US Open: Lo Slam della noia

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US Open: Lo Slam della noia

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TENNIS – Contrariamente a quanto si potrebbe pensare lo slam americano è quello che negli ultimi 15 anni ha offerto meno sorprese rispetto agli altri con i migliori sempre pronti a dominare, come si spiega questo fedele rispetto delle gerarchie a New York?

L’afoso luglio volge ormai al termine e tutti ci apprestiamo a entrare nel vivo delle sfide sul cemento americano che conducono allo Us Open.

Lo slam più incerto, vero? Perché è alla fine dell’anno, perché molti hanno voglia di mettere in cascina l’ultimo major a disposizione, perché i big sono stanchi, perché la superficie è più rapida rispetto all’Australia e quindi i risultati sono meno scontati?

 

Nemmeno per sogno.

Gli Us Open sono incontrovertibilmente lo slam più noioso degli anni 2000, una fiera dell’ovvio che dal 2000 al 2013 ha portato in finale soltanto 11 giocatori diversi (su 28 posti “disponibili”). E di 11 solo 2 non sono mai stati numeri 1.

Le prove a dimostrazione della tesi che lo Us Open sia il major più ovvio dal 2000 a oggi sono parecchie. Vediamone quattro particolari ma assai significative nello specifico, partendo dall’unica in cui lo Us Open non è in testa.

Vincitori 2000-2013: 9 diversi per lo Us Open (Safin, Hewitt, Sampras, Roddick, Federer, Del Potro, Nadal, Djokovic e Murray), 6 per l’Australian Open (Agassi, Johansson, Federer, Safin, Djokovic, Nadal), 6 per il Roland Garros (Kuerten, Costa, Ferrero, Gaudio, Nadal, Federer), 7 per Wimbledon (Sampras, Ivanisevic, Hewitt, Federer, Nadal, Djokovic, Murray). C’è più alternanza in chi solleva il trofeo quindi, in America.

Questa statistica sfata parzialmente il mito degli Australian Open come slam delle sorprese: infatti ci sono stati vari pluridecorati nel periodo preso in esame, Agassi con 3 successi, Federer e Djokovic con 4. Sul Roland Garros e Wimbledon poco da dire, si sono alternati nomi diversi finchè non sono piombati sulla scena Nadal e Federer a togliere ogni dubbio su chi dovesse monopolizzarne l’albo d’oro.

Come avete letto più volte su questo sito, sono impressionanti le statistiche relative ai Fab Four e in modo particolare rispetto a Federer e Nadal. Un oligopolio che non ha eguali nell’era open: di 45 slam giocati dalla prima vittoria di un Fab Four a oggi (6 luglio 2003 Federer a Wimbledon) ben 40 sono stati vinti dai magnifici quattro, e nello specifico ben 38 da Federer, Nadal e Djokovic e addirittura 31 solo dalla coppia Federer-Nadal.

Finalisti 2000-2013: Soltanto 11 diversi a New York e più recentemente soltanto 3 nel quadriennio 2010-2013, ovvero Nadal, Murray e Djokovic. In Australia ci sono stati 14 finalisti diversi (4 diversi dal 2010 al 2013, i 4 Fab Four); al Roland Garros 14 finalisti diversi (con ben 5 finalisti dal 2010 al 2013 nonostante il dominio di Nadal, che ha quindi cambiato spesso il runner up); a Wimbledon solo 12 i finalisti diversi (4 finali Federer-Nadal, 3 finali Federer-Roddick) con 5 finalisti differenti nel periodo 2010-2013.

 

Numeri uno ATP in finale: Le statistiche più impressionanti riguardo la “prevedibilità” dell’ultimo slam dell’anno sono quelle relative ai numeri uno. Partiamo dai numeri uno in finale. In 14 finali dal 2000 a oggi, sono arrivati all’atto conclusivo a stelle e strisce soltanto due giocatori mai stati numero uno nella loro carriera: due pezzi da novanta però, ovvero Juan Martin del Potro (vincitore 2009, best ranking n° 4) e Andy Murray (finalista 2008 e vincitore 2012, best ranking n° 2).

Molte più sorprese negli altri slam. In Australia ben 7 finalisti non sono mai stati numeri uno, di cui 6 mai top 4: Clement (finalista 2001, B.R. n° 10), Johannsson (vincitore 2002, B.R. n° 7), Schuttler (finalista 2003, B.R. n° 5), Baghdatis (finalista 2006, B.R. n° 8), Gonzalez (finalista 2007, B.R. n° 5), Tsonga (finalista 2008, B.R. n° 5) e Andy Murray. Al Roland Garros, terreno di specialisti, addirittura 9 i finalisti mai numeri 1 al mondo: Norman (finalista 2000, B.R. n° 2), Corretja (finalista 2001, B.R.  n° 2), Costa (vincitore 2002, B.R. n° 6), Verkerk (finalista 2003, B.R. n° 14), Gaudio e Coria (finalisti 2004, B.R. n° 5 e n° 3 rispettivamente), Puerta (finalista 2005, B.R. n° 9), Soderling (finalista 2009 e 2010, B.R. n° 4) e Ferrer (finalista 2013, B.R. n° 3). A Wimbledon invece, poche sorprese, ma sempre più che in America: solo quattro finalisti dal 2000 a oggi non hanno mai raggiunto al vetta del ranking, ovvero Ivanisevic (vincitore 2001, B.R. n° 2), Philippoussis (finalista 2003, B.R. n° 8), Berdych (finalista 2010, B.R. n° 5), Murray (finalista 2012 e vincitore 2013, B.R. n° 2).

Vincitori tra i numeri uno ATP più longevi: Un’altra statistica particolare: dal 2000 a oggi hanno vinto gli Us Open ben 6 giocatori che sono nella top ten dei più longevi per settimane al numero uno del mondo: parliamo di Federer (1°), Sampras (2°), Nadal (6°), Djokovic (8°), Agassi (9°), Hewitt (10°). Insomma, i migliori numeri uno dell’ultimo decennio hanno tutti vinto a New York, mentre lo stesso non si può dire di Wimbledon (negli anni 2000 Agassi non ci ha mai vinto), dell’Australian Open (mancano all’appello Sampras e Hewitt) e del Roland Garros (non ci sono Sampras, Djokovic, Agassi e Hewitt).

Ci sono poi altri dati, un po’ più equilibrati. Uno è quello delle teste di serie numero 1 campioni: sono 6 in 14 finali dal 2000 a oggi negli Stati Uniti (ripetiamo che non si considera il 2014 ancora incompleto), 7 in Australia, 6 a Wimbledon e 2 soltanto al Roland Garros dove il dato è viziato da Roger Federer, spesso numero uno, spesso finalista, ma solo una volta campione e per giunta in una delle poche occasioni in cui si è presentato da numero 2 (il 2009). Nel complesso agli Us open hanno vinto 11 giocatori compresi nelle prime 4 teste di serie: gli altri tre vincitori però sono stati due fuoriclasse come Safin e Sampras e l’unica vera sorpresa negli States degli ultimi 14 anni, Juan Martin Del Potro. Agli Australian Open c’è stata leggermente meno incertezza (12 vincitori compresi nelle prime 4 tds), mentre molto più incerti sono stati sia gli Open di Francia (11 vincitori tra i primi quattro del tabellone, ma anche un n° 20 e un n° 44 come Puerta). Wimbledon è il più regolare con 13 campioni su 14 tra le prime 4 teste di serie, anche se l’unico che non lo era ha vinto grazie a una wild card perché era fuori dai 100, Goran Ivanisevic. Dal 2008 al 2013 però a Wimbledon non ha mai vinto la testa di serie numero 1 (è ri-successo quest’anno con Djokovic), al Roland Garros nello stesso periodo solo Nadal nel 2011 era n° 1 del tabellone, più regolari gli Us Open (2 tds n° 1 campioni) e gli Australian Open dove dal 2008 al 2013 solo due volte non ha vinto il primo del ranking.

Freddi numeri, dicevamo, ma che smentiscono alcune convinzioni popolari, retaggio di altre epoche evidentemente: Australian Open e Us Open negli ultimi 14 anni sono i due slam meno avvezzi alle sorprese. E gli Open degli Stati Uniti in particolare hanno rispettato i campioni del tennis moderno, regalando spesso l’alloro ai numeri uno del momento e riducendo al massimo il ricambio nelle finali, ancora di più negli ultimi quattro atti conclusivi. Nell’ultimo quadriennio 2010-2013, infatti, certe caratteristiche si sono addirittura accentuate: è vero che al Roland Garros ha sempre vinto Nadal e che a Wimbledon non ci sono mai state sostanziali sorprese, ma i finalisti si sono alternati maggiormente e hanno vinto meno numeri uno del tabellone rispetto allo slam down under e a quello a stelle e strisce, ritenuti da sempre i due più adatti ai ribaltoni.

Perché? Le risposte potrebbero essere molteplici.

Di terra rossa ed erba bisogna essere specialisti, per questo emergono giocatori che durante l’anno non hanno la costanza di rimanere ai vertici ma che si esaltano su quelle superfici. Oppure l’omologazione dei cementi ha fatto sì che sia molto più semplice adattarvisi, e quindi è logico che emergano comunque i più forti, che non hanno problemi nel giocare su superfici simili e che trovano sulla loro strada durante tutto l’arco della stagione.

Ancora, si diceva che gli Us Open, arrivando al termine di stagioni spesso estenuanti, potessero per questo accogliere sorprese: ma questo è forse un indizio a favore della stabilità. In condizioni di stanchezza, fisica e nervosa, i migliori fanno spesso valere la loro maggior classe e la loro abitudine a giocare sotto qualsiasi tipo di stress.

Potrebbero essere tante le spiegazioni: fatto sta che fino al 2000 agli Us Open vincevano spesso i favoriti ma riuscivano a issarsi alla finale autentiche sorprese (Martin, Philippoussis, Rusedski, o anche Pioline, Stich, Chang per citare alcuni ottimi giocatori su altre superfici ma non certo campioni del cemento), mentre dal 2000 in poi si hanno più outsider in finale negli altri slam rispetto agli Stati Uniti.

Sarà questo l’anno della svolta? Dopo un decennio di triarchia forse ne avrebbe bisogno non solo lo slam newyorchese, ma tutto il movimento tennis.

 

 

 

 

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ATP

Le tracce indelebili di Federer: più di 100 vittorie in due Slam, 24 finali vinte consecutivamente e non solo

Tra i tanti record di Re Roger, almeno tre sembrano essere in cassaforte per gli anni avvenire. Ecco quali

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Roger Federer - Shanghai 2019 (foto via Twitter, @SH_RolexMasters)

Non l’ha fatto in modo calcolato, ma a posteriori possiamo dire che Federer ha dato un paio di anni al mondo del tennis per abituarsi alla sua assenza e così ha forse alleggerito il trauma collettivo generato dall’annuncio del ritiro. Senza di lui e, a maggior ragione quando lasceranno anche Nadal e Djokovic, inizierà una nuova epoca. Si resterà però nel d.F., il ‘dopo Federer’.

Se c’è un giocatore che ha contribuito a portare il tennis in una nuova dimensione si tratta, infatti, proprio di quel signore di 41 anni nato a Basilea. Lo svizzero, abbinando eleganza ed efficacia, ha convinto giornali e televisioni che il tennis fosse all’altezza di prime pagine e dirette. Le sfide con Nadal e Djokovic (e tra questi ultimi due), poi, hanno fatto sì che nessuno cambiasse idea. È questa l’eredità più grande che il nostro sport raccoglie da Federer e che dovrà saper gestire al meglio così da rendere ineliminabile il solco tracciato da Re Roger. Inevitabilmente e fortunatamente, però, dello svizzero rimarrà qualcosa in ogni caso. E non si tratta solo di ricordi e immagini. Ci sono anche elementi più freddi: i numeri, i record, quelli che al momento del ritiro passano quasi in secondo piano lasciando spazio alle emozioni, ma che nel corso della carriera sono costantemente al centro di analisi e confronti.

LEGGI ANCHE: Federer e i suoi record che presto (o tardi) cambieranno padrone

 

Per elencare e descrivere i numeri fuori dall’ordinario messi insieme da Federer potrebbe non bastare un libro di buon spessore. Restringendo il cerchio, però, si possono evidenziare i record imbattibili o quasi e, dall’altro lato, quelli a forte rischio già dai prossimi mesi. Per quanto riguarda le statistiche che resteranno con tutta probabilità affiancate dal copyright ‘RF’ anche negli annali del tennis di un futuro non così prossimo, si può partire dalle 23 semifinali raggiunte consecutivamente negli Slam o dalle 65 vittorie di fila sull’erba (ottenute tra il 2003 e il 2008). Ci sono però tre record che, oltre ad apparire fuori portata per tennisti del presente e del futuro, godono anche di un valore superiore ai due appena citati.

