Le lacrime di Sara. La Errani resiste s'infortuna e Serena la prende a pallate (Martucci, Clerici, Semeraro, Palizzotto, Lombardo), Il cuore dl Djokovic è più forte di Nadal (Crivelli, Grilli, Valesio)

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Le lacrime di Sara. La Errani resiste s’infortuna e Serena la prende a pallate (Martucci, Clerici, Semeraro, Palizzotto, Lombardo), Il cuore dl Djokovic è più forte di Nadal (Crivelli, Grilli, Valesio)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

 

Le lacrime di Sara. La Errani resiste s’infortuna e Serena la prende a pallate

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

 

Finisce in lacrime. Con Saretta sconfitta, ma vittoriosa, perché battuta più dallo stiramento inguinale che dalla numero 1 del mondo, la più forte tennista di sempre, Serena Williams. Finisce con l’eroina delle racchette umane, la piccoletta con l’argento vivo addosso e lo stuzzicadenti come leva, che, dal 3-4 del primo set, si blocca totalmente in quel suo incessante «corri e tira» a tutto campo – che irrita terribilmente la favorita -, e non scatta più, non spinge più, non lotta più, non si agita più. Fino ad accasciarsi in panchina come un burattino senza fili, a testa china, sconsolata, mentre il Centrale del Foro la chiama con l’unica appassionata, voce di 10.500 anime: «SAAA’RA, SAAA’RA». Finisce 6-3 6-0 in un’ora 11 minuti per la regina del 2002 e dell’anno scorso, la Tyson del tennis che si fa beffe dell’età (32 anni) e di qualsiasi avversaria, e che avrebbe vinto comunque, e nettamente, come già nei 6 precedenti con la romagnola, anche questa prima finale del torneo nazionale più importante con un’azzurra Doc, non come la Annelies Ullstein Bossi Bellani del 1950 (tedesca di nascita), ma come Lucia Valerio del 1931 (però a Milano). Tralasciando Raffaella Reggi, regina di una edizione dimessa, a Taranto ’85. Pubblico Ma cosí, con un epilogo tanto ingiusto per un guerriero, Saretta si prende un pezzo di vittoria anche lei. Perché non solo accetta qualsiasi lotta, anche impari, ma, anche quando non può proprio più vincere, comunque non si ritira. E non lo fa solo per il suo smisurato orgoglio. «Mi dispiace», si sfoga al microfono in campo. «Ho provato a dare tutto, sono rimasta in campo per voi. Siete stati paurosi per tutta la settimana, è grazie a voi che ho espresso il mio miglior tennis. Mi dispiace veramente per oggi. Tornerò il prossim’ anno e cercherò di fare meglio». E’ una dedica che vale il famoso cuore che Guga Kuerten disegnò sulla terra rossa del Roland Garros. Perché Sara, piccolina com’è e con un gioco dispendioso, di fisico e testa, senza il pugno del k.o., fa sempre una gran fatica. «In genere, soffre ai polpacci», spiega il fratello Davide. «Agli adduttori e dintorni è la prima volta»…. Di certo, dopo un gran torneo, nel quale ha battuto la numero 2 del mondo Li e la 8 Jankovic, fa uno sforzo in più per opporsi allo strapotere atletico di Serena. Svolta La Errani che non t’aspetti in finale a Roma e che invece si rilancia sull’amata terra rossa ferma l’emorragia di game soltanto sullo 0-3, davanti all’americana che taglia come burro tutte le sue difese, e le sbriciola subito il nuovo servi-zietto. Poi però, mentre il solito mattacchione ironizza dagli spalti («Dai che non fa male»), piccola-grande Sara allunga lo scambio, trova risposte e profondità di palleggio e, dopo 35 minuti, fra lo stupore generale, recupera il break del 3-4 e mostra persino il pugnetto in faccia a super-Serena. Quella che mette paura a tutti, anche in tribuna, ma non alla campionessa-esempio del nostro tennis.«Quando non hai niente da perdere puoi solo migliorare, e cosl ha fatto lei, anche se io avrei potuto giocare un po’ meglio. Ero lenta e nervosa, non colpivo come avrei dovuto». Epperò, proprio lì, Saretta si ferma, perde il servizio a zero, addirittura, sull’ultimo colpo, si sposta proprio, e lancia l’S.O.S. fuggendo sottocoperta col fisioterapista. «Sin dall’inizio del game ho capito che le era successo qualcosa», storce la bocca papà Giorgio, il suo primo tifoso, accorso in extremis a Roma. Infortad Fosse un pugile, il suo angolo getterebbe sul ring la fatidica spugna. Perché, dopo il messaggio-bendaggio alla coscia sinistra, Sara non è più Sara. Anche se Serena, per scuotersi, dall’irreale 0-30 («E’ difficile giocare contro un avversario infortunato»), spara al cielo un «com’òn», che viene – giustamente – contestato dalla folla.

 

Sara commuove, Djokovic entusiasma

 

Gianni Clerici, la repubblica del 19.05.2014

 

C’è sempre un limite ai nostri desideri, dal giorno in cui si viene informati che i doni non li porta più Gesù Bambino, o forse, come nel caso di Sara Errani, una donna, la Befana, ma non certo camuffata da Serena Williams. Da troppi anni consapevole di simile scoraggiante realtà non ero riuscito a immaginare una vittoria della piccola Sara contro un peso massimo di un gioco sempre più vicino alla violenza muscolare, e non più limitato all’educazione e alla sensibilità delle manine. Una piccola speranza, se non addirittura perversa, certo antisportiva, riponevo nelle difficoltà incontrate ieri da Serena in un secondo set ambulatoriale, ma nel consigliare, come sempre faccio, due amici scommettitori, avevo suggerito di non illudersi sulle vantaggiosissime quote della nostra bambina. L’inizio della partita avrebbe non solo confermato le mie ovvie ipotesi ma, ancor di più, mi avrebbe sorpreso una sorta di incapacità della Errani, quasi l’emozione patriottica della vicenda l’avesse bloccata, inca- II titolo maschile invece va al serbo, che rimonta e batte Rafa Nadal L’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe. Sarà Raonic la prossima star? pace di essere se stessa, addirittura in difficoltà nella corsa, nel colpire le palle più facili. Simile imbarazzante disagio avrebbe trovato una spiegazione sul 4-3 per una Serena non certo devastante, quando l’arbitra Mariana Aldos avrebbe chiamata in campo la fisioterapista, e questa, scuotendo il capo, avrebbe accompagnato Sara all’infermeria. La partita, se mai era iniziata, sarebbe terminata in quel momento, e la Errani va complimentata per aver accettato con grande umanità l’infortunio, uno stiramento alla coscia sinistra che non le avrebbe impedito, seppur danneggiata, un tentativo di disputare la finale del doppio: doppio che una tennista ritirata in singolo non avrebbe potuto affrontare causa il regolamento. Tentativo coraggioso, ma vano, dopo una apparizione di soli quattro games. Simile piccola tragedia mi avrebbe amareggiato quasi quanto Sara, ma non impedito di apprezzare quella che sembra la ripetizione di un grande testo teatrale con un finale variabile, Nadal contro Djokovic. Mi faceva infatti notare un amico statistico che i duelli tra i due seguono un curioso andamento. Dapprima, quando Nadal era irresistibile, dal 2006 al 2009 si sono verificate 14 vittorie a 4 per lui ma in seguito, sino al 2012, pareva che il serbo avesse trovato la chiave tattica per invertire la tendenza, con un 10 a 2. Incredibilmente Rafa si sarebbe ripreso e, con una pioggia di lift, avrebbe segnato un6a 1 sino allo US Open 2013. Qualità atletiche di certo meno dirompenti lo hanno spinto ad uno 0-4, con il match di oggi, che ha perduto nell’istante in cui le sue rotazioni non sono più state sufficienti ad impedire rimbalzi aggressivi e di maggior lunghezza e penetrazione a Djokovic. In giorni come questi l’autentico Numero Uno mondiale, ancorchè non per il computer. Dopo un primo set in cui, da un iniziale 1-4, Nole ha inseguito senza successo, la direzione del match è stata quasi sempre in sue mani. Djokovic si vale di meno rotazioni, ma di una posizione più avanzata in campo, e di diagonali più incrociate. Match certo ammirevoli, quelli tra i due, ancorché l’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe certo ai nostri copioni. Sarà forse Raonic, la nuova star?

 

Djokovic e Williams accoppiata vincente

 

Stefano Semeraro, la stampa del 19.05.2014

 

Serena e Nole, core de Roma. La Williams, sempre più Number One, ha raccolto in due set, anzi uno, i resti di Sara Errani – che nonostante le lacrime di delusione per l’infortunio alla gamba (elongazione muscolare, il Roland Garros è a rischio) ha provato a tornare in campo per la finale del doppio – e si è poi presentata in conferenza stampa indossando una t-shirt con scritto «I love Rome» tagliuzzata ad arte («E il mio stile, mi conoscete»). Djokovic, che ni potrebbe diventarlo a Parigi fra un paio di settimane, dopo aver battuto in tre set Nadal (ma il risultato è generoso con Rafa) il cuore lo ha disegnato sul campo con la racchetta, stile Guga Kuerten. «E per voi e per il mio Paese, che sta soffrendo tanto», ha spiegato il n.2 del mondo, che con il pennarello ha scritto una dedica per le vittime dell’alluvione anche sul vetro della telecamera. Sono dieci anni che la coppa del Foro la alzano solo loro: per Djokovic è il terzo centro su cinque finali, il secondo dopo quello del 2011 su Nadal. II Niño resta in vantaggio 22-19 negli scontri diretti, ma ha perso gli ultimi 4. Inseguiva l’ottava vittoria romana in nove finali e anche se è riuscito a strappare un set ieri è sembrato ancora una volta lontano dalla forma dei bei tempi. Per una vita ha vinto partite che avrebbe dovuto perdere, Rafa ora inizia a perdere anche quelle una volta avrebbe vinto. II suo vantaggio nel ranking su Novak si è ridotto a 650 punti e se al Roland Garros dovesse uscire battuto in finale a Djokovic basterebbe una semifinale per scavalcarlo (addirittura un ottavo se Rafa si dovesse fermare prima). Lo spagnolo non si era mai presentato al Bois de Boulogne con un solo titolo sulla terra – per giunta minore, quello di Rio de Janeiro a febbraio -, è dunque ora di chiedersi se sia davvero lui il favorito per lo Slam che ha vinto 8 volte. La Williams in Francia arriverà invece da grande favorita dopo il secondo titolo in due anni a Roma, il terzo in totale. La prima coppona al Foro la sollevò nel 2002, 12 anni fa, ma lei civettando come al solito ha puntualizzato: «sono come il vino, il mio tennis migliora con gli anni». Ieri era la favoritissima, alla fine del primo set Sara però si è infortunata al flessore dell’anca e nel secondo è rimasta in campo solo per onore di firma, scoppiando in lacrime prima della premiazione. A consolarla è arrivata anche una telefonata di Matteo Renzi. Speriamo non il tweet con l’hashtag «Sara, stai serena». Record di pubblico II dolore di Sara «Parigi è a rischio» Delusione anche in doppio per Sara Errani che, con la Vinci, ha dovuto abbandonare dopo 4 game la finale. «In singolare sono rimasta in campo per rispetto del pubblico, il doppio ho provato a giocarlo per Roberta. L’infortunio? Non so cosa ho e neppure se potrò giocare a Parigi, deciderò dopo la risonanza». Al Foro record di spettatori: 175.978, la sfida ora è battere Madrid nella corsa al mini-Slam 2016.

