Davis, Italia in semifinale (Bertolucci, Palliggiano, Panatta, Martucci, Semeraro)

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Davis, Italia in semifinale (Bertolucci, Palliggiano, Panatta, Martucci, Semeraro)

La rassegna stampa di venerdì 25 novembre 2022

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Italia quasi perfetta, adesso in semifinale può succedere di tutto (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Non c’è nulla da fare: malgrado la formula ridicola, gli orari senza senso e un’organizzazione quantomeno rivedibile, le farfalle nello stomaco che provocano le emozioni della Coppa Davis non sono replicabili da nessun torneo, nemmeno da uno Slam. Per questo mi sono esaltato di fronte all’impresa dell’Italia, vivendo le stesse sensazioni che provavo quando stavo in panchina. Era evidente che per battere gli Stati Uniti in assenza dei nostri due migliori giocatori c’era bisogno da parte dl tutti gli altri di una prestazione al limite della perfezione, elevando il rendimento rispetto agli standard stagionali: un fenomenale Sonego e lo straordinario doppio azzurro dei veterani Fognini e Bolelli hanno senza dubbio giocato le loro migliori partite dell’anno nel giorno in cui serviva di più. In particolare, il piemontese ha sorpreso per la solidità mostrata, dopo che in altre occasioni, in Coppa, si era fatto travolgere dalla tensione e dalle eccessive aspettative. L’inizio titubante di Tiafoe gli ha certamente fatto capire che la partita era alla sua portata, così non si è mai irrigidito sotto il peso della pressione, conservando la fluidità tecnica necessaria per portare alla squadra il primo, preziosissimo punto. Lorenzo non era tra i convocati prima che Sinner e Berrettini dessero forfeit, ma ha sempre avvertito la fiducia dell’ambiente e gli va dato atto di aver effettuato, nei giorni scorsi, una preparazione accelerata ma sicuramente efficace. La sconfitta di Musetti rientra nelle normali dinamiche del tennis, perché maturata contro un avversario più forte: ma il carrarese ha giocato comunque un match di sostanza. Potremmo invece aprire un libro sulle scelte del capitano Usa Mardy Fish in doppio, o ringraziare Sock per il pomeriggio orribile, però Fognini e Bolelli hanno dimostrato perché in carriera sono stati capaci anche di vincere uno Slam: hanno mantenuto un rendimento elevatissimo, non hanno consentito agli avversari in difficoltà di rientrare in qualche modo in partita, sono stati solidissimi mentalmente e letali in risposta. Una prestazione di squadra che deve renderci orgogliosi e che sarebbe meraviglioso veder ripetuta anche In semifinale. […]

Italia, il sogno continua (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

 

Sfavoriti, eppure in semifinale. Enorme, commovente Italia. E il tennis azzurro, con Filippo Volandri capitano, è tornato ad essere uno sport di squadra. Di quelle unite al di là dei pronostici e contro le difficoltà. Siamo in semifinale e mancavamo dal 2014: il sogno di bissare il successo ormai vintage del 1976 è ancora difficilissimo, ma ora è un po’ più vicino. Merito degli azzurri, del team, dell’ambiente, perché a Malaga è sembrato di giocare in casa In tanti sono arrivati qui, altri ci vivono, alcuni andalusi si sono invece convertiti dopo l’eliminazione della Spagna. Il resto ce l’hanno messo loro: Sonego, Musetti, Fognini, Bolelli e, perché no, Berrettini, arrivato per fare il capo ultrà dalla panchina. Più squadra gli azzurri, nonostante le assenze di quelli che sulla carta sono i due singolaristi più forti, Sinner e appunto Berrettini. Ma siamo andati avanti coi “gregari” e ciò ha reso la vittoria sugli Stati Uniti ancor più bella. «Sono orgoglioso dei miei ragazzi -ha ammesso Filippo Volandri, capitano quasi commosso -. È un successo che abbiamo costruito nel tempo. Dopo aver vinto il girone di Bologna non mi aspettavo fossimo così avanti nel percorso». Volandri batte le mani sul petto, se li è coccolati tutti: «Le loro prestazioni sono state pazzesche. Sonego aveva un’energia incredibile, Musetti ha giocato bene contro un tennista che era in gran forma. La presenza di Berrettini ci ha aiutato tanto, Matteo ci ha dato carica e anche qualche spunto dalla panchina per il doppio». Tanto da ricevere i complimenti di capitan Fish, sorpreso in positivo dalla presenza a Malaga del romano nonostante l’infortunio: «Ha ragione, siamo stati più squadra. È merito della disponibilità di tutti». La mattinata è iniziata con la straordinaria vittoria di Sonego su Tiafoe, criticato ancor prima di cominciare per aver indossato le cuffie durante l’inno statunitense. È proseguita con il ko di Musetti, quello che era il nostro tennista più in forma, con il numero 9 del mondo, Fritz. Poi, il doppio dei ‘vecchietti’ Fognini e Bolelli ha fatto il suo battendo in due set Sock e Paul. […] Quella di domani, a partire dalle 13, sarà la 18^ semifinale per l’Italia. Ma in bacheca, di Davis, ce n’è sempre e solo una, quella del 1976.

Una confortante maturità. Fish, perché no a Ram? (Adriano Panatta, Tuttosport)

