Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

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Tennis e superstizione: controllare l’incontrollabile

Steve Tignor racconta per tennis.com perché un tennista, professionista e non, una volta solo su un campo da tennis si trova a sfidare il proprio destino; e lì assalito dai pensieri cerca di controllarli. Ecco dove nascono le superstizioni.

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Qui l’articolo originale

“Un vasto sistema di controllo”. Di cosa parlava Mariana Borg quando pronunciò queste parole nel 1980? Il governo totalitario della sua nativa Romania? No, in realtà si riferiva a qualcosa di ancora più universale: le superstizioni di suo marito Bjorn a Wimbledon.

Eccone una breve lista:

 

Indossare lo stesso outfit Fila con cui aveva vinto il titolo nel 1976; cinque anni dopo lo svedese indossava ancora la stessa maglia aderente a strisce.
Alloggiare nella stessa stanza dello stesso albergo poco lussuoso, l’Holiday Inn dell’Hampstead. Sedere sulla stessa sedia durante i cambi campo. Guidare la stessa auto, e fare la stessa identica strada di sempre, dall’hotel al club – il coach di Borg, Lennart Bergelin, non voleva che l’”Assassino Angelico” potesse essere disturbato da “qualunque inatteso imprevisto”.
Ai genitori di Borg, sempre per superstizione, era permesso di andare a vederlo giocare a Wimbledon ogni anno. E sicuramente capivano bene il figlio. Nel 1979, la madre di Borg, Margaretha, mangiava un chewing gum nel box durante la finale di cinque set che il figlio disputò contro Roscoe Tanner. La sputò, ma quando Borg perse il game subito dopo, la raccolse da terra e se la rimise in bocca. È solo una follia se non funziona, dicevano, ma quella volta funzionò. Borg alla fine vinse. Avrà sicuramente ringraziato la madre dopo.

Le superstizioni di Borg sono solo le più famose in uno sport che ne è sempre stato pieno. Richard Gasquet chiede sempre la stessa pallina dopo un punto vincente. Rafael Nadal deve avere le sue bottigliette d’acqua sempre perfettamente allineate dopo ogni cambio campo, e la linea di fondo ben pulita dalla terra rossa ogni volta che risponde. Serena Williams ha indossato lo stesso paio di calzini durante tutto un torneo. Garbiñe Muguruza ha detto di aver seguito la stessa routine e di aver mangiato sempre nello stesso ristorante dopo ogni partita durante la sua corsa verso la finale di Wimbledon di quest’anno – “Non possiamo cambiare nulla!” ha detto ridendo. L’anno scorso Jack Sock ha dichiarato al Sydney Morning Herald che, durante gli US Open del 2013, voleva entrambi i raccattapalle dietro di lui per avere da loro tre palline a testa prima di servire. “Ad un certo punto uno ne aveva quattro e l’altro due”, ha detto Sock, “e venni brekkato in quel game. Così parlai con loro per essere sicuro che avessero capito che dovevano averne tre per ognuno”.

Assurdo, vero? Ed anche stranamente complicato. Ma un campo da tennis è il luogo logico dove l’erbaccia della superstizione può prosperare, fiorire ed infine sfuggire al proprio controllo. Non ci sono molti altri luoghi in cui sei solo con i tuoi pensieri dalle due alle tre, quattro ore. Con così tanto tempo per pensare, e quindi per diventare più ansioso, cosa potresti fare se non prendere quei pensieri e trasformarli in rituali stranamente confortanti?
Strani, ma non del tutto inutili. Credere nella superstizione è, fra le altre cose, un modo di restare concentrati, cosa che nel tennis è fondamentale. Credo che limitare i pensieri al qui ed ora durante una partita, sia la cosa psicologicamente più difficile da fare. Se vinco un paio di punti consecutivi all’inizio del set, inizio immediatamente ad immaginare una vittoria per 6-0. Poi, qualche secondo dopo, inizio a preoccuparmi di poter sprecare quel grande ‘vantaggio’che avevo immaginato di avere; in realtà, e ovviamente, lo score è ancora 30-15 nel primo game. È questo processo funziona anche in maniera inversa. Se sbaglio un colpo semplice su un punto importante, questo resterà nella mia mente per i game successivi, e per i restanti set, probabilmente per anni. Riesco ancora a ricordare chiaramente quell’errore su un semplice rovescio mandato a rete su un match point quando avevo 13 anni.

