Il curioso caso di Alexander Dolgopolov

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Il curioso caso di Alexander Dolgopolov

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TENNIS PERSONAGGI – Le ultime settimane hanno ridato al mondo tennistico, per la gioia di esteti e amanti “dell’arte del tennis”, un fantastico Dolgopolov che, sia sotto il profilo tecnico che mentale, mai avevamo ammirato a questi livelli. Sarà in grado di reggere questi ritmi ed ambire alla top ten? Andrea Mario Conte e Orlando Ricciardi

Dopo aver scalato tanto inaspettatamente la classifica mondiale nel 2011, l’ucraino, tenuto botta per un’annata, si era poi perso nei meandri di poco dignitose posizioni mondiali che tanto di discostavano dal valore del suo tennis; infatti dopo aver raggiunto il suo best ranking nel gennaio del 2012 (#13) comincia pian piano a perdere colpi fino a toccare addirittura la 59esima posizione mondiale nell’ottobre dell’anno passato. Probabilmente aveva perso il filo del discorso tennisticamente parlando e con il gioco che si ritrova non è difficile a credersi: l’ucraino è un istrione, un tennista naïf che, più che badare alla ricerca del punto, asseconda l’impulso del momento; non ha uno spartito, non segue un filo logico, il suo tennis è bensì frutto di mera improvvisazione, istinto allo stato puro. Lo si può certamente definire un modello unico di giocatore, assolutamente inimitabile; per l’approccio con il quale affronta i suoi match se vogliamo è paragonabile ad un’associazione “no profit”, che non mira al guadagno (nel suo caso a trofei e punti in classifica) bensì al far del bene per il semplice piacere che ne scaturisce; e il conseguente risultato sono folle impazzite, commentatori estasiati e divertiti, una miriade di fan in giro per il mondo, e, specie quando gioca come sta tornando a fare ora, sui social network succede il finimondo. Infiniti sono i gruppi creati in suo onore, tra i più divertenti certamente c’è quello di un commentatore di Eurosport, Federico Ferrero: “La setta raeliana del guru Aleksandr Dolgopolov Jr.”. Beh questo e’ l’effetto che fa il tennis di “the dog”, e che il Dio del tennis ce lo preservi a lungo.

Ma, tornando un attimo sulla terra (!), proviamo a spiegare il perché dell’entusiasmo che sta tornando a generare: nelle ultime tre settimane Dolgo ha disputato tre tornei e ha mostrato qualcosa di diverso rispetto al passato, vale a dire costanza di rendimento e tenuta mentale; a Rio de Janeiro (terra rossa) raggiunge la prima finale stagionale battendo nella sua corsa avversari del calibro di Almagro, Fognini e Ferrer (tutti grandi terraioli a differenza sua); insomma non robetta da poco…tuttavia si dovrà inchinare sul più bello a Rafa Nadal, con il quale gioca una buona partita ma in finale è da sempre uno scoglio quasi invalicabile, specie sul rosso. La settimana seguente nell’altro 500 di Acapulco (cemento) il tuo torneo termina in semi per mano di un ottimo Kevin Anderson, tennista piuttosto pericoloso e molto sottovalutato.

 

Giungiamo così all’appena concluso torneo di Indian Wells dove chiunque, già stupito dai risultati delle settimane precedenti, si sarebbe aspettato un’uscita prematura del nostro amato circense, ma così non è andata, anzi. E’ proprio nel deserto californiano che Aleksandr sciorina il miglior tennis di sempre raggiungendo la prima semifinale in carriera in un Mille e ottenendo lo scalpo più prestigioso della sua ancor giovane carriera: Rafael Nadal, numero uno del mondo, battuto al tie break del terzo set in sede di terzo turno; e l’ucraino, nonostante l’impresa, mantiene calma e gesso e ha la meglio nei giorni successivi di altri avversari di livello come Fognini (ancora!) e Raonic, prima di cedere a sua maestà Roger Federer in una partita che non c’è mai stata a causa del vento che tagliava in due sia il campo che le certezze del tennis di Dolgopolov, il quale, giocando sempre in pochi centimetri e con altissimo rischio, ha colpi troppo complicati per essere proposti in situazioni ambientali di questo tipo. Dispiace perché sarebbe stata la vera prova del nove per l’ucraino e comunque si sarebbe meritato di giocarsi le proprie carte nella partita finora più importante della carriera.

Ma facendo un passo indietro fa sempre piacere ricordare come ci sia un po’ di Italia nella crescita di questo talento; infatti inizia proprio nel “bel paese” l’esperienza di Aleksandr Dolgopolov nel circuito dei professionisti con una vittoria nel 2007 al Challanger di Sassuolo seguita l’anno seguente da un quarto di finale ad Alessandria e, nel 2010, da due vittorie nei tornei di Orbetello e Como. Nel cuore dei suoi fan c’è invece il quarto di finale raggiunto in Australia nel 2011 dopo aver sconfitto in 5 set l’allora n. 4 del ranking Robin Soderling con il punteggio di 1-6, 6-3, 6-1, 4-6, 6-2. Fu una partita che simbolicamente rappresenta l’identità tennistica dell’ucraino, capace di lampi di gioco incredibili seguito immediatamente da altrettanto incredibili scivoloni; il punteggio stesso di quel match, descrive un andamento che riflette la carriera stessa di Dolgopolov, intrappolato a volte in un tennis troppo imprevedibile per poter essere vincente. Finora i risultati gli danno ragione in parte: sia chiaro che le aspettative sul valore di questo giocatore non debbano essere eccessive (la top ten sarebbe già un risultato incredibile per le sue caratteristiche di gioco), ma dato il modo in cui è capace di vincere alcune partite e battere il n. 1 del mondo (primo ucraino nella storia a riuscirci) è sicuramente lecito pretendere, sportivamente parlando, molto di più in termini di continuità, come ha dimostrato di saper fare in questi ultimi tempi.

D’altro canto in questa generazione la completa maturazione per i tennisti sembra arrivare piuttosto in la’ con l’eta e comunque non prima dei 25 anni (vedi Fognini e Wawrinka tanto per fare due nomi); per cui arrivasse adesso come sembra, almeno in questo non farebbe troppo eccezione rispetto ai colleghi. Qualcosa in più ci si aspetta specialmente nei tornei dello Slam dove i suoi risultati non sono entusiasmanti, per usare un eufemismo: ad eccezione del torneo australiano infatti (nel quale si permise di battere al quinto un certo Tsonga, prima di ripetersi con Soderling) l’ucraino mette insieme un quarto turno a New York e 3 terzi turni tra Parigi e Londra. Probabilmente il suo gioco dispendioso (in termini di gratuiti e pazienza nei confronti di se stesso) deve in qualche modo trovare un punto di equilibrio per poter rendere al massimo delle sue potenzialità. E in questo sembra averlo aiutato molto il suo nuovo coach, ovvero il padre Oleksandr Dolgopolov che prima del figlio ha seguito Andrei Medvedev (quindi non si può dire che sia un novellino), motivo per il quale si può essere ottimisti sulla sua definitiva consacrazione.
Fu proprio Oleksandr a mettere la prima racchetta in mano a “the dog” a soli tre anni e a farlo girare da piccolo per il circuito facendolo palleggiare con gente del calibro di Jim Courier; tuttavia probabilmente ( e fortunatamente per Aleksandr) non raggiunge i livelli di ossessione del padre di Agassi. D’altra parte come coach sta plasmando un giocatore sempre alla ricerca del punto e capace di mixare colpi piatti ad un gioco in back e chop in grado di mandare fuori ritmo l’avversario; una scuola tennistica “vecchia” rispetto ai robot sfornati negli ultimi anni, capaci di eseguire un dato colpo allo stesso modo un’infinità di volte (si tratta di un’iperbole, fino a un certo punto, e comunque a suo modo di un complimento).

In questo senso se Dolgopolov riuscirà a trovare costanza di rendimento e riuscirà a sfoderare i suoi colpi con un po più di margine (come sta chiaramente facendo negli ultimi tempi) senza incappare nei tanti errori che lo contraddistinguono, potremo vedere partire diverse da quelle cui ahimè ci hanno abituato i tennisti della nuova generazione; un giovane tennista con un gioco all’antica insomma; ora la curiosità più grande sarà vedere se finirà di fare “beneficenza” e riuscirà a concretizzare (e monetizzare) tutto il suo talento. Chissà che per farlo non diventi anche lui un po’ regolarista, “ringiovanendo” il suo gioco e manifestandosi infine come “Il Curioso Caso di Aleksandr Dolgopolov”.

Andrea Mario Conte e Orlando Ricciardi

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Otto numeri per i 50 anni di Gabriela Sabatini

I nostri auguri alla tennista straniera più amata dal pubblico italiano sono una raccolta di statistiche e aneddoti. Le vittorie, le debolezze, la rivalità con Steffi Graf e la grande amicizia con Monica Seles

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Oggi Gabriela Sabatini compie 50 anni. Abbiamo scavato nei suoi ricordi grazie alla penna di Sebastián Torok, che l’ha intervista per ‘La Nación’. Oggi, per augurarle buon compleanno, abbiamo selezionato otto numeri per ricostruire la sua carriera. Otto, come gli anni che aveva quando ha vinto il suo primo torneo.

1 – i titoli Slam conquistati in singolare. Quando Sabatini nel 1990 a New York vinse lo US Open, ruppe la maledizione che sembrava accompagnarla nei grandi tornei: in precedenza aveva raggiunto già otto semifinali e una finale nei Major e da quasi cinque anni era in top 10, ma non aveva mai vinto uno Slam. Gabriela arrivò all’ultimo atto del Major statunitense per la prima volta nel 1988, ma in quella circostanza si arrese (solo al terzo set) a Steffi Graf, che con quel successo centrò – terza a riuscirci dopo Maureen Connolly nel 1953 e Margaret Smith Court nel 1970 – il grande Slam. La campionessa tedesca, in quegli anni autentica dominatrice del circuito (lo fu ininterrottamente da agosto 1987 a marzo 1991), nell’estate del 1990 rappresentò per l’argentina nuovamente l’ultimo ostacolo da superare per vincere uno Slam.

A inizio settembre di trenta anni fa Sabatini coronò il suo sogno: grazie a una superba prova, superò infatti Graf col punteggio di 6-2 7-6, dopo aver perso un solo set nel corso di quel torneo, in semifinale contro Mary-Joe Fernandez. Per la tennista argentina nel luglio 1991 arrivò poi una terza finale Slam, questa volta a Wimbledon, sempre con Steffi Graf dall’altra parte della rete: sui prati londinesi Gaby giunse a soli due punti dalla vittoria dei Championships, prima di cedere in volata (8-6 al terzo set). Dopo quella amara partita ci furono “solo” altre otto semi a livello Slam (in tutto saranno diciotto): tre di esse nel 1992, con l’ultima raggiunta allo US Open del 1995.

4 – le edizioni (1988, 1989, 1991 e 1992) vinte degli Internazionali d’Italia, il torneo nel quale Sabatini vanta più successi (non ha mai vinto nessun’altra manifestazione per più di due volte). Una trentina d’anni fa nacque un legame speciale tra l’argentina e il torneo romano: Gaby era amatissima dal pubblico italiano, un sentimento da lei ricambiato, anche per le origini dei propri avi (il nonno era originario di Potenza Picerna, vicino Macerata). Un’alchimia perfetta che fu d’aiuto alla tennista argentina per vincere, dopo la finale romana persa in tre set contro Graf nel 1987, ben ventitré delle seguenti ventiquattro partite giocate al Foro Italico: arrivarono così i titoli di quattro delle successive cinque edizioni alle quali partecipò (nel 1990 fu fermata in semifinale da Navratilova).

