Dal doping al tennis, da Giorgi a Nadal: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

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Dal doping al tennis, da Giorgi a Nadal: Rino Tommasi ha una risposta per tutto

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Rino Tommasi

Che si tratti di Camila Giorgi, Fognini, Nadal, Federer, calcio, ciclismo, atletica, doping, scommesse, giornalismo e telecronache, Rino Tommasi ha sempre la risposta giusta. L’intervista a uno dei più grandi giornalisti italiani, un colloquio con un grande uomo di sport, un ex atleta che tutti i tennisti hanno imparato a conoscere come il custode dei numeri

Al telefono, quando ci invita a casa sua, è sempre gentile, anche quando cambia l’orario in extremis. “Mia moglie ha invitato i figli per colazione – sarebbe il nostro volgare pranzo ndR – e io non lo sapevo, facciamo nel pomeriggio?”. E quindi raggiungendo il cuore dei Parioli, Roma, dove il parcheggio è cosa preclusa se non si ha il Burgman o la Smart che dominano le strade di piazza Euclide, entriamo nell’elegante casa di Rino. Libri, libri e ancora libri, che arrivano fino ai soffitti, altissimi in queste case d’epoca tutto legno alle pareti e tappeti in terra, con l’argenteria in bella mostra. Ci attende sull’uscio del suo studio, mentre noi attraversiamo lentamente il lungo corridoio, attratti dalle foto sulle pareti, la storia della vita di Rino. Ci viene incontro. “Quello è Henry Kissinger, eh”, ci dice orgoglioso, mentre lo sguardo si sofferma sulla foto che lo ritrae mentre intervista l’ex segretario di stato USA, colloquio che gli valse anche un premio. Tutte le foto sono in bianco e nero e lo ritraggono praticamente con tutti gli sportivi più importanti, ma anche con personaggi dello spettacolo italiano. A colori, spicca quella di un Boris Becker giovanissimo che gli sorride mentre lui lo intervista. In basso, c’è la foto che lo ritrae assieme a Clerici e Scanagatta con un Roberto Lombardi sorridente. “Eravamo a Melbourne lì”, ci dice, mentre sorride con lo sguardo tenero verso l’amico che non c’è più. Ci accomodiamo di fronte a lui nel suo studio, con la scrivania invasa di appunti e libri a dividerci. Ha da poco dato alle stampe un libro sul pugilato, “Muhammad Alì. L’ultimo campione. Il più grande?”, ma, chissà perché, non ci sorprende affatto saperlo a lavoro su un nuovo progetto (“parlerà della scomparsa delle squadre di calcio della provincia”).

DOPING E LIBERALIZZAZIONE
Partiamo subito con la questione doping, rilanciata di recente dalle parole del papà di Camila Giorgi, il quale ha dichiarato che nello sport si dopano tutti e allora tanto varrebbe legalizzare il doping. Rino è un antesignano della teoria, non convintissimo però. “È una questione delicata nel senso che, da un certo punto di vista sarei per il rigore, e quindi non appena uno sgarri, anche se per piccole quantità, non lo farei giocare più. Ma sono anche convinto che se li controlliamo tutti non gioca più nessuno. Non ho mai quindi deciso di prendere posizione e non perché non voglia. Io, quando ero giovane ma anche adesso che non lo sono più, non ho mai messo in bocca una sigaretta e comunque quando gareggiavo non mi sarei mai aiutato in alcun modo. Il problema per me è economico: controllare tutti è impossibile. Se lo facessimo per tutti, rigorosamente, non se ne uscirebbe più”. Se per ipotesi il doping venisse legalizzato, ci sarebbe poi la corsa ad accaparrarsi i medici migliori no? “Sì, per paradosso potremmo avere le finali dei tornei giocate direttamente dai medici”, ci risponde sorridendo. “È ovvio che da un certo punto di vista vorrei essere spietato nei controlli e quindi nei provvedimenti, le squalifiche, però mi rendo conto che in questo modo forse si paralizzerebbe l’attività. Non ho idea esatta della diffusione del fenomeno, ma mi pare che si stia allargando sempre di più”.

