Parla papà Agassi: "Rifarei il tiranno, il destino di un figlio è essere campione"

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Parla papà Agassi: “Rifarei il tiranno, il destino di un figlio è essere campione”

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Intervista a Mike Agassi, padre del tennista ex numero 1 al mondo Andre Agassi, sul rapporto con il figlio e su come lo ha cresciuto. In Italia è stato recentemente tradotto il suo libro, “Indoor”

Parla papà Agassi “Rifarei il tiranno il destino di un figlio è essere campione”

Emanuela Audisio, La Repubblica del 27.04.2015

 

Oggi ha 86 anni e vive in una bella villa di Las Vegas in cui custodisce un robot sparapalle per allenarsi. La sua fama continua a inseguirlo, dalle vittorie negli Slam fino al libro di Andre che raccontava i suoi metodi crudeli. Ma l’ex pugile armeno emigrato in Iran e negli Stati Uniti pubblica la sua verità e non si pente: “È un peso anche lasciare la libertà ai figli. Frustrazioni? I genitori si ribellino agli allenatori” Un segreto tenuto per anni. Ho sbattuto la testa a 23 anni e perso le mie capacità e non ha cambiato abitudini. Mike Agassi ha 86 anni. E in pensione. Vive in una bella villa tra le palme con la moglie. Con campo tennis e robot sparapalle. In garage ci sono palline di gommapiuma che pendono da un filo, in salotto ci sono i trofei del figlio, tante racchette, e uno schermo gigante, sintonizzato solo e sempre sul tennis. È vestito in tuta, sui pantaloni una scritta “No quit”. Queste sono le sue confessioni a nome di tutti i padri padroni del mondo. Quelli che lo fanno per il bene dei figli. “Indoor”, inuscita da Piemme, è la risposta ad “Open”. Mike Agassi contro Andre Agassi, questo è il capitolo finale. II tie-break di una partita durata 36 anni. Alla fine l’abbraccio è totale, ma giusto perché c’è la voglia di metterci una pietra sopra. Dentro c’è ancora molta rabbia e la convinzione: «Mio figlio avrebbe potuto vincere molto di più e giocare molto meglio. Mike,lei ha sacrificato quattro figli in nome dello sport. «Direi tre. Volevo che diventassero campioni. Rita, la prima, nata nel ’60, era una ragazza fortissima, fisico e potenza, ma Pancho Gonzales, l’ ex di tennis, me l’ha rubata. E diventato il suo allenatore, ci è andato a letto, l’ha sposata nonostante i 20 anni di differenza, l’ha allontanata da me e l’ha rovinata. II secondo, Phillip, era un buon giocatore, ma Rita l’ha sempre scoraggiato dicendo che era un perdente. Noi viviamo in Nevada che confina con molti stati mormoni, lui non lo era e cosi non ha mai trovato buone borse di studio. Tami anche era dotata, ma non aveva fisico, era sempre stanca, ha preferito studiare. Andre, l’ultimo e il più piccolo, non direi che l’ho sacrificato, visto che è diventato campione e ora è un miliardario molto generoso, attivo socialmente. Aveva 7 anni quando gli predissi che sarebbe diventato numero uno del tennis». Dov’è il Drago, la macchina che con 2.500 palle al giorno ha torturato l’infanzia di Andre? «Ho chiamato uno per portarla via e gli ho pure dato 50 dollari per il disturbo. Se sapevo che sarebbe diventata simbolo del male l’avrei tenuta e messa in un museo. È vero, ho attaccato una pallina da tennis sulla culla di Andre e appena ha potuto prendere in mano qualcosa gli ho messo una piccola racchetta, ma devo dire che questo ha sviluppato la sua vista in modo straordinario. Andre non aveva bisogno di muovere gli occhi per vedere. Per questo trovava angoli impossibili e si allenava con la macchina, al ritmo di un milione di palle l’anno». Sembra che parli di un prototipo più che di un figlio. «Tagliamo corto. Sono stato un tiranno? Si. Sono stato duro e severo? Si. Ma lo ribadisco: meglio un padre, un genitore, a fianco del figlio sportivo, che un allenatore. E anzi ai genitori di oggi dico: ribellatevi. Non fatevi rubare i vostri ragazzi dai centri tecnici, dalle scuole specializzate, dai guru. Amano per contratto, se lo fanno, non per sangue». Ma se lei ha dato Andre, a 14 anni, all’accademia di Bollettieri. «Doveva andare li solo per qualche mese. Io gli ho pagato il viaggio, ma appena Bollettieri l’ha visto mi ha telefonato dicendomi che avrebbe sostenuto lui tutte le spese, tanto mio figlio era un fenomeno. Sono andato a riprendermelo, visto che Andre non tornava più a casa, e quello che ho visto non mi è piaciuto. Da tutti i punti di vista. Mio figlio veniva tenuto a fondocampo, a battere e ribattere la palla, invece di giocare il serve and volley, di colpire al volo e di anticipare il gioco. Facile così: ma se alleni tutti uguali, dov’è la diversità vincente? Inoltre Nick mi parlava sempre di sesso. Chiaro: sei un ragazzo, hai a portata di mano un sacco di ragazze, che dormono li accanto. Dov’è che mio figlio ha cominciato ad alzare il suo tasso alcolico e a fare cose strane? Capelli ossigenati, trucco agli occhi, smalto sulle unghie? Proprio li». Forse l’avrebbe fatto anche a casa «Un padre ama suo figlio, un allenatore lo fa per soldi. Questa 61a differenza. Ma agli occhi del figlio il coach sa più cose del genitore. Bollettieri ha rovinato Andre, gli ha tolto ulteriore grandezza, convincendolo a cambiare racchetta: dalla Prince alla Donnay. Mio figlio ha preso un milione di dollari e Nick una mazzetta. Ma chi ero io per convincerlo che era uno sbaglio? Ho perso Rita, perché Pancho continuava a dirle: io sono stato un grande campione, tuo padre no, fidati di me, non di lui. Gonzales, sposato e divorziato sei volte, ha avuto otto figli, l’ultimo, Skylar, con Rita. Se era cosi bravo perché nessuno di loro ha sfondato?». Magari non era la loro strada. «Quando Andre era un ragazzino e i campioni venivano a Las Vegas facevano un po’ di palleggi con lui, sotto mia insistenza naturalmente. Ilie Nastase, arrabbiato per un lob che lo aveva scavalcato, per vendetta gli ha tirato una palla dritto in faccia. E Bob Sherman, altro grande tennista, mi ha detto: paga, dammi cento dollari, non gioco con i bambocci, gli ho riposto te ne do 100 se vinci la partita e tu 10 se perdi. Andrehavinto6-3,5-3, Sherman non mi ha pagato, se n’è andato furioso, l’ho inseguito: maledetto, dammi indietro almeno le palle. E volete dirmi che mio figlio non era nato per giocare a tennis. Ma appunto un padre deve esserci in quelle occasioni, e difendere i suoi ragazzi dai soprusi». Lei sui campi ha anche impugnato un martello. «L’avrò fatto qualche volta. Perché ero scontento del gioco di Andre. Ho dato una martellata alla recinzione. E sì ho urlato contro i giudici, e quando Andre ha perso in una finale junior da Jim Courier, per colpa di un arbitro, e gli hanno dato il trofeo per il secondo posto, l’ho preso e l’ho buttato nel fiume. Ci interessava vincere, non la consolazione». E questo dovrebbe essere un esempio? «Dietro il successo dei campioni c’è sempre un genitore. Ok sarà per la loro ambizione, magari frustrata, come la mia, che da pugile per l’Iran ho partecipato a due Olimpiadi senza vincerle, ma intravedere un destino per i figli, invece di lasciarli in balia del niente, può essere male? Connors, Evert, Seles, Capriati, Pierce, Steffi Graf, Nadal, Sharapova, le sorelle Williams: dietro c’è qualcuno della famiglia che ha spinto un’ossessione, come la chiamate voi. Questa casa ha un indirizzo: viale Agassi. Se sono un mostro, sono riuscito molto bene». A proposito di mostri, lei e Peter Graf vi siete capiti subito. «Al nostro primo incontro si è tolto la maglia perché anche lui era stato un pugile e voleva affrontarmi. Abbiamo litigato subito. Tutti e due aggressivi e competitivi…..

