Waiting for Carlos. Con buona pace di Samuel Beckett, da qualche mese il tennis sembra essersi messo ad aspettare Godot, solo che questa volta ha il volto di Carlos Alcaraz, una racchetta in mano e soprattutto un polso destro che continua a rimandarne il ritorno. La differenza, sostanziale, è che Carlos prima o poi arriverà davvero; resta da capire quando e, soprattutto, come.
Perché il copione ormai si ripete da aprile: una possibile data per il rientro, qualche immagine incoraggiante dagli allenamenti, la sensazione che il momento sia finalmente vicino. Poi un altro rinvio, è successo sulla terra, è successo sull’erba e adesso anche sul cemento americano. Alcaraz ha rinunciato anche a Cincinnati, il torneo che avrebbe dovuto rappresentare il vero banco di prova prima dello US Open, quindi i dubbi sono diventati qualcosa di più. New York resta lì, all’orizzonte. Sempre più vicina e con qualche certezza in meno.
Da Barcellona a New York, un’attesa lunga quasi cinque mesi
Tutto comincia in Catalogna. Il 14 aprile Alcaraz batte Otto Virtanen, ma durante l’incontro è costretto a chiedere un medical time out per un fastidio al polso. Il giorno successivo arriva lo stop: lo stesso Carlos spiega che il problema si è rivelato “più serio del previsto” e sceglie di non proseguire il torneo.
Quello che inizialmente poteva sembrare un contrattempo assume rapidamente contorni molto diversi perché è l’inizio della crisi: Carlos salta Madrid, Roma, poi Parigi e il calendario comincia progressivamente a perdere pezzi. Dietro lo stop c’è una tenosinovite al polso destro, problema particolarmente delicato per un tennista: su Ubitennis ne avevamo approfondito cause e possibili tempi di recupero con il fisioterapista ATP Claudio Zimaglia.
Passano le settimane, la prudenza rimane. Saltano Roma e Roland Garros e, quando si comincia a pensare che l’erba possa finalmente rappresentare il momento giusto per ripartire, arriva un’altra frenata. Il 19 maggio Alcaraz annuncia il forfait al Queen’s e soprattutto a Wimbledon: il recupero, spiega, procede bene, ma non abbastanza da permettergli di tornare a competere.
A quel punto tutte le attenzioni si spostano sul cemento nordamericano. Montreal, però, passa senza di lui: Alcaraz si cancella anche dal Masters 1000 canadese e rimanda ancora il ritorno.
Cincinnati restava così l’ultima vera prova prima dello Slam. O almeno così sembrava.
Quei pochi secondi che sembravano dire molto. E invece…
Nel frattempo si cercano segnali, a volte forse se ne cercano persino troppi. Nei giorni scorsi è bastato vedere un breve video di Alcaraz che palleggiava da fondo campo per far ripartire immediatamente l’ottimismo. Qualche diritto, qualche rovescio, pochi secondi di immagini e inevitabilmente sui social sono cominciate analisi e conclusioni sulle condizioni dello spagnolo. Era già successo quando alla fine di giugno erano comparse le prime immagini di Carlos tornato a testare il polso destro con la racchetta. In un periodo nel quale le informazioni sulle sue condizioni sono state poche, ogni frame ha finito quasi inevitabilmente per trasformarsi in qualcosa da interpretare.
Ma pochi secondi di palleggio raccontano esattamente quello che mostrano: pochi secondi di palleggio. Poco di più. Non dicono quale sia stata l’intensità dell’intera seduta, quanto sia durata, quali carichi abbia sopportato il polso o come abbia reagito dopo un’ora o due di lavoro. E soprattutto non possono raccontare quello che succede quando dall’altra parte della rete non c’è qualcuno con cui allenarsi, ma un avversario che vuole batterti.
Il forfait di Cincinnati è, da questo punto di vista, un ritorno alla realtà. Non significa che quelle immagini nascondessero qualcosa di negativo, né tantomeno che Alcaraz abbia necessariamente sentito dolore durante quelle sedute. Significa semplicemente che da pochi secondi di video erano state tratte conclusioni che quei pochi secondi non potevano sostenere. Un conto è tornare a colpire una pallina. Un altro è essere pronti per competere.
Stare bene non significa essere pronti per uno Slam
Ed è probabilmente questo il cuore della questione. Alcaraz potrebbe anche riuscire ad arrivare a New York senza dolore, ma essere guariti ed essere pronti per vincere sette partite al meglio dei cinque set sono due concetti molto diversi.
