Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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Maria Sharapova e le superfici: terraiola o no?

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TENNIS AL FEMMINILE – Vincendo il Premier Mandatory di Pechino, Maria Sharapova ha interrotto un digiuno sul veloce che durava da venti mesi. Negli ultimi anni rimane comunque una chiara prevalenza di successi ottenuti sulla terra rossa. Un tentativo di spiegare le ragioni di una carriera anomala.

Domenica scorsa a Pechino Maria Sharapova è tornata a vincere un torneo sul cemento dopo quasi venti mesi (marzo 2013, Indian Wells) e ha così interrotto la propria serie di vittorie sulla terra rossa che cominciava ad essere piuttosto lunga: quattro dal 2013, tre nel solo 2014.
A leggere gli ultimi risultati sembrava che ormai Sharapova stesse sempre più diventando una specialista. Quest’ultimo successo ha di nuovo allargato i suoi orizzonti futuri: Maria sa ancora vincere sul veloce; ma non ha però modificato in modo sostanziale i dati degli ultimi anni.
Secondo me proprio la vittoria di Pechino consente di fare un’analisi riguardo all’efficacia di Sharapova sulle diverse superfici senza correre il rischio di prendere posizioni troppo radicali (non mi pare abbia senso confinare dentro i limiti di una sola superficie una giocatrice che ha ottenuto il Career Slam); e tuttavia rimane l’evidenza dei dati, che considerati su un arco di tempo più esteso indicano comunque una trasformazione.

 

Prima di entrare nel dettaglio penso sia di aiuto un rapidissimo riepilogo della sua carriera.
E’ noto che l’attività di Sharapova (iniziata a grandi livelli nel 2003, da giovanissima) ha subito uno stop molto grave nel 2008, per un infortunio alla spalla destra.
L’infortunio non solo è stato grave perché ha costretto Maria ad una operazione e ad una lunga sospensione dell’attività agonistica, ma anche perché dopo l’intervento è stata obbligata a modificare la meccanica di alcuni colpi che sollecitavano troppo l’articolazione; mi riferisco al dritto e soprattutto al servizio. Per questi motivi si potrebbe parlare di due diverse Sharapova: una fino al 2008, e una dal 2009 in poi.

Se accettiamo questa divisione e andiamo a verificare la distribuzione dei successi, emergono alcuni dati interessanti, che indicano il progressivo spostamento dell’efficacia del suo tennis dal cemento alla terra.
Prima dell’infortunio Sharapova non aveva mai vinto un torneo sul rosso; addirittura non aveva nemmeno mai raggiunto una finale. Dal 2009 in poi ha vinto 9 dei suoi 14 tornei sulla terra rossa.
E’ quindi evidente la differenza di risultati tra i due periodi determinata dalle superfici:

2003-2008
18 vittorie sul veloce (inclusi 3 Slam) + 1 sulla terra verde

2009-2014
9 vittorie sul rosso (inclusi 2 Roland Garros) + 5 sul cemento

A ripercorrere i successi colpisce il fatto che l’ultimo torneo vinto prima dell’infortunio sia stato ottenuto su campi di terra verde (Amelia Island); una vittoria che sembra fatta apposta per rendere più complicata l’analisi.
Per caratteristiche tecniche la terra americana è infatti una superficie che si potrebbe considerare un ibrido tra campi rapidi e il rosso: da una parte per giocarci al meglio occorre saper scivolare e utilizzare i tipici spostamenti da terra, ma dall’altra la palla viaggia più velocemente che sul rosso europeo.
Questo successo potrebbe far pensare che forse Sharapova stesse trovando le chiavi per giocare meglio sulla terra anche prima dello stop per infortunio, se non altro in termini di mobilità. Dopo la vittoria di Amelia Island (aprile 2008) Maria ha potuto disputare pochissimi match prima di doversi ritirare a Montreal (luglio 2008) per una doppia lesione al tendine della spalla. Forfait alle Olimpiadi di Pechino e operazione: fine della prima parte di carriera.

Dopo l’operazione comincia un periodo di faticoso recupero, con scarsi risultati e tante sconfitte amare, subite da avversarie che molto difficilmente in altri momenti sarebbero riuscite a superarla. Ma poi tornano i successi, questa volta soprattutto sul rosso.
E la domanda che ci si pone è questa: Sharapova è diventata veramente una terraiola? E fino a che punto? A mio avviso si possono individuare tre aspetti che possono aiutare a rispondere alle domande.