Lui: se Andre avesse copiato il rovescio tagliato di Steffi avrebbe vinto di più. Io: se Steffi avesse giocato il rovescio a due mani di Andre ora avrebbe dieci Grand Slam in più. Poi la discussione si è spostata sulla macchina sparapalle». Non ha mai dato soddisfazione ad Andre. «Sono rude e brutale. Dico quello che penso. Quando Andre a Wimbledon ha battuto in finale Ivanisevic dopo tre finali perse del Grande Slam e mi ha telefonato, cosa dovevo dirgli?». Bravo, complimenti. «Ma no, maledizione, mi sono lamentato: come hai potuto perdere il quarto set? Onestamente lo pensavo. E sapevo anche che Brooke Shields non sarebbe stata la moglie giusta. Lei ripeteva che era vergine e che mi avrebbe fatto cambiare idea». Ma lei se ne è andato a metà festa di matrimonio. «Ero stanco. Avevo avuto una giornata orribile. Volevo dormire, buttarmi su un letto. E sì, non mi piace la gente di Hollywood e non mi piaceva l’idea che fossero sposi. Mio figlio non l’ha presa bene, i rapporti si sono molto raffreddati». Nel libro dice che Andre ha fatto subito una fortuna. «Era ricco, pieno di contratti ancora prima di vincere. Era solo un ragazzino. Ma in garage c’erano 25 macchine, tra Ferrari, Porsche, Corvette. Noi padri non possiamo competere con i soldi. E così i figli ci vengono rubati una seconda volta. I soldi ti fanno sentire un dio, superiore a tutti. Alla fine comandano loro. È un braccio di ferro che un genitore perde. Anche se Andre è stato generoso con tutti noi e ci ha comprato questa proprietà. Ma io schiattavo di invida quando nei tornei all’estero vedevo gli altri giocatori, come Chang, con la famiglia in tribuna. Io ho seguito mio figlio solo in America. Una volta l’Img mi ha pagato un viaggio a Wimbledon, ma ho perso la coincidenza e sono arrivato che mio figlio stava perdendo da Sampras, così ho detto al taxi di riportarmi all’aeroporto. Steffi Graf, mia nuora, mi ha offerto il Roland Garros……