 

Qualche tempo fa è uscito un libro, “Campioni senza valore”, edito da Sandro Donati, ex atleta e responsabile del mezzofondo per la Fidal, la federazione di atletica del Coni. Nel libro lui racconta la storia della Fidal e del Coni di Primo Nebiolo, che promuovevano il doping grazie alle autoemotrasfusioni del professor Conconi, perché le medaglie andavano conquistate a tutti i costi. Che ne pensa? “L’atleta è spesso d’accordo, e si trova ad accettare questi metodi perché vuole primeggiare, avendo anche il sospetto che gli altri si aiutino in qualche maniera. D’altra parte le Federazioni, anche quando scoprono casi di doping, preferiscono chiudere un occhio. Dei dirigenti si sono costruiti la propria carriera sui falsi successi degli atleti”. Rino stesso è un ex atleta, tennista, vincitore di numerosi trofei giovanili, nonché figlio d’arte. “Mio padre ha tenuto il record di salto in lungo per molti anni; partecipò alle Olimpiadi di Parigi del 1924 e a quelle di Amsterdam del 1928”. Non sarà mica che fu Evangelisti e il suo mitico 8 e 38 di Roma, risultato truccato come poi si scoprì, a togliere il record a Tommasi senior? Rino sorride mentre cerca la postura giusta sulla poltrona di pelle nera dai braccioli marroni: “No no, gli otto metri furono superati proprio da Evangelisti ma prima, e pare legittimamente”.

DOPING E RISULTATI
In Italia fino agli anni ’90 c’era una certa riottosità a parlare di Doping. Perché? “La stampa è stata resistente perché chi fa questo mestiere vorrebbe che lo sport fosse pulito. Se togli la certezza del risultato, lo sport finisce”. Lo sport finisce quindi, ma allora non è già finito con i vari Di Centa, Bugno, Moser (con Conconi che volò fino a Città del Messico per fargli l’emotrasfusione, con la scusa dell’anemia, nella corsa che gli valse il record su pista), Cipollini, Chiappucci, Pantani e via dicendo? Non abbiamo già tolto la certezza del risultato? “Mi ripeto: il problema è difficile perché la questione è complessa. Forse, mi sono quasi convinto, che tutto sommato sia meglio ignorare, anche se così si commetterebbero dei delitti verso la salute dell’atleta”. Veniamo al risultato sportivo. Come si gestisce quando da Ben Johnson ad Armstrong, arrivando fino alla Juventus, si tolgono dei titoli? Si assegnano al secondo arrivato? “Questa situazione è ingestibile. Ecco perché quindi istintivamente sarei per il rigore assoluto. Ma, così facendo, con regole rigide e rigore assoluto, potrebbe veramente finire l’attività sportiva, tale è la diffusione di questo fenomeno. Oggi si dopano anche i ragazzini, quelli che fanno la corsa del circondario. Nel tennis c’è il problema del tempo perché non sai quanto dura una partita, quando invece millecinquecento metri sono millecinquecento metri. Alla fine di questo discorso, io temo, e lo temo molto, che ci si debba arrendere. Mi sembra una battaglia che la legalità non può vincere”.

LA QUESTIONE CULTURALE
Donati però racconta anche di atleti che rifiutano di pratiche. Il problema è culturale quindi. “Certamente”, quindi, cosa si può fare di più? “Premesso che tutti i tentativi di carattere educativo, o pedagogico, si riducono al raccomandare agli atleti di non fare nulla, di correre a pane acqua, poi la realtà è altra. E quando si rompono gli argini, stabilire un limite prima del quale non è doping e poi lo è, francamente è impossibile”. C’è chi sostiene che nel tennis il doping non esiste. “No, non è vero. C’è chi ricorre all’aiutino, e poi i tennisti si parlano negli spogliatoi, si consigliano. C’è sempre poi il timore di perdere contro uno che si aiuta. Nessuno mai dice di perdere contro un altro più bravo”. Eppure i giocatori e le associazioni preposte, fra blitz all’alba e passaporto biologico, si ritengono a posto. “Si adottano questi sistemi per dare l’impressione di difendersi da questa piaga, ma in realtà non ci difendiamo. Gli strumenti sono alla portata di tutti. Da anni si assiste alla medicalizzazione dello sport, anche a livello amatoriale”. Jim Courier a fine carriera andava in giro a dire che erano tutti dopati. E se tu gli domandavi il perché, lui rispondeva “Perché corrono più di me. Nessuno corre più di me”. Ride. “Osservazione crudele ma tutto sommato giusta”. Che opinione si è fatto della vicenda Kostner, l’ex pattinatrice accusata di complicità e omessa denuncia nella vicenda legata all’ex fidanzato squalificato per doping, il marciatore Schwawrzer? “Il fatto che ci sia un rapporto di affetti o intimità non ti esime dalla denuncia. Squalifica giustissima, ogni tesserato ha il dovere di riferire in caso di illecito”. Doping o scommesse, cosa è peggio per l’immagine di questo sport? “Si sarebbe portati a dire istintivamente che sia peggiore la questione doping, ma l’altra questione è morale, ed è il cancro peggiore ma tutto sommato il più facile da debellare. Nelle scommesse ci sono i soldi che girano, e quindi quando li scopri puoi essere implacabile. Ma con la questione doping c’è di mezzo la salute dell’atleta e la credibilità dello sport. Per la questione scommesse sono per la rigidità massima, fermo restando che non credo ci siano giocatori che perdano apposta: perdere è contro natura nello sport”.