1) Evoluzione tecnica
Come dicevo prima, Sharapova ha modificato il movimento del servizio.
Ho recuperato dei dati (purtroppo incompleti) relativi a due tornei (Australian Open e Roland Garros) riferendoli sia alla prima parte di carriera che alla seconda. Dai numeri si notano tre aspetti: un decremento delle velocità di punta; un aumento dei doppi falli; ma anche un aumento della velocità della seconda palla.

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In sintesi direi che il cambio di movimento, obbligato, non ha determinato un progresso, quanto piuttosto un leggero peggioramento, soprattutto sulla prima palla.
Questo regresso appare come una delle ragioni che hanno causato una maggiore difficoltà a vincere sul veloce, sul quale sono quasi imprescindibili colpi di inizio gioco di grande livello; e Maria è fortissima in risposta, ma la battuta non è più così incisiva.

Fino a qui si spiegherebbero le difficoltà a vincere sul cemento. Ma l’involuzione al servizio non spiegherebbe però la novità dei successi sul rosso: sarebbe davvero una curiosa teoria quella che sostiene che il peggioramento di un colpo può aumentare il rendimento su una superficie.

Personalmente ritengo che a compensare il deficit sulla prima palla siano intervenuti dei progressi sul piano della mobilità sulla terra; e forse l’ultima vittoria pre-infortunio ottenuta sulla terra verde potrebbe proprio essere stato il sintomo di un progresso in atto indipendentemente dalla pausa forzata che sarebbe intervenuta di lì a pochi mesi.
A me sembra che da qualche anno Maria sia diventata una giocatrice più a suo agio negli spostamenti sul rosso e di conseguenza anche più solida nel gioco di contenimento. Tutti aspetti che l’hanno resa più efficace negli scambi più lunghi che la terra battuta determina.

Per certi aspetti anche il fatto che sia diminuita la differenza di velocità tra la prima palla (calata) e la seconda (cresciuta) potrebbe averla resa una giocatrice con un tennis più asfissiante, basato su una pressione più omogenea e con meno differenze tra il palleggio della prima palla rispetto a quello seconda. Un tipo di gioco che tende a logorare le avversarie, particolarmente faticoso da fronteggiare sulla terra, sia sul piano fisico che su quello mentale. E se il confronto si fa duro, Maria diventa quasi imbattibile.
Un ultimo aspetto legato al servizio: se la prima di servizio cala, le risposte avversarie diventano più incisive. In questo caso per una giocatrice con un fisico non agilissimo, e con qualche difficoltà ad uscire rapidamente dal servizio come Sharapova, potrebbe essere un piccolo vantaggio ritrovarsi su un campo meno rapido per fronteggiare risposte più aggressive.

2) Cambio di preparazione
Facciamo una rapido riavvolgimento della carriera di Sharapova. Al momento dell’infortunio aveva nel suo palmarès tre tornei dello Slam: Wiimbledon (vinto nel 2004), US Open (vinti nel 2006) e Australian Open (vinti nel 2008).
In sostanza vincendo un solo Slam (quello francese) avrebbe ottenuto il “Career Slam”, che è un traguardo di enorme prestigio; sarebbe entrata a far parte di un club davvero di élite, visto che è composto da pochissimi membri, tutte autentiche leggende del tennis: interamente nell’era Open lo hanno ottenuto solo Serena, Graf, Navratilova, Evert, Smith-Court.
Proprio con l’obiettivo del Career Slam mi pare ragionevole pensare che dopo un paio di anni di recupero (aveva chiuso 14ma nel ranking del 2009 e 18ma in quello del 2010) quando Maria si è sentita nuovamente competitiva ai massimi livelli abbia cominciato a dare la caccia alla “figurina” che le mancava per completare l’album. E un modo per riuscirci potrebbe essere stato proprio quello di cercare di ottenere il picco di forma nella stagione su terra battuta. In fondo i tornei sul rosso si giocano tutti insieme in un periodo ben preciso, nello stesso continente. Questa ipotesi è difficile da verificare, ma potrebbe spiegare per esempio perché Maria ha quasi sempre saltato Dubai e Doha, per presentarsi poi in condizioni smaglianti a Stoccarda.

