Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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TENNIS AL FEMMINILE – Vincendo il Premier Mandatory di Pechino, Maria Sharapova ha interrotto un digiuno sul veloce che durava da venti mesi. Negli ultimi anni rimane comunque una chiara prevalenza di successi ottenuti sulla terra rossa. Un tentativo di spiegare le ragioni di una carriera anomala.

 

Domenica scorsa a Pechino Maria Sharapova è tornata a vincere un torneo sul cemento dopo quasi venti mesi (marzo 2013, Indian Wells) e ha così interrotto la propria serie di vittorie sulla terra rossa che cominciava ad essere piuttosto lunga: quattro dal 2013, tre nel solo 2014.
A leggere gli ultimi risultati sembrava che ormai Sharapova stesse sempre più diventando una specialista. Quest’ultimo successo ha di nuovo allargato i suoi orizzonti futuri: Maria sa ancora vincere sul veloce; ma non ha però modificato in modo sostanziale i dati degli ultimi anni.
Secondo me proprio la vittoria di Pechino consente di fare un’analisi riguardo all’efficacia di Sharapova sulle diverse superfici senza correre il rischio di prendere posizioni troppo radicali (non mi pare abbia senso confinare dentro i limiti di una sola superficie una giocatrice che ha ottenuto il Career Slam); e tuttavia rimane l’evidenza dei dati, che considerati su un arco di tempo più esteso indicano comunque una trasformazione.

Prima di entrare nel dettaglio penso sia di aiuto un rapidissimo riepilogo della sua carriera.
E’ noto che l’attività di Sharapova (iniziata a grandi livelli nel 2003, da giovanissima) ha subito uno stop molto grave nel 2008, per un infortunio alla spalla destra.
L’infortunio non solo è stato grave perché ha costretto Maria ad una operazione e ad una lunga sospensione dell’attività agonistica, ma anche perché dopo l’intervento è stata obbligata a modificare la meccanica di alcuni colpi che sollecitavano troppo l’articolazione; mi riferisco al dritto e soprattutto al servizio. Per questi motivi si potrebbe parlare di due diverse Sharapova: una fino al 2008, e una dal 2009 in poi.

Se accettiamo questa divisione e andiamo a verificare la distribuzione dei successi, emergono alcuni dati interessanti, che indicano il progressivo spostamento dell’efficacia del suo tennis dal cemento alla terra.
Prima dell’infortunio Sharapova non aveva mai vinto un torneo sul rosso; addirittura non aveva nemmeno mai raggiunto una finale. Dal 2009 in poi ha vinto 9 dei suoi 14 tornei sulla terra rossa.
E’ quindi evidente la differenza di risultati tra i due periodi determinata dalle superfici:

2003-2008
18 vittorie sul veloce (inclusi 3 Slam) + 1 sulla terra verde

2009-2014
9 vittorie sul rosso (inclusi 2 Roland Garros) + 5 sul cemento

A ripercorrere i successi colpisce il fatto che l’ultimo torneo vinto prima dell’infortunio sia stato ottenuto su campi di terra verde (Amelia Island); una vittoria che sembra fatta apposta per rendere più complicata l’analisi.
Per caratteristiche tecniche la terra americana è infatti una superficie che si potrebbe considerare un ibrido tra campi rapidi e il rosso: da una parte per giocarci al meglio occorre saper scivolare e utilizzare i tipici spostamenti da terra, ma dall’altra la palla viaggia più velocemente che sul rosso europeo.
Questo successo potrebbe far pensare che forse Sharapova stesse trovando le chiavi per giocare meglio sulla terra anche prima dello stop per infortunio, se non altro in termini di mobilità. Dopo la vittoria di Amelia Island (aprile 2008) Maria ha potuto disputare pochissimi match prima di doversi ritirare a Montreal (luglio 2008) per una doppia lesione al tendine della spalla. Forfait alle Olimpiadi di Pechino e operazione: fine della prima parte di carriera.

Dopo l’operazione comincia un periodo di faticoso recupero, con scarsi risultati e tante sconfitte amare, subite da avversarie che molto difficilmente in altri momenti sarebbero riuscite a superarla. Ma poi tornano i successi, questa volta soprattutto sul rosso.
E la domanda che ci si pone è questa: Sharapova è diventata veramente una terraiola? E fino a che punto? A mio avviso si possono individuare tre aspetti che possono aiutare a rispondere alle domande.