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

Tommasi, Clerici, Lombardi e Scanagatta a Melbourne

FEDERER, MURRAY, SEPPI, NADAL E LO SLAM DI DOPPIO
Nel suo studio Rino ha il televisore proprio di fronte la sua scrivania, alle nostre spalle, sulla destra. Scorrono le immagini del telegiornale, silenziato per permetterci di ascoltarci. Gli chiedo se ha seguito l’Australian Open. “Certamente”, risponde. “Ci sono state poche sorprese. I risultati sono stati molto regolari. Direi un torneo ordinario”. Il torneo brutto lo vince il più forte? “Assolutamente sì”. Non è d’accordo sull’idea che ci sia una sorta di rivoluzione in atto, nata dal successo di Wawrinka a Melbourne nel 2014 e portata avanti da Cilic e Nishikori a New York. Gli chiedo allora di Federer. “Federer sta confondendo le idee, sta resistendo oltre il previsto per via dell’età anagrafica ma il talento è quello”. E Murray, recente protagonista australiano? Qui l’espressione di Rino si fa arguta. “Murray è un soggetto interessante, da studiare. Come qualità naturali, parlo dal punto di vista delle risorse personali, è un atleta vero. È uno che è capace di fare il 10% di più nel giorno che c’è la gara importante. Murray è uno che riesce a esaltarsi in certi momenti dal punto di vista atletico. Durante l’anno, il problema è che perde 5 o 6 partite che non deve perdere, perché ovviamente non può stare sempre al meglio”. Ricorderemo l’Australian Open per via di Seppi che batte Federer? “Non è Seppi che batte Federer, è Federer che non può giocare sempre al meglio per via dell’età”. Però c’è stata la grande notizia del doppio. “Dimentichiamocelo. Il doppio non lo gioca più nessuno, è una gara di consolazione. Quelli bravi non vogliono sprecare energie perché non gli interessa dal punto di vista economico e atletico e molti lo giocano per modo di dire, giocando qualche partita”. E Nadal? “Nadal è a rischio. Secondo me si può anche rompere. Ha tirato fuori tutto quello che c’era da tirar fuori. Può essere consumato anche nella voglia magari, lui ha risolto il problema della vita”, ovvero quello economico.

CAMILA GIORGI E IL TENNIS ITALIANO
Protagonista del momento, anche per via della sua presenza nel primo turno di Fed Cup, è Camila Giorgi. Che gliene pare? “È una risorsa, è il nuovo che avanza”. Per il padre arriva di sicuro in alto. “Il padre è un pazzo, ma un pazzo utile direi. È un saltimbanco, che però ha tirato su questa ragazzina, che è decisamente una sua creatura. Camila Giorgi è ingombrante per gli altri, per i rapporti fra lei e il gruppo storico che apparentemente sono buoni. C’è sempre un po’ di rivalità: è inevitabile. Secondo me non ha i centimetri, i muscoli, per salire fino in alto”. La vulgata comune dice che deve cambiare coach per arrivare in alto. “No, non sono d’accordo. Il padre è fondamentale”. Come per le Williams? “Esatto. Senza di lei Camila non andava da nessuna parte. Genitori come Sergio o Richard Williams sono figure ingombranti ma fondamentali. Loro esercitano un potere che è oltre quello dell’allenatore, ovvero quello genitoriale, e questo può essere devastante ma anche fondamentale, utile”. Lo stuzzico sulla crisi presunta dei talenti in ambito maschile, ad altissimo livello. “I talenti si trovano. Noi abbiamo avuto la fortuna di trovare Panatta, talento straordinario e grande mano”, mentre mima con la mano destra il gesto di un diritto in aria. “Poi c’erano anche quelli come Barazzutti, che con la forza del lavoro hanno raggiunto i risultati. Ad ogni modo nella storia italiana del tennis io non ricordo di un giocatore del quale posso dire: ah, se avesse fatto meglio avrebbe potuto fare grandi cose. Non ne trovo molti che avrebbero potuto cambiare di molto la loro carriera”. Chiosa finale, inevitabile, su Fognini, il nostro miglior giocatore. La mascella si irrigidisce: “Fognini non mi piace”, risponde in maniera lapidaria, come a dire: chiudiamola qui.

PANATTA, LA TV E CLERICI
Ha nominato Panatta, di recente tornato alla telecronaca in TV. Molti ascoltatori l’hanno bollato come facilone, superficiale. “Ma lui è così. Tutto sommato non è del tutto sbagliato questo atteggiamento. Naturalmente, Adriano, sfrutta la sua popolarità. Non voglio portare ad esempio il mio caso e quello di Clerici, ma, come dire: noi abbiamo studiato di più”. Il problema, per lui, è dei dirigenti televisivi, molto impreparati nella scelta dei commentatori. “Quello che manca a molte TV ad esempio, sono i dirigenti. Finché ci sono stato io ho preso a lavorare con me Lombardi e Scanagatta, non decisamente delle scartine. Ora, però, la preoccupazione di questi dirigenti è quella di trovare il grande nome, lasciandosi incantare dai risultati”. Un’ultima cosa: chi era più forte fra lei e Gianni Clerici a tennis? “Sono convinto che fossi più forte io, ma non glielo posso dire. Non ci siamo incontrati mai in torneo; io ero più forte atleticamente, lui aveva più talento di me”.

Sorride divertito Rino, che ci chiede come ci siamo avvicinati al tennis. Si dimostra interessato, e dopo qualche altra chiacchiera in libertà, più scanzonata e fuori dai confini del giornalismo, ci parla della sua collezioni di libri, delle centinaia di annuari su calcio e tennis che sono ordinati sugli scaffali. Ecco, se dovete fare una ricerca su qualcosa che non è su internet, casa Tommasi, e Rino, sono la vostra soluzione.

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Gilles Simon: “Abbiamo i nervi a fior di pelle. Solo i giocatori fanno sacrifici”

Gilles Simon, rientrato dalla sua pausa, ha criticato le bolle e la riduzione del prize money. “Bisognerebbe bloccare la classifica. L’ATP rappresenta più i tornei che noi”

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Gilles Simon - Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

Quando il nome di Gilles Simon è comparso fra quelli degli iscritti al torneo di Cagliari, molti addetti ai lavori sono rimasti sorpresi. Qualche settimana fa, infatti, l’ex-N.6 ATP aveva annunciato di volersi prendere una pausa perché non si sentiva in grado di reggere le condizioni delle bolle, cosa che si era infine tradotta in un brutto sfogo durante il match di primo turno a Montpellier contro Dennis Novak.

Dopo la vittoria al primo turno del torneo sardo contro Stefano Travaglia, Gillou si è dilungato in un’intervista con L’Equipe, spiegando il suo punto di vista su molti aspetti, a cominciare dal momento in cui il nervosismo si è manifestato: “Ci sono tante regole al momento, alcune che hanno senso, altre molto meno. A Montpellier il giudice di sedia mi ha dato un warning per aver tirato una palla in tribuna e gli ho detto, ‘Stai zitto!’. Mi sono reso conto di essere andato troppo oltre. Si sono visti altri giocatori che hanno avuto degli sfoghi, da Pospisil a Miami a Dzumhur ad Acapulco“.

Anche a Montecarlo si è già avuta una buona dose di intemperanze, ancora una volta a firma Benoit Paire, che dopo la sconfitta al primo turno contro Jordan Thompson ha definito l’atmosfera monegasca simile a quella di un cimitero e ribadito ancora una volta che sta continuando a giocare solo per il montepremi.

