Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

Focus

Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

Steve Tignor racconta per tennis.com perché un tennista, professionista e non, una volta solo su un campo da tennis si trova a sfidare il proprio destino; e lì assalito dai pensieri cerca di controllarli. Ecco dove nascono le superstizioni.

Pubblicato

il

Qui l’articolo originale

“Un vasto sistema di controllo”. Di cosa parlava Mariana Borg quando pronunciò queste parole nel 1980? Il governo totalitario della sua nativa Romania? No, in realtà si riferiva a qualcosa di ancora più universale: le superstizioni di suo marito Bjorn a Wimbledon.

Eccone una breve lista:

 

Indossare lo stesso outfit Fila con cui aveva vinto il titolo nel 1976; cinque anni dopo lo svedese indossava ancora la stessa maglia aderente a strisce.
Alloggiare nella stessa stanza dello stesso albergo poco lussuoso, l’Holiday Inn dell’Hampstead. Sedere sulla stessa sedia durante i cambi campo. Guidare la stessa auto, e fare la stessa identica strada di sempre, dall’hotel al club – il coach di Borg, Lennart Bergelin, non voleva che l’”Assassino Angelico” potesse essere disturbato da “qualunque inatteso imprevisto”.
Ai genitori di Borg, sempre per superstizione, era permesso di andare a vederlo giocare a Wimbledon ogni anno. E sicuramente capivano bene il figlio. Nel 1979, la madre di Borg, Margaretha, mangiava un chewing gum nel box durante la finale di cinque set che il figlio disputò contro Roscoe Tanner. La sputò, ma quando Borg perse il game subito dopo, la raccolse da terra e se la rimise in bocca. È solo una follia se non funziona, dicevano, ma quella volta funzionò. Borg alla fine vinse. Avrà sicuramente ringraziato la madre dopo.

Le superstizioni di Borg sono solo le più famose in uno sport che ne è sempre stato pieno. Richard Gasquet chiede sempre la stessa pallina dopo un punto vincente. Rafael Nadal deve avere le sue bottigliette d’acqua sempre perfettamente allineate dopo ogni cambio campo, e la linea di fondo ben pulita dalla terra rossa ogni volta che risponde. Serena Williams ha indossato lo stesso paio di calzini durante tutto un torneo. Garbiñe Muguruza ha detto di aver seguito la stessa routine e di aver mangiato sempre nello stesso ristorante dopo ogni partita durante la sua corsa verso la finale di Wimbledon di quest’anno – “Non possiamo cambiare nulla!” ha detto ridendo. L’anno scorso Jack Sock ha dichiarato al Sydney Morning Herald che, durante gli US Open del 2013, voleva entrambi i raccattapalle dietro di lui per avere da loro tre palline a testa prima di servire. “Ad un certo punto uno ne aveva quattro e l’altro due”, ha detto Sock, “e venni brekkato in quel game. Così parlai con loro per essere sicuro che avessero capito che dovevano averne tre per ognuno”.

Assurdo, vero? Ed anche stranamente complicato. Ma un campo da tennis è il luogo logico dove l’erbaccia della superstizione può prosperare, fiorire ed infine sfuggire al proprio controllo. Non ci sono molti altri luoghi in cui sei solo con i tuoi pensieri dalle due alle tre, quattro ore. Con così tanto tempo per pensare, e quindi per diventare più ansioso, cosa potresti fare se non prendere quei pensieri e trasformarli in rituali stranamente confortanti?
Strani, ma non del tutto inutili. Credere nella superstizione è, fra le altre cose, un modo di restare concentrati, cosa che nel tennis è fondamentale. Credo che limitare i pensieri al qui ed ora durante una partita, sia la cosa psicologicamente più difficile da fare. Se vinco un paio di punti consecutivi all’inizio del set, inizio immediatamente ad immaginare una vittoria per 6-0. Poi, qualche secondo dopo, inizio a preoccuparmi di poter sprecare quel grande ‘vantaggio’che avevo immaginato di avere; in realtà, e ovviamente, lo score è ancora 30-15 nel primo game. È questo processo funziona anche in maniera inversa. Se sbaglio un colpo semplice su un punto importante, questo resterà nella mia mente per i game successivi, e per i restanti set, probabilmente per anni. Riesco ancora a ricordare chiaramente quell’errore su un semplice rovescio mandato a rete su un match point quando avevo 13 anni.

Quando una cosa del genere accade oggi durante una partita, la mia mente non vaga tornando all’opportunità che ho perso. Sembra sperare di poter tornare indietro per poter avere un’altra opportunità. La volée alta che ho mandato in rete, quel dritto che non ho mai sbagliato in allenamento, ma che a volte manca quando conta: questi errori avvengono così velocemente, e restano così vividi nella mente, che senti di essere in grado di poter tornare indietro e rifare tutto. Nella tua mente la pallina è ancora lì, proprio davanti a te, che si prende gioco di te, che attende di essere schiaffeggiata per un facile vincente – immagina quanto saresti stato bene se avessi trasformato quel vincente. Solo su un campo da tennis ti accorgi di quanto finale ed irrecuperabile sia il tempo; solo su un campo da tennis provi così tanto a recuperarlo.

Quindi, meglio distrarsi da questi pensieri improduttivi assicurandoti che le tue bottigliette d’acqua puntino tutte nella stessa direzione, e di far rimbalzare la pallina il numero appropriato di volte prima di servire. Queste non sono abitudini che muoiono facilmente; queste diventano necessarie al tuo gioco tanto quanto un’affidabile seconda di servizio. Mi stupisco sempre di quante vecchie superstizioni dei miei primi anni da junior indugino ancora nella mia mente da adulto. Non prego più Dio dopo ogni singolo punto perché mi faccia vincere il successivo, come feci durante il mio primo torneo a 11 anni. Ma mi assicuro di avere sempre tre palline nel mio primo turno di servizio di un set. Mi chiedo ancora, dopo aver pronunciato lo score prima di un punto, e dopo averlo vinto, se sarebbe servito pronunciarlo ancora dopo ogni punto. E se non avesse funzionato, avrei potuto pronunciare il punteggio dopo ogni punto perso, perché forse è questo dopotutto il segreto del successo. È altrettanto importante il modo in cui rimando la pallina attraverso la rete al mio avversario mentre lui serve. Se atterrano fra la linea di servizio e la linea di fondo, è un buon segno; se atterra fra linea di servizio è la rete, non va bene. Perché, non ne ho idea, ma è una sensazione che non riesco a controllare. Fortunatamente non sento più il bisogno di rievocare la mia canzone fortunata di quando avevo 14 anni: “Roll me away” di Bob Seger. Una volta, questa terribile canzone mi venne in mente, spontaneamente, prima di un punto importante; vinsi il punto e il match, e quindi provai per anni a rievocare quella stessa magia. E probabilmente è positivo anche il fatto che non insisto più affinché il mio partner di doppio canti con me “Sympathy for the Devil” avanti e indietro per il campo mentre giochiamo. Sebbene bisogna sottolineare che questo rituale ha funzionato in un’occasione: io e il mio compagno al liceo riuscimmo a vincere un titolo nel nostro distretto mentre cantavamo l’intera canzone, partendo dal ritmo dei bonghi in apertura, nel bel mezzo degli scambi. Non ricordo come i nostri avversari reagirono sentendo due 15enni che durante i cambi campo cantavano “I shouted out,’ Who killed the Kennedys?’ when after all, it was you and me.” Ripensandoci, sembra un po’ minaccioso.

Un match di tennis ci pone in un momentaneo stato d’ansia amplificato; è come forzare il tuo sistema nervoso a levitare. Osando perdere, vai incontro al tuo destino in un modo che non ritrovi nella vita di tutti i giorni; speranze e paure sono intensificate durante tutta la durata del match. Per quanto possa suonare irrazionale, vincere significa che in qualche modo tutto è OK, e che in fondo stai bene. Timothy Gallwey, autore di ‘The Inner Game of Tennis’, si diverte a raccontare la storia di quel chirurgo che ammise di essere molto più nervoso su un campo da tennis piuttosto che in una sala operatoria. La sua performance tennistica, dopo tutto, raccontava qualcosa di lui. Non capisco perché siamo pieni di così tante superstizioni. È il nostro modo, come Borg, di cercare di controllare l’incontrollabile, il destino che abbiamo deliberatamente sfidato giocando un match in prima persona. Eppure Borg, alla fine, ha provato a controllare troppo il suo destino; quando alla fine perse a Wimbledon nel 1981, non tornò più. Tutte le sue superstizioni lo tradirono.