3) Cambio delle avversarie
Con la tesi che sto per formulare temo che non farò felici i sostenitori di Maria.
Questa tesi recita all’incirca così: negli ultimi anni sono venute a mancare fortissime giocatrici da terra rossa e quindi la superficie è diventata disponibile per chi ha saputo adattarsi meglio ad un terreno per cui non era inizialmente portata; oppure per  giocatrici specialiste sì, ma di qualità inferiore rispetto al passato.
Penso cioè che Sharapova abbia primeggiato sul rosso non solo grazie ai progressi tecnici sopra descritti, ma anche perché oggi nel circuito non ci sono grandissime giocatrici da terra rossa. Tra le “adattate” lei è stata probabilmente la più brava a minimizzare alcune mancanze del suo gioco, ed emerge anche perché il panorama delle attuali terraiole è meno agguerrito.

Altro modo di descrivere la stessa situazione: la concorrenza che spesso è riuscita a batterla sul veloce, cala più di lei sulla terra e questo cambia gerarchie e risultati.
Se non ho fatto male i conti, dal 2009 in poi Maria ha raggiunto 18 finali sul veloce: 5 vinte, 13 perse. Nello stesso periodo ha raggiunto 11 finali sul rosso: 9 vinte, 2 perse (entrambe da Serena Williams).
Fino al 2007 il Roland Garros è stato il regno di Justine Henin (che ha vinto dal 2003 per quattro volte, fallendo nel 2004 soprattutto per problemi di salute), ma anche giocatrici come Clijsters, Kuznetsova o Safina erano difficili da battere sulla terra.
Dal 2010 sono tutte venute a mancare o sono molto calate
(Kuznetsova). Clijsters era virtualmente ancora in gioco, ma in realtà a causa di differenti problemi fisici non è mai riuscita a presentarsi in forma per la stagione sulla terra. E così si sono fatte strada tenniste di forza leggermente inferiore. Penso a Schiavone, Stosur, o la stessa Li Na, un’altra giocatrice nata sul cemento che è stata brava ad esprimersi su una superficie non sua. E più recentemente in finale nello Slam parigino sono arrivate Errani e Halep.

Ecco, considerando il panorama delle migliori degli ultimi anni, tra quelle stabilmente in cima al ranking Sharapova è la giocatrice che ha dimostrato di essere più consistente e di perdere meno efficienza sul rosso rispetto ad Azarenka, Radwanska, Wozniacki, Kvitova etc. etc.
Infine negli anni della seconda parte di carriera di Sharapova, Serena Williams aveva spesso snobbato la stagione su terra, affrontando il Roland Garros senza una preparazione specifica e finendo il più delle volte per deludere. Ci si è dedicata con estrema convinzione nel 2013, vincendolo, ma pagando poi qualcosa in termini di incisività e di brillantezza nel Wimbledon successivo. A dimostrazione che fare l’accoppiata Slam terra/erba a poche giorni di distanza non è mai facile.

Non credo quindi si possa definire Sharapova una terraiola: del resto il suo gioco non ha le caratteristiche di chi si è formata sul rosso; però a mio avviso tra le attuali giocatrici, quasi tutte adattate, insieme a Serena si è dimostrata quella capace di giocare il tennis più efficace.

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Ons Jabeur, Top 10 del tutto speciale

I risultati raggiunti nelle ultime stagioni dalla giocatrice tunisina non hanno precedenti nella storia del tennis femminile

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Ons Jabeur - Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

In questo mese di ottobre Ons Jabeur ha conquistato un risultato storico, senza precedenti nel tennis femminile: per la prima volta una giocatrice proveniente da un paese arabo è entrata in Top 10. Il traguardo, ufficiosamente ottenuto dopo la vittoria ottenuta su Anett Kontaveit a Indian Wells, è stato certificato da WTA lunedì 18 ottobre.

Jabeur, tunisina, è salita dal numero 14 al numero 8, posizione confermata nel ranking di questa settimana. Penso sia giusto considerare come storico questo risultato non solo perché non ha precedenti, ma perché una tale affermazione potrebbe rappresentare un punto di riferimento per altre atlete provenienti da un ambito geografico e culturale che sino a oggi non era mai stato protagonista ad alti livelli nel tennis.