1) Evoluzione tecnica
Come dicevo prima, Sharapova ha modificato il movimento del servizio.
Ho recuperato dei dati (purtroppo incompleti) relativi a due tornei (Australian Open e Roland Garros) riferendoli sia alla prima parte di carriera che alla seconda. Dai numeri si notano tre aspetti: un decremento delle velocità di punta; un aumento dei doppi falli; ma anche un aumento della velocità della seconda palla.

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In sintesi direi che il cambio di movimento, obbligato, non ha determinato un progresso, quanto piuttosto un leggero peggioramento, soprattutto sulla prima palla.
Questo regresso appare come una delle ragioni che hanno causato una maggiore difficoltà a vincere sul veloce, sul quale sono quasi imprescindibili colpi di inizio gioco di grande livello; e Maria è fortissima in risposta, ma la battuta non è più così incisiva.

Fino a qui si spiegherebbero le difficoltà a vincere sul cemento. Ma l’involuzione al servizio non spiegherebbe però la novità dei successi sul rosso: sarebbe davvero una curiosa teoria quella che sostiene che il peggioramento di un colpo può aumentare il rendimento su una superficie.

Personalmente ritengo che a compensare il deficit sulla prima palla siano intervenuti dei progressi sul piano della mobilità sulla terra; e forse l’ultima vittoria pre-infortunio ottenuta sulla terra verde potrebbe proprio essere stato il sintomo di un progresso in atto indipendentemente dalla pausa forzata che sarebbe intervenuta di lì a pochi mesi.
A me sembra che da qualche anno Maria sia diventata una giocatrice più a suo agio negli spostamenti sul rosso e di conseguenza anche più solida nel gioco di contenimento. Tutti aspetti che l’hanno resa più efficace negli scambi più lunghi che la terra battuta determina.

Per certi aspetti anche il fatto che sia diminuita la differenza di velocità tra la prima palla (calata) e la seconda (cresciuta) potrebbe averla resa una giocatrice con un tennis più asfissiante, basato su una pressione più omogenea e con meno differenze tra il palleggio della prima palla rispetto a quello seconda. Un tipo di gioco che tende a logorare le avversarie, particolarmente faticoso da fronteggiare sulla terra, sia sul piano fisico che su quello mentale. E se il confronto si fa duro, Maria diventa quasi imbattibile.
Un ultimo aspetto legato al servizio: se la prima di servizio cala, le risposte avversarie diventano più incisive. In questo caso per una giocatrice con un fisico non agilissimo, e con qualche difficoltà ad uscire rapidamente dal servizio come Sharapova, potrebbe essere un piccolo vantaggio ritrovarsi su un campo meno rapido per fronteggiare risposte più aggressive.

2) Cambio di preparazione
Facciamo una rapido riavvolgimento della carriera di Sharapova. Al momento dell’infortunio aveva nel suo palmarès tre tornei dello Slam: Wiimbledon (vinto nel 2004), US Open (vinti nel 2006) e Australian Open (vinti nel 2008).
In sostanza vincendo un solo Slam (quello francese) avrebbe ottenuto il “Career Slam”, che è un traguardo di enorme prestigio; sarebbe entrata a far parte di un club davvero di élite, visto che è composto da pochissimi membri, tutte autentiche leggende del tennis: interamente nell’era Open lo hanno ottenuto solo Serena, Graf, Navratilova, Evert, Smith-Court.
Proprio con l’obiettivo del Career Slam mi pare ragionevole pensare che dopo un paio di anni di recupero (aveva chiuso 14ma nel ranking del 2009 e 18ma in quello del 2010) quando Maria si è sentita nuovamente competitiva ai massimi livelli abbia cominciato a dare la caccia alla “figurina” che le mancava per completare l’album. E un modo per riuscirci potrebbe essere stato proprio quello di cercare di ottenere il picco di forma nella stagione su terra battuta. In fondo i tornei sul rosso si giocano tutti insieme in un periodo ben preciso, nello stesso continente. Questa ipotesi è difficile da verificare, ma potrebbe spiegare per esempio perché Maria ha quasi sempre saltato Dubai e Doha, per presentarsi poi in condizioni smaglianti a Stoccarda.