 

BOLLE E MONTEPREMI

Interrogato sul perché stiano affiorando tensioni di questo tipo, Simon ha commentato: “Ci sono tante cose che possono far saltare i nervi; è importante riuscire a distanziarsene, ed è quello che ho fatto da quando sono tornato a casa, per evitare di sprecare energie stupidamente cercando di negoziare delle cose che al momento non sono negoziabili“.

La crisi ha rivelato un sistema in cui solo ai giocatori è richiesto di fare sforzi

In generale, la sensazione del francese è che gli atleti siano gli unici all’interno del mondo del tennis a cui stia venendo imposto di adeguarsi al momento storico: “Tutti abbiamo i nervi a fior di pelle, ma alla fine solo i giocatori viaggiano, e la bolla serve più a proteggere i tornei che i giocatori. La crisi ha rivelato un sistema in cui solo ai giocatori è richiesto di fare sforzi, visto che siamo noi a dover sopportare condizioni di gioco più complicate e prize money ridotti, peraltro con la pressione della classifica, visto che se decidi di non giocare per via delle condizioni attuali finisci per perdere posizioni. Si è costretti a giocare in perdita, e non è facile con le bolle“. Se da un lato il suo pensiero è condivisibile, va forse riconosciuta un po’ di ingenerosità in riferimento alle classifiche, visto che le misure messe in atto fino a questo momento hanno aiutato non poco giocatori di classifica medio-alta ed età avanzata come lui (basti pensare che almeno la metà del suo punteggio più alto, i 300 punti ottenuti al Queen’s nel giugno del 2019, gli rimarrà per un altro anno).

E proprio le misure anti-Covid implementate dai tornei sembrano essere la maggiore fonte di rabbia: “A Montpellier mi sono un po’ intristito a vedere le mogli dei giocatori che cercavano di far fare una passeggiata ai figli davanti all’ingresso dell’albergo, mentre il resto della popolazione aveva il coprifuoco alle 18. Perché noi no? La situazione è così dallo US Open dello scorso anno [torneo in cui non lesinò critiche ad Andrea Gaudenzi, ndr]. I giovani gestiscono meglio le bolle, perché non hanno ancora una famiglia“. Sul tema, Gillou non usa mezzi termini: “Sono contro le bolle, soprattutto per i tornei indoor. Per questo che ho deciso di giocare dove c’è bel tempo: ora sono venuto qui in Sardegna e poi andrò a Barcellona e all’Estoril. Mi adatterò, e ho smesso di dire ‘non fate le bolle’, nonostante sappia che non c’è differenza in termini di casi fra il circuito maggiore e quello dei Challenger, anche se in questi ultimi le bolle non ci sono. O ti batti o ti adatti“.

E se da un lato i giocatori sono meno liberi, dall’altro stanno anche guadagnando di meno, visto il crollo del prize money (che per la verità ha colpito soprattutto i giocatori più forti): “Anche con il montepremi bisogna cercare un equilibrio. Ognuno ha un’opinione diversa: per me, bisognerebbe bloccare le classifica, così da far viaggiare solo chi vuole farlo – niente più classifiche, niente più pressione, e così chi non è d’accordo con questo prize money non dovrebbe più viaggiare. Ma se l’ATP facesse così, potrebbe anche darsi che nessuno giocherebbe più. Ora siamo obbligati a giocare e a perdere soldi. Tutto è complicato, è complicato andare a Miami. Ci prendiamo dei rischi, visto che potremmo rimanere bloccati in un luogo per 14 giorni per aver contratto il virus, per di più rimettendoci dei soldi se abbiamo perso presto. Si sarebbe dovuto agire in modo diverso dall’inizio della crisi, senza aggrapparsi al calendario, ma ormai è così e non c’è modo di cambiare le cose. Si proverà a resistere come si potrà, si aspetteranno i vaccini“.

LO SCONTRO POLITICO

Le sue parole non faranno di sicuro piacere all’ATP, perché Simon fa parte del Player Council (è stato eletto a fine dicembre insieme a Pablo Andujar e Marcus Daniell), e le sue parole disilluse sembrano paventare un forte contrasto interno: “Sono tornato nel consiglio ATP perché non mi piaceva la situazione alla fine dell’anno scorso e volevo esserci per discutere. Mi sono stancato anche di quello, però, mi sono stancato di dire a delle persone che quello che fanno non ha alcun senso e vedere che lo fanno lo stesso”.

Ho sempre detto che l’ATP rappresenta più i tornei che i giocatori, e lo ripeto oggi

Ha poi proseguito: “Ho preso le distanze, sono rassegnato al fatto che non cambierà niente e che le decisioni saranno prese sempre allo stesso modo. Cerco solo di dare la mia opinione su come migliorare le condizioni per i giocatori il più possibile”. Come se non bastasse, verso la fine dell’intervista è arrivata anche una benedizione per la PTPA: “Credo in un’associazione giocatori, non mi sono mai nascosto in quel senso. Ho sempre detto che l’ATP rappresenta più i tornei che i giocatori, e lo ripeto oggi“.

Simon ha poi concluso con un esempio, quello del rinvio del Roland Garros annunciato giovedì (non era ancora ufficiale al momento dell’intervista), a suo dire emblematico di cosa non funzioni nel tennis a livello decisionale: “Anche sullo spostamento del Roland Garros, non verrà chiesto il parere dei giocatori: spostare il torneo distrugge Stoccarda e Rosmalen, e forse nemmeno Wimbledon sarà contento. In una situazione di crisi, ognuno fa quello che ha voglia di fare, come l’Australian Open che è scalato a febbraio. È la legge del più forte, e nessuno ha detto niente“. Trattandosi dei commenti di un insider teoricamente dallo stesso lato della barricata, è probabile che il contenzioso si accenderà ulteriormente nelle prossime settimane.

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Nadal: “Mi sento bene, l’importante è rimanere in salute. Sono felice di rivedere zio Toni nel circuito”

Il maiorchino ha parlato anche del potenziale secondo turno di Sinner (con cui si è allenato stamattina): “Per Jannik sarebbe difficile giocare con Djokovic, ma lo stesso vale anche per Novak”

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Rafa Nadal - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Rafa Nadal si sta allenando da qualche giorno presso il Monte Carlo Country Club, dove ha trionfato per 11 volte fra il 2005 e il 2018 (con anche una striscia di otto titoli consecutivi), e con questo pedigree sembra naturale che si possa solo dire fiducioso delle proprie possibilità in questo torneo e nella stagione sul rosso in generale. Nonostante un inizio di stagione non semplice (un problema alla schiena l’ha costretto a giocare l’Australian Open senza preparazione e gli ha poi impedito di giocare a Rotterdam e Miami), durante la conferenza stampa pre-torneo Rafa ha confermato di essere in buona forma, a dispetto dei problemi avuti: “Sto bene e sono in fiducia, credo di star giocando bene. Mi sto allenando bene in questi giorni prima dell’inizio del torneo. È vero che non ho giocato molto, ma allo stesso tempo è vero che in passato mi è capitata la stessa cosa ma sono riuscito a fare bene comunque”.

LA SUPERFICIE PREFERITA

“Mi sento bene, anche se ci è voluto un po’ a rimettersi dopo l’Australian Open. Questo sarà solo il mio secondo torneo stagionale, e devo ammettere che la situazione attuale non aiuta a giocare spesso. Lo sapete, questa è una parte importante della stagione per me, e credo di aver lavorato bene per essere pronto, quindi vediamo come va, ho ancora un paio di giorni d’allenamenti qui a Montecarlo”, ha dichiarato. “In ogni caso sono contento del modo in cui sto giocando, il mio corpo è in buona forma, e non vedo l’ora di giocare qui di nuovo, perché come tutti sanno è uno dei miei tornei preferiti. Di sicuro ci mancherà il pubblico, ci mancherà la normalità, ma sono felice che si possa ancora giocare, sono pronto a fare del mio meglio. Spero di poter giocare il prossimo anno in condizioni normali”.

Tornando sullo scarso numero di partite inanellate fino a qui, non si è detto preoccupato: “Il mio atteggiamento è lo stesso di sempre, no? Cercherò solo di essere pronto per mercoledì, andando giorno per giorno. Domani ho un altro allenamento, e proverò ad essere pronto per il primo match – poi si vedrà. Spero di essere in grado di rimanere in salute, questo è il fattore principale; se starò bene nel prossimo mese e mezzo, allora sarò in grado di competere al livello necessario per far bene“.