 

Non va dimenticato che in questa serie sono incluse le due finali romane vinte nel 1991 e 1992 contro Monica Seles, allora numero 1 al mondo, entrambe le volte superata nettamente in due set. Vittorie arrivate grazie a prestazioni considerate negli anni successivi dalla stessa Gabriela come tra le sue migliori in assoluto; contro la serba naturalizzata statunitense, oltre alle due finali a Roma, Sabatini vinse solo un’altra volta, contro una Seles quattordicenne a Miami nel 1988. Le sconfitte totali furono undici. Una grande stima ha sempre legato Gaby e Monica: quest’ultima, nella sua biografia, l’ha dipinta non solo come una tennista che avrebbe meritato di vincere maggiormente, ma l’ha elogiata come donna, ricordando come nel 1995 l’argentina sia stata l’unica delle top 20 a non aver votato contro la decisione della WTA di restituire il numero 1 a Seles dopo l’attentato subito ad Amburgo.

L’incredibile striscia di risultati romani per Sabatini si concluse nel 1994, quando Gabriela fu sconfitta al primo turno da Irina Spirlea, un passo falso che non le impedì di essere dopo Chris Evert (vincitrice cinque volte a Roma) e, assieme a Conchita Martinez, la seconda tennista più vincente della storia degli Internazionali d’Italia. Oltre che la più amata di sempre dal pubblico italiano.

6 – gli anni che Gabriela aveva quando per la prima volta impugnò una racchetta da tennis. Cresciuta vedendo giocare in un circolo della sua città natale (Buenos Aires) il padre Osvaldo, manager alla General Motors, nonché il fratello più grande, volle emularli: mostrò subito grande talento e all’età di dieci anni era già la più brava under 12 argentina. Nel 1984 si impose da quattordicenne all’attenzione mondiale, vincendo sette degli otto tornei giocati da junior (tra i quali il Roland Garros) e arrivando al numero 1 di categoria, dopo essere stata l’anno precedente la più giovane vincitrice di sempre dell’Orange Bowl. Animata da grande fame di vittoria, ma al contempo timida – a fine carriera dirà: “Molte volte preferivo arrivare in semifinale, così vincevo partite ma al contempo evitavo le luci  della ribalta“- si mise in mostra grazie anche alla ferocia agonistica che metteva in campo. Una determinazione che però alternava con un atteggiamento schivo appena lasciata la racchetta, un’indole non certo aiutata dalla scarsa conoscenza della lingua inglese che accompagnò i primi anni della carriera.

Nel 1984 lasciò gli studi per concentrarsi al 100% sul tennis, che le offriva grandi soddisfazioni: Gabriela (ventisei anni fa) esordì nel circuito maggiore sconfiggendo ben tre top 50 (tra le quali la nostra Reggi) e diventando la più giovane tennista di sempre ad accedere al terzo turno degli US Open, un piazzamento decisivo per chiudere la stagione da 74 WTA. Quell’anno decise anche di farsi allenare da Patricio Apey, ex tennista cileno, e di spostare la sede degli allenamenti in Florida. Nel 1985 arrivò l’esplosione definitiva: prima a Hilton Head sconfisse nello stesso torneo due top 10, poi arrivò sino alle semifinali del Roland Garros (dove perse contro Evert) e, infine, vinse il primo torneo della sua carriera, a ottobre sul cemento all’aperto a Tokyo, chiudendo a soli quindici anni la stagione da dodicesima giocatrice al mondo, dopo aver fatto il primo ingresso in top 10 a settembre.

10 – le stagioni terminate nella top ten di singolare, con cinque di queste chiuse in top 5 e tre concluse da terza giocatrice al mondo (ci riuscì nel 1989, 1991 e 1992), il piazzamento che è stato anche il suo best career ranking. Dal 1985, primo anno in cui fece il suo accesso nella top 10, sino al 1995, ultima stagione giocata interamente nel circuito, è sempre riuscita a mantenersi ad alti livelli distribuendo in questo lungo arco temporale i ventisette titoli conquistati nel circuito maggiore. L’unico anno in cui non ha vinto tornei è stato il 1993, quando comunque ha raggiunto la semifinale all’Australian Open (dove fu sconfitta nettamente da Seles) e due finali importanti ad Amelia Island e Berlino, perse rispettivamente contro Arantxa Sanchetz e Graf. Il 1993 è anche la stagione di uno dei ricordi più amari della carriera di Gabriela: arrivata ai quarti del Roland Garros lasciando alle avversarie solo tredici games nei precedenti quattro turni, perse contro Mary Joe Fernandez dopo essere stata avanti 6-1 5-1 e aver sciupato cinque match point.