Quando una cosa del genere accade oggi durante una partita, la mia mente non vaga tornando all’opportunità che ho perso. Sembra sperare di poter tornare indietro per poter avere un’altra opportunità. La volée alta che ho mandato in rete, quel dritto che non ho mai sbagliato in allenamento, ma che a volte manca quando conta: questi errori avvengono così velocemente, e restano così vividi nella mente, che senti di essere in grado di poter tornare indietro e rifare tutto. Nella tua mente la pallina è ancora lì, proprio davanti a te, che si prende gioco di te, che attende di essere schiaffeggiata per un facile vincente – immagina quanto saresti stato bene se avessi trasformato quel vincente. Solo su un campo da tennis ti accorgi di quanto finale ed irrecuperabile sia il tempo; solo su un campo da tennis provi così tanto a recuperarlo.

Quindi, meglio distrarsi da questi pensieri improduttivi assicurandoti che le tue bottigliette d’acqua puntino tutte nella stessa direzione, e di far rimbalzare la pallina il numero appropriato di volte prima di servire. Queste non sono abitudini che muoiono facilmente; queste diventano necessarie al tuo gioco tanto quanto un’affidabile seconda di servizio. Mi stupisco sempre di quante vecchie superstizioni dei miei primi anni da junior indugino ancora nella mia mente da adulto. Non prego più Dio dopo ogni singolo punto perché mi faccia vincere il successivo, come feci durante il mio primo torneo a 11 anni. Ma mi assicuro di avere sempre tre palline nel mio primo turno di servizio di un set. Mi chiedo ancora, dopo aver pronunciato lo score prima di un punto, e dopo averlo vinto, se sarebbe servito pronunciarlo ancora dopo ogni punto. E se non avesse funzionato, avrei potuto pronunciare il punteggio dopo ogni punto perso, perché forse è questo dopotutto il segreto del successo. È altrettanto importante il modo in cui rimando la pallina attraverso la rete al mio avversario mentre lui serve. Se atterrano fra la linea di servizio e la linea di fondo, è un buon segno; se atterra fra linea di servizio è la rete, non va bene. Perché, non ne ho idea, ma è una sensazione che non riesco a controllare. Fortunatamente non sento più il bisogno di rievocare la mia canzone fortunata di quando avevo 14 anni: “Roll me away” di Bob Seger. Una volta, questa terribile canzone mi venne in mente, spontaneamente, prima di un punto importante; vinsi il punto e il match, e quindi provai per anni a rievocare quella stessa magia. E probabilmente è positivo anche il fatto che non insisto più affinché il mio partner di doppio canti con me “Sympathy for the Devil” avanti e indietro per il campo mentre giochiamo. Sebbene bisogna sottolineare che questo rituale ha funzionato in un’occasione: io e il mio compagno al liceo riuscimmo a vincere un titolo nel nostro distretto mentre cantavamo l’intera canzone, partendo dal ritmo dei bonghi in apertura, nel bel mezzo degli scambi. Non ricordo come i nostri avversari reagirono sentendo due 15enni che durante i cambi campo cantavano “I shouted out,’ Who killed the Kennedys?’ when after all, it was you and me.” Ripensandoci, sembra un po’ minaccioso.

Un match di tennis ci pone in un momentaneo stato d’ansia amplificato; è come forzare il tuo sistema nervoso a levitare. Osando perdere, vai incontro al tuo destino in un modo che non ritrovi nella vita di tutti i giorni; speranze e paure sono intensificate durante tutta la durata del match. Per quanto possa suonare irrazionale, vincere significa che in qualche modo tutto è OK, e che in fondo stai bene. Timothy Gallwey, autore di ‘The Inner Game of Tennis’, si diverte a raccontare la storia di quel chirurgo che ammise di essere molto più nervoso su un campo da tennis piuttosto che in una sala operatoria. La sua performance tennistica, dopo tutto, raccontava qualcosa di lui. Non capisco perché siamo pieni di così tante superstizioni. È il nostro modo, come Borg, di cercare di controllare l’incontrollabile, il destino che abbiamo deliberatamente sfidato giocando un match in prima persona. Eppure Borg, alla fine, ha provato a controllare troppo il suo destino; quando alla fine perse a Wimbledon nel 1981, non tornò più. Tutte le sue superstizioni lo tradirono.

