Safarova, di nuovo a un soffio dall'impresa

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Safarova, di nuovo a un soffio dall’impresa

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TENNIS AL FEMMINILE – A Stoccarda la vincitrice del torneo Sharapova ha rischiato l’eliminazione da Lucie Safarova, arrivata a due punti dalla vittoria. Sempre Safarova era stata capace di raggiungere il match point agli Australian Open contro Li Na, ugualmente poi vincitrice del titolo. 

Quando si parla di tennis ognuno tende a costruirsi della argomentazioni personali e a citare particolari statistiche; numeri a cui si affeziona, e che si ricorda “al volo” nelle discussioni, senza bisogno di consultare gli archivi. Per quanto mi riguarda, ho usato per anni un dato, per dimostrare come non sempre talento e ranking andassero di pari passo; il concetto era espresso così: “del resto se una come Lucie Safarova non è stata nemmeno un giorno nelle prime 20…”
Non c’era bisogno di finire la frase; e per la verità non ho mai trovato nessuno che pensasse di contraddirla. Troppo macroscopico il dato per non persuadere, a volte sorprendere, l’interlocutore. Poi, finalmente, nel 2012, Lucie mi ha tolto la possibilità di usarlo, quando ha abbattuto quella barriera e per un certo periodo ha veleggiato qualche posto più avanti, arrivando fino al 17mo. Alcuni mesi in quella zona, per poi ritornare tra le venti e le trenta: oggi è numero 26.

Forse un po’ troppo spesso si parla di talento inespresso, però bisogna dire che le partite di Safarova in questo inizio di 2014 costituiscono una forte tentazione.
Domenica scorsa Maria Sharapova ha vinto per la terza volta consecutiva a Stoccarda, esibendo un gioco di grande livello. Non come quello fantastico del 2012, quando secondo me in quella settimana espresse il miglior tennis della seconda parte di carriera (da dopo l’operazione alla spalla), ma molto vicino. Eppure al primo turno Safarova era arrivata a due soli punti dall’estrometterla dal torneo, in una partita da tre ore e mezza in cui solo i tiebreak avevano potuto decidere l’esito dei set: 7-6, 6-7, 7-6.
Un terzo set condotto in rimonta da Lucie che, sotto 1-5, ha salvato tre match point e sullo slancio è arrivata a servire per la vittoria, sino al 6-5 30-0. Ma qui a ha commesso un doppio fallo che ha come spezzato l’incantesimo positivo, e ha poi finito per perdere game e tiebreak conclusivo.

 

Vicinissima dall’eliminare una top ten (tra le favorite del torneo) che poi avrebbe vinto il titolo. Situazione già vissuta a gennaio agli Australian Open, quando Safarova arrivò addirittura al match point contro la futura campionessa Li Na. Match point mancato per un soffio (lungolinea di rovescio confermato fuori solo grazie all’hawk-eye). Quando si è in grado di arrivare testa a testa con Sharapova sulla terra battuta e con Li Na sul cemento (e in tornei di tale importanza) significa che le qualità ci sono davvero, e quindi bisogna interrogarsi sul perché non si riescano ad esprimere in pieno.

Lucie è nata il 4 febbraio 1987. Mancina, ha cominciato a giocare a tre anni, imparando dal  padre, maestro di tennis. Ottima junior, quando è passata pro ha scalato la classifica molto velocemente: da 533ma nel 2003 a 50ma nel 2005, ancora teenager. La sua ascesa è proseguita sicura fino al 2007: quarti di finale agli Australian Open, best ranking numero 22.
A quel punto aveva già vinto 3 tornei (su 5 finali), e costruito un bilancio contro le top ten davvero ragguardevole per una giovanissima: 11 perse e 6 vinte (e si parla di vittorie contro Mauresmo, Henin, Kuznetsova).