 

Questa sarà una stagione su terra particolare, visto che quella scorsa si è consumata neanche sei mesi fa, seppur in versione rimaneggiata, ed è proprio quest’ultimo l’elemento che Nadal ha voluto sottolineare, esternando la sua contentezza per il ritorno ad un calendario più tradizionale:Lo scorso anno si è giocato poco sulla terra, io ho fatto solo due tornei. Posso solo dire di essere contento di essere qui; certo, sono anche contento che si giochi sulla terra, ma la cosa che mi rende più felice è di poter venire qui a Montecarlo, e poi di poter andare a Barcellona, Madrid, Roma e Parigi. Amo questi tornei, anche se non sarà lo stesso senza la loro tipica atmosfera. Allo stesso tempo, tuttavia, avrò la possibilità di giocare in posti che conosco molto bene, posti dove ho una grande storia personale, e per me questo è importante. Sono solo contento di avere un’altra opportunità di competere in questi storici tornei”.

DJOKOVIC VS SINNER

Non è un mistero, il potenziale secondo turno di maggior richiamo a Montecarlo sarebbe quello fra Novak Djokovic e Jannik Sinner. Negli ultimi mesi, peraltro, quest’ultimo ha sottolineato più volte l’importanza del lavoro svolto proprio con Rafa ad Adelaide, dove i due sono stati compagni d’allenamento in vista dell’Happy Slam.

E in effetti i risultati sono sotto gli occhi di tutti, visto che poco più di una settimana fa è arrivato il più grande exploit della carriera dell’altoatesino con la finale raggiunta a Miami. Alla domanda sul potenziale match di cartello di mercoledì, Nadal ha risposto alla sua maniera, ricordando a tutti che ci sia un altro incontro da vincere, per di più contro un ex-finalista di questo torneo, cosa di cui Sinner sarà ben conscio:Sono felice per Jannik, è una grande persona e sta facendo una grande stagione. Non ho visto molto del torneo di Miami, quindi non posso avere una chiara opinione della sua performance. Allo stesso tempo, però, ho visto il sorteggio di questo torneo, e Jannik ha un primo turno molto duro con Albert Ramos, che sulla terra gioca molto bene, come si è visto la scorsa settimana a Marbella”. I due fra l’altro si sono allenati insieme questa mattina.

Di sicuro, però, Nole rimane il grande favorito: “Sono sicuro che Jannik sarà focalizzato sul primo match, se poi si troverà contro Djokovic, be’, è un match duro per lui, ma sarà un match duro anche per Novak, no? In ogni caso, però, Novak è venuto qui dopo aver vinto un altro Slam, e sono sicuro che, non giocando tornei da un po’, abbia avuto la possibilità di allenarsi a lungo sulla terra, quindi sarà pronto. Come detto, non ho una chiara opinione su un loro potenziale incrocio, ma qualora dovessero affrontarsi sarebbe sicuramente una battaglia molto dura”.

Sempre parlando di Djokovic, gli è stato chiesto un parere sul record di settimane in vetta alle classifiche ottenuto il mese scorso, un risultato che Rafa considera un nuovo capitolo della saga scritta dai Big Three negli ultimi tre lustri abbondanti: “Negli ultimi anni sono stati infranti molti record, tre giocatori hanno fatto delle cose importanti per la storia del nostro sport. Questo è certamente un altro grande risultato per Novak, quindi posso solo fargli le mie congratulazioni. Non so cosa significhi per la storia del tennis, però, è solo un altro record battuto. Di nuovo, complimenti a lui“.

IL RITORNO DI ZIO TONI

Due parole, infine, anche sulla decisione di Toni Nadal di tornare a ricoprire il ruolo di coach durante lo swing sulla terra, stavolta nel box di Félix Auger-Aliassime. Sono contento per mio zio, ma anche per la mia Academy, perché avere qualcuno del livello di Félix è una cosa positiva. Toni ha un sacco di esperienza e conosce bene questo sport, sono sicuro che sarà di grande aiuto per lui”. Interrogato su un suo eventuale coinvolgimento nella decisione di accettare il lavoro, Nadal ha fatto subito chiarezza: “Io e Toni non abbiamo parlato di questa cosa, ma non ho problemi, voglio solo il meglio per mio zio e sono contento di rivederlo nel circuito. Sono molto grato per ciò che ha fatto per me, e di sicuro non mi deve chiedere il permesso per fare qualcosa. E sono contento per Félix, perché avrà un grande coach come Toni a supportarlo”.

