Le lacrime di Sara. La Errani resiste s'infortuna e Serena la prende a pallate (Martucci, Clerici, Semeraro, Palizzotto, Lombardo), Il cuore dl Djokovic è più forte di Nadal (Crivelli, Grilli, Valesio)

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Le lacrime di Sara. La Errani resiste s’infortuna e Serena la prende a pallate (Martucci, Clerici, Semeraro, Palizzotto, Lombardo), Il cuore dl Djokovic è più forte di Nadal (Crivelli, Grilli, Valesio)

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Rubrica a cura di Daniele Flavi

 

Le lacrime di Sara. La Errani resiste s’infortuna e Serena la prende a pallate

 

 

Vincenzo Martucci, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

 

Finisce in lacrime. Con Saretta sconfitta, ma vittoriosa, perché battuta più dallo stiramento inguinale che dalla numero 1 del mondo, la più forte tennista di sempre, Serena Williams. Finisce con l’eroina delle racchette umane, la piccoletta con l’argento vivo addosso e lo stuzzicadenti come leva, che, dal 3-4 del primo set, si blocca totalmente in quel suo incessante «corri e tira» a tutto campo – che irrita terribilmente la favorita -, e non scatta più, non spinge più, non lotta più, non si agita più. Fino ad accasciarsi in panchina come un burattino senza fili, a testa china, sconsolata, mentre il Centrale del Foro la chiama con l’unica appassionata, voce di 10.500 anime: «SAAA’RA, SAAA’RA». Finisce 6-3 6-0 in un’ora 11 minuti per la regina del 2002 e dell’anno scorso, la Tyson del tennis che si fa beffe dell’età (32 anni) e di qualsiasi avversaria, e che avrebbe vinto comunque, e nettamente, come già nei 6 precedenti con la romagnola, anche questa prima finale del torneo nazionale più importante con un’azzurra Doc, non come la Annelies Ullstein Bossi Bellani del 1950 (tedesca di nascita), ma come Lucia Valerio del 1931 (però a Milano). Tralasciando Raffaella Reggi, regina di una edizione dimessa, a Taranto ’85. Pubblico Ma cosí, con un epilogo tanto ingiusto per un guerriero, Saretta si prende un pezzo di vittoria anche lei. Perché non solo accetta qualsiasi lotta, anche impari, ma, anche quando non può proprio più vincere, comunque non si ritira. E non lo fa solo per il suo smisurato orgoglio. «Mi dispiace», si sfoga al microfono in campo. «Ho provato a dare tutto, sono rimasta in campo per voi. Siete stati paurosi per tutta la settimana, è grazie a voi che ho espresso il mio miglior tennis. Mi dispiace veramente per oggi. Tornerò il prossim’ anno e cercherò di fare meglio». E’ una dedica che vale il famoso cuore che Guga Kuerten disegnò sulla terra rossa del Roland Garros. Perché Sara, piccolina com’è e con un gioco dispendioso, di fisico e testa, senza il pugno del k.o., fa sempre una gran fatica. «In genere, soffre ai polpacci», spiega il fratello Davide. «Agli adduttori e dintorni è la prima volta»…. Di certo, dopo un gran torneo, nel quale ha battuto la numero 2 del mondo Li e la 8 Jankovic, fa uno sforzo in più per opporsi allo strapotere atletico di Serena. Svolta La Errani che non t’aspetti in finale a Roma e che invece si rilancia sull’amata terra rossa ferma l’emorragia di game soltanto sullo 0-3, davanti all’americana che taglia come burro tutte le sue difese, e le sbriciola subito il nuovo servi-zietto. Poi però, mentre il solito mattacchione ironizza dagli spalti («Dai che non fa male»), piccola-grande Sara allunga lo scambio, trova risposte e profondità di palleggio e, dopo 35 minuti, fra lo stupore generale, recupera il break del 3-4 e mostra persino il pugnetto in faccia a super-Serena. Quella che mette paura a tutti, anche in tribuna, ma non alla campionessa-esempio del nostro tennis.«Quando non hai niente da perdere puoi solo migliorare, e cosl ha fatto lei, anche se io avrei potuto giocare un po’ meglio. Ero lenta e nervosa, non colpivo come avrei dovuto». Epperò, proprio lì, Saretta si ferma, perde il servizio a zero, addirittura, sull’ultimo colpo, si sposta proprio, e lancia l’S.O.S. fuggendo sottocoperta col fisioterapista. «Sin dall’inizio del game ho capito che le era successo qualcosa», storce la bocca papà Giorgio, il suo primo tifoso, accorso in extremis a Roma. Infortad Fosse un pugile, il suo angolo getterebbe sul ring la fatidica spugna. Perché, dopo il messaggio-bendaggio alla coscia sinistra, Sara non è più Sara. Anche se Serena, per scuotersi, dall’irreale 0-30 («E’ difficile giocare contro un avversario infortunato»), spara al cielo un «com’òn», che viene – giustamente – contestato dalla folla.

 

Sara commuove, Djokovic entusiasma

 

Gianni Clerici, la repubblica del 19.05.2014

 

