Wimbledon e Nashville: come raccontare uno Slam?

Al femminile

Wimbledon e Nashville: come raccontare uno Slam?

Pubblicato

il

 
 

TENNIS AL FEMMINILE – I Championships non sono solo la più importante manifestazione del tennis, sono anche una grande narrazione sportiva, con al via 128 potenziali protagoniste. E se si provasse a raccontare il torneo in modo differente anche giocatrici come Coco Vandeweghe, Garbine Muguruza e Tereza Smitkova potrebbero meritare il grande palcoscenico del Centrale

A dieci giorni dalla conclusione del torneo di Wimbledon credo si abbia la giusta distanza per fare qualche valutazione che vada oltre il puro dato tecnico: vorrei provare a ragionare sul modo in cui è presentato e seguito un torneo del grande Slam.

I tornei del grande Slam scandiscono il calendario tennistico: quattro volte all’anno si confrontano i migliori 128 tennisti del mondo alla ricerca di una vittoria che consente a chi la raggiunge di passare alla storia del proprio sport.
I 128 giocatori si affrontano nell’arco di due settimane in un tabellone a eliminazione diretta. La caratteristica di un torneo così strutturato è quella di avere come ultimo evento l’incontro decisivo, la finale; ma anche di avere una netta differenza tra il numero di partite giocate nella prima settimana rispetto a quelle della seconda.

 

Ad esempio il calendario femminile di Wimbledon, se non interferiscono le condizioni meteo, prevede che si giochino i primi tre turni dal primo lunedì al sabato, e gli ultimi quattro dal secondo lunedì al secondo sabato. In termini numerici significa che nei primi sei giorni si disputano 112 partite (64+32+16) mentre nei secondi sei giorni se ne disputano soltanto 15 (8+4+2+1). E’ una sperequazione molto marcata, che incide nel modo in cui il torneo viene presentato.
Se nella seconda settimana c’è la possibilità di prendere in considerazione praticamente tutte le partite, è inevitabile che per i primi turni si debbano fare delle scelte, privilegiando alcuni match rispetto ad altri.

Negli ultimi anni una svolta fondamentale si è avuta con la trasmissione in TV di molti campi contemporaneamente; questo ha allargato il respiro del racconto, ma non ha comunque eliminato il processo di selezione. A dire il vero, anche di fronte al gran numero di partite del primo turno (64 sono davvero tante) un modo per orientarsi c’è sempre: il ranking e le teste di serie. Facendo riferimento al computer, possiamo stabilire delle priorità e cercare di tenere sempre ben presenti i match da considerare importanti rispetto a quelli secondari.

Io però vorrei sostenere che è proprio questo atteggiamento strettamente legato al destino delle migliori e delle favorite, quello che trovo meno stimolante e che mi auguro possa venire in parte mitigato a favore di scelte differenti.

Credo sia venuto il momento di spiegare il titolo dell’articolo. “Nashville” si riferisce al film di Robert Altman (1975), che ha per soggetto il festival musicale che si svolge nella capitale del Tennessee.
Un film che è diventato una pietra miliare del cinema americano: per raccontare i cinque giorni di una grande kermesse canora (trasformata in una metafora della società statunitense) Altman rinuncia ad utilizzare il classico schema fatto di pochi personaggi che si muovono in una vicenda che cresce in “verticale”. Invece che affidarsi alla consueta divisione tra protagonisti principali e secondari, in Nashville la trama è a sviluppo orizzontale, e segue le storie di 24 differenti figure, tutte di importanza simile.
Il film si basa quindi sulla contemporaneità di molte vicende, grazie a due dozzine di ruoli di pari rilievo. Al momento di girare il film, per nessuno di quei ruoli Altman scelse un “divo”; nessuno degli attori era una superstar. Chi ha visto il film si ricorda che probabilmente sono due le scene più importanti.

Una è, abbastanza logicamente, quella finale, che coinvolge tutti i personaggi e molti abitanti della città nel parco di fronte al Partenone di Nashville (copia americana di quello greco). Magari qualcuno non ha visto il film e quindi evito di raccontarla, tanto la trama si può trovare ovunque.
Ma la seconda scena (che trovate QUI) è molto meno grandiosa: è quando il personaggio interpretato da Keith Carradine canta una canzone d’amore in un piccolo locale, e ciascuna di quattro differenti donne (tutti personaggi che abbiamo imparato a conoscere) presenti tra il pubblico crede, almeno all’inizio, che sia dedicata a se stessa.
Rispetto al festival, naturalmente si tratta di una questione marginale, ma è la struttura del racconto che la rende rilevante. All’interno della sua organizzazione corale, quindi, il film trova comunque momenti che emergono anche in modo inaspettato.

Perché citare Nashville? Perché i cinque giorni del festival canoro non sono poi così lontani dai primi sei di Wimbledon; e forse una modalità di narrazione più orizzontale potrebbe avere aspetti positivi nei primi giorni di torneo. Se uno Slam viene strutturato solo in funzione delle prime teste di serie e delle grandi favorite, secondo me finisce per perdere tante occasioni di racconto che la presenza di 128 potenziali personaggi offre.
Quasi ci si chiede il senso di una partecipazione così vasta se poi le seconde linee vengono prese in considerazione solo con la logica un po’ crudele di portarle al centro dell’attenzione quando il sorteggio le pone di fronte alle primissime, in confronti che la maggior parte delle volte hanno esito scontato.
Ecco, nei primi giorni di torneo si potrebbe pensare di allargare lo sguardo, qualche volta perfino perdendo di vista la meta finale ancora distante (chi vincerà il torneo), per provare a presentare storie e giocatrici meno conosciute. Si correrà il rischio di seguire vicende di tenniste che non hanno concrete possibilità di vincere, ma molto spesso ci si accorgerà che si tratta di protagoniste comunque degne di reggere la scena.