Bravi ragazzi, e grazie. Bella prova, anzi, più che bella… E’ stato un confronto ben costruito e ben giocato. Gli azzurri hanno dato forma a una gara tesa, solida, schietta, affrontata nei modi e con i pensieri giusti. Badando al sodo, senza strafare. Prova di grande autorevolezza, e di confortante maturità. Dalle giuste scelte del capitano, alla generosa determinazione di Lorenzo Sonego, fino all’impegno strenuo di Lorenzo Musetti e alla risolutezza con cui Fabio Fognini e Simone Bolelli hanno preso in mano il doppio per condurlo dalla loro parte. Grazie anche a Mardy Fish, capitano statunitense, quasi eroico nella cocciuta determinazione di fare a pezzi il proprio doppio, quello che così buoni risultati gli aveva dato nei gironi d’avvio della fase finale. Ram e Sock si sono trasformati in Paul e Sock. Dov’è l’errore? Sono due, non uno soltanto. Il primo è quello di aver dimenticato Ram nel momento di diramare le convocazioni per Malaga. Il vincitore delle Finals, figurarsi, quello che con Sock avrebbe ricomposto un doppio di ben diversa caratura. Inspiegabile… Chissà che c’è sotto. II secondo errore è giunto di conseguenza: privato di Ram, perché scegliere Paul che il doppio Io gioca saltuariamente, giusto per sciogliere i muscoli, e non invece Tiafoe? Mistero. […] Mi dicevano che erano favoriti gli Stati Uniti, e forse era vero. Ma siamo qui a festeggiare una bellissima vittoria azzurra. E comunque, i match si capovolgono se dalla parte degli “sfavoriti” c’è volontà, cuore, unità d’intenti e soprattutto, non si offrono agli avversari dei buoni motivi per tirare su la testa, e magari riprendersi. Gli azzurri se ne sono ben guardati. In questo la vittoria è stata perfetta. Mi sono piaciuti tutti, da Sonego a Musetti. da Fognini a Bolelli. Mi è piaciuto II trasporto della panchina, l’impegno di Berrettini nel tifare i compagni di cordata. Mi è piaciuto meno Tiafoe, che so essere stravagante il suo. Quando l’ho visto con le cuffie mentre suonavano gli inni, non ho resistito e con la massima spontaneità (senza cattiveria, ma di cuore, credetemi) mi è venuto da dire che fossi stato il capitano, gli avrei mollato un bel pedatone sul sedere. Non avrei dovuto? Ho esagerato? Ma dai, sei a Malaga per rappresentare il tuo Paese e ti presenti con le cuffie quando suonano l’inno? Non sono cose che si possano vedere.

Un’Italia da sogno vola in semifinale (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Matrimonio all’italiana Meglio del film. Un sogno. L’Italia batte gli Stati Uniti e va in semifinale in coppa Davis contro pronostico. Perché la coppa Davis esalta i singoli che fanno squadra. Non i primi ma i secondi che, senza i titolari Jannik Sinner e Matteo Berrettini – Oscar ex aequo degli infortuni – , superano le star Taylor Fritz e Frances Tiafoe, e riportano gli azzurri in semifinale 8 anni dopo l’impossibile sfida a Federer e Wawrinka. Alle 10 di mattina, quando parte l’indimenticabile giornata di Malaga, dà l’esempio Lorenzo Sonego, bastonato un anno fa dal signor nessuno Gojo. Sonny/Lollo, caricato dal tifo amico, ridiventa il famigerato Polpo, che sta sempre attaccato alla partita, e firma l’importantissimo 1-0 contro l’estroso, velocissimo, Frances Tiafoe, più avanti in classifica (numero 19 contro 45), semifinalista agli US Open di settembre e forte dell’ultimo, recente, precedente con Sonego, a Bercy. Il gruppo è forte perché è pronto, è sicuro, è coeso. Così, non c’è contraccolpo psicologico al tentativo fallito dal braccio d’oro Lorenzo Musetti contro Taylor Fritz, oggi ancora troppo più forte ed esperto, reduce dalle belle prove di Torino, sulla superficie veloce indoor che lo esalta e col pettorale più alto (n. 8 ATP) fra i protagonisti della fase finale a 8 di Malaga. Sull1-1, con la famigerata “coppa Piqué” che, in contro-tendenza rispetto all’ATP assegna al doppio un ruolo decisivo, l’Italia trova la coppia che ha cercato per anni, che temeva di aver perso dopo il trionfo agli Australian Open 2015 e che non credeva più d’altissimo livello dopo la mancata qualificazione al Masters della settimana scorsa a Torino. Invece, all’improvviso, dà una lezione di tennis e di affiatamento a Sock e Paul. Due accoppiati per caso dopo l’esclusione dello specialista Ram e la rinuncia di Tiafoe, deluso da sé stesso dopo la batosta dal giovedì azzurro da leoni. «Deve andare in campo leggero, è molto più forte dell’anno scorso e non ha nulla da perdere». Gipo Arbino, coach/psicologo ha indottrinato al meglio Sonego, che produce 17 ace e l’84% di punti con la prima, volando via facile nel primo set dal 4-2, e poi reagendo all’1-3 ed a un set point nel tie-break: «Atmosfera incredibile: con tanti italiani a sostenermi, sembrava di essere a Roma. E’ fra le mie partite più belle. Sono rimasto concentrato punto dietro punto, senza mai pensare al risultato, al dopo, ho vissuto il presente. Ho cercato di essere sempre aggressivo. Così i valori, che in realtà sono sempre molto vicini, si sono avvicinati ancora di più. Anche grazie all’esperienza di Torino e Bratislava». […] «Siete una vera squadra, anche senza Berrettini che è venuto a tifare in panchina», applaude capitan Mardy Fish. «Sono orgoglioso di tutti i ragazzi, quel che conta è la prestazione non il risultato. Matteo ci ha aiutato tantissimo con la presenza e con le sensazioni anche in doppio», chiosa Filippo Volandri. […]

La Davis fa bella l’Italia (Stefano Semeraro, La Stampa)

