Roma: come sono noiosi (quasi tutti) questi tennisti. Che barba le loro interviste rispetto ai tempi di certi vincitori. Nastase, Evert, Noah, Gerulaitis, Wilander, Lendl, Panatta

Editoriali del Direttore

Roma: come sono noiosi (quasi tutti) questi tennisti. Che barba le loro interviste rispetto ai tempi di certi vincitori. Nastase, Evert, Noah, Gerulaitis, Wilander, Lendl, Panatta

Il tennis di oggi è più ripetitivo di quello di una volta quando tutti i campioni giocavano in modo diverso. Da Connors a Borg, ai grandi australiani. E come giocavano…parlavano. Non c’era il “politically correct”

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Grandstand - ATP Roma 2024 (foto Francesca Micheli, Ubitennis)
 

“Niente è più inedito della carta stampata” soleva dire il grande Gianni Clerici, innamorato di un’altra frase, attribuita a Norman Mailer (sceneggiatore, romanziere e giornalista americano vincitore di due Pulitzer) “Never spoil a good story with the truth” (“Non rovinare una bella storia con la verità”).

Ubitennis si sforza di non dar retta a Norman Mailer e, con una discreta dose di tristezza, riproduce pari pari, giorno per giorno le interviste post match dei campioni della racchetta. Anche quando sono noiosissime, perché noiosi sono gran parte dei giocatori e noiose anche gran parte le domande dei giornalisti

 Credo che almeno il 70% per cento delle domande fatte da Gianni Clerici in una vita oggi verrebbero censurate in quanto politically poco correct!

Le interviste post match di oggi sono, salvo pochissime eccezioni, di una banalità quasi sconcertante, con colpe divise a metà fra giornalisti – costretti da una policy ATP e WTA imperante a chiedere del match appena concluso ma evitando ogni domanda un pochino più curiosa (guai se personale!) – e giocatori che rispondono quasi sempre le cose più prevedibili e scontate – tipo complimenti al giocatore che li ha battuti, negandosi a ogni accenno a un minor o maggior favore a incontrare il vincente di un match ancora non concluso, evitando accuratamente ogni spunto o aneddoto che riguardi l’avversario del prossimo turno (anche se in passato si sono magari insultati pesantemente)…- insomma quasi sempre conferenze stampa di una noia mortale. Cui verrebbe voglia di non andare.

 Con, di conseguenza, una difficoltà terribile, per noi giornalisti, per trovare un titolo decente che spinga il lettore a leggere con un minimo interesse dichiarazioni troppo spesso insipide.

Gli articoli che le riprendono raramente entusiasmano, conquistano lettori e click. Rispetto agli articoli i video hanno inoltre il grosso vantaggio, quantomeno, di mostrare le espressioni – ancorchè quasi sempre tristanzuole – degli intervistati, un sopracciglio che si alza, un mezzo sorriso, l’aria sfavata del tennista che ha appena perso ed è venuto alla conferenza stampa 5 minuti dopo il matchpoint giusto per sfuggire alla multa, ma non ha nessuna voglia di rispondere e lo fa quindi a monosillabi.

Le immagini spiegano più di tante parole, spesso. Conferenze stampa trascritte spesso di interesse per i lettori zero, e meno di zero per quei giornalisti che sono andati ad ascoltarli per spirito professionale, dovere d’ufficio, perché non si sa mai, ma con l’entusiasmo che vi potete immaginare.

Due anni fa al Roland Garros, dopo 12 domande sulla sua finale vittoriosa a Iga Swiatek che aveva dominato la finale con Coco Gauff 6-1,6-3, la semifinale 6-2,6-1 con la Kasatkina, i quarti di finale 6-3, 6-2 con la Pegula, tentai disperatamente di trovare un argomento diverso da quello sui match che…match non erano stati.