 

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Coppa Davis

Coppa Davis, Alex Bublik: “Sono N.36, ma in realtà sarei N.25. Amo l’Italia perché…”

Il kazako ha perso 6-3 6-4 con Novak Djokovic, ma è uno dei tennisti più talentuosi e imprevedibili del circuito ATP. Ha sponsor e passioni italiane

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Alexander Bublik alla 2021 Davis Cup by Rakuten (Credit: Mateo Villalba/Quality Sport Images/Kosmos Tennis)

Sconfitto da Novak Djokovic nel secondo singolare del tie di Davis Cup by Rakuten (giocato mercoledì 1 dicembre e vinto dalla Serbia in rimonta sul suo Kazakistan), Alexander Bublik ha parlato con la stampa dell’opportunità di affrontare il numero uno del mondo. Curiosamente (ma non troppo per chi conosce il suo rapporto particolare con il gioco), Bublik ha dichiarato che per lui non c’è differenza nel preparare un match contro Nole o contro il N.300 del mondo, ma ha comunque riconosciuto le difficoltà del caso: “Giocare contro Novak è dura perché è un grande giocatore, un grande campione. Quando sei in campo con lui sai che ci saranno dei grandi scambi. Credo sia positivo per un giocatore avere delle chance di migliorare, e match come questi ti aiutano a migliorare tanto“.

Intervistato più approfonditamente dal direttore di Ubitennis Ubaldo Scanagatta, Sasha ha poi parlato della sua crescita per certi versi mancata di quest’anno: partito dalla cinquantesima posizione del ranking, ha chiuso al N.36 (vicino al best ranking di 34), ma è stato anche uno dei più danneggiati dalle modifiche del ranking che ancora permettono a diversi giocatori che nel 2021 hanno fatto meno punti di rimanere davanti a lui, da Dominic Thiem a Roger Federer, da Gael Monfils a Cristian Garin e Dusan Lajovic.

Nella Race to Torino, Bublik ha infatti concluso il 2021 al ventisettesimo posto, abbondantemente in zona seed negli Slam, e per questo motivo sente che la sua stagione è stata migliore di quanto le classifiche facciano intuire: “Sono N.36 a causa del ranking congelato, nella Race sono 25 o giù di lì [27, come detto, ndr]. Non avevo obiettivi di classifica perché sapevo che la mia crescita sarebbe dipesa anche dal fatto che tanti giocatori che erano davanti a me avrebbero potuto mantenere molti dei punti [del 2019 e del 2020]. Sarei felice se il mio ranking riflettesse quello che ho guadagnato nella Race, vale a dire il venticinquesimo posto; la Race è il vero ranking. Comunque è solo un numero, e in questo tipo di annata puoi solo cercare di adattarti e tenere a mente che le modifiche varranno solo una volta; l’anno prossimo avrò una chance di dimostrare il mio vero valore”.