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Sonego: “Quando sei sotto, devi pensare di essere forte e avere le armi per reagire”

“Cerco di farmi sentire dall’avversario, per caricarmi e tirare fuori il meglio. Se non avesse funzionato, avrei fatto i complimenti a Djere”. In queste parole c’è tutto Lorenzo Sonego

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Passiamo all’italiano, che forse è meglio!” dice un Lorenzo Sonego comprensibilmente raggiante, dopo aver smaltito l’annosa pratica della parte in inglese della seconda conferenza stampa da campione ATP, in virtù della rimonta vincente in finale su Laslo Djere sulla terra di Cagliari. Non capitava da 15 anni che un italiano sollevasse un trofeo in Italia, quindi possiamo perdonare a Lorenzo l’inglese ancora un po’ zoppicante; da numero 28 del mondo come sarà tra poche ore, peraltro, le conferenze di respiro internazionale rischiano di essere sempre di più. Il torinese dovrà farci il callo, soprattutto se il suo obiettivo – dichiarato apertamente nell’intervista sul campo – è qualificarsi per le ATP Finals di Torino, che quest’anno si giocheranno a casa sua.

Devo continuare a migliorare. Nonostante le vittorie, ci sono cose da migliorare per rimanere a questo livello. Ho avuto difficoltà in queste partite e sarà importante cercare di colmare queste lacune che abbiamo trovato, che (una volta risolte, ndr) mi faranno poi salire di livello. Di sicuro c’è tanta strada da fare per arrivare così in alto. Innanzitutto tanti punti di differenza, che significa dover vincere partite e tornei sempre più importanti“. Per farlo Lorenzo non ha già la ricetta, ma qualche indicazione di massima sì. “Devo migliorare fisicamente per avere più spinta dalle gambe. Migliorare il servizio per renderlo più continuo e la risposta per riuscire mettere più pressione. Chi non migliora”, conclude il torinese, “rimane fermo mentre gli altri continuano a migliorare“.

Non è però il caso di essere troppo severi, soprattutto subito dopo la vittoria di un titolo ATP e l’ingresso in top 30. Di pari passo con l’analisi degli aspetti da migliorare va l’identificazione dei progressi già compiuti. “Per me è stato importante migliorare il rovescio, perché i giocatori hanno iniziato a conoscere quella debolezza e finivo per andare in sofferenza. Si sono visti i miglioramenti, ma ci sono margini per riuscire a fare anche da quella parte quello che faccio col dritto“. In riferimento alla settimana cagliaritana, Lorenzo si dice soddisfatto soprattutto della sua resa in risposta. “Era uno dei punti deboli negli anni scorsi, sono contento di come ho risposto e soprattutto di come ho cambiato proprio la posizione in campo per essere più incisivo, oggi in finale. Ho cambiato un po’ strategia, mi sono avvicinato alla riga per essere più aggressivo. E ho cercato di più la potenza con il servizio, servendo più piatto, per comandare lo scambio e per non lasciargli il tempo di giocare“. Anche perché a inizio partita, parola di Lorenzo, era stato proprio Djere a non dargli tempo di costruire il suo tennis.

 

A fronte però degli indubbi progressi tecnici, l’arma principale di Lorenzo Sonego resta la straordinaria capacità di restare sempre in partita (domanda: quanti italiani hanno dimostrato di essere forti come lui in questo?) e di fare la scelta giusta. A volte sbagliando l’esecuzione, ma difficilmente l’intenzione. E quella capacità, propria di pochi giocatori, di giocare i punti importanti con la stessa tranquillità con cui si gioca il primo della partita. “Quando sei sotto, devi pensare di essere forte e avere le armi per reagire. Cerco di guardare le cose nel verso giusto e di farmi sentire dall’altro; per questo ho cominciato anche a esultare a voce alta, volevo farmi sentire e caricarmi. Ho bisogno di fare quello per tirare fuori il meglio. Se non avesse funzionato, gli avrei fatto i complimenti perché ha giocato una partita stupenda. E sarei stato contento lo stesso“.

La masterclass decoubertiana ‘Motivazioni e tenacia sul campo da tennis’, relatore Lorenzo Sonego, si conclude qui. Appuntamento a Montecarlo e al primo turno contro Marton Fucsovics. Forse Sonego non è Rublev, ormai lo spauracchio di Fucso, ma siamo sicuri che l’ungherese non sia troppo contento di affrontarlo.

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