Vince la panchina lunga. Vincono lo spirito di squadra, la voglia di farcela nonostante le assenze pesanti, anzi pesantissime. Vince l’Italia che come diceva qualche settimana fa Lorenzo Musetti, «deve guardare all’Italia di Mancini campione di Europa, alla forza di quel gruppo». Vince il progetto «che parte da lontano» di Filippo Volandri, ct che alla vigilia delle Final 8 di Coppa Davis a Malaga aveva scoperto di dover rinunciare ai due centravanti Matteo Berrettini e Jannik Sinner. Ma che ha sempre creduto in quello che potevano dargli, non le riserve, ma gli altri uomini di Coppa. A partire da Lorenzo Sonego, punto debole un anno fa contro la Croazia a Torino, ma protagonista ieri, sempre nei quarti, contro gli Usa a Malaga. E stato «Sonny» a mettere il timone a diritta nel primo incontro, superando in due set (6-3 7-6) il numero 2 degli States, Frances Tiafoe, che tre settimane fa lo aveva eliminato in scioltezza a Parigi-Bercy. Un primo set da leone, contro un Tiafoe ancora sonnolento, reduce da una vacanza alle Maldive; poi la determinazione di chiudere al secondo, annullando anche tre set point. Servizio devastante (17 ace, 84 di prime palle) e tanta solidità da fondo. L’altro Lorenzo, Musetti, non è riuscito a sigillare il discorso contro Taylor Fritz, il n. 1 degli yankee fresco semifinalista alle Atp Finals (7-6 6-3) così a staccare il biglietto per le semifinali ci ha pensato la coppia di veterani che non ne vogliono sapere di tramontare, Simone Bolelli – migliore in campo – e Fabio Fognini: 6-4 6-4 e una lezione per Jack Sock e Tommy Paul, il singolarista di riserva schierato a sorpresa (e incomprensibilmente) dal capitano Mardy Fish che molto ha fatto rimpiangere lo specialista Ram, lasciato a casa nonostante la vittoria al Masters. Confusione e presunzione Usa contro concretezza e «fame» azzurra. Il risultato fa 2-1 per l’Italia, che entra fra le prime quattro di Davis come non capitava dal 2014, e domani affronta la vincente fra Canada e Germania. Con il valore aggiunto di Berrettini, che nonostante il piede ko è volato lo stesso a Malaga, per tifare, incoraggiare, suggerire. Essere, comunque, uno del gruppo. Insomma una Squadra, con la maiuscola, come quella che 46 anni fa ci regalò l’unica Zuppiera della nostra storia. […]

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Italia, istruzioni per gli USA (Bertolucci). Musetti si risveglia n. 1: «Sono l’italia, un onore» (Palliggiano). Ottimismo Musetti (Bertellino)

La rassegna stampa di mercoledì 23 novembre 2022

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Italia, istruzioni per gli USA (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Italia-Usa al via oggi alle 10 è un quarto di finale di Coppa Davis che sfugge a ogni pronostico. Lo sarebbe stato anche con la presenza dei nostri big, Matteo Berrettini e Jannik Sinner. L’unica certezza è che gli Stati Uniti partiranno da favoriti nell’eventuale doppio decisivo. Certo, l’Italia, con Lorenzo Musetti e Lorenzo Sonego, che non sono riserve, nei due singolari che apriranno la sfida di Malaga può giocarsi le sue carte. Il Musetti visto negli allenamenti è in gran spolvero, il giocatore è apparso sereno e tranquillo. Evidentemente la superficie si adatta bene ai suoi ritmi e ai suoi tempi. Il carrarino ha fatto un buon rodaggio con i primi due match di singolare in Davis giocati quest’anno, uno a marzo in trasferta e l’altro più difficile tecnicamente a Bologna a settembre: il primo vinto in 3 set su Gombos (Slovacchia-Italia 2-3), il secondo in 2 parziali con Gojo (Italia-Croazia 3-0). In entrambi i casi ha gestito bene le due situazioni. Ma oggi l’ostacolo è più alto e duro. Il Fritz visto a Torino è un giocatore in grande forma e fiducia, il miglioramento evidente nel suo tennis lo ha spinto tra i primi 10 al mondo. È riuscito a completare il suo bagaglio tecnico dopo due anni dove era caduto in un purgatorio tennistico. L’unico aspetto che potrebbe penalizzare lo statunitense è la superficie, meno veloce rispetto alle Atp Finals di Torino. Fritz parte favorito. Per essere competitivo Lorenzo dovrà per prima cosa risolvere il problema della risposta perché il suo avversario serve bene. Sulla seconda di Fritz mi aspetto l’azzurro aggressivo. L’americano è un classico giocatore da dietro con un buon rovescio incrociato e discrete accelerazioni di diritto. Musetti ha un bagaglio tecnico più fornito ma meno pesante nei colpi, l’importante è che assuma sul campo la posizione corretta perché a volte fa ancora un po’ confusione restando troppo lontano dalla linea di fondo. L’altro singolare vedrà protagonista Lorenzo Sonego. L’azzurro in Davis ha sempre pagato delle cambiali durissime gestendo molto male sia in casa che fuori le occasioni che ha avuto. E per uno come lui, un lottatore nato, è una cosa che risulta incomprensibile. Lo reputavo sufficientemente freddo ma ci sono giocatori che si esaltano in Davis e altri che rendono meno nelle gare a squadre, e fino a oggi per lui è stato così. Mi auguro che questo tributo all’azzurro lo abbia pesantemente pagato e che in questa occasione così importante riesca a esprimere un tennis migliore. Un’ora prima del match Sonego conoscerà il nome del suo rivale. Sulla carta dovrebbe essere Frances Tiafoe, ma dagli spogliatoi di Malaga si vocifera di un possibile sorpasso di Tommy Paul. […]

Musetti si risveglia n. 1: «Sono l’italia, un onore» (Davide Palliggiano, Corriere dello Sport)

 

Nemmeno una settimana fa sarebbe stato la prima riserva. Ora si ritrova numero 1 dell’Italia che domattina alle 10 scende in campo al `Martin Carpena’ contro gli Stati Uniti nei quarti di Coppa Davis. Prima Sinner e poi Berrettini hanno dato forfait; ma negli ultimi due mesi, e qui non ci sono dubbi, Lorenzo Musetti è stato il miglior italiano in assoluto. E a 20 anni è qui a Malaga pronto a sfidare il mondo con quel suo rovescio a una mano che incanta e quelle variazioni di gioco che spesso fanno impazzire gli avversari. Ieri il carrarese s’è allenato con Sonego sul campo adiacente al palazzetto dello sport in cui si giocano le Final 8. Ognuno seguito dai rispettivi coach, ma con la supervisione del capitano Volandri. Due ore intense, serie, il giusto mix tra sfottò e imprecazioni. Tensione si, ma fino a un certo punto prima di debuttare in quella Coppa che manca all’Italia dal ’76. Arriva a Malaga da numero 1 Italiano. C’è pressione? «Un po’, ma la sto vivendo molto bene, l’armonia nel gruppo me la fa sentire meno. Rappresentare l’Italia mi rende felice e orgoglioso e spero di non far rimpiangere Sinner e Berrettini. In più, quest’anno ho fatto tante esperienze mi sento un tennista e una persona migliore».