È bello a volte perdere quel controllo. L’altro giorno ho cercato di andare contro la tradizione e di non prendere tutte e tre le palline prima del servizio. Quando mi sono ritrovato in svantaggio 0-40, ho pensato “Oh Dio, perché non ho preso quella terza pallina? Che errore madornale!”. Poi ho vinto i successivi sei giochi.

 

(Traduzione di Chiara Bracco)

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ATP Acapulco: Paul elimina Sascha Zverev, Nadal ai quarti

Primo successo contro un Top 10 per Tommy Paul contro un Sascha Zverev senza servizio. Eliminato Auger-Aliassime, avanza Nadal

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Tommy Paul - Acapulco 2020 (foto Twitter @AbiertoTelcel)

Continuano le sorprese all’Abierto Mexicano Telcel di Acapulco: la testa di serie n.2 Alexander Zverev è stata eliminata a sorpresa mercoledì sul campo centrale dall’americano Tommy Paul, n. 66 del ranking mondiale che ha così conquistato la sua prima vittoria contro un Top 10 oltre che l’accesso ai quarti di finale di un torneo ATP 500.

L’inizio del match ha fatto rivivere a Zverev gli incubi dell’estate scorsa, quando il suo servizio si era semplicemente volatilizzato, costringendolo a commettere più di una dozzina di doppi falli a match. Nei primi due turni di battuta il tedesco è incappato in ben sei doppi falli, alcuni dei quali con la seconda di servizio finita in fondo alla rete o fuori di svariati metri, ed ha rischiato di andare subito sotto di due break, salvando ben quattro palle per lo 0-4. Paul ha giocato piuttosto teso, commettendo qualche errore da fondocampo ma cercando quasi sempre di condurre il gioco con Zverev spesso costretto alla difensiva ben oltre la linea di fondo. Anche lo statunitense ha dovuto annullare quattro palle break nel settimo game, ma a differenza del suo avversario il servizio lo ha sempre assistito, e alla fine i primi disastrosi 10 minuti di Zverev hanno fatto la differenza nel primo parziale, vinto da Paul per 6-3 in 46 minuti.

La battuta di Zverev era sembrata essersi ricomposta dopo il catastrofico inizio, tanto che l’inizio del secondo set è andato piuttosto liscio seguendo la regola dei servizi. Zverev però era chiaramente nervoso e si lasciava andare a qualche protesta plateale contro il sistema di chiamata elettronico Foxtenn, reo a suo dire di non valutare correttamente l’impatto della palla sul terreno di gioco, ma chiaramente il tedesco aveva scelto la vittima sbagliata per le sue invettive, dal momento che anche volendo il giudice di sedia non può far nulla per cambiare la valutazione elettronica (che peraltro era sembrata il più delle volte corretta). Il disastro per Sascha però era in agguato: sul 4-4, un game orribile fatto altri due doppi falli (non ne aveva commesso alcuno dal terzo game del match) e due errori gratuiti da fondo hanno condannato il giovane teutonico al break e alla sconfitta da lì a poco.

 

Come detto si tratta della prima affermazione di Tommy Paul contro un Top 10: il ragazzo del 1997, parte della “covata” di tennisti americani che ha conquistato tre titoli Slam junior nel 2015: lui si impose al Roland Garros, Reilly Opelka vinse a Wimbledon e Fritz conquistò il titolo a Flushing Meadows. Al contrario dei suoi due amici, con i quali passa parecchio tempo fuori dal campo, non era finora riuscito ad imporsi nel circuito maggiore, trascorrendo più di tre anni a viaggiare per Challenger. Paul proverà a dare l’assalto alla Top 50 affrontando nei quarti di finale John Isner, che ha superato al secondo turno il qualificato Marcos Giron.

In precedenza il torneo aveva già perso in questa giornata la testa di serie n. 4, il canadese Felix Auger-Aliassime, uscito sconfitto dal match tra due dei giocatori più in forma di questo periodo. Edmund si è infatti aggiudicato il torneo di Long Island un paio di settimane fa, mentre Auger-Aliassime aveva ottenuto due finali consecutive in Europa (a Rotterdam e Marsiglia) prima di prendere un aereo ed esordire sulla costa del Pacifico nemmeno 48 ore dopo aver giocato la finale in Provenza.