C’è sempre un limite ai nostri desideri, dal giorno in cui si viene informati che i doni non li porta più Gesù Bambino, o forse, come nel caso di Sara Errani, una donna, la Befana, ma non certo camuffata da Serena Williams. Da troppi anni consapevole di simile scoraggiante realtà non ero riuscito a immaginare una vittoria della piccola Sara contro un peso massimo di un gioco sempre più vicino alla violenza muscolare, e non più limitato all’educazione e alla sensibilità delle manine. Una piccola speranza, se non addirittura perversa, certo antisportiva, riponevo nelle difficoltà incontrate ieri da Serena in un secondo set ambulatoriale, ma nel consigliare, come sempre faccio, due amici scommettitori, avevo suggerito di non illudersi sulle vantaggiosissime quote della nostra bambina. L’inizio della partita avrebbe non solo confermato le mie ovvie ipotesi ma, ancor di più, mi avrebbe sorpreso una sorta di incapacità della Errani, quasi l’emozione patriottica della vicenda l’avesse bloccata, inca- II titolo maschile invece va al serbo, che rimonta e batte Rafa Nadal L’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe. Sarà Raonic la prossima star? pace di essere se stessa, addirittura in difficoltà nella corsa, nel colpire le palle più facili. Simile imbarazzante disagio avrebbe trovato una spiegazione sul 4-3 per una Serena non certo devastante, quando l’arbitra Mariana Aldos avrebbe chiamata in campo la fisioterapista, e questa, scuotendo il capo, avrebbe accompagnato Sara all’infermeria. La partita, se mai era iniziata, sarebbe terminata in quel momento, e la Errani va complimentata per aver accettato con grande umanità l’infortunio, uno stiramento alla coscia sinistra che non le avrebbe impedito, seppur danneggiata, un tentativo di disputare la finale del doppio: doppio che una tennista ritirata in singolo non avrebbe potuto affrontare causa il regolamento. Tentativo coraggioso, ma vano, dopo una apparizione di soli quattro games. Simile piccola tragedia mi avrebbe amareggiato quasi quanto Sara, ma non impedito di apprezzare quella che sembra la ripetizione di un grande testo teatrale con un finale variabile, Nadal contro Djokovic. Mi faceva infatti notare un amico statistico che i duelli tra i due seguono un curioso andamento. Dapprima, quando Nadal era irresistibile, dal 2006 al 2009 si sono verificate 14 vittorie a 4 per lui ma in seguito, sino al 2012, pareva che il serbo avesse trovato la chiave tattica per invertire la tendenza, con un 10 a 2. Incredibilmente Rafa si sarebbe ripreso e, con una pioggia di lift, avrebbe segnato un6a 1 sino allo US Open 2013. Qualità atletiche di certo meno dirompenti lo hanno spinto ad uno 0-4, con il match di oggi, che ha perduto nell’istante in cui le sue rotazioni non sono più state sufficienti ad impedire rimbalzi aggressivi e di maggior lunghezza e penetrazione a Djokovic. In giorni come questi l’autentico Numero Uno mondiale, ancorchè non per il computer. Dopo un primo set in cui, da un iniziale 1-4, Nole ha inseguito senza successo, la direzione del match è stata quasi sempre in sue mani. Djokovic si vale di meno rotazioni, ma di una posizione più avanzata in campo, e di diagonali più incrociate. Match certo ammirevoli, quelli tra i due, ancorché l’apparizione di un nuovo grande attore non nuocerebbe certo ai nostri copioni. Sarà forse Raonic, la nuova star?

 

Djokovic e Williams accoppiata vincente

 

Stefano Semeraro, la stampa del 19.05.2014

 

Serena e Nole, core de Roma. La Williams, sempre più Number One, ha raccolto in due set, anzi uno, i resti di Sara Errani – che nonostante le lacrime di delusione per l’infortunio alla gamba (elongazione muscolare, il Roland Garros è a rischio) ha provato a tornare in campo per la finale del doppio – e si è poi presentata in conferenza stampa indossando una t-shirt con scritto «I love Rome» tagliuzzata ad arte («E il mio stile, mi conoscete»). Djokovic, che ni potrebbe diventarlo a Parigi fra un paio di settimane, dopo aver battuto in tre set Nadal (ma il risultato è generoso con Rafa) il cuore lo ha disegnato sul campo con la racchetta, stile Guga Kuerten. «E per voi e per il mio Paese, che sta soffrendo tanto», ha spiegato il n.2 del mondo, che con il pennarello ha scritto una dedica per le vittime dell’alluvione anche sul vetro della telecamera. Sono dieci anni che la coppa del Foro la alzano solo loro: per Djokovic è il terzo centro su cinque finali, il secondo dopo quello del 2011 su Nadal. II Niño resta in vantaggio 22-19 negli scontri diretti, ma ha perso gli ultimi 4. Inseguiva l’ottava vittoria romana in nove finali e anche se è riuscito a strappare un set ieri è sembrato ancora una volta lontano dalla forma dei bei tempi. Per una vita ha vinto partite che avrebbe dovuto perdere, Rafa ora inizia a perdere anche quelle una volta avrebbe vinto. II suo vantaggio nel ranking su Novak si è ridotto a 650 punti e se al Roland Garros dovesse uscire battuto in finale a Djokovic basterebbe una semifinale per scavalcarlo (addirittura un ottavo se Rafa si dovesse fermare prima). Lo spagnolo non si era mai presentato al Bois de Boulogne con un solo titolo sulla terra – per giunta minore, quello di Rio de Janeiro a febbraio -, è dunque ora di chiedersi se sia davvero lui il favorito per lo Slam che ha vinto 8 volte. La Williams in Francia arriverà invece da grande favorita dopo il secondo titolo in due anni a Roma, il terzo in totale. La prima coppona al Foro la sollevò nel 2002, 12 anni fa, ma lei civettando come al solito ha puntualizzato: «sono come il vino, il mio tennis migliora con gli anni». Ieri era la favoritissima, alla fine del primo set Sara però si è infortunata al flessore dell’anca e nel secondo è rimasta in campo solo per onore di firma, scoppiando in lacrime prima della premiazione. A consolarla è arrivata anche una telefonata di Matteo Renzi. Speriamo non il tweet con l’hashtag «Sara, stai serena». Record di pubblico II dolore di Sara «Parigi è a rischio» Delusione anche in doppio per Sara Errani che, con la Vinci, ha dovuto abbandonare dopo 4 game la finale. «In singolare sono rimasta in campo per rispetto del pubblico, il doppio ho provato a giocarlo per Roberta. L’infortunio? Non so cosa ho e neppure se potrò giocare a Parigi, deciderò dopo la risonanza». Al Foro record di spettatori: 175.978, la sfida ora è battere Madrid nella corsa al mini-Slam 2016.

