Se il mondo del tennis si è fortemente evoluto, nell’ultimo decennio, sotto l’aspetto tecnico e fisico, bisogna anche accettare che è anche mutato tutto ciò che sta attorno. Il forte impatto dei social media ha trasformato il modus operandi dei tennisti stessi, che oggi tendono a costruirsi un personaggio che piaccia al pubblico, così da aumentare l’hype e avere sempre una fanbase ben assortita. C’è chi adora questo genere di cose. Chi vive per fare show, anche nei campi più prestigiosi del mondo. E poi c’è chi, invece, resta nella penombra, senza eccessi, badando solo a ciò che è necessario per ambire a diventare un atleta migliore, un tennista migliore.
Il 28 maggio del 1997, a sud-est di Maiorca, nacque Jaume Munar, colui che diventò “il discepolo di Rafa Nadal”. Lo spagnolo, oggi 28enne e numero 44 del ranking mondiale (suo best di sempre), sfiderà agli ottavi di finale dello US Open l’azzurro Lorenzo Musetti, il quale ha superato nel derby tricolore un malconcio Flavio Cobolli, ritiratosi all’alba del terzo parziale poiché impossibilitato a continuare.
Il maiorchino Jaume ha già raggiunto il suo miglior risultato in carriera a livello Slam in quest’edizione di Flushing Meadows, rientrando tra i migliori 16 giocatori della competizione. “Il mio massimo livello mi permette di battere Musetti – ha dichiarato lo spagnolo – Ci sono mille variabili nell’equazione: il suo livello di tennis, la sua forma fisica, la mia, la giornata, ma ho dimostrato di poter competere alla pari. Posso competere con Musetti e questo non significa affatto che scenderò in campo sentendomi favorito, dato che l’ho battuto l’ultima volta che abbiamo giocato, dovrò caricarmi sulle spalle un peso maggiore di quello che ho già. La realtà è che in questo tipo di tornei, che hanno un peso notevole, lui ha molta più esperienza di me in questi turni e mi aspetta una partita difficile. Credo e confido di avere le capacità per farlo. Come ho detto l’altro giorno, al di là di quelli che forse sono un gradino sopra, credo che tutti abbiamo la capacità di competere contro tutti. Quelli molto più indietro di me e anche quelli più avanti”.
La lucida disamina di Munar, alla vigilia del match con l’azzurro, si sposa con la sua filosofia di gioco. Il tennis dell’iberico rappresenta appieno il concetto di solidità. Non sarà forse un esteta come il carrarino, ma se è necessario picchiare vigorosamente trenta palline consecutive da fondo campo, Jaume risponde presente. L’impronta data, d’altronde, deriva da un atleta che sul campo non si è mai arreso, e che gli avrà certamente inculcato i dogmi della disciplina e della tenacia, che il buon Munar ripeterà ad ogni levata del sole come un mantra. Si, il soggetto in questione è Rafael Nadal Parera, sua figura di riferimento da sempre, ma anche “maestro” a partire dal 2017, anno in cui il giovane Jaume decise di iniziare ad allenarsi nell’Academy della leggenda di Manacor: “Nadal mi serve da specchio – affermò Munar in un’intervista di ben sette anni fa al quotidiano spagnolo El País – Il fatto di averlo alle spalle e sapere che mi sostiene è un privilegio. Il tennis è uno sport che si decide per i dettagli, per quanto piccoli possano essere, e Rafa cura al massimo ognuno di essi. Ogni dettaglio vale un mondo e come tennista sono molto più bravo rispetto a pochi mesi fa”. La versione embrionale di Jaume era già piuttosto matura e la dottrina del lavoro scorreva già nelle vene calienti dell’iberico, il quale, proprio nell’annata 2018, diede un’importante scossa alla sua classifica, trionfando nei challenger di Prostejov e Caltanissetta, che gli diedero l’accesso – per la prima volta – alla Top 100.
L’ascesa del classe ’97 prosegue repentinamente, e una prima parte di 2019 da capogiro, trascina Munar sino al 53esimo posto della classifica, togliendosi persino la soddisfazione di sconfiggere Sascha Zverev nel torneo di Marrakech, dove il tedesco guidava il seeding. Il pericolosissimo iberico, temuto da tutti gli avversari – anche i migliori – specialmente sul manto rouge, sembra esser pronto allo step successivo, al grande salto verso la crème de la crème del tennis, ma un’estate 2019 sottotono lo rispedisce con i piedi per terra, entrando in un limbo che per un biennio lo vede entrare ed uscire dalla top 100 in continuazione.
Così, a caccia di punti, Jaume torna a sgomitare nel circuito Challenger, dove i titoli ottenuti in carriera raggiungono la doppia cifra (10). Munar, però, ha già dimostrato di poter competere con i più grandi, soltanto che, quando esce dalla comfort zone della terra rossa, l’iberico patisce il gap con gli avversari, e in un calendario così ricco di tappe sul cemento diventa complicato stabilizzarsi in modo saldo tra le posizioni che contano. A distanza di anni, il cambio di superficie non è più una complicazione per Jaume, diventato un giocatore versatile e camaleontico, dimostrandolo già all’alba della corrente stagione.
Dopo aver raggiunto una semifinale ad Hong Kong, appena poche ore prima del gong del nuovo anno, il 28enne ha lottato ad armi pari con Casper Ruud (ex numero 2 del ranking) durante il primo turno dell’Australian Open, dove il norvegese ha impiegato ben tre ore e ventuno minuti per disinnescare i colpi dell’ostico spagnolo, che ha soltanto mollato la presa la quinto set. E a proposito di versatilità, una delle prestazioni migliori del Discepolo di Rafa si è intravista sul manto erboso del Queen’s. Durante gli ottavi di finale del torneo londinese, il derby spagnolo con Carlitos Alcaraz ha fatto sobbalzare dalla sedia persino il compostissimo pubblico inglese, che ha quasi assistito ad un clamoroso Upset, in virtù di un tennis favoloso espresso dal maiorchino. Carlitos è stato sulle spine sino all’ultimo punto dell’incontro, protrattosi per tre ore e ventuno minuti. Anche in questo caso, come nel match con Ruud, Munar ne è uscito perdente, ma un “lavoratore” come Jaume vede sempre il bicchiere mezzo pieno, infatti, i nodi verranno al pettine soltanto due mesi dopo dall’incontro con Alcaraz, disputando una prima settimana eccezionale a Flushing Meadows.
Un solo set perso nei primi tre incontri, durante i quali ha messo k.o Faria, Diallo e Zizou Bergs. Adesso arriva il tete a tete più tosto, contro Lorenzo Musetti, sconfitto già quattro volte dall’iberico su cinque incontri disputati. L’azzurro sembra non aver (quasi) mai digerito il tennis di Munar, che ha migliorato nettamente le sue percentuali di vittorie sul duro rispetto agli anni precedenti: nel 2025, Jaume ha realizzato il 63% di vittorie sul cemento, mentre, sino al 2024, da top 100, sfiorava appena il 30%. Un dato che potrebbe destare qualche preoccupazione al carrarino, anch’egli grande esperto della terra rossa, meno degli hard courts, coi quali il rapporto non è ancora decollato.