A pagina due: la splendida finale del Masters 1990, le vittorie in doppio con Steffi Graf… e la rivalità con la tedesca

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Original 9: Kristy Pigeon

Primo dei nove approfondimenti dedicati alle donne che hanno cambiato la storia della WTA. Si comincia con la più giovane, la mancina Kristy Pigeon

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Dopo l’articolo introduttivo sulle ‘Original 9’ e una breve carrellata sulle donne che rivoluzionarono il tennis femminile, vi proponiamo i relativi approfondimenti. La prima protagonista è Kristy Pigeon. Qui l’articolo originale pubblicato sul sito WTA


Nella prima puntata di una nuova serie sulle giocatrici che hanno fondato la WTA, abbiamo incontrato Kristy Pigeon, il membro più giovane del pionieristico Original 9. Kristy Pigeon aveva solo 20 anni quando prese posizione come Original 9 ai Virginia Slims Invitational nel 1970. Vincitrice dei titoli junior US e Wimbledon, la mancina ha raggiunto gli ottavi all’All England nel 1968 e 1969 ed è stata Top 10 degli Stati Uniti. Pigeon ha lasciato il tour nel 1975 all’età di 25 anni e ha conseguito una laurea in Arte e Biologia presso la UC Berkeley. Dopo essere tornata brevemente a giocare nel World Team Tennis, si è trasferita in Idaho, dove ha gestito la Elkorn Tennis School per 11 anni. Nel 1991 ha fondato il Centro di addestramento equino Sagebrush per portatori di handicap, che è diventata una delle principali sedi di ippoterapia della nazione. Si è ritirata da direttore esecutivo di SETCH nel 2011, ed è un’ambientalista attiva.

Come hai iniziato a giocare a tennis?
All’età di sei anni mi sono unita a una squadra di nuoto competitiva nella mia città natale di Danville, in California. Durante l’estate del 1962 fu offerto un programma di tennis gratuito presso il centro ricreativo della comunità situato a pochi passi dalla piscina. Dopo l’allenamento di nuoto mi mettevo le mie Keds e mi dirigevo al campo con ancora il mio costume da bagno Speedo nero addosso. Alla fine dell’estate ho vinto il torneo cittadino e mi sono appassionata al tennis.

 

In quale momento hai capito che amavi giocare a tennis e volevi sceglierlo come carriera?
Dopo aver vinto il torneo in città, ho accettato un lavoro al Diablo Country Club per pulire il negozio pro in cambio di lezioni. All’età di 13 anni mia madre mi ha fatta entrare nei tornei junior della Northern California Tennis Association e sono rapidamente salita al top della mia fascia d’età. All’inizio del 1968 ho fissato un obiettivo impegnativo e ho deciso che il tennis era l’elemento più importante della mia vita.

Come è stata influenzata la tua vita dal tennis?
Il tennis mi ha offerto l’opportunità di sviluppare la fiducia e le abilità di vita che porto con me ancora oggi. I viaggi e il cameratismo internazionale mi hanno esposto ad un mondo grande in giovane età. La mia capacità di fissare obiettivi e rimanere concentrata si è sviluppata grazie alle mie esperienze di tennis.

Quale è stata la tua esperienza più memorabile mentre giocavi nel Tour WTA?
La mia esperienza più memorabile non è stata quella di giocare nel tour, ma di aver contribuito a creare le basi nel 1970 che hanno portato alla formazione della WTA nel 1973. Come una degli Original 9, ho combattuto per un premio in denaro uguale per donne e uomini.

Come descriveresti il tuo stile di gioco? Quali sono stati i tuoi punti di forza?
Dato che preferivo il serve-and-volley, le mie migliori performance sono state sull’erba. Penso di aver detenuto per un po’ di tempo il record per aver giocato la partita più breve agli Open di Francia! Nella mia prima partita su terra rossa ho perso con Ann Haydon Jones 6-0, 6-0 in 39 minuti. Ho imparato che il gioco serve-and-volley non funziona sulla terra lenta!