 

Bublik ha anche un bel legame con l’Italia; il suo sponsor è infatti Yoxoi, azienda veneta (qui la nostra intervista con i due fondatori Giacomo Ruzza e Diego Mandarà: parte 1 e parte 2), ma questo non è l’unico punto di contatto con il Belpaese, né lo è la sua ammirazione per Jannik Sinner. Durante la conferenza Sasha si è infatti dichiarato italofilo a 360 gradi: “L’Italia è uno dei miei Paesi preferiti, mi piacciono il suo cibo, le persone e la lingua. Ho anche un tatuaggio in italiano! Mi piace davvero, e anche il mio rapporto con Yoxoi è molto buono, stiamo lavorando ad un rinnovo biennale del mio contratto; sono contento di essere parte di un team italiano”.

Chissà che queste dichiarazioni non possano valergli il favore del pubblico quando verrà a giocare in Italia nei prossimi anni! Una cosa è certa, però: dai tweener ai servizi dal basso, dagli hot shot alla rottura della quarta parete, Bublik continuerà a valere il prezzo del biglietto.

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Interviste

“Per qualche dollaro in più” con Malek Jaziri

Racconto di una giornata nel Challenger di Champaign dove stelle emergenti e vecchie volpi combattono per tornare al centro dell’arena

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Malek Jaziri al Western & Southern Open di Cincinnati 2018 (Credit: @CincyTennis on Twitter)

Articolo a cura di Marco Lorenzoni

Il fascino nell’essere lontano dai riflettori

Mentre tutta l’attenzione degli appassionati e degli addetti ai lavori è verso le ATP Finals di Torino ci troviamo a Champaign nella zona centrale dell’Illinois, circa due ore a sud di Chicago. Qui dal 1996 si tiene il Challenger di Urbana- Champaign, uno degli ultimi tornei di questa categoria della stagione, importante per chiudere bene la stagione e soprattutto ottenere punti per entrare direttamente nel main draw dell’Australian Open. Fino a qualche giorno prima del torneo erano iscritti anche Seppi e Sandgren. Il primo ha probabilmente rinunciato sia per i noti problemi all’anca sia per spendere più tempo con la famiglia. Il secondo è reduce da una stagione molto negativa e pare logico abbia deciso di staccare dal tennis per qualche settimana per poi iniziare la preparazione per il 2022. Champaign è una piccola cittadina che assieme a Urbana è la sede dell’università dell’Illinois, frequentata tra gli altri da Kevin Anderson. L’energia della metropoli è lontana, d’altronde l’Illinois è chiamato “The Prairie State”, a parte Chicago il resto dello stato è fatto di cittadine più o meno piccole, alcune di queste attraversate dalla mitica route 66. Champaign non è attraversata dalla “Mother Road” ma ha comunque il suo fascino.

 

Farsi le ossa sulla terra battuta

 La testa di serie numero uno del torneo è Daniel Altmaier che proprio questa settimana festeggia il suo best ranking al numero 98 del mondo. Il suo ingresso nel torneo è contro Malek Jaziri in quello che è sicuramente il match di cartello di questo martedì. Il giocatore tedesco non è sconosciuto al pubblico italiano dal momento che al Roland Garros del 2020 fu in grado di sconfiggere Berrettini al terzo turno senza perdere nemmeno un set. Raggiungendo gli ottavi a Parigi divenne il quinto giocatore dal 2000 a raggiungere gli ottavi di finale in Francia partendo dalle qualificazioni. Guardando i risultati da lui ottenuti nel 2021 si può dire che per ora quel torneo è stato un fuoco di paglia. In questa stagione ha giocato principalmente nel challenger, I risultati migliori sono arrivati proprio sulla terra battuta durante l’estate con le vittorie a  Braunschweig e a Ludenscheld, nella sua Germania. In mezzo a questi due trionfi è riuscito a conquistare due semifinali consecutive Atp a Umago e Kitzbuhel. Pochi giorni fa ha anche ottenuto la sua seconda finale in carriera in un Challenger sul cemento di Knoxville dove a fermarlo è stato Eubanks. Altmaier, però, non è ancora riuscito a mettersi in mostra nei tornei più importanti, discutibile da questo punto di vista la scelta di rinunciare a giocare le qualificazioni dello US Open per continuare a giocare challenger in Europa sulla terra battuta. Così per ora la sua unica apparizione in un main draw slam rimane il Roland Garros 2020.