È bello a volte perdere quel controllo. L’altro giorno ho cercato di andare contro la tradizione e di non prendere tutte e tre le palline prima del servizio. Quando mi sono ritrovato in svantaggio 0-40, ho pensato “Oh Dio, perché non ho preso quella terza pallina? Che errore madornale!”. Poi ho vinto i successivi sei giochi.

 

(Traduzione di Chiara Bracco)

Continua a leggere
Commenti

Focus

Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

Pubblicato

il

Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

Continua a leggere

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

Pubblicato

il

Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

Continua a leggere

ATP

Il Mutua Madrid Open non si giocherà nel 2020. E adesso?

L’annuncio sarebbe stato dato da Novak Djokovic nella chat dei rappresentanti dei giocatori.

Pubblicato

il

Dopo mesi di speranze e tanto lavoro per salvare il salvabile, tutto sembra essere crollato nel breve volgere di pochi giorni per il Mutua Madrid Open. Dopo che alla fine della settimana scorsa il Governo della Comunidad de Madrid aveva chiesto agli organizzatori del combined spagnolo di non disputare il proprio evento a causa del recente aumento di casi di coronavirus in Spagna e nella regione della Capitale iberica, sembra che sia imminente l’annuncio ufficiale della cancellazione del torneo da parte della Super Slam LTD, la società di management di Ion Tiriac che detiene i diritti dell’evento.

Secondo le testate spagnole Marca e ABC, il presidente del Consiglio dei Giocatori dell’ATP, Novak Djokovic, avrebbe comunicato ai suoi colleghi membri sul loro gruppo WhatsApp che il torneo non si disputerà e che la conferma ufficiale arriverà nelle prossime ore.

Il torneo, inizialmente previsto nella prima settimana di maggio, era stato spostato immediatamente dopo la conclusione dello US Open dal 12 al 20 settembre.

 

Già nelle ultime ore il CEO dell’ATP Andrea Gaudenzi, ai microfoni di Supertennis, aveva confermato le difficoltà che si presentavano per la tappa madrilena dei Masters 1000: “Abbiamo ricevuto la notifica dal ministero della Salute della Comunità di Madrid e in questi giorni valuteremo con il board dell’ATP il da farsi, non abbiamo alternative che seguire le indicazioni dei governi. Sarà importante ricevere le esenzioni per consentire ai giocatori di viaggiare dagli Stati Uniti in Europa per giocare i tornei sulla terra”.

Le indicazioni del governo di Madrid erano abbastanza chiare: non veniva chiesto di rivedere i protocolli o di diminuire o eliminare il numero di spettatori da far entrare (che già erano previsti intorno al 30% della capienza consueta), ma si chiedeva direttamente di non disputare l’evento, segno che non ci fosse grande margine di trattativa. Naturalmente le autorità avrebbero il potere di cancellare d’imperio qualunque torneo, di conseguenza il fatto che la prima comunicazione fosse solamente una richiesta aveva lasciato qualche speranza.

Secondo il quotidiano Marca, ATP e WTA avevano raggiunto con il governo spagnolo un accordo che avrebbe consentito ai giocatori e alle giocatrici provenienti da Flushing Meadows di entrare in Spagna senza dover osservare alcuna quarantena, fatto che non è stato ufficialmente non è stato confermato da altre fonti. Nella prima comunicazione “logistica” ai giocatori, la USTA aveva comunicato che era stato ottenuto il permesso dai governi spagnolo e francese per far sì che tutti i tennisti inseriti nelle liste fornite da USTA, ATP e WTA potessero entrare in quei due Paesi UE indipendentemente dalla loro provenienza e nazionalità, ma non erano state date alcune spiegazioni su possibili quarantene.

La questione al momento diventa tutto sommato irrilevante, almeno per quanto concerne l’ingesso in Spagna, ma rimane cruciale per quel che riguarda l’ingresso in Italia, dove è in programma l’IBI di Roma, e in Francia, dove si giocherà il Roland Garros.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement