Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

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Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

Steve Tignor racconta per tennis.com perché un tennista, professionista e non, una volta solo su un campo da tennis si trova a sfidare il proprio destino; e lì assalito dai pensieri cerca di controllarli. Ecco dove nascono le superstizioni.

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Qui l’articolo originale

“Un vasto sistema di controllo”. Di cosa parlava Mariana Borg quando pronunciò queste parole nel 1980? Il governo totalitario della sua nativa Romania? No, in realtà si riferiva a qualcosa di ancora più universale: le superstizioni di suo marito Bjorn a Wimbledon.

Eccone una breve lista:

 

Indossare lo stesso outfit Fila con cui aveva vinto il titolo nel 1976; cinque anni dopo lo svedese indossava ancora la stessa maglia aderente a strisce.
Alloggiare nella stessa stanza dello stesso albergo poco lussuoso, l’Holiday Inn dell’Hampstead. Sedere sulla stessa sedia durante i cambi campo. Guidare la stessa auto, e fare la stessa identica strada di sempre, dall’hotel al club – il coach di Borg, Lennart Bergelin, non voleva che l’”Assassino Angelico” potesse essere disturbato da “qualunque inatteso imprevisto”.
Ai genitori di Borg, sempre per superstizione, era permesso di andare a vederlo giocare a Wimbledon ogni anno. E sicuramente capivano bene il figlio. Nel 1979, la madre di Borg, Margaretha, mangiava un chewing gum nel box durante la finale di cinque set che il figlio disputò contro Roscoe Tanner. La sputò, ma quando Borg perse il game subito dopo, la raccolse da terra e se la rimise in bocca. È solo una follia se non funziona, dicevano, ma quella volta funzionò. Borg alla fine vinse. Avrà sicuramente ringraziato la madre dopo.

Le superstizioni di Borg sono solo le più famose in uno sport che ne è sempre stato pieno. Richard Gasquet chiede sempre la stessa pallina dopo un punto vincente. Rafael Nadal deve avere le sue bottigliette d’acqua sempre perfettamente allineate dopo ogni cambio campo, e la linea di fondo ben pulita dalla terra rossa ogni volta che risponde. Serena Williams ha indossato lo stesso paio di calzini durante tutto un torneo. Garbiñe Muguruza ha detto di aver seguito la stessa routine e di aver mangiato sempre nello stesso ristorante dopo ogni partita durante la sua corsa verso la finale di Wimbledon di quest’anno – “Non possiamo cambiare nulla!” ha detto ridendo. L’anno scorso Jack Sock ha dichiarato al Sydney Morning Herald che, durante gli US Open del 2013, voleva entrambi i raccattapalle dietro di lui per avere da loro tre palline a testa prima di servire. “Ad un certo punto uno ne aveva quattro e l’altro due”, ha detto Sock, “e venni brekkato in quel game. Così parlai con loro per essere sicuro che avessero capito che dovevano averne tre per ognuno”.

Assurdo, vero? Ed anche stranamente complicato. Ma un campo da tennis è il luogo logico dove l’erbaccia della superstizione può prosperare, fiorire ed infine sfuggire al proprio controllo. Non ci sono molti altri luoghi in cui sei solo con i tuoi pensieri dalle due alle tre, quattro ore. Con così tanto tempo per pensare, e quindi per diventare più ansioso, cosa potresti fare se non prendere quei pensieri e trasformarli in rituali stranamente confortanti?
Strani, ma non del tutto inutili. Credere nella superstizione è, fra le altre cose, un modo di restare concentrati, cosa che nel tennis è fondamentale. Credo che limitare i pensieri al qui ed ora durante una partita, sia la cosa psicologicamente più difficile da fare. Se vinco un paio di punti consecutivi all’inizio del set, inizio immediatamente ad immaginare una vittoria per 6-0. Poi, qualche secondo dopo, inizio a preoccuparmi di poter sprecare quel grande ‘vantaggio’che avevo immaginato di avere; in realtà, e ovviamente, lo score è ancora 30-15 nel primo game. È questo processo funziona anche in maniera inversa. Se sbaglio un colpo semplice su un punto importante, questo resterà nella mia mente per i game successivi, e per i restanti set, probabilmente per anni. Riesco ancora a ricordare chiaramente quell’errore su un semplice rovescio mandato a rete su un match point quando avevo 13 anni.

Quando una cosa del genere accade oggi durante una partita, la mia mente non vaga tornando all’opportunità che ho perso. Sembra sperare di poter tornare indietro per poter avere un’altra opportunità. La volée alta che ho mandato in rete, quel dritto che non ho mai sbagliato in allenamento, ma che a volte manca quando conta: questi errori avvengono così velocemente, e restano così vividi nella mente, che senti di essere in grado di poter tornare indietro e rifare tutto. Nella tua mente la pallina è ancora lì, proprio davanti a te, che si prende gioco di te, che attende di essere schiaffeggiata per un facile vincente – immagina quanto saresti stato bene se avessi trasformato quel vincente. Solo su un campo da tennis ti accorgi di quanto finale ed irrecuperabile sia il tempo; solo su un campo da tennis provi così tanto a recuperarlo.

Quindi, meglio distrarsi da questi pensieri improduttivi assicurandoti che le tue bottigliette d’acqua puntino tutte nella stessa direzione, e di far rimbalzare la pallina il numero appropriato di volte prima di servire. Queste non sono abitudini che muoiono facilmente; queste diventano necessarie al tuo gioco tanto quanto un’affidabile seconda di servizio. Mi stupisco sempre di quante vecchie superstizioni dei miei primi anni da junior indugino ancora nella mia mente da adulto. Non prego più Dio dopo ogni singolo punto perché mi faccia vincere il successivo, come feci durante il mio primo torneo a 11 anni. Ma mi assicuro di avere sempre tre palline nel mio primo turno di servizio di un set. Mi chiedo ancora, dopo aver pronunciato lo score prima di un punto, e dopo averlo vinto, se sarebbe servito pronunciarlo ancora dopo ogni punto. E se non avesse funzionato, avrei potuto pronunciare il punteggio dopo ogni punto perso, perché forse è questo dopotutto il segreto del successo. È altrettanto importante il modo in cui rimando la pallina attraverso la rete al mio avversario mentre lui serve. Se atterrano fra la linea di servizio e la linea di fondo, è un buon segno; se atterra fra linea di servizio è la rete, non va bene. Perché, non ne ho idea, ma è una sensazione che non riesco a controllare. Fortunatamente non sento più il bisogno di rievocare la mia canzone fortunata di quando avevo 14 anni: “Roll me away” di Bob Seger. Una volta, questa terribile canzone mi venne in mente, spontaneamente, prima di un punto importante; vinsi il punto e il match, e quindi provai per anni a rievocare quella stessa magia. E probabilmente è positivo anche il fatto che non insisto più affinché il mio partner di doppio canti con me “Sympathy for the Devil” avanti e indietro per il campo mentre giochiamo. Sebbene bisogna sottolineare che questo rituale ha funzionato in un’occasione: io e il mio compagno al liceo riuscimmo a vincere un titolo nel nostro distretto mentre cantavamo l’intera canzone, partendo dal ritmo dei bonghi in apertura, nel bel mezzo degli scambi. Non ricordo come i nostri avversari reagirono sentendo due 15enni che durante i cambi campo cantavano “I shouted out,’ Who killed the Kennedys?’ when after all, it was you and me.” Ripensandoci, sembra un po’ minaccioso.

Un match di tennis ci pone in un momentaneo stato d’ansia amplificato; è come forzare il tuo sistema nervoso a levitare. Osando perdere, vai incontro al tuo destino in un modo che non ritrovi nella vita di tutti i giorni; speranze e paure sono intensificate durante tutta la durata del match. Per quanto possa suonare irrazionale, vincere significa che in qualche modo tutto è OK, e che in fondo stai bene. Timothy Gallwey, autore di ‘The Inner Game of Tennis’, si diverte a raccontare la storia di quel chirurgo che ammise di essere molto più nervoso su un campo da tennis piuttosto che in una sala operatoria. La sua performance tennistica, dopo tutto, raccontava qualcosa di lui. Non capisco perché siamo pieni di così tante superstizioni. È il nostro modo, come Borg, di cercare di controllare l’incontrollabile, il destino che abbiamo deliberatamente sfidato giocando un match in prima persona. Eppure Borg, alla fine, ha provato a controllare troppo il suo destino; quando alla fine perse a Wimbledon nel 1981, non tornò più. Tutte le sue superstizioni lo tradirono.

È bello a volte perdere quel controllo. L’altro giorno ho cercato di andare contro la tradizione e di non prendere tutte e tre le palline prima del servizio. Quando mi sono ritrovato in svantaggio 0-40, ho pensato “Oh Dio, perché non ho preso quella terza pallina? Che errore madornale!”. Poi ho vinto i successivi sei giochi.

 

(Traduzione di Chiara Bracco)

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Con il nuovo DPCM si può giocare a tennis? Solo all’aperto

Il testo della legge è poco chiaro. La risposta dipende: all’aperto sì, al chiuso no. Si attende comunque un chiarimento definitivo anche da parte della FIT

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Ieri, 25 ottobre, il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha emanato uno dei suoi ormai celebri DPCM (che sta per Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri) al fine di contrastare il nuovo esponenziale aumento dei contagi di Coronavirus in Italia. Il decreto, salvo nuove correzioni sarà valido fino al prossimo 24 novembre. Le restrizioni a livello nazionale sono notevoli e coinvolgono in particolare la chiusura di locali pubblici come bar e ristoranti a partire dalle ore 18.

Anche lo sport è finito sotto la scure del decreto. Gli sport di contatto come il calcio e il basket sono stati già stati proibiti se non per le competizioni delle leghe professionistiche. Le palestre e le piscine pure sono stati costretti a tirare giù le serrande. Nel testo della legge, nella sezione dedicata allo sport, si parla specificamente di “stop delle attività di palestre, piscine, impianti nei comprensori sciistici, centri natatori, centri benessere e centri termali”.

Ma una qualche forma di attività sportiva si può continuare a praticare. L’attività sportiva di base e l’attività motoria in genere all’aperto presso centri e circoli sportivi, pubblici e privati, sono consentite nel rispetto delle norme di distanziamento sociale e senza alcun assembramento“. Fatto salvo per specifiche norme ancora più stringenti emanate dalle regioni e dalle provincie autonome. Il tennis, sport senza contatto e in cui dunque si può mantenere il necessario distanziamento sociale, sembrava dunque poter pienamente rientrare tra le eccezioni. Questo è quello anche che hanno suggerito fin da subito le interpretazioni del DPCM da parte di diversi media sportivi e non, tra i quali la Gazzetta dello Sport.

 

Il nodo però in realtà c’è. E sta nella dicitura “all’aperto”. Insomma, si può giocare ma solo all’aperto. In molte zone d’Italia, di questo periodo, nei circoli si utilizzano praticamente solo in campi indoor, coperti da strutture permanenti o da palloni tensostatici che coprono i campi. A certe latitudini, in pieno autunno, non poter giocare all’aperto significa dunque che in realtà non si può più giocare del tutto. A chiarire come questa sia l’interpretazione corretta del DPCM è stato lo stesso Dipartimento dello Sport, rispondendo ad una FAQ, sigla molto comune che sta per Frequently Asked Question, ovvero le domande che vengono poste in maniera maggiore dal pubblico. “Il tennis e padel, non rientrando nelle categorie degli sport di contatto, potranno continuare solo in centri e circoli sportivi all’aperto, previo rispetto dei protocolli di sicurezza”, è scritto.

Dunque, ufficialmente, si può giocare solo all’aperto. Si attende però un doveroso chiarimento in tal senso anche dalla Federazione Italiana Tennis (FIT), che dovrebbe arrivare a breve.


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Bianca Andreescu scrive a Billie Jean King e alle ‘Original 9’ a 50 anni dal torneo che lanciò il tour femminile

La tennista canadese ha affidato a BBC Sport una lettera aperta per ringraziare le pioniere che hanno reso il tennis lo sport più redditizio per le atlete

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Bianca Andreescu e Billie Jean King - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Qui il link all’articolo contenente la lettera originale


Cinquant’anni fa, per la precisione il 23 settembre del 1970, nove tenniste – Peaches Bartkowicz, Rosie Casals, Judy Dalton, Julie Heldman, Billie Jean King, Kerry Melville Reid, Kristy Pigeon, Nancy Richey e Valerie Ziegenfuss (potete leggere qui le loro storie, ndt) – si inimicarono l’establishment del tennis iscrivendosi a un nuovo torneo, il Virginia Slims Invitational di Houston, e firmando un contratto da un dollaro che le rese le prime tenniste professioniste.