100+ VITTORIE IN DUE SLAM – Delle tre voci che esamineremo, questo è forse il record meno al sicuro. Federer è al momento l’unico tennista della storia (uomini o donne non fa differenza) ad aver superato quota 100 vittorie in due tornei dello Slam. Lo ha fatto a Wimbledon nel 2019 e all’Australian Open l’anno successivo e si è fermato a 105 nei Championships e a 102 a Melbourne. Per capire la portata del traguardo basti pensare che solo altri quattro giocatori/giocatrici hanno accumulato 100 o più partite vinte in un major: Navratilova a Wimbledon (120), Nadal al Roland Garros (112 and counting), Serena Williams allo US Open (108), Evert sempre a New York (101).

Se non si fosse appena ritirata anche lei (a quanto pare, però, non è detta l’ultima parola), la minore delle sorelle Williams sarebbe la contendente più temibile per il record di Federer: le mancano infatti solo due vittorie per raggiungere la tripla cifra anche ai Championships. Tolta lei, rimane Djokovic che però è sotto le 90 partite vinte in tutti e quattro i tornei dello Slam. Quelli in cui è più avanti sono Roland Garros con 85 e Wimbledon con 86. Ciò significa che avrebbe bisogno quantomeno di altri due anni… e un po’: due trionfi gli frutterebbero infatti 14 vittorie ma per arrivare a 100 a Parigi servirebbe aspettare in ogni caso il 2025.

24 FINALI VINTE DI FILA – Questo numero è, se vogliamo, ancora più disumano. Tra l’ottobre del 2003 e lo stesso mese del 2005 Federer ha vinto tutte le finali che ha disputato: 24 su 24. E per un soffio non sono diventate 25: l’imbattibilità nelle finali si è infatti interrotta alle ATP Finals con Nalbandian in un match in cui Roger era stato avanti per due set a zero e aveva servito per chiudere l’incontro nel quinto parziale. La straordinarietà e l’inavvicinabilità del record diventa palese se messa a paragone con le altre strisce più corpose: a 15 c’è Borg, mentre Nadal e Djokovic non sono mai andati oltre, rispettivamente, quota 14 e 10.

SOLO VITTORIE NELLE PRIME SETTE FINALI SLAM – Se Roger avesse mantenuto nel corso della carriera una percentuale di vittorie nelle finali Slam simile a quella del 100% avuta tra il 2003 e il 2006, la classifica del numero di successi nei major sarebbe assolutamente superflua. Complici Nadal (la prima sconfitta è arrivata proprio contro di lui a Parigi nel 2006) e Djokovic, le cose sono andate diversamente. Resta però il fatto che Federer è stato capace di vincere tutte le prime sette finali giocate nei tornei dello Slam, quando nessun altro è rimasto imbattuto dopo le prime tre, per non parlare della miriade di giocatori rimasta scottata al battesimo del fuoco. Alcaraz, invece, è partito bene, ma il solo pensiero che possa vincere le prossime sei finali spaventa per la grandezza di questo ipotetico (e utopistico) traguardo.

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Ventun anni dopo Hewitt la storia si ripete, Alcaraz perde all’esordio come n. 1 del ranking ATP

È ancora la Davis a rivelarsi la “Waterloo” dei sovrani appena incoronati nel loro battessimo del fuoco: da Lleyton Hewitt a Carlos Alcaraz la “prima” sul trono mondiale è amara

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Carlos Alcaraz - US Open 2022 (foto Twitter @rolandgarros)

Era il 19 novembre 2001, ed un giovincello di Adelaide dalla personalità mastodontica di nome Lleyton Hewitt diventava il più giovane numero uno della storia – dal 1973, anno di fondazione del sistema di calcolo computerizzato – della classifica ATP strappando lo scettro al tre volte campione del Roland Garros Guga Kuerten. Rusty, come amava apostrofarlo Brad Gilbert, raggiungeva il trono del tennis mondiale grazie al trionfo alle ATP Finals – allora denominate ancora Master Cup – di Shanghai, maturato esattamente un giorno prima, nella finale vinta ai danni del francese Sébastien Grosjean – curiosamente adesso entrambi rivestono il ruolo di Capitano di Davis, dei rispettivi team nazionali -, e si ergeva a primatista del ranking più precoce di sempre con i suoi 20 anni e 8 mesi battendo il precedente record appartenente al russo Marat Safin (20 anni e 10 mesi).

LA DÈBACLE DI MELBOURNE – Purtroppo per lui, però, la prima partita nei panni del nuovo ruolo di “Re della racchetta” non andò seguendo i suoi sogni più rosei, anzi fu alquanto amara oltre che per l’esito finale anche per la cornice nella quale maturò: undici giorni dopo aver ottenuto la testa del movimento tennistico, infatti, Hewitt subì una cocente delusione perdendo il primo match della finale di Coppa Davis di quella stagione: si affrontavano sulla Rod Laver Arena di Melbourne, per contendersi l’insalatiera, l’Australia e la Francia. Lleyton scese in campo come primo singolarista del suo team, e pur portandosi in vantaggio per 2 set a 1 finì per farsi rimontare da Nicolas Escudé, che regalo così il punto alla squadra transalpina. Nonostante poi il leone australiano rimediò parzialmente a quel KO superando nella giornata di domenica, in quella che era la sfida tra i due n. 1, proprio quel Grosjean messo al tappeto qualche settima prima; alla fine ad alzare la coppa d’argento fu il team bleau che vide in Escudé l’eroe nazionale di quella tre giorni australiana: l’ex n. 17 del mondo batté nell’incontro decisivo, sul 2-2, Wayne Athurs – quest’ultimo sostituì Patrick Rafter, che non poté scendere in campo a causa di una spalla malandata e che in prima giornata aveva sconfitto l’attuale capitano della selezione francese -. Determinante ai fini del risultato finale, fu anche l’affermazione del sabato di Cédric Pioline e Fabrice Santoro sulla coppia dei Canguri formata da Hewitt e Rafter.

DOPO QUASI 21 ANNI CI RISIAMO – Quindi fu veramente una bella “botta” da assorbire, quella patita nelle vesti di neo dominatore del tennis per Hewitt, visto che il suo rubber perso contribuì alla mancata vittoria degli Aussies, fra l’altro in casa, nella competizione a squadre più antica di sempre. 20 anni, 9 mesi, e a distanza di soli tre giorni di differenza, la storia si ripete: questa volta il protagonista è un diciannovenne iberico, precisamente nativo di Murcia nella Spagna meridionale, il quale ha sconvolto tutto il mondo della racchetta nel 2022 vincendo – tra gli altri- due titoli Masters 1000 e soprattutto il primo Slam della carriera a New York. Proprio grazie al trionfo statunitense, Carlitos Alcaraz si è laureato il più giovane tennista di sempre a sedersi sulla prima piazza del ranking: scalzando il record di, si proprio lui, Lleyton Hewitt con i suoi 19 anni e 4 mesi.

 

ANCORA LA DAVIS TEATRO DI SVENTURA – Ma il “diavoletto” australiano non ci stava a cedere questo primato inopinatamente, e allora ha deciso di trasferire la propria maledizione sulle spalle del giovane Carlos. E così, alla sua seconda esperienza con la maglia della Roja, il battessimo da capofila del tennis mondiale ha avuto un sapore decisamente infausto per l’allievo di Ferrero: anche lui rimontato, è caduto al terzo sotto i colpi di uno scintillante Auger-Aliassime. Ovviamente vanno assolutamente prese in considerazione alcune attenuanti per quanto riguarda la forma di Alcaraz, è arrivato tardi a Valencia – fino a lunedì pomeriggio si trovava ancora nella Grande Mela – e quindi ha potuto allenarsi poco per adattarsi al meglio alle nuove condizioni; inoltre ha speso veramente tante energie durante le sue maratone notturne di Flushing Meadows passando sul campo quasi 24 ore – nessuno mai aveva giocato così tanto per trionfare in una prova dello Slam -.

A confermare tutti questi dubbi, che lo hanno accompagnato nella prima da n. 1 del mondo, è lo stesso numero uno di Spagna: “Felix ha giocato molto, molto bene. Sono rimasto in partita per due ore e non ho regalato tanto. Direi che solo sul 4-4 del secondo set ho commesso un paio di errori che avrei dovuto evitare. Ovviamente non sono arrivato con una condizione fisica molto buona. La superficie è molto lenta e ho avuto solo due giorni per adattare il mio gioco a questo campo. Per me è stata una giornata davvero complicata. Ma, ovviamente, devo fare i complimenti al mio avversario perché ha giocato una partita incredibile. Nonostante il risultato, è stato lo stesso bellissimo giocare in un’atmosfera del genere. Questa è la Coppa Davis. Mi piace giocare in Spagna, mi piace farlo davanti al mio pubblico, alla mia gente. Cerco sempre di renderli felici. Volevo esserci e tornare in Spagna subito per condividere questo momento, il numero 1 e il titolo agli US Open, con tutti i miei amici e i miei tifosi.

Ovviamente la chiusura non può non essere dedicata al Re che ha salutato, omaggiato dalle parole di colui che almeno in parte vuole prenderne il testimone: “Federer è uno dei miei idoli, quando l’ho saputo non ci volevo credere, sognavo ancora di giocarci contro: lui rappresenta la magia e il talento nel tennis“.

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ATP

Alcaraz numero 1 del mondo? Sì, ma con una quota punti molto bassa

Tra i giocatori in attività, Carlos è quello che ha avuto bisogno di meno punti nella sua ‘prima volta’ al vertice del ranking. Cosa significa? Quanto è solido il suo regno?

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Carlos Alcaraz - US Open 2022 (foto Twitter @ATPTour_ES)

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Il video-commento di Ubaldo che compare qui continua sul sito di Intesa Sanpaolo nella sezione “Sottorete” curata in collaborazione con Ubitennis, che potrete trovare al seguente link.

Clicca qui per guardare il video-commento completo di Ubaldo Scanagatta sulla finale maschile dello US Open 2022 sul sito di Intesa Sanpaolo

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Mancano ancora più di due mesi alla fine della stagione tennistica, ma anche se ci fermassimo qui potremmo ritenerci soddisfatti di quanto visto. Ne sono successe di tutti i colori e in particolare il settore maschile ha riservato grosse novità rispetto agli anni precedenti. Sebbene i soliti noti, Nadal e Djokovic, abbiano conquistato tre Slam su quattro, mai come quest’anno si ha la netta sensazione che le cose stiano iniziando a cambiare. E non si tratta solo di intuito perché un ancoraggio forte c’è, eccome: i numeri, le classifiche. Quelle non mentono, almeno in linea di massima, o comunque fotografano realtà da interpretare senza perdere di vista il riferimento numerico.

In questa stagione abbiamo visto aggiornarsi per due volte l’elenco dei numeri uno del mondo della storia del tennis maschile. Ci sarebbe spazio anche per una terza new entry (Ruud o, con meno probabilità, Tsitsipas), ma anche senza quest’ultima il 2022 rimarrebbe un anno epocale per la storia del tennis. Si è infatti interrotto il dominio dei Big Three + Murray ai vertici del ranking. L’ultimo giocatore al di fuori di questa ristretta cerchia ad impossessarsi del primo posto della classifica era stato Andy Roddick. Dal 2 febbraio 2004 al giorno 28 dello stesso mese ma del 2022 si sono alternati sempre e comunque Nadal, Federer, Djokovic e per una sola volta (tra il 2016 e il 2017) Murray. Dopo tanta ridondanza, è arrivata aria fresca presentandosi con duplice faccia: quella di Medvedev e quella di Alcaraz.

Potrebbe essere l’inizio di una nuova era o di una fase transitoria prima del consolidamento di nuovi domini condivisi. Noi propendiamo maggiormente verso la seconda ipotesi e in questa sede proviamo a esplicitarne le ragioni. Prima di tutto Nadal e Djokovic non sembrano avere alcuna intenzione di lasciare campo totalmente libero. Non lo hanno fatto quest’anno e i pochi spazi sfruttati bene da Alcaraz  & co. (non bisogna infatti dimenticare i 1000 vinti da Fritz, Tsitsipas, Carreno Busta, Coric, oltre alle finali Slam di Medvedev, Ruud e Kyrgios) si sono aperti soprattutto per cause di forza maggiore. Il riferimento è ai problemi fisici di Nadal e ancora di più a quelli “politico-sanitari” di Djokovic. Nonostante i vari impedimenti, lo spagnolo e il serbo hanno trionfato nei primi tre Slam stagionali e non c’è quindi motivo per pensare che l’anno prossimo non possano ripetersi soprattutto – rispettivamente – sulla terra e sull’erba, dove il margine sul resto della concorrenza è ancora tangibile.