3) Cambio delle avversarie
Con la tesi che sto per formulare temo che non farò felici i sostenitori di Maria.
Questa tesi recita all’incirca così: negli ultimi anni sono venute a mancare fortissime giocatrici da terra rossa e quindi la superficie è diventata disponibile per chi ha saputo adattarsi meglio ad un terreno per cui non era inizialmente portata; oppure per  giocatrici specialiste sì, ma di qualità inferiore rispetto al passato.
Penso cioè che Sharapova abbia primeggiato sul rosso non solo grazie ai progressi tecnici sopra descritti, ma anche perché oggi nel circuito non ci sono grandissime giocatrici da terra rossa. Tra le “adattate” lei è stata probabilmente la più brava a minimizzare alcune mancanze del suo gioco, ed emerge anche perché il panorama delle attuali terraiole è meno agguerrito.

Altro modo di descrivere la stessa situazione: la concorrenza che spesso è riuscita a batterla sul veloce, cala più di lei sulla terra e questo cambia gerarchie e risultati.
Se non ho fatto male i conti, dal 2009 in poi Maria ha raggiunto 18 finali sul veloce: 5 vinte, 13 perse. Nello stesso periodo ha raggiunto 11 finali sul rosso: 9 vinte, 2 perse (entrambe da Serena Williams).
Fino al 2007 il Roland Garros è stato il regno di Justine Henin (che ha vinto dal 2003 per quattro volte, fallendo nel 2004 soprattutto per problemi di salute), ma anche giocatrici come Clijsters, Kuznetsova o Safina erano difficili da battere sulla terra.
Dal 2010 sono tutte venute a mancare o sono molto calate
(Kuznetsova). Clijsters era virtualmente ancora in gioco, ma in realtà a causa di differenti problemi fisici non è mai riuscita a presentarsi in forma per la stagione sulla terra. E così si sono fatte strada tenniste di forza leggermente inferiore. Penso a Schiavone, Stosur, o la stessa Li Na, un’altra giocatrice nata sul cemento che è stata brava ad esprimersi su una superficie non sua. E più recentemente in finale nello Slam parigino sono arrivate Errani e Halep.

Ecco, considerando il panorama delle migliori degli ultimi anni, tra quelle stabilmente in cima al ranking Sharapova è la giocatrice che ha dimostrato di essere più consistente e di perdere meno efficienza sul rosso rispetto ad Azarenka, Radwanska, Wozniacki, Kvitova etc. etc.
Infine negli anni della seconda parte di carriera di Sharapova, Serena Williams aveva spesso snobbato la stagione su terra, affrontando il Roland Garros senza una preparazione specifica e finendo il più delle volte per deludere. Ci si è dedicata con estrema convinzione nel 2013, vincendolo, ma pagando poi qualcosa in termini di incisività e di brillantezza nel Wimbledon successivo. A dimostrazione che fare l’accoppiata Slam terra/erba a poche giorni di distanza non è mai facile.

Non credo quindi si possa definire Sharapova una terraiola: del resto il suo gioco non ha le caratteristiche di chi si è formata sul rosso; però a mio avviso tra le attuali giocatrici, quasi tutte adattate, insieme a Serena si è dimostrata quella capace di giocare il tennis più efficace.

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WTA: i casi più strani e curiosi del 2018

I fatti più sorprendenti, sconcertanti, imprevedibili accaduti nella stagione del tennis appena conclusa

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Dall’anno tennistico 2018 ho selezionato alcuni episodi particolari. Episodi di natura diversa, ma che hanno in comune la capacità di sorprendere, perché, in un modo o nell’altro escono dall’atteso e dal prevedibile; secondo il mio modo di vedere, naturalmente. Sono esclusi i casi arbitrali che hanno fatto discutere di più, perché quelli saranno argomento di un articolo specifico che uscirà in uno dei prossimi martedì.

