Il curioso caso di Alexander Dolgopolov

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Il curioso caso di Alexander Dolgopolov

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TENNIS PERSONAGGI – Le ultime settimane hanno ridato al mondo tennistico, per la gioia di esteti e amanti “dell’arte del tennis”, un fantastico Dolgopolov che, sia sotto il profilo tecnico che mentale, mai avevamo ammirato a questi livelli. Sarà in grado di reggere questi ritmi ed ambire alla top ten? Andrea Mario Conte e Orlando Ricciardi

Dopo aver scalato tanto inaspettatamente la classifica mondiale nel 2011, l’ucraino, tenuto botta per un’annata, si era poi perso nei meandri di poco dignitose posizioni mondiali che tanto di discostavano dal valore del suo tennis; infatti dopo aver raggiunto il suo best ranking nel gennaio del 2012 (#13) comincia pian piano a perdere colpi fino a toccare addirittura la 59esima posizione mondiale nell’ottobre dell’anno passato. Probabilmente aveva perso il filo del discorso tennisticamente parlando e con il gioco che si ritrova non è difficile a credersi: l’ucraino è un istrione, un tennista naïf che, più che badare alla ricerca del punto, asseconda l’impulso del momento; non ha uno spartito, non segue un filo logico, il suo tennis è bensì frutto di mera improvvisazione, istinto allo stato puro. Lo si può certamente definire un modello unico di giocatore, assolutamente inimitabile; per l’approccio con il quale affronta i suoi match se vogliamo è paragonabile ad un’associazione “no profit”, che non mira al guadagno (nel suo caso a trofei e punti in classifica) bensì al far del bene per il semplice piacere che ne scaturisce; e il conseguente risultato sono folle impazzite, commentatori estasiati e divertiti, una miriade di fan in giro per il mondo, e, specie quando gioca come sta tornando a fare ora, sui social network succede il finimondo. Infiniti sono i gruppi creati in suo onore, tra i più divertenti certamente c’è quello di un commentatore di Eurosport, Federico Ferrero: “La setta raeliana del guru Aleksandr Dolgopolov Jr.”. Beh questo e’ l’effetto che fa il tennis di “the dog”, e che il Dio del tennis ce lo preservi a lungo.

Ma, tornando un attimo sulla terra (!), proviamo a spiegare il perché dell’entusiasmo che sta tornando a generare: nelle ultime tre settimane Dolgo ha disputato tre tornei e ha mostrato qualcosa di diverso rispetto al passato, vale a dire costanza di rendimento e tenuta mentale; a Rio de Janeiro (terra rossa) raggiunge la prima finale stagionale battendo nella sua corsa avversari del calibro di Almagro, Fognini e Ferrer (tutti grandi terraioli a differenza sua); insomma non robetta da poco…tuttavia si dovrà inchinare sul più bello a Rafa Nadal, con il quale gioca una buona partita ma in finale è da sempre uno scoglio quasi invalicabile, specie sul rosso. La settimana seguente nell’altro 500 di Acapulco (cemento) il tuo torneo termina in semi per mano di un ottimo Kevin Anderson, tennista piuttosto pericoloso e molto sottovalutato.

 

Giungiamo così all’appena concluso torneo di Indian Wells dove chiunque, già stupito dai risultati delle settimane precedenti, si sarebbe aspettato un’uscita prematura del nostro amato circense, ma così non è andata, anzi. E’ proprio nel deserto californiano che Aleksandr sciorina il miglior tennis di sempre raggiungendo la prima semifinale in carriera in un Mille e ottenendo lo scalpo più prestigioso della sua ancor giovane carriera: Rafael Nadal, numero uno del mondo, battuto al tie break del terzo set in sede di terzo turno; e l’ucraino, nonostante l’impresa, mantiene calma e gesso e ha la meglio nei giorni successivi di altri avversari di livello come Fognini (ancora!) e Raonic, prima di cedere a sua maestà Roger Federer in una partita che non c’è mai stata a causa del vento che tagliava in due sia il campo che le certezze del tennis di Dolgopolov, il quale, giocando sempre in pochi centimetri e con altissimo rischio, ha colpi troppo complicati per essere proposti in situazioni ambientali di questo tipo. Dispiace perché sarebbe stata la vera prova del nove per l’ucraino e comunque si sarebbe meritato di giocarsi le proprie carte nella partita finora più importante della carriera.