 

Non ci resta che piangere

 

Daniele Palizzotto, il tempo del 19.05.2014

 

Uno scatto, un movimento fatto male, una smorfia e poi le lacrime. Tante lacrime. Perdere contro Serena Williams ci sta, anzi è naturale. Forse, magari probabilmente, sarebbe accaduto comunque, ma così fa male, troppo male. Perché per oltre mezz’ora Sara Errani, prima tennista italiana in finale al Foro Italico dopo 64 anni, ha tenuto la scia della migliore giocatrice al mondo, magari non al meglio della forma, ma in difficoltà contro l’azzurra, numero 11 del ranking Wta. Miracoli del Foro. Come già nei giorni precedenti, quando aveva fermato prima Na Li e poi Jelena Jankovic, Sara stava giocando una grande partita. Contratta in avvio, tanto da sprecare due preziose palle game nel secondo e terzo gioco per ritrovarsi sotto 0-3 (palla corta stranamente in rete e fortunoso net colpito dalla Williams), tra lo stupore e la gioia del Centrale la Errani ha subito ripreso il filo del gioco creando diversi grattacapi all’americana. Serena, è vero, ci ha messo del suo (vedi la risposta gettata via che ha regalato il primo game all’azzurra), ma Sara sembrava davvero poter reggere il ritmo forsennato della numero uno, 17 Slam in bacheca e tre titoli agli Internazionali Bnl (2002, 2013 e 2014). L’illusione, però, è svanita in un attimo. Ultimo punto dell’ottavo game: la Williams risponde, Sara arriva sulla palla ma non la colpisce lasciando il pubblico sbigottito. Per capire cosa è successo, però, basta poco: la Errani si è fatta male e l’infortunio pare subito grave. Arriva il medico, l’azzurra trattiene le lacrime, rientra negli spogliatoi e ne esce pochi minuti dopo con una fasciatura alla coscia. Il match è finito qui, purtroppo. Sara non riesce più a correre ma resta coraggiosamente in campo, non vuole deludere il pubblico romano che tanto l’ha aiutata durante la settimana. Addirittura si sente in colpa: piange per sé, perché una finale al Foro Italico non è traguardo da tutti i giorni, ma forse ancor più per chi è al suo fianco, la sostiene dal primo all’ultimo punto nonostante il secondo set sia solo una passerella (6-3 6-0 il punteggio finale) e la applaude fino alla fine, meritato omaggio all’impresa di una campionessa. «Mi dispiace», balbetta Sara quando Lea Pericoli le passa il microfono durante la premiazione. Non riesce a parlare, la delusione è troppo forte, le lacrime troppo difficili da trattenere. Poi riprova, a fatica: «Siete stati paurosi per tutta la settimana – ringrazia la Errani tra gli applausi del pubblico – ho provato a fare del mio meglio restando in campo solo per voi, siete fantastici. Essere arrivata in finale è pazzesco, il prossimo anno cercherò di fare meglio». Poi i complimenti, inevitabili, alla Williams, pronta a contraccambiare: «Sara ha giocato bene, è stata veramente sfortunata a farsi male. Io avrei potuto fare meglio, ma lei nell’ultimo anno è migliorata tanto: spero di incontrarla ancora, magari già a Parigi». Meglio di no, almeno per la Errani. Che poche ore dopo – escluse lesioni muscolari importanti attraverso un’ecografia – è tornata in campo insieme all’amica Roberta Vinci per la finale del doppio. Il tentativo è durato pochi minuti, Sara sentiva ancora dolore e sul 4-0 perla coppia Peschke-Srebotnik ha alzato giustamente bandiera bianca. Tra sei giorni parte il Roland Garros, appuntamento troppo importante per peggiorare una situazione già complicata. Il sogno di Sara è finito in lacrime. Ma la prossima volta… Emozioni A destra le lacrime della Errani dopo la sconfitta in finale. Sopra la gioia di Serena Williams con il trofeo. Sotto l’appello di alcuni tifosi presenti sugli spalti del Centrale del Foro Italico per i marò italiani ancora detenuti in India

 

Errani, ko di dolore

 

Marco Lombardo, il giornale del 19.05.2014

 

«Sono rimasta in campo per la gente». Ci riprova nel doppio, ma inutilmente Marco Lombardo Roma Bisogna aver coraggio,anche nel perdere. Ed è per questo che Sara Errani ha scelto il modo migliore per farlo, in campo, nonostante un infortunio che l’ha fatta piangere fino alle lacrime. Perché Sara è una di noi, cioè come siamo un po’ noi italiani, i grandi lavoratori, quelli magari con qualche mezzo in meno degli altri, ma con tanta creatività in più. E soprattutto coraggio. Insomma, è finita come doveva finire, perché nel tennis in certi casi non si inventa nulla e soprattutto non si è ancora inventato un antidoto a Serena Williams, anche quando non è in versione Serenona. Piuttosto è il modo che fa un po’ specie, perché scalare una montagna a mani nude a volteè possibile, ma bisogna essere però integri nel resto del corpo. Accade nel primo set, Serenaè avanti4-3 e servizio ma comunque è un po’ inquieta, perché il gioco intelligente della Errani mette un pó di sabbia nell’ingranaggio del suo carro armato, nonostante quella differenza al servizio – 201 a 1351an l’ ora il divario massimo – un po’ imbarazzante. Insomma, non c’è partita ma in fondo c’è, fino a quando Sara fa un piccolo movimento e una smorfia. E poi lascia andare la palla seguente senza colpirla: «medical timeout , sul Foro cala il silenzio. Sara tornerà in campo dopo 7′ negli spogliatoi con una fasciatura alla coscia sinistra, mala partita è finita lì:il tabellone poi segnerà 6-3, 6-0, e qui sta il coraggio di Sara, quella sfida tutta italica di non voler mollare mai, neanche quando ce ne sarebbe bisogno. Sara, infatti, avrebbe anche la finale di doppio con l’amica Vinci, perché rischiare? C’è Parigi alle porte, allora perché? La risposta è che bisogna aver coraggio di perdere guardando in faccia l’avversaria, anche quando la ritirata sarebbe molto più che onorevole. Così alla fine lo stadio è tutto in piedi ad applaudirla, tutto Serena Williams compresa, con la Errani che prima si scusa e poi si scioglie in lacrime. Poteva essere la prima italiana-italiana a vin-cere al Foro, ma chi se ne importa? A volte la sconfitta fa ancora più notizia. Una buona notizia. «Lei è magica – dirà perfino Serena mentre si gode il terzo trionfo romano -: è stata sfortunata, stava giocando benissimo. Tanto che io stavo andando un po’ fuori giri ed ero nervosa. E vero che quando hai poco da perdere finisci per dare tutto,però lei nell’ultimo anno è migliorata tantissimo, ha lavorato molto e si vede». Come un’italiana vera, insomma. Che poi, finita la pre-miazione, è subito andata sul lettino del fisioterapista per poter essere presente all’appuntamento con il doppio, perché non si lascia a piedi così un’amica: «Sara ci tiene – diceva fuori dalla porta il suo coach Lozano – forse è solo una piccola elongazione e dunque ce la può fare». Lei, che aveva appena finito di ringraziare il pubblico del centrale («Sono rimasta in campo per voi, siete stati pazzeschi») e si era asciugata l’ultima lacrima, era già ripartita, pronta per una nuova sfida. Risultato: a meno di quattro ore da quella smorfia terribile, Sara scende in campo con Roberta Vinci per la finale del doppio contro Peschke e Srebotnik. Malandata ma presente. Insiste, ci prova, soffre. Perché, neltennis come nella vita, le sconfitte arrivano. Ma il coraggio non lo si deve perdere mai. Anche il coraggio di saper dire basta al momento giusto. Minutodieci3Oa4.Ilpubblicocapirà. Roberta ha già capito.

 

II cuore dl Djokovic è più forte di Nadal

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

 

C’è un cuore che batte nel cuore di Roma. E’ quello che Novak Djokovic disegna sul campo incidendo sulla terra rossa con la racchetta le emozioni di un trionfo che non è solo sportivo e contro l’arcirivale Nadal: «Quando Kuerten vinse a Parigi, fece lo stesso gesto ed io, che ero ragazzino, ne rimasi affascinato. E’ un ringraziamento al pubblico, ma soprattutto è il mio pensiero alle gente che in Serbia sta soffrendo: sto male a non essere lì con loro». Ombre Nole per loro si prende così gli Internazionali, e lo fa per la terza volta, rispettando la regola dei tre anni: 2008, 2011 e oggi. C’è dunque un senso di compiuta perfezione nella 19a vittoria contro Rafa in 41 sfide dirette, nonché la quarta consecutiva, nel modo in cui Djoker si illumina prodigiosamente dopo le ombre del primo set marchiato da 17 errori gratuiti: «Contro Nadal, devi giocare aggressivo dall’inizio, ci ho provato, però non trovavo la misura dei colpi. Poi sono salito, soprattutto con la risposta ». E il maiorchino, 75% di punti con la seconda nel primo set, si ritrova d’improvviso a giocare contro un muro: «Ha cominciato a mettermi in difficoltà nei miei turni di battuta – racconta il numero uno – e nei colpi a rimbalzo è diventato molto più profondo e incisivo, io invece facevo un po’ fatica a dare velocità alla Avevo le gambe pesanti, ma ci sta: il mio gioco migliora, sono contento palla, avevo le gambe pesanti e non riuscivo a metterlo in difficoltà con angoli difficili: ci sta, dopo aver giocato dieci partite in dodici giorni». Onore • rispetto Djokovic esplode un irreale passante di dritto per il break del 2-0 nel secondo set, riceve il gentile omaggio di un doppio fallo per salire 4-2 e, nel terzo, toglie il servizio in apertura al rivale, pub salire 3-0 dopo un game interminabile di 10 minuti e quando ha un attimo di blackout facendosi rimontare fino al 3-3, si inventa un settimo game paradisiaco, disegnando il campo con traccianti che inchiodano Rafa due metri dalla riga. E’ l’apoteosi: «Una vittoria speciale, considerando come stavo quando sono arrivato a Roma e l’avversario che avevo di fronte in finale: quando giochi contro di lui, il più forte di sempre sulla terra, non puoi mai concederti pause». E’ la prima volta in nove anni che Nadal arriverà nel regno magico parigino avendo perso più di due partite sul rosso e senza aver vinto almeno due tornei nella stagione europea, ma la fiducia non scema, anzi: «Devo prendere le cose positive da questa sconfitta, come il fatto di essere migliorato con il passare del torneo. Due settimane fa non ero certo così soddisfatto del mio gioco come lo sono ora, ho affrontato un avversario difficilissimo e quando sono tornato in partita nel terzo set, lui ha giocato tre game eccezionali». Verso Parti C’è un dato, tuttavia, che si frappone come un’incognita nel percorso verso il Roland Garros del numero uno al mondo: Djokovic ha chiuso con 46 vincenti, lui solo con 15. E negli scambi oltre i 9 tiri, Nole ha ottenuto 19 punti e Rafa, di solito implacabile maratoneta, 14. Dunque, come già accaduto con Murray nei quarti, la sensazione che si percepisce è che con i top player, anche sulla terra, in questo momento Nadal dipenda più dalla forza degli altri che dalla propria. «lo mi preoccupo solo di me stesso, e quindi vado a Parigi più fiducioso di quando ho cominciato il torneo qui a Roma. In uno Slam, il calendario ti permette di recuperare, a me non piace giocare la sera e poi tornare in campo il giorno dopo, preferisco dormire e recuperare». Un giornale francese, intervistando Djokovic, ha parlato del Roland Garros come di un’ossessione per il serbo: «Non è la parola giusta, qualcosa che ti ossessiona ti fa star male. Certo, è l’unico Slam che mi manca e nei miei desideri di giocatore adesso è al primo posto: arrivarci così mi dà una spinta speciale». Ci sarà in palio anche la prima posizione del ranking, una proiezione sulla stagione dell’ormai eterna sfida con Rafa: «Conta solo vincere – ammette Nole – e l’esperienza mi aiuterà a stare calmo». Con la virtù dei forti.