Tornando invece alla classifica, notiamo sì l’inedita coppia che presiede i primi due posti (Alcaraz e Ruud), ma non possiamo ignorare i numeri che affiancano i loro nomi. Carlos è diventato il numero uno più giovane di sempre con un bottino di 6740 punti, ma gliene sarebbero bastati anche meno visto che Casper è a 5850. A prima impressione sembrano piuttosto pochi (anche perché abbiamo in mente lo scollinamento dei 10 mila da parte di Iga Swiatek nel femminile). La sensazione trova conferma se prendiamo come termine di confronto la quota che hanno raggiunto gli ex possessori della prima posizione del ranking ancora in attività quando sono diventati numeri 1 per la prima volta nelle loro carriere.

L’ultimo, in ordine di tempo, di questi è Daniil Medvedev: il 28 febbraio di quest’anno è salito al vertice con un totale di 8615 punti e con un margine di soli 150 punti su Djokovic, che non aveva avuto la possibilità di difendere il titolo a Melbourne poche settimane prima. Riavvolgendo il nastro di qualche anno troviamo poi Murray che a novembre del 2016 superò gli 11 mila punti e quindi anche Djokovic, fermo a 10780. Lo stesso Nole fece ancora meglio nel 2011 quando toccò quota 13285 staccando nettamente Nadal che poteva comunque contare su un notevolissimo bottino di 11270 punti. Andando ancora più indietro troviamo le ‘prime volte’ proprio di Rafa e di Federer. Ai tempi era in uso un sistema di distribuzione dei punti diverso da quello odierno. Non è però impossibile adattare i numeri in modo che siano paragonabili a quelli frutto del sistema di assegnazione attuale. Lo ha fatto il collega Mario Boccardi e noi abbiamo verificato l’operazione. Nadal diventò per la prima volta numero 1 il 18 agosto del 2008 con quasi 12 mila punti, mentre Federer quattro anni e mezzo prima con poco meno di 10 mila.

Insomma, dei giocatori in attività che sono stati numeri 1 del mondo Alcaraz è quello che ha avuto bisogno di meno punti per raggiungere la vetta alla sua prima volta. Il dato è chiaramente influenzato dalla mancanza dei punti di Wimbledon: un caso più unico che raro. Va anche detto, però, che la differenza non sarebbe stata enorme: lo spagnolo avrebbe infatti solo 135 punti in più. Anche Djokovic, che è attualmente numero 7, non avrebbe superato lo spagnolo con i 2000 punti che gli sarebbero spettati con la vittoria dei Championships. Se Nole avesse però partecipato ai tornei che gli sono stati preclusi a causa del suo status di non vaccinato contro il Covid, probabilmente sarebbe ancora lui il numero 1 con una quantità di punti più nella norma. Ma, si sa, dei se e dei ma son piene le fosse.

Una conclusione, però, è possibile trarla. Alcaraz è diventato numero uno del mondo grazie a una stagione straordinaria in cui ha collezionato, oltre che il primo Slam, anche i primi due titoli 1000 della sua carriera (Miami e Madrid). Si è inoltre affermato a Barcellona, ha raggiunto i quarti al Roland Garros e la finale ad Amburgo e Umago. Tuttavia, ha contribuito alla sua scalata anche una serie di congiunture astrali che ha determinato un netto abbassamento della quota che identifica la vetta del tennis mondiale. Questa constatazione dà ulteriore forza all’ipotesi secondo cui non siamo ancora entrati in una nuova era del tennis maschile, di cui comunque Alcaraz sarà sicuramente uno dei principali protagonisti. È finita l’epoca del regno incontrastato dei Big Three, ma il futuro non è ancora arrivato o quantomeno è fragile come il primato del 19enne spagnolo. La primavera inizierà presto e si vedono già le prime rondini. Ma non basta.

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