Ma facendo un passo indietro fa sempre piacere ricordare come ci sia un po’ di Italia nella crescita di questo talento; infatti inizia proprio nel “bel paese” l’esperienza di Aleksandr Dolgopolov nel circuito dei professionisti con una vittoria nel 2007 al Challanger di Sassuolo seguita l’anno seguente da un quarto di finale ad Alessandria e, nel 2010, da due vittorie nei tornei di Orbetello e Como. Nel cuore dei suoi fan c’è invece il quarto di finale raggiunto in Australia nel 2011 dopo aver sconfitto in 5 set l’allora n. 4 del ranking Robin Soderling con il punteggio di 1-6, 6-3, 6-1, 4-6, 6-2. Fu una partita che simbolicamente rappresenta l’identità tennistica dell’ucraino, capace di lampi di gioco incredibili seguito immediatamente da altrettanto incredibili scivoloni; il punteggio stesso di quel match, descrive un andamento che riflette la carriera stessa di Dolgopolov, intrappolato a volte in un tennis troppo imprevedibile per poter essere vincente. Finora i risultati gli danno ragione in parte: sia chiaro che le aspettative sul valore di questo giocatore non debbano essere eccessive (la top ten sarebbe già un risultato incredibile per le sue caratteristiche di gioco), ma dato il modo in cui è capace di vincere alcune partite e battere il n. 1 del mondo (primo ucraino nella storia a riuscirci) è sicuramente lecito pretendere, sportivamente parlando, molto di più in termini di continuità, come ha dimostrato di saper fare in questi ultimi tempi.

D’altro canto in questa generazione la completa maturazione per i tennisti sembra arrivare piuttosto in la’ con l’eta e comunque non prima dei 25 anni (vedi Fognini e Wawrinka tanto per fare due nomi); per cui arrivasse adesso come sembra, almeno in questo non farebbe troppo eccezione rispetto ai colleghi. Qualcosa in più ci si aspetta specialmente nei tornei dello Slam dove i suoi risultati non sono entusiasmanti, per usare un eufemismo: ad eccezione del torneo australiano infatti (nel quale si permise di battere al quinto un certo Tsonga, prima di ripetersi con Soderling) l’ucraino mette insieme un quarto turno a New York e 3 terzi turni tra Parigi e Londra. Probabilmente il suo gioco dispendioso (in termini di gratuiti e pazienza nei confronti di se stesso) deve in qualche modo trovare un punto di equilibrio per poter rendere al massimo delle sue potenzialità. E in questo sembra averlo aiutato molto il suo nuovo coach, ovvero il padre Oleksandr Dolgopolov che prima del figlio ha seguito Andrei Medvedev (quindi non si può dire che sia un novellino), motivo per il quale si può essere ottimisti sulla sua definitiva consacrazione.
Fu proprio Oleksandr a mettere la prima racchetta in mano a “the dog” a soli tre anni e a farlo girare da piccolo per il circuito facendolo palleggiare con gente del calibro di Jim Courier; tuttavia probabilmente ( e fortunatamente per Aleksandr) non raggiunge i livelli di ossessione del padre di Agassi. D’altra parte come coach sta plasmando un giocatore sempre alla ricerca del punto e capace di mixare colpi piatti ad un gioco in back e chop in grado di mandare fuori ritmo l’avversario; una scuola tennistica “vecchia” rispetto ai robot sfornati negli ultimi anni, capaci di eseguire un dato colpo allo stesso modo un’infinità di volte (si tratta di un’iperbole, fino a un certo punto, e comunque a suo modo di un complimento).

