O Federer vince il primo Montecarlo o Wawrinka vince il primo Master 1000

Editoriali del Direttore

O Federer vince il primo Montecarlo o Wawrinka vince il primo Master 1000

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TENNIS ATP MASTER 1000 MONTECARLO – La prima finale tutta svizzera a livello di Masters 1000 è più aperta di quel che si crede leggendo il bilancio (13-1) favorevole a Federer. Deciderà la testa e la storia, eventuali complessi o la forma? Mandateci il vostro pronostico.

Da Montecarlo, Ubaldo commenta le due semifinali vinte da Wawrinka e Federer

Quando Stan Wawrinka ha battuto (6-1, 7-6 in 1h28m) David Ferrer, dominandolo nel primo set e correndo pochi rischi anche nel secondo (due pallebreak salvate, ma l’85 per cento dei punti fatti quando gli è entrata la prima di servizio), si è pensato tutti subito alla possibilità di una prima finale tutta svizzera nel Principato, la prima importante, dopo l’unica giocata a livello di circuito Atp a Marsiglia fra Roger Federer e Marc Rosset (che oggi commenta il torneo di Montecarlo per la tv svizzera-francese) nel lontano 2000, con un Federer diciannovenne.

 

Un torneo mai vinto, questo, da nessuno svizzero dal momento che Roger Federer aveva perso qui tre finali consecutive da Nadal fra il 2006 e il 2008.

Quando si è visto Novak Djokovic presentarsi sul campo con il braccio fasciato fino al gomito ho scritto subito su Twitter che secondo me era un pessimo segnale per lui.

Se anche non fosse stato un dolore insopportabile di per sè costituiva infatti una diminuzione, un handicap, quantomeno mentale. Se ad un giocatore che è per forza di cose abituato a lottare contro le situazioni di punteggio, e non solo contro l’avversario, gli dai un minimo di “alibi”, anche alibi che ti possono entrare in testa quasi inconsapevolmente, basta quel poco, quel pochissimo per perdere quella massima attenzione, concentrazione, intensità…che ti fa perdere pure la partita.

Guarda caso appena Djokovic, che aveva avuto due setpoints sul 5-4 nel primo set, ha perduto la prima frazione, ecco che dal secondo set in poi è diventato l’ombra del giocatore che aveva comunque tenuto testa a Federer nel primo set.

In un batter d’occhio il malanno si è fatto insopportabile, lui deve aver cominciato a pensare che “se non sono al cento per cento come faccio a battere Federer”, e lo svizzero è salito 4-1 poi 5-1.

Con questo, sia chiaro, non voglio sostenere nè che Federer non lo avrebbe potuto battere ugualmente, nè che Djokovic soffrisse più nella testa, psicologicamente, che al polso. E’ chiaro che non poteva servire bene – ed era chiaro prima che ce lo dicesse lui stesso, perchè bastava vedere la media della velocità delle sue prime di servizio per capire che stava battendo molto più piano (o, se volete…, meno forte) del solito.

Non era una scelta tattica. A parte il fatto che prima della partita qui si era addirittura sparsa la voce di un possibile ritiro di Djokovic, e questo ci aveva messo sull’avviso ancor prima di vedere quella sua enorme fasciatura all’avambraccio, personalmente ho subito avvertito il dispiacere di non poter assistere – chiunque avesse poi vinto – ad una bella partita come tante di quelle che avevano visto di fronte in passato gli stessi due protagonisti.

Una volta detto che questa finale tutta svizzera conferma il momento straordinario di questo piccolo Paese che confina con il nostro e che anche a livello femminile con la Hingis (più che con la Schnyder comunque a lungo top-ten anche lei, così come lo era stata in campo maschile con Jacob Hlasek e anche Marc Rosset, top-ten anche lui), ha ottenuto certamente risultati migliori del nostro tennis nell’ultimo ventennio.

Sfortuna ha voluto, dal punto di vista italiano, che per l’appunto proprio quest’anno che l’ItalDavis è giunta nuovamente in semifinale dopo 16 anni, ci tocchi affrontare la Svizzera con Federer che si è deciso a giocarla.

Federer la gioca per un milione di motivi. E’ stato spesso criticato in passato per non averla giocata, quando però era quasi da solo a poter portare punti a casa. Adesso può vincerla, e colmare uno dei pochi buchi nel suo straordinario palmares, perchè al suo fianco c’è un giocatore che ha dimostrato di poter vincere uno Slam e anche un Master 1000.

Lo hanno spinto a prendere quella decisione tante cose messe insieme: il capitano, amico e coach Severin Luthi, i risultati di Wawrinka che è stato fin qui prima ancora un amico iper-rispettoso piuttosto che un rivale, le probabili seppur timide pressioni dello stesso Wawrinka che è consapevole del fatto che la Coppa Davis o la vince insieme a Federer e quest’anno o non la vincerà mai. Inoltre hanno avuto un peso importante anche il tabellone favorevole, tale ancor prima che in semifinale si palesasse l’Italia, per via delle eliminazioni di diverse squadre pericolose, e per via anche di un sorteggio che ha consentito finora agli svizzeri di giocare match in casa, potendo scegliere sede e superficie.

Switzerland uber alles, dunque, ma speriamo soprattutto di vedere una buona finale, a questo punto.

I 13 duelli vinti da Federer su Wawrinka potrebbero avere lasciato una traccia pesante nella testa e nei ricordi di Stan, che fin qui ha sempre avuto un atteggiamento abbastanza da…scudiero nei confronti di Roger. Ma era inevitabile che fosse così.

Troppo diverso è stato il curriculum dei due perchè non fosse così.

Troppo lenta l’ascesa di Stan, che pure a Roma era stato finalista (nel primo dei suoi 3 Master 1000, l’altro è stato l’anno scorso a Madrid) già a Roma 2008, vale a dire 6 anni fa.

Eppure i risultati di Wawrinka nei Masters 1000, sebbene avesse raggiunto poi la semifinale qui a Montecarlo l’anno dopo (2009) dopo aver battuto proprio Federer nell’unica sfida vittoriosa – ma Roger era fresco (mmm?) reduce dalla luna di miele con Mirka, erano stati così modesti che nella pagina della sua biografia il Media Guide ha preferito quest’anno non metterli neppure. Per tutti gli altri top-ten ci sono quelli negli Slam e quelli nei Masters: per Wawrinka no.

Scommetto che dall’anno prossimo ci saranno. Anche perchè per l’Atp sarebbe una sorta di boomerang mediatico sottolineare nel proprio Media Guide i risultati degli Slam – che appartengono alla gestione ITF e non all’Atp che però non può fare a meno di tenerne conto– e non quelli dei propri tornei più importanti.

Ad ogni modo il Wawrinka che ha lasciato due games a Cilic l’altro giorno che ha dato 6-1 a Ferrer oggi è un Wawrinka che, se entra in capo sgombro da complessi, può far paura anche a Federer.

In fondo i due svizzeri sulla terra rossa si sono affrontati soltanto 4 volte. E anche se in quelle altre tre partite (di cui due al Roland Garros, 2010 e 2011) Wawrinka non è riuscito a vincere un solo set, è anche certamente vero che questo Wawrinka non è quello di allora. E’ molto più forte. Non potrei dire la stessa cosa di Roger Federer. Ricordo che nel 2011 Federer battè, dopo Wawrinka al Roland Garros, anche un imbattuto (dal finale dell’anno precedente) Novak Djokovic in una delle più belle partite che io ricordi di aver visto. Insomma era un Federer in grande spolvero.