In apertura di sessione serale, la partita tra Grigor Dimitrov (n.22 ATP) e Adrian Mannarino (n. 42 ATP) ha intrattenuto gli spettatori per 2 ore e 47 minuti di lunghi scambi tra due giocatori estremamente abili a colpire la palla. Mannarino ha tentato di tessere la sua solita tela appoggiandosi ai colpi di Dimitrov, ma è mancato proprio nel momento decisivo del tie-break finale, anche perché il suo avversario ha giocato in maniera esemplare in quel frangente. Il francese si era aggiudicato il primo set salvando un set point ed aggiudicandosi gli ultimi tre punti del tie-break; poi, dopo aver ceduto il secondo parziale ed essere andato sotto di due break nel terzo, Mannarino aveva rimontato gioco dopo gioco fino ad arrivare ad avere due match-point consecutivi sul 5-4, peraltro ben cancellati da Dimitrov. Il tie-break decisivo è stato a senso unico, chiuso da uno splendido passante di rovescio da parte del bulgaro che ha chiuso con un punto esclamativo una splendida partita.

L’ultimo match della giornata è stato quello tra la prima testa di serie Rafael Nadal e il serbo Miomir Kecmanovic, nel quale il giovane balcanico è stato quasi travolto nel primo set (subito sotto 1-5 in un attimo), ma è riuscito a riprendersi dopo che il “tram Nadal” lo aveva investito giocando un ottimo secondo set. Non è però bastato, perché dopo sette game senza palle break Nadal si è inventato un passante di diritto in corsa su uno smash di Kecmanovic che sembrava aver aperto la partita come una scatoletta di tonno. Il serbo però aveva altre idee: nonostante fosse mezzanotte passata, Kecmanovic ha alzato il ritmo degli scambi strappando il servizio allo spagnolo mentre stava servendo per il match sul 5-3, ha tenuto quel ritmo folle per una splendida decina di minuti, ma poi, sul 5-6, ha iniziato a deragliare commettendo i tre errori gratuiti che hanno concluso la partita. Nadal proseguirà la sua rincorsa al titolo nei quarti di finale contro il sud coreano Soonwoo Kwon (n. 76 ATP).

I risultati completi:

K. Edmund b. [4] F. Auger-Aliassime 6-4 6-4
S. Kwon b. [8] D. Lajovic 7-6(2) 6-0
[5] J. Isner b. [Q] M. Giron 6-3 7-6(4)
[Q] T. Paul b. [2] A. Zverev 6-3 6-4
[7] G. Dimitrov  b. A. Mannarino 6-7(8) 6-4 7-6(2)
T. Fritz b. U. Humbert 6-4 6-1
[3] S. Wawrinka b.  [SE] P. Martinez 6-4 6-4
[1] R. Nadal b. M. Kecmanovic 6-2 7-5

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Sharapova: “Negli ultimi sei mesi, ogni giorno, ero sempre attaccata a qualche macchina”

In un’intervista rilasciata al New York Times, Maria ha contestualizzato meglio le dinamiche del suo ritiro. “Negli ultimi sei mesi ho dedicato 14 ore al giorno a prendermi cura del mio fisico”

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Maria Sharapova - US Open 2019 (foto Garrett Ellwood/USTA)

L’annuncio del ritiro dal tennis da parte di Maria Sharapova non arriva come una sorpresa per chi segue il tennis. Dopo il rientro dalla squalifica per doping nel 2016, Sharapova non è più stata in grado di tornare ai livelli che le erano abituali, ma soprattutto non è mai stata in grado di dare continuità alla sua attività agonistica a causa dei frequenti infortuni che la costringevano a fermarsi per periodi più o meno lunghi non appena iniziava a giocare due o tre tornei consecutivi.

Il suo corpo si stava sgretolando sotto il peso di 28 anni di uno sport ripetitivo e brutale che mette a dura prova le articolazioni degli atleti. “La spalla è un problema per me da quando avevo 21 anni” ha dichiarato Sharapova al New York Times subito dopo che l’annuncio del suo ritiro è stato reso pubblico. Ha negato nella maniera più assoluta che il decadimento fisico sia dovuto all’aver interrotto l’assunzione di meldonium, la sostanza di uso piuttosto comune in Russia divenuta proibita all’inizio del 2016 e che le è costata 15 mesi di squalifica per doping.

Quella squalifica sarà una macchia indelebile che accompagnerà il suo lascito al mondo del tennis. Quella e la strategia che decise di adottare annunciando per prima al mondo la sua positività, strategia che poi alla fine le si è parzialmente ritorta contro, giudicata forse troppo aggressiva da parte di chi non ha gradito che lei tentasse di condurre la storia dove voleva lei.

 

Guardo le mie foto degli ultimi mesi nelle quali sono sul punto di colpire la palla” racconta Sharapova “e riesco a stento a guardarle senza provare ribrezzo per il dolore che quel gesto mi provocava. Negli ultimi sei mesi ho dedicato quattordici ore al giorno a prendermi cura del mio fisico. Prima di entrare in campo, ogni giorno, ero attaccata a una macchina per ultrasuoni, o qualche altra macchina oppure a un dispositivo per aiutare il recupero”.

Non ci sarà nessun tour d’addio: “Non sento il bisogno di far sapere al mondo che quella sarà la mia ultima volta su un campo da tennis. Anche quando ero più giovane, non volevo finire la carriera in quel modo”.

Maria Sharapova – Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

I tennisti passano tanto tempo in aereo, e sugli aerei c’è sempre tanto tempo per pensare. Forse non è un caso, quindi che Sharapova abbia maturato la decisione di ritirarsi durante il volo di ritorno da Melbourne (dove aveva perso al primo turno degli Australian Open da Donna Vekic) alla sua residenza di Los Angeles. Come lei, poco più di vent’anni prima, anche Steffi Graf aveva deciso di appendere la racchetta al chiodo su un aereo, sempre diretto verso la California, questa volta non per tornare a casa ma per andare a giocare un torneo a San Diego.

La tragica scomparsa di Kobe Bryant in un incidente di elicottero ha dato a Sharapova l’ultima spinta: “Dovevamo vederci tre giorni dopo quell’incidente” ha spiegato la russa durante l’intervista concessa a Christopher Clarey del New York Times, “è sempre stato per me una persona straordinaria con cui confrontarmi, un attento ascoltatore”. I due si sono conosciuti quando Maria Sharapova frequentava il giocatore di basket sloveno Sasha Vujacic, compagno di squadra di Bryant ai Los Angeles Lakers dal 2004 al 2010. Sharapova avrebbe voluto parlare alla ex-stella NBA dei suoi problemi con il deterioramento del suo fisico.

Nell’ultimo anno Sharapova ha trascorso parecchio tempo in Italia, soprattutto all’Accademia di Riccardo Piatti a Bordighera. “Mi sono praticamente autoinvitata” aveva detto la russa a suo tempo parlando della sua collaborazione con il tecnico piemontese. “Ho avuto l’opportunità di conoscerla e l’ammiro molto – ha dichiarato Piatti alla televisione Sky Sport Italia – le auguro il meglio per il futuro. In questi mesi ha conosciuto Jannik Sinner e sono diventati amici, lei lo ha aiutato molto e sono diventati amici. Sono sicuro che ci verrà a trovare”.

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WTA

Jabeur firma un’altra impresa. Barty e Kuznetsova ai quarti di Doha senza giocare

Rybakina, stanca e leggermente infortunata, lascia via libera alla numero uno. Jabeur batte Pliskova… da ferma: entrerà in top 40

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La notizia del giorno, per quanto riguarda l’universo WTA, forse non solo del giorno e forse non solo per quanto riguarda l’universo WTA, è il ritiro dal tennis di Maria Sharapova. A lei prima, seconda e terza pagina; le altre per oggi possono accontentarsi delle retrovia dei quotidiani. Ed in effetti un peccato, perché l’ennesima meraviglia di Ons Jabeur in questo primo scorcio di 2020 avrebbe meritato la copertina.

A dire il vero, di concorso di colpa si è trattato perché nella seconda metà del terzo set la partita con Karolina Pliskova si è trasformata in una folle giostra. Il piatto principale sono stati i tre break consecutivi, il condimento le condizioni fisiche via via meno brillanti di Jabeur che, probabilmente a causa di un principio di crampi, ha disputato gli ultimissimi game quasi da ferma (ricordandoci un po’ la finale di Mosca persa contro Kasatkina). Il conto – salatissimo – l’ha però pagato Karolina, incapace di tenere la palla in campo di fronte a un’avversaria quasi incapace di muoversi, che pure aveva regalato i soliti novanta minuti di spettacolo di fronte a un pubblico apertamente schierato a suo favore. Per Jabeur è la quarta vittoria contro una top 10 (la seconda contro una top 5) che le vale il quarto di finale con Kvitova e la certezza di un nuovo best ranking: entrerà in top 40.