In questo senso se Dolgopolov riuscirà a trovare costanza di rendimento e riuscirà a sfoderare i suoi colpi con un po più di margine (come sta chiaramente facendo negli ultimi tempi) senza incappare nei tanti errori che lo contraddistinguono, potremo vedere partire diverse da quelle cui ahimè ci hanno abituato i tennisti della nuova generazione; un giovane tennista con un gioco all’antica insomma; ora la curiosità più grande sarà vedere se finirà di fare “beneficenza” e riuscirà a concretizzare (e monetizzare) tutto il suo talento. Chissà che per farlo non diventi anche lui un po’ regolarista, “ringiovanendo” il suo gioco e manifestandosi infine come “Il Curioso Caso di Aleksandr Dolgopolov”.

Andrea Mario Conte e Orlando Ricciardi

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Omaggio a Paolo Lorenzi, che si ritira dal tennis

Il tennista senese ha annunciato il ritiro dopo la sconfitta nelle qualificazioni US Open – che eredità ci lascia?

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Paolo Lorenzi - US Open 2019 (foto John Martin)

La cronaca precede sempre il commento: Paolo Lorenzi ha deciso di ritirarsi in seguito alla sconfitta per 6-4 6-3 contro Maxime Janvier. Questa informazione non arriva come un fulmine a ciel sereno: nel 2021 le vittorie erano state solo sei a fronte di diciannove sconfitte fra tabelloni principali, qualificazioni e Challenger, mentre le rivoluzioni terrestri che spingono sulle articolazioni galoppano sempre più rapidamente verso le quaranta. “Quest’anno è stato tutto più difficile, ho avuto qualche infortunio, sapevo che il mio corpo non era più come prima”, ha detto dopo l’incontro, come riportato dalla Gazzetta dello Sport. Devi capire quando è il momento di finire”.

Ma Paolo Lorenzi è rimasto fedele a sé stesso, e prima di smettere si è regalato un ultimo colpo di coda nel torneo dello Slam che gli ha regalato più soddisfazioni. Al primo turno delle qualificazioni ha infatti battuto un altro veterano come Joao Sousa (tds N.27) per 7-6(5) 1-6 7-5, e lo ha fatto alla Paolo Lorenzi, vale a dire in quasi tre ore, vincendo ben quattordici punti in meno rispetto all’avversario e concedendo più del doppio delle palle break, in gran parte salvate.

Ha forse vinto immeritatamente? No, è semplicemente riuscito per un’ultima volta a fare affidamento sulle armi che l’hanno contraddistinto, su tutte una volontà di rimanere attaccato ai punti che ha spesso e volentieri sopperito alla mancanza di potenza e che l’ha reso uno working class hero della racchetta. E infatti Thomas Fabbiano, anche lui impegnato nel tabellone cadetto (battuto al primo turno da Laaksonen), l’ha celebrato scrivendo su Instagram: “Ultimo match in carriera? Neanche per sogno!”

 

Come detto, Flushing Meadows è di gran lunga il suo Slam preferito (e gli States il suo Paese d’adozione): negli altri tre ha complessivamente vinto cinque incontri senza mai superare il secondo turno, mentre nel main draw newyorchese ne ha portati a casa nove, quasi il doppio, raggiungendo gli ottavi nel 2017 (perse da un Kevin Anderson in procinto di raggiungere la prima finale Slam in carriera) e il terzo turno nel 2016 (quando per due set morse le caviglie ad Andy Murray, di lì a poco campione del mondo) e nel 2019 quando vinse due match infiniti con avversari le cui età complessive non raggiungevano la sua, prima di soccombere a Stan Wawrinka. Ogni volta che sono qui, sono felice, ecco perché ho scelto New York per ritirarmi, ha detto infatti dopo la sconfitta con Janvier.

Questi non sono gli unici risultati di rilievo: 110 vittorie e 185 sconfitte a livello ATP; un titolo a Kitzbuhel 2016 a quasi 35 anni (ha giocato quattro finali nel circuito maggiore, tutte sulla terra, la prima a 32 anni a Sao Paulo); ben 39 finali Challenger con 21 titoli fra il 2006 e il 2019; poche partite in Davis (nove in singolare e una in doppio) ma con tanti quinti set (con Cilic nel 2013, con Chiudinelli nel 2016 e in coppia con Fognini contro Del Potro/Pella sempre nel suo anno migliore). A questo si aggiunge il fregio di essere stato il numero uno d’Italia nel 2016: all’epoca la Top 100 vedeva lo Stivale rappresentato esclusivamente da lui al N.40, Fabio Fognini al N.49 ed Andreas Seppi al N.87, un’epoca decisamente lontana dai successi attuali e presumibilmente futuri.

Al di là di tutto, però, qual è l’eredità di Paolo Lorenzi?

I suoi match sono sempre stati connotati come degli emblemi di una certa scala di valori, e conseguentemente lui è sempre stato vissuto come un’epitome: l’epitome dell’abnegazione, l’epitome della capacità di estrarre ogni oncia di talento da sé stessi, e, quando era al suo picco di numero uno d’Italia, l’epitome di un movimento in cattiva salute. Ma questa rappresentazione francamente un po’ bi-dimensionale sembra tralasciare alcuni aspetti che invece rendono Lorenzi umano ed eccezionale al tempo stesso.

Il suo modo di giocare è forse l’elemento che lo accomuna più di tutti a noi appassionati. Chiunque abbia giocato a livelli più o meno alti (nel caso dell’autore di questo articolo forse è meglio dire “più o meno bassi”), deficitando di colpi risolutivi e centimetri, si sarà prima o poi e sovente trovato/trovata ad affrontare interi match di remate da fondo campo, ribattendo con moonball su moonball (i cui flirt con la ionosfera dipendevano dalla presenza o meno del pallone aerostatico) agli attacchi del nerboruto avversario di turno, sperando di vincere nella battaglia a chi si stanca prima.

Questa dinamica di potere non si vede praticamente più a livello professionistico: ogni Top 100 deve essere in grado di vincere un’alta percentuale di punti rapidi e, se necessario, di essere padrone del proprio destino. Non Lorenzi però: Lorenzi si è sempre difeso colpo su colpo, e l’ha fatto per vent’anni senza mai cadere preda della frustrazione, facendo sapere fin da subito all’avversario che la partita l’avrebbe dovuta vincere lui. Più di tutto, però, in uno sport con una dimensione multimediale spiccata come il tennis, Lorenzi è stato disposto a sacrificare il suo corpo percorrendo innumerevoli fino a scomparire dall’inquadratura in nome della propria dedizione. Di nuovo, un working class hero, ma siamo sicuri di non stare appiccicando definizioni che, nell’idealizzarla, sminuiscono la sua figura?

Al di là delle considerazioni più prosaiche (“lo pagano per giocare, sarebbe strano se non s’impegnasse” o “è il suo mestiere, non è che abbia molte alternative”), a volte si dà per scontato che un atleta o un’atleta accetti di sottoporsi a tale stress fisico ma soprattutto psicologico, perché rimettere il proprio destino nella racchetta dell’avversario con tanta frequenza, e con livelli di gratificazione non sempre equivalenti, non è cosa da tutti, anzi, è un tipo di sfida che quasi tutti i giocatori rifuggono appena possibile cercando gradi di controllo (tecnici e prossemici) sempre più alti.

Ed è qui che Lorenzi si afferma come tennista unico nel suo genere. Pochi giocatori di quel livello si sono trovati ad affrontare dilemmi simili, e lui certamente avrebbe preferito servire come Isner o generare velocità di palla come Berrettini. La morale del duro lavoro suona bene, ma lui non avrebbe forse preferito vincere qualche punto gratis in più?

Il tema della gratificazione ritorna guardando una compilation dei suoi punti migliori:

Al di là della natura agonica dei punti (spesso prolungati e spesso chiusi con dei bei duelli a rete che valorizzano la mano dell’azzurro), sublimata dall’espressione sfinita del punto vinto contro Zhang (minuto 3:50), si può notare come molti dei suoi quindici più belli vedano come vittime Djokovic, Nadal e Murray. Saranno indubitabilmente i punti più belli vinti in carriera? Forse, ma più probabilmente sono anche fra i pochi suoi grandi scambi che sono stati trasmessi in televisione, vuoi per la caratura dell’avversario, vuoi per la location, vuoi perché si tratta di Coppa Davis old school.