In che condizioni ci arriva?

Ho cercato di allenarmi al meglio, ma anche di riposare ed è stato fondamentale per ricaricare le pile. Ora mi sento pronto per questa avventura e sono convinto che tutta la squadra può fare un bel percorso nonostante le assenze.

Domani affronterà Fritz, semifinalista alle Atp Finals di Torino.

Ultimamente ha espresso il suo miglior tennis, ma potrebbe anche ritrovarsi in una condizione fisica non ottimale. È un giocatore fastidioso e il cemento è la sua superficie preferita. Tra di noi c’è solo il precedente di Wimbledon, dove ho perso in tre set al primo turno. Da quel confronto sono cresciuto parecchio, ho battuto giocatori più in alto di me in classifica: spero di fare una bella prestazione e portare il punto a casa. Siamo sfavoriti rispetto agli Stati Uniti, ma abbiamo le carte in regola per batterli. Il campo è leggermente più veloce rispetto a quello di Bologna ma questa cosa ci può anche favorire. Siamo pronti a lottare fino all’ultimo respiro per questa maglia. […]

Berrettini arriva oggi per fare il tifo. Si sta creando un bel legame tra voi.

Purtroppo Matteo non può giocare per infortunio, ma è bello e onorevole che abbia trovato il tempo per venire qui. Siamo davvero contenti di vederlo. Farà il tifo per noi, ce n’è bisogno.

Ottimismo Musetti (Roberto Bertellino, Tuttosport)

Ha esordito in singolare a inizio marzo a Bratislava, conquistando nell’ultimo match, in rimonta, il punto del successo sulla Slovacchia che ha aperto all’Italia le porte dei gironi delle DavisCup Finals. Poi a Bologna, a metà settembre, battendo nel primo incontro Borna Gojo, ha aperto le danze per la preziosa affermazione sulla Croazia. Ora però le defezioni per infortunio dei top 20 Jannik Sinner e Matteo Berrettini proiettano Lorenzo Musetti al ruolo di numero uno della squadra capitanata da Filippo Volandri che domani a Malaga sfida gli Stati Uniti nei quarti di finale. «Sinceramente per adesso non sento pressione, la sto vivendo molto bene, siamo amici, in questo gruppo e c’è davvero una bella atmosfera, anche durante gli allenamenti riusciamo a divertirci con energia e motivazione, e credo che questo sia importante quando si gioca per una squadra – afferma il 20enne di Carrara -. Siamo dispiaciuti per le assenze di Sinner e Berrettini, le punte di diamante del nostro team, ma ci daranno supporto da lontano e noi metteremo sul campo tutto ciò che abbiamo per provare a non farli rimpiangere. Gli Stati Uniti sono forti ma abbiamo le carte in regola per batterli, sono convinto che possiamo vincere anche senza Matteo e Jannik. Cercherò di tirare fuori il meglio, rappresentare l’Italia è sempre un orgoglio: questo gruppo ti spinge a non mollare mai». Salvo sorprese dell’ultim’ora, il NextGen azzurro dovrà misurarsi con Taylor Fritz, numero 9 della classifica mondiale, reduce dalla semifinale alle Atp Finals di Torino. Il 25enne Californiano è il leader del team stelle e strisce, che comprende anche Frances Tiafoe (n.19), Tommy Paul (n.33), oltre allo specialista del doppio Jack Sock. «Contro Fritz sarà dura, visto che arriva da una stagione incredibile. E’ fastidioso, in questi campi serve bene ed è pesante da fondo. A Wimbledon ci ho perso in tre set, però da allora sono cambiato molto, ho battuto anche giocatori di un certo calibro ed è aumentata la mia fiducia. Spero di giocare senza pensieri ed esprimere il mio miglior tennis con l’obiettivo di cogliere un punto prezioso per l’Italia. La Coppa Davis è molto importante, la viviamo in più tappe e unisce tantissimo. Ci fa vivere con intensità ed energia grazie alla squadra e al gruppo, che raddoppia le emozioni». […] Lorenzo ha voglia di chiudere in bellezza un 2022 in crescendo con la Nazionale. «Il debutto in Davis con la Slovacchia è uno dei momenti che ricordo con più piacere. L’attaccamento alla maglia è incredibile, non lasci andare mai niente e lotti fino alla fine. Senti l’energia dei compagni, dello staff e questo ti porta a dare sempre il 100%. E’ stato un anno ricco di nuove belle esperienze, e la Davis è una di queste: mi ha fatto migliorare non solo come atleta ma anche come persona. Credo nel lavoro e nell’umiltà di non entrare sconfitti – chiosa Lorenzo – sarà una bella sfida contro una grande squadra».

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Rassegna stampa

Djokovic 6 come Federer. Sesto trionfo alle Final: “Dedicato alla mia famiglia” (Crivelli). Djokovic, il marziano rinato in Italia (Giammò). Sventato il golpe di Ruud Djokovic si riprende il trono (Piccardi). “Lo show del grande tennis costa ma queste partite restano uniche”. È tornato chi restò fuori nel 2021 (Sartori)

La sesta vittoria di Novak Djokovic alle ATP Finals nella rassegna stampa italiana del 21 novembre 2022

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Djokovic 6 come Federer. Sesto trionfo alle Final: “Dedicato alla mia famiglia” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport).

