi cos’abbia condotto Sonego a perdere così tante partite nel 2022, se il livello c’era già? “Quelle partite perse in Coppa Davis hanno avuto uno strascico nei suoi tornei personali, e gli hanno fatto perdere molta fiducia. Lui aveva avuto la fortuna di essere sempre e solo salito in classifica arrivando fino al numero 21. Considerando che lui ha iniziato molto più tardi di tutti gli altri. E vedersi tornare indietro l’ha ferito tantissimo e si è anche preoccupato”. Ma il giovane torinese vanta un’altra grande caratteristica: non si fa abbattere e proprio nel momento più difficile ha saputo rimettersi in gioco. Gipo Arbino ha ringraziato per questo anche il suo coach mentale, Lorenzo Beltrame: “ha fatto un grande lavoro, anche se a distanza, è sempre stato presente e Lorenzo si fida molto di lui”.

Ma le partite perse non sono state l’unico problema da affrontare per Sonego nel 2022. Nella mente del torinese c’erano anche dei nuovi pensieri, quelli di un ragazzo che iniziava a fare i conti con la vita di uomo adulto. E da ragazzino sempre sereno e spensierato, Gipo Arbino ci ha spiegato com’è cambiato: “E’ sempre stato uno che usciva dal campo dopo una sconfitta col sorriso. Sereno e consapevole che certe partite anche se le giochi bene, puoi perderle. Ma quest’anno in particolare, dopo essere diventato velocemente numero 21 del mondo ha dovuto accettare di vedere un’altra classifica. Allo stesso tempo è diventato più grande, e ha avuto diverse cose nuove a cui pensare: la fidanzata, la casa, eccetera. Se prima era un ragazzo con dei problemi più infantili, quest’anno ha dovuto affrontare dei pensieri da uomo adulto”.

Ed è stato forse proprio questo cambiamento a far salire Sonego su quell’aereo per Malaga con la convinzione di potercela finalmente fare: per l’Italia, per la squadra e per il nuovo Lorenzo che non vediamo l’ora di rivedere in campo nel 2023!

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Circoli in vista

Mizuno e Due Ponti insieme per i trent’anni del circolo della Capitale

In un’intervista con il direttore del circolo Emanuele Tornaboni, ripercorriamo la nascita del circolo romano e l’importanza di un partner di livello mondiale come Mizuno

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Circolo Due Ponti Roma

Il mondo dello sport è ricco di storie, eventi e celebrazioni. In questo 2022 il panorama sportivo romano vede celebrare un importante anniversario uno dei suoi circoli più importanti, il Due Ponti.  1992-2022 trent’anni festeggiati insieme ad amici, soci e partner di livello nazionale e mondiale. A fianco del circolo romano, infatti, vi è l’azienda giapponese Mizuno che nel suo parco di atleti ha tra gli altri Lorenzo Sonego.  Nata nel 1906 ad Osaka da una idea dei fratelli Rihachi e Rizo, Mizuno è diventata una società conosciuta in tutto il mondo, non solo nel panorama tennistico. E nella Capitale è a fianco di un circolo nato dall’idea dei due fratelli Tornaboni.

Dell’importanza di un partner come Mizuno e della celebrazione di questo anniversario ne abbiamo parlato con il direttore del circolo Due Ponti Emanuele Tornaboni:

D: 5 ettari immersi nel verde, 17 campi, 15 dei quali in terra rossa, una delle perle del panorama capitolino.

 

Tornaboni:Un progetto che nasce negli anni’80, siamo due fratelli, iniziammo con due piccole palestre sulla Cassia, dove grazie al boom dello sport e in particolare del culturismo, fanno sì che con quella attività siamo riusciti ad acquistare questo terreno e a fine anni ’80 iniziato la costruzione. Abbiamo aperto nel 1992. Quest’anno abbiamo festeggiato i 30 anni e abbiamo ripercorso questi trent’anni di grande successo venerdì 18 novembre con amici, soci e artisti, perché il Due Ponti è fatto di famiglie, amici e artisti (Rosario Fiorello e Fiorella Mannoia tra gli altri). Tanti amici che hanno dato il loro contributo per questi 30 anni di sport“.

D: Un circolo di queste dimensioni può offrire l’opportunità di ospitare eventi anche del panorama internazionale. Il circolo ha già ospitato eventi del circuito Challenger, stato pensando di rientrare nel giro?

Tornaboni: “Assolutamente sì, abbiamo fatto tre volte il Challenger 50mila dollari, hanno giocato qui Berrettini, Tsitsipas, la prima edizione anche Filippo Volandri. Stiamo valutando. Il circolo si predispone benissimo per ospitare qualche migliaio di persone, i campi da tennis ci sono (oltre ai 15 in terra rossa anche 2 in greenset, ndr), il Centrale potremmo rimontarlo tranquillamente perché servono le tribune, servono quel migliaio di posti, stiamo verificando con gli sponsor. Sono eventi di livello mondiale, internazionale”.

D: Il circolo ha anche un’academy, potete contare sul direttore tecnico Federici e su persone del calibro di Potito Starace e Riccardo Ghedin.

Tornaboni: “Soprattutto Riccardo Ghedin è stato inserito quest’anno e ci ha fatto fare un bel passo in avanti. Poi ci sono due grandi professionisti, come sono Claudio Federici, che è la parte storica del tennis laziale e romano e Potito che è stato numero 27 al mondo, l’Academy sta crescendo, siamo arrivati a una trentina di ragazzi con ottima classifica, anche con punti ATP, 2.1, 2.2. L’Academy ha bisogno di tempo per essere sviluppata, abbiamo basi solide, i ragazzi qui hanno tutto. Compresi gli alloggi. L’intento è di tirare fuori qualche grande campione targato Due Ponti”.

D: Grande circolo, ma anche grande partner. Uno di questi è Mizuno.

Tornaboni: “È una collaborazione nata da qualche anno. Questo è il quinto. E’ un marchio mondiale, offre a 360 gradi tutta la gamma: oltre a coprire il tennis e il padel, copre anche gli altri sport e del tempo libero, dei materiali ottimi e la gente è molto contenta di questo. I soci sono molto contenti di essere vestiti Mizuno, diventa un po’ un’appartenenza questo binomio Mizuno-Due Ponti, diventa un po’ un glamour, la possibilità di andare anche in giro e portare una maglia o una felpa col marchio Due Ponti”.

D: Infatti, ai vostri soci offrite la possibilità di avere un abbigliamento Mizuno Due Ponti. Ma c’è anche un negozio a disposizione, uno store all’interno del circolo dove possono effettuare i loro acquisti.

Tornaboni:Uno dei pochi circoli a livello territoriale marchiato Mizuno, Mizuno è in tutti i negozi italiani sportivi e per noi è un onore, siamo onorati di avere questa possibilità che Mizuno ci dà con dei grandi vantaggi e un contributo di sponsorizzazione per il tennis, siamo molto fieri di questo binomio con Mizuno”.

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ATP

Rendimento Slam 2022: Nadal e Alcaraz davanti a tutti, Djokovic resiste. Sinner e Berrettini in top 10, in calo Medvedev

Ottima annata per i colori azzurri, la Spagna fa la voce grossa. Varie sorprese come Ruud e Kyrgios, ma anche tanti delusi, guidati dal russo

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Rafael Nadal - Roland Garros 2022 (foto Roberto Dell'Olivo)

Nel tennis, si sa, il metro di paragone principale per giudicare un giocatore è la costanza che questo sa tenere negli Slam, i grandi eventi per antonomasia, nei quali la cronaca si intreccia alla storia per diventare leggenda. E il 2022, con tutte le variabili del caso, tra la questione del vaccino di Djokovic e la guerra dichiarata da Putin che ha portato all’esclusione dei russi da Wimbledon (e la conseguente scelta dell’ATP di non assegnare punti), non può in ogni caso fare eccezione, pur facendo dovute proporzioni. Infatti, molti giocatori, anche di alto livello, non hanno potuto disputare tutte e quattro le prove Major (alcuni anche per motivi fisici), con un rendimento in termini di punti che chiaramente va a calare, premiando alcuni piuttosto che altri. Per valutare con accuratezza chi siano stati i migliori, i più costanti, nei quattro Slam della stagione appena conclusasi, abbiamo quindi stilato un’ipotetica top 20, che tiene conto solo dei punti guadagnati tra Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e US Open.