Ed è qui che tutti possiamo immedesimarci ancora di più (e ancora di meno) con Paolo Lorenzi, che pur sotto 6-1 5-0 e set point con Djokovic infila un passante di rovescio stretto anticipato appena il rivale gioca un approccio un po’ approssimativo. Per il tennista pro medio, le occasioni di scendere in campo su un campo patinato sono poche, e spesso e volentieri hanno inevitabilmente una funzione sacrificale, ma a Lorenzi non sembra essere mai interessato: tutto quel lavoro l’aveva portato lì, e lui non si sarebbe scoraggiato. Come per il suo stile di gioco, anche qui non si può dare per scontata questa forma mentis, che è obbligata per poter stare lì, ma assolutamente arbitraria e per arrivarci e per rimanerci.

Quanti si sarebbero (e si sono) fermati prima? Quanti non sarebbero (e non sono) riusciti a trarre soddisfazione da risultati che non corrispondono ai sacrifici, sia fisici che economici? Questa è la natura spietata dello sport professionistico, e nel tennis ancora di più, ed è qui che Lorenzi si distingue. Si può solo concludere che il suo legame con il gioco, o quello dei Ricardas Berankis e Radu Albot di questo mondo (per citare giocatori dalle caratteristiche comparabili), sia sempre stato più forte.

Non è vero che ogni vetta sia raggiungibile o che ogni sogno sia realizzabile, soprattutto nella competizione. Si può però mettere a frutto ciò che si ha a disposizione per dare il proprio meglio, e Lorenzi, prima che i successi degli uomini italiani nel circuito ATP diventassero quasi una pretesa, ci è riuscito. “Vorrei che mi ricordassero come un giocatore che ha dato il massimo ogni volta in campo e ha sempre lottato fino alla fine”, ha detto dopo la sconfitta di ieri. Lorenzi sembra sapere che non c’è niente di romantico o moralistico in questo suo retaggio, ed è per questo che il suo messaggio assume ancora più valore, perché stiamo parlando di un giocatore che ha capito che questo fosse l’unico modo per raggiungere gli obiettivi che si era prefissato, e forse anche qualcosa di più. Buon ritiro, Paolino!

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Elogio di Opelka: articolo semiserio in difesa di un gigante

Il finalista di Toronto viene stigmatizzato da quasi tutti gli appassionati, ma è davvero (solo) un servebot?

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Reilly Opelka a Toronto 2021 (Credit: @NBOtoronto on Twitter)

Leggendo i commenti dei nostri lettori si ha la sensazione che in questo momento un solo sentimento metta d’accordo le menti e i cuori degli appassionati: l’avversione per Reilly Opelka.

Persone pronte a tutto pur di difendere l’onore del proprio beniamino – di norma “Apollo” Federer, “Ercole” Nadal e “Ulisse” Djokovic – quando scende in campo Opelka seppelliscono infatti l’ascia di guerra e insieme ad essa ogni senso di pietà e di misura per infierire su questo giovane tennista statunitense che questa sera a Toronto giocherà la partita per ora più importante della sua carriera, assurto a simbolo della decadenza estetica e tecnica del tennis e del tragico futuro che –secondo molti – lo attende una volta usciti di scena i Tre Grandi.

Un lettore occasionale potrebbe chiedersi la ragione di tanta avversione e a codesto lettore qualcuno potrebbe lombrosianamente rispondere così: guardare per capire.

 

E cosa si vede quando si guarda Opelka? Si vede un gigante barbuto con tratti somatici che possono ricordare il protagonista del racconto “i delitti della Rue Morgue” di Poe oppure il Cattivo con la c maiuscola della letteratura italiana, Franti, che Edmondo de Amicis nel libro Cuore descrive così: “E ha daccanto una faccia tosta e trista, uno che si chiama Franti, che fu già espulso da un’altra sezione….E’ malvagio…Ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa. In quegli occhi torbidi che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo berrettino con una faccia invetriata…”.