 

Non ci resta che piangere

 

Daniele Palizzotto, il tempo del 19.05.2014

 

Uno scatto, un movimento fatto male, una smorfia e poi le lacrime. Tante lacrime. Perdere contro Serena Williams ci sta, anzi è naturale. Forse, magari probabilmente, sarebbe accaduto comunque, ma così fa male, troppo male. Perché per oltre mezz’ora Sara Errani, prima tennista italiana in finale al Foro Italico dopo 64 anni, ha tenuto la scia della migliore giocatrice al mondo, magari non al meglio della forma, ma in difficoltà contro l’azzurra, numero 11 del ranking Wta. Miracoli del Foro. Come già nei giorni precedenti, quando aveva fermato prima Na Li e poi Jelena Jankovic, Sara stava giocando una grande partita. Contratta in avvio, tanto da sprecare due preziose palle game nel secondo e terzo gioco per ritrovarsi sotto 0-3 (palla corta stranamente in rete e fortunoso net colpito dalla Williams), tra lo stupore e la gioia del Centrale la Errani ha subito ripreso il filo del gioco creando diversi grattacapi all’americana. Serena, è vero, ci ha messo del suo (vedi la risposta gettata via che ha regalato il primo game all’azzurra), ma Sara sembrava davvero poter reggere il ritmo forsennato della numero uno, 17 Slam in bacheca e tre titoli agli Internazionali Bnl (2002, 2013 e 2014). L’illusione, però, è svanita in un attimo. Ultimo punto dell’ottavo game: la Williams risponde, Sara arriva sulla palla ma non la colpisce lasciando il pubblico sbigottito. Per capire cosa è successo, però, basta poco: la Errani si è fatta male e l’infortunio pare subito grave. Arriva il medico, l’azzurra trattiene le lacrime, rientra negli spogliatoi e ne esce pochi minuti dopo con una fasciatura alla coscia. Il match è finito qui, purtroppo. Sara non riesce più a correre ma resta coraggiosamente in campo, non vuole deludere il pubblico romano che tanto l’ha aiutata durante la settimana. Addirittura si sente in colpa: piange per sé, perché una finale al Foro Italico non è traguardo da tutti i giorni, ma forse ancor più per chi è al suo fianco, la sostiene dal primo all’ultimo punto nonostante il secondo set sia solo una passerella (6-3 6-0 il punteggio finale) e la applaude fino alla fine, meritato omaggio all’impresa di una campionessa. «Mi dispiace», balbetta Sara quando Lea Pericoli le passa il microfono durante la premiazione. Non riesce a parlare, la delusione è troppo forte, le lacrime troppo difficili da trattenere. Poi riprova, a fatica: «Siete stati paurosi per tutta la settimana – ringrazia la Errani tra gli applausi del pubblico – ho provato a fare del mio meglio restando in campo solo per voi, siete fantastici. Essere arrivata in finale è pazzesco, il prossimo anno cercherò di fare meglio». Poi i complimenti, inevitabili, alla Williams, pronta a contraccambiare: «Sara ha giocato bene, è stata veramente sfortunata a farsi male. Io avrei potuto fare meglio, ma lei nell’ultimo anno è migliorata tanto: spero di incontrarla ancora, magari già a Parigi». Meglio di no, almeno per la Errani. Che poche ore dopo – escluse lesioni muscolari importanti attraverso un’ecografia – è tornata in campo insieme all’amica Roberta Vinci per la finale del doppio. Il tentativo è durato pochi minuti, Sara sentiva ancora dolore e sul 4-0 perla coppia Peschke-Srebotnik ha alzato giustamente bandiera bianca. Tra sei giorni parte il Roland Garros, appuntamento troppo importante per peggiorare una situazione già complicata. Il sogno di Sara è finito in lacrime. Ma la prossima volta… Emozioni A destra le lacrime della Errani dopo la sconfitta in finale. Sopra la gioia di Serena Williams con il trofeo. Sotto l’appello di alcuni tifosi presenti sugli spalti del Centrale del Foro Italico per i marò italiani ancora detenuti in India

 

Errani, ko di dolore

 

Marco Lombardo, il giornale del 19.05.2014

 

«Sono rimasta in campo per la gente». Ci riprova nel doppio, ma inutilmente Marco Lombardo Roma Bisogna aver coraggio,anche nel perdere. Ed è per questo che Sara Errani ha scelto il modo migliore per farlo, in campo, nonostante un infortunio che l’ha fatta piangere fino alle lacrime. Perché Sara è una di noi, cioè come siamo un po’ noi italiani, i grandi lavoratori, quelli magari con qualche mezzo in meno degli altri, ma con tanta creatività in più. E soprattutto coraggio. Insomma, è finita come doveva finire, perché nel tennis in certi casi non si inventa nulla e soprattutto non si è ancora inventato un antidoto a Serena Williams, anche quando non è in versione Serenona. Piuttosto è il modo che fa un po’ specie, perché scalare una montagna a mani nude a volteè possibile, ma bisogna essere però integri nel resto del corpo. Accade nel primo set, Serenaè avanti4-3 e servizio ma comunque è un po’ inquieta, perché il gioco intelligente della Errani mette un pó di sabbia nell’ingranaggio del suo carro armato, nonostante quella differenza al servizio – 201 a 1351an l’ ora il divario massimo – un po’ imbarazzante. Insomma, non c’è partita ma in fondo c’è, fino a quando Sara fa un piccolo movimento e una smorfia. E poi lascia andare la palla seguente senza colpirla: «medical timeout , sul Foro cala il silenzio. Sara tornerà in campo dopo 7′ negli spogliatoi con una fasciatura alla coscia sinistra, mala partita è finita lì:il tabellone poi segnerà 6-3, 6-0, e qui sta il coraggio di Sara, quella sfida tutta italica di non voler mollare mai, neanche quando ce ne sarebbe bisogno. Sara, infatti, avrebbe anche la finale di doppio con l’amica Vinci, perché rischiare? C’è Parigi alle porte, allora perché? La risposta è che bisogna aver coraggio di perdere guardando in faccia l’avversaria, anche quando la ritirata sarebbe molto più che onorevole. Così alla fine lo stadio è tutto in piedi ad applaudirla, tutto Serena Williams compresa, con la Errani che prima si scusa e poi si scioglie in lacrime. Poteva essere la prima italiana-italiana a vin-cere al Foro, ma chi se ne importa? A volte la sconfitta fa ancora più notizia. Una buona notizia. «Lei è magica – dirà perfino Serena mentre si gode il terzo trionfo romano -: è stata sfortunata, stava giocando benissimo. Tanto che io stavo andando un po’ fuori giri ed ero nervosa. E vero che quando hai poco da perdere finisci per dare tutto,però lei nell’ultimo anno è migliorata tantissimo, ha lavorato molto e si vede». Come un’italiana vera, insomma. Che poi, finita la pre-miazione, è subito andata sul lettino del fisioterapista per poter essere presente all’appuntamento con il doppio, perché non si lascia a piedi così un’amica: «Sara ci tiene – diceva fuori dalla porta il suo coach Lozano – forse è solo una piccola elongazione e dunque ce la può fare». Lei, che aveva appena finito di ringraziare il pubblico del centrale («Sono rimasta in campo per voi, siete stati pazzeschi») e si era asciugata l’ultima lacrima, era già ripartita, pronta per una nuova sfida. Risultato: a meno di quattro ore da quella smorfia terribile, Sara scende in campo con Roberta Vinci per la finale del doppio contro Peschke e Srebotnik. Malandata ma presente. Insiste, ci prova, soffre. Perché, neltennis come nella vita, le sconfitte arrivano. Ma il coraggio non lo si deve perdere mai. Anche il coraggio di saper dire basta al momento giusto. Minutodieci3Oa4.Ilpubblicocapirà. Roberta ha già capito.

 

II cuore dl Djokovic è più forte di Nadal

 

Riccardo Crivelli, la gazzetta dello sport del 19.05.2014

 

C’è un cuore che batte nel cuore di Roma. E’ quello che Novak Djokovic disegna sul campo incidendo sulla terra rossa con la racchetta le emozioni di un trionfo che non è solo sportivo e contro l’arcirivale Nadal: «Quando Kuerten vinse a Parigi, fece lo stesso gesto ed io, che ero ragazzino, ne rimasi affascinato. E’ un ringraziamento al pubblico, ma soprattutto è il mio pensiero alle gente che in Serbia sta soffrendo: sto male a non essere lì con loro». Ombre Nole per loro si prende così gli Internazionali, e lo fa per la terza volta, rispettando la regola dei tre anni: 2008, 2011 e oggi. C’è dunque un senso di compiuta perfezione nella 19a vittoria contro Rafa in 41 sfide dirette, nonché la quarta consecutiva, nel modo in cui Djoker si illumina prodigiosamente dopo le ombre del primo set marchiato da 17 errori gratuiti: «Contro Nadal, devi giocare aggressivo dall’inizio, ci ho provato, però non trovavo la misura dei colpi. Poi sono salito, soprattutto con la risposta ». E il maiorchino, 75% di punti con la seconda nel primo set, si ritrova d’improvviso a giocare contro un muro: «Ha cominciato a mettermi in difficoltà nei miei turni di battuta – racconta il numero uno – e nei colpi a rimbalzo è diventato molto più profondo e incisivo, io invece facevo un po’ fatica a dare velocità alla Avevo le gambe pesanti, ma ci sta: il mio gioco migliora, sono contento palla, avevo le gambe pesanti e non riuscivo a metterlo in difficoltà con angoli difficili: ci sta, dopo aver giocato dieci partite in dodici giorni». Onore • rispetto Djokovic esplode un irreale passante di dritto per il break del 2-0 nel secondo set, riceve il gentile omaggio di un doppio fallo per salire 4-2 e, nel terzo, toglie il servizio in apertura al rivale, pub salire 3-0 dopo un game interminabile di 10 minuti e quando ha un attimo di blackout facendosi rimontare fino al 3-3, si inventa un settimo game paradisiaco, disegnando il campo con traccianti che inchiodano Rafa due metri dalla riga. E’ l’apoteosi: «Una vittoria speciale, considerando come stavo quando sono arrivato a Roma e l’avversario che avevo di fronte in finale: quando giochi contro di lui, il più forte di sempre sulla terra, non puoi mai concederti pause». E’ la prima volta in nove anni che Nadal arriverà nel regno magico parigino avendo perso più di due partite sul rosso e senza aver vinto almeno due tornei nella stagione europea, ma la fiducia non scema, anzi: «Devo prendere le cose positive da questa sconfitta, come il fatto di essere migliorato con il passare del torneo. Due settimane fa non ero certo così soddisfatto del mio gioco come lo sono ora, ho affrontato un avversario difficilissimo e quando sono tornato in partita nel terzo set, lui ha giocato tre game eccezionali». Verso Parti C’è un dato, tuttavia, che si frappone come un’incognita nel percorso verso il Roland Garros del numero uno al mondo: Djokovic ha chiuso con 46 vincenti, lui solo con 15. E negli scambi oltre i 9 tiri, Nole ha ottenuto 19 punti e Rafa, di solito implacabile maratoneta, 14. Dunque, come già accaduto con Murray nei quarti, la sensazione che si percepisce è che con i top player, anche sulla terra, in questo momento Nadal dipenda più dalla forza degli altri che dalla propria. «lo mi preoccupo solo di me stesso, e quindi vado a Parigi più fiducioso di quando ho cominciato il torneo qui a Roma. In uno Slam, il calendario ti permette di recuperare, a me non piace giocare la sera e poi tornare in campo il giorno dopo, preferisco dormire e recuperare». Un giornale francese, intervistando Djokovic, ha parlato del Roland Garros come di un’ossessione per il serbo: «Non è la parola giusta, qualcosa che ti ossessiona ti fa star male. Certo, è l’unico Slam che mi manca e nei miei desideri di giocatore adesso è al primo posto: arrivarci così mi dà una spinta speciale». Ci sarà in palio anche la prima posizione del ranking, una proiezione sulla stagione dell’ormai eterna sfida con Rafa: «Conta solo vincere – ammette Nole – e l’esperienza mi aiuterà a stare calmo». Con la virtù dei forti.

