Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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TENNIS AL FEMMINILE – Vincendo il Premier Mandatory di Pechino, Maria Sharapova ha interrotto un digiuno sul veloce che durava da venti mesi. Negli ultimi anni rimane comunque una chiara prevalenza di successi ottenuti sulla terra rossa. Un tentativo di spiegare le ragioni di una carriera anomala.

Domenica scorsa a Pechino Maria Sharapova è tornata a vincere un torneo sul cemento dopo quasi venti mesi (marzo 2013, Indian Wells) e ha così interrotto la propria serie di vittorie sulla terra rossa che cominciava ad essere piuttosto lunga: quattro dal 2013, tre nel solo 2014.
A leggere gli ultimi risultati sembrava che ormai Sharapova stesse sempre più diventando una specialista. Quest’ultimo successo ha di nuovo allargato i suoi orizzonti futuri: Maria sa ancora vincere sul veloce; ma non ha però modificato in modo sostanziale i dati degli ultimi anni.
Secondo me proprio la vittoria di Pechino consente di fare un’analisi riguardo all’efficacia di Sharapova sulle diverse superfici senza correre il rischio di prendere posizioni troppo radicali (non mi pare abbia senso confinare dentro i limiti di una sola superficie una giocatrice che ha ottenuto il Career Slam); e tuttavia rimane l’evidenza dei dati, che considerati su un arco di tempo più esteso indicano comunque una trasformazione.

 

Prima di entrare nel dettaglio penso sia di aiuto un rapidissimo riepilogo della sua carriera.
E’ noto che l’attività di Sharapova (iniziata a grandi livelli nel 2003, da giovanissima) ha subito uno stop molto grave nel 2008, per un infortunio alla spalla destra.
L’infortunio non solo è stato grave perché ha costretto Maria ad una operazione e ad una lunga sospensione dell’attività agonistica, ma anche perché dopo l’intervento è stata obbligata a modificare la meccanica di alcuni colpi che sollecitavano troppo l’articolazione; mi riferisco al dritto e soprattutto al servizio. Per questi motivi si potrebbe parlare di due diverse Sharapova: una fino al 2008, e una dal 2009 in poi.

Se accettiamo questa divisione e andiamo a verificare la distribuzione dei successi, emergono alcuni dati interessanti, che indicano il progressivo spostamento dell’efficacia del suo tennis dal cemento alla terra.
Prima dell’infortunio Sharapova non aveva mai vinto un torneo sul rosso; addirittura non aveva nemmeno mai raggiunto una finale. Dal 2009 in poi ha vinto 9 dei suoi 14 tornei sulla terra rossa.
E’ quindi evidente la differenza di risultati tra i due periodi determinata dalle superfici:

2003-2008
18 vittorie sul veloce (inclusi 3 Slam) + 1 sulla terra verde

2009-2014
9 vittorie sul rosso (inclusi 2 Roland Garros) + 5 sul cemento

A ripercorrere i successi colpisce il fatto che l’ultimo torneo vinto prima dell’infortunio sia stato ottenuto su campi di terra verde (Amelia Island); una vittoria che sembra fatta apposta per rendere più complicata l’analisi.
Per caratteristiche tecniche la terra americana è infatti una superficie che si potrebbe considerare un ibrido tra campi rapidi e il rosso: da una parte per giocarci al meglio occorre saper scivolare e utilizzare i tipici spostamenti da terra, ma dall’altra la palla viaggia più velocemente che sul rosso europeo.
Questo successo potrebbe far pensare che forse Sharapova stesse trovando le chiavi per giocare meglio sulla terra anche prima dello stop per infortunio, se non altro in termini di mobilità. Dopo la vittoria di Amelia Island (aprile 2008) Maria ha potuto disputare pochissimi match prima di doversi ritirare a Montreal (luglio 2008) per una doppia lesione al tendine della spalla. Forfait alle Olimpiadi di Pechino e operazione: fine della prima parte di carriera.