Nole, Sei Magnifico. La leggenda di un guerriero che non ha mai smesso di lottare, sempre fedele alle sue idee e alle sue convinzioni più profonde anche quando potevano metterne addirittura a rischio la carriera, aggiunge Torino ai luoghi del cuore, dove il mito si consolida con un altro record che riaprirà una volta di più l’eterno dilemma sul più forte di tutti i tempi: sei vittorie alle Atp Finals, come Federer. Sei volte Maestro. Ma questa ha probabilmente il sapore più dolce, perché conclude un percorso che si era avviato a gennaio con uno dei casi più incredibili e nebulosi che avessero mai riguardato un atleta di quel valore, la detenzione in Australia per la revoca del visto d’ingresso dopo le polemiche sul viaggio da non vaccinato. Una vicenda che probabilmente avrebbe mandato fuori giri, psicologicamente, qualunque essere umano che non possegga la straordinaria tempra mentale del Djoker, forgiata fin da bambino dagli allenamenti sotto le bombe della guerra in Jugoslavia È ripartito, più forte di prima, fino all’apoteosi di Wimbledon. E dopo il divieto alla trasferta americana, Us Open compresi, sempre per il rifiuto a vaccinarsi, è scattato di nuovo con la ferocia agonistica di chi è stato capace di andare oltre una stagione complicatissima, perché non esiste nulla di più mortificante, per un campione di quella stoffa, delle ore passate ad allenarsi senza avere un obiettivo immediato.

[…]

 

Il Djokovic che ha fatto il Djokovic nella partita che contava di più, come solo i fuoriclasse, diventando nel contempo il più vecchio re del Masters a 35 anni e 6 mesi, con 1500 punti in più e 4 milioni e mezzo di euro, abbraccia l’amico Zlatan Ibrahimovic e manda baci e abbracci ai figli Stefan e Tara e alla moglie Jelena e: «Questo successo è da dividere esattamente a metà con loro, che sono stati la mia spalla su cui piangere nei momenti più duri e le orecchie che mi hanno ascoltato quando avevo bisogno di sfogarmi. Sono un giovane papà, e mi fa tanto piacere vedere così tanti bambini in tribuna: spero di avervi ispirato, prendete in mano una racchetta e divertitevi con il tennis». Senza limiti Novak, insomma, è di nuovo un campione in missione, soprattutto adesso che po- tra tomare a giocare tutti i tornei che vorrà, a cominciare dall’Australia: la corsa al record di Slam con Nadal. che al momento premia di uno lo spagnolo (22 a 21), tornerà ad infrarnmarsi, e il Djoker è più integro fisicamente. Due fenomeni di concentrazione, volontà, spirito agonistico che rigetta totalmente l’idea di sconfitta, due titani che dovrebbero proseguire per l’eternità. Del resto, l’orizzonte di Dpkovic scruta solo l’infinito: «Non penso che esista un limite. Il limite è nella tua testa È solo una cosa di prospettiva e di approccio, di percezione di come vedi le cose in quello specifico momento. La più grande battaglia è quella che combatti con te stesso. Se riesci a trovare uno stato di bilanciamento ottimale tra la tua mente e il tuo corpo, puoi tirare fuori il meglio da te stesso in ogni momento, su ogni punto e in ogni partita. Ma questo sono solo parole. Questa è la teoria. Poi devi scendere in campo e lì ci sono un’enormità di fattori che possono influenzare. Soprattutto i nervi. A volte ti vengono in aiuto, altre tirano fuori il peggio di te. Non c’è una ricetta segreta o una singola strada verso il successo. La cosa più importante è tenere la testa libera, occhi e orecchie ben aperti, e cercare di imparare da ogni esperienza che hai fatto sperando che questa ti possa servire la prossima volta per evitare le oscillazioni Le oscillazioni sono la cosa più pericolosa nel tennis perché è uno sport individuale. Più sei in altalena, peggio è. Devi evitare gli alti e bassi il più possibile, mantenere quella curva il più piatta possibile. Forse stiamo entrando nella filosofia, ma trovare un bilanciamento è la cosa più importante. Quando parlo di lavoro, non parlo solo di lavoro fisico ma anche di tutte queste cose».

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Djokovic, il marziano rinato in Italia (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

Più grande la sfida, più grande la risposta. In campo o fuori, ormai fa lo stesso. E se c’erano dubbi, la vittoria ottenuta ieri sera da Novak Djokovic contro Casper Ruud nella finale delle ATP Finals è stata la conferma definitiva.

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Dodici anni e diverse ore in meno trascorse in campo durante il torneo, non sono bastati a Casper Ruud per ribaltare un pronostico che vedeva nel serbo il grande favorito di questa finale, a dispetto dei record. Il premio, in cago di fine digiuno, sarebbe stato una sesta affermazione con cui affiancare Roger Federe quale giocatore più vincente di sempre nella storia del torneo. «Sono trascorsi sette anni dal mio ultimo titolo alle Finals, è un bel po’, e questo rende questa vittoria ancora più dolce». Questione di gusti, certo.

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«Chiudere con una vittoria è davvero importante, è un sollievo e una soddisfazione, e ora non vedo davvero l’ora di staccare un paio di settimane perché sono stato sotto pressione tutto l’anno e sono felicissimo di essere riuscito a chiuderlo così», ha dichiarato soddisfatto il n.5 del mondo. Affilato, capace come nessuno di leggere l’incontro e capire quale sia il momento giusto per aggredirlo. Il tutto senza offrire al rivale nessun calo di concentrazione, nessuna sbavatura nel gioco, nessuna propensione all’errore nei momenti cruciali della contesa. «Sono le Finals — ha sottolineato Nole a caldo – e ogni match si decide per pochi dettagli. Casper aveva giocato davvero bene durante tutto il torneo e con me ha servito alla grande. Sono riuscito verso la fine del primo set a farlo correre e a rispondere bene e questo ha fatto la differenza». Una differenza piccola, in principio, ma duplice nelle conseguenze. Perché è su quella che poi il serbo ha continuato a costruire il suo vantaggio, fiaccando nella testa ancor prima che nelle gambe i vani tentativi di rimonta del norvegese. Si gioca sulle statistiche e sulle percentuali, si scrutano gli avversari in cerca di un dettaglio che ne tradisa fatica e sofferenza, badando prima a sé stessi nell’intima convinzione che l’errore verrà prima o poi a far visita anche al nostro avversario. Contro Djokovic l’impressione è invece quella di ritrovarsi di fronte a un muro: impassibile, infallibile, contro cui ormai si gioca e a cui si guarda in attesa di una seconda chance o un perdono che non verranno concessi. 