 

Djokovic apre la crisi di Nadal

 

Massimo Grilli, il corriere dello sport del 19.05.2014

 

Il  tonfo lo avrete sentito anche da casa vostra. Rafael Nadal, il re della terra battuta e del torneo di Roma (sette vittorie su nove finali e dieci partecipazioni) è caduto dal trono, scalzato dal suo rivale più pericoloso, quel Novak Djokovic che ora può immaginare a più o meno breve scadenza anche il sorpasso nella classifica mondiale. In una finale non bellissima ma comunque intensa, dove i momenti felici dell’uno non sono quasi mai coincisi con quelli dell’altro campione, registriamo un successo meritato, malgrado un inizio traballante del serbo, di fronte a un Nadal comunque più vivace rispetto alle prime tremebonde prestazioni. Dopo una campagna su terra battuta deludente per le sue abitudini – una vittoria su quattro tornei disputati, dal 2004 non incassava tre sconfitte sull’amata terra rossa – il mancino spagnolo si presenterà tra una settimana a Parigi (dove ha vinto otto volte su nove tentativi) con poche certezze nel Lo spagnolo non e più imbattibile sulla terra: vinto un torneo su 4. E ora arriva Parigi suo tennis. Da parte sua, Djokovic pub lucidare i suoi numeri: terzo trionfo a Roma – dopo quelli del 2008 e 2011 – terzo titolo stagionale e 44 della carriera (nella classifica all-time ha raggiunto l’austriaco Muster al 13 posto assoluto), successo numero 19 su Nadal (su 41 confronti diretti), il quarto di fila e il quarto sulla terra battuta (su 17 incontri). LA PARTITA. Eppure le cose non erano cominciate bene per Djokovic, precipitato in pochi minuti sull’1-4, con due servizi già persi. Troppo fallosi i suoi colpi da fon-docampo, troppe scelte sbagliate di fronte a un Nadal finalmente più lucido. Una racchettata sulla sedia e il serbo si scuoteva, provava la rimonta ma mancava tre occasioni per il 4-4, così Nadal saliva a 5-3 e chiudeva facilmente sul 6-4. Nel secondo set entrava in campo un Djokovic trasformato, inesorabile nei colpi dal fondo, capace di reggere alla grande il palleggio contro un Nadal VITTORIE Djokovic ha ridotto Io svantaggio nei confronti con Nadal: ora Rafa conduce 22-19 (13-4 sulla terra]. TORNII Diventano 44 I tornei vinti in carriera da Djokovic, 3 dei quali nel 2014 (Indian Wells e Miami prima di Roma). che progressivamente perdeva metri. Noie scattava subito sula-0 poi però si distraeva e perdeva il servizio anche per l’improvviso pianto a dirotto – a pochi metri da lui – di un bambinuccio (spagnolo?) portato via brutalmente dal padre, ma si ritrovava immediatamente e chiudeva per 6-3. Ancora Djokovic avanti di un break all’inizio del terzo set, ma la partita non poteva finire così. «Rafa è il migliore quando serve essere il migliore», aveva spiegato alla vigilia Nole. Così Nadal recuperava da 1-3, alzando il pugno rabbioso sul suo splendido passante incrociato che gli garantiva il 3-3. Per i tifosi spagnoli che ricominciavano a mulinare le loro bandiere, era l’ultima illusione. «Non avevo più benzina», dichiarerà Nadal dopo la partita. Djokovic ricominciava a spedire missili nella metà campo sempre più sguarnita dello spagnolo, che negli ultimi tre giochi metteva insieme solo tre punti, perdendo due servizi. Dopo l’ultimo rovescio fuori di due metri del rivale, Djokovic poteva finalmente alzare le braccia in segno di trionfo, prima di disegnare sulla terra battuta con la racchetta un cuore, come tanti anni prima aveva fatto Guga Kuerten a Parigi. SCENA FINALE. Noie stringe mille mani, saluta Becker in tribuna, regala la sua racchetta. Nadal, stretto nella sua seggiolina, riceve il tentativo di Alberto Tomba (?) di tirargli su il morale. «Buttaje giù le bottigliette…», urla un anonimo dalle tribune, facendo riferimento alle bottiglie d’acqua che lo spagnolo con cura maniacale dispone – seguendo una diagonale di cui lui solo conosce il significato – vicino alla sua postazione. E’ l’ultimo sgarbo a Rafa in questa stramba settimana. Roma è passata nelle mani di Djokovic, non sarà facile tra dodici mesi riprendergliela.