Petra Kvitova ha avuto ragione di Aliona Ostapenko in tre set, nonostante una giornata a corrente alternata. Al set decisivo, in questa stagione, Petra-ex-Petrona sta facendo sfracelli: nel 2020 ne ha giocati sei e, fatto salvo quello ceduto a Madison Keys in quel di Brisbane, ne ha vinti cinque senza mai concedere più di tre game. Occorrerebbe qui sottolineare anche la giornata censurabilissima di Ostapenko, il cui gioco non proprio percentuale mal si abbina alle ventose condizioni qatariote. Oggi il voto peggiore in pagella lo ha meritato il servizio: sei su trentuno con la seconda e undici doppi falli sono i numeri di un disastro.

DUE FORFAIT E UNA SORPRESA – Elena Rybakina ha preferito addirittura togliersi di mezzo, e c’era da aspettarselo. Quando nella serata di ieri abbiamo visto l’order of play odierno, che prevedeva il suo ottavo con Barty secondo incontro sul Centrale, circostanza che le avrebbe concesso circa sedici ore appena di riposo dopo la maratona vinta su Van Uytvanck, in redazione abbiamo iniziato a fiutare la possibilità che la kazaka import oggi potesse non scendesse in campo.

La cosa ha effettivamente preso corpo intorno all’ora di pranzo, sotto forma di un walk over che la giocatrice addebita a un leggero stiramento alla gamba destra e che noi sospettiamo abbia a che fare con la più ampia situazione contingente: il match di oggi contro la numero uno al mondo sarebbe stato il ventiseiesimo in meno di due mesi e il tredicesimo negli ultimi sedici giorni calcando i campi di tre diversi tornei. Lo sforzo di ieri, classica goccia di troppo nel vaso esondante, deve aver fatto riflettere la rampantissima Elena: tra poco si parte per il Sunshine Double, non vale la pena arrivarci con il serbatoio secco.

Per Ash qualificazione senza versare una goccia di sudore: nei quarti troverà Muguruza, emersa più facilmente di quanto sarebbe stato lecito attendersi dall’esame Yastremska. E senza giocare è entrata tra le prime otto anche Svetlana Kuznetsova, la quale ha approfittato di un ritiro un po’ meno prevedibile, quello di Amanda Anisimova. La veterana da San Pietroburgo, che ha giocato la prima delle due sfortunate finali in Qatar sedici anni fa, affronterà per un posto in semifinale Belinda Bencic, brava a dribblare qualche blackout di troppo e a eliminare la bestia nera Yulia Putintseva, vincitrice in tre dei passati quattro scontri diretti. In controllo fino al cinque a due, la quarta favorita si è fatta risucchiare fino al cinque a quattro, per poi strappare il break che ha deciso il primo set – e di fatto la partita, da quel momento in poi in discesa – in un decimo gioco da tredici punti in cui è stata costretta a cancellare quattro palle per il cinque pari.

Da quelle parti del draw è arrivata la prima sorpresa di giornata, ossia l’inopinata sconfitta patita da Kiki Bertens contro la comunque fastidiosa Saisai Zheng: la cinese, per la quinta volta in carriera ai quarti di un Premier e per la seconda a Doha, affronterà Arina Sabalenka, che ha lasciato appena tre game a Maria Sakkari.

Risultati:

[8] P. Kvitova b. J. Ostapenko 6-2 5-7 6-1
[1] A. Barty b. [14] E. Rybakina W/O
S. Kuznetsova b. A. Anisimova W/O
S. Zheng b. [7] K. Bertens 3-6 6-3 6-4
[9] A. Sabalenka b. [15] M. Sakkari 6-3 6-0
[4] B. Bencic b. Y. Putintseva 6-4 6-3
[WC] O. Jabeur b. [3] K. Pliskova 6-4 3-6 6-3
[11] G. Muguruza b. D. Yastremska 6-2 6-4

Il tabellone completo

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