Poi però negli anni successivi la sua carriera si ripiega su se stessa: piccoli malanni che non le consentono di avere una forma ottimale, forse meno entusiasmo rispetto ai primi tempi. E’ come se a Lucie mancasse la spinta necessaria per proseguire su quei livelli. Nei due anni successivi perde 12 volte su 12 dalle top ten, e non riesce più a fare strada negli Slam. Il talento c’è sempre, perché il suo gioco ha lampi di qualità altissima, ma manca la consistenza, che nel tennis è indispensabile per vincere le partite e andare avanti nei tornei, giorno dopo giorno. E’ il periodo della frase che citavo all’inizio: “ se una come Safarova non riesce ad entrare nelle venti…”
Ed è il periodo in cui Safarova corre il rischio di essere ricordata più che altro come la fidanzata di Berdych, che aveva conosciuto giovanissima a Prostejov, dove ha sede una accademia di tennis che ha sfornato giocatori di livello internazionale (Jiri Novak, Stepanek, Berdych, Safarova, Kvitova).

Prostejov non è una scuola qualsiasi, anzi si può dire che nel 2012 questo club sia diventato leader mondiale del movimento tennistico a squadre, visto che gli uomini hanno vinto la Coppa Davis (con Berdych e Stepanek architravi della squadra) e le donne la Fed Cup (con Safarova e Kvitova). E per togliere dubbi sul valore di quella Fed Cup, segnalo che il 2012 è stato anno olimpico (Londra) e mai come a ridosso delle Olimpiadi la partecipazione è qualitativa, visto che diventa praticamente obbligatorio rispondere alle convocazioni per poter entrare in nazionale e disputare il torneo delle medaglie (Wimbledon bis).
A Prostejov, dove si è trasferita a quindici anni, Safarova ha rifinito il suo gioco, che ha caratteristiche abbastanza differenti rispetto allo standard femminile; i suoi punti di forza infatti sono quelli tipici del gioco maschile: servizio e dritto.

Il servizio lo ha modificato proprio nel club grazie agli insegnamenti di David Kotyza (il futuro allenatore di Petra Kvitova) ed è diventato uno dei più efficaci del circuito. Rispetto a molte mancine, Lucie non ha solo il classico slice ad uscire, ma anche una grande precisione in quello centrale, che da destra disegna un arco velenosissimo.
Con il dritto è in grado di impostare un gioco a livello delle migliori, e se riesce a girare intorno alla palla può eseguire indifferentemente lungolinea o inside-out difficilissimi da contenere.
Il rovescio è il suo colpo meno stabile e qualche volta tende a perderne il controllo. Come quasi sempre in questi casi, è proprio l’efficacia del colpo meno forte a determinare il termometro del suo tennis. Se anche di rovescio riesce a spingere bene, allora diventa una giocatrice estremamente insidiosa.

Personalmente l’aspetto che preferisco del suo gioco è l’estremo dinamismo che comunica: spesso mette tutto il peso del corpo nello spingere la palla, finendo per colpire con tutti e due i piedi sollevati, in un movimento “saltato” che fa la gioia dei fotografi. E visto che stiamo parlando di una giocatrice alta 1,77 si può capire che colpendo con tale intensità, la palla diventi piuttosto pesante.
Questa estrema decisione e una certa mancanza di mezze misure, si traducono in un gioco ad alto rischio. Anche così si spiegano errori evitabili a rete; un altro aspetto che Lucie dovrebbe cercare di migliorare è la costanza in risposta.
Tutte caratteristiche che fanno sì che Safarova sia tra le migliori del circuito nei game di battuta, ma non sia altrettanto efficace in quelli di risposta.

Non le manca il gioco difensivo, visto che si è formata sulla terra battuta e conosce gli slice e i colpi di contenimento tipici di chi si ha imparato sul rosso. Però in passato, specie nelle partite sul veloce, dava l’impressione di dimenticarsene, finendo per affidarsi quasi sempre ad un tennis di spinta abbastanza scarno tatticamente, e correndo così il rischio di diventare prevedibile.
In ogni caso direi che Lucie ha una completezza tecnica superiore alla media del circuito e penso che gli aspetti del gioco con più margini di miglioramento siano sopratutto tattici e mentali.

E se dovessi dire che cosa sta riportando Safarova sulla strada del progresso (dal 2010 ha cambiato allenatore, scegliendo la serba Biljana Veselinovic) citerei proprio una maggiore oculatezza tattica, che sta arrivando con la maturità. Rimane l’ultima questione: quella mentale.