 

È terra di Nole. Nadal abdica Rafa

 

Piero Valesio, tuttosport del 19.05.2014

 

Intanto si può dire che è finito un impero? Diciamolo perché è vero. Magari il regno in senso lato no; ma l’impero, quello assoluto, quello non lasciava spazio ad altri su quello è calato il sipario. Rafa Nadal, lo stesso Nadal che l’anno scorso stupì il mondo dominando in lungo e in largo dopo un lungo stop, non è più l’imperatore della terra rossa. Quella terra da cui Rafa ha sempre tratto l’energia vitale per poi volare altrove e vincere pure h. La sconfitta patita ieri in finale non è la prima che Rafa incassa per mano di Djokovic sulla terra romana. Ma quest’anno è arrivata dopo i flop di Montecarlo e Barcellona, la finale vinta a Madrid ma grazie al ritiro di un Nishikori che lo stava prendendo a pallate; e un cammino romano certo non entusiasmante tranne che per la semifinale in cui quello scriteriato di Dimitrov ha patito la presunzione di voler giocare più nadalianamente di Nadal. Non parliamo più di sconfitte contigenti e immerse in un mare di vittorie: ma la realtà è che mai Rafa è approdato a Roland Garros senza prima avere vinto un torneo vero (questo Madrid come detto non fa testo) sulla terra. E tra l’altro se Nadal non vincerà a Parigi e Djokovic sì ecco che finirà anche questa fase della sua intermittente sovranità sul tennis mondiale. ITALIANO Si sospenda per un attimo la riflessione sulla caduta del divino Rafa per dire che la vittoria di Djokovic al termine di una finale non entusiasmante sancisce ciò che da tempo era sotto gli occhi di tutti: a Roma ha vinto il più italiano dei non italiani che dominano il tennis maschile. Nole vince a Roma sentendo questo luogo quasi come il suo luogo natale; o almeno come il suo succedaneo più prossimo. Lui, Nole, ha giocato e studiato da ragazzo in Italia, la sua fidanzata prossima moglie nonché prossima madre di suo figlio, Jelena Ristic, ha studiato alla Bocconi ed è innamorata del nostro paese; il suo manager, Edoardo Artaldi, è italiano. Per Nole essere ospite da Fazio a «Che tempo che fa» non è una delle tante comparsate televisive cui si offre per propagandare le iniziative della Djokovic Foundation; ma essere presente nel più produttivo dei talk show italiani sul mercato che gli è più caro do-Po quello serbo: l’Italia per l’appunto. Se Djokovic disegna un cuore sulla terra del Centrale non lo fa soltanto per emulare Guga Kuerten a Parigi: ma perché avverte che l’Italia non è per lui un Paese come un altro ma «il» paese dove è più amato. Belgrado non ha più un torneo e anche ne avesse ancora uno non potrebbe essere al livello di Roma. Djokovic lo sa e ha eletto l’Italia al rango di patria-bis. Non ci sarebbe da stupirsi se alla fine pure suo figlio vedesse la luce dalle nostre parti, chissà. TEMPO Rafa non sta per diventare padre ma la finale di ieri ha evidenziato come il tempo passi anche per lui. D che potrebbe sembrare un ovvietà specie dopo che ieri si è avuta l’opportunità di scrutare in tribuna il viso di John Newcombe che tanto diverso non è da quando vinceva, vestiva italiano e insegnava tennis in Sardegna. Ma la sensazione è che al di là dell’impero, Rafa non sia più un’invincibile Armada. Magari a Parigi (dove non si gioca di sera e lui potrà seguire il format di comportamento quotidano che più ama: pizza sugli Champs e poi a nanna) ritroverà la verve dei giorni migliori. A Roma gli è toccato di faticare come un pazzo (le tre ore con Simon, soprattutto) sotto i riflettori, dunque dormire di meno e questo andazzo non gli piace. Ma il fatto è proprio questo: siamo ormai lontani dal ragazzino palestrato con lo smanicato giallo e siamo anche un po’ distanti dall’atleta pazzesco che l’anno scorso ha lasciato tutti a bocca aperta e che è sembrato inscalfibile da ogni tipo di infortunio o tensione psciologica. In realtà Nadal è sensibilissimo sul piano emotivo: e forse sta prendendo coscienza di questo aspetto di sé. Ragion per cui perde partite che in altre occasioni magari non avrebbe perso. Quando zio Toni dice: “Rafa è pieno di dubbi» forse vuol dire che suo nipote sta diventando grande

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Roma come uno Slam. Gli Internazionali promossi dall’Atp (Paolo Rossi, La Repubblica)

Come uno Slam. La tanto auspicata promozione degli Internazionali Bnl d’Italia è in dirittura d’arrivo. Il Board dell’Atp ha votato una prima risoluzione nell’ambito del processo di restyling del calendario mondiale di tennis: dal 2023 il Masters 1000 di Roma passerà da otto a dodici giorni di torneo. «La notizia che aspettavamo, e per la quale abbiamo lavorato da dieci anni» commenta Angelo Binaghi, presidente della Federtennis. È la classica novità che dovrebbe far felici tutti: i giocatori, gli organizzatori, gli appassionati. Per ragioni anche ovvie: significa che tutto avrà un upgrade, un miglioramento: dal montepremi per i tennisti agli incassi per il torneo, e più di giorni di spettacolo per il pubblico. «Significherà che i top player entreranno in campo la prima settimana» spiega Sergio Palmieri, direttore tecnico della kermesse. «Significa che il tabellone sarà portato a 96 giocatori, quasi come uno Slam. Un mini Slam, anche se la dicitura non mi piace». Attenzione, però: non è ancora ufficiale. Perché l’Atp ha votato per l’aumento dei giorni (tranne che per Montecarlo e Bercy, che resteranno su 7 giorni) ma ha subordinato la decisione a un’ultima votazione, che avverrà entro i primi di ottobre, e riguarderà l’aggregazione della vendita dei diritti di tutti i tornei: oltre ai Masters 1000, anche gli Atp 500 e Atp 250. Non dovrebbero esserci sorprese, e Roma dovrebbe vedersi garantito lo status per trent’anni (oggi sono dieci). Il Foro Italico non avrà bisogno di lavori di ristrutturazione. «Possiamo solo auspicare, a questo punto, che ci sia un salto di qualità verso la copertura del campo principale» conclude Angelo Binaghi. La soluzione che consentirebbe in caso di pioggia i match principali e renderebbe felici anche le televisioni. Come dire, la ciliegina sulla torta. Mentre a Roma se ne parla da sempre ma la pallina rimbalza da un’istituzione all’altra, a Wimbledon e Roland Garros hanno completato tetti ben più complessi.