Nonostante la minaccia di essere bandite dagli Slam, presero l’iniziativa per cercare di incrementare i guadagni e le opportunità per le tenniste. Le loro azioni portarono alla creazione del Virginia Slims Circuit (oggi WTA Tour), e poi in seguito a montepremi uguali a quelli degli uomini nei tornei del Grande Slam e in altri eventi, rendendo il tennis uno degli sport più egalitari – le abbiamo celebrate in una serie di pezzi, iniziando da questo ripreso da un racconto pubblicato sul sito della WTA.

 

Pur ferma per infortunio da quasi un anno, la campionessa dello US Open 2019 Bianca Andreescu ha voluto tributare loro un omaggio, vergando una lettera aperta sul sito della sezione sportiva della BBC. Trovate la traduzione di seguito.

Care “Original 9”,
senza le vostre azioni coraggiose, la vostra visione, e la vostra determinazione per realizzare un futuro migliore per il tennis femminile, oggi non saremmo qui. Quando ho sollevato il trofeo dello US Open l’anno scorso e ho ricevuto l’assegno riservato alla vincitrice, sono stata consapevole da subito che è in gran parte grazie a voi ed alla vostra incredibile temerarietà se ho ricevuto la stessa cifra del campione del torneo maschile. A 15 anni, per la prima volta ho compilato un assegno (finto!) dello US Open a mio nome. Ogni anno guardavo il montepremi e, comprendendo il sacrificio che era stato fatto per assicurare che fosse uguale ai guadagni degli uomini, mi sentivo molto più stimolata a continuare a lavorare per realizzare il mio sogno di vincere quel torneo. Partecipare e vincerlo per davvero nel 2019 è stato incredibile. Questo è stato possibile solo grazie a voi nove.


Avevo 11 anni quando ho scoperto che, nell’estate del 1970, le giocatrici di tennis venivano pagate solo un ottavo di quanto erano pagati gli uomini – e a volte anche meno. Inoltre, avendo anche molte meno opportunità di giocare sui grandi palcoscenici, non c’è da meravigliarsi che vi foste sentite respinte dal gioco che amavate. Anche se le probabilità erano contro di voi, voi nove avete avuto abbastanza fiducia in voi stesse e l’un l’altra da firmare contratti da un dollaro con l’editrice Gladys Heldman, un’altra pioniera a pieno titolo, per competere in un torneo che avrebbe potuto distruggere le vostre carriere tennistiche.

È difficile immaginare ora che l’establishment tennistico, dominato dagli uomini, abbia minacciato di vietarvi non solo di giocare gli Slam, ma anche le competizioni a squadre come la Fed Cup (oggi è uno dei miei eventi preferiti da giocare) e di privarvi del vostro ranking a livello nazionale per aver giocato nel nuovo torneo Virginia Slims Invitational organizzato a Houston. Ma i vostri sogni erano molto più grandi delle classifiche e dei Grandi Slam. Avete deciso di rendere lo sport, e di riflesso il mondo, un posto migliore e più equo per le donne. I vostri obiettivi erano chiari: che qualsiasi ragazza di qualsiasi luogo avrebbe avuto un posto dove competere. Che le donne sarebbero state apprezzate per i loro risultati, non solo per il loro aspetto. E che sarebbero in grado di guadagnarsi da vivere giocando a tennis a livello professionistico.

Bianca Andreescu – US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Sono molto grata a tutti coloro che hanno reso l’evento di Houston un successo, grazie al quale abbiamo assistito al lancio del primo vero circuito femminile nel 1971 e più avanti, nel 1973, alla fondazione della WTA durante una riunione organizzata a Londra con oltre 60 giocatrici, poco prima di Wimbledon. Mi piace pensare che forse altre donne venute successivamente avrebbero fatto la stessa cosa, ma il punto è che voi avete fatto il balzo più grande, lo avete fatto per prime, e la vostra generazione ha ispirato la mia a continuare a lottare e battersi per il cambiamento.

Al giorno d’oggi, abbiamo più strumenti a nostra disposizione, come i social media, per aiutare a sostenere ciò in cui crediamo. Cambiamenti culturali e dei media hanno messo a disposizione di atleti e celebrità una piattaforma globale che ha consentito conversazioni significative, che altrimenti non sarebbero state possibili, incentrate sul bisogno di cambiamento e di uguaglianza. Quello che abbiamo visto fare a Naomi Osaka qualche settimana fa, quando ha deciso di non giocare una partita per protestare contro l’ingiustizia razziale, è incredibile, così come lo è stato il coinvolgente discorso di Coco Gauff durante una protesta di Black Lives Matter per chiedere il cambiamento.