Wozniacki a Doha. Invasione di campo
Soltanto in singolare Caroline Wozniacki ha disputato quasi 800 match da professionista. Nella settimana del torneo di Doha era numero uno del mondo: a quel livello, senza voler sminuire la sua avversaria, un primo turno vinto per 6-2, 6-0 contro la numero 52 del ranking (Carina Witthoeft) si può definire un match di routine. Ci pensa un gatto a rendere la partita un po’ diversa dal solito:

 

Wozniacki a Doha. Grunting
Stesso torneo, nel turno successivo. Wozniacki contro Monica Niculescu; tennista del tutto particolare e sempre complicata da affrontare, anche se nel momento del match è numero 92 del ranking. La partita finsce 7-5, 6-1 per Wozniacki, ma nel primo set le cose non sono semplici per Caroline, che a un certo punto dimostra di patire la situazione anche sul piano nervoso. Va a discutere a lungo con il giudice di sedia, lamentandosi per il grunting dell’avversaria, con imitazione inclusa:

Wozniacki a Singapore. Ancora grunting
Altra situazione mentalmente complicata per Wozniacki. Nel Masters di Singapore affronta Svitolina, in un match che deve vincere in due set, pena l’esclusione dalle semifinali (vincerà Elina 5-7, 7-5, 6-3). Verso la fine del primo set Caroline discute con il giudice di sedia per il grunting dell’avversaria. Insomma: gli spettatori che non amano i grunting hanno in Caroline una giocatrice schierata dalla loro parte.

 

a pagina 2: Ritiri e forfait

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WTA 2018: 12 match da ricordare (seconda parte)

Dalle partite australiane di inizio anno sino all’Asian Swing di fine stagione, dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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QUI la prima parte con i match dal 12 al 7

Seconda parte della selezione dei match più memorabili del 2018. Se qualcuno dopo le partite pubblicate nella prima parte ha aspettato a criticare, oggi con le ultime scelte avrà, temo, la conferma di non essere d’accordo.  Ma è inevitabile, non ho la pretesa di avere ragione, e sicuramente si sono giocate altre partite degne di essere ricordate. In ogni caso, ecco le prime sei:

 

6. Julia Goerges b. Caroline Wozniacki 6-4, 7-6(4) – Auckland, finale
A volte i grandi match sbocciano sui campi meno attesi. Il torneo di Auckland non è certo il palcoscenico più importante della stagione: è un semplice International, utile al rodaggio pre-Australian Open; eppure questo incontro neozelandese rimane, secondo me, uno dei picchi del 2018. È il risultato di un confronto fra due giocatrici in forma eccezionale che in più si combinano nel classico contrasto di stili fra attaccante e difensivista.

Qualche dato per inquadrare la situazione. Auckland si disputa dall’uno al sei gennaio, cioè nella prima settimana del Tour; e in finale approdano due giocatrici in totale fiducia: nel 2017 Wozniacki ha chiuso vincendo il Masters di Singapore, mentre Goerges ha conquistato consecutivamente l’indoor di Mosca e il “Masterino” di Zuhai. Nell’impegno di apertura del 2018, Caroline e Julia arrivano alla partita decisiva avendo perso nel torneo un solo set. In sostanza dimostrano di avere cominciato la nuova stagione là dove avevano lasciato la precedente: vincendo e convincendo.

La partita ha un andamento molto lineare. Basta un break in apertura per decidere il primo set, che Goerges si aggiudica senza concedere nemmeno una palla break. Dopo un avvio identico anche nel secondo set, Wozniacki reagisce, ottiene il controbreak pareggiando sul 4-4 ed è quindi il tiebreak a decidere la vincitrice del torneo. Per andamento sembra una partita di normale amministrazione, ma le statistiche complessive dimostrano che non è affatto così, con un saldo finale (vincenti/errori non forzati) impressionante per entrambe; e maggior ragione se si tiene conto che si gioca sul cemento. Wozniacki +6 (18/12) Goerges addirittura +18 (41/23). Mettere a segno 41 vincenti in due set contro una giocatrice così forte in difesa come Caroline rimane una impresa straordinaria.

Davvero troppo brevi gli Highlights offerti da WTA per un match di questa qualità, con una Goerges ispiratissima. Ma non è che Wozniacki abbia avuto un ruolo da hitting partner: ricordo che per Caroline questa è risultata l’unica sconfitta  in una serie positiva che le ha permesso di vincere i due più importanti trofei della carriera uno dopo l’altro (WTA Finals 2017 e Australian Open 2018).