Federer fissa l’obiettivo: «Voglio giocare la Laver Cup» (Francesca Schito, Il Tempo)

 

Roger Federer mette in ordine i pensieri e fissa gli obiettivi. Durante un evento organizzato dai suoi sponsor, l’ex numero uno del mondo ha parlato alla radio Srfsport facendo il punto sul suo recupero: «Sto molto bene e il peggio è ormai alle spalle. Quando torni da un infortunio, ogni giorno è un giorno migliore. Spero di poter tornare presto ad allenarmi, ma so che devo avere ancora pazienza». Lo svizzero non rinuncia al tennis e ammette: «Vorrei giocare la Laver Cup 2022 a Londra, spero di poter essere in campo». Poi spende parole di sincera ammirazione nei confronti di Djokovic uscito sconfitto da Medvedev dalla finale degli Us Open: «Novak merita tutta la nostra considerazione, ha fatto una stagione da fuoriclasse assoluto». Nei confronti di Medvedev è arrivata una stilettata da Tsitsipas che di certo non usa toni concilianti: «Non dico che il suo gioco sia brutto o noioso, ma sicuramente è a una sola dimensione. Resta il miglior giocatore del momento. Comunque non mi sento inferiore a lui né a Zverev, devo soltanto migliorare sulle altre superfici e non concentrarmi solo sul rosso come ho fatto quest’anno». Intanto Nadal, che ha annunciato che non prenderà parte ad alcun torneo nei mesi conclusivi del 2021 per recuperare da un infortunio, ha rifiutato le offerte per partecipare a due tornei di golf in Spagna (il National Open e il Maiorca Open) perché sta ancora recuperando dal problema al piede. Lo spagnolo è un appassionato di questo sport e ha un handicap di -1.2 che gli consentirebbe di giocare alcuni tornei pro.

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Rassegna stampa

Jasmine cresce ancora (Bertellino). Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport). La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Damato)

La rassegna stampa di lunedì 20 settembre 2021

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Jasmine cresce ancora (Roberto Bertellino, Tuttosport)

La prima volta di Jasmine Paolini è a Portorose. Il trofeo nel WTA 250 sloveno conferma la crescita dell’azzurra ma anche la tenuta mentale visto il ritardo di 3 ore nell’inizio, causa maltempo. Colpi e determinazione per battere la n. 38 del mondo, l’americana Alison Riske, 31enne di Pittsburgh che era alla 10a finale. La fotografia della nuova dimensione della 25enne toscana è nel primo set. Dopo break e contro-break iniziali Jasmine si è trovata a rincorrere la più esperta rivale dal 2-5. I’ha fatto cambiando marcia e chiudendo 7-4 al tie-break. Prima dell’inizio del 2° set Jasmine ha chiesto un medical time-out per un problema alla coscia sinistra. E’ ripartita di slancio, strappando subito il servizio alla statunitense e tenendo proprio dopo aver salvato più palle dell’ 1-1. Sul 2-0 ha rifiatato un attimo el’americana ha incamerato il primo game del set (2-1). Ripresa sul 2-2, Jasmine ha reagito chiudendo il gioco con un gran diritto per il 3-2 cogliendo poi altri 2 break per il sigillo all’8°gioca

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Nell’ITF 80 di Valencia ha vinto Martina Trevisan, in rimonta (4-6 6-4 6-0) contro l’ungherese Delma Galfi, n. 138 WTA.

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Paolini super. A Portorose il primo titolo della carriera (Gazzetta dello Sport)

Era alla prima finale Wta della carriera e l’ha vinta, domando l’americana (n. 38) Alison Riske in due set 7-6 (4) 6-2, dopo un’ora e 46 minuti di gioco. Per Jasmine Paolini il titolo nel 250 di Portorose può essere l’alba di una nuova carriera, ora che ha dimostrato una solidità mentale invidiabile. La 25enne toscana, che oggi raggiungerà il numero 64 della classifica (best ranking), è stata brava a non farsi influenzare dalla lunga attesa (si è cominciato due ore e mezza dopo il previsto per la pioggia) e poi fantastica nel primo set, quando ha recuperato da 5-2 sotto con due break di svantaggio. Nel secondo parziale, la Paolini ha non ha avuto problemi

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Questa settimana si gioca a Metz (cemento indoor): oggi in campo Lorenzo Sonego contro l’ungherese Fucsovics e Gianluca Mager contro il georgiano Basilashvili. A Nur-Saltan (cemento indoor), in Kazakistan, in campo Andreas Seppi contro il kazako Skatov. In tabellone pure Lorenzo Musetti: aspetta un qualificato.

La prima volta di Jasmine è il trionfo della pazienza (Corrado Damato, Il Messaggero Sport)

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l’Italtennis si gode un movimento che tra uomini e donne sembra veramente aver trovato la ricetta universale che porta al successo.

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a Portorose, in Slovenia, è “incappata” in quelle settimane perfette che talvolta capitano nella vita di un tennista e, giocando alla perfezione dall’inizio alla fine, ha scoperto la gioia del trionfo. Che apre nuovi scenari anche per i tornei più importanti visto che produce un balzo in classifica dal suo attuale 87′ posto a quello numero 64 che occuperà da oggi. Ovviamente, il suo nuovo best ranking. VITTIME DOC L’ultima ad arrendersi all’azzurra è stata l’americana Alison Riske, numero 38 della Wta e terza testa di serie del torneo. Le ha strappato il servizio per tre volte nel primo set e quando è andata a servire sul 5-2 (Jasmine aveva recuperato uno dei break) sembrava poter incanalare il match dalla sua parte. Ma l’azzurra ha dato prova di grande pazienza e ha ricucito, punto dopo punto, senza fretta, portando l’avversaria al tie break, poi vinto per 7 punti a 4. II secondo set è stato la copia a specchio del primo con la Paolini volata sul 5-2 e poi più cinica della Riske: 6-2 e tutti a casa. Brava Jasmine a non perdere la concentrazione anche per lo slittamento del match, iniziato con quasi tre ore di ritardo per colpa della pioggia.