 Da notare che vengono calcolati anche i punti dei Championships, non assegnati dall’ATP, e che tra parentesi viene riportata anche la classifica reale dei giocatori rientranti nella speciale classifica (dopo i punti è segnalato anche il numero di Slam giocati per coloro che ne abbiano saltato almeno uno). Di seguito i migliori venti nei Major del 2022:

  1. Rafa Nadal (2): 4900
  2. Carlos Alcaraz (1): 2630
  3. Casper Ruud (3): 2445 *3 Slam*
  4. Novak Djokovic (5): 2360 *2 Slam*
  5. Nick Kyrgios (22): 1605 *3 Slam*
  6. Daniil Medvedev (7): 1560 *3 Slam*
  7. Jannik Sinner (15): 1260
  8. Matteo Berrettini (16): 1080 *2 Slam*
  9. Marin Cilic (17): 1020 *3 Slam*
  10.  Stefanos Tsitsipas (4): 1000
  11.  Cameron Norrie (14): 1000
  12.  Karen Khachanov (20): 990 *3 Slam*
  13.  Frances Tiafoe (19): 990
  14.  Alexander Zverev (12): 900 *2 Slam*
  15.  Andrey Rublev (8): 810 *3 Slam*
  16.  Felix Auger-Aliassime (6): 595
  17.  Taylor Fritz (9): 595
  18.  Christian Garin (85): 585
  19.  Denis Shapovalov (18): 505
  20.  Holger Rune (11), David Goffin (53): 470

La risposta alla domanda principe “chi è stato il migliore?” appariva già abbastanza scontata, anche senza stilare una classifica che tenesse conto dei punti, dato che Rafa Nadal ha vinto i primi due Slam della stagione ed è arrivato in semifinale nel terzo, con un piccolo calo allo US Open dovuto a qualche acciacco fisico. E proprio alla luce di ciò, dei problemi che aveva accusato sul finire del 2021, e che ha dovuto sostenere lungo tutto il 2022, gli oltre 2000 punti in più nei Major ottenuti rispetto a Carlos Alcaraz sono anche una piccola sorpresa, oltre che una grande impresa. Il n.1 al mondo, nel primo anno con aspettative contro cui combattere, è andato in crescendo, passando dal terzo turno dell’Australian Open (contro Berrettini) alla vittoria a Flushing Meadows, mostrandosi ancora un po’ acerbo sull’erba, e non del tutto avvezzo alla pressione sulla terra di Parigi, in un Roland Garros che ha incoronato una delle più grandi rivelazioni, almeno a livelli così alti, del 2022: Casper Ruud. Il norvegese, infatti, ha chiuso la stagione con 2 finali su 3 Slam giocati (in Australia diede forfait alla vigilia), guadagnando ben 2120 punti in più in queste prove rispetto al 2021, mettendo a tacere tutti coloro che ne criticavano la poca propensione ai grandi appuntamenti. La finale alle ATP Finals ha mostrato come il norvegese sia prossimo alla sua maturazione completa, che non può prescindere da una grande affermazione. Specie considerando che ha perso l’atto conclusivo del torneo di fine anno solo contro il quarto migliore per rendimento negli Slam 2022, nonché ex n.1 e noto cannibale, cioè Novak Djokovic.