Dopo l’operazione comincia un periodo di faticoso recupero, con scarsi risultati e tante sconfitte amare, subite da avversarie che molto difficilmente in altri momenti sarebbero riuscite a superarla. Ma poi tornano i successi, questa volta soprattutto sul rosso.
E la domanda che ci si pone è questa: Sharapova è diventata veramente una terraiola? E fino a che punto? A mio avviso si possono individuare tre aspetti che possono aiutare a rispondere alle domande.

1) Evoluzione tecnica
Come dicevo prima, Sharapova ha modificato il movimento del servizio.
Ho recuperato dei dati (purtroppo incompleti) relativi a due tornei (Australian Open e Roland Garros) riferendoli sia alla prima parte di carriera che alla seconda. Dai numeri si notano tre aspetti: un decremento delle velocità di punta; un aumento dei doppi falli; ma anche un aumento della velocità della seconda palla.

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In sintesi direi che il cambio di movimento, obbligato, non ha determinato un progresso, quanto piuttosto un leggero peggioramento, soprattutto sulla prima palla.
Questo regresso appare come una delle ragioni che hanno causato una maggiore difficoltà a vincere sul veloce, sul quale sono quasi imprescindibili colpi di inizio gioco di grande livello; e Maria è fortissima in risposta, ma la battuta non è più così incisiva.

Fino a qui si spiegherebbero le difficoltà a vincere sul cemento. Ma l’involuzione al servizio non spiegherebbe però la novità dei successi sul rosso: sarebbe davvero una curiosa teoria quella che sostiene che il peggioramento di un colpo può aumentare il rendimento su una superficie.

Personalmente ritengo che a compensare il deficit sulla prima palla siano intervenuti dei progressi sul piano della mobilità sulla terra; e forse l’ultima vittoria pre-infortunio ottenuta sulla terra verde potrebbe proprio essere stato il sintomo di un progresso in atto indipendentemente dalla pausa forzata che sarebbe intervenuta di lì a pochi mesi.
A me sembra che da qualche anno Maria sia diventata una giocatrice più a suo agio negli spostamenti sul rosso e di conseguenza anche più solida nel gioco di contenimento. Tutti aspetti che l’hanno resa più efficace negli scambi più lunghi che la terra battuta determina.

Per certi aspetti anche il fatto che sia diminuita la differenza di velocità tra la prima palla (calata) e la seconda (cresciuta) potrebbe averla resa una giocatrice con un tennis più asfissiante, basato su una pressione più omogenea e con meno differenze tra il palleggio della prima palla rispetto a quello seconda. Un tipo di gioco che tende a logorare le avversarie, particolarmente faticoso da fronteggiare sulla terra, sia sul piano fisico che su quello mentale. E se il confronto si fa duro, Maria diventa quasi imbattibile.
Un ultimo aspetto legato al servizio: se la prima di servizio cala, le risposte avversarie diventano più incisive. In questo caso per una giocatrice con un fisico non agilissimo, e con qualche difficoltà ad uscire rapidamente dal servizio come Sharapova, potrebbe essere un piccolo vantaggio ritrovarsi su un campo meno rapido per fronteggiare risposte più aggressive.

2) Cambio di preparazione
Facciamo una rapido riavvolgimento della carriera di Sharapova. Al momento dell’infortunio aveva nel suo palmarès tre tornei dello Slam: Wiimbledon (vinto nel 2004), US Open (vinti nel 2006) e Australian Open (vinti nel 2008).
In sostanza vincendo un solo Slam (quello francese) avrebbe ottenuto il “Career Slam”, che è un traguardo di enorme prestigio; sarebbe entrata a far parte di un club davvero di élite, visto che è composto da pochissimi membri, tutte autentiche leggende del tennis: interamente nell’era Open lo hanno ottenuto solo Serena, Graf, Navratilova, Evert, Smith-Court.
Proprio con l’obiettivo del Career Slam mi pare ragionevole pensare che dopo un paio di anni di recupero (aveva chiuso 14ma nel ranking del 2009 e 18ma in quello del 2010) quando Maria si è sentita nuovamente competitiva ai massimi livelli abbia cominciato a dare la caccia alla “figurina” che le mancava per completare l’album. E un modo per riuscirci potrebbe essere stato proprio quello di cercare di ottenere il picco di forma nella stagione su terra battuta. In fondo i tornei sul rosso si giocano tutti insieme in un periodo ben preciso, nello stesso continente. Questa ipotesi è difficile da verificare, ma potrebbe spiegare per esempio perché Maria ha quasi sempre saltato Dubai e Doha, per presentarsi poi in condizioni smaglianti a Stoccarda.

3) Cambio delle avversarie
Con la tesi che sto per formulare temo che non farò felici i sostenitori di Maria.
Questa tesi recita all’incirca così: negli ultimi anni sono venute a mancare fortissime giocatrici da terra rossa e quindi la superficie è diventata disponibile per chi ha saputo adattarsi meglio ad un terreno per cui non era inizialmente portata; oppure per  giocatrici specialiste sì, ma di qualità inferiore rispetto al passato.
Penso cioè che Sharapova abbia primeggiato sul rosso non solo grazie ai progressi tecnici sopra descritti, ma anche perché oggi nel circuito non ci sono grandissime giocatrici da terra rossa. Tra le “adattate” lei è stata probabilmente la più brava a minimizzare alcune mancanze del suo gioco, ed emerge anche perché il panorama delle attuali terraiole è meno agguerrito.

Altro modo di descrivere la stessa situazione: la concorrenza che spesso è riuscita a batterla sul veloce, cala più di lei sulla terra e questo cambia gerarchie e risultati.
Se non ho fatto male i conti, dal 2009 in poi Maria ha raggiunto 18 finali sul veloce: 5 vinte, 13 perse. Nello stesso periodo ha raggiunto 11 finali sul rosso: 9 vinte, 2 perse (entrambe da Serena Williams).
Fino al 2007 il Roland Garros è stato il regno di Justine Henin (che ha vinto dal 2003 per quattro volte, fallendo nel 2004 soprattutto per problemi di salute), ma anche giocatrici come Clijsters, Kuznetsova o Safina erano difficili da battere sulla terra.
Dal 2010 sono tutte venute a mancare o sono molto calate
(Kuznetsova). Clijsters era virtualmente ancora in gioco, ma in realtà a causa di differenti problemi fisici non è mai riuscita a presentarsi in forma per la stagione sulla terra. E così si sono fatte strada tenniste di forza leggermente inferiore. Penso a Schiavone, Stosur, o la stessa Li Na, un’altra giocatrice nata sul cemento che è stata brava ad esprimersi su una superficie non sua. E più recentemente in finale nello Slam parigino sono arrivate Errani e Halep.

Ecco, considerando il panorama delle migliori degli ultimi anni, tra quelle stabilmente in cima al ranking Sharapova è la giocatrice che ha dimostrato di essere più consistente e di perdere meno efficienza sul rosso rispetto ad Azarenka, Radwanska, Wozniacki, Kvitova etc. etc.
Infine negli anni della seconda parte di carriera di Sharapova, Serena Williams aveva spesso snobbato la stagione su terra, affrontando il Roland Garros senza una preparazione specifica e finendo il più delle volte per deludere. Ci si è dedicata con estrema convinzione nel 2013, vincendolo, ma pagando poi qualcosa in termini di incisività e di brillantezza nel Wimbledon successivo. A dimostrazione che fare l’accoppiata Slam terra/erba a poche giorni di distanza non è mai facile.

Non credo quindi si possa definire Sharapova una terraiola: del resto il suo gioco non ha le caratteristiche di chi si è formata sul rosso; però a mio avviso tra le attuali giocatrici, quasi tutte adattate, insieme a Serena si è dimostrata quella capace di giocare il tennis più efficace.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si è espresso sia il francese che l’ucraina.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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