Sventato il golpe di Ruud Djokovic si riprende il trono (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La festa è qui, dentro lo stunz stunz da discoteca delle Atp Finals che incoronano re Djokovic VI (eguagliato il record di Federer), toccano quota 155.900 presenze, chiudono con un sorriso a pianoforte la seconda edizione (molto coccolati i clienti corporate, sulle code degli altri per bagni e panini si può ancora lavorare ma in generale il pubblico dal Pala Alpitour è venuto via contento) e già rilanciano per il futuro.

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Djokovic chirurgico con Ruud capace di quattro enormi finali stagionali (Miami, Parigi, New York, Torino: tutte perse), intanto, è il vincitore che il Master aspettava per ripristinare l’ordine costituito dopo anni di largo ai giovani (Dimitrov, Zverev bis, Tsitsipas, Medvedev), il serbo supera il malessere che l’ha accompagnato tutta la settimana e inchioda il rivale all’evidenza: sarà anche il migliore dei normali, Casper il norvegese, figlio d’arte (papà Christian fu top 40), però non basta per arginare le geometrie del Djoker rianimato dal visto per l’Australia. Dura un set, Ruud, mentre si aprono crepe profonde nel suo gioco di resistenza da fondocampo (2 palle break al primo game, una all’ottavo) e la pressione del satanasso di Belgrado lo spinge verso le tribune: sul 6-5, il martellamento sul rovescio del norvegese dà suoi frutti, la palla break è un set point che Novak (tifato sugli spalti dall’amico Ibrahimovic), avendo il serbatoio dell’energia quasi in rosso, non spreca (7-5). Sulla sedia c’è madame Aurelie Tourte, una primizia anche questa: la prima donna ad arbitrare una finale Master. A bordo campo l’assegno destinato al vincitore imbattuto, 4.740.300 dollari, la fortuna di cui Djokovic, sempre generoso tra fondazione e donazioni, farà buon uso. Non è un campione ritrovato, il Djoker, che giocando a spizzichi e bocconi per questioni di vaccinazione (mai fatta) quest’anno ha vinto poco ma benissimo (Roma, Wimbledon, Tel Aviv, Astana, le Finals). È, piuttosto, un fuoriclasse rilanciato da un torneo che ama in un Paese che adora, nell’albo d’oro del Master torna un Immortale che ha ancora molto da dare, fiero di alzare la coppa davanti ai suoi figli, autorevole sigillo di una stagione che ha provato a disarcionare la vecchia guardia, riuscendoci a metà.

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“Lo show del grande tennis costa ma queste partite restano uniche”. È tornato chi restò fuori nel 2021 (Gianluca Sartori, Corriere Torino)

Le Atp Finals torinesi? Un’esperienza costosa ma di qualità. È il parere che va per la maggiore tra il pubblico del PalAlpitour. Chiacchierando con le persone arrivate per il grande tennis, emergono più soddisfazione e meno mugugni rispetto al 2021, segnale del fatto che la macchina organizzativa ha lavorato nella direzione giusta. Subito dopo la prima semifinale, quella vinta da Novak Djokovic contro Taylor Fritz, intercettiamo un gruppo di ragazzini festeggiare Ia vittoria del campione di Wimbledon con alcuni tifosi serbi. Sono i giovani tennisti del Master Club Nord Tennis, il circolo torinese di corso Appio Claudio. «La Federazione Italiana Tennis sta facendo un ottimo lavoro nel coinvolgere i circoli — spiega Simone Petroni, maestro di tennis del circolo —. Oggi abbiamo portato una sessantina di nostri tesserati dai 5 ai 18 anni di età. L’organizzazione? Grandi passi avanti rispetto all’anno scorso: era la prima edizione ed era condizionata dal Covid». Avrebbe qualche motivo in più per essere risentito chi nel 2021 è rimasto fuori, a causa della riduzione della capienza al 60% del PalaAlpltour. Invece i modenesi Giorgio e Barbara hanno dato fiducia alle Finals torinesi.

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Fuori dal PalAlpitour incrociamo Sladjana, mamma che spinge la carrozzina del figlio disabile Stefan. I due sono serbi ma vivono da tempo a Palazzolo sull’Oglio (Brescia). «Accompagno Stefan ovunque — dice Sladjana —. L’impianto è bellissimo e su misura anche per i disabili. Ma tra biglietti e costi vari, serve un budget importante. Fortuna che Djokovic ha trovato un biglietto a Stefan…». Chiediamo a Sladjana di più: «Abbiamo incrociato Novak tre quattro volte, la prima a Roma. Lo abbiamo cercato sotto l’hotel e si è ricordato. Oggi ci siamo grazie a lui!». Il cuore del grande campione. Sono tanti gli spettatori arrivati dall’estero e dal resto d’Italia. Una famiglia di Ragusa scende soddisfatta i gradini degli spalti del campo centrale. Il 18enne Giulio, a Torino insieme a mamma Rita, papà Marco e alla sorella Noemi, spiega: «Eravamo qui anche l’anno scorso, abbiamo trovato un’organizzazione più professionale e più attenta ai dettagli. Ma l’emozione è sempre quella della prima volta.

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Non manca chi gioca in casa. Il torinese Beppe, al PalAlpitour con un amico, sorride: «Da appassionato dl tennis sono venuto l’anno scorso e anche quest’anno. L’esperienza è migliorata anche per lo spostamento del Pan Village da piazza San Carlo a Piazza d’Armi. Giusta l’idea di concentrare tutto qui. Margini di miglioramento? Mi accontenterei che si continuasse così… Magari anche oltre il 2025».