Convenzionalmente parlare di “paese arabo” significa riferirsi a una ventina di stati situati fra Africa e Asia. In pratica, la fascia di nazioni nord-africane principalmente affacciate sul Mediterraneo e sul Mar Rosso, più quelle collocate, in Asia, tra penisola Arabica e vicino Oriente.

 

Africa e Asia. L’Asia ha già avuto tenniste di successo, e lo stesso vale anche per l’Africa. Per l’Africa però, in gran parte limitate al Sudafrica. Per esempio Amanda Coetzer, nata nel 1971 e capace di spingersi sino alla posizione numero 3 nel 1997. O più di recente Chanelle Scheepers, nata nel 1984 e con un best ranking da numero 37 nel 2011.

Ma giocatrici come Coetzer e Scheepers hanno una formazione e una provenienza lontanissime dal mondo arabo e nordafricano. Stesso continente, ma contesti troppo diversi: non potevano certo essere nella condizione di fare da traino per il tennis in nord-Africa. Ecco dunque che la carriera di Jabeur rappresenta un nuovo punto di riferimento significativo sotto diversi aspetti.

Innanzitutto sul piano culturale. Jabeur potrebbe diventare una figura importante in paesi nei quali lo sport al femminile fatica a trovare spazi comparabili a quelli maschili. E visto che un riconoscimento nello sport rappresenta anche un riconoscimento in senso più esteso sul piano sociale, si capisce che Ons potrebbe assumere un ruolo da non trascurare per moltissime giovani donne. Ricordo che quando si parla di mondo arabo ci si riferisce a quasi mezzo miliardo di persone (per di più con l’età media molto più bassa rispetto all’Europa). Di questo ruolo Jabeur è consapevole: “A volte quando giochiamo in Fed Cup vengono a trovarci alcune squadre africane. È davvero stimolante per me. Quando qualcuno mi dice che lo sto ispirando, mi dà più motivazione per allenarmi ed essere un esempio. Spero che potremo vedere più giocatori dall’Africa nel Tour”.

Ma anche sul piano del mercato sportivo l’impatto di Jabeur potrebbe assumere un certo peso. Di sicuro ai piani alti della WTA non sono dispiaciuti di avere trovato una giocatrice come lei, perché il mondo arabo è composto da nazioni con un reddito pro capite molto basso, ma anche da nazioni molto ricche. Già oggi vengono organizzati due tornei economicamente rilevanti a Doha e Dubai, e non è detto che in futuro una espansione di praticanti nei paesi arabi non possa far crescere il numero di eventi in calendario. Potrebbe trattarsi di qualcosa di simile a quanto accaduto alla Cina dopo il boom della generazione guidata da Li Na. E anche se oggi la pandemia ha fermato lo swing asiatico, l’apporto cinese rimane fondamentale per gli equilibri economici del circuito femminile.

Infine, visto che parliamo di Ons Jabeur e di tennis, ad essere contenti dei suoi successi penso siano anche i tanti appassionati sparsi per il mondo, di qualsiasi nazione e cultura, che semplicemente amano il gioco vario e creativo. Perché Jabeur non è speciale soltanto in quanto “tennista araba”, ma anche in quanto giocatrice di talento. Non solo: quando affronta i match, appare evidente che non ha la vittoria come scopo eslcusivo da raggiungere. Oltre al successo, quando scende in campo c’è anche la volontà di conquistare il favore del pubblico. A Jabeur, infatti, piace sorprendere gli spettatori attraverso prodezze inattese, e la ricerca del colpo spettacolare è parte stessa del suo DNA di tennista. “In campo sin da bambina mi piacevano i colpi divertenti e folli, mi piacevano le soluzioni originali. Riflettono la mia personalità.

E così, a 27 anni compiuti, Jabeur ha finalmente conquistato uno degli obiettivi che sin da ragazzina pensava di poter raggiungere. Ha scritto di recente per Behind the RacquetHo attraversato momenti difficili, mi sono chiesta se lasciare il tennis e tornare a scuola. Ma alla fine continuavo a tornare alla mia idea di ragazzina: diventare la numero 1 al mondo, vincere uno Slam. Non posso fare a meno di sognare in grande. Entrare fra le prime cento non era sufficiente per me, non mi avrebbe mai accontentato”.

