Per anni Novak Djokovic è stato percepito come una sorta di personificazione dell’identità serba: il campione più vincente della sua storia, il volto esportato nel mondo come prova che un Paese piccolo può generare grandezza, resilienza e orgoglio. Un vero e proprio “tesoro nazionale”. Così lo descriveva suo zio Goran, intervistato dal quotidiano francese Le Monde nel maggio 2023, poco prima dell’inizio del Roland Garros. In un territorio dove lo sport è tradizionalmente dominio delle discipline collettive — calcio, basket, pallavolo — Djokovic è riuscito a cambiare la percezione del tennis quasi da solo: «Anche se possiamo essere orgogliosi di Monica Seles, è davvero la generazione di Novak, con tutte le sue vittorie e il titolo della nazionale in Coppa Davis [nel 2010, battendo la Francia in finale], che ha fatto esplodere la popolarità del tennis in Serbia.»
La sua carriera ha trascinato generazioni di serbi — giovani e meno giovani — davanti alla televisione come mai prima, facendo schizzare in alto la popolarità di uno sport marginale fino a renderlo centrale.
Il suo dominio sportivo coincideva perfettamente con la narrazione che il presidente Aleksandar Vucic — alla guida della Serbia dal 2017 e leader del Partito Progressista Serbo (SNS), di orientamento nazional-conservatore — amava proiettare del Paese: una nazione assediata eppure vittoriosa, ferita eppure tenace, piccola eppure irriducibile. Una convergenza quasi naturale, destinata – almeno in apparenza – a durare.
E invece, nella stagione 2025, l’immagine pubblica del campione si ribalta. Djokovic non è più il fiore all’occhiello del Paese, ma il bersaglio di una campagna mediatica feroce, alimentata da fonti vicine al potere. Viene definito “un falso patriota che si era presentato per anni come simbolo della Serbia per poi fuggire in Grecia”, accusato di sostenere “hooligans che vogliono distruggere il Paese”, secondo quanto riportato dai media serbi più allineati al governo, come il tabloid Informer. Proprio il direttore della testata, Dragan J. Vucicevic lo ha definito pubblicamente «un tennista fallito» (propali teniser), segnando una rottura definitiva con la narrativa ufficiale.
Il clima ostile si riflette anche ai vertici dello Stato: durante una lettura pubblica trasmessa in diretta, il presidente serbo ha omesso deliberatamente il nome di Djokovic da una lettera di un bambino, sostituendolo con quello di un altro atleta. Un gesto dal forte valore simbolico, interpretato da molti come un tentativo di cancellarlo dallo spazio pubblico. Perfino la sua immagine sui muri di Belgrado, un tempo considerata quasi sacra, viene oscurata dalla vernice: un segno tangibile di come il campione sia passato, nel discorso ufficiale, da eroe nazionale a figura scomoda.
In questo clima teso e saturo, Novak Djokovic prende una decisione radicale: lascia la Serbia con la famiglia e si trasferisce ad Atene. Una scelta che, pur spiegata ufficialmente in termini di benessere familiare, affonda le radici in una frattura politica profonda, maturata nel corso di due anni e culminata in uno scenario in cui il campione non si sente più al sicuro né rappresentato dal Paese che lo aveva consacrato come mito.
La Serbia di Vucic e il ruolo (ingombrante) di una figura simbolica
È facile immaginare Djokovic come un personaggio politico suo malgrado. La sua storia personale — l’infanzia durante i bombardamenti NATO del 1999, l’ascesa sportiva costruita in un Paese povero e isolato — è stata spesso utilizzata come metafora nazionale. Lui stesso non ha mai rinnegato sentimenti patriottici forti, talvolta perfino provocatori: dal messaggio “Il Kosovo è il cuore della Serbia! Fermate la violenza”, scritto in cirillico sulla telecamera dopo la vittoria contro l’americano Aleksandar Kovacevic al primo turno del Roland Garros 2023, alle frequenti dichiarazioni contro le ingerenze occidentali nella regione.
Già nel 2008, quando il Kosovo proclamò unilateralmente l’indipendenza — tuttora non riconosciuta da Belgrado — il giocatore aveva affermato: «Siamo pronti a difendere ciò che è nostro», aggiungendo: «Sono figlio di un uomo nato in Kosovo e, essendo un personaggio pubblico, sento una responsabilità in più e il bisogno di offrire il mio sostegno a tutta la Serbia.»
«La frase di Djokovic non è una sorpresa», aveva analizzato Lukas Macek dell’Istituto Jacques-Delors. «Novak ha legami con alcuni ambienti nazionalisti serbi, e le sue posizioni vanno spesso in quella direzione.» Il suo nazionalismo, però, è identitario e culturale, non militarista: «Sono contro la guerra, contro la violenza, contro qualsiasi tipo di conflitto, e l’ho sempre affermato pubblicamente.»
Dietro questa narrativa apparentemente allineata al potere, Djokovic ha sempre mantenuto un’autonomia intellettuale e morale difficilmente addomesticabile. E infatti i principali argomenti utilizzati dal governo di Vucic – promotore di un nazionalismo aggressivo a livello retorico, funzionale alla politica interna – consistono proprio nel mettere in dubbio la sincerità delle posizioni da sempre espresse dal campione.
Le prime frizioni emergono già nel 2021 e 2022, quando il campione si schiera contro il progetto governativo di aprire una mega-miniera di litio nella Serbia occidentale, sostenendo le proteste popolari contro la multinazionale anglo-australiana Rio Tinto. Una presa di posizione inattesa, che lo avvicina ai movimenti civici e lo allontana dal governo.
Sono segnali, ma non ancora rotture. Perché il punto di non ritorno deve ancora arrivare.
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