Roger ha giocato bene contro Tsonga e contro Djokovic, ma nè il francese nè il serbo a mio avviso hanno giocato ai livelli del Wawrinka attuale.

Se saranno i nervi a decidere vincerà Federer. Se dovesse essere la forma Wawrinka. Salvo che Wawrinka soffra anche tecnicamente il confronto con Roger. Ma se i due giocano sulla diagonale dei rovesci Wawrinka può spuntarla. Premesso che io avrei sbagliato il pronostico fra Ferrer e Wawrinka, perchè pensavo che lo spagnolo potesse prevalere – e mi conforta il fatto che anche Paolo Bertolucci la pensasse più o meno così _ e che quindi vi consiglio di non seguire il mio pronostico ma di azzardarne uno vostro, forse oggi sarei tentato di puntare un franco svizzero su Wawrinka. E voi?

Ubaldo Scanagatta commenta la settima giornata del Montecarlo Rolex Masters

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Australian Open

Federer + Fognini + Coco Gauff. Wang e la prima tennista araba in ottavi: un cocktail pazzesco

MELBOURNE – Serena Williams: addio allo Slam 24 per sempre? L’imbarazzo di Naomi Osaka. “Perdere da una bambina di 15 anni…”. Fognini sarà la volta buona? Sandgren non è Djokovic né Berdych. Federer rischia con Fucsovics se non recupera dalla maratona

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da Melbourne, il direttore

Giovedì non era successo granché, ove si eccettui per i nostri patri confini la vittoria di Camila Giorgi su Kuznetsova. In questo venerdì, che si è concluso con un’epica vittoria di Federer dopo oltre 4 ore di tennis e dopo la mezzanotte locale e un finale da infarto per Mirka e i suoi tifosi che l’avevano visto ormai battuto sul 4-8 del long tie-break finale, è invece successo di tutto.

Se quel John Millman che lo aveva già battuto a Flushing Meadows due anni fa, non si fosse fatto assalire dal braccino, e al contempo invece Roger non avesse smesso di sbagliare lo sbagliabile, avremmo dovuto raccontare di un’altra grande sorpresa, dopo tutte quelle che erano successe prima. E alle quali darò la precedenza, senza però trascurare la grande soddisfazione per il bel risultato di Fabio Fognini qualificatosi per la terza volta agli ottavi di questo torneo e con alle viste un match difficile ma non impossibile con l’americano Tennys Sandgren.  Non è sempre, insomma, il caso di dire “Mai una gioia!”.

 

Tuttavia comportiamo da gentiluomini, su Federer e Fabio ovviamente torneremo a lungo più da basso e diamo precedenza a quanto accaduto prima nell’arco di una giornata densissima. Ladies first, dunque.

Fuori Serena Williams, fuori Naomi Osaka, fuori Caroline Wozniacki, fuori Madison Keys. Tre campionesse di Slam le prime tre, ancorchè tutte vittoriose in Australia, e una finalista all’US Open 2017 la quarta, nonché numero 11 del mondo.

La prima, Serena, con la più forte delle tante Wang: lei, Qiang, è la n.29 del mondo ma sono ben 7 le Wang nella classifica WTA (piazzate a n.51, n.134, n.153, n.514, n.553, n.833), ma comunque si tratta di una ragazza cinese di 28 anni di Nanjing cui a New York Serena aveva lasciato un solo game in meno di tre quarti d’ora. Cosa sia accaduto in 4 mesi non è facile spiegare. Di certo non lo ha fatto la timidissima, ma anche dolcissima Qiang Wang: “A New York mi ero resa conto che lei era troppo più potente perché io potessi competere. Allora ho lavorato tanto, partite di tennis sempre di almeno tre ore sul campo, tanta palestra” spiega con un sorriso, anche se le sue braccia restano magre, la metà di quelle di Serena. Il cui assalto allo Slam n.24 e al record di Margaret Court (che viene ufficialmente e dichiaratamente onorata solo per il tennis e stigmatizzata per le sue esternazioni) è rinviato a data da destinarsi. Improbabile quella del Roland Garros. Serena stessa si è data il possibile appuntamento con la vittoria record “negli ultimi due Slam dell’anno”.

La seconda ragazza è Naomi campionessa in carica e n.3 del mondo “imbarazzata” (così si è dipinta lei stessa) per essere stata sbattuta fuori in 2 set senza troppa storia (6-4 6-3) da una ragazzina di 15 anni, anche se quella ragazzina è un fenomeno che si chiama Coco Gauff ed è già una realtà del tennis. Forse l’imbarazzo a Naomi le è sceso addosso anche a seguito dei 30 errori gratuiti commessi in 66 minuti, quasi uno ogni due minuti, il che – considerate le pause fra un punto e l’altro e le soste ai cambi di campo, significa più di uno al minuto. Alla fin fine sono numeri simili, negli errori, a quelli di Serena che se ne è concessi la bellezza di 56, ma è stata in campo più del doppio di Naomi e Coco: 2h e 41 m.

La terza, Sweet Caroline, ha dato l’addio al tennis quando meno se lo aspettava per mano della prima tennista araba mai giunta in ottavi a uno Slam, Ons Jabeur che ricordo tanti anni fa junior assai promettente per via del sopraffino tocco di palla (e del coach italiano Luca Appino), ma allora seriamente limitata dall’evidente sovrappeso. Qui Caroline aveva vinto l’unico Slam due anni fa. Nel corso delle precedenti 67 settimane al vertice WTA non si era mai smesso impietosamente e implacabilmente di ricordarle che una vera n.1 non poteva non vincerne almeno uno. E proprio a Melbourne nel 2018 si infranse il maledetto tabù. Giocando sempre nel suo modo, correndo, rincorrendo, recuperando tutto e di più, facendo sempre meno vincenti ma anche meno errori delle altre. Una ragazza dolce, benvoluta da tutte le avversarie, forti e meno forti: non è cosa che accada tanto di frequente fra le ragazze in questi ambienti super-competitivi e in uno sport così individuale, dove ognuna fa corsa a sé.

La quarta, Madison, ha evitato suo malgrado quello che sarebbe stato un doppio pianto greco cedendo il passo alla Sakkari nel giorno in cui l’idolo di 300.000 greci residenti nell’area di Melbourne – è la seconda città greca del mondo dopo Atene – Stefanos Tsitsipas, giustiziere un anno fa di Federer e semifinalista ridimensionato da Nadal, non è riuscito a strappare neppure un set (7-5 6-4 7-6) né a conquistare anche una sola palla break al canadese Milos Raonic: una vera tragedia greca per una grande gioia canadese dopo l’avvio iper-frustrante di questo Slam che aveva visto finire al tappeto subito sia Shapovalov sia Auger-Aliassime. Il vecchio Milos – anche se ha solo 28 anni è sempre stato così perseguitato dagli infortuni conseguenti alla postura per via di una gamba un tantino più lunga dell’altra – dai tempi della finale raggiunta a Wimbledon quando batté Federer in semifinale nel 2016 era stato più spesso “incerottato” che a posto. Già questo risultato lo rimette in corsa, rappresentante della vecchia guardia canadese al cospetto dei giovani rampanti, un po’ come lo è oggi Fabio Fognini di fronte a Berrettini e Sinner che venivano quasi più considerati di lui.