Ora sembra che nessun traguardo le sia precluso, ma per arrivare a questo punto c’è voluto parecchio tempo. Dato che Jabeur è nata il 28 agosto 1994, non si può dire sia stata una giocatrice dalla maturazione rapida. Come mai? Penso che le ragioni siano legate in parte alle sue specificità fisico-tecniche, ma probabilmente anche la sua provenienza ha, almeno in parte, avuto un ruolo. Vediamo come.

a pagina 2: Gli inizi e i primi anni in WTA

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Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

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Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.

 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

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Grande Slam 2021, la classifica femminile

Chi sono state le giocatrici che hanno fatto meglio nei quattro tornei più importanti dell’anno? Un bilancio di fine stagione più una analisi sugli Slam di Serena Williams in occasione dei suoi 40 anni

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Barbora Krejcikova - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

Da alcuni anni propongo una classifica particolare, basata esclusivamente sui quattro tornei più importanti della stagione: Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, US Open. Ho deciso di farlo perché, ancora più che in passato, nel tennis contemporaneo gli Slam si stagliano nella considerazione di tutti come qualcosa di superiore, a sé stante, ed è su questi palcoscenici che si costruiscono le grandi carriere.

Tanto è vero che oggi, quasi in automatico, per misurare il valore di una tennista gli appassionati cominciano sempre valutando cosa ha saputo fare negli Slam: vittorie, finali, continuità nei “piazzamenti”, sono il riferimento che alla fine determina la categoria di chi viene analizzata.

Ma sappiamo che non è sempre stato così. In altre epoche i più forti tennisti, per esempio, hanno rinunciato a giocare l’Australian Open perché la trasferta presentava disagi logistici e il montepremi non era sufficientemente appetibile.

 

Ma ci sono state altre rinunce che oggi ci appaiono inconcepibili. Prendiamo il caso di Chris Evert, che negli anni ‘70 era di gran lunga la più forte giocatrice sulla terra rossa. Evert ha saltato alcuni Roland Garros perché impegnata in altri eventi organizzati negli USA. Parliamo di una giocatrice capace di vincere 125 partite consecutive sulla terra, dall’agosto 1973 al maggio 1979. Nemmeno Nadal è mai riuscito a dominare così tanto. Eppure Chris non ha disputato i Roland Garros del 1976, 1977, 1978, oltre che i sei Australian Open dal 1975 al 1980. Detto tra parentesi: quando si fanno i calcoli degli Slam vinti da Serena Williams o da Steffi Graf, spesso si dimentica quanto avrebbero potuto vincere tenniste come Evert o Navratilova se le priorità della loro epoca fossero state simili a quelle odierne.

Oggi le cose sono cambiate: gli Slam sono il fulcro del calendario di ogni tennista di vertice. Per questo possiamo dire senza alcun dubbio che Serena Williams continua a giocare con l’unico scopo di provare a vincere nuovi Slam, mentre utilizza come impegni di preparazione gli altri tornei del circuito, o non li affronta proprio.

Ecco le ragioni di una classifica basata esclusivamente sui quattro Major. Il criterio adottato per costruire la classifica è sempre lo stesso, ed è molto semplice: la somma dei punti ottenuti in ogni Slam secondo i valori stabiliti da WTA. Questa è la ripartizione dei punti prevista:

2000 punti (vittoria)
1300 (finale)
780 (semifinale)
430 (quarti)
240 (4° turno)
130 (3° turno)
70 (2° turno)
10 punti (sconfitta al primo turno)

Veniamo dunque alla Classifica Slam del 2021. Classifica sino alla posizione numero 32, con in più le tre giocatrici che sono attualmente comprese fra le prime 20 del ranking WTA ufficiale, ma che sono rimate staccate nei Major:

Un piccolo chiarimento per evitare equivoci. In questa tabella nelle prime tre colonne ci sono diverse graduatorie. La prima a sinistra, in grassetto, indica la posizione nella nostra Classifica Slam. La seconda colonna corrisponde all’attuale ranking ufficiale WTA (stabilito il 4 ottobre 2021). La terza colonna denominata “Race” fa riferimento a tutti i punti raccolti dalle giocatrici nell’anno 2021. Tenendo presenti questi numeri, si possono sviluppare alcuni ragionamenti di un certo interesse.

a pagina 2: Il livellamento al vertice. Delusioni e sorprese

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