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Flash

Djokovic per il record. Nole senza limiti oggi contro Ruud insegue Federer e le sue sei perle (Crivelli). L’Italia di Davis già a Malaga ma Berrettini ancora non c’è (Cocchi). Intervista a Stakhovsky, Sergiy, che battè Federer a Wimbledon: “Torno in guerra. Se incontro Putin spero di essere armato” (Piccardi). Abbonato alla Final (Semeraro)

La rassegna stampa di domenica 20 novembre 2022

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Djokovic per il record. Nole senza limiti oggi contro Ruud insegue Federer e le sue sei perle (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il gigante e il debuttante. Benvenuti alle Atp Finals, il torneo che si diverte a mescolare pronostici ed emozioni. Perché se la finale di Djokovic, l’ottava in carriera al Masters (ma la prima dal 2018), era nei voti di grandi e piccini, l’approdo all’ultimo atto di Casper Ruud ha per il norvegese il dolce sapore del riscatto dopo due mesi orribili, dalla finale persa agli Us Open contro Alcaraz. Si era presentato a Torino con quattro sconfitte in sei incontri e il morale sotto le scarpe: oggi proverà a diventare il 27 Maestro della storia e a frapporsi tra Nole e la leggenda, perché il serbo, se alza il trofeo, eguaglia i sei trionfi di Federer. Nei precedenti, il Djoker è avanti 3-0, ma alla fine di una stagione lunghissima e dopo aver affrontato ogni giorno I più forti del mondo, con il consumo di energie psicofisiche che ciò comporta, tutto può accadere.

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Il Djoker ottiene complessivamente dieci vincenti in meno di Fritz (21 a 31), si tiene a galla con la risposta alla seconda di servizio dell’americano e scatena il genio nei tre momenti chiave del match: dritto vincente formidabile sul set point del primo parziale, il break nel decimo game del secondo set quando l’avversario sta servendo per portare la contesa al terzo e sul 30 pari spara in rete un facile rovescio a campo aperto, a proposito di freddezza e nervi saldi, anche se il numero 9 del mondo si lamenterà del disturbo di qualcuno dal pubblico; e infine i due ultimi, prolungati scambi del tie break del terno set, quando Nole manda fuori giri il buon Taylor lasciandosi scivolare addosso il match point sprecato sul 6-6 con un rovescio sbagliato non da lui. Niente di nuovo, verrebbe da dire. E pensare che era reduce da 190 minuti di battaglia contro Medvedev venerdì in un confronto inutile per la classifica

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La lunga marcia sta dunque per compiersi. Perché all’inizio di gennaio, è bene ricordarlo, il signor Djokovic era rinchiuso in un centro di detenzione per immigrati irregolari di Melbourne, in Australia, certamente vittima di una vicenda creata dalle sue convinzioni sui vaccini ma che ad ogni modo avrebbe distrutto psicologicamente chiunque non avesse i suoi nervi d’acciaio inossidabile. E poi ha saltato pure gli Us Open, tomando a fine settembre con il fuoco sacro dentro. Non per soldi È già risalito al numero 5 del mondo e se vince oggi intascherà pure 4 milioni e mezzo di euro di superbonus per chi finisce il torneo imbattuto. Ma chi crede che sia un pensiero che lo accompagnerà in campo, non conosce la tempra del personaggio: «Quando Ibrahimovic giocava a Los Angeles, gli chiesero perché avesse rifiutato 100 milioni per trasferirsi in un’altra squadra Lu rispose che esiste il denaro e molto denaro, e che 100 milioni non erano molto denaro. Ve l’ho raccontato perché è divertente e perché siete fuori strada se pensate che io stia seduto qui a parlare di soldi come un problema nella mia vita. Sono stato molto fortunato, i guadagni sono una conseguenza del mio tennis e del suc cesso che ho avuto, insieme alla mia famiglia e al mio team. Penso che ogni euro che ho guadagnato sia stato frutto di sudore e lacrime. Non do nulla per scontato perché so come ci si sente a non avere niente in tavola, a cercare di capire come sfamare cinque persone di una famiglia con intorno la guerra e le sanzioni economiche. Io non dimentico da dove vengo e in quale tipo di epoca sono cresciuto. Conosco esattamente il lato opposto della ricchezza, che mi aiuta nella vita e mi porta ad apprezzare tutto quello che guadagno». La filosofia di un successo che non finisce mai.

L’Italia di Davis già a Malaga ma Berrettini ancora non c’è (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Mentre a Torino le Finals sono all’epilogo, a Malaga è tutto (o quasi) pronto per le Finals di Davis dove l’Italia sarà impegnata giovedì mattina alle 10 nei quarti di finale contro gli Stati Uniti. Ieri la squadra è partita da Roma senza Fabio Fognini, rimasto qualche ora in più a Brindisi per festeggiare il primo compleanno di Flaminia, l’ultima nata di casa Fognini-Pennetta. Già la scorsa settimana era arrivato il forfeit di Jannik Sinner, che ha dovuto rinunciare all’impegno in azzurro per la tendinite all’indice della mano destra che lo aveva colpito a Parigi Bercy. Sull’Italia, che ieri pomeriggio ha svolto il primo allenamento, pesa però anche il grande punto interrogativo di Matteo Berrettini. In bilico ll romano, ancora alle prese con l’infortunio più serio del previsto al piede sinistro, deciderà in corsa quando e se partire, ma è molto difficile che possa giocare. Come sempre, l’entourage del giocatore è asserragliato dietro un silenzio tombale, non si sa quali siano le reali condizioni di Matteo e se addirittura possa essere a rischio l’inizio della stagione, ma è quasi certo che Berrettini non potrà scendere in campo per dare il suo contributo alla Nazionale nella sfida contro gli Stati Uniti. Il capitano Filippo Volandri aveva detto che avrebbe provato a lavorare quattro giorni a Malaga per testare le condizioni del numero 2 italiano, ma difficilmente prima di domani o martedì il romano sarà a disposizione.

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Intanto, Lorenzo Musetti e Lorenzo Sonego sono i due singolaristi che scenderanno in campo contro Taylor Fritz e Frances Tiafoe giovedì mattina. Anche Fabio Fognini, vista la sua grande esperienza in Davis, dove ha saputo fare la differenza in più di una occasione, potrebbe essere impiegato come singolarista oltre che in doppio con Simone Bolelli.