 

Djokovic apre la crisi di Nadal

 

Massimo Grilli, il corriere dello sport del 19.05.2014

 

Il  tonfo lo avrete sentito anche da casa vostra. Rafael Nadal, il re della terra battuta e del torneo di Roma (sette vittorie su nove finali e dieci partecipazioni) è caduto dal trono, scalzato dal suo rivale più pericoloso, quel Novak Djokovic che ora può immaginare a più o meno breve scadenza anche il sorpasso nella classifica mondiale. In una finale non bellissima ma comunque intensa, dove i momenti felici dell’uno non sono quasi mai coincisi con quelli dell’altro campione, registriamo un successo meritato, malgrado un inizio traballante del serbo, di fronte a un Nadal comunque più vivace rispetto alle prime tremebonde prestazioni. Dopo una campagna su terra battuta deludente per le sue abitudini – una vittoria su quattro tornei disputati, dal 2004 non incassava tre sconfitte sull’amata terra rossa – il mancino spagnolo si presenterà tra una settimana a Parigi (dove ha vinto otto volte su nove tentativi) con poche certezze nel Lo spagnolo non e più imbattibile sulla terra: vinto un torneo su 4. E ora arriva Parigi suo tennis. Da parte sua, Djokovic pub lucidare i suoi numeri: terzo trionfo a Roma – dopo quelli del 2008 e 2011 – terzo titolo stagionale e 44 della carriera (nella classifica all-time ha raggiunto l’austriaco Muster al 13 posto assoluto), successo numero 19 su Nadal (su 41 confronti diretti), il quarto di fila e il quarto sulla terra battuta (su 17 incontri). LA PARTITA. Eppure le cose non erano cominciate bene per Djokovic, precipitato in pochi minuti sull’1-4, con due servizi già persi. Troppo fallosi i suoi colpi da fon-docampo, troppe scelte sbagliate di fronte a un Nadal finalmente più lucido. Una racchettata sulla sedia e il serbo si scuoteva, provava la rimonta ma mancava tre occasioni per il 4-4, così Nadal saliva a 5-3 e chiudeva facilmente sul 6-4. Nel secondo set entrava in campo un Djokovic trasformato, inesorabile nei colpi dal fondo, capace di reggere alla grande il palleggio contro un Nadal VITTORIE Djokovic ha ridotto Io svantaggio nei confronti con Nadal: ora Rafa conduce 22-19 (13-4 sulla terra]. TORNII Diventano 44 I tornei vinti in carriera da Djokovic, 3 dei quali nel 2014 (Indian Wells e Miami prima di Roma). che progressivamente perdeva metri. Noie scattava subito sula-0 poi però si distraeva e perdeva il servizio anche per l’improvviso pianto a dirotto – a pochi metri da lui – di un bambinuccio (spagnolo?) portato via brutalmente dal padre, ma si ritrovava immediatamente e chiudeva per 6-3. Ancora Djokovic avanti di un break all’inizio del terzo set, ma la partita non poteva finire così. «Rafa è il migliore quando serve essere il migliore», aveva spiegato alla vigilia Nole. Così Nadal recuperava da 1-3, alzando il pugno rabbioso sul suo splendido passante incrociato che gli garantiva il 3-3. Per i tifosi spagnoli che ricominciavano a mulinare le loro bandiere, era l’ultima illusione. «Non avevo più benzina», dichiarerà Nadal dopo la partita. Djokovic ricominciava a spedire missili nella metà campo sempre più sguarnita dello spagnolo, che negli ultimi tre giochi metteva insieme solo tre punti, perdendo due servizi. Dopo l’ultimo rovescio fuori di due metri del rivale, Djokovic poteva finalmente alzare le braccia in segno di trionfo, prima di disegnare sulla terra battuta con la racchetta un cuore, come tanti anni prima aveva fatto Guga Kuerten a Parigi. SCENA FINALE. Noie stringe mille mani, saluta Becker in tribuna, regala la sua racchetta. Nadal, stretto nella sua seggiolina, riceve il tentativo di Alberto Tomba (?) di tirargli su il morale. «Buttaje giù le bottigliette…», urla un anonimo dalle tribune, facendo riferimento alle bottiglie d’acqua che lo spagnolo con cura maniacale dispone – seguendo una diagonale di cui lui solo conosce il significato – vicino alla sua postazione. E’ l’ultimo sgarbo a Rafa in questa stramba settimana. Roma è passata nelle mani di Djokovic, non sarà facile tra dodici mesi riprendergliela.

 

È terra di Nole. Nadal abdica Rafa

 

Piero Valesio, tuttosport del 19.05.2014

 

Intanto si può dire che è finito un impero? Diciamolo perché è vero. Magari il regno in senso lato no; ma l’impero, quello assoluto, quello non lasciava spazio ad altri su quello è calato il sipario. Rafa Nadal, lo stesso Nadal che l’anno scorso stupì il mondo dominando in lungo e in largo dopo un lungo stop, non è più l’imperatore della terra rossa. Quella terra da cui Rafa ha sempre tratto l’energia vitale per poi volare altrove e vincere pure h. La sconfitta patita ieri in finale non è la prima che Rafa incassa per mano di Djokovic sulla terra romana. Ma quest’anno è arrivata dopo i flop di Montecarlo e Barcellona, la finale vinta a Madrid ma grazie al ritiro di un Nishikori che lo stava prendendo a pallate; e un cammino romano certo non entusiasmante tranne che per la semifinale in cui quello scriteriato di Dimitrov ha patito la presunzione di voler giocare più nadalianamente di Nadal. Non parliamo più di sconfitte contigenti e immerse in un mare di vittorie: ma la realtà è che mai Rafa è approdato a Roland Garros senza prima avere vinto un torneo vero (questo Madrid come detto non fa testo) sulla terra. E tra l’altro se Nadal non vincerà a Parigi e Djokovic sì ecco che finirà anche questa fase della sua intermittente sovranità sul tennis mondiale. ITALIANO Si sospenda per un attimo la riflessione sulla caduta del divino Rafa per dire che la vittoria di Djokovic al termine di una finale non entusiasmante sancisce ciò che da tempo era sotto gli occhi di tutti: a Roma ha vinto il più italiano dei non italiani che dominano il tennis maschile. Nole vince a Roma sentendo questo luogo quasi come il suo luogo natale; o almeno come il suo succedaneo più prossimo. Lui, Nole, ha giocato e studiato da ragazzo in Italia, la sua fidanzata prossima moglie nonché prossima madre di suo figlio, Jelena Ristic, ha studiato alla Bocconi ed è innamorata del nostro paese; il suo manager, Edoardo Artaldi, è italiano. Per Nole essere ospite da Fazio a «Che tempo che fa» non è una delle tante comparsate televisive cui si offre per propagandare le iniziative della Djokovic Foundation; ma essere presente nel più produttivo dei talk show italiani sul mercato che gli è più caro do-Po quello serbo: l’Italia per l’appunto. Se Djokovic disegna un cuore sulla terra del Centrale non lo fa soltanto per emulare Guga Kuerten a Parigi: ma perché avverte che l’Italia non è per lui un Paese come un altro ma «il» paese dove è più amato. Belgrado non ha più un torneo e anche ne avesse ancora uno non potrebbe essere al livello di Roma. Djokovic lo sa e ha eletto l’Italia al rango di patria-bis. Non ci sarebbe da stupirsi se alla fine pure suo figlio vedesse la luce dalle nostre parti, chissà. TEMPO Rafa non sta per diventare padre ma la finale di ieri ha evidenziato come il tempo passi anche per lui. D che potrebbe sembrare un ovvietà specie dopo che ieri si è avuta l’opportunità di scrutare in tribuna il viso di John Newcombe che tanto diverso non è da quando vinceva, vestiva italiano e insegnava tennis in Sardegna. Ma la sensazione è che al di là dell’impero, Rafa non sia più un’invincibile Armada. Magari a Parigi (dove non si gioca di sera e lui potrà seguire il format di comportamento quotidano che più ama: pizza sugli Champs e poi a nanna) ritroverà la verve dei giorni migliori. A Roma gli è toccato di faticare come un pazzo (le tre ore con Simon, soprattutto) sotto i riflettori, dunque dormire di meno e questo andazzo non gli piace. Ma il fatto è proprio questo: siamo ormai lontani dal ragazzino palestrato con lo smanicato giallo e siamo anche un po’ distanti dall’atleta pazzesco che l’anno scorso ha lasciato tutti a bocca aperta e che è sembrato inscalfibile da ogni tipo di infortunio o tensione psciologica. In realtà Nadal è sensibilissimo sul piano emotivo: e forse sta prendendo coscienza di questo aspetto di sé. Ragion per cui perde partite che in altre occasioni magari non avrebbe perso. Quando zio Toni dice: “Rafa è pieno di dubbi» forse vuol dire che suo nipote sta diventando grande

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Capolavoro Fognini: Nadal ko, è finale (Laura Guidobaldi, La Nazione)

Fabio Fognini deluxe a Montecarlo. Il ligure (18 Atp) scrive una pagina storica del tennis italiano riuscendo nell’impresa di battere il recordman della terra Rafa Nadal a Montecarlo, dove Rafa ha vinto ben 11 volte in 12 finali. L’ultima sconfitta del maiorchino nel Principato risale al 2015 per mano di Djokovic. Un vero dominio di Fabio («Perfetta. Ho giocato una partita davvero perfetta») che chiude 6-4 6-2 in 1h37′ un match in cui ha quasi sempre comandato gli scambi annichilendo un Nadal irriconoscibile su questa superficie. Fognini accede per la prima volta alla finale di un Masters 1000 e sarà la sua 19esima finale in carriera. L’ultimo italiano a giocarsi il titolo a Montecarlo fu Corrado Barazzutti nel 1978, anche se allora non c’era la categoria dei Masters Series (gli ultimi azzurri a vincere un torneo più o meno equivalente furono Panatta a Roma nel ’76 e Bertolucci ad Amburgo nel ’77). Con il successo di oggi – il quarto contro Nadal su 15 precedenti – soltanto Fognini, Djokovic e Gaudio sono riusciti a superare tre volte sul rosso lo spagnolo. Nel primo set, Fabio è bravo a gestire meglio il vento pur continuando a spingere ribaltando la situazione dopo essersi trovato sotto di un break. Il secondo è un monologo di Fognini che, sul 5-0, vede sfumare tre matchpoint per poi trasformare il quarto sul 5-2. «Le condizioni erano molto difficili, era ventoso ma non freddo come ieri. All’inizio è stato un po’ strano, break e controbreak poi mi sono inc….to ma sono rimasto calmo, ho trovato il mio gioco e quando lo trovo mi diverto». Arriverà il titolo n. 9? «Oggi vorrei fare un regalo a mia mamma perché domani sarà il suo compleanno. Certo, questo è uno sport incredibile!». L’avversario in finale sarà l’outsider serbo Dusan Lajovic (48 ATP) che ha battuto il russo Daniil Medvedev (14 ATP). Non ci sono precedenti e a Montecarlo a volte si sono allenati insieme: «È una finale a sorpresa. Lajovic ha giocato molto bene, ha battuto Thiem e Goffin. Io ho più esperienza, sono favorito sulla carta perché sono più in alto di lui in classifica, ma sono solo statistiche. Non abbiamo nulla da perdere, entrambi abbiamo il 50% delle possibilità di vincere». Un’occasione davvero ghiotta per Fognini: «Se avessi la testa sarei top 10 da dieci anni. Ma io sono io e continuo ad andare avanti per la mia strada. Voglio andarmi a prendere questa vittoria».