ripensando all’attenzione perfino esagerata con cui avevo visto negli anni tante tenniste che scendevano in campo supertruccate come se andassero a una festa– e in particolare le due ex n.1 serbe Jelena Jankovic e Ana Ivanovic venivano descritte dalle loro stesse colleghe come due tenniste che prima di scendere in campo stavano delle mezzore davanti allo specchio, non essendo certo le sole, ricordo anche una messicana di cui mi sfugge il nome – osai chiederle dal momento che non l’avevo mai vista in campo con un minimo di trucco, ma con la visiera sempre calcata sugli occhi (metto qui l’inglese integrale), se la sua era una scelta che metteva in atto solo sul campo da tennis o anche fuori. Riproduco qui sotto (tanto con i traduttori se la cava chiunque)

Scanagatta: -One technical question and one which is not. The technical is: What is your best shot? Someone says it’s the forehand; someone says it’s the return down-the-line backhand. What do you think? This is the first question. The second question is: Outside of the court, when you go to a party, do you use makeup? Do you like to go elegant and smart and so on? Because many players we have seen in the past, they were staying hours in front of the mirror before going on court and using the makeup. And you seem very natural like this.

IGA SWIATEK: Okay. Thank you.

Well, I’m wearing a hat, so I don’t have to worry about my hair. That’s the most positive thing. I don’t wear makeup, because I don’t feel like I kind of have to, and also, I don’t think that will change something. Also, it’s going to come off when I use a towel. Well, that’s — wow, I don’t have that in my PR brief, you know, so it’s hard to answer. Well, I’m not using makeup like really often. I honestly just learned how to do makeup like six months ago, so that’s pretty embarrassing. Yeah. I forgot the other question. Oh, I always felt good with my backhand, especially down the line, yeah.

Iga era stata molto carina nel rispondermi in modo cortese e sufficientemente elaborato e – almeno secondo me – ci regalò in quell’occasione anche una piccola informazione “personale” su se stessa quando ha detto che fino a 6 mesi prima non aveva neppure imparato a truccarsi correttamente. Quante ragazze di più di 20 anni non sanno neppure truccarsi? Poteva essere un piccolo dettaglio che aiutava ad illustrare la sua personalità. Niente di trascendentale, ma una curiosità che poteva far scrivere due righe diverse dal solo punteggio. Ripeto che la mia era la domanda n.12 e tutte le altre erano stateugualmente su match a senso unico, dominato.

Beh, non ci crederete, ma quella mia domanda ha suscitato un putiferio. Sono stato accusato, da una collega inglese presente alla conferenza stampa di aver fatto una domanda sessista, maschilista (“Shame on you!). Lo ha poi anche scritto sul suo blog.  Non credo assolutamente che lo fosse. Di certo non lo era l’intento. Era solo un tentativo di raccontare qualcosa di diverso. Ma fui denunciato come giornalista maschilista!

 A Wimbledon ho sentito fare domande a Berrettini e altri sulla loro barba (“Te la tagli se vinci?”) su che tipo di shampoo usasse Tsitsipas per mantenere quella folta capigliatura da Jesus Superstar…e quelle invece non sono state considerate domande sessiste. Perché infatti non lo erano, così come non lo era la mia. Che io continuo a considerare assolutamente innocente e non maliziosa o indiscreta. Eppure vi assicuro che me ne sono sentito dire di tutti i colori.

Certo quando venivano in conferenza stampa giocatori di altre generazioni, e di altro sense of humour, era molto più interessante, divertente, piacevole.

Non potete immaginare come rimpiango i personaggi di una volta, i Nastase, i Gerulaitis, i Vilas, McEnroe, i Roddick (soprattutto quando era presente sua moglie che lui amava far sorridere),i Gulbis,  gli Ivanisevic, vero n.1 come protagonista di teatrini inimitabili. Anche Boris Becker e Andre Agassi erano tipi che non si facevano pregare per dire cose originali. Ogni loro conferenza stampa ti metteva in imbarazzo nella scelta dell’argomento, della frase da titolare, tante ne tiravano fuori (a differenza di Edberg o di un Sampras che diceva “Io lascio parlare la mia racchetta”…e le racchette possono stupire ma non parlano).

Anni fa io ho scritto un libro che fu presentato durante gli Internazionali d’Italia, raccogliendo alcune delle frasi che avevo sentito pronunciare a Roma, ma anche in altri tornei, e siccome – appunto – niente è più inedito della carta stampata come diceva Gianni Clerici, ne riprendo qui alcune.

