Anche gli Slam piangono... o quantomeno singhiozzano

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Anche gli Slam piangono… o quantomeno singhiozzano

Ascolti in calo all’Australian Open, Flushing Meadows ancora senza copertura TV per l’Europa. A livello mainstream il tennis, anche quello degli Slam, sembra arrancare

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Melbourne Park - Australian Open 2023 (foto Twitter @rolandgarros)

Alla conclusione dell’Australian Open, con i risultati sportivi passati ai libri di storia e il circuito già passato al prossimo capitolo della sua storia infinita, è il momento di fare le prime valutazioni su quanto successo a livello generale in questo primo “checkpoint” stagionale. Perché se dal punto di vista agonistico i tornei dello Slam rappresentano gli appuntamenti più importanti della stagione, ma certamente non gli unici degni di nota, per quel che riguarda invece il potenziale mediatico del tennis i Major rappresentano forse gli unici punti di contatto del circuito pro con il “mainstream” e quindi la loro popolarità fornisce indicazioni rilevanti su quello che è l’appeal sul pubblico generalista del prodotto tennis.

Purtroppo le notizie che sono arrivate da Melbourne non sono tutte positive. Nonostante il nuovo record di presenze fatto registrare dall’ultima edizione dell’Australian Open con oltre 900.000 spettatori nelle due settimane, i dati di ascolto televisivo sono stati di ben altro tono. Come abbiamo già riportato nei giorni scorsi la rete australiana Channel Nine, che proprio poco prima del torneo aveva rinnovato il contratto per i diritti in Australia del torneo a circa 500 milioni di dollari australiani (325 milioni di euro) per cinque anni, ha sofferto un calo di spettatori quantificabile in media intorno al 30-40 per cento.

Certo le attenuanti sono tante: la campionessa uscente Ashleigh Barty, che aveva trascinato l’interesse nel 2022, ora non gioca più; il finalista Nick Kyrgios, che per la prima volta arrivava a uno Slam nel ristretto novero dei favoriti, si è dovuto ritirare prima dell’inizio del torneo; il campione uscente Nadal ha passato solamente un turno prima di arrendersi all’ennesimo infortunio; il nome nuovo dell’ATP, il n. 1 Alcaraz, è stato fermato da una distorsione; i popolarissimi Roger Federer e Serena Williams sono ormai ex tennisti. La corsa al titolo dei giocatori di casa Rinky Hijikata e Jason Kubler nel doppio maschile non ha potuto fare più di tanto, anche perché sicuramente questi due nomi hanno un appeal molto inferiore di Kokkinakis e Kyrgios che avevano vinto la competizione l’anno prima. E i match della seconda settimana, tra il dominio di Djokovic nel maschile e match in generale abbastanza insipidi (finale esclusa) nel femminile, non hanno sicuramente aiutato la causa.

Si è trattato sicuramente di un “aggiustamento” che forse era inevitabile, visto il cambio della guardia in corso, ma ciò non vuol dire che le preoccupazioni per ciò che sta accadendo siano infondate. L’Australian Open è un torneo difficile da seguire fuori dall’Australia a causa del fuso orario molto complicato sia in Europa sia in Nord America, i due mercati più pregiati per il nostro sport. E anche dal Nord America non arrivano segnali incoraggianti: la ESPN, il canale sportivo che possiede i diritti per tre Slam su quattro, ha ridotto notevolmente il suo impegno rispetto alle stagioni scorse, facendo commentare i match dai propri studi in Connecticut invece di inviare i propri prestigiosi anchor a Melbourne. Inoltre molti incontri, specialmente le sessioni serali prima delle fasi finali, sono stati relegati al servizio streaming ESPN+ e quindi a un’audience notevolmente inferiore.

Si è trattata certamente di una scelta strategica, dato che le sessioni serali dell’Australian Open si disputano a partire dalle 3 del mattino sulla Costa Est e da mezzanotte sulla Costa Ovest: improbabile ci fossero conflitti con altri eventi a quell’ora. Forse si è voluto spingere il prodotto in streaming, che peraltro sta andando benone con quasi 25 milioni di abbonati, nonostante il prezzo sia raddoppiato da 5 a 10 dollari al mese dal suo lancio nel 2018. O forse semplicemente il prodotto tennis non viene ritenuto abbastanza allettante per il canale ammiraglia.