 

Il vero Fabio. Il migliore e più umano di tutti (Gianni Clerici, La Repubblica)

Fabio Fognini ha battuto Rafa Nadal e si appresta a vincere, a trentuno anni, il suo primo torneo Masters 1000. Vorrei trovare, insieme all’entusiasmo, un inizio felice per il mio articolo. Un mio collega, che non si lascia vincere dai sentimenti, afferma di averlo già scritto, cioè che Fabio poteva vincere «dopo aver visto Nadal spesso in difficoltà contro Pella, nei quarti». Un altro collega mi ricorda, probabilmente per solleticarmi, il pezzetto che ho scritto l’altro giorno, dicendo a Fabio che avrei voluto vederlo più volte giocare con la sicurezza dimostrata contro Sascha Zverev. Un altro ancora sottolinea la forma non stellare di Nadal, in un torneo che il maiorchino aveva vinto undici volte, e un altro ancora sottolineava che, con i suoi lift e i suoi tagli, Rafa era molto più vicino alla vittoria che le volte passate. Tento di segnalare quel che avevano scritto vari colleghi, per riuscire a limitare il mio entusiasmo, io che non sono un patriota fanatico, addirittura un mezzo svizzero, grazie a una nonna e all’ammirazione per Federer. Oggi non mi sono trattenuto dall’ammirare Fabio, il migliore tra i cento visti, il Fabio capace di salire cinque a zero contro un Nadal normale. […] Ma il Fognini di oggi era quello da me sempre atteso, e lo confermava anche la firma da lui imposta ironicamente alla lente di una telecamera, “Fogna”, seguita da una serie di ‘ah’, rappresentazione di varie risate. Non si batte il Nadal terricolo, il più forte dei vari Nadal che ammiro, se non si è un grande tennista, e non solo. Se, insieme all’esaltazione, non si soffre anche un momento di paura, com’è accaduto sul 5 a 0 nel secondo, in due giochi incerti, 5 punti a 9. Dopo quattro partite perdute contro lo stesso avversario. Credo di aver fatto bene l’altro giorno a scrivere di non aver visto sufficientemente il vero Fognini. Posso affermare di averlo visto questa volta.

Scacco al Re! (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Fabioloso. E con la terra ai suoi piedi. Il paradiso si schiude dopo quel lungolinea di dritto che folgora una volta di più l’eterno signore di questo torneo e dopo 96 minuti manda Fognini tra il miele e le dolcezze di un mondo fin qui sconosciuto: nessun italiano era mai arrivato in finale di un Masters 1000 da quando esistono i tornei di questa categoria (1990). E a Montecarlo, dopo i successi anteguerra di Balbi di Robecco e di Palmieri e la tripletta di Pietrangeli nella dolce vita degli anni Sessanta, l’ultimo a giocarsi la Coppa del Principe fu Barazzutti nel 1977, fermato dalla tirannia di Borg. Oggi Corrado è all’angolo di Fabio, e alla fine di una giornata che ha tolto il fiato a tutti sentenzia per la storia: «Ne sono sicuro, farà meglio di me». Sarebbe il premio meritato, il giusto compendio di una carriera baciata dal talento e imbrigliata soltanto dagli sbalzi d’umore di una testa sempre ipercritica verso le enormi potenzialità regalate da madre natura. Alla soglia dei 32 anni, Fogna può prendersi la vittoria che ti cambia la vita agonistica. E lo farà da favorito della finale, non soltanto perché dall’altra parte troverà il sorprendente Lajovic, il serbo che è l’elogio della normalità e che fino a ieri non aveva mai vinto quattro partite consecutive in un torneo Atp, ma soprattutto perché ha frantumato d’autorità il dominio di Nadal sul Principato. La dodicesima fatica dell’Ercole spagnolo, dopo 11 trionfi sul rosso del Country Club, tre negli ultimi tre anni, rimane un sogno irrealizzato sotto il vento impetuoso che Fognini doma come un vecchio lupo di mare, mentre Rafa si fa sballottare senza rimedio. Fabio stavolta è un Cerbero intoccabile, il feroce cane a tre teste uscito dall’inferno di un primo turno contro Rublev in cui aveva in pratica già salutato il tabellone, prima di risorgere tra le fiamme di una convinzione ritrovata fino a battere, in serie, il numero 3 del mondo (Zverev), il numero 13 (Coric) e il numero 2 (il maiorchino, appunto). Gli era già accaduto di prendersi la testa di due top ten nella stessa settimana. Accadde proprio a Montecarlo, nel 2013 (Berdych e Gasquet). Nadal su questa terra non perdeva da 18 partite e aveva collezionato 25 set consecutivi. Ma la fiducia di Fabio, esternata con misura alla vigilia, poggiava su un ritrovato equilibrio tecnico germogliato dopo un avvio a inseguire. Rafa, nella bufera che produce tre break in quattro game, sale 3-1, eppure non è affatto padrone della sfida. Neanche un warning per le proteste su un punto che andava ripetuto, causa asciugamano finito in campo, perturba le certezze di quel folletto impertinente fasciato di blu che ritrova clamorosamente la calma e da lì inizia a spingere, a tenere il satanasso di Maiorca due metri dietro la riga di fondo impedendogli di prendere campo con i suoi angoli uncinati. Si va sul 3-3, poi nel nono game il re monegasco si scopre nudo e con tre errori cede la battuta, arrendendosi poi al nastro beffardo che nel game successivo porta l’avversario al set point. La fortuna si mette al servizio degli audaci e Fognini se la guadagna con la volée di dritto con cui chiude la frazione su un passante in allungo che avrebbe steso chiunque. Il secondo set è solo magia, i cambi di ritmo di Fogna, i suoi baci a un centimetro dalle righe, dritto o rovescio non conta, annichiliscono il gigante ferito, che a un certo punto si ritrova con appena sei punti ottenuti e tre palle dell’italiano per un incredibile e storico 6-0. Un po’ di orgoglio ritrovato dello spagnolo, un po’ di comprensibile ripiegamento emotivo di Fabio («Con lui, anche se stai avanti 5-0 40-0, non è mai finita e rischi sempre di fartela sotto») prolungano l’agonia di altri due game, fino all’apoteosi. Nadal, scornato da 15 errori gratuiti con un dritto mai così brutto, fugge via scuro in volto: «Una delle mie peggiori partite sulla terra in 14 anni, ormai viaggio al 70% sempre e non riesco quasi mai a salire di livello. Dopo una prestazione così, allenarmi di nuovo le prossime mattine sarà più difficile». Oggi Fabio è atteso da un giocatore, Dusan Lajovic, paradossalmente allenato da quel José Perlas che per primo lo condusse nell’empireo dell’alta classifica, senza tuttavia centrare l’agognato traguardo della top ten. Se vince oggi, Fabio si ritrova a 245 punti dal numero 10. Non servono i pizzicotti. Basta un braccio d’oro.

Principe Fognini, lezione a Nadal (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Ha vinto alla Fognini: la partita ideale dentro il torneo perfetto. Ma quando meno te lo aspetti, alla fine di un Calvario di otto primi turni. Perché la specialità della casa è quella: stupire. Ma ha vinto anche un po’ alla Federer: perché davanti c’era Nadal, perché era una semifinale pesante di un Masters 1000. Perché la fluidità dei colpi che gli uscivano dalle corde, diritti angolatissimi, rovesci lungolinea, palle corte e variazioni di ritmo continue – ha ricordato quella del Genio. Due set che rimarranno nella piccola storia del tennis azzurro, 6-4 6-2 al re della terra, otto game filati a cavallo del primo e del secondo, nove degli ultimi undici. Non un cappotto, ma quasi, al Cannibale ridotto a spettatore affranto, a inseguitore spompato. Prima di ieri sul centrale del Country Club, dove ha alzato 11 coppe, Nadal aveva perso solo quattro volte, Contro tre giocatori: Guillermo Coria, David Ferrer, Novak Djokovic. Fabio è anche il quarto di sempre a poter dire di aver battuto almeno tre volte il padrone della terra sulla sua superficie preferita. Mica male, no? «Se me lo avessero detto a inizio settimana, mi sarei messo a ridere», ha ammesso il Pirata, che al primo turno aveva rischiato di finire fuoribordo contro Rublev. Ora per completare l’abbordaggio testa l’ultima navicella, che batte come previsto bandiera serba, ma al timone non ha Novak Djokovic, bensì una sua non perfettissima imitazione, Dusan Lajovic, 28 anni, n. 48 Atp, una vita da gregario, rapace anche lui di azzeccare la settimana delle vita facendo fuori il n.5 del mondo Dominic Thiem, il nostro Sonego, e ieri il numero 14 del mondo, Danil Medvedev. Sarà una prima volta per tutti e due, che non si sono mai incontrati, in una finale Masters 1000, dove l’Italia non è mai approdata, almeno dopo l’introduzione della categoria (nel 1990). […] Dopo i quattro break equamente divisi nei primi game, l’unico brivido il Fogna lo ha fornito a un passo dalla fine, quando dopo aver sbattuto da una parte all’altra del campo un Nadal già frastornato dal vento ha ceduto per la terza volta il servizio sprecando ne matchpoint sul 6-4 5-0 40-0. L’orgoglio del Cannibale, che però tre game dopo è rimasto immobile a guardare l’ultimo vincente del Fogna che planava, imprendibile, all’incrocio delle righe. Rafa ha un gioco più strutturato, le spallate d’aria che spazzavano il centrale lo hanno mandato in confusione. Non è mai riuscito a trovare un vero piano B, mentre Fognini infilava d’istinto giocate perfette. «Fabio è un giocatore difficile, e oggi mi è andato tutto storto – ha mormorato il numero 2 del mondo, che sperava di arrivare a quota 12 titoli – Vengo da un periodo di infortuni, è un anno che gioco al 70 per cento, mentalmente non è facile accettare tutto quello che sto passando». Fabio invece non si è fatto distrarre neanche quando un asciugamano è caduto in terra durante uno scambio. Si è fermato, l’arbitro non gli ha concesso di ripetere il punto. In altri tempi, addio nervi. Invece: «Le condizioni erano difficili, ma ho giocato bene, ho rischiato, perché contro Rafa devi farlo, sono contento di aver vinto davano a tutta la mia famiglia. Lajovic? In questa settimana li ha ammazzati tutti, e lo allena il mio ex coach (Pep Perlas, ndr). Io devo recuperare, mangiare bene. Giocherò un po’ con mio figlio Federico e spero di passare la mia Pasqua più bella».