Non sappiamo cosa sia una faccia invetriata, ma scommetteremmo sul fatto che non costituisca un bello spettacolo; se poi c’è qualcosa a cui Reilly non rinuncia mai è proprio il berettino con visiera!  Ma sotto il profilo che più dovrebbe interessare, ovvero quello sportivo, cosa si vede guardando Opelka in azione? A questa domanda risponderemo più avanti.

Per il momento ci limitiamo a dire tra il serio e il faceto che è nostra ferma intenzione procedere alla riabilitazione di Reilly attraverso questo articolo; per la cronaca a quella del gorilla assassino protagonista del racconto di Poe pensò lo stesso autore e Umberto Eco a quella di Franti nel memorabile saggio “Elogio di Franti”, contenuto in “Diario minimo”.

Rinvigoriti e non scoraggiati da precedenti così illustri, iniziamo la nostra impresa partendo dai dati biografici relativi al Nostro.

Reilly Opelka nacque a Saint Joseph, un paese del Michigan di circa 8.000 anime, nel 1997; più precisamente il 28 agosto, un mese generoso con il tennis dato che cinque degli attuali primi venti giocatori del mondo festeggiano il proprio compleanno nel mese dedicato all’imperatore Augusto: Federer, Tsitsipas, Schwartzman, Sinner e Auger-Aliassime.

Il padre di Opelka – George – per ragioni di lavoro nel 2005 trasferì la famiglia in Florida e in un club di golf fece amicizia con un Grande Maestro di tennis (le maiuscole non sono un refuso): Tom Gullikson. Su richiesta di George, Gullikson accettò di dare un’occhiata a Reilly, che all’epoca da due anni giocava a tennis, e per i successivi sei fu per lui ciò che il mitico Pigmalione fu per la sua scultura: tutto.

Opelka ha recentemente sintetizzato con queste parole l’impatto che Gullikson ebbe sulla sua formazione tecnica: “Decise lui come avrei dovuto giocare e in base  a questa scelta costruì il mio gioco. Tutti i miei fondamentali sono opera sua, specialmente il servizio”. Gullikson in particolare  modificò la sua presa di diritto (da western a semi-western), quella della volée (da eastern a continental), e il movimento del servizio.

Nel 2011 Gullikson lasciò la Florida per fare ritorno in California in qualità di istruttore della USTA, ma prima di farlo affidò il suo giovane pupillo alle cure di un coach di sua fiducia che era stato numero 3 del mondo nel 1977: Brian Gottfried. Nel corso degli anni il rapporto tra Opelka e Gullikson non è comunque mai venuto meno; alcuni membri del suo attuale staff – come ad esempio il mental coach Jim Loher e il coach Jay Berger – gli furono da lui suggeriti.

Reilly Opelka si mise in luce per la prima volta vincendo l’edizione junior di Wimbledon 2015, e nel medesimo anno ad Atlanta debuttò nel professionismo; un atleta con una struttura fisica così particolare ha bisogno di più tempo per maturare e – complice anche la mononucleosi contratta nel 2018 – solo alla fine del 2018 riuscì ad entrare nella top 100; la vittoria ottenuta nel febbraio del 2019 a New York e un anno più tardi a Delray Beach lo proiettarono stabilmente tra i primi 50. Grazie a guadagni sempre più consistenti, Reilly potè finalmente permettersi di archiviare i viaggi aerei in classe economy, palese tormento per un atleta della sua statura; appassionato d’arte, Opelka è altresì un attento collezionista di opere contemporanee.

Passiamo ora a parlare di Opelka sotto il profilo tecnico. Abbiamo la sensazione che molti di coloro che denigrano il gioco dello statunitense non lo abbiano mai visto giocare  a lungo.

Madre natura gli ha regalato 211 centimetri di statura e di conseguenza il suo punto di forza è il servizio e quello debole la risposta; Djokovic è sicuramente più rapido di lui negli spostamenti laterali ma, rispetto a qualche anno fa, Opelka si muove molto meglio, segno che la preparazione atletica è ben curata.

Il diritto da fermo è praticamente uno smash che piega il polso a qualunque avversario e in corsa un ottimo colpo difensivo; il rovescio bimane non incanta ma, rispetto a quello – per esempio – di Andy Roddick, pare quasi una meraviglia.

A dispetto della statura, Opelka nei pressi della rete – dove mostra di avere un gran senso della posizione e un tocco delicato – ha una flessibilità fisica sbalorditiva più ancora che notevole: nel match contro Tsitsipas si è ripetutamente esibito con successo in volée basse che avrebbero messo in difficoltà il ministro Brunetta. Non ci credete? Mettete da parte i pregiudizi e guardate almeno il terzo set della semifinale. Se accetterete il nostro consiglio, scoprirete altre due spiccate qualità di Opelka: senso tattico e audacia; non tutti hanno il coraggio e la capacità di annullare palle break delicatissime seguendo a rete la seconda di servizio. A proposito della seconda di servizio: il kick che lo statunitense vi imprime fa sì che un atleta alto oltre 190 centimetri debba saltare per colpire la palla con il rovescio a una mano se non vuole essere costretto a rispondere dal parcheggio dello stadio.

Comunque vada a finire la finale che a Toronto lo vedrà opposto a un altro preclaro rappresentante del bello stile – Daniil Medvedev – da lunedì Opelka sarà il capofila del movimento maschile statunitense davanti a John Isner; occuperà infatti la posizione numero 23 in caso di sconfitta e 16 in caso di vittoria.

Come direbbe il nostro Direttore: not too baaad.

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I 40 anni da paradosso di Roger Federer

Roger Federer compie 40 anni. Ha giocato soltanto 19 partite tra 2020 e 2021. L’ultimo punto è stato un dritto sballato che gli è costato un bagel a Wimbledon contro Hurkacz

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Nel giorno in cui l’Italia chiude la sua spedizione a Tokyo con 40 medaglie, record assoluto per quanto riguarda le partecipazioni italiane alle Olimpiadi moderne, a distanza di qualche migliaio di chilometri Roger Federer compie 40 anni. Li compie in un’atmosfera strana, di sospetto, e il sospetto grossomodo unanime è che stia covando l’idea del ritiro (‘ma va?‘, direbbe qualcuno).

Lo abbiamo visto colpire l’ultima palla a Wimbledon, un dritto lungolinea che solitamente mette in campo a occhi chiusi – avete presente quando abbrevia i passi e taglia il campo per non dare tempo all’avversario di trovare contromisure? – e questa volta è finito invece in corridoio, a sancire il 6-0 di Hurkacz e la sua qualificazione in semifinale. Sì, l’ultimo punto ufficiale giocato da Federer è un errore che l’ha condannato a subire un bagel a Wimbledon. Fa già rumore così.

Non è però il punto in sé. Gli errori si commettono anche a vent’anni, le giornate storte capitano anche a venticinque. Sono più che altro i soli 19 incontri ufficiali disputati tra 2020 e 2021, i sei della scorsa stagione concentrati tutti all’Australian Open e quelli di quest’anno divisi tra Doha, Ginevra, Roland Garros, Halle e appunto Wimbledon. Anche l’attuale (bugiarda) posizione numero 9 nel ranking, coda dei meccanismi protettivi di una classifica che sta per scongelarsi e lentamente spedirà Federer lontano dai vertici.

 

Federer non gioca una finale dall’ottobre 2019 (stagione in cui di partite ne giocò ben 61) quando si tolse la soddisfazione di vincere il decimo titolo casalingo dominando uno spaesato de Minaur. Quest’anno il salvagente di Basilea non c’è, il torneo è saltato come nel 2020 a causa della pandemia e a Roger non restano troppi appuntamenti in calendario per mostrare quel che resta del suo talento, che nonostante gli acciacchi attira ancora orde di tifosi, dove si puote secondo le disposizioni sanitarie. Sennò in TV.

Ufficialmente la causa della sua rinuncia alle Olimpiadi e successivamente ai Masters 1000 di Toronto e Cincinnati è un fastidio al ginocchio destro, quello operato lo scorso anno, ma la realtà è semplicemente che Federer ha quarant’anni. Con tutto ciò che ne consegue. Il suo obiettivo è disputare lo US Open per poi fare tappa verosimilmente a Boston, dal 24 al 26 settembre, per la Laver Cup. E poi chissà, magari una puntatina a Indian Wells per l’edizione ottobrina del BNP Paribas Open dal momento che Shanghai è appeso a un filo e Bercy fa gola più che altro a chi si gioca le ultime carte per le ATP Finals. Tra questi giocatori non c’è né ci sarà Roger, fuori dalla top 50 nella Race to Torino.

Federer non giocherà a tennis ancora per molto, ma questo lo sappiamo da tempo. Un tempo che però si è dilatato, poco alla volta, consegnandoci quasi l’illusione che al suo ritiro possa applicarsi il paradosso di Zenone, quello di Achille che non riesce a colmare il suo svantaggio dalla tartaruga per via degli ‘infiniti piccoli spazi’ che lo separano dall’animale. La matematica però dice che la somma di infiniti segmenti in uno spazio finito è una quantità finita, come il tempo che separa il tennis dal ritiro di Federer.

Roger Federer – Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Se giocherà una partita da quarantenne come (ampiamente) fatto da Jimmy Connors e Ken Rosewall, i due giocatori dalla caratura più simile a quella di Federer capaci di prolungare la carriera oltre gli -anta? Sì, questo è assai probabile. Magari riuscirà anche a giocarne una decina. Se lo rivedremo in campo nel 2022? Già questa è una previsione più complicata da indovinare, perché la sensazione è che la misura sia colma. Non intendiamo che la pazienza e la voglia di Federer di prendere a racchettate una palla siano terminate, ma forse lo sono le sue chance di competere per un ultimo grande traguardo.

Qui è opportuno anche definire i contorni di questo traguardo. Deve essere necessariamente uno Slam o ci si può accontentare di un Masters 1000? Vincere un’altra volta, chessò, il Miami Open, quanto ulteriore lustro darebbe alla carriera di un campione già gigantesco? Continuare a lottare per traguardi che cinque o dieci anni fa erano quelli minimi, come raggiungere un ottavo Slam, e farlo come se tutta la sua carriera – pure la validità degli Slam già vinti! – dipendesse da un terzo turno giocato in uno stadio vuoto, a tarda sera, contro un avversario pure abbastanza incarognito (sabato 5 giugno, Federer-Koepfer su uno Chatrier vuoto in modo straziante), forse è la misura più precisa del perché Federer gioca ancora a tennis. Ancora gli piace. Ma ancora per quanto?

Sottoporsi alla scomoda routine di allenamenti, riabilitazioni e allontanamenti periodici dalla famiglia per disputare i grandi tornei, senza credere davvero di poterli vincere, non è probabilmente un motivo sufficiente a tenere in campo per molti altri mesi un signore che ha venti Slam e il doppio degli anni. A Parigi era stato proprio lo sforzo profuso per battere Koepfer a impedirgli di scendere in campo contro Berrettini. A Wimbledon l’infortunio di Mannarino gli ha evitato un possibile quinto set già al primo turno, poi la ‘solita’ vittoria con Gasquet – un pattern che rischia di ripetersi ad libitum, se i due dovessero continuare a sfidarsi anche dopo il ritiro – e le due buone prestazioni contro Norrie e Sonego, prima di quella assai opaca contro Hurkacz. Saliscendi, partite buone e altre meno buone.

Sì, perché a quarant’anni si sale (poco) e si scende (tanto). Il fisico non consente di andare in linea retta. Valentino Rossi ha annunciato il ritiro a 42 anni e mezzo; Gianluigi Buffon, un anno in più, è tornato al Parma dove tutto è cominciato (in serie B) per la probabile ultima stagione da professionista. Roger Federer è ancora qui, quando va in campo c’è un istante in cui sembra lui e poi un altro in cui non lo riconosciamo più, perché magari la schiena irrigidita gli impedisce di chinarsi a raccogliere con la consueta grazie una demi-volée.

Gioca pure quanto vuoi, Roger, un mese o altri dieci. Il lutto lo stiamo già elaborando e ci faremo trovare pronti, quando ci dirai che basta così. Forse.

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