Così, dopo questo inciso sugli uomini, dall’alto in basso agli ottavi della metà alta del tabellone sono approdate Barty n.1 (che campeggia nei murales Fila di tutta la città e occupa stabilmente pagine su pagine su The Age e su The Herald Sun) e Riske n.18, Sakkari n.22 e Kvitova n.7, Gauff n.67 e Kenin n.14, Jabeur n.78 e Wang n.29. Fino a ieri erano in lizza al terzo turno tutte le prime 10 del mondo e non accadeva più da Wimbledon 2009 (e all’Australian Open dal 2007).

L’ insolito rispetto delle gerarchie è durato ben poco. E se da un lato è divertente assistere a delle sorprese, dall’altro una maggiore stabilità ai vertici – anche senza arrivare alle egemonie installate dai Fab Four nel tennis maschile – gioverebbe all’immagine del tennis femminile che l’ha persa invece proprio a causa dell’eccessiva turnazione nelle posizioni di maggior prestigio e rilievo. Se andaste dai meno appassionati del nostro sport e chiedeste loro chi sono le prime dieci tenniste del mondo, ma anche soltanto le prime cinque, sentireste pronunciare i nomi più disparati.

L’altro giorno Justine Henin – che sulla rentrée agonistica di Kim Cljisters mi aveva detto nel corso dell’incontro organizzato da Eurosport: “Non la capisco ma la rispetto…” prima di aggiungere al collega belga Yves Simon: ”Quando mio marito ha sentito la notizia mi ha detto: ‘Justine, a me non me lo fare questo scherzo eh’!” – “l’ideale per me, perché si torni a parlare di tennis femminile come una volta, sarebbe che nei grandi tornei arrivassero quasi sempre ai quarti le stesse sette giocatrici più una outsider. Quando in ogni Slam ogni volta cambia completamente lo scenario la gente resta disorientata, non capisce più chi sono davvero le vere campionesse”.

Un anno fa, quando qui aveva vinto il suo secondo Slam, pensai che Osaka sarebbe potuta diventare una leader, un personaggio carismatico. Non è stato così. Forse si dovrà attendere la futura e definitiva esplosione di Coco Gauff che già oggi fa parlare di sé più di qualunque altra top ten al di fuori di Serenona.

Naomi Osaka

IL PUNTO SUGLI UOMINI

La scelta di parlare prima delle donne è stata dovuta sia perché notoriamente sono… un vero gentiluomo, ma anche al fatto che i vari exploit di Raonic ai danni di Tsitsipas, del redivivo Cilic a spese di Bautista Agut dopo una furiosa battaglia di 5 set, di Sandgren – il giustiziere di Berrettini – sul connazionale Querrey sono arrivate in buona parte un po’ dopo e così ho potuto mettere nel frattempo un po’ di fieno in cascina, aspettando Fognini con Pella con qualche preoccupazione e – idem con patate – Federer con quel Millman che lo aveva battuto due anni fa all’US Open approfittando di una giornata di caldo spaventoso che, a sentir Federer l’altro giorno, “per poco non ci lascio la pelle”.

Beh, se temevo che Fognini potesse accusare il peso della fatica – due match consecutivi vinti 7-6 al quinto set con il nuovo tie-break a 10 è record – tutto mi sarei aspettato fuorché l’epico match cui hanno dato vita Roger Federer e John Millman. Oltre 4 ore di gioco, con un Federer decisamente sotto tono, costantemente a subire il tennis da fondocampo di Millman che spingeva sia di dritto sia di rovescio con una foga inaudita, e con lo svizzero che pareva proprio spacciato quando si è trovato sotto 8 punti a 4 nel tie-break cominciato subito patendo un mini-break nel primo punto. Sotto 3-0, poi 5-2, 7-4, 8-4 dopo un nuovo mini-break causato dall’ennesimo dritto sbagliato da Roger.

Sull’8-5 per Millman, l’uomo del mulino (l’ho già scritto e l’ho anche detto, ma mi piace l’idea dell’uomo del mulino che si batte come Don Chisciotte contro il testimonial del Mulino Bianco, perdonate la debolezza) ha due servizi a disposizione. Basta che ne tenga uno e va al triplo match point. Ma mentre a lui il braccio comincia a tremare un po’, quello di Federer – che fino al sesto punto del tie-break aveva commesso la bellezza di 82 errori gratuiti, improvvisamente sia pur remando e remando non sbaglia più. Sotto 8 a 4 infila una serie di 6 punti consecutivi e può sollevare le braccia al cielo con Mirka che non sembrava crederci più e pare sfinita anche lei dalle indicibili emozioni.

Chi ha visto la partita alla televisione si sarà a momenti infuriato per certi errori assolutamente non da Federer, ma alla fine si sarà ancora una volta persuaso che uno come lui non esiste. Si è salvato quando era sull’orlo del precipizio con la classe che ha, mentre il povero Millman non dimenticherà mai d’essere stato per cinque volte a 2 punti dalla vittoria più prestigiosa della carriera perché ottenuta davanti al suo pubblico e senza l’aiuto del caldo infernale di New York due anni fa e sicuramente non chiuderà occhio per chissà quante notti a venire.

Vedo che il nostro live ha “ispirato” 2.800 commenti! Not too bad direbbe Nole Djokovic, anche se il merito di questi va in gran parte alle 4 ore e passa di Federer-Millman. Non vale dire che con il tie-break tradizionale a 7 Millman lo avrebbe vinto 7-4 perché si è visto che gli ultimi punti sono quelli che possono far tremare un giocatore.. e l’altro no. Curioso semmai il ruggito della folla quando Millman ha conquistato il 7-4: molti devono aver creduto che la partita fosse finita. Millman aveva giocato ai limiti delle proprie possibilità fino al momento di chiudere, ma lì è…cascato l’asino, come mi diceva la mia vecchia professoressa di latino quando smarronavo nel fare una versione.

È facile vincere, se sei forte, quando giochi al meglio e sei in grande giornata, è difficile farlo quando invece sei in giornata no e ti trovi davanti un avversario super-ispirato che si esalta davanti alla propria folla. Già, per una volta Roger Federer si è trovato a giocare in uno stadio diviso a metà, ma è uscito vincitore anche in questa situazione che pareva davvero iper-compromessa pur giocando più male che bene. Pareva spesso lento, non riusciva ad uscire dalla diagonale dei rovesci, il servizio non era efficace come tante altre volte, e mi sa che anche queste Dunlop di cui tanti giocatori si sono lamentati (molto rapide quando nuove per i primissimi game ma ‘larghe e molli come arance‘, parole di Djokovic sposate da Fognini, Federer e altri) abbiano influito sul gioco che è stato di qualità modesta. Millman aveva più forza fisica (“Uno dei tennisti più fit, più preparati fisicamente del circuito” – aveva messo le mani avanti Roger) e riusciva a spingere anche le palle più pesanti. Roger non ci riusciva con altrettanta facilità. Molti suoi colpi sono finiti in rete, specie di dritto. 48 errori non forzati solo di quello che per solito è il suo colpo migliore!

Beh, questi conti sugli errori gratuiti non mi convincono, soprattutto dopo 4 ore di match. Quando è che un errore è non forzato? Se la palla arriva a 125 km l’ora o 135? Se sei lontano dalla palla? Lui mi metteva sotto pressione costringendomi a prendere dei rischi (per rovesciare la situazione, ndr). Mi conoscete, io non sono uno che si mette dietro e palleggia tutto il tempo. Cerco invece di riprendere il pallino del gioco e per questo motivo commetterò errori. Certo avrei voluto a volte fare qualche vincente in più, ma quel che è accaduto mostra anche quanto siano lenti questi campi. Lui non ha fatto neppure un solo serve&volley, io ne avrò fatti…quanti? 10? 5? È crazy, folle …se vieni a rete sbagli delle volée non contano, mentre gli errori di palleggio contano sempre. Ecco insomma…” (sottintende: quel che voglio dire a proposito degli errori gratuiti.

Alla fine comunque Roger si dice convinto di non aver giocato così male, è felice naturalmente di aver vinto quando le cose sembravano essersi messe così male. “Se io gioco a tennis è perché mi piace vincere i tornei, vincere più partite possibile, divertirmi sul campo… ma anche trovarmi parte di match epici come questo! Non devono essere per forza finali. Se il pubblico si entusiasma e partecipa con calore, se vivi una gran battaglia con il tuo avversario che ammiri e rispetti, è un gran bel feeling. Sono felice di aver vissuto questo match e credo che avrei provato la stessa cosa anche se l’avessi perso, a essere onesto”.

Roger Federer – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Questo match che avrà tenuto incollati al televisore milioni di spettatori in tutto il mondo ha finito per distogliere l’attenzione dalla partita vinta da Fabio Fognini che ha dominato in tre set Pella quasi che non ci avesse perso due volte su tre in precedenza (se non si conta quando nel 2010 lo batté in un challenger di Buenos Aires) e che non avesse dimostrato di soffrire i mancini. Per la verità Pella è un mancino abbastanza anomalo, perché gioca meglio di rovescio… quindi tutto sommato dovendo giocare sul dritto si gioca quasi come contro un destro, cioè nell’angolo dove i destri hanno il rovescio.

Fabio sa di avere più chance di raggiungere finalmente i quarti nove anni dopo quelli raggiunti a Parigi: “E lì, battuto Montanes in quella partita drammatica (furono cinque i match point annullati se non ricordo male …n.d.r) non riuscii a giocare i quarti contro Djokovic…stavolta mi piacerebbe giocarli. Ma devo battere Sandgren che…ricorderete lo scherzetto che mi ha fatto a Wimbledon lo scorso anno. Certo ho più chance con lui che con Djokovic e Berdych che trovai in ottavi qui (2014 il serbo, 2018 il ceco), ma Sandgren aveva battuto Matteo (7-5 al quinto al secondo turno), ha dato 3 set a zero a Querrey oggi e sì che Querrey serve molto bene…insomma vale molto più della classifica che ha. Potrei essere considerato il favorito per via della classifica, ma insomma lui mi ha battuto quando abbiamo giocato a Wimbledon su quel campo (il 14…molto angusto, un gran via vai, Fabio era furente con chi lo aveva programmato su quel campo anziché su uno di quelli più importanti dove erano finiti anche match di minore livello e ranking, ndr), quindi so già che sarà una partita dura”.

Resta il fatto che sarà una bella opportunità per questo nostro tennista che – con Camila Giorgi impegnata questo sabato contro Kerber – è rimasto il nostro unico, ultimo rappresentante. I nostri giovani avranno occasioni future, magari, ma intanto al momento il tennis italiano si appoggia ancora una volta sulle spalle del ligure che a maggio compierà 33 anni.

Chi vincerà fra Fognini e Sandgren, tipo simpatico con il quale ho parlato insieme a due colleghi americani: ”It will be fun to play Fognini again” – troverà il vincente di Federer-Fucsovics, l’ungherese che dopo aver dato tre set a zero al nostro imberbe Sinner, ha battuto ancor molto più facilmente uno dei cinque americani giunti al terzo turno, Tommy Paul.

Dopo quel che ho visto stasera Federer – prodigioso come tenuta fisica a 38 anni e mezzo a reggere quattro ore nelle quali ha corso più lui che Millman, ma recupererà in tempo? – dovrà stare molto attento. Fucsovics ha un gioco abbastanza simile a quello di Millman e più dell’australiano è capace di venirsi a prendere il punto anche a rete. Insomma se per Federer potrebbe essere un buon sentiero per raggiungere l’ennesima semifinale – probabilmente contro Djokovic che dovrebbe battere Schwartzman dopo aver intanto centrato la vittoria n.100 a Melbourne e poi il vincente di Cilic-Raonic – io credo che tutti i tre tennisti che si trovano nel quarto alto del tabellone con Federer, vale a dire Fognini e Sandgren, più Fucsovics probabilmente nutrono sogni di gloria. Per tutti la semifinale non è un miraggio. Ma un obiettivo possibile.

Intanto Fabio si è detto felicissimo per il risultato di…mio fratello Simone (Bolelli). In coppia con Paire il “Bole” ha battuto la testa di serie n.1 Herbert-Mahut.

Fabio Fognini – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

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Editoriali del Direttore

Sugli scudi Camila Giorgi, nessuna croce per Sinner e Berrettini. Ma non si pretenda entusiasmo

Wawrinka troppo più vincente di Seppi: sfuma l’exploit. Wilander: “Djokovic non ha l’intensità continua di Nadal e Federer”. Gulbis, Fognini, Kyrgios sotto la lente di ingrandimento. Zverev: “Per noi Next Gen è più difficile che per Federer 20 anni fa”

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Camila Giorgi - Australian Open 2020

da Melbourne, il direttore

Non si sono registrate clamorose sorprese nella quarta giornata dell’Australian Open, salvo forse – da una prospettiva non solo italiana – la nettissima vittoria di Camila Giorgi che ha dato 6-3 6-1 a Kuznetsova, partendo da 0-2 del primo set e quindi facendo 12 game a 2 alla russa che pure nel turno precedente aveva eliminato Vondrousova, finalista al Roland Garros 2019. Anche una seconda sorpresa sarebbe stata italiana, se Seppi, che ha servito invano sul 5-4 del secondo set (perso) dopo aver vinto il primo ed è stato avanti di un break anche nel quinto set quando ha avuto la palla del 5-3, avesse finalmente battuto Stan Wawrinka dopo averci perso 8 volte di fila dal 2003 a oggi riuscendo a strappargli un solo set. Ma Wawrinka è certamente un giocatore più vincente di Andreas, come dimostrano i 3 Slam vinti anche in era Fab Four e il ranking raggiunto. Se Andreas si è fermato a n.18 è perché troppo volte è arrivato quasi in cima al K2 ma poi è scivolato giù al momento decisivo. Si è tolto la soddisfazione di una grande carriera, di vittorie di grande prestigio (Federer, Nadal), di tre tornei in bacheca, ma se fosse stato un tantino più coraggioso e aggressivo nei momenti decisivi di tante partite malamente perse non si sarebbe fermato lì.

Per questa complessiva assenza di sorprese – ma a fine articolo – voglio tornare sulle sconfitte di Berrettini e Sinner, dopo aver letto qua e là in vari commenti e vari social che chi ha sottolineato la delusione respirata qui… non avrebbe quasi dovuto manifestarla per il rischio di apparire tifosi superficiali che si illudono e illudono. Ma non è così.