Che cosa hai fatto da quando ti sei ritirata?
Dopo essermi ritirata dal tennis e aver conseguito la laurea, mi sono trasferita a Sun Valley, nell’Idaho. Insegnavo a sciare in inverno e gestivo una scuola di tennis in estate. Nel 1991, ho fondato un programma di equitazione terapeutica senza scopo di lucro per essere utile ad adulti e bambini con problemi mentali e fisici nell’Idaho meridionale. Oggi il mio obiettivo è costruire paludi e ripristinare l’habitat per la fauna selvatica.

Descrivi un ostacolo che sei riuscita a superare durante la tua carriera nel tennis.
Mio padre non era favorevole al mio interesse per il tennis. Invece di esercitarmi in campo, pensava che avrei dovuto fare un provino per cheerleader del liceo. La sua idea della donna perfetta era quella che indossava maglioni d’angora stretti e sfoggiava tacchi altissimi! Ho superato questo ostacolo dissociandomi da mio padre, mantenendo il percorso scelto e accettando il sostegno di mia madre.

A chi guardi e perché?
Gladys Heldman (madre di Julie, ndr). Era una innovatrice, una donna d’affari di successo e una pensatrice creativa. Sono rimasto amica di Gladys molto tempo dopo che abbiamo formato il Virginia Slims Circuit. È diventata la mia mentore nell’arte di diventare una raccoglitrice di fondi di successo a beneficio delle organizzazioni no profit.

Descrivi la tua vittoria più memorabile e ciò che hai imparato.
Ho vinto il Welsh Open nel 1968 dopo aver quasi perso con una ragazza locale al primo turno. Stavo giocando orribilmente contro questa sconosciuta e ho perso la mia grinta. Dopo aver ottenuto la vittoria, ho scoperto che ogni punto può determinare il risultato di una partita e che bisogna rimanere equilibrati e concentrati su ogni punto. Un aggiustamento dell’atteggiamento mi ha aiutato a vincere il torneo.

Qual è stato il tuo torneo preferito da giocare?
Senza dubbio Wimbledon! Non c’è niente di più bello al mondo di un campo da tennis ben curato!

Qual è il tuo film preferito sullo sport?
‘La battaglia dei sessi’, ovviamente!

Traduzione a cura di Andrea Ferrero

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I primi 50 anni di Andre Agassi: crescita, decadimento e ritorno

Auguri a uno dei tennisti che più ha lasciato il segno nella storia dello sport. Il suo talento e i suoi drammi personali, uniti ai successi, rendono la sua storia (raccontata in ‘Open’) unica

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“La chimica è lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. È la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione! Ed è affascinante”.

La frase è di Walter Hartwell White, personaggio principale di una delle serie TV meglio riuscite degli ultimi anni, Breaking Bad. Se ancora manca alla vostra lista, recuperatela al più presto. Walter White è un semplice professore di chimica nel liceo di Albuquerque, ha un figlio adolescente da mantenere e una figlia più piccola in arrivo, ma deve lottare con un cancro ai polmoni. Compiuti i 50 anni, quasi liberandosi da ogni zavorra della sua vita, Walter sceglie di sfruttare le sue conoscenze per produrre cristalli di metanfetamina, entrando così in un mondo che lo risucchierà completamente. Quella frase, detta ai suoi studenti, non è una descrizione della materia. È la descrizione della sua vita.

Ma che diavolo c’entra Breaking Bad con il tennis? Beh, oggi, 29 aprile, compie 50 anni anche uno dei tennisti più forti della storia, Andre Kirk Agassi. Arrivato al mezzo secolo però, la sua storia a differenza di quella di Walter è già stata scritta. Immaginatelo sul letto di camera sua, la mattina successiva all’ultimo match della sua carriera contro Benjamin Becker, agli US Open 2006. Il periodo più importante della sua vita era ormai alle spalle, fatto di cambiamenti continui, creazione e dissoluzione, crescita, decadimento e trasformazione. In quel momento, guardandosi indietro, Agassi avrà citato ancora Walt, dicendo: “Mi sono sentito vivo”. E anni più tardi, ci ha anche raccontato questa sua storia nella sua autobiografia ‘Open’, affidandosi alla prosa trascinante di J.R. Moehringer.