Fuori dal campo, nelle interviste, sembra una ragazza molto misurata, al limite della timidezza. L’unico video un po’ fuori dalle righe che la riguarda (una danza negli spogliatoi inseme alla compagna Hlavackova) è stato pubblicato a sua insaputa ed è stato all’origine della stesso balletto ripetuto in campo come promessa in caso di vittoria della Fed Cup 2012.
Il successo in finale contro la Serbia, sbarcata a Praga con la formazione migliore possibile, effettivamente arrivò grazie a due straordinare prestazioni di Lucie, in grado di supplire alla forma precaria di Kvitova. Due partite al limite della perfezione, con vincenti da tutte le parti del campo (contro Ivanovic 6-4, 6-3, contro Jankovic 6-1, 6-1).
Ma erano condizioni ambientali particolari, con tutto il pubblico a sostenerla. E in Fed Cup per Safarova al record positivo di vittorie in casa (7-1) si contrappone quello negativo in trasferta (4-10).

In generale, devo dire che prima delle due partite di quest’anno contro Li Na e Sharapova non avevo avuto l’impressione di una giocatrice particolarmente emotiva, quantomeno non più di moltissime altre. Nel tennis femminile è spesso difficile chiudere i match proprio per la minore incidenza del servizio, che è invece una delle qualità di Lucie; e infatti mi ricordo di sue partite terminate senza particolari patemi proprio grazie al colpo di inizio gioco.
Però sorprende in negativo il rendimento negli Slam. Dal 2008 in poi, non è mai andata oltre il terzo turno, con molte (troppe) sconfitte alla prima o alla seconda partita dei Major.
Sotto questo aspetto ricordo la profonda emotività esibita contro Li Na a Melbourne 2014, quando si era presentata a servire per il match sul 6-1, 5-3; una tensione insostenibile che l’aveva portata immediatamente 0-40, a causa anche di un doppio fallo commesso di puro “braccino”, vale a dire per il timore di spingere la palla.

Non sempre le giocatrici vivono momenti psicologici uguali nel corso della propria carriera, e a volte con l’avanzare degli anni può capitare che venga meno una certa spregiudicatezza, e la maggiore coscienza dell’importanza di alcuni match può pesare sulla serenità di gioco. Se così fosse rischieremmo di avere una nuova Jana Novotna, la giocatrice ceca famosa per avere difficoltà a chiudere le partite. In fondo entrambe sono nate a Brno. Però queste importanti vittorie mancate di un soffio si potrebbero anche interpretare come il segno di una crescita che richiede un ultimo sforzo per consolidarsi.

Ad esempio Sara Errani nella seconda parte del 2011 aveva perso diverse partite dopo essere arrivata vicinissima alla vittoria, spesso con match point a favore (Kuznetsova, Medina Garrigues, Cetkovska 2 volte, Peng), e si parlava di complesso psicologico. Invece dopo qualche mese Sara ha cominciato la scalata verso i piani alti del ranking; probabilmente il suo gioco era cresciuto prima, ma mentalmente c’era voluto un po’ di tempo in più per adeguarsi al nuovo livello.
Insomma, le difficoltà si possono superare: come ha saputo lasciarsi alle spalle i momenti difficili dopo la separazione da Berdych (adesso ha un nuovo fidanzato, americano) forse queste delusioni potrebbero davvero essere l’inizio di un nuovo progresso. Personalmente me lo auguro perché, con il suo gioco aggressivo, Safarova per vincere deve giocare bene; e quando gioca bene produce un tennis altamente spettacolare.

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Emma Raducanu, una impresa senza precedenti

Come è stato possibile che una giocatrice diciottenne, sconosciuta fino a tre mesi fa, sia riuscita a vincere lo US Open in un modo mai riuscito prima?

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Emma Raducanu - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

L’ultimo US Open femminile è stato lo Slam delle sorprese e dei record. Gli storici e gli statistici si sono sbizzarriti a identificare tutti i numeri che hanno sancito l’eccezionalità della vittoria della giovane Emma Raducanu: i record sono così tanti che per non diventare noiosi è meglio ricordarne solo alcuni.