La solitudine di Malek

Il torneo come detto si gioca sui cinque campi indoor dell’università. Non appena varchiamo l’ingresso principale del torneo andiamo al secondo piano dove si può avere una visuale migliore sia della partita, sia dell’impianto. Qualche ora prima di scendere in campo troviamo Malek Jaziri rilassarsi in solitudine apprezzando le gesta dei suoi colleghi. Il tunisino nonostante sia sprofondato al numero 303 del mondo rimane sicuramente il nome di spicco dell’evento. Best ranking al numero 42 del mondo ottenuto solamente due anni e mezzo fa, a gennaio del 2019, Malek vanta ben tre vittorie contro top 10 tra cui quella ottenuta a Pechino nel 2018 contro l’allora numero 4 del mondo Alexander Zverev. Il tedesco avrebbe vinto le ATP Finals un mese più tardi ma quel giorno perse la testa davanti alle variazioni del suo avversario. Inoltre il tunisino ha raggiunto ben due volte il terzo turno all’Australian Open e giocato la finale del torneo 250 di Istanbul nel 2018. La pandemia e alcuni piccoli infortuni lo hanno fatto sprofondare nel ranking e per uno come lui è oggettivamente difficile pensare di risalire velocemente. Malek infatti non possiede nessun colpo particolarmente incisivo ma è un giocatore a tutto campo. Deve essere al meglio della sua condizione fisica per tessere le sue trame con lo slice, gli attacchi in controtempo e le accelerazioni di dritto. Nel 2021 ha giocato praticamente solo a livello challenger, con risultati molto negativi ed è finito nel dimenticatoio nonostante sia sempre stato uno dei tennisti più piacevoli da vedere sul campo.  Ha raggiunto una sola semifinale, ad agosto a Liberec venendo asfaltato da Alex Molcan, uno dei giocatori più caldi a livello challenger.

La partita tra Altmaier e Jaziri viene disputata sul “court 5”, scelta curiosa dal momento che questo campo è quello più lontano dall’accesso principale dell’impianto.  Daniel è in fiducia e si vede. Jaziri invece è insicuro, soprattutto con il dritto e soffre le accelerazioni del tedesco. Così si ritrova rapidamente sotto un break. Altmaier si fa apprezzare per il rovescio a una mano, il suo colpo migliore, anche se talvolta sembra non avere abbastanza tempo per caricarlo su questi campi. Il dritto non è abbastanza incisivo e anche il servizio, nonostante sia alto un metro e 90 centimetri, è davvero migliorabile. Jaziri viene da otto sconfitte consecutive e perdere così rapidamente il primo parziale non aiuta. Gli errori fanno infuriare il tunisino, il furore è ancora dentro di lui. Si mette le mani nei capelli e lancia un’occhiataccia alla signora al nostro fianco rea di applaudire un po’ troppo spesso Altmaier. Malek però è uno di quei giocatori che nella zuffa si esalta e così sotto 6-3 4-2 prova a darsi una scossa. Il servizio diventa un po’ più costante e tatticamente gioca continuamente lo slice sul rovescio del tedesco per impedirgli di essere aggressivo. Jaziri si procura una palla break per tornare nel match ma una discesa a rete troppo “allegra” gli cancella le ultime speranze di rientrare nel match. 6-3 6-4 Altmaier ma nel secondo set c’è stata lotta.

Appena uscito dal campo cerchiamo di scambiare due parole con Jaziri. Ciò che colpisce immediatamente è la sua lucidità, nonostante un momento molto duro della sua carriera e l’ennesima sconfitta della sua stagione ci dà appuntamento nella piccola player lounge del torneo. La player lounge a Champaign consiste in un piccolo spazio con alcune sedie e una televisione che sta trasmettendo le partite delle ATP Finals di Torino. Il cibo a disposizione degli atleti consiste in banane e barrette energetiche. Questa è anche la location in cui i tennisti aspettano lo shuttle che li porta all’Holiday Inn che si trova a circa due miglia dall’impianto.

Dopo pochi minuti Malek arriva sorridente e così la nostra intervista può iniziare.

Ciao Malek, partiamo dalla partita. Secondo set molto equilibrato, cosa pensi della tua prestazione e del tuo avversario in particolare?

La partita è stata molto combattuta, ogni punto tirato e alla fine ho avuto le mie occasioni per allungare il match. Se fossi arrivato a questa partita con più vittorie sarebbe stato diverso. Ho sentito che per la maggior parte del secondo set avevo il controllo del gioco ma ho sbagliato alcune chiusure a rete. Lui è in fiducia, ha appena fatto la finale a Knoxville e ha giocato tante partite quest’anno. Ho avuto alcune palle break, non le ho concretizzate ed è  ciò che ha fatto la differenza.

La partita è cominciata a passare dalla tua parte quando hai cominciato a usare con più frequenza lo slice.

Ho usato lo slice per cercare di allontanarlo dalla sua “comfort zone”. Ci sono quasi riuscito ma purtroppo è un periodo in cui non riesco a sfruttare le chance che mi procuro.  E questo viene dall’avere poca fiducia nei momenti decisivi. Ho sicuramente bisogno anche di un pochino di fortuna. Anche Andy (Murray) quando ha cominciato a giocare a livelli più alti ha lamentato la mancanza di vittorie nella sua difficoltà nel cogliere le chances. È una questione di testa. Ho bisogno solo della scintilla. Fisicamente mi sento a posto, ho vinto il torneo di doppio due giorni fa a Knoxville, un solo giorno di riposo ma ciò nonostante più il match s’allungava meglio mi sentivo.

Poco più di due anni fa festeggiavi il tuo best ranking al numero 42 del mondo, hai battuto in carriera tre top 10 e hai raggiunto ben due volte il terzo turno all’Australian Open. È difficile per te trovare motivazione andando in giro per Challenger?

Mentirei se dicessi che è semplice. Innanzitutto perché tutti i giocatori presenti in questi tornei sono forti. Poi giocano con il coltello tra i denti perché vogliono riuscire ad andare a giocare tornei Atp dal momento che nei Challenger non guadagni niente. Il livello è migliorato molto, il tennis è diventato più fisico rispetto a dieci anni fa e praticamente ogni giocatore oggi ha un preparatore atletico.

Tu giochi un tennis piuttosto particolare. Usi molto lo slice, vieni spesso a rete. Cosa pensi della nuova generazione?

I tennisti della nuova generazione sono tutti alti e cercano di colpire con la massima potenza. Io preferisco giocare con più creatività, andando a rete, mischiando le carte cercando di togliere punti di riferimento al mio avversario. Non guardo solo all’efficacia del tipo di gioco ma a ciò che mi fa divertire in campo.

Come detto tu hai ottenuto il tuo best ranking a gennaio del 2019. Pensi che la pandemia abbia influenzato la tua discesa nel ranking?

Ho avuto alcuni piccoli infortuni che mi hanno letteralmente tolto il ritmo. Non sapevo quanto sarei stato fuori dal campo. Mi sono dovuto fermare una volta per tre settimane, una per quasi due mesi e così sono tornato in campo non al massimo della mia forma. Avrei potuto usare il mio ranking protetto ma non l’ho fatto. Per giocatori come me che basano la propria classifica sul giocare tanti tornei è stato particolarmente difficile.

A proposito di Challenger, pensi che l’Atp si adoperi abbastanza per i giocatori che sono fuori dalla top 100?

Onestamente penso che si potrebbe fare molto di più. Ci dicono che dovremmo essere contenti che con la situazione generale nel mondo siamo in grado di giocare tanti tornei. Ma i Challenger oggi giorno sono duri. Ho appena giocato contro un ragazzo che è top 100 per soli 400 dollari [per esattezza il prize money per chi perde al primo turno è di 520 dollari n.d.r.], poi togli il 30% che va in tasse e non ti rimane quasi nulla. Se non vinci il torneo rischi di spendere molto di più di quanto guadagni. La scorsa settimana ho vinto il torneo di doppio a Knoxville, mi vergogno a dirti che guadagnato 1400 dollari senza considerare le tasse, le spese per l’aereo e per noleggiare l’auto. Qualche volta devi prendere l’aereo qui negli Stati Uniti e può costarti fino a 300 dollari. Così arrivi a giocare un torneo che hai già speso 1000 dollari e in questo modo hai la pressione di vincere a tutti i costi. Per questo dovrebbero in questo tipo di tornei aumentare almeno il prize money del primo e secondo turno. Per me chi vince lo US Open può guadagnare anche 100 milioni ma devono interessarsi anche di chi gioca nei tornei minori. Nel 2019 ho avuto una buona stagione, quindi sono riuscito a guadagnare con continuità poi è arrivata la pandemia nel 2020 e non ho guadagnato niente così ho dovuto giocare challenger. Vengo dalla Tunisia e non è semplice. Spendo 2000 dollari solo per l’aereo. L’Atp può fare di più.  Potrebbero creare una pensione anche per i ragazzi che giocano Challenger. O impedire ai giocatori posizionati nei primi 100 di giocare questi tornei. A un ragazzo che vuole diventare professionista direi che solo i top 100 guadagnano. E questo non è giusto.

A questo proposito Djokovic e Pospisil hanno ricevuto parecchie critiche quando hanno creato la PTPA che cerca di dare voce ai top 500 in singolo e ai top 200 in doppio. Pensi sia una buona idea?

Sinceramente la PTPA mi sembra un’ottima idea. Almeno cercano di aiutare e s’impegnano a cercare nuove idee. Chiunque abbia desiderio di migliorare questa situazione è benvenuto. È tempo che la gente riconosca che qualcosa deve cambiare.

Mi ha stupito la tua scelta di venire a giocare negli Stati Uniti proprio alla fine della stagione. C’è una motivazione particolare dietro questa scelta?

Non mi piace giocare sulla terra battuta. Ho fatto la finale a Istanbul nel 2018, i quarti di finale a Barcellona ma la mia superficie preferita è il cemento. Quest’anno non c’erano molti tornei sul cemento in Europa così mi sono ritrovato a giocare molti tornei sulla terra battuta. Solo in queste settimane sono tornati in Europa a giocare sul cemento. Tutta l’estate prima dello US Open i Challenger erano sulla terra battuta. Dovrebbero inserire molti più tornei sul duro a livello Challenger esattamente come fa l’Atp. A inizio anno prepari il primo slam stagionale in Australia con una serie di tornei sul cemento, poi in primavera giochi sulla terra battuta. Ma c’è un ordine mentre a livello Challenger ognuno fa ciò che vuole. Se gioco lo US Open voglio avere la possibilità’ di preparare lo slam giocando anche tornei minori sulla stessa superficie. Guarda Botic (Van De Zandschulp). Prima dello US Open è stato costretto a giocare tantissimi challenger sulla terra battuta. Anche se ha fatto molto bene a New York non penso sia la preparazione ideale.

Il tuo gioco però si adatta abbastanza bene alla terra battuta. Hai ottenuto buoni risultati in carriera e l’avere un’ottima sensibilità paga su superfici più lente.

Per me il problema è dal punto di vista fisico. La terra battuta mi richiede uno sforzo nettamente maggiore, soprattutto quella europea, particolarmente lenta e pesante. Ora che devo risalire nel ranking sono consapevole del fatto che non posso farlo giocando così tanto sulla terra.

Sempre parlando a livello Challenger noti una grande differenza di livello tra i tornei Atp e un torneo come questo?  Giocatori di successo a livello Atp come te e Jack Sock fanno fatica a imporsi a questo livello. Come te lo spieghi?

I tennisti che abitualmente giocano Challenger hanno molta più motivazione quando giocano contro giocatori famosi perché giocano senza nulla da perdere ma allo stesso tempo con la voglia di prendersi la scena e le prime pagine dei giornali. Il livello qui a Champaign è alto perché ci sono i tennisti dell’università che giocano molte partite e sono piuttosto forti.

Quali sono i tuoi obbiettivi a breve termine?

Prima di tutto vorrei tornare dentro i primi 150. Poi torniamo a parlare. Oggi ho fatto partita pari con un ragazzo che è dentro i top 100 ma per me è molto importante riuscire a essere integro fisicamente per trovare il giusto ritmo.

Hai giocato e ti sei allenato con i migliori giocatori del mondo. Tra Djokovic, Federer e Nadal chi per te merita di essere considerato in questo momento il migliore della loro generazione?

Per me Novak è il più difficile da affrontare perché è’ il più’ completo e non ha praticamente punti deboli. Non lo dico perché ora sta battendo tutti i record, lo penso da molto tempo (ride). C’è da dire che è fortunato perché dal punto di vista fisico riesce a giocare integro per tutta la stagione, un dettaglio non da poco.

Quali sono i giocatori della nuova generazione che ti esaltano maggiormente?

Mi piace molto Sinner, soprattutto per il modo in cui copre il campo e anticipa la palla. Berrettini lo conosco da più tempo avendoci giocato la finale nel Challenger di Istanbul (partita vinta da Jaziri per 7-5 al terzo set nel 2017) parecchi anni fa. Lui fa parte della nuova generazione, servizio e dritto. Mi piace molto Shapovalov, non gioca mai lo stesso tipo di palla, cerca di venire vicino alla rete, è un giocatore spettacolare.

Per chiudere quest’intervista. Com’è il tuo rapporto con internet e i fans? Ti capita di ricevere messaggi negativi dopo una sconfitta?

Mi capita spesso dopo una sconfitta di ricevere insulti. Capisco che ci sono persone che scommettono soldi ma non si possono oltrepassare certi limiti. Non comprendono le difficoltà che ci sono nel giocare a tennis praticamente ogni settimana sotto pressione e con me in particolare le offese sono spesso a sfondo razziale. 