Con le vostre esperienze come esempio, la prossima generazione – la mia generazione – di giovani donne sta assumendo il comando, usando le nostre piattaforme per parlare di ciò in cui crediamo mettendosi in gioco, indipendentemente da quale sarà il risultato o la reazione. La vostra leadership ha gettato delle potenti basi affinché tutti noi possiamo far sentire la nostra voce. Billie, quando ho avuto la fortuna di conoscerti l’anno scorso, ti ho chiesto quale fosse il tuo più grande risultato e tu hai risposto: “Ottenere lo stesso montepremi per il tennis femminile”. Ma hai anche chiarito che la lotta non era finita. Mi hai detto che avrei potuto continuarla, diffondendo maggiore consapevolezza sulle questioni che ci stanno a cuore durante le interviste e sui social media.

L’uguaglianza è un lavoro in corso d’opera, e c’è ancora molto margine di miglioramento. Se continuiamo tutti a fare la nostra parte e a difendere ciò in cui crediamo, le cose si evolveranno e si avrà un cambiamento. Ad esempio, al di fuori dei tornei del Grande Slam e di alcuni degli altri tornei più importanti, il prize money è rimasto disuguale, e il tour maschile ha ancora più tornei di quello femminile. Prometto di usare le mie piattaforme e la mia voce per incoraggiare questo necessario cambiamento. In ogni caso, abbiamo un grosso debito di gratitudine verso voi nove donne straordinarie, che eravate pronte ad un salto nel vuoto per fare in modo che le ragazze e le donne come me avessero la possibilità di sognare in grande e portare a casa dei risultati.

Sollevare il trofeo dello US Open è stata una sensazione incredibile, che mette in soggezione – e lo sarà di nuovo questo fine settimana per la donna che vincerà il titolo sabato
[la lettera è stata scritta durante il torneo, ndr]. E quindi per questa opportunità, e per tutte le altre barriere abbattute lungo il percorso, devo dire grazie a Peaches, Rosie, Judy, Julie, Billie Jean, Kerry, Kristy, Nancy e Valerie – e a tutte le giocatrici visionarie che vi hanno seguito – per aver reso il tennis femminile la storia di successo internazionale che è oggi. Cordialmente, B.”

Traduzione a cura di Giuseppe Di Paola

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ATP

Zverev, signore di Colonia: annichilisce Schwartzman e concede il bis in Germania

Secondo titolo in altrettante settimane nella città tedesca L’argentino raccoglie tre giochi in un match a senso unico

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[1] A. Zverev b. [2] D. Schwartzman 6-2 6-1

La stagione indoor sta per entrare nel vivo e Alexander Zverev ha mandato un promemoria a tutta la truppa: “A Parigi e a Londra me la posso giocare con tutti.” Il N.7 del mondo conclude in crescendo la due settimane di Colonia conquistando il secondo titolo consecutivo e spazzando via dal campo la seconda testa di serie del torneo Diego Schwartzman, che sostanzialmente è stato in partita per 20 minuti fino al 2 pari del primo set prima di essere travolto.

Per vincere indoor la base di tutto è sempre il servizio e la differenza tra i due è stata abissale come d’altronde non era difficile pronosticare già prima del match: Sascha ha raccolto 24 punti su 29 quando ha messo la prima in campo e la metà dei punti giocati con la seconda (8/16). Schwartzman ha subito 5 break e raccolto altrettanti punti con la seconda palla (5/22). Come se non bastasse Zverev chiude con 9 ace e nessun doppio fallo; lo score di Diego è impietoso 0 ace e 5 doppi falli.

 

Con numeri del genere alla battuta diventa anche facile spiegarne l’esito: Zverev ha preso sempre più sicurezza in campo, lasciando andare finalmente il braccio senza indugiare. L’ultimo game con cui chiude il match è un concentrato di balistica eccezionale, sia dal lato del dritto che dal lato del rovescio. L’argentino sembra inerme sul campo e non può far altro che andare a complimentarsi con il suo avversario.

Zverev, al contrario di Schwartzman, non giocherà a Vienna dopo le fatiche casalinghe e tornerà in campo a Parigi-Bercy. Per lui si tratta del tredicesimo titolo della carriera oltre che del secondo (consecutivo) del 2020. Sappiamo tutti che a Londra, alle ATP Finals, ha già vinto e se il servizio non si inceppa sarà difficile batterlo per tutti.

Il tabellone completo

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