L’uovo di Fabio (Piero Guerrini, Tuttosport)

In quel sorriso limpido, rivolto al cielo, gli occhi chiusi per assaporare l’attimo e fermare l’emozione nella a mente c’è tutto il genio nella sua versione migliore, un genio che talvolta si dimentica di esserlo, che in quanto tale mica può essere continuo, ma quando si accende mostra meraviglie e può battere chiunque. Persino il numero uno di ogni tempo sulla terra, che su questi campi non perdeva una gara dal 2015 e un set non lo concedeva dal 2017. Fabio Fognini è uno che in campo vive di discese ardite e risalite, anche se nella maturità del suo tennis ha trovato modo di arrivare ad essere il primo italiano in epoca Masters 1000, ovverossia dal 1990, a raggiunge una finale nei tornei che seguono gli Slam. Montecarlo 2019, l’Italia che scrive la storia: Fogna che si ritrova dopo un avvio di stagione stentato, acciaccato. Con una panchina rinnovata e popolata da Corrado Barazzutti il capitano di Coppa Davis che sempre ha saputo come prenderlo, ma anche dalla consorte Flavia Pennetta e dalla leonessa Francesca Schiavone, gente che ha avuto un tennis super costante, di pura intelligenza, oppure di talento cristallino, le due ragazze. Fognini che trova Rafa Nadal, in una giornata di vento davanti al suo mare, pochi chilometri da dove è nato, la famiglia sugli spalti. E decide di prenderlo a pallate. Impiega qualche gioco, poi scioglie il braccio pur fasciato per i malanni. Controlla lo scambio, cambia ritmo imponendo soluzioni diverse a Rafa che del resto aveva già sconfitto. Entra con il rovescio lungolinea, trova modo di fare serve and volley. Fabio aveva già giocato una semifinale nel 2013, stavolta la vince. E non è una sorpresa, se l’hai vista. Qui l’ultima finale italiana risale al 1977 di Barazzutti, piegato da Bjorn Borg. Qui Panatta non ha mai vinto, l’ultimo fu – il passato remoto è d’obbligo – Nicola Pietrangeli nel 1968, suo personalissimo tris dopo i trionfi del 1961 e del 1967. I tornei di Fognini, quando si sviluppano così bene, possono comunque essere romanzi e cominciare nel buio pesto, illustrato dal suo “sono solo” mentre è sotto 6-4 4-1 contro Andrej Rublev, primo turno e già un piede fuori dal tabellone. Ma il genio può soccorrere chi ne è in possesso. Ace di seconda, rimonta, vittoria. Poi schiaffi a Sasha Zverev, tre del mondo. Nei quarti Borna Coric, un altro grande messo in saccoccia dopo essersi trovato sotto e aver infilato una sequenza di 6 giochi a 1 dal 2-0 per il croato, che aveva già vinto il primo, nel secondo. Eppoi Nadal, magari non il miglior Nadal, pero attenti a non considerare i meriti di Fabio. Un primo break dopo game interminabile (12 minuti). Poi qualche problema a controllare e interpretare il vento fino al 3-1 per il maiorchino. Infine l’occupazione del campo, trovando angoli, anche con pazienza, mentre il diritto dello spagnolo non trova precisione consueta e set chiuso con una volée di razza, su serve and volley. E d’un lampo il 5-0 nel secondo, e chiusura sul 6-2. Fabio rende l’impossibile possibile. E oggi alle 14, la finale più improbabile con il serbo Dusan Lajovic, giustiziere nei quarti di Sonego. Se Fabio vince raggiunge il suo best ranking,12 al mondo, a cinque punti dall’ l l° posto occupato da Marin Cilic. E soprattutto la testa libera e felice per una «Bella Pasqua».

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Rassegna stampa

La stampa italiana celebra la semifinale di Fognini a Montecarlo (Vidovich, Crivelli, Semeraro, Rossi)

La rassegna stampa di sabato 20 aprile 2019

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Fognini, è sempre show: e ora Nadal (Ilvio Vidovich, Nazione-Carlino-Giorno Sport)

Sembrava destinata ad ammainarsi la bandiera italiana qui nel Principato, dopo la sconfitta di Lorenzo Sonego contro Lajovic e con Fabio Fognini che si trovava in svantaggio di un set e di un break, 6-1 2-0, contro il croato Coric. E invece, come nel primo incontro contro Rublev, il tennista azzurro è riuscito a ribaltare un match che sembrava ormai compromesso («Ho avuto ancora un po’ di c..o e tanta voglia di vincere»). Aiutato, va detto, da un Borna Coric che dopo un primo set praticamente perfetto (un solo errore non forzato), ha iniziato a sbagliare da fondo, anche in maniera grossolana. Fognini non si è lasciato sfuggire l’occasione, recuperando subito il break per poi prendere il largo e imporsi nel parziale per 6-3. Il terzo set è un assolo di Fabio, che ha ritrovato il tennis spumeggiante espresso contro Sascha Zverev ed ha chiuso 6-2, regalandosi la seconda semifinale qui al Country Club dopo quella del 2013, dove affronterà Rafa Nadal (11-3 i precedenti per il maiorchino). […] All’ora di pranzo Dusan Lajovic aveva invece messo la parola fine alla favola di Lorenzo Sonego. Il 28enne tennista serbo ha individuato da subito la tattica vincente, impostando il match sulla diagonale del rovescio — quella a lui più favorevole — e non permettendo quasi mai al 23enne torinese di innescare il suo temibile dritto. Vinto il primo 6-4 e avanti di un break nel secondo, Lajovic ha avuto un piccolo passaggio a vuoto, permettendo a Sonego di riprendersi il break ed arrivare a giocarsi un set point sul 5-4 servizio Lajovic. Le speranze di Lorenzo si sono spente però sul suo errore di rovescio. L’italiano ha accusato il colpo, ha subito il break e Lajovic ha chiuso per 7-5. Per il giovane tennista azzurro comunque una settimana da ricordare: da lunedì sarà tra i primi 70 al mondo, consapevole di essere entrato in una nuova dimensione. Ma la notizia del giorno, al di fuori dei confini italiani, è che non ci sarà la finale tanto attesa tra Djokovic e Nadal. Il n. 1 del mondo cede infatti in tre set al russo Medvedev (14 ATP). Novak parte male, fallosissimo, e perde il primo set 6-3 contro un avversario solidissimo da fondo. Il serbo riprende in mano le redini della partita nel secondo, che vince per 6-4. Ma nel parziale decisivo il protagonista è Medvedev, che sale ancora di livello e si impone per 6-2, conquistando la sua prima semifinale in un Masters 1000. Per Djokovic, lo ha ammesso lui stesso nel post match, c’è ancora da lavorare se tra un mese vuole essere in grado di contendere il trono del Roland Garros a Rafa Nadal. Un Nadal che anche lui fa sudare freddo gli organizzatori, dato che nel primo set si è ritrovato in svantaggio di due break contro l’argentino Pella, prima di ingranare le marce più alte ed imporsi 7-6(1) 6-3. Il favorito oggi è indubbiamente lui, ma Fognini sulla terra lo ha già battuto due volte: sognare a Fabio non costa nulla. Su www.ubitennis.com interviste video, audio e testi per Sonego, Fognini, Djokovic, Nadal e commenti

 

Favoloso Fognini, torna numero 1 italiano e si regala Nadal (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Invito a corte con il principe della terra. Il tennis è davvero lo sport del diavolo. E del talento. Fognini è approdato a Montecarlo una settimana fa con il fardello di quattro sconfitte al primo turno nelle quattro partite sul rosso del 2019 e la mente gonfia di dubbi e tormenti messi in circolo da una litania infinita di guai fisici. Ma quando possiedi un braccio d’oro e il cuore del guerriero che non si inchina alla sorte, finisci per piegare di nuovo il destino ai tuoi voleri. E così, sei anni dopo, Fabio torna in semifinale al Country Club, nel torneo che ama di più, quello veramente di casa: nel 2013 perse con Djokovic, oggi pomeriggio gli tocca Nadal. Solo giganti. GENIO E FORTUNA Ma Fogna se l’è meritato, di stare nel tempio con il signore delle cerimonie: l’avventura sembrava finita ancor prima di cominciare, quando nel primo turno Rublev poteva salire 5-1 nel secondo set dopo aver dominato il primo. Lì è scattato il clic, lì il genio si ribellato al crollo. Ed è successo pure con Coric, dominatore per un set e due game contro un avversario che non riusciva a prendergli il tempo e sbatteva contro il suo muro di gomma: «A quel punto – ammette onestamente Fognini – avevo bisogno che lui un po’ mi aiutasse, lo ha fatto e in questo periodo non posso concedermi di fare troppo il prezioso, serve anche un pizzico di fortuna (versione originale sempre con la lettera c…, ndr) e me la sono presa». Già, all’improvviso l’allievo di Piatti si spegne, non trova più il campo e spara fuori dritti e rovesci di due metri, mentre il pubblico capisce che la musica è cambiata e sfidando freddo e fame porta Fabio su una nuvola. Se il secondo set è la sagra dell’errore, con 29 gratuiti complessivi e appena 5 vincenti, nel terzo Fogna si iscrive all’Università e sciorina un tennis da favola, condito di stilettate lungo le righe alternate alle delizie di palle corte al bacio. COCCOLE E’ l’apoteosi, con il cuore d’ordinanza in direzione della moglie Flavia all’angolo e la solita scritta «Fogna 2 aahahahaha» sulla telecamera, «un segreto tra me e Berrettini». E quando i più coraggiosi che sono rimasti per un autografo gli ricordano che è tornato numero uno italiano, la replica è pungente: «E’ un problema che riguarda gli altri, non certo me». Cronaca vera, comunque: Fabio recupera la top 15 e scavalca Cecchinato. Impensabile, dopo una primavera solo di ombre e quel gomito improvvisamente dolorante che ha richiesto di essere trattato anche durante il match contro il croato: «Stavolta sentivo più dolore, devono essere l’umidità e la temperatura più fredda. Ora devo mangiare bene, recuperare bene e dopo qualche coccola a mio figlio Federico provare a dormire come si deve, perché nella semifinale di sei anni fa da Djokovic presi la stesa e non vorrei ripetere quella partita». KILLER Sul Centrale e contro Rafa, che qui è sostanzialmente intoccabile anche se ha sofferto un set contro Pella. Eppure, nonostante le 11 sconfitte in 14 precedenti, Fognini non abbassa gli occhi: «Il segreto per batterlo? Ucciderlo… Scherzi a parte, sulla terra nessuno è al suo livello, però io ho dimostrato di avere le qualità per metterlo in difficoltà, e lui lo sa. Ha avuto più tempo per recuperare, per questo sarà fondamentale che mi presenti più fresco che posso. Intanto sono un uomo felice, perché una settimana fa sembrava che il mondo potesse crollarmi addosso». Sei anni fa, quando il figlio batté Gasquet ai quarti, papà Fulvio scoppiò in un pianto liberatorio, perché Fabio si era preso finalmente quel posto da campione che tutti gli avevano vaticinato fin da ragazzino. Adesso invece se lo mangia con gli occhi, con l’orgoglio di una resurrezione che sgorga dalla carne e dal sangue di un giocatore capace di regalare momenti sublimi, più forte delle critiche e degli acciacchi di mille battaglie. Trovare Nadal sotto gli occhi del mondo e sotto il cielo dell’appuntamento a cui tiene di più è un premio che Fabio ha rincorso con tenacia, e perciò non lo spaventa: «Sono queste le partite che vorresti sempre giocare, sono queste le partite che mi esaltano. Lui spesso mi ha bastonato ma qualche volta sono stato io a portarlo a lezione». E Rafa se lo ricorda, perché dopo aver conquistato la 14° semifinale in carriera nel Principato si scioglie in complimenti per il rivale di oggi: «Fabio è uno dei giocatori più talentuosi del circuito, un ragazzo che può battere tutti quando gioca bene. E adesso sta giocando davvero bene». Avanti con lo show, con Fogna che chiama a raccolta un’altra volta la torcida tricolore: «L’ambiente qui è bellissimo, ringrazio gli amici che continuano a venire a vedermi e mi danno una carica eccezionale, contro Rafa ce ne sarà bisogno ancora di più. Non so in quanti saranno questa volta, è Flavia che si occupa di recuperare e distribuire i biglietti, perché io mi sono imposto di pensare solo al tennis». Il genio, si sa, non ammette distrazioni.