 

Infatti il serbo, pur non avendo potuto competere in Australia e negli USA per motivi legati al vaccino, ha comunque portato a casa il settimo Wimbledon della carriera, riaprendo la questione GOAT (quantomeno nel caso se ne faccia un discorso legato alle vittorie Slam, dato che il serbo è a quota 21, contro i 22 di Nadal), e soprattutto mostrandosi ben lontano dall’abbandonare certi palcoscenici. Dunque sono questi i quattro migliori giocatori negli eventi che contano, coincidenti con i primi tre al mondo e il solito Djokovic (che con i punti di Wimbledon sarebbe stato tra i primi 4 al posto di Tsitsipas), che hanno anche messo un certo distacco tra loro e gli altri. E, procedendo per gradi, analizziamo chi c’è tra questi altri, chi ha sorpreso, chi deluso, e chi è stato piegato solo dalla sfortuna.

Le sorprese e i grandi delusi – il primo risultato che balza all’occhio, che non può che far esultare gli amanti del talento allo stato puro e di un tennis fuori dagli schemi, è certamente il rendimento di Nick Kyrgios, quinto assoluto negli Slam, grazie alla finale a Wimbledon e ai quarti allo US Open. L’australiano sembra aver finalmente trovato la giusta quadratura al suo tennis, avendo anche battuto l’allora n.1 al mondo, nonché campione in carica, agli ottavi dello Slam americano, cioè Daniil Medvedev. Il russo, “solo” sesto per punti negli Slam (l’anno scorso era stato il secondo miglior giocatore per rendimento in questi tornei) è certamente una delle sorprese in negativo, nonché il gran deluso, di quest’anno nei Major. L’impressione è che ancora debba riprendersi dalla finale dell’Australian Open, in cui sprecò un vantaggio apparentemente incolmabile, permettendo a Nadal di strappargli un titolo che lo ha segnato per tutta la stagione, dove mai ha trovato il suo miglior tennis. Discorso analogo, per quanto riguarda la delusione, coinvolge Stefanos Tsitsipas: il greco ha totalizzato solo 1000 punti negli Slam, con un buon inizio dato dalla semifinale in Australia, andando però sempre a calare, e pur chiudendo l’anno da 4 al mondo, si trova solo decimo per rendimento tra le quattro prove.

Altro aspetto che un po’ lascia stupiti è l’assenza dai primi 20 di Hubert Hurkacz (n.10 al mondo), che dopo la semifinale a Wimbledon 2021 ha mostrato ancora una certa tensione nei grandi eventi, con soli 280 punti totalizzati nei 4 Major. Gran sorpresa, invece, è certamente Christian Garin. Il cileno, scivolato al n.85 al mondo (ancora pagando dazio per la questione Wimbledon), ha raggiunto i quarti sui prati inglesi, miglior risultato della carriera negli Slam, eventi in cui in quest’anno ha raccolto ben 585 punti, attestandosi addirittura al diciottesimo posto di questa speciale classifica, mostrandosi un avversario da non sottovalutare sulla lunga distanza. Nella formula su 3 su 5, un altro che quest’anno ha fatto la voce grossa è stato senza dubbio Marin Cilic. Il veterano croato, infatti, ha raggiunto almeno gli ottavi in tutti e 3 gli Slam giocati, uscendo sempre a testa alta, e raggiungendo addirittura la semifinale al Roland Garros, divenendo l’unico giocatore in attività (tolti i Fab 4) ad aver centrato almeno il penultimo atto in tutti e 4 gli Slam. E infatti il n.17 al mondo chiude come nono miglior giocatore nei Major del 2022, della serie “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”.

Scorrendo non c’è nessun’altra grande sorpresa, con i vari Rublev, Fritz, Auger-Aliassime tutti quasi allo stesso livello, ancora incapaci di compiere quell’ultimo salto verso l’alto quando la pallina inizia a scottare (per il russo sei quarti di finale su sei persi in carriera, ma per la seconda volta, dopo il 2020, ne ha raggiunti due nello stesso anno), e ondeggianti tra l’impresa e l’avercela quasi fatta. Molto bene invece Norrie, Khachanov e Tiafoe, rispettivamente tra i posti 11 e 13 di questa top 20, spinti verso l’alto dalla storica semifinale di Wimbledon per l’inglese (che, avesse assegnato punti, gli avrebbe permesso di chiudere l’anno tra i primi 10), e quelle incredibili allo US Open per Karen e Frances. Certamente sorprendono la presenza tra i primi 10 di Berrettini (che a breve tratteremo nel dettaglio insieme a Sinner, settimo migliore nei Major) e alla quattordicesima piazza di Alexander Zverev, che avendo chiuso la stagione a giugno ha potuto giocare solo due prove Slam, comunque totalizzando 900 punti. Una pista da seguire per una grande vittoria che potrebbe finalmente essere vicina, chissà…Chiudono i migliori 20 negli Slam Shapovalov, Rune e un redivivo Goffin, almeno nelle due settimane di Wimbledon. Un quarto a testa, tra Australia, Parigi e Londra per i tre, con i primi due, nel pieno delle loro carriere (Rune in piena ascesa e con le idee ben chiare) che puntano a far ancora meglio nel 2023.

