CoCo Vandeweghe, la sorpresa di Wimbledon

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CoCo Vandeweghe, la sorpresa di Wimbledon

A Wimbledon 2015 una sola giocatrice fuori dalle teste di serie è riuscita a raggiungere i quarti di finale: CoCo Vandeweghe

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Dopo diverse stagioni difficili, in cui le sorelle Williams emergevano solitarie, il tennis femminile statunitense sembra di nuovo avere recuperato la capacità di proporre giocatrici interessanti.
Quattro-cinque anni fa si era avuta l’impressione che la USTA (la federazione americana) non sapesse più formare tenniste di alto livello: nessuna giocatrice attorno ai vent’anni riusciva a superare il muro del 50mo posto, tanto che ci si cominciava a domandare se la crisi non fosse determinata da condizioni strutturali della società americana, condizioni che sembravano penalizzare il tennis rispetto ad altri sport nel reclutamento dei migliori talenti.
Direi che la questione rimane aperta per il tennis maschile, ma per quanto riguarda le donne, il peggio è passato. E se non credo si possa pretendere di trovare eredi del livello straordinario di Venus e Serena, di sicuro ci sono tante tenniste di qualità in tutte le fasce di età, sia a livello junior che tra le giovani professioniste.

Non credo sia un caso, ad esempio, che nell’ultimo torneo di Wimbledon siano approdate ai quarti di finale tre americane (Serena Williams, Keys, Vandeweghe).
La meno attesa delle tre era senza dubbio CoCo Vandeweghe: fuori dalle teste di serie, a Londra è però riuscita a raggiungere un posto tra le prime otto malgrado il tabellone proibitivo: Schmiedlova, Pliskova, Stosur, Safarova; l’ha fermata solo Sharapova al terzo set, in quella che sarebbe poi diventata la partita più lunga del torneo (2 ore e 46 minuti).

Tra le giovani americane emergenti CoCo è la più anziana: è nata nel dicembre del 1991 a New York (ma da bambina si è trasferita in California, dove ha sempre vissuto), e quindi ha ormai 23 anni compiuti. Forse parlare di giovani a 23 anni comincia ad essere eccessivo, ma personalmente tendo ad essere piuttosto elastico sulla valutazione dell’età delle giocatrici: i tempi di maturazione variano da persona a persona e credo che si debbano approfondire gli aspetti specifici di ognuna per capire a che punto si possono considerare nello sviluppo della carriera.

 

Nel caso di Vandeweghe penso che si debba tenere conto di alcune particolarità. A cominciare dall’età nella quale ha iniziato a giocare a tennis: 11 anni. Infatti ci si è dedicata dopo avere provato altri sport, come il basket e la lotta (da bambina gareggiava nella stessa categoria di peso del fratello maggiore, ma la madre aveva evitato che si incontrassero perché, secondo CoCo, sapeva che il fratello sarebbe stato assolutamente distrutto” da lei).

Non solo aveva iniziato tardi rispetto alla media, ma da junior aveva disputato una carriera limitata. Pochi match nei tornei ITF internazionali, tanto che solo alla soglia dei 17 anni, aveva ottenuto una wild card per misurarsi nello Slam di casa; erano gli US Open 2008. E a New York, senza essere testa di serie, aveva vinto il torneo senza perdere un set. Una sorpresa assoluta, rimasta senza un seguito, dato che quello sarebbe stato l’ultimo torneo disputato tra le ragazze.

Sorpresa di sicuro, ma sarebbe sbagliato pensare a CoCo come a una sconosciuta diventata famosa in quell’occasione, visto che il suo cognome non poteva certo passare inosservato.
Vandeweghe è infatti il nome di una dinastia di sportivi americani celebri. Il nonno Ernie è stato un giocatore di basket professionista negli anni ’50 a New York. Lo zio Kiki (figlio di Ernie) è stato una stella NBA degli anni 80-90, che ha giocato a Denver, Portland, New York prima di chiudere in California.
La mamma Tauna, sorella di Kiki, ha partecipato alle Olimpiadi addirittura in due sport: come nuotatrice a Montreal 1976 e come pallavolista a Los Angeles 1984. E se questo non basta, uno zio dei Vandeweghe, Mel Hutchins, era stato a sua volta cestista professionistico di successo, anche lui da All-star game; compagno di squadra di Ernie, che poi aveva sposato la sorella.

CoCo in realtà si chiama Colleen (come la nonna Colleen Hutchins, Miss America nel 1952, la moglie di Ernie e sorella di Mel), ma lei stessa ha spiegato perché tutti la chiamano CoCo: ”Mia madre è figlia degli anni ’60 e tutti in famiglia ci chiamiamo con soprannomi invece che con i nomi ufficiali: e così il mio fratello maggiore è Beau, il minore Crash, e la mia sorella minore Honnie”.
Nel 2008 il cognome famoso la rendeva pronta per le copertine ma non ne faceva certo una giocatrice fatta e finita: anzi, di lei spiccavano le qualità come i difetti; i grandi colpi come i grandi limiti.
La prima grande qualità è sempre stato il servizio: un colpo di livello superiore, caricato moltissimo di gambe (in questo mi ricorda Boris Becker, o Sabine Lisicki), grazie alle quali si genera la potenza che ne fa uno dei più veloci in assoluto del circuito.
L’altro punto di forza del suo gioco era, ed è, il dritto: un movimento forse non bellissimo, con uno swing un po’ macchinoso, ma quello era il colpo a cui affidava la naturale conclusione degli scambi di cui prendeva il controllo grazie alla battuta.
CoCo è sempre stata meno sicura di rovescio e con una generale difficoltà negli spostamenti in campo. Non che il suo potenziale atletico fosse disastroso, ma il problema con cui ha dovuto misurarsi nei primi anni di carriera professionistica è stato il sovrappeso.