Il mago Fognini si regala Nadal (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Fognini batte in due set Borna Coric e torna in semifinale a Montecarlo sei anni dopo la prima volta. No, un attimo: troppo facile. Soprattutto per essere Fognini. Riavvolgiamo il nastro. Ricominciamo dall’inizio, che poi è la fine di un pomeriggio da vera terra rossa, infinito e sfiancante, pieno di sorprese – l’eliminazione di Djokovic, le fatiche di Nadal, l’uscita di scena di Lorenzo Sonego -, di quelli che fai fatica persino a guardarli. Il Pirata entra in campo quasi alle sette di sera, e per un set sembra di vedere una pellicola consumata. Fognini che dopo aver eliminato in una giornata di grazia delle sue il numero 3 del mondo, si sgretola davano alla prova del nove, impersonata nell’occasione dai 22 annidi Borna Coric, numero 13, il pupillo di Riccardo Piatti che assiste come una sfinge rugosa dalle tribune. Nel box di Fabio invece ci sono Flavia Pennetta, in tailleur; che tira manate ad ogni errore del marito; e Corrado Barazzutti, il coach aggiunto, che si congela lo sguardo. Insomma: 6-1 2-0 per il croato e sembra finita lì. C’è umido, a Fabio fa male il gomito che lo tormenta da un po’; così se lo fa incerottare, anzi mummificare dal fisoterapista, e da li comincia tutto un altro film. Il Fogna risorge quando inizia ormai a fare buio, si accendono fan, ed è una soiree da Oscar. Inizia a variare ritmi ed effetti, a sbattere Coric da una parte all’altra del campo, a rintontirlo di smorzate, a fiondare rovesci vincenti e smerlettare volée. il ragazzo croato si innervosisce, borbotta, sbaglia diritti e rovesci a carrettate. «Nel secondo set mi ha dato una mano lui, facendosi ribreccare al quarto game – dirà poi Fabio – ma nel terzo credo di essere stato più bravino io. Venivo da un momento difficile, e al primo turno ho avuto anche un po’ di fortuna, con Rublev ero quasi fuori, ma in questa settimana mi sono buttato la jella alle spalle. Si vede che i `cesti in allenamento con Barazzutti sono serviti a qualcosa…». Un po’ come i registi che con la Palma d’oro di Cannes in mano non vogliono esagerare e ringraziano il cast. Da metà secondo set in poi in realtà è stato un one-man-show, con Fabio a decidere tutto – uno stage, un dottorato in tennis da terra rossa – e incepparsi solo nell’interminabile ultimo game, l’ottavo, quando ha rischiato di farsi togliere di nuovo il servizio, annullando due palle break e chiudendo finalmente al terzo matchpoint, sull’ennesimo diritto sbagliato di Coric. Poi il gesto con la mano a mimare le chiacchiere di chi non credeva in lui, dopo un inizio di 2019 deludente, otto primi turni, quattro partite su quattro perse sulla terra prima di sbarrare nel Principato. E la risata liberatoria: «Fogna 2 ahahah…» – scritta sulla telecamera insieme al cuoricino per Flavia e Federico, moglie e figlioletto. C’est fini: per ora. Di sicuro Fabio da lunedì tornerà numero 1 d’Italia, scavalcando Marco Cecchinato e planando come minimo al numero 15 Atp, a due posti dal suo best ranking in carriera. Ora si tratta di maneggiare la semifinale con il Cannibale. Per Fognini è la seconda nel Principato, dopo quella persa nel 2013 con Djokovic. Per Nadal la quattordicesima. «Con Rafa ci ho più perso che vinto, stavolta speriamo di prendere meno sberle del solito…», dice Fabio, che è sotto 11-3 nei precedenti, compresi gli ultimi sei, e che il Nino lo ha battuto tre volte tutte nel 2015: due sulla terra, la terza nell’indimenticabile maratona in rimonta di Flushing Meadows. «Devo pensare a recuperare al meglio, poi vedremo. Di sicuro questo torneo mi piace. Sembra brutto a dirlo, ma mi sento meglio qui che a Roma, perché amici e parenti vengono più facilmente a vedermi. E’ nato a pochi chilometri dal Country Club, il Fogna, a Sanremo. Nella fortezza di Nadal, che insegue il dodicesimo titolo, anche lui si sente a rasa.

Torino-Finals: SI! (Giorgio Guerrini/Piero Pasini, Tuttosport)

L’Italia vince sul campo grazie a un Fabio Fognini davvero ispirato, che ribalta il match col croato Borna Code regalandosi Rafa Nadal e la terza semifinale in un Masters 1000. Ma vince anche nelle stanze del potere, perché da Montecarlo arrivano nuove conferme su un futuro importante, con Torino al centro del progetto. Un po’ perché Lorenzo Sonego, pur onorevolmente sconfitto dal serbo Dusan Lajovic, dimostra di essere entrato nel tennis che conta; molto di più perché la lunga trattativa per l’assegnazione delle Atp Finals 2021/2025 sembra davvero giunta a condusione. Favorevole a Torino, appunto. L’ultima modifica al decreto governativo (con l’immediata messa a disposizione dei 78 milioni di euro richiesti, anziché dal 2021), garanzia finanziaria per il torneo dei migliori otto di ogni anno, ha dato il colpo decisivo nel long tie-break con Londra e Tokyo. Match-point messo a segno, seppur lontano dalle telecamere e con la richiesta di molto riservatezza, e che verrà portato alla luce entro la fine del mese con l’annuncio ufficiale, possibile dopo Pasquetta, dopo una conferenza stampa ufficiale sotto la Mole con il sindaco Appendino padrona di casa alla presenza di vertici federali (il presidente Binaghi ieri era sul Centrale del Principato a sostenere Sonego e Fognini) e di quelli Atp Tour. Semifinale come nel 2013. Una giornata da ricordare, (quando perse da Djokovic). quella vissuta nel Principato. Iniziata con il ventitreenne Sonego, ormai alla soglia della Top60, a esaltare il tifo quasi di casa sul Centrale (tanti amici arrivati da Torino intonavano: “Sonny! Sonny! Sonny!”) e mettere in seria difficoltà Lajovic che dopo aver sconfitto Thiem forse pensava ad una partita più semplice contro l’azzurro. “Ho disputato un ottimo match, ma lui ha meritato la vittoria. Parto da qui con un’esperienza meravigliosa, ho ancora ampi margini di miglioramento” si applaude Sonego, mentre il serbo evita anche il derby con Djokovic, sconfitto a sorpresa (più per la superficie che per la classifica) dal russo Daniil Medvedev, che completa una semifinale di deb a questo livello. Già vista (Miami 2017, vinse Rafa) invece quella tra Nadal e Fognini. Lo spagnolo conquista la 72° vittoria (4 sconfitte) a Montecarlo venendo fuori fa un match molto complicato con l’argentino Pella (7-6 6-3). Il ligure a 31 anni risorge contro Coric (che si allena a Bordighera con Piatti) nonostante un avvio da incubo (1-6 0-2 e intervento del fisio per fasciare il gomito destro). Con colpi di genio e classe rifila un identico 6-1 per incamerare il secondo set (6-3) e avviarsi verso il 6-2 finale, con il Principato ormai al buio. Semifinale come nel 2013 (quando perse da Djokovic). Dura, ma Fogna è uno dei pochi ad aver battuto due volte Nadal sulla terra (2015). Insomma, l’Italia gode, lo certifica anche Ivan Ljubicic, l’ex allievo di Piatti, manager di Coric e soprattutto allenatore di Roger Federer, che dopo aver raccontato degli allenamenti del fenomeno svizzero in vista del ritorno sulla terra (Madrid) e applaudito “il momento del tennis italiano” (20 giocatori nei primi 200 anche se “si attende quello che può vincere uno Slam”) afferma: “Le voci dell’assegnazione del Masters all’Italia sono sempre più insistenti: sarebbe fantastico per promuovere il nostro sport. Un evento simile porterà tanti giovani italiani a praticare il nostro sport”

Principe Fognini, rimonta Coric e sfida Nadal a Montecarlo (Gaia Piccardi, Il Corriere della Sera

