Alla fine, si parla sempre di soldi. Spesso anche all’inizio. È il caso della contrapposizione fra i top player e tornei del Grande Slam, con i primi che dall’anno scorso chiedono montepremi corrispondenti a una più alta percentuale degli introiti dei quattro major, puntando a quel 22% dei tornei ATP. È piuttosto probabile che il ritardo di due settimane rispetto al solito nel comunicare il prize money da parte dello US Open sia da imputare a una fase di quella trattativa. Il risultato?
Un montepremi record di 108 milioni di dollari, il 20% in più rispetto all’anno precedente, 44% se confrontato con il 2024, un contributo di due milioni per un fondo pensione complementare (a quello ATP) e la nascita di un Grand Slam Player Advisory Council, argomento peraltro rifiutato dai tennisti a inizio anno. È in questo contesto che si inserisce l’intervista di Mackenzie McDonald a Matt Hughes del Guardian.
“Giocare da infortunato per tirare avanti”
La cornice è disegnata dalla richiesta dei top player di arrivare a quel 22%, mentre ora, secondo il Guardian, sarebbe del 15% – cifra che rende l’idea anche se non esatta in assoluto, variando a seconda del torneo e dal metodo di calcolo. Venendo dai top player, Jannik Sinner e Aryna Sabalenka in testa anche per la posizione al vertice della classifica, quelle richieste, accompagnate da minacce di boicottaggi degli impegni con i media, da una parte esercitano grande pressione, dall’altra rischiano di avere un effetto boomerang, nel senso che alcuni appassionati e addetti ai lavori possono vedervi dei multimilionari che pretendono ancora più soldi.
“Conosco diversi giocatori che in questo momento sono seriamente infortunati, ma so che si presenteranno allo US Open e scenderanno in campo per assicurarsi di guadagnare qualcosa, perché hanno i conti da pagare” dice McDonald, attualmente n. 146 ATP ma con un best ranking al n. 37 nel 2023. “Vogliono prendersi un appartamento e pagare il loro team: allenatore, fisioterapista, preparatore atletico. I tornei del Grande Slam sono il motore che permette loro di vivere e devono sfruttarlo al meglio. È la differenza tra tirare avanti e vivere davvero di tennis [nell’originale, the difference between putting food on the table and making a decent living]. Questo è ciò che è in gioco per alcune persone”.
Un motore, parlando dell’imminente US Open, che riserva 140.000 dollari (oltre 120.000 euro) a chi perde al primo turno, 190.000 al secondo. Vale la pena ricordare la regola della first round performance secondo la quale un giocatore può essere multato fino all’equivalente del premio in denaro del primo turno se a giudizio dell’arbitro non ha raggiunto gli standard professionali richiesti. Questo per evitare lo “spettacolo” di un tennista che non si regge in piedi. Come incentivo, se rinuncia al match di primo turno, divide equamente il suo compenso con il sostituto (il lucky loser).
I montepremi splendenti – prima di imposte e spese
Mackenzie, classe 1995, ha finora superato i 7 milioni di dollari di montepremi in carriera, quindi adesso non dovrebbe avere problemi a mettere del cibo in tavola, fosse solo un piatto di pasta con del tonno in scatola (ci sentiamo però di consigliare sgombro o sardine, a questo punto). Ciò non significa che non sia mai stato toccato da problemi di questo genere.
“Le cose sono cambiate” continua Mackenzie, che tra il 2014 e il 2016 ha giocato la NCAA per la UCLA, “ma ai livelli più bassi i guadagni sono sempre stati piuttosto irrisori. Direi che, se sei al 250° posto della classifica mondiale, guadagni circa 200.000 dollari. So per certo che solo 88 giocatori l’anno scorso hanno guadagnato un milione di dollari. Ma questo prima delle tasse e di tutte le spese, che sono molto significative”.
Ci prendiamo un momento per un riflessione su queste cifre. I 200.000 dollari sono una stima di Mackie che ci pare ottimistica se riferita ai soli premi vinti nei tornei. La parte degli 88 milionari è vera e si può verificare nella classifica Prize Money Leaders pubblicata dall’ATP, con Tabilo 88° a quota 1.000.548, seguito da Walton a 990.688. Parliamo di premi lordi e senza considerare gli sponsor.
“Molti giocatori passano direttamente dal college, dove tutto è pagato, al tennis professionistico, dove devono prenotare i voli da soli e spesso pagare voli premium a fine settimana. Sono diventato un esperto di trucchi per risparmiare sui viaggi, ma bisogna anche pagare il proprio team, che si tratti di un preparatore atletico, un fisioterapista, uno psicologo o l’allenatore principale. Oltre alle loro spese di viaggio”. È quello che fa qualsiasi professionista in qualsiasi settore, ma è vero che viene naturale captare la cifra sulla scheda ATP del giocatore senza mettersi a fare calcoli.
Se tutto va bene, è brutale. Se ti infortuni…
Un altro aspetto evidente ma sottovalutato è che “quando ti infortuni non guadagni e anche la tua classifica mondiale crolla, il che limita la tua capacità di competere in futuro”. Se non lavori, non guadagni e il rientro è una difficoltà aggiuntiva nel tennis. Purtroppo lui lo ha sperimentato nel 2019: da quasi un anno tra i primi 100 e con la top 50 nel mirino, si infortunò gravemente – distacco del tendine prossimale degli ischiocrurali che in giugno richiese la chirurgia – con ritorno alle gare nel gennaio successivo. Per gli infortuni di lunga durata, il regolamento permette almeno di utilizzare un ranking protetto e dal 2024 il programma dell’ATP Baseline offre un reddito minimo anche per casi come questo.
“Sono passato dall’essere giovane e ambizioso a ritrovarmi seduto nel mio appartamento, incapace di camminare, a cercare di rimettere insieme i pezzi per tornare a guadagnare. Sono stato fortunato che fosse il 2019 e che i medici sapessero come curare l’infortunio” racconta ancora. “Se vedeste le difficoltà che affrontiamo quotidianamente, sarebbe piuttosto comico.Quest’anno ho perso la mia borsa diverse volte e ho dovuto girare il mondo in aereo senza niente al seguito. Se scendi dalla ruota del criceto, non guadagni. Quando sei sulla ruota, devi continuare ad andare avanti. È davvero brutale”. Gli organi di governo del tennis stanno dimostrando di prendere seriamente la questione del benessere dei giocatori ma, se la direzione è quella giusta, “la velocità con cui ciò avverrà è un’altra questione”.