 

‘Open’ a tratti diventa un racconto drammaturgico più che un romanzo sportivo. Il tennis infatti non è il vero protagonista del racconto di Agassi, a dimostrazione del fatto che sono più le esperienze vissute attorno alla sua carriera ad aver segnato i primi trent’anni della vita del ‘Kid’ di Las Vegas. Il dramma è in un ragazzo spinto dal padre ossessivo a colpire 2500 palle al giorno, tante da odiare presto quello sport che lo renderà una star assoluta. Segue l’incontro con Nick Bollettieri e la dura vita nella sua accademia, che lo preparano al mondo del professionismo, dove i sacrifici della sua adolescenza verranno finalmente ripagati.

Il nome di Andre Agassi finisce presto sulla bocca di tutti. Il suo modo di interpretare il gioco è unico, proprio come lui. Fuori dagli schemi, aggressivo e difensivo allo stesso tempo. Dice di lui Rino Tommasi: “Prima di lui i giocatori si dividevano tra attaccanti e regolaristi […] Agassi ha inventato un nuovo tipo di giocatore, l’attaccante da fondo campo, sfruttando due grandi qualità, l’anticipo e la capacità di arrivare in equilibrio sulla palla. Riusciva in tal modo a trovare angoli che erano impossibili agli altri giocatori”. È come il suo look, specchio della sua anima ribelle, tanto che venne definito il ‘David Bowie della racchetta’. Prima la folta parrucca, accompagnata da completini stravaganti, poi la decisione di darci un taglio e rasarsi a zero.

I risultati arrivano agli inizi degli anni Novanta. Vince il suo primo Slam a Wimbledon, un anno dopo il suo primo US Open e nel 1995 alza anche il titolo degli Australian Open. Sono gli anni della grande rivalità con il connazionale Pete Sampras, visto da tanti come la sua nemesi perfetta sia sul campo che fuori. La pagina più incredibile della sua carriera Agassi la scrive al Roland Garros 1999, dopo una crisi profonda dalla quale sarebbe potuto non uscire. Nei due anni precedenti finisce fuori dai primi cento giocatori ATP. Deve curare un infortunio al polso e soprattutto la crisi del matrimonio con Brooke Shields. È qui che si incastrano tra un dolore e l’altro le esperienze coi cristalli di metanfetamina, raccontati per la prima volta nella sua autobiografia.

Andre Agassi è tutto questo. Crescita, decadimento e ritorno. Al suo terzo tentativo vince il Roland Garros rimontando due set di svantaggio in finale ad Andrij Medvedev e completa il Career Grand Slam. Pochi mesi dopo tornerà al numero uno del mondo e vincerà anche a Flushing Meadows. La rinascita sportiva coincide in toto con la rinascita nella vita sentimentale. Steffi Graf ricompone Andre Agassi: i due entrano subito in sintonia – anche per via del background sportivo condiviso. Si sposano nel 2001 e nello stesso anno arriva anche il primo figlio, Jaden Gil. Altri due tornei dello Slam (otto in totale) contribuiranno a impreziosire il palmarès del ragazzo di Las Vegas, che ha finalmente trovato l’equilibrio giusto nella sua vita.

Quattordici anni dopo il ritiro, ora Agassi si gode la compagnia di Steffi, di Jaden Gil e della seconda figlia, Jaz Elle. E ancora oggi mentre ripercorrerà la sua carriera cullato dalle acque tranquille della “pensione”, ripenserà ai cambiamenti, alle trasformazioni, al suo decadimento e alla sua rinascita. A tutti gli elementi che nella sua esistenza hanno reagito nei modi più disparati, ma gli hanno permesso di vivere al massimo la sua carriera. Tanti auguri, Andre!

Gli auguri di Gianni Clerici: “Cinquanta sfumature di Andre, la vita del tennista più rock”

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