Una indimenticabile è quella di Ilie Nastase che si era perso (o gliela avevano rubata) la carta di credito: “No , non denuncerò alla polizia il furto della carta di credito. Il ladro non potrà mai spendere quanto mia moglie…”. L’ineffabile rumeno, Nasty per i comportamenti spesso off-limits cui si deve (insieme al Superbrat McEnroe) la necessità di creare il “Code of Conduct”, i vari tipi di warning, (Raquet Abuse, Ball Abuse, Unsportsmanship Conduct, Audible Obscenity, Verbal Abuse,etcetera) non si trincerava dietro qualche alibi: “Se mi fossi comportato bene non sarei stato io. Sarebbe la stessa cosa di chiedere a Borg di comportarsi come Nastase!”.

Perfino Borg, che veniva considerato un interlocutore noioso e prevedibile, anche se Adriano Panatta lo definiva “Un matto calmo”, una volta mi disse: “Sai perché mi piace battere Connors? E perché in fondo tutti vorrebbero battere lui più di altri? Perché Jimmy ha una grande debolezza: non riesce mai a dire che il suo avversario ha giocato bene”.

Beh, a questo proposito, però, sebbene davvero Jimbo, irriducibile guerriero non fosse però un mostro di simpatia fuori dal campo, però era più vero lui che non riconosceva il valore di chi lo aveva battuto che tutti quei giocatori che si sperticano in elogi dei loro avversari…

L’ultimo è stato l’altro giorno Djokovic qui a Roma quando le sue prime parole per giustificare la sua brutta e svogliata sconfitta con Tabilo sono state: “Congratulazioni al mio avversario…è un grande giocatore che ha molte qualità e un gioco a tutto campo…”. Ma dai!

Pensate che davvero pensasse tutto quel che ha detto per mostrarsi politically correct e non altro?

Aveva personalità e sense of humour anche Chris Evert, cinque volte vittoriosa agli Internazionali d’Italia fra Roma e Perugia, la prima nel ’74 quando vinse anche Wimbledon così come il suo boyfriend Jimmy Connors. Chris raccontò: “Un giorno Jimmy e io andammo in chiesa a confessarci. Dopo una lunga mezz’ora lui uscì dal confessionale. Io gli chiesi allora: ‘Jimmy come è andata?’ . E lui: ‘Non ho ancora finito: il prete mi ha consigliato di tornare domencia prossima!”.

Voi ve la immaginate Iga Swiatek che vi racconta una cosa del genere sul suo ragazzo? Mai nella vita!

O che dica, lei che vince partite in un battibaleno infliggendo lezioni severissime a gran parte delle sue avversarie, quel che disse Mima Jausovec in riferimento al suo trionfo nel ’76: “Quando vinsi in 68 minuti i romani erano contenti. Non per me. Ma perché non vedevano l’ora di seguire la finale di Panatta contro Vilas”.

Non mancava certo di sense of humour Adriano Panatta, che amava stupire e qualche volte faceva un po’ il …gradasso. Aveva battuto al primo turno del 1976  Kim Warwick annullandogli 11 matchpoint e 10 sul servizio dell’australiano, ma disse: ”Non ho mai pensato di perdere!”. Verità o boutade? Comunque era da titolo. A me andava benissimo.

Ero a New York, al Madison Square Garden, quella volta, diventata famosissima in cui Vitas Gerulaitis aveva aveva battuto, dopo 16 sconfitte di fila, Jimmy Connors: “Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Credo che sia stata la battuta di un tennista più nota, detta e ridetta, fra tutte.

A proposito di Gerulaitis, personaggio incredibile che mi onorava della sua amicizia e mi invitò, oltre che allo Studio 54 di Mahattan, a un party indimenticabile a Dallas e anche a casa sua a New York – e ricordo all’ingresso del suo appartamento un letto nella penombra con una spettacolosa ragazza bionda discinta semi-avvolta in un accappatoio…(ma soltanto all’accendersi della luce si capiva che era un manichino…questa sì che è roba politically non correct!)… Janet Newberry, campionessa a Roma nel ’77 quando Gerulaitis vinse su Zugarelli mi ha raccontato quando ho intervistato una a una tutte le campionesse degli Internazionali d’Italia: “Vinsi lo stesso suo anno. Lui, una star, arrivava al Foro Italico con la Rolls Royce bianca pagata da Sergio Tacchini. Io in taxi pagato da mia madre”.