Prima volta nell’era Open che una giocatrice vince partendo dalle qualificazioni. E senza lasciare set per strada: un totale di dieci partite (tre più sette) con uno score di 20 set vinti e zero persi. Prima dell’era Open a conquistare uno Slam alla seconda partecipazione in assoluto in un Major (anche Pam Shriver nel 1978 aveva raggiunto la finale al secondo tentativo, ma aveva perso contro Evert a New York). Raducanu lo ha fatto senza avere ancora vinto una partita in carriera a livello di “normali” tornei WTA, visto che fuori dai Major aveva affrontato due soli tornei, perdendo sempre all’esordio (Nottingham e San Josè).

Più giovane finale Slam dallo US Open 1999 (Serena Williams contro Hingis). Più giovane campionessa Slam dai tempi di Maria Sharapova a Wimbledon 2004. Seconda vincitrice della storia fuori dalle prime 100 del ranking, preceduta da Kim Clijsters nel 2009 (sempre a New York) quando al rientro nel tennis non aveva ancora una classifica per l’esiguo numero di tornei giocati. Ma anche terza teenager della storia a vincere lo US Open senza concedere set (dopo Seles nel 1992 e Hingis nel 1997).

 

Ultimo dato prima di entrare nel merito delle partite newyorkesi: Raducanu ha vinto il torneo senza affrontare Top 10. Nel corso del suo cammino, infatti, ha incontrato solo due teste di serie: nei quarti la numero 11 Bencic e in semifinale la 17 Sakkari. Ma naturalmente non gliene si può fare una colpa: questo le ha offerto il tabellone, ed Emma più che lasciare le briciole a tutte le avversarie che le sono capitate, non poteva fare.

Ma visto che stiamo parlando di una semi-esordiente, il dato che colpisce è che in carriera non ha ancora mai affrontato una Top 10. In compenso vanta un record niente male: ha giocato 13 volte contro una Top 100 vincendo 11 partite e perdendone solo 2: sconfitta da Zhang Shuai a San Josè e da Tomljanovic a Wimbledon (a Londra Emma perse per ritiro).

Le partite di Emma Raducanu allo US Open
Dopo la wild card ricevuta a Wimbledon in quanto giocatrice di casa, Raducanu si presenta allo US Open senza avere la classifica necessaria per essere ammessa direttamente al tabellone principale. Da numero 150 del ranking è soltanto testa di serie 31 del torneo di qualificazione. Superato piuttosto brillantemente, come detto, senza perdere set. 6-1, 6-2 a Bibiane Schoof, 6-3, 7-5 a Mariam Bolkvadze, e infine 6-1, 6-4 a Mayar Sherif, testa di serie n. 4 delle Quali.

Con i tre successi nelle qualificazioni, Emma conquista l’accesso nello Slam vero e proprio. Il posto capitato nel main draw non è proprio favorevolissimo: primo ostacolo la testa di serie numero 14 Jennifer Brady, semifinalista lo scorso anno, e finalista all’Australian Open 2021. Soprattutto sul cemento, una avversaria davvero impegnativa.

Ma in extremis le cose cambiano. Brady è costretta alla rinuncia a causa di un infortunio. Quando Jennifer dichiara forfait, ormai il sorteggio è fatto, e quindi la porzione di tabellone di Raducanu perde la testa di serie più alta. A sostituirla è la lucky loser Stephanie Voegele. I due set della partita si sviluppano con un andamento identico: Emma parte lenta, subisce un break in avvio, ma dall’1-2 sotto, cambia marcia: controbreak immediato e resto del set dominato. Finisce così 6-2, 6-3, anche se le occorrono ben sette match point per chiudere l’incontro.

Al secondo turno Raducanu trova Zhang Shuai, proprio la giocatrice che l’aveva sconfitta in modo netto all’inizio di agosto a San Josè (6-3, 6-2). Purtroppo non sono riuscito a seguire le loro due partite, e quindi non posso entrare nel merito. In linea generale, penso si possa ricordare questo: la Zhang più recente è un po’ scesa nel ranking perché è diventata piuttosto discontinua; se la mattina si alza con la luna giusta è capace di dare filo da torcere anche alle più forti, ma se invece le manca l’ispirazione, aumenta di molto gli errori e diventa molto più abbordabile.

Con questo non sto affatto dicendo che il risultato opposto delle due partite sia dipeso da Zhang e non da Raducanu. Anzi. Agli atti rimane semmai una dichiarazione di Emma nella conferenza stampa successiva al loro ultimo incontro, nella quale racconta: “Avevo perso contro di lei un mese fa, ma sento che match dopo match sto migliorando, sto imparando a tenere alto il mio livello di gioco senza cali durante la partita. In queste settimane avere affrontato tante avversarie di alto livello mi ha fatto crescere sempre di più”. Sentire parlare di crescita nel corso di un solo mese, una crescita tale da permetterle di rovesciare completamente il risultato contro una giocatrice esperta e di valore come Zhang, sembrerebbe esagerato. Ma nel caso di Emma sono proprio gli eccezionali traguardi raggiunti a rendere credibili affermazioni del genere.

Forse il passaggio più interessante di questa stessa conferenza stampa è quando spiega il suo modo di prepararsi contro le avversarie: “A livello WTA la maggior parte delle giocatrici non ha grandi debolezze; per esempio non puoi pensare di insistere sempre dalla stessa parte in attesa di un errore. Dunque si tratta sia di dare il meglio per quanto riguarda il proprio tennis, sia di saper individuare piccole scappatoie che creino qualche disagio a chi hai di fronte. Con il mio team mi preparo con questi obiettivi. Non sempre ci si riesce, e allora devi andare in campo almeno riuscendo a esprimerti al tuo massimo”. In pratica Emma racconta che affronta i match con un duplice intento: da una parte sviluppare al massimo il suo gioco, ma dall’altra cerca anche di modularlo di volta in volta in funzione del tipo di avversaria che ha di fronte, per metterla a disagio. Cosa che puntualmente si verificherà nei turni successivi del suo torneo.

Superare le qualificazioni, sconfiggere con percorso netto Voegele e Zhang sono rimarchevoli traguardi per una giovanissima. Ma, per quanto mi riguarda, la partita che mi ha davvero fatto drizzare le antenne sul torneo di Raducanu è stata quella di terzo turno contro Sara Sorribes Tormo.

Sorribes nell’ultimo periodo è cresciuta moltissimo, trasformandosi in una specie di muro difensivo. Al punto che oggi è forse la giocatrice più dura da affrontare sul piano della pazienza tattica e della tenuta mentale e fisica, perché regala quasi nulla e riesce a contenere e rimettere in campo una quantità enorme di attacchi, allungando moltissimo ogni scambio. Se non la si affronta con la condizione giusta si rischia di soccombere, come è capitato alla numero 1 Barty alle Olimpiadi di Tokyo.

Invece Emma domina l’incontro con una condotta vicina alla perfezione. Vince addirittura i primi 11 game, e si trova con un match point sul 6-0, 5-0. Sorribes si salva dal cappotto completo, ma rimanda solo di una game la conclusione: 6-0, 6-1. Per Raducanu sono 60 punti vinti complessivi, appena 33 persi, e un saldo finale di +7 tra vincenti ed errori non forzati (23/16). Agli spettatori lascia una sensazione di grande efficacia e chiarezza tecnico-tattica: tanti vincenti ottenuti (appunto 23 su 60 punti totali), senza però mai dare l’idea del colpo tirato alla “va o la spacca”. Emma al contrario è riuscita a trovare la chiave per vincere senza andare sopra le righe.

Riepiloghiamo. Diciotto anni, esordiente senza esperienza a livello WTA, e senza disporre della potenza di Serena Williams o di Aryna Sabalenka. E però capace di lasciare un solo game a Sorribes Tormo, infliggendole la peggiore sconfitta da quando Sara è diventata Top 50. Obbligatorio seguirla con estrema attenzione.

Con queste premesse, la curiosità sul valore di “questa” Raducanu sembrava potesse essere soddisfatta attraverso il più probante ostacolo possibile: il confronto con la numero 1 del mondo Barty. La massima favorita del torneo, e potenziale avversaria al quarto turno. Al termine del match di terzo turno, in conferenza stampa i giornalisti chiedono a Raducanu se è pronta ad affrontare Barty. Emma, forse presaga, prima di entrare nel merito avverte: “Mah, il match di Ashleigh non è ancora cominciato, e la sua avversaria, Shelby Rogers, giocherà di fronte al pubblico di casa. Difficile dire chi vincerà. Quando giochi con il pubblico di casa dalla tua, hai un differente livello di motivazione…”.

Come sappiamo, Shelby Rogers è davvero riuscita fare lo sgambetto a Barty (o forse la stessa Bartiy si è inciampata da sola), ed è quindi Shelby la rivale di quarto turno. Tra Raducanu e Rogers, la partita fila via rapida. Sarà la più breve del torneo di Emma: un’ora e 6 minuti complessivi, con gli spettatori americani presto ammutoliti dalla troppa differenza in campo.

Dopo i primi due game persi in fase di assestamento (ricordo che era la prima volta che Raducanu giocava sull’Arthur Ashe), Emma infila una serie di 11 game consecutivi, esattamente come contro Sorribes, che segnano definitivamente il match. Nel secondo set, concesso il game del 5-1, chiude sul proprio servizio per 6-2, 6-1. Una partita nella quale Rogers lascia la sensazione che, dopo aver dato tutto per superare Barty, non fosse pronta per misurarsi alla pari contro una avversaria motivata, concentrata, e poco disposta a regalare punti come la Raducanu di questo torneo.

Chi si aspettava che la pesantezza del dritto di Shelby potesse diventare un fattore, viene smentito, e nemmeno il servizio l’ha aiutata a rimanere in partita. Infatti Emma non solo ha risposto benissimo, ma per la maggior parte degli scambi ha tenuto in mano l’iniziativa, e questo ha costretto Rogers a rimanere in difesa, l’ambito di gioco nel quale è di gran lunga meno forte.

a pagina 2: Le partite decisive allo US Open

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US Open 2021: Ashleigh Barty davanti a tutte

La numero 1 del mondo si presenta a Flushing Meadows da favorita. Riuscirà a vincere il suo primo Slam sul cemento?

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Ashleigh Barty - Wimbledon 2021 (via Twitter, @wimbledon)

Dopo il successo a Wimbledon, la numero 1 del mondo Ashleigh Barty si avvicina all’ultimo Slam stagionale nella stessa situazione della vigilia londinese. Vale a dire da numero 1 in tutto: della classifica WTA, della Race e anche delle quote delle agenzie di scommesse. Come se non bastasse, la sua posizione è uscita rafforzata dalla fresca e convincente vittoria di Cincinnati.

Sui prati inglesi, Barty aveva dimostrato di saper gestire la pressione e aveva coronato l’avventura sui prati con il Venus Rosewater Dish. Ora le si chiede di ripetersi sul cemento di New York. Non sarà facile, ma anche i numeri sono dalla sua parte. Oggi in classifica ha oltre tremila punti di vantaggio sulla seconda, che per la prima volta è Aryna Sabalenka, al suo best ranking (10185 punti contro 7010).

In sostanza si cominciano a delineare i contorni di una primato molto solido, ben lontano da quello del 2020, quando Barty era rimasta in vetta più per i modificati meccanismi di calcolo del ranking che per i risultati sul campo. Ricordo che lo scorso anno Ashleigh non aveva giocato a New York e, nella edizione disputata dentro la bolla a causa della pandemia, a prevalere era stata Naomi Osaka.

 

Oggi però Osaka non è più la schiacciasassi di dodici mesi fa. Sembra quasi un meccanismo di vasi comunicanti: settimana dopo settimana, Barty appare sempre più salda e convincente ai vertici WTA, mentre Naomi sta attraversando un periodo di fragilità che mette in dubbio la possibilità di replicare il successo del 2020. Anche se Osaka è una giocatrice di classe, che in carriera ha già vinto 4 Major sul cemento (due negli USA e due in Australia) e quindi non è impossibile che sia capace di ritrovarsi nella occasione più importante.

Prima ancora che si cominci, una cosa è comunque certa: il quadro delle partecipanti sarà molto più completo rispetto allo scorso anno, quando a causa delle rinunce al viaggio negli USA mancarono 6 delle prime 10 giocatrici del ranking.