Quasi cinque mesi senza incontri ufficiali non si cancellano con qualche settimana di allenamento. Si possono ricostruire condizione atletica, velocità, sensibilità e automatismi, si può aumentare progressivamente l’intensità delle sedute. Quello che difficilmente si può riprodurre è la pressione della partita vera: servire una seconda sul 30-40 dopo tre ore, accelerare quando il braccio comincia a pesare, recuperare e tornare in campo quarantotto ore più tardi. Uno Slam chiede esattamente questo.
E nel caso di Alcaraz esiste una variabile ulteriore. Il suo tennis vive di esplosività, di accelerazioni improvvise, di rotazioni, di quella facilità quasi brutale con cui riesce a trasformare una situazione difensiva in un vincente. Per questo il primo vero test non sarà semplicemente vederlo giocare. Sarà capire quanto riuscirà a farlo senza pensare al polso.
Dopo uno stop così lungo, in fondo, esistono due guarigioni: la prima è quella medica, poi c’è quella, molto meno misurabile, che arriva quando un atleta torna a fidarsi completamente del proprio corpo e per un giocatore istintivo come Alcaraz potrebbe essere il passaggio più delicato di tutti.
Il forfait a New York? Adesso non sorprenderebbe
Nel frattempo il circuito non si è fermato ad aspettarlo. Jannik Sinner ha vinto Wimbledon, andando avanti per la sua strada, gli altri hanno giocato, messo partite nelle gambe e costruito condizione. Carlos ha trascorso invece la parte centrale della stagione cercando innanzitutto di tornare a essere un giocatore. Ed è qui che nasce il paradosso di New York.
Alcaraz dovrebbe presentarsi a Flushing Meadows da campione in carica, quindi con lo status naturale di uno degli uomini da battere, ma rischia di farlo senza avere disputato una sola partita dalla primavera. Un campione uscente chiamato a difendere il proprio titolo quasi senza tennis agonistico nelle gambe.
Naturalmente questo non significa che non possa essere competitivo. I campioni hanno tempi di adattamento diversi dagli altri e Alcaraz, a 23 anni, possiede risorse atletiche e tecniche fuori dal comune, ma pensare che possa rientrare dopo un’assenza così lunga e ritrovare immediatamente il livello necessario per attraversare due settimane di uno Slam significa chiedergli qualcosa di enorme. E soprattutto, a questo punto, non ci stupiremmo affatto se nei prossimi giorni dovesse arrivare anche la notizia della rinuncia allo US Open.
Non ci sono oggi elementi per affermare che sarà così. New York resta l’obiettivo e il tempo per continuare a lavorare esiste, ma tutta la gestione degli ultimi mesi racconta una linea estremamente chiara: nessuna forzatura, nessun ritorno anticipato, nessun rischio preso soltanto per rispettare una data sul calendario. E allora una domanda viene naturale. Se Cincinnati, che avrebbe dovuto rappresentare il test ideale prima dello Slam, è stata considerata ancora troppo presto, quanto possono realmente cambiare le cose nelle poche settimane che separano Alcaraz da Flushing Meadows?
C’è poi un altro aspetto. Cincinnati avrebbe consentito di verificare il polso in partite al meglio dei tre set. New York significherebbe invece presentarsi direttamente in uno Slam, al meglio dei cinque, con sette turni potenziali e senza avere nelle gambe un solo incontro ufficiale da aprile.
Un salto nel vuoto che è troppo grande persino per Carlos.
Per questo oggi la sua presenza allo US Open non può più essere considerata una certezza. Anzi. E se dovesse arrivare un altro forfait, sarebbe doloroso per il torneo e per tutto il tennis, ma certamente non sorprendente. Proprio per questo, perché il mondo del tennis ha bisogno di Carlos Alcaraz, forse è meglio fermarsi più a lungo. Forse sarebbe meglio pensare di poter fermare qui la stagione.
Waiting for Carlos
E allora si torna inevitabilmente a Godot. Nel testo di Beckett l’attesa finisce quasi per diventare più importante dell’arrivo stesso. Nel caso di Alcaraz non siamo ancora a quel punto, ma da aprile ogni possibile ritorno è stato spostato un po’ più avanti. Prima Madrid, poi Roma e Parigi. Quindi l’erba, Montreal e infine Cincinnati.
Ogni volta sembra la volta buona, ogni volta l’attesa ricomincia: adesso è rimasto New York. Forse sì, forse no. Godot, questa volta, potrebbe anche arrivare, oppure l’appuntamento potrebbe essere rimandato ancora. Crediamo che le condizioni non ci siamo ma il punto, ormai, non è più soltanto vedere Carlos Alcaraz entrare sull’Arthur Ashe, è capire quanto Alcaraz entrerà in campo insieme a lui.