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Coppa Davis, Volandri: “Primo mattoncino per il futuro”. Sinner: “Giocare per la nazione è totalmente diverso”

I protagonisti azzurri commentano l’uscita di scena contro la Croazia. Fognini: “Fatico a stare lontano da casa”

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Filippo Volandri e Jannik Sinner - Finali Coppa Davis 2021 (photo by Jose Manuel Alvarez / Quality Sport Images / Kosmos Tennis)

Difficile per l’Italia del tennis digerire una sconfitta arrivata in casa nel doppio decisivo, tuttavia come si è visto in campo la superiorità della Croazia nell’ultimo match è stata evidente e dunque il capitano Filippo Volandri in conferenza stampa ha giustamente elogiato la sua squadra: “Sono molto orgoglioso dei miei ragazzi, abbiamo cercato di vincere, questa settimana è stata fantastica ma abbiamo dovuto gestire varie emergenze con gli infortuni di Simone [Bolelli] e Matteo [Berrettini]. Parlando poi in proposito dell’ultimo match ha aggiunto: “Tutte le squadre contro cui abbiamo giocato avevano un doppio pazzesco. I colombiani e gli americani erano fortissimi. I croati sono i migliori al mondo”. E il PalaAlpitour deve portare bene alla nazione balcanica, che a Torino, nel 2016, con la sua squadra di basket aveva estromesso l’Italia dall’Olimpiade di Rio de Janeiro vincendo all’overtime (84-78) lo spareggio decisivo.

La vera delusione per il risultato di ieri sta nel match che ha aperto la giornata durante il quale si è consumata una vera e propria sorpresa quando il n. 276 Gojo ha battuto in tre set il nostro numero 2. Lorenzo [Sonego] sapeva che dal suo lato il punto era necessario e ha sentito più tensione del solito, nel terzo set ha sentito troppo il dovere di vincere la partita. Questo succede in coppa Davis, la sua miglior partita è stata contro Opelka, che era la partita più difficile. Oggi ha dovuto combattere con tante emozioni, ha avuto una bella reazione nel secondo set, ma è andata così“.

In questa fase finale della Davis Cup c’è stato anche l’esordio nella competizione di Jannik Sinner il quale ha risposto alla chiamata con tre vittorie in singolare e due sconfitte in doppio al fianco di Fognini. È molto diverso da un torneo normale, tutti hanno dato il 100%. Spero di essere cresciuto in queste partite” ha commentato l’altoatesino. Ormai abbiamo imparato a conoscerlo e sappiamo quanta importanza metta nel processo di apprendimento come ha ribadito nuovamente. “Ho imparato tante cose già nelle Finals; giocare qua è totalmente diverso perché giochi per tutto il team e non per te stesso. C’è più responsabilità perché giochi per la nazione, ovviamente il doppio lo devo ancora imparare, credo che Fabio abbia tanta esperienza e mi ha insegnato tanto, anche con Bolelli. Mi ha fatto piacere stare in questo gruppo, non è facile fare il Capitano, anche per lui era la prima volta, ma ci ha lasciato abbastanza liberi”.

Volandri è poi tornato a parlare concentrandosi sul futuro e scacciando via pensieri di rammarico per il risultato. “Abbiamo messo un primo mattoncino per qualcosa di più importante in futuro. Sul doppio siamo stati sfortunati perché Bolelli è il numero 9 del mondo in doppio e Matteo avrebbe potuto dare un grosso aiuto anche lì ma non abbiamo potuto averli a disposizione”. Su un possibile trasferimento delle fasi finali della Coppa Davis per la prossima stagione invece: “Su Abu Dhabi non saprei, a me piace giocare la Davis in casa o comunque nelle sedi delle squadre che la giocano. La proposta di Nole di giocare in sei location differenti è molto interessante”.

 

Infine ha parlato anche il 34enne Fabio Fognini che ieri sera ha disputato il suo 67esimo incontro con la maglia azzurra. “Faccio sempre più fatica a stare lontano da casa per periodi prolungati. Penso che giocherò tornei ravvicinati. Futuro in nazionale? C’è un ricambio in atto, dovrò meritarmi la convocazione, ci sono tanti giovani molto forti”. In precedenza aveva anche voluto ricordare il Professor Parra e il grande apporto che ha dato a tutto il team: Sono molto triste per la scomparsa di Parra, abbiamo passato bei momenti insieme”.

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