Rispetto al 2020 torneremo anche ad avere il pubblico sugli spalti, un piccolo vantaggio per le giocatrici di casa. Per la verità le tre tenniste statunitensi più alte in classifica non stanno attraversando un periodo felice. Seguendo uno sfortunato parallelismo, sia la numero 5 Sofia Kenin, che la 14 Jennifer Brady e la 22 Serena Williams hanno attraversato settimane complicate a causa di problemi fisici. Per questo al momento le maggiori speranze statunitensi saranno riposte in Coco Gauff, Jessica Pegula e Danielle Collins, che nel frattempo sono salite in classifica fino a conquistarsi un posto da testa di serie.

In linea generale dietro alle prime quattro del ranking (Barty, Sabalenka, Osaka e Pliskova), la situazione risulta fluida e non semplice da valutare; molto potrebbe dipendere dal sorteggio oltre che dalla forma del momento. Prima di entrare nel dettaglio relativo alla condizione delle prime sedici teste di serie, ecco un semplice riepilogo delle ultime vincitrici Slam. Il numero accanto al nome rappresenta la testa di serie occupata in tabellone:

2019 US Open: 15 Andreescu su 8 Williams

2020 Australian Open: 14 Kenin su Muguruza (non tds)
2020 Wimbledon: non disputato
2020 US Open: 2 Osaka su Azarenka
2020 Roland Garros: Swiatek su 4 Kenin

2021 Australian Open: 2 Osaka su 22 Brady
2021 Roland Garros: Krejcikova su 31 Pavlyuchenkova
2021 Wimbledon: 1 Barty su 8 Pliskova

a pagina 2: La situazione delle prime 8 teste di serie

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Camila Giorgi, nuova regina del Canada

A 29 anni Camila Giorgi ha raggiunto il più importante successo della sua carriera: cosa è cambiato nel suo tennis e cosa saprà fare in futuro?

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Camila Giorgi dopo la vittoria a Montreal 2021 (Credit: @WTA on Twitter)

Con la vittoria nella finale di Montreal su Karolina Pliskova, Camila Giorgi ha senza dubbio ottenuto il più importante successo della sua carriera, ed è diventata la seconda giocatrice italiana capace di vincere un torneo di livello WTA 1000. L’unica a riuscirci prima di lei era stata Flavia Pennetta, a Indian Wells nel 2014.

Per la verità il ricorso storico, che a prima vista suona impeccabile, nella realtà è un po’ impreciso. Quando Pennetta vinse in California, il torneo era classificato come Premier Mandatory, mentre il Canadian Open apparteneva ai Premier 5, fascia appena inferiore di eventi.

Poi è arrivata la recente decisione di rinominare sia i Premier Mandatory che i Premier 5 come “WTA 1000”; una decisione che però non ha cambiato le cose nella sostanza. Oggi come allora, infatti, per le giocatrici la partecipazione a Indian Wells è obbligatoria (mandatory, appunto, pena uno zero in classifica) e frutta 1000 punti alla vincitrice, mentre quella al torneo canadese è discrezionale e assegna 900 punti per chi conquista il titolo (vedi QUI, a pagina 145 e 148).

 

Dato curioso: nel 2014 lungo il percorso vincente, Pennetta sconfisse anche Giorgi (6-2, 6-1 al terzo turno), unico successo ottenuto da Flavia contro Camila in tutta la carriera (il bilancio è 3-1 per Giorgi).

Ma al di là dei nominalismi e dei punti assegnati, tutto questo non credo sminuisca l’impresa di Giorgi, che in Canada ha sconfitto giocatrici di alto livello grazie a un tennis di notevole qualità. Questa la classifica delle avversarie incontrate: Mertens 16, Podoroska 38, Kvitova 12, Gauff 24, Pegula 30, Pliskova 6. Va anche ricordato che Mertens, Gauff e Pegula sono sottostimate dal ranking attuale, visto che nella Race del 9 agosto erano rispettivamente alla posizione 9, 11 e 18.