5. Angelique Kerber b. Hsieh Su-Wei 4-6, 7-5, 6-2 – Australian Open, ottavi di finale
Australian Open 2018: a trentadue anni compiuti (è nata il 4 gennaio 1986) Hsieh Su-Wei diventa la protagonista della prima settimana del torneo. E lo diventa a suon di sorprese, visto che sconfigge al secondo turno la testa di serie numero 3 Muguruza, e poi al terzo turno la numero 26 Radwanska. Le vittorie della “quadrumane” di Taiwan sono frutto di un tennis del tutto personale, fatto di accelerazioni improvvise, soluzioni di tocco, e invenzioni quasi illeggibili dovute a un modo di colpire del tutto particolare.

Hsieh sta giocando il miglior tennis della sua carriera, ed è decisa a provocare un nuovo upset quando approda agli ottavi per misurarsi contro la testa di serie numero 21 Kerber. D’altra parte Angelique è una testa di serie sottostimata, la cui bassa posizione nel ranking è conseguenza di un 2017 deludente dopo i grandi exploit di due anni prima; ma a Melbourne si è presentata con maggiore convinzione, per provare a riprendersi il titolo conquistato nel 2016.

Si gioca in un caldissimo lunedì pomeriggio. Il pubblico ancora non lo sa, ma fra l’ex detentrice del titolo e la poco conosciuta Hsieh sta per uscire un match straordinario: Su-Wei inventa soluzioni inattese a getto continuo, e di fronte questo tennis in cui i normali schemi sono “terremotati”, con molta umiltà Angelique cerca soprattutto di rimanere in scia, nella speranza di riuscire prima o poi a riportare il match in un ambito più ortodosso.

Vinto il primo set per 6-4, Hsieh continua a dare filo da torcere a Kerber in un secondo set tesissimo in cui obbliga Angelique a servire per rimanere nel match sul 6-4, 5-4. Kerber resta attaccata al punteggio a prezzo di continue rincorse e scambi in cui spesso viene sballottata qua e là per il campo, nell’impossibilità di leggere le intenzioni dell’avversaria: lo sforzo fisico è notevole, ma ancora maggiore è quello mentale. Nell’undicesimo gioco del secondo set Kerber riesce a brekkare l’avversaria, consolidando poi nel game successivo il vantaggio per il 7-5 in suo favore: un set pari. È il momento-chiave del match: la partita è ormai indirizzata, e il terzo set dopo l’apertura ancora in equilibrio pende nettamente in favore di Angelique.

131 minuti totali che costeranno molto nello sviluppo del torneo a Kerber, obbligata a dare tutto per spuntarla, con troppe energie nervose lasciate sul campo per rendere al meglio nei turni decisivi. Saldo vincenti/errori non forzati: Hsieh -4 (41/46, ma su cui incide molto il calo nel terzo set), Kerber +6 (31/25). Gli Highlights restituiscono solo in parte l’atmosfera di quel match davvero fuori dagli schemi:

a pagina 2: Le partite numero 4 e 3

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WTA 2018: dodici match da ricordare (prima parte)

Dalle partite australiane di inizio anno sino all’Asian Swing di fine stagione, dodici incontri memorabili scelti per qualità tecnica, tattica e agonistica

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Come tradizione alla fine dell’anno, ecco la scelta dei match WTA del 2018. I criteri sono sempre gli stessi da quando preparo questa selezione, e quindi anche l’introduzione non cambia: non posso parlare di “migliori match” non solo perché i criteri di giudizio sono soggettivi, ma anche perché ho considerato solo le partite che ho visto personalmente. Dunque una parte molto piccola rispetto a quelle disputate durante la stagione.

Quest’anno ne ho scelte dodici, perché mi sembravano tutte meritevoli di entrare in una ipotetica “prima fascia”, seppure per ragioni a volte diverse: per qualità tecnica, per ricchezza di emozioni, per importanza dell’evento, etc. Come sempre, ho dovuto fare molte rinunce e mi spiace che non abbiano trovato posto giocatrici che pure hanno offerto notevoli prestazioni. Ma perché una partita diventi speciale non è sufficiente la grande prestazione: occorre che in campo ci siano contemporaneamente due protagoniste che si combinano in un’alchimia particolare; un dominio che si risolve in un 6-0, 6-0 non può offrire il coinvolgimento di una partita decisa sul filo di lana.

 

Questa selezione è presentata in due parti. Qui trovate i match dal numero 12 al 7, domani (mercoledì) uscirà la seconda parte con le partite dal numero 6 al numero 1.

a pagina 2: Le partite numero 12 e 11

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