Chissà cosa è passato sotto la bandana di Fabio Fognini lunedì scorso, quando la terra del Principato pareva la palude stigia e quella meraviglia di country club affacciato sul mare l’ennesimo strapiombo di una stagione storta. Sotto 4-6,1-4 con il russo Rublev al primo turno, quattro palle break annullate che avrebbero mandato l’avversario a servire sul 5-1, sulla quinta l’inguaribile reprobo si è inventato un ace di seconda (roba da pazzi per palati fini), un esercizio di stile che ha rotto il maleficio facendo voltare di colpo gli dei del tennis che da febbraio in poi avevano guardato altrove (cinque sconfitte al primo incontro in sei tornei) e che, da allora, non l’hanno più abbandonato. Simon (per ritiro), il numero 3 del mondo Zverev (che dal mentore Ivan Lendl non ha assorbito nemmeno un granello del celebre grano salis), ieri Coric (numero 13) nei quarti in rimonta: 1-6, 6-3, 6-2 dopo due ore di lotta, con il match finito al buio e il solito simpaticissimo gesto del pappagallo alla fine, come a dire parlate pure che io mi diverto a smentirvi, rivolto ai detrattori (che non mancano), mentre Corrado Barazzutti, c.t. di Davis e coach in coabitazione con Davin, gli urlava di stare zitto e la moglie Flavia scioglieva la maschera di tensione in un sorriso. In semifinale a Montecarlo, primo Master 1000 stagionale sul rosso, dopo aver mandato Sos fino a cinque giorni fa. Fabio Fognini, 31 anni, è così. Prendere o lasciare. Prendiamo, naturalmente, anche se sui campi dove ha giocato tante volte ragazzino (è nato ad Arma di Taggia, a pochi km dal Principato), gli stessi della famosa scenata contro il padre in un dimenticabile incontro con Tsonga del 2014, lui stesso non era stato in grado di predire la clamorosa resurrezione. Alla vigilia si lamentava della solita caviglia, di un gomito fastidioso (il destro, abbondantemente fasciato), lasciava intendere di potersi fermare per un’operazione, ma prima vediamo come va a Montecarlo, torneo impossibile da saltare per ragioni affettive e di business. Va bene, a Montecarlo. Con la vittoria su Coric, Fabio si assicura di tornare numero uno d’Italia da lunedì (top-15), scavalcando Marco Cecchinato scivolato con Pella negli ottavi (farà un bel salto nel ranking anche l’ottimo Lorenzo Sonego, proveniente dalle qualificazioni e uscito ieri nei quarti con Lajovic). «Spero di essermi messo alle spalle il periodo difficile — dice a caldo —, sto ritrovando il mio gioco». La seconda semifinale della carriera a Montecarlo (la prima, nel 2013, finì miseramente contro Djokovic, irriconoscibile ieri con Medvedev, che l’ha domato in tre set), la terza in un Master 1000, conduce Fognini al cospetto dell’uomo che nel Principato ha alzato la coppa undici volte (record), undici mesi più anziano dell’azzurro e incerottato tanto quanto lui. Rafa Nadal. Certamente più stanco dello spagnolo, oggi Fabio ha l’occasione di far cambiare decisamente passo a una stagione ripresa per i capelli proprio sul suo terreno preferito (anche di Rafa, purtroppo…) perché è proprio tra Montecarlo e Parigi, passando per Roma, che andranno cercati i punti per sfatare — ora o mai più —il tabù dei top ten. Nadal conduce i precedenti 11-3, con l’ultimo successo di Fognini datato Us Open 2015. «Posso dare fastidio a Rafa, ma dovrò tenere alto il livello per tutta la partita». Sfida complicata, però il gatto ligure dalle mille vite che stava per uscire al primo turno e si ritrova in semifinale ci crede: «Non ho nulla da perdere».

Djokovic k.o. e testa a Parigi: “Il mio obiettivo” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Scherzo russo. Ma con 47 errori gratuiti, è difficile venire a capo di qualunque avversario, più che mai di un Medvedev che non soffre di timore reverenziale contro il numero uno del mondo e esercita alla perfezione l’antica arte della pazienza quando il monumentale rivale, stavolta con il piedistallo un po’ incrinato, si ingarbuglia in scambi prolungati che finiscono per fargli perdere la misura. SOLO PARIGI Novak Djokovic, insomma, è fuori dal torneo, e le tre esibizioni di questa settimana monegasca non possono far gridare alla sorpresa: «Nel terzo set ho perso tre volte il servizio da situazioni di vantaggio, direi che mi è mancata un po’ di convinzione nell’andarmi a prendere i punti, sono stato un po’ molle». Sacrilegio, pensando alla forza mentale del serbo, che all’angolo è stato applaudito (poco) dal guru Pepe Ymaz, invitato «solo come amico». In realtà, dopo l’imperioso ritorno ai vertici degli ultimi dieci mesi, Nole coltiva solo un pensiero fisso, gli Slam. Perché sono l’unità di misura della grandezza che ancora lo separa da Federer e Nadal. E infatti nel post partita l’ammissione è sincera: «Parigi è il mio grande obiettivo, mi aspetto di arrivarci al picco della forma. Negli ultimi due anni magari non sono stato al top nei tornei, ma negli Slam ho sempre tirato fuori il meglio». Per un serbo, e che serbo, che piange, ce n’è un altro con un sorriso grande così. Dusan Lajovic, detto Dutzi, numero 48 del mondo, approda per la prima volta in semifinale di un Masters 1000 stoppando la fantastica corsa di Sonego. Il vento non è amico di Lorenzino, che ha difficoltà a maneggiare il servizio nella bufera, mentre l’altro, più esperto, gioca un tennis percentuale assai premiante e ringrazia il ragazzo per il rovescio lungo sul set point del 5-4 nel secondo set. Ma come si può criticare l’ex attaccante delle giovanili del Toro dopo un torneo così (e 128.000 euro in più)? E infatti coach Arbino lo promuove: «Era un po’ stanco di testa e non ha fatto le scelte giuste, ma è tutta esperienza che si porta a casa».

La Giorgi non recupera, per le azzurre incubo C (Stefano Semeraro, Il Corriere dello Sport)

Tathiana Garbin meriterebbe un posto nel prossimo film di Tom Cruise: da quando è diventata capitana di Fed Cup, con l’addio della vecchia guardia e il tentativo (improbo) di crescere una nuova generazione, gli incontri dell’Italia sono diventati tutti delle Mission Impossible. Non fa eccezione quello di oggi e domani sulla terra rossa di Mosca, che però ha un carattere epocale: dovessimo perdere lo spareggio di Gruppo II con la Russia – come è ampiamente probabile, se non scontato – si aprirebbe l’abisso dei gruppi zonali, cioè la Serie C. Anche la Russia è una grande decaduta, ma conserva giocatrici di livello, l’Italia invece è rimasta senza ricambi. Amarissimo destino per una squadra che fra il 2006 e il 2013 aveva vinto quattro volte la Davis delle ragazze (come le russe) raggiungendo cinque finali. Era dal 1997 che le azzurre non si trovavano a giocare un match di così basso livello, e stavolta dovranno fare a meno anche di Camila Giorgi, l’unica italiana nelle prime 140 del ranking mondiale (31). Camila, che non gioca da un mese, bloccata da un infortunio al polso destro, è volata a Mosca, convocata insieme a Martina Trevisan (146), Jasmine Paolini (178), Sara Errani (207) e alla 18enne Elisabetta Cocciaretto (701). Nella capitale russa si è sottoposta ad una ulteriore risonanza magnetica, ma proprio non ce la fa: «Ci tenevo a dare il mio apporto, ma l’infortunio al polso non è superato». Metteteci il momento no di Sara Errani, che dopo il rientro dalla squalifica per doping non riesce a riprendersi (a Bogotà dieci giorni fa in qualificazione ha perso dalla Paolini) e avrete il quadro di un’emergenza ornai cronica. «Sto provando a rimettermi in sesto – ha ammesso Sara – ma non sono nel mio miglior momento, giusto dare spazio alle più giovani». In campo andranno quindi Martina Trevisan, opposta nel primo singolare ad Anastasia Potapova – n.74 Wta, che il capitano Igor Andreev ha preferito alla Daria Kasatkina (n.24) e Jasmine Paolini, a cui tocca la veterana Anastasia Pavlyuchenkova (34 Wta, ma ex n.13). Due match che non hanno precedenti. Pèr il doppio le coppie annunciate sono Kasatkina Vikhlyantseva e Cocciaretto-Errani: niente vieta di cambiare in extremis, il problema è che per questa Italia, che rischia un sonoro cappotto, arrivare al doppio di spareggio già sarebbe un miracolo. «E’ una sfida complicata – ammette Tathiana, vestendo i panni dell’agente speciale Ethan Hawke – avremo di fronte avversarie molto forti e giochiamo fuori casa, anche se la terra può essere un fattore positivo. Conosciamo e rispettiamo la Russia, le nostre ragazze però formano una squadra competitiva, un mix di gioventù ed esperienza. Ce la giocheremo e ci crediamo. L’obiettivo è restare nel Gruppo II per tentare il prossimo anno la scalata nel World Group». Molta buona volontà, che però rischia di non bastare.

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Rassegna stampa

Montecarlo – Le vittorie di Fognini e Sonego sulla stampa italiana (Guidobaldi, Crivelli, Clerici, Semeraro, Pasini, Bertolucci)

La rassegna stampa di venerdì 19 aprile 2019

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Fognini e Sonego, sono colpi da principi (Laura Guidobaldi, La Nazione)

Giornata storica per il tennis azzurro. Prima l’exploit di Lorenzo Sonego che supera Norrie, poi la grande prestazione di Fabio Fognini, che batte il numero 3 del mondo Zverev: i due italiani raggiungono i quarti di finale in un Masters 1000, cosa che non accadeva da Amburgo 2005 (Volandri e Seppi). «Mi sento un guerriero» — aveva detto dopo la vittoria con il n. 12 Atp Khachanov —. Ieri Lorenzo Sonego è stato uno dei grandi protagonisti del Principato. Con un’ottima prestazione, il 23enne torinese (96 Atp) supera il britannico Cameron Norrie (56) 6-2 7-5 e accede per la prima volta in carriera ai quarti di un Masters 1000. Viene da lontano, Lorenzo. Giunto da Marrakech venerdì scorso, dove si era issato ai quarti di finale dopo aver superato le qualificazioni, l’azzurro è sceso già in campo sabato per disputare le qualificazioni anche al Country Club. Non solo accede al main draw ma si impone sul connazionale Andreas Seppi al primo turno, supera il russo Khachanov al secondo per poi dominare anche Norrie agli ottavi. Grande battitore, Sonego è un giocatore solido, completo, dotato di un dritto devastante e ha fatto grandi progressi anche con il rovescio. Contro Norrie conduce le danze nel primo set, imponendo il suo tennis martellante e preciso e se lo aggiudica per 6-2 in 36′. Vacilla solo sul 5-4 nel secondo in cui, per la prima volta nel match, subisce il break. Ma non si scompone e ritrova il servizio e chiude 6-2 7-5. «Questo risultato — dice — non me lo aspettavo ma sentivo che non avevo mai giocato così bene». Amato dai tifosi, Sonego da lunedì salirà almeno al n. 65 ATP. Ora lo aspetta Dusan Lajovic (48 ATP), che ha battuto a sorpresa Dominic Thiem. Raggiunge i quarti anche Fabio Fognini (18 Atp). Vittoria convincente del ligure che batte un falloso Sascha Zverev 7-6(6) 6-1; il tedesco mette a segno solo 11 vincenti a fronte di 25 gratuiti. I due mantengono l’equilibrio per tutto il primo set ma Fabio fa la differenza nel tie-break che vince 8 a 6. Il secondo è un monologo di Fognini a cui riesce tutto. Grande frustrazione per Sascha che, invece, perde misure e testa. «E’ stato bello — dice Fabio — vincere davanti al mio pubblico. Questo è il mio vero torneo di casa». Ora per lui il croato Borna Coric (13 ATP).

 

Fognini e Sonego olé, sono quarti di nobiltà (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

I sogni sono rossi come il fuoco che divampa nel cuore di Fognini, incenerendo un fresco passato di dubbi e di dolori. Oppure come le saette che escono a 200 all’ora (la velocità media della prima di servizio di ieri) dal braccio magico di Lorenzino Sonego, dalle qualificazioni con furore per ergersi a nuovo e giovane profeta azzurro. Sono passati 41 anni da quando una coppia italiana, allora erano Panatta e Barazzutti, non approdava insieme ai quarti del Principato, ed è appena la quarta volta in assoluto a Montecarlo: per un Masters 1000, invece, bisogna tornare al 2005, quando Seppi e Volandri raggiunsero la meta a Amburgo. Non può essere un giorno come gli altri. «Su questi campi ho giocato fin da bambino, pure questa è casa. Anzi, forse mi sento meglio qui che a Roma». Un feeling, quello di Fabio Fognini, che rifiorisce fin dalle prime sbracciate, anche se dall’altra parte della rete c’è il numero tre del mondo. Zverev sta navigando a vista nella mareggiata di una definitiva maturazione che nel 2019 si è come arrestata nonostante Lendl, però ha sempre la palla pesante e la presenza scenica del predestinato. Come se bastassero, stavolta, contro un Fognini lucidissimo nella costante ricerca del punto, abilissimo a manovrare lo scambio da fondo alternando palle senza peso a rasoiate lungolinea che inchiodano l’affannato Sascha ai cartelloni sotto le tribune, senza la possibilità di guadagnare campo e fiducia. Il tie break del primo set è italiano, sull’abbrivio Fabio sale 3-0 nel secondo, mentre l’altro litiga con sé stesso e il forte vento, come aveva vaticinato la Schiavone seduta all’angolo azzurro ospite della Pennetta: «In queste condizioni i lungagnoni soffrono, invece noi piccoletti ci muoviamo meglio e la nostra manualità ci aiuta a gestire con più attenzione gli scambi». Non c’è più bisogno di voltarsi indietro, e insieme a un successo spettacolare questo è il segno più importante: Fognini non ha mai perso la testa. Il baratro visto a un passo con Rublev, quella rimonta da 5-1 sotto nel secondo set, ha davvero attizzato la cenere di una stagione fin qui balorda, con i malanni al gomito destro ad aggiungersi ai problemi a un polpaccio e a una caviglia: «Vengo da un periodo di buio, sicuramente, ma il problema non è mai stato il tennis, piuttosto riuscire a essere più convinto nell’andarmi a prendere i punti, senza rimanere passivo. Finalmente ci sono riuscito, saranno contenti Flavia e Corrado (Barazzutti, che da quest’anno affianca coach Davin, n.d.r.) che nelle ultime due settimane mi hanno ammazzato di allenamenti». E ora, con il posto di numero uno italiano distante solo 20 punti da Cecchinato, piegato dalla febbre e da Pella, Fogna aspetta Coric per i suoi secondi quarti a Montecarlo dopo il 2013: «Un avversario forte, molto consistente. Ma se gioco ancora così, sarà lui a doversi preoccupare. E poi non sono solo, mi sembra che gli italiani questa settimana abbiano ancora qualcosa da dire». Una settimana fa, Sonego perdeva nei quarti di Marrakech da Tsonga, prendeva un aereo alla sera e alle quattro del pomeriggio del sabato giocava il primo turno delle qualificazioni contro Nishioka. Adesso tritura anche Norrie con l’88% di punti con la prima e il solito dritto-bazooka: «Stanchezza? Ho voluto fortemente venire qui. E quando entri in campo sul Centrale, dimentichi tutto». [segue]

Bravo, caro Fabio. Se avessi vissuto più giornate così (Gianni Clerici, La Repubblica)

Sì, ma perché solo adesso, Fabio. Ti avevo ammirato da piccolo, quando ero arrivato ad Arma di Taggia solo per vederti giocare. Avevo ammirato la tua creatività, l’equilibrata capacità da entrambi i lati, non disgiunta ai colpi aerei. Ho creduto da allora che tu potessi diventare il campione che non abbiamo più avuto dai tempi di Nicola Pietrangeli, finché qualcuno del tuo paese mi aveva messo qualche dubbio. È incostante, capriccioso, è cresciuto troppo facilmente, ha sempre fatto quel che voleva, manca di umiltà. Aveva le sue ragioni anche quell’amico, che ti conosceva bene, come conosceva tuo padre e, tuttavia, rimanendo critico, gli voleva bene. Oggi è una di quelle giornate di vento tipico della terra di Fognini. E il vento, nel tennis, non è sempre un aiuto, anzi. Però quel vento è capace di essere utile a chi lo conosce. Il povero Zverev non faceva altro che scuotere il capo, che riprendere la palla del lancio di servizio, che lagnarsi con il proprio angolo. Fabio se ne serviva per rendere più ingiocabili le sue smorzate, più lunghi i suoi attacchi, imprendibili le volée. Quel vento, Zverev lo ha sempre avuto contro, anche se soffiava alle sue spalle, ha aperto troppe volte le braccia imputandogli i suoi errori, ha giocato troppo corto o troppo lungo, mentre Fabio se ne serviva per i drop. Mi perdonerai Fabio se, nell’ammirarti in questa, una delle tue migliori partite, penso a quel che non sei stato, giocando come oggi molte più volte.

Fognini, il ritorno del pirata (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Il Principe mezzosangue che la sotterrava da un passo, e lui, le spalle alla rete, che se la rideva contagiando le tribune e i vip presenti. Sascha Zverev è il numero 3 del mondo, tedesco, bello, biondo, con un servizio che fa male, un predestinato che non vuole saperne di compiersi. Ma se sulla terra il Fogna decide che è giornata – e ieri lo era eccome – anche Sascha, che pure lo aveva battuto nei due precedenti, deve scansarsi. Magari gettando la racchetta a terra, imbufalito, come di solito siamo abituati a veder fare dal Pirata taggiasco, che ieri invece ha copiato la calma sabauda di Sonego, il vichingo torinese, suo attuale collega di scorrerie nel Principato. «Non è stato il miglior match della mia carriera, ma ci siamo andati vicini». Anche perché se l’è giocato tutto, dall’inizio alla fine, senza cuocersi i pensieri. Due italiani nei quarti di Montecarlo non li avvistavano dal 1978, e Adriano Panama e Corrado Barazzutti si incrociarono proprio nei “last eight”. La spuntò Barazzutti, che oggi fa anche da coach aggiunto a Fabio. […] Fognini in Costa azzurra era arrivato con un carico d’ansia per gli otto primi turni messi insieme in un 2019 deludente per il dolore al gomito e per la caviglia malandata e anche ieri protetta da una fasciatura colorata. Contro Zverev gli sono bastati due set, 7-6 6-1, il primo lottato punto a punto, il secondo dominato con diritti feroci, rovesci millimetrici, sconcertando, frustando e frustrando Zverev, il terzo Top 3 che Fabio batte in carriera dopo Murray e Nadal. «Le condizioni erano difficili, colpa del vento – racconta – […] Questo per me è il vero torneo di casa, grazie a tutti gli amici che sono venuti a sostenermi. Il gomito? Adesso mi fa un po’ male, ma andiamo avanti». Dove oggi lo aspetta Borna Coric, il croato pupillo di Riccardo Piatti che in classifica gli sta avanti di cinque posti – 13 contro 18, ma vincendo oggi Fabio risalirebbe al numero 15 scavalcando Cecchinato -, e ieri ha spezzato in due set il sogno di Herbert. [segue]

Fognini e Sonego girano il trono delle racchette (Giorgio Pasini, Tuttosport)

Montecarlo ha scelto l’azzurro per i pennarelli utilizzati per la firma della telecamera. Non a caso: due autografi su otto sono italiani. Fabio Fognini ci aggiunge un “Fogna ahahaha..:’ con un grande cuore, Lorenzo Sonego conferma la sua passione per la serie tv e il Toro con un cubitale Vikings e stavolta pure un “Gipo” con cuoricino. La dedica ad Arbino, il suo coach di sempre, fin da quando bambino gracilino al Circolo della Stampa Sporting di fronte allo stadio Grande Torino, divideva la passione per la racchetta con quella per il pallone, giocando nelle giovanili granata. Due italiani ai quarti nel Principato. Potevano essere tre se Marco Cecchinato non fosse stato troppo altalenante contro l’argentino Guido Pella. La nouvelle vague azzurra è un misto di classe ed esperienza, coraggio e freschezza. L’acciaccato (la caviglia destra non gli dà tregua) Fognini sfrutta l’aria (anzi, il vento) e il tifo di casa per far suo uno scalpo prestigioso.. Contro il n. 3 Sascha Zverev vince la partita dei mugugni, da entrambi giocata quanto parlata (ma a gettare la racchetta a terra è il tedesco), passato da un tie-break teso (a 8) e un secondo set quasi perfetto (6-1), tra lampi di classe e sbracciate. «Non è stato il miglior match della mia carriera, ma ci siamo andati vicino» dice Fabio, che oggi chiuderà il programma col croato Borna Coric (13). Ad aprire la giornata Sonego, che da Torino ha fatto arrivare e godere amici e parenti che hanno affollato, colorato e alzato i decibel sul Campo del Principi, dove il n.98 del mondo ha scalato un altro gradino verso i vertici delle classifiche (è già 66), grazie a un altro match di aggressione solida contro Cameron Norie, il britannico n.53 del mondo. Un’altra cartolina dalla Mole, che ormai (il Governo ha aggiustato il decreto che finanzia l’operazione con 78 milioni di euro, rendendoli disponibili subito come chiesto) aspetta solo l’annuncio dell’assegnazione delle Atp Finals 2021-2025. «Devo ringraziare i miei amici di Torino per essere venuti a tifare per me, il mio team e tutti coloro che mi stanno vicino. In questi match sto facendo esperienza» dice Lorenzo senza alzare la cresta. Dusan Lajovic permettendo. ll serbo numero (48 Atp) ieri è stato la sorpresa della giornata con un doppio 6-3 all’austriaco Thiem, che sulla terra vale più del 5 che la classifica mondiale gli assegna.

Vittorie pesanti con vista sul futuro (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Ero stato facile profeta a prevedere che Fognini e Sonego potessero regalarci un pomeriggio esaltante, a cui è mancato solo l’acuto di Cecchinato per una tripletta che sarebbe stata storica. Immaginavo che una partita sporca, portata dalla sua parte con il cuore, come la vittoria su Rublev nel primo turno, potesse accendere una fiammella nella stagione fin qui sottotono di Fabio. Davanti aveva uno Zverev in un momento di flessione, con la fiducia sotto i tacchi, ma che resta il terzo giocatore del mondo e ha una pesantezza di colpi che può sempre girare il match. Però Fognini questa volta è rimasto concentrato, anche nel parare il servizio dell’avversario e negli scambi prolungati è sempre riuscito a comandare costringendo l’avversario ben oltre la riga di fondo. Speriamo sia solo l’inizio di un cambio di direzione dopo un avvio di stagione avaro di soddisfazioni, determinato in misura preponderante dalla testa. Dobbiamo salutare con soddisfazione anche l’approdo ai quarti di Lorenzo Sonego, che aveva un avversario alla portata e ha fatto valere il momento magico e la maggior abitudine alle partite sulla terra. Una partita condotta senza problemi e controllata con il suo ormai tradizionale asse servizio-dritto. Sicuramente un tabellone morbido ha aiutato Lorenzo a raggiungere un risultato magari inatteso, ma queste vittorie sono fondamentali per costruire autostima e innestare massicce doti di fiducia su un gioco comunque già con ottimi fondamentali.

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