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Rassegna stampa

Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Iannacci)

La rassegna stampa di domenica 19 settembre 2021

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Pietrangeli: «Una notte ho portato a letto anche la Davis» (Leonardo Iannacci, LIbero)

In via Veneto giocava a carte con Mastroianni, a Gstaad prendeva l’aperitivo con Richard Burton e Liz Taylor, a Los Angeles cenava una sera con Charlton Heston e quella dopo con Frank Sinatra, a Parigi amoreggiava con una stripteaseuse del Crazy Horse e a Montecarlo insegnava il rovescio al principe Ranieri, suo amico. Schegge di memoria che riguardano il signor Chirinsky, protagonista di pezzi di vita che sembrano capitoli di un romanzo. «Quando mi dicevano: allenandoti meglio avresti potuto vincere di più, io rispondevo: forse, ma nella mia vita mi sarei divertito meno!», ripete sempre. Il signor Chirinsky è uno splendido 88enne, ancora pieno di vita che si diverte a portare in giro il suo mito. Chirinsky, e qui lo sveliamo, è il secondo nome di Nicola Pietrangeli, il tennista italiano più vincente della storia. Prima questione da chiarire: perché Nicola Chirinsky Pietrangeli? «Sono nato a Tunisi, all’epoca un protettorato francese, da papà Giulio e da mamma Anna, russa. Da qui il secondo nome Chirinsky, che non mi dispiace affatto. Ho iniziato a giocare a tennis in un campo di prigionia proprio in Tunisia, durante la seconda guerra mondiale, vincendo con papà il mio primo torneo di doppio. Avevo 13 anni. Ma il mio destino era l’Italia, venimmo espulsi e con la famiglia riparammo a Roma».

Dove si dedicò a tempo pieno al tennis…

 

Affatto. Preferivo il calcio, ero bravino e venni convocato nelle giovanili della Lazio. Dopo qualche tempo mi proposero il trasferimento alla Viterbese, capii subito che con il calcio non mi sarei divertito né avrei viaggiato, così passai al tennis. Al Circolo Parioli, dove il custode era un certo Ascenzio Panatta, che aveva un figlioletto di nome Adriano.

Un tipo che avrebbe incontrato anni dopo.

Sì, ma questa è un’altra storia. Giocare a tennis mi piaceva. Diventai bravo. Tra la fine degli anni ’50 e gli inizi dei ’60 vinsi 44 tornei, quattro volte il Roland Garros, due nel singolare e due nel doppio. Mi rispettavano tutti gli altri grandi giocatori dell’epoca, eravamo amici. Giocavamo ma ci divertivamo un mondo. Era un tennis educato, quello. E vivo.

La differenza tra un campione della sua epoca e uno odierno?

Noi entravamo in campo per divertire il pubblico. Oggi ogni pallina vale decine di migliaia di euro e ai giocatori non importa nulla del pubblico. Pensano solo ai soldi. Quando ho vinto il Roland Garros mi hanno dato un premio in denaro con il quale non mi sono potuto comprare neppure un appartamentino. Oggi chi vince uno Slam si porta a casa due milioni e mezzo di dollari.

Ma, allora, la Osaka che lascia il tennis, Djokovic paralizzato durante la finale degli Us Open, terrorizzato dalla mancata conquista del Grande Slam. Perché?

E qui mi arrabbio. Djokovic avrà, che so, 500 milioni di dollari in banca e gioca una finale stressato? Ma scherziamo? E la realtà attuale del tennis che strofina i nervi a questi plurimiliardari. Sono macchine da guerra, istituti di credito. Forse si stressano a contare i soldi. Quando leggo che sono depressi mi saltano i nervi.

Djokovic, Nadal, Federer: chi al primo posto?

Federer, di un altro pianeta. E ve lo dice uno che ha battuto un certo Rod Laver che di Grande Slam se ne è pappati due.

II tennis italiano sembra rinato: prima Fognini, ora Sinner, Berretti, Musetti, Sonego. Siamo tornati ai tempi di Panatta-Barazzutli-Bertolucci-Zugarelli?

Penso di sì. Sinner ha solo 20 anni. Ha il mondo davanti e arriverà entro l’anno nei primi 10. Berrettini con quel servizio può vincere uno Slam. Non sulla terra battuta, però.

La sua più bella vittoria?

Nel 1976 ero il capitano non giocatore della squadra di Davis e arrivammo alla finale con il Cile. Mezza Italia non voleva che andassimo a giocarla perché a Santiago c’era il regime di Pinochet. Era tutto politicizzato, la sinistra vedeva la finale dal punto di vista ideologico e voleva boicottarla. Pensai: siamo pazzi? Rinunciamo a vincerla? Mi sono battuto come un leone contro tutti i politici ipocriti, di sinistra e non solo. Alla fine mi diedero retta e andammo. Vincemmo la nostra prima e ultima Davis, i giocatori in campo, io fuori. Ma fummo costretti a tornare in Italia quasi di nascosto, protetti dai carabinieri. Ricevetti anche due minacce di morte, avevo la polizia sotto casa.

E una sera si portò a letto la Coppa Davis…

Accadde dopo una festa a Roma, con Giulio Andreotti presente, salito frettolosamente sul carro dei vincitori: tutti se ne andarono a dormire e il servizio d’ordine lasciò lì la coppa. Nessuno se la filava. Così, per paura che la rubassero, la portai a casa, la misi sul letto. C’è una foto con il sottoscritto, la coppa e il mio gatto che ci dorme dentro.

Ed ecco la domanda delle cento pistole: chi è stato più forte, lei o Panatta?

Adriano è nato per giocare a tennis. Un talento puro. Mi ha battuto anche nella finale dei campionati italiani del 1970. Ma lui aveva 20 anni, io già 37… Però è durato troppo poco ai vertici, 3-4 anni. Meglio Nicola Chirinsky Pietrangeli, dai.

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