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Sergiy, che battè Federer a Wimbledon: “Torno in guerra. Se incontro Putin spero di essere armato” (Gaia Piccardi, Corriere della Sera)

La divisa militare ci precipita nella cronaca. Lo scorso gennaio Sergiy Stakhovsky, ucraino, 36 anni, ex n.31 del tennis, una clamorosa vittoria su Federer a Wimbledon 2013, giocava in Australia l’ultimo torneo. Il 24 febbraio, allo scoppio della guerra, si arruolava tra le fila dell’esercito di Kiev. Nove mesi dopo è a Torino, alle Atp Finals, per essere premiato. Ha preso cinque giorni di licenza. Sergiy, come sta? «Sono vivo». Già molto, di questi tempi. «È tutto surreale, ma ci si abitua». Come è arrivato a Torino? «Da Budapest, dove si è rifugiata la mia famiglia: mia moglie Anfisa e i miei tre figli. Ho lasciato il fronte orientale, guidato da Kiev all’Ungheria. Giovedì torno in guerra». Cosa sta succedendo? «Siamo in una fase nuova: i russi stanno distruggendo le infrastrutture elettriche, Kiev è al freddo e al buio. Cambia poco per i soldati ma cambia tutto per i civili. L’intensità dei bombardamenti è leggermente diminuita, difficile prevedere gli scenari futuri. I russi si ritirano, noi avanziamo ma c’è la neve, non abbiamo attrezzature adeguate».

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Biden ha detto che l’Ucraina non può vincere. «Le nostre risorse sono limitate, dipendiamo dagli aiuti di Europa e Usa. La Casa Bianca, all’inizio della guerra, aveva detto che l’Ucraina avrebbe resistito tre giorni. Sono passati nove mesi. La ritirata dei russi non inganni. Dal mio punto di vista significa una cosa sola: che torneranno con più forza per distruggerci. Putin non mollerà finché non avrà raggiunto il suo sporco obiettivo». Come spiegherebbe la guerra a un alieno? «E dolore, sofferenza, cuori che si spezzano. La guerra è un padre che seppellisce il figlio, una madre che affida ad estranei la figlia perché sia messa in salvo. Assistere a tutto questo inevitabilmente ti cambia: cominci a vivere per avere vendetta. La paura la controlli, nel mio raso è passata. Il dolore, però, te lo porti dentro e non ti lascia più».

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Come ha imparato a usare le armi? «Già nel 2014, quando la Russia invase la Crimea, avevo passato un breve periodo al fronte. La quantità di stress provata mi aveva indotto a tornare al tennis, però, con un istruttore privato trovato a Bratislava, avevo voluto dotarmi dei rudimenti per usare una pistola o un fucile. In caso di bisogno, se non altro, avrei saputo come difendermi». Li ha mal usati? «Sì. E cinico da dire: ci si allena, come con il tennis». Ha ucciso qualcuno? «No, fino a ora no». Però ha rischiato la vita. «Ero su un convoglio vicino a Donetsk, il ponte sul Kalmius era crollato, cercavamo il modo di guadare. È arrivata una raffica, per fortuna l’auto era blindata e ha resistito ai colpi. Un’altra volta ero a Kiev, durante un attacco aereo alla stazione centrale. E il sibilo dei missili a rimanerti stampato nelle orecchie: un suono che non dimentichi più. Ho visto civili morire, gente innocente che con la guerra non c’entra nulla». Come si sta comportando la comunità internazionale? «Si può sempre fare di più: la politica è troppo lenta e paludata nel muoversi. Ma i cittadini dell’Ue mi hanno commosso: la loro accoglienza dei profughi è stata incredibile». E se incontrasse Putin? «Non avrei molto da dirgli: spero di essere armato»

Abbonato alla Final (Stefano Semeraro, La Stampa)

Fraclito sosterrebbe che non si incontra mai due volte lo stessoDjokovic. Il problema, tecnico prima che filosofico, è che comunque vince lui. Deve pensarlo, fra i tanti che Nole ha travolto nella sua corrente, anche Taylor Fritz che ieri ha incassato in due tiebreak (7-6 7-6) la sesta sconfitta in sei incontri, 6-0 per il Djoker e palla al centro. E meno male che l’ex numero 1- il Nole di Torino, come argutamente suggerivano alcuni dei tanti cartelloni in tribuna – aveva «le gambe un po’ pesanti, e non riuscivo a colpire la palla pulita come negli scorsi giorni». Ci ha provato Taylor, picchiando sul servizio, trafficando con il diritto, cercando accelerazioni lungolinea di rovescio. Il Nole q.b. (quanto basta) al momento giusto ha alzato il ritmo, trovando, anche in una giornata non splendida, la precisione di uno chef stellato e il perfetto punto di cottura (dell’avversario). Insomma: Djokovic è in finale alle Finals per l’ottava volta in carriera, la prima dal 2018, e oggi – contro Casper Ruud, che nella semifinale serale ha glacialmente smantellato gli astratti furori di Andrey Rublev (6-2 6-4)-ha l’occasione di raggiungere Roger Federer a quota sei titoli. Un record, come sarebbe storica anche la paga in caso di vittoria: 4,7 milioni di dollari, il più alto montepremi della storia per un singolo tennista.

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Djokovic in carriera di milioni di dollari ne ha guadagnati 160 solo in montepremi, con un valore commerciale che si aggira attorno ai 220. Il suo però non è un Billionarismo d’accatto. «A questo punto della mia carriera non posso mettermi a discutere se i soldi sono importanti per me o no. Anche perché tutto quello che ho guadagnato l’ho fatto a prezzo di sangue e sudore. Non do nulla per scontato, so che cosa significa trovarsi in cinque attorno al tavolo con niente da mangiare, e fuori una guerra, le sanzioni. Non dimenticatevi da dove vengo, e in che epoca sono cresciuto». A Torino Novak ha riscoperto la vera filosofica che ha sempre avuto, l’approccio «olistico» alla vita e allo sport che gli ha trasmesso la sua prima maestra, Jelena Gencic. «Mi ha molto influenzato, in tutta la mia carriera ho imparato a curare ogni dettaglio. Mi piace pensare che mi sto evolvendo, come tutti, e spero in maniera positiva. Cambia il mio corpo, la mia personalità, il mio carattere. Ogni singolo anno siamo una persona diversa». Il segreto, ed è la stessa opzione di Nadal, è adattarsi.

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