Questa decisione certamente conferma le voci di corridoio che ormai da diverso tempo vorrebbero la dirigenza di Disney Media (che controlla ESPN) piuttosto scontenta del contratto firmato con la USTA per la trasmissione in esclusiva dello US Open sul mercato americano. Nel 2015 la ESPN sostituì la CBS come broadcaster ufficiale del torneo per il mercato USA dopo 47 edizioni consecutive, e questo in cambio della cifra record di 770 milioni di dollari (circa 713 milioni di euro) spalmati su 11 stagioni. Ma i riscontri a livello di audience non sono stati tali da giustificare la cifra spesa negli ultimi anni, e l’insoddisfazione comincia ad essere palpabile.

Il contratto scadrà alla fine dell’edizione 2025 dello US Open, e fra poco quindi inizieranno i negoziati per l’eventuale rinnovo che, se dovesse arrivare, sicuramente sarà per una cifra sensibilmente inferiore, a patto che non arrivi qualche altro pretendente molto interessato, e sempre che nel frattempo qualcuno dei giocatori americani in rampa di lancio non faccia il salto di qualità e possa diventare un serio pretendente alla vittoria.

La USTA probabilmente sta prendendo tempo per vedere se Fritz e soci daranno una mano alle loro trattative, e nel frattempo prova a correre ai ripari lavorando sui diritti internazionali del torneo. Il contratto con Eurosport per la trasmissione in tutto il Vecchio Continente (escluso il Regno Unito, dove Amazon si è defilata dopo un paio d’anni lasciando il campo libero a Sky) è scaduto alla fine del 2022. Warner Bros Discovery vorrebbe avere un altro contratto pan-europeo, ma le richieste della USTA sono troppo elevate e pare l’accordo sia piuttosto lontano. D’altronde venderei i diritti paese per paese tende ad essere più remunerativo che non fare un unico contratto continentale.

Quindi se è sicuramente presto per schiacciare il “panic button”, è certamente opportuno prendere atto che nemmeno i gioielli della corona tennistica sono immuni da possibili cali di interesse. Il tennis femminile soffre di una mancanza di personaggi e di rivalità, ora che anche Naomi Osaka è fuori dalle competizioni a causa della gravidanza, e nel tennis maschile chi ha catalizzato l’attenzione per l’ultimo decennio si è ritirato (Federer) oppure è ormai agli ultimi anni di carriera (Nadal e Djokovic). Il tentativo fatto con la docuserie Netflix “Break Point” è ovviamente più che lodevole, ma i primi cinque episodi non sono riusciti ad arrivare nei Top 10 più visti sulla piattaforma di streaming durante la settimana di lancio, nonostante un notevole battage pubblicitario, riuscendo a entrare nei primi dieci solamente nelle classifiche nazionali di Australia e Irlanda.

Forse gli altri cinque episodi che verranno messi online in giugno aiuteranno la causa, ma per ora sembra difficile pensare che “Break Point” possa replicare lo strepitoso successo di “Drive to Survive”, lo show sulla Formula 1 al quale si è ispirato e che ha portato tanti nuovi appassionati ai motori. Ma per il momento serve prendere atto che la “congiuntura” non è delle migliori, in attesa magari che le nuove generazioni riescano ad accendere nuovi entusiasmi.

La generazione dei nati tra il 2000 e il 2005 sembra promettere bene, con vincitori Slam in campo sia maschile (Alcaraz) sia femminile (Andreescu e Raducanu), e con parecchi nomi di grande personalità come le ceche Fruhvirtova e Noskova e le statunitensi Gauff e Parks. E anche i “nati nel secolo scorso” non sembrano ancora disposti a farsi da parte, per cui il materiale su cui lavorare non manca. Bisogna solo sperare di riuscire a trovare la ricetta giusta per attirare l’attenzione non solo del pubblico degli aficionados ma anche della platea generale per continuare a far crescere il nostro sport.

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