Tracy Austin, la ragazzina prodigio  che vinse gli Internazionali nel ’79 a 16 anni e 5 mesi (la più giovane di sempre), dopo aver interrotto la serie di 125 vittorie consecutive sulla terra rossa di Chris Evert in semifinale, rispose a chi gli chiedeva se non avesse avvertito un eccesso di pressione sulle sue gracili spalle: “Hai un’idea di quante volte ho avuto la mia foto sulle copertine di Sports Illustrated quando avevo solo 12 anni?”.

Guillermo Vilas, battuto da Panatta nella finale del ’76, ma campione nell’80, rispose a chi gli chiese se avvea giocato il miglior match della sua vita: “Puoi giocare il match che tutti dicono essere stato il migliore della tua vita, ma un anno dopo lo si dimentica. Un tennista deve dipingere la Monna Lisa 2-3 volte l’anno”.

Anche Jimmy Arias, campione al Foro Italico nel 1983 al termine di una delle finali più noiose di sempre con Josè Higueras e che ha recentemente detto qualcosa di cui si è poi pentito su Iga Swiatek e il suo cappellino sempre calcato sugli occhi, accusandola di modesta personalità, ne disse una non male su John McEnroe: “John dice che lui litiga soltanto quando è sicuro di dove è rimbalzata la palla. Allora è forse proprio miope”.

Yannik Noah vinse a Roma nell’85, due anni dopo il Roland Garros: “Per i francesi sono francese soprattutto quando vinco!”.

Oggi un giocatore, un Norrie, lo direbbe mai che per gli inglesi è inglese solo quando vince? Macchè!

Neppure Rusedski lo diceva quando lo chiamavano canadese da sconfitto e inglese da vittorioso. Aveva uno humour molto “freddo” Ivan Lendl che una volta mi disse, subito dopo aver vinto il Roland Garros: “L’unica cosa che mi auguro per quello che farò quando non sarò più tennista…è di non diventare un giornalista calvo che fa domande in conferenza stampa…” indicandomi con aria serissima. Scherzava come Buster Keaton, mai un sorriso.

Un’altra volta disse “Ho pensato spesso a ritirarmi…nei giorni buoni. In quelli cattivi a…suicidarmi” e anche “Non vorrei più giocare a Wimbledon…perché sono allergico all’erba, ma ci proverò fino alla morte”.

Non era spiritosissima Steffi Graf, dovevi sempre esordire con un complimento perché si rilassasse se volevi intervistarla, ma quando uno spettatore le gridò: “Steffi, do you want to marry me? Vuoi sposarmi?” Lei rispose al volo: “Quanti soldi hai?”.

Intelligente, arguto, Mats Wilander, chitarrista a tempo perso come il suo amico John McEnroe: “La musica di John è come il suo tennis, aggressiva, urlata, a volte stridente. Anche la mia musica è come il mio tennis: non troppo forte, non così pacchiana, forse troppo piatta”. E quando vinse il suo primo Roland Garros a 17 anni, 1982? “Non sono Borg n.2, sono Wilander n.1”.

Mi fermo qui, anche se potrei andare avanti per ore per tutti i tennisti che ho continuato a seguire (prima di annoiarmi mortalmente…) con questi amarcord, perché magari vi annoiate, ma vi rendete conto con quali personaggi mi sono trovato a convivere nel mio mestiere semisecolare da giornalista e con chi ho a che fare oggi, con i manager, gli agenti, i p.r. dei sindacati giocatori e giocatrici che sono capaci soltanto di crearti problemi di accesso con i giocatori i quali, nella maggior parte dei casi e salvo poche eccezioni, hanno pochissimo da dirti di originale, simpatico, divertente in omaggio al politically correct a tutti i costi?

 Che noia, che barba avrebbe detto…Sandra Mondaini.

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