I nostri alfieri – ancora una volta, nonostante i tristemente noti problemi fisici susseguitisi, Matteo Berrettini si è dimostrato un giocatore da grande partita, da palcoscenico importante, in breve da Slam. Il romano infatti, che ha saltato tutta la stagione sulla terra rossa a causa del problema al polso, e ha dovuto rinunciare per il Covid a Wimbledon, è stato comunque capace di risultare ottavo in questa speciale classifica, avendo portato a casa ben 1080 punti in due sole prove Slam, tra Australian Open (semifinale persa da Nadal, futuro vincitore) e US Open (quarto di finale, sconfitta per mano del finalista Ruud). Dunque una grande costanza quando il gioco si fa duro mostrata da Matteo, che è apparso pronto per dire la sua a livelli altissimi, e con l’augurio che il fisico lo lasci in pace, può sognare in grande. Ancora meglio ha fatto invece Jannik Sinner, risultato come settimo miglior giocatore negli Slam, giungendo tre volte su quattro tra gli ultimi 8, e in due casi arrendendosi solo al quinto set contro i futuri vincitori (Djokovic a Wimbledon, dopo due set di vantaggio, Alcaraz nell’epica partita dello US Open). Segnali di grande maturità per l’altoatesino, che dunque ha già raggiunto almeno i quarti in tutte e quattro le prove dello Slam (al Roland Garros ci era già riuscito nel 2020), con il lavoro da fare ora che riguarda la parte mentale, il riuscire a fare quel passo in più di cui certamente Jannik è capace.

Dopo i primi due giocatori italiani meglio classificati, però, c’è ancora da lavorare per gli azzurri subito successivi. Lorenzo Musetti, n.23 al mondo, ha infatti racimolato solo 120 punti in tutti e 4 i Major, uscendo per ben tre volte al primo turno. Certo, spesso i sorteggi non sono stati proprio dei più fortunati (Tsitsipas a Parigi, Fritz a Wimbledon), ma il carrarino, talento allo stato puro, ha ancora molto da lavorare nei grandi eventi. Un po’ meglio Lorenzo Sonego, con 280 punti totalizzati e una quasi impresa contro Ruud al Roland Garros, che ne certificano comunque un buon livello, abbastanza costante, a livello Slam, con la concreta chance di poter sperare nuovamente almeno in qualche ottavo in futuro.

Dunque è questa la fotografia delle prove Major di questo 2022, con la Spagna a dominare, e l’Italia che ha saputo comunque farsi largo nonostante i tanti problemi e gli infortuni. Tante conferme, alcune delusioni, varie sorprese, ma emozioni a non finire e partite epiche, di quelle da raccontare. Questo, ogni anno, ci lasciano in dote gli Slam, quei tornei che ogni appassionato in cuor suo attende tutto l’anno e mai vorrebbe che finissero. Il 2023 si avvicina, e con esso la prima grande prova, l’Australian Open, a meno di due mesi. Alla luce dei risultati dell’anno appena trascorso, potrebbe essere tanto semplice quanto impossibile fare pronostici… ma almeno in Australia tutti dovrebbero essere sulla griglia di partenza, salvo noie fisiche dell’ultimo minuto. E, come abbiamo visto, già questa è una grande vittoria.

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