Tutto questo la rendeva una giocatrice poco solida sul piano del palleggio, per cui contro di lei spesso poteva essere sufficiente allungare lo scambio per farla sbagliare e avere la meglio. A questo proposito aveva fatto scalpore un match del 2013 a Bruxelles in cui Vandeweghe aveva accusato (via Twitter) Yulia Putintseva di mancanza di sportività perché l’aveva apostrofata “come una giocatrice terribile, solo servizio”. Il dialogo si sarebbe svolto alla fine della partita persa da CoCo contro Yulia, e questo sarebbe stato il commento ricevuto al momento della (mancata) stretta di mano:

Il condizionale è d’obbligo perchè Putintseva da parte sua aveva smentito, sempre via Twitter:

Che sia accaduto o meno, il dialogo era sintomatico di una situazione di disagio che richiedeva un cambiamento. Il New Tork Times individua il punto di svolta nella sconfitta subita all’inizio del 2014 nelle qualificazioni di Acapulco contro la numero 171 Risa Ozaki. Vandeweghe si sarebbe detta che non poteva andare avanti così.
Non so se quel match sia stato davvero determinante o se semplicemente CoCo sia riuscita a trovare un migliore equilibrio derivato dalla maturità umana o professionale; in sostanza, i fatti ci dicono che realmente nelle ultime due stagioni Vandeweghe è riuscita a perdere peso, curando con molta più attenzione la preparazione fisica. Se non ricordo male, quando lo stesso problema era emerso per Taylor Townsend, CoCo ne aveva parlato come una questione molto più difficile da risolvere di quello che molti potrebbero pensare.
E sino a tutto il 2013 questo è stato un handicap serio, che a mio avviso l’aveva limitata molto, e che una volta tenuto sotto controllo spiega molti dei progressi dell’ultimo periodo. Nel gennaio del 2014 era 110 del ranking, a fine stagione numero 40.

Poi c’è la questione caratteriale. A me agli inizi aveva dato l’impressione di essere una giocatrice misurata, che tendeva a stare ai margini del match sul piano agonistico. Se penso alle partite di Coco che avevo seguito nei primi anni di circuito, devo dire che la ricordo piuttosto tranquilla in campo. Invece ultimamente è diventata molto più tosta.
I ricordi recenti sono caratterizzati da diverse racchette spaccate, frequenti lamentele con gli arbitri e anche qualche situazione in cui ha probabilmente passato il limite. Ad esempio l’anno scorso quando aveva perso a Wimbledon da Smitkova ed era uscita dal campo senza stringere la mano al giudice di sedia; il tutto a causa di un paio di chiamate contestate (il campo era senza hawk-eye) che però a me erano parse del tutto fisiologiche in un match senza il falco.
Oppure quest’anno, quando ha avuto una polemica con l’arbitro Eva Asderaki nel corso del match contro Sharapova: prima ha chiesto alla giudice di sedia di richiamare Maria (per movimenti scorretti in fase di attesa alla risposta), poi è tornata alla carica dicendo che avrebbe potuto parlare lei stessa direttamente a Sharapova, visto che Asderaki non aveva il coraggio. E poi ha ribadito le accuse di scarsa sportività nei confronti di Sharapova in conferenza stampa.
Insomma, sembra si stia avviando a diventare una delle giocatrici più difficili da gestire del circuito. Se raffrontata alle impressioni dei primi anni, devo dire che per me è stata una sorpresa, ma forse questi atteggiamenti recenti sembrano sposarsi meglio con il carattere di quella bambina che faceva wrestling e si sentiva pronta per “distruggere assolutamente” il fratello se l’avesse incontrato. Oggi CoCo è una giocatrice con un forte spirito agonistico e lo dimostra a pieno in campo. Che piaccia o meno, probabilmente adesso esprime se stessa in modo più rispondente alla sua natura.

Ma non credo che i cambiamenti fisici e caratteriali bastino da soli a spiegare il quarto di finale a Wimbledon. A Londra a mio avviso ci sono stati anche importante progressi tecnici.
Innanzitutto in risposta: ha risposto per tutto il torneo piuttosto bene di rovescio, e così ha disinnescato una delle soluzioni tattiche che le sue avversarie probabilmente pensavano di avere contro di lei. I miglioramenti in risposta si sono tramutati in un maggior numero di scambi in cui prendere il controllo del palleggio, rimanendo su un terreno più adatto alle sue caratteristiche fisico-tecniche.

A questo ha aggiunto un drastico calo degli errori gratuiti e maggiore efficacia nelle volèe. In sostanza è risultata una giocatrice più aggressiva e incisiva nei turni di risposta, e in generale più solida nel palleggio. Un progresso che, unito ai suoi tradizionali punti di forza, le ha consentito di arrivare tra le prime otto in uno Slam, di eliminare una top ten come Safarova e di sconfiggere una giocatrice considerata come una delle possibili sorprese per la vittoria finale come Karolina Pliskova.

In questo momento ha eguagliato il suo best ranking (numero 32), diventando la quarta giocatrice statunitense in classifica dopo Serena, Venus e Keys.
L’erba è probabilmente la superficie migliore per il suo gioco (in carriera ha vinto il suo unico torneo WTA nel 2014 a ‘sHertogenbosch), ma la stagione sui prati dura poche settimane. Nei prossimi mesi si capirà se l’impresa di Wimbledon è stato un exploit episodico, determinato da due settimane di forma eccezionale, o il sintomo di un progresso più stabile e duraturo: e se così fosse, potrebbe ritagliarsi un ruolo di rilievo anche nei prossimi tornei sul cemento americano.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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