CAMILA GIORGI DIVINA

Tathiana Garbin dice di non aver mai visto giocare meglio Camila (27 vincenti e 14 errori gratuiti, contro i 10 vincenti e i 17 errori di Svetlana), però non è detto che Tathiana abbia visto tutte le 9 vittorie collezionate da Camila contro le top-ten, ultima quella su Wozniacki a Tokyo risalente ormai a due anni fa. Anche Luca Baldissera è rimasto straordinariamente impressionato da Camila e mi fido del suo giudizio visto che lui ha seguito dal primo 15 all’ultimo il match (di cui avrete letto sua cronaca), diversamente dal sottoscritto che ha voluto dapprima seguire i primi due set di Seppi e poi invece dedicarsi a seguire anche altri match nonché diverse conferenze stampa. Fra le tante quelle di Zverev (in progresso rispetto al match con Cecchinato) e di Rublev. Nonché quella di Kuznetsova (che mi ha detto di aver mandato un altro messaggio affettuoso a Francesca Schiavone…): Non ho scuse per giustificare questo 6-3 6-1 – mi ha detto con grande serenità e sorridendo Svetlana non ho giocato benissimo, ma francamente neppure così male. Potevo servire meglio, ma insomma…è stata lei a giocare in modo incredibile. Non riuscivo a prendere l’iniziativa. Tirava fortissimo. Sono però curiosa di vedere in quanti altri match riuscirà a rigiocare così… Se le riuscirà sempre… buon per lei!”.

 
Commento in inglese di Ubaldo Scanagatta e Ben Rothemberg (New York Times)

RUBLEV E GULBIS IN GRAN SPOLVERO

Rublev in particolare, nonostante il problema di salute accusato alla vigilia del torneo, è imbattuto quest’anno. Ha vinto due tornei di fila, Doha e Adelaide. Non era più successo dal 2004, quando lo slovacco Hrbaty aveva fatto come lui. Qui il russo che nelle conferenze stampa parla sempre con gli occhi bassi, senza guardare chi gli ha posto la domanda, è al terzo turno e, sommando quattro vittorie filate in Coppa Davis a Madrid a fine novembre, vanta una gran bella striscia.

Chi qui è già alla quinta vittoria di fila è l’ex top-ten Ernest Gulbis, da n.256 emerso da tre turni di qualificazione. Dopo di che ha infilato due vittorie non scontate, Auger-Aliassime e Bedene. Il talentuosissimo lettone, 31 anni e mezzo, era quasi scomparso dalle scene. E non solo perché si è sposato e ha oggi due bambine che l’hanno, a suo dire, cambiato: “Quando ero più giovane tutto mi entrava da un orecchio e usciva dall’altro. Me ne infischiavo di ogni cosa e davo ogni cosa per scontata. Diciamo che ora sono…cresciuto. Ma mentre parla, anche se ti mostra la fede al dito, il sorriso è sempre quello, un po’ provocatore, un po’ insolente, tipico del figlio di un miliardario che è viziato dal jet privato del papà e che, con un filo di arroganza, ti dice di avere “poca pazienza con la stupidità di troppa gente”. Ecco perché è capace di litigare con allenatori e avversari se non condivide quel che dicono e fanno. Nelle “quali” giorni addietro a un certo punto è sbottato con l’indiano Prejnesh Gunneswaran e gli ha gridato: “Ora statti zitto e gioca!”.

Per un bel po’ di tempo, a causa di vari problemi fisici (soprattutto la schiena ma anche una spalla) Gulbis, ex top-ten, ha frequentato i tornei del circuito minore. Il suo coach Gunther Bresnik – per tanti anni al fianco di Thiem ma prima anche di ben 26 tennisti che sotto la sua guida sono diventati top-100, da Becker a Skoff, Leconte, Koubek, Patrick McEnroe – dice: “Il suo 2019 è stato catastrofico”. Con Bresnik Gulbis era stato semifinalista al Roland Garros nel 2014 quando era salito a n.10 del mondo…. “Io non guardo al passato e non mi preoccupo del futuro, vivo nel presente”. E lì accanto Bresnik è convinto: È il giocatore di maggiore talento con il quale io abbia mai lavorato ed è un tipo intelligente come pochi, diverso da tanti… forse un po’ complesso, questo sì, ma risalire tra i top 100 intanto non dovrebbe essere un problema. Gulbis è d’accordo: “Cerco sempre di capire ancora chi io sia. Ma non lo so. Forse mi farò un’idea sul mio letto di morte…” e sorride con l’aria di chi dice: “Beh dai, questa l’ho detta…”.

KYRGIOS, EUROSPORT E CORRETJA SU… FEDERER

Nick Kyrgios è stato solido nei primi due set e anche nel terzo, quando aveva un break di vantaggio prima che quel vecchio marpione di Gilles Simon, uno dei tennisti più intelligenti – seppur di una intelligenza diversa da quella di Gulbis – lo imbrigliasse nelle sue solite ragnatele approfittando anche della naturale tendenza di Kyrgios a distrarsi. Alla fine Kyrgios ha perso il terzo set. Però ha vinto al quarto, sia pur soltanto 7-5. Se si pensa che Nick non giocava individualmente da un bel po’ e poteva anche essersi arrugginito… era in fondo prevedibile. Non si perde il tennis, ma la capacità di stare lì con la testa, quando si è fermi da tanto. Approfitto – riferendomi a giocatori come Kyrgios e Federer che non avevano giocato da diverso tempo in torneo – per riferire un paio di osservazioni di Alex Corretja e di Mats Wilander nel corso del matinée organizzato da Eurosport con i suoi testimonial: insieme allo spagnolo e allo svedese c’erano anche Becker, Henin e Schett.

Della riunione Eurosport con i suoi campioni Ubitennis ne darà conto nei prossimi giorni in varie “Pillole” sparse: io soltanto ho registrato 50 risposte e forse altrettante ne avrà raccolte Vanni Gibertini. “Sono impressionato da Roger Federer che riprende a giocare in torneo dopo due mesi e ha giocato in questi primi due turni come se non avesse mai smesso – ha detto sinceramente stupito Alex Corretja – Per tutti i tennisti normali non è mai così. Lui in questo è unico e non solo, quindi, perché ha 38 anni e mezzo”.

MATS WILANDER SU KYRGIOS, FOGNINI E PAIRE MA ANCHE FEDERER, NADAL E DJOKOVIC

A proposito di Kyrgios Mats Wilander mi aveva detto, dopo avermi anticipato che avrebbe voluto dirmi qualcosa su Fognini: “Fabio, Nick e Paire sono giocatori che riescono a giocare con la dovuta intensità solo alcuni punti che ritengono importanti. Federer in ogni punto gioca il suo meglio, Nadal ancor di più. Loro no. Fabio contro Thompson avrebbe dovuto vincere in 3 set. Invece si distrae e vince soffrendo al quinto. Dopo due match al quinto rischia di trovarsi in debito di ossigeno, o comunque fisicamente non al massimo al terzo turno. Perfino Djokovic è tipo che ogni tanto si distrae. Domina Struff, pensa che gli basti giocare con un minimo di attenzione e perde un set. Lui ha un gran fisico e si può anche permettere di lasciare un set qua o là. Nadal, che chiede col suo tennis più dispendioso un maggior sforzo al proprio fisico e per questo è stato più spesso vittima di vari infortuni, deve cercare di non perdere set e game per la strada perché più facilmente rischia di infortunarsi. E gli infortuni di tanti giocatori sono conseguenza della loro incapacità di non distrarsi. Non è il caso di Nadal che è consapevole di quanto sia importante non restare mai in campo più del necessario. E quando lui arriva in fondo a un torneo è temibilissimo. Fognini, Kyrgios e Paire non sono ad oggi mai stati così e chissà se lo saranno mai. Per questo fanno di solito fatica ad arrivare in fondo a un torneo”.

ZVEREV: “PIÙ DIFFICILE EMERGERE OGGI CHE AI TEMPI DI FEDERER”

Con Zverev, tipo difficilino, io ho un buon feeling, e lui lo ha con me. Mi appresto a fargli una domanda e lui previene: “Ok allora mi rilasso” e si lascia andare indietro sulla sedia come per distendersi, alludendo alle mie domande che sono spesso più lunghe della media. Difatti gli chiedo: “Si cominciò a ritenere che Roger Federer sarebbe diventato uno Slam-winner già nel 2001 quando battè Sampras. Ma fino al 2003 non vinse alcuno Slam… pensi che ci aspettiamo troppo presto che giocatori ancora giovani vincano, giocatori come te? Qui hanno perso Auger-Aliassime, Shapovalov, Berrettini, Sinner, Humbert…” 

E lui: “Penso che sia diverso rispetto a 20 anni fa. Con i social media, i cellulari, la pressione che i media ci mettono addosso siamo più consapevoli di quanto potessero esserlo i tennisti di 20 anni fa. Prima dovevi andarti a leggere i giornali, comprarli, aprirti il computer e cercare. Oggi apri Instagram e ci sono 5 milioni di persone che hanno un’opinione su di te all’improvviso. È più difficile per noi ora. E poi Novak, Rafa, Roger semplicemente sono migliori di noi perché vincono. Ora Medvedev sta venendo fuori, io ho vinto qualcosina, idem Tsitsipas, Thiem. Noi siamo competitors che non puoi considerare fuori dai potenziali vincitori, ma ora tutti dicono la loro su Internet e anche se la gente dice che non ci fa caso a quel che viene detto, tuttavia la gente legge. E gli resta in testa quel che hanno letto. Io cerco di leggere meno possibile dei social durante gli Slam, i grandi tornei. Nessuna offesa nei vostri confronti, ma non leggo che cosa scrivete. Scrivete quel che volete su me. Per me è ok, non mi offendo. Ognuno deve cercare di starne lontano, di vivere nella propria bolla…

LE SCONFITTE DI BERRETTINI E SINNER

Posso parlare per me e non per altri, non sapendo cosa altri abbiano scritto e sostenuto. Ma se c’è chi ha criticato, chi ha parlato di delusione per le sconfitte di Matteo e Jannik, deve tenere conto delle aspettative che quando il n.8 del mondo affronta il n.100 è normalissimo che ci siano. Questo anche se Sandgren – come ha ben spiegato Ben Rothenberg del New York Times nel video che abbiamo registrato per il sito inglese Ubitennis.net e che mi permetto di invitarvi ad ascoltare (in inglese si cerca sempre per forza di cose di occuparsi maggiormente del tennis internazionale) – è un tipo che non è mai stato sopra il 40esimo posto in classifica ATP, ma ha comunque battuto 4 top-ten. Ricorda un po’ il caso Camila Giorgi: soltanto n.26 come best ranking, però capace di battere 9 top-ten.

Avevo scritto pochi minuti dopo le sconfitte di Berretto e Sinner: “I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: ‘Mai una gioia!’. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore. Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento”.

Questo e altro avevo scritto, prima di addentrarmi in un confronto a distanza con Roger Federer che non sto a ricopiare. Oggi aggiungo: è chiaro che nessuno tennista ha la vittoria in tasca solo perché è un top-ten e l’avversario sta appeso a un filo tra i top-100. Ma è anche chiaro che se il top-ten perde non si può dire che… va bene così. Ci possono essere tutte le attenuanti del caso, la caviglia, il digiuno agonistico, il vento – che, condivido quel che mi ha detto Wilander nel matinée Eurosport nella notte italiana: “Non è un elemento equalizzatore, ma è invece separatore, favorisce nettamente il giocatore più esperto che è passato mille volte attraverso certe situazioni –  eccetera, eccetera, ma alla fine non va bene così, soprattutto dopo che sei stato a un punto da un break probabilmente decisivo nel quinto set. Matteo sarà il primo a pensarla così, anche se chi gli sta a fianco gli avrà detto certamente, e giustamente per caricarlo: “Non ti preoccupare Matteo, non fa niente”. Ma chi ha scritto – senza drammatizzare si intende – di delusione, ha scritto la verità.

E Sinner? Beh, anche lì io credo di aver fatto capire che non era favorito, non poteva esserlo contro un tennista di 28 anni che è già stato n.31 del mondo. E infatti ho ricordato tutte le difficoltà che ha incontrato a 19, 20 anni perfino un campione unico come Federer a emergere negli Slam, dove la stessa distanza dei tre set su cinque per un giovane fa differenza. Mantenere la stessa intensità per 3 ore anziché un’ora e mezzo è ben diverso. Allora chi dice che Sinner lo ha deluso sbaglia? Sì, fondamentalmente. Vero anche, a contrario, che si poteva perdere strappando un set, due set, dando talvolta l’impressione di potercela fare. E questo invece non è successo.

In fondo, al Next Gen – che però era torneo 2 su 3 – Jannik aveva battuto giocatori classificati intorno a una posizione ATP simile a quella di Fucsovics e perfino migliore, De Minaur, Tiafoe, Kecmanovic… Ma ok, lì non c’era vento, si giocava con i No-Ad, con i set a 4, in casa… Tante importanti differenze. Se Sinner avesse vinto qualcuno avrebbe gridato alla clamorosa, pazzesca impresa? Io penso di no, anche se sarebbe stato giusto sottolineare invece che si sarebbe trattato di un bell’exploit. L’exploit non c’è stato, prendiamone atto, nessuno si strappi i capelli, di certo non io. Ma non ci chiediate anche di esultare. E accettate che un pochino male ci si possa anche essere rimasti. Pace e bene a tutti.

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Editoriali del Direttore

All’Australian Open non hanno perso solo i nostri giovani. Il record di Federer dice che per Sinner c’è tempo

MELBOURNE – Non tutta la Next-Gen è pronta. Fognini ha salvato la giornata dell’Italia, delusa dai k.o. di Berrettini e Sinner cui si sta chiedendo troppo. I perché. Dominano Djokovic e Federer: lo svizzero ha una bella autostrada?

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Il video del direttore in INGLESE

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da Melbourne, il direttore

Un irriducibile Fabio Fognini, vittorioso per la seconda volta consecutiva al tie-break del quinto set (“dopo 75 matchpoint!” ha detto lui scherzando lui:  se ne era visti annullare 2 sul 5-4 e altri due sul 6-5 da Thompson, prima di conquistarne sei di fila sul 9-4 del tie-break finale da 10 punti) ha salvato il tennis italiano da una triplice dolorosa disfatta. Se chi scrive gli dedica poche righe è perché Vanni Gibertini gliene ha dedicate tante e perché sono le 4 di notte quando scrivo.

 

Dio non voglia che il momento magico del tennis italiano non si sia già consumato. Sarebbe una beffa dopo tutte le speranze che il 2019 ha alimentato. Quel momento che vorremmo diventasse un periodo lo abbiamo atteso, il sottoscritto più di tanti altri, per oltre 45 anni. Nel 2019 ho goduto alla grande per l’escalation di Fognini, di Berrettini, di Sinner, dopo essermi strappato tutti i capelli (chi non ci crede osservi una mia foto) quando mi sono via via reso purtroppo conto che il mio primissimo Roland Garros del 1976 – coronato dal trionfo di Adriano Panatta – era stato poco più di una chimera. Irripetibile.

I risultati della notte australiana mi hanno fatto ripiombare tutto d’un tratto all’epoca in cui in sala stampa, insieme ai colleghi italiani ci alzavamo dai nostri desk a fine giornata pronunciando la tristissima e fatidica frase di rito: “Mai una gioia!”. Eh sì, purtroppo le nostre speranze per un grande Australian Open, nel quali si poteva addirittura ipotizzare un ottavo di finale fra Berrettini e Fognini con il vincente nei quarti, sono svanite in poche ore.

Quella arrivata da Sinner e Berrettini è stata una doppia delusione, molte ore prima che Fognini scendesse in campo contro Thompson e si complicasse maledettamente la vita come tante volte gli succede, ma riuscendo per la seconda volta di fila ad alzare le mani in segno di vittoria, non senza sfidare con le mani dietro le orecchie la folla che aveva naturalmente sostenuto in maniera assai intensa il proprio connazionale.

Thompson, n.66 del mondo, “ha giocato per più di un’ora sopra al suo livello” avrebbe detto un Fognini comprensibilmente abbastanza stravolto quando è dovuto venire in conferenza stampa alla presenza di tre soli giornalisti italiani (due di Ubitennis che non potevano fargli domande, più Dario Castaldo). Fabio ha ricordato che proprio contro il suo prossimo avversario Pella in Coppa Davis aveva vinto un match rimontando da due set sotto. “Tutto è cominciato lì…”. Questo Thompson, per chi non l’avesse visto su Eurosport, più che un tennista – anche se non è scarso, non fraintendete – a vederlo sembra più un caratterista che un giocatore. Ricordate il comico triste con i baffoni e con gli occhiali, Nichetti? Beh, Thompson, senza occhiali e con occhi spesso spiritati, il cappellino bianco calcato da ciclista a trattenere i capelli lunghi, è più allegro e più espressivo dell’attore nel quale ho creduto di scorgere una somiglianza. Però Thompson, esaltato oltre ogni dire dalla folla, incitato da Lleyton Hewitt ha giocato a tratti davvero bene, soprattutto sui match point.

Tornando a Sinner e Berrettini per noi che “emigranti di professione” è stata una piccola grande delusione. Certo ancora più per loro. Ma era ingiusto, forse, attendersi troppo da entrambi. Da Sinner perché ha pur sempre soltanto 18 anni e 5 mesi e  tutti gli elogi che gli sono piovuti addosso da tutte le parti, inclusi quelli dei grandi campioni come McEnroe, Nadal, Zverev con i quali – e non credo sia anche una piccola operazione di marketing del suo staff – si è allenato in questi giorni australiani, non potevano bastare a fargli vincere un match contro un giocatore come Fucsovics che ha quasi 28 anni, è più solido e maturo di lui, è stato anche n.31 del mondo e ha fatto valere – come ha detto lucidamente lo stesso ungherese – la maggior esperienza, il maggior senso tattico in una partita disturbatissima dal vento. In quelle circostanze non bisognava prendere troppi rischi cercando le righe, soprattutto quelle di fondo. L’ungherese teneva botta, disposto a giocare anche centralmente, aspettava l’errore di Sinner oppure, se il ragazzo accorciava, affondava con il dritto. Ogni volta che Sinner gli ha fatto il break, glielo ha subito restituito.

Sinner ha commentato, come se fosse un fatto positivo, un aspetto che non mi ha troppo convinto: “Almeno ogni volta che ho sbagliato, quando giocavo contro vento, ho sbagliato in lunghezza”. Mah, sì, certo forse voleva significare – provo ad interpretare – ‘Ho avuto coraggio e non paura’. Ma magari invece occorreva ‘fare il Fucsovics’, prendere un tantino meno rischi. Oddio, è facile dirlo – con il senno di poi – fuori dal campo. Penso che se Piatti l’avesse pensata come me glielo avrebbe detto. Se non lo ha fatto, vuol dire che la pensava diversamente. Oppure, altra ipotesi, che non c’è stata troppa comunicazione.

Diverso il discorso che riguarda Berrettini, il primo e solo dei top-ten a uscire di scena fin qui. Ma anche lui ha le sue brave attenuanti. Si era allenato poco, per via della solita caviglia destra che già lo aveva fatto soffrire la scorsa estate prima del sorprendente US Open, “avevo rischiato addirittura di non venire qui – ha rivelato per la prima volta – dopo aver saltato l’ATP Cup in preparazione a questo Slam”.

E quel Tennys (con la ypsilon) Sandgren, a dispetto di quel modesto n.100 che si porta dietro sulle spalle, è un osso duro. E non solo perché due anni fa qui raggiunse i quarti di finale quando, inciso, fu certo più criticato per le sue esternazioni politiche che per il suo tennis. Riguardo al suo tennis potreste chiedere info a Fognini che lo scorso anno a Wimbledon ci perse in tre set e si infuriò talmente tanto che si lasciò andare a quelle infelici espressioniMaledetti inglesi ci vorrebbe una bomba su Wimbledon” che sollevarono un vero putiferio, richieste di sanzioni e squalifiche. Matteo ha mancato 3 palle break per il 5-3, dopo che sembrava fosse sul punto di ripetere l’exploit di rimonta di Fognini con Opelka, una in particolare tutt’altro che impossibile da trasformare. Gli sono costate care, carissime. Nella puntuale cronaca trovate tutti i dettagli. Comprensibilmente deluso Matteo, naturalmente, ma per fortuna non ha quasi cambiali in scadenza nei primi mesi dell’anno. Può recuperare tranquillamente e nei tre tornei sulla terra in Sud America mantenere il ranking di top-ten.

Piuttosto osservo che per gran parte dei Next-Gen e dei più giovani questo Australian Open sembra essere arrivato davvero troppo presto, nonostante la settimana di ritardo come conseguenza dell’Atp Cup. Infatti al terzo turno non sono approdati, oltre a De Minaur ritiratosi ancor prima di cominciare, Shapovalov e Aliassime, Humbert, Kecmanovic, Tiafoe…oltre ai nostri Sinner, Berrettini e Sonego. Insomma, sarà magra consolazione, ma i nostri non sono i soli giovani che hanno pagato lo scotto dell’inesperienza.

Tenete presente che Sinner, ad esempio, è per precocità il quarto vincitore di una partita in uno Slam dacchè è cominciata la cosiddetta era Federer-Nadal. Insomma, se togliete i due fenomeni Nadal e Federer, vedete che Zverev ad esempio deve ancora “sfondare” in uno Slam, pur avendo vinto da giovanissimo il primo match. Quindi, come si affanna a raccomandare Riccardo Piatti, date il tempo al tempo. Date a Sinner – di cui ha detto un gran bene “Diventerà una superstar” perfino l’ungherese Fucsovics che gli ha dato comunque tre set – modo di crescere senza pretendere subito miracoli non dovuti. Ecco l’elenco dei primi cinque tennisti più giovani ad aver vinto un match in uno Slam (da quando è cominciata l’era dei Fab):

  • Nadal 17 anni e 0 mesi
  • Djokovic 18 anni e 0 mesi
  • Zverev 18 anni e 2 mesi
  • Sinner 18 anni e 5 mesi
  • Federer 18 anni e 5 mesi

Perfino il grande e inimitabile Roger Federer – sia o non sia the Greatest nessuno può negarne la grandezza – perse i suoi primi due Slam al primo turno nel ’99. E nel 2000, anno in cui avrebbe compiuto i 19 anni, eccolo finire k.o. al terzo turno in Australia, agli ottavi a Parigi, di nuovo al primo turno a Wimbledon, al terzo turno all’US Open. Nel 2001, l’anno in cui sorprende Sampras stupendo il mondo, si accontenta di un terzo turno, due quarti di finale, un ottavo. Nel 2002 fa peggio: un ottavo, due primi turni, un altro ottavo. Nel 2003, dopo un ottavo e un altri primo turno che fanno dubitare i più scettici ecco invece arrivare il primo Slam, a Wimbledon, seguito però da un ottavo all’US open. Il vero grande Federer esplode nel 2004, quando ad agosto compierà 23 anni e quando vince 3 Slam su 4. Ecco perché Piatti ha ragione quando raccomanda la calma. E ha torto marcio chi pretenda subito da Sinner quel che non ha saputo fare nemmeno Roger Federer.

IL PERCORSO DI FEDERER – Già che ci sono a parlare dello svizzero, beh nei primi due turni ha passeggiato. Il malcapitato Krajinovic ha servito anche il 90 per cento di prime in più di un set eppure ha perso 6-1 6-4 6-1. Adesso Federer ha l’australiano Millman, l’uomo del mulino! Lui più ancora di Federer dovrebbe essere sponsorizzato da Barilla! E dall’uomo del mulino Roger ha perso all’US open due anni fa quando rischiò di svenire sul campo per il caldo umido insopportabile  che fece addirittura sospendere tante partite. “Ma stavo per perderci anche a Brisbane pochi mesi dopo…” ha ricordato Roger, poco prima di ringraziarmi per una bottiglia di vino che gli ho regalato dopo essere stato a pranzo in una famosa trattoria fiorentina sulla via Senese che si chiama Ruggero e il cui titolare ha battezzato il proprio vino Roger, senza minimamente pensare che esistesse un tennista di tal nome. Trovai la cosa casuale e curiosa e gliene ho portato una bottiglia.

Non era il caso di sottolineare a Roger che sulla sua strada, una volta superato Millman in un match in cui sono curioso di vedere come si dividerà il tifo del pubblico – Roger gioca in casa anche contro gli australiani? – avrebbe il vincitore di Paul-Fucsovics. Se avessero vinto i favoriti avrebbe dovuto fronteggiare invece Shapovalov o Dimitrov. Ma se gli avessi chiesto di commentare una strada che pare abbastanza in discesa, beh mi avrebbe dato la classica risposta: “Io devo battere Millman, poi si parla del resto”.  

Anche Djokovic ha vinto facile. E mi ha detto di riservarsi un altro “not too bad “ –qualcuno che ricorda il famoso video capirà – per la fine del torneo. Intanto ho saputo che giocherà in verde Lacoste per tutto il torneo. Ma non è una scelta politica, né ecologica, a quanto so. Ha vinto la sua partita n.901, ha colto la vittoria n.70 all’Australian Open – pensate quanta strada debba fare Sinner prima di arrivare a questi numeri – e di sicuro secondo me passerà almeno quota 80 nel numero dei tornei vinti: è già a 77.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

La giornata superventosa non ha scoraggiato l’affluenza, anche se la qualità del tennis ne ha fortemente risentito: 55.440 spettatori durante il giorno, 24.335 la sera, totale quasi 80.000 in un giorno: 79.775. Quanti tornei pagherebbero per avere un’affluenza simile in tutta una settimana!

Berrettini 8, Dimitrov 18, Paire 21 (che però ha perso dall’outsider Cilic…bella mina vagante il croato che qui ha fatto una finale come a Wimbledon dopo aver vinto un  US open!), Evans sono le teste di serie smarritesi, mentre fra le donne sono Sabalenka n.11 (k.o. con Suarez Navarro), Martic n.13 (ma perdere con la Goerges è quasi normale), e Yastremska arresasi alla Wozniacki.

Già a trionfare sono state due ragazze, non più ragazzine, ormai decise a ritirarsi: la prima è Caroline Wozniacki che ha già annunciato il ritiro per la fine di questo torneo che lei vinse due anni fa scongiurando l’incubo di essere stata a lungo n.1 del mondo senza aver mai vinto uno slam. Le veniva rinfacciato ogni piè sospinto. Per assistere al suo canto del cigno sono arrivati qui a Melbourne ben cinque giornalisti danesi. Di solito ce n’era uno solo, massimo due. La seconda è la ragazza delle Canarie, Carla Suarez Navarro che invece chiuderà l’anno. Se le due veterane pronte alla pensione hanno eliminato due teste di serie è perché forse non avendo più nulla da dimostrare e da perdere giocano più libere. Così Wozniacki ha rimontato il primo set da 1-5 e il secondo da 1-3 all’ucraina Yastremska n.23 per conquistare il doppio 7-5. E alla fine ha voluto dare anche una lezioncina di fairplay all’ucraina che aveva chiesto un ridicolo medical time out sul 5-6 del secondo set. Suarez Navarro invece ha vinto 7-6 7-6 sulla bielorussa Sabalenka testa di serie n.11.

In una giornata che avrebbe potuto essere quasi tragica – sportivamente parlando s’intende – per il tennis italiano non fosse arrivato a notte inoltrata l’orgoglioso Fognini a salvarla, l’open d’Australia ha celebrato l’Italian Partner Day.Che cos’era? Beh una promozione che, con alcuni cantanti d’opera lirica, Tennis Australia ha voluto dedicare ai suoi tre partner italiani, Lavazza, Barilla e Aperol che occupano in tre quasi più spazi di tutti gli altri sponsor messi assieme. Lavazza ha offerto fino all’esaurimento di una certa scorta caffè e cannoli, Aperol dei VIP upgrade tramite sorteggio fra chi entrava nei loro stand. Barilla, confesso, non lo so.

Purtroppo ci sono rimasti solo tre azzurri e due giocano nella notte. Seppi contro Wawrinka, un trentacinquenne contro un trentaquattrenne, tanti piccoli grandi acciacchi alle spalle. Insieme a un match che qui lo svizzero vinse 7-6 7-6 7-6 e che lasciò a Andreas qualche rimpianto. Kuznetsova pensa al non c’è due senza tre nell’affrontare Camila Giorgi, la quale dal canto suo sostiene di a) non intendersi di tennis femminile, b) essere al corrente che la russa è però destra e non mancina c) che la sua modesta classifica attuale, n.102, ora che il polso non le farebbe più male, non significa quasi nulla d) l’importante è riuscire a fare il suo gioco. e) e poi chi vivrà vedrà. F) non ha battuto 9 top-ten in carriera? Perché non dovrebbe poter battere anche Kuznetsova i cui ultimi Slam vinti risalgono al 2009, 11 anni fa?

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