La novità per Giorgi non sta tanto nell’aver battuto avversarie di tale caratura (questo le era già riuscito più volte in passato, e sin da giovanissima), quanto piuttosto di averlo fatto un giorno dopo l’altro, senza passaggi a vuoto, dando prova di una continuità che le era quasi sempre mancata. A 29 anni compiuti (è nata il 30 dicembre 1991) ha vissuto una settimana vicina alla perfezione: dodici set vinti, appena uno perso. Una settimana che suggerisce l’idea di raggiunta maturità. Come è stato possibile che questo accadesse? E perché soltanto ora? Facciamo un passo indietro per cercare di individuare alcuni aspetti significativi che potrebbero avere contribuito a questo grande risultato.

1. La Giorgi del 2021
La prima cosa differente di Giorgi nel 2021 che salta all’occhio, anche perché si tratta di un elemento oggettivo e indiscutibile, è il cambio di racchetta. All’esordio stagionale, nel torneo Yarra Valley Classic (uno dei tre eventi di preparazione dell’Australian Open), Camila si presenta con una Yonex, produttore giapponese, che sostituisce la racchetta francese Babolat.

Le racchette Yonex sono facilmente identificabili perché la sagoma del telaio è particolare, non assimilabile alle forme degli altri produttori. La differenza riconoscibile a colpo d’occhio ha una conseguenza fondamentale: significa che quando una giocatrice passa alle Yonex non può ricorrere al frequente escamotage che prevede la semplice pitturazione del precedente modello con colori differenti. No, il cambio di racchetta deve essere reale e non apparente.

A questi livelli non sempre i cambi di telaio si rivelano semplici. Per esempio Caroline Wozniacki aveva compiuto lo stesso passaggio nel 2010 (da Babolat a Yonex) e, a dispetto delle dichiarazioni iniziali piuttosto spavalde (“Da junior ho già usato racchette diverse, per me non sarà un problema, potrei giocare perfino con una padella”), Caroline avrebbe fatto marcia indietro nel 2013, proprio perché non si era mai del tutto adattata al nuovo attrezzo. Allora si disse che, a dispetto di un minor controllo, la Babolat avesse uno sweet spot più grande, e dunque risultava più adatta al gioco di Wozniacki, specie considerando i suoi problemi nel generare potenza dalla parte del dritto.

Visti i risultati raggiunti, sembra invece che per Giorgi la decisione di passare a Yonex sia stata positiva, anche se penso sia meglio non entrare nel merito di che cosa potrebbe significare tecnicamente il cambio di racchetta. Gli attrezzi dei professionisti sono altamente personalizzati e di conseguenza tutti i ragionamenti sulle loro caratteristiche rischiano di rimanere semplici congetture.

Nei primi mesi del 2021 un aspetto della situazione di Giorgi risulta invece certo. Ed è purtroppo in linea con le stagioni precedenti: la fragilità del fisico. Una fragilità che le impedisce di giocare senza fastidi, alla ricerca della condizione migliore. A fine gennaio un infortunio alla coscia la costringe al ritiro nello Yarra Valley Classic, facendola scendere in campo con qualche dubbio al successivo Australian Open di febbraio (sconfitta al secondo turno da una ottima Swiatek). E sempre per problemi fisici Camila si ferma in aprile alla vigilia dell’impegno di Charleston. Di conseguenza Giorgi si presenta all’avvio della stagione europea su terra con appena 8 match nelle gambe (4 vinti e 4 persi). Difficile carburare con così pochi impegni sostenuti.

Anche per questo si tornerà a vedere Camila ad alti livelli soltanto in giugno, sull’erba di Eastbourne. Partendo dalle qualificazioni, raggiunge la semifinale dopo aver sconfitto, fra le altre, Sabalenka e Pliskova, che un paio di settimane dopo sarebbero state protagoniste della semifinale di Wimbledon. Ma poi anche a Eastbourne Giorgi deve ritirarsi per un problema alla coscia.

A conti fatti sarà soltanto il torneo Olimpico di Tokyo a riproporci una giocatrice in completa efficienza, pronta per l’exploit di Montreal (anche se in Canada ha comunque disputato il torneo con una fasciatura al polso, che in passato le ha dato più di un problema). Raggiunta la piena condizione, nelle partite della scorsa settimana si sono viste tutte le qualità che da sempre si riconoscono a Camila, con l’aggiunta di qualche elemento che l’ha aiutata a risultare ancora più competitiva.

a pagina 2: Camila Giorgi a Montreal

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