Ma perché farlo proprio in uno Slam?
Una delle differenze tra uno Slam e gli altri tornei sta nel fatto che il prestigio dell’avvenimento è tale per cui non sono i giocatori a qualificare il torneo, ma viceversa: è il torneo che dà prestigio ai giocatori e proietta una luce differente sulle partite, rendendo importanti incontri che disputati altrove conterebbero poco. Giocare in uno Slam è come esibirsi alla Scala o al Metropolitan: se in cartellone il protagonista è un giovane cantante (e non un nome celebrato) non viene vissuto come uno spettacolo di ripiego, ma diventa l’occasione per gli appassionati di scoprire nuove voci. Perché è l’importanza del teatro che cambia la prospettiva.

Per non ragionare in termini puramente teorici, voglio fare un esempio concreto. Nell’ultimo Wimbledon secondo me l’incontro di primo turno tra Muguruza e Vandeweghe avrebbe potuto essere collocato su un campo importante coperto dalla TV. Poteva essere una occasione ideale per provare ad allargare i temi del torneo. E, non lo dico per esagerare, l’avrei programmato sul centrale o sul campo 1.
Da una parte c’era una giocatrice capace a Parigi di eliminare Serena Williams e di impegnare strenuamente Maria Sharapova, e che aveva dichiarato che considerava l’erba la sua superficie preferita. Dall’altra c’era la fresca vincitrice di s’Hertogenbosh, torneo su erba conquistato partendo dalle qualificazioni.
Tutte e due giovani in crescita, e in un periodo di grande forma: ci sarebbero state molte buone ragioni per presentarle al grande pubblico. Anche le loro storie personali erano interessanti: da una parte una spagnola/venezuelana ancora incerta su quale cittadinanza prendere, dall’altra l’ultima rappresentante di una famiglia famosa nello sport americano. Ed entrambe, pur essendo poco più che ventenni, già passate attraverso momenti di difficoltà (infortuni, problemi di peso, e altro ancora che qui non descrivo per ragioni di sintesi).
Gli organizzatori di Wimbledon le hanno ignorate; ma io, testardamente, le ho comunque seguite al livescore; da quanto ho capito la partita sarebbe stata effettivamente all’altezza di uno stadio importante: una lotta molto equilibrata di due ore e mezza con match point salvati in diversi game, e conclusa solo 7-5 al terzo. Secondo me la loro era una parte di tabellone che avrebbe meritato più attenzione, perché c’era appunto il potenziale per raccontare storie interessanti. Il match lo ha vinto Coco Vandeweghe, e a quel punto avrei fatto il passo successivo,  cercando di valorizzare anche il turno seguente: Vandeweghe vs Smitkova.

Essendo coperta dalle telecamere ho potuto seguire la partita; ed è stata sorprendente perché ha finito per prevalere la teenager ceca. Dico sorprendente perché non so chi  conoscesse Tereza Smitkova prima di questo Wimbledon; io no. Se vi fidate del mio giudizio, posso dire che è stato comunque un match che avrebbe potuto tranquillamente reggere un palcoscenico più importante del campo 6. Anche in questo caso per ragioni di spazio non entro nel dettaglio della partita; mi limito a dire che  Coco ha finito per non dare la mano al giudice di sedia al termine del match…

A questo punto però mi direte: delle due protagoniste iniziali su cui avevi puntato (Muguruza e Vandeweghe) dopo appena due match nessuna era più in gara. Può capitare, ma il testimone dell’interesse sarebbe passato alla sorpresa Smitkova, che ha poi saputo raggiungere addirittura il lunedì successivo (vincendo il terzo turno 10-8 al terzo), prima di perdere da Lucie Safarova. E così ci sarebbe stata la possibilità di approfondire anche la storia di una diciannovenne ceca proveniente dalle qualificazioni, prima di lasciare tutto lo spazio, come ovvio nella seconda settimana, alle partite principali che determinano la vincente del 2014.

Mi rendo conto che scelte di questo genere rischiano di scontentare gli sponsor, i giornalisti più pigri (che si ritrovano a dover cercare notizie sulle tenniste di retrovia del circuito) e anche il pubblico più tradizionalista. Però qualche mossa coraggiosa da parte degli organizzatori, che vada in direzione di un approccio più allargato (alla Altman, appunto) secondo me meriterebbe di essere provata. Sono convinto che, se si sceglie con attenzione, così come al cinema si possono realizzare film straordinari senza attori famosissimi, allo stesso modo il tennis può offrire storie degne di essere raccontate anche se non coinvolgono le solite superstar.

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

Pubblicato

il

Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

Continua a leggere

Al femminile

Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

Pubblicato

il

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

Continua a leggere

Al femminile

La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

Pubblicato

il

By

Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement