La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

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La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

Piccola libreria. Abbiamo sezionato per voi “500 anni di tennis” di Gianni Clerici e ricostruito con testi, immagini e video l’evoluzione del colpo più misterioso e simbolico del tennis: il rovescio. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

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Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

In più di cent’anni di questo glorioso sport i cambiamenti sono stati massici, talvolta rivoluzionari, altre volte osteggiati. Se diritto e servizio hanno lentamente modificato la loro dinamica sino a raggiungere l’attuale conformazione, nella quale le rotazioni s’accompagnano al colpo piatto e senza fronzoli, il rovescio è addirittura cambiato nelle intenzioni del gesto, da colpo meramente d’appoggio a valida arma offensiva, sino alla rivoluzione bimane che l’ha trasformato nel colpo più sicuro per molti tennisti.

Nel titolo, i primi due rovesci prototipici – rigorosamente a una mano – fratelli (diversi) come gli autori del gesto, accanto all’ultimo e più riuscito degli esemplari moderni, che ne mantiene l’eleganza e vi annette una spietata brutalità targata nuovo millennio.

 

I fratelli Doherty furono a cavallo dei due secoli i dominatori di ben nove edizioni del singolare di Wimbledon. Inglesi in terra inglese, vinsero anche in doppio, pur tra qualche bisticcio. Diversi nel portamento, diversi nell’eseguire il rovescio. Reggie fu tra i pionieri del classico back hand drive, il colpo tagliato che divenne per tutti i tennisti di inizio secolo lo schema di riferimento. Il tennis era quasi esclusivamente su erba, e le traiettorie basse seppur non offensive per via del taglio inverso divennero la strategia più adottata. Anche perché si abitava spesso la rete, e per l’attacco si sceglieva piuttosto il diritto. Nell’esecuzione, se si eccettua una eccessiva rigidità delle gambe, si riscontrano diverse analogie con il colpo di oggi.

Il più piccolo Laurie soleva colpire piatto, pur utilizzando la stessa impugnatura di suo fratello. Si tratta(va) della presa continentale, la stessa con la quale si eseguono oggi servizio e rovescio in back, che assunse questa denominazione proprio per essere l’impugnatura utilizzata (dai più) nel vecchio continente. L’angolo tra braccio e racchetta superava di poco i 90°, nel permettere un certo gioco di polso seppur con i limiti degli attrezzi utilizzati.

Lawrence Doherty cerca l'impatto in posizione troppo rigida, ma con quel colletto merita indulgenza

Lawrence Doherty cerca l’impatto in posizione troppo rigida, ma con quel colletto merita indulgenza

Siamo attorno al 1900, e non va sottovalutato l’apporto dei due Doherty all’evoluzione di questo colpo. Specie ripensando a pochi anni prima, quando ancora di rovescio si colpiva con la stessa faccia della racchetta utilizzata per il diritto – fratelli Renshaw, attorno al 1885 – o ai tempi del Royal Tennis, il gioco dei re, le cui raffigurazioni ci suggeriscono l’abitudine di una maldestra presa a metà manico (per la gioia di Archimede..)

Oltreoceano le cose erano abbastanza diverse: negli States il seguito del tennis cresceva e la relativa impossibilità di confrontare tecniche e segreti con i britannici produsse il curioso effetto di uno sviluppo parallelo della tecnica del rovescio, un difetto di comunicazione non privo di fascino. Gli americani, la cui scuola tennistica era inizialmente ridotta alla costa orientale, presero a impugnare all’incirca come l’attuale eastern, con angolo braccio-racchetta molto più ampio dei 90° inglesi e una quasi totale estensione nell’impattare, di rovescio come di diritto. L’impugnatura western arriverà dopo, con i primi – e agguerriti – migranti provenienti dai duri cementi californiani.

La presa eastern presupponeva un colpo piatto e tendenzialmente privo di rotazione, probabilmente derivante dalla maggiore verve atletica dei primi tennisti a stelle e strisce che li condusse a sviluppare un gioco maggiormente di ritmo, con meno affezione verso i colpi di volo e una battuta più aggressiva. Tra i migliori esecutori del tipico rovescio piatto statunitense troviamo William Larned, sette volte vincitore a Forest Hills tra il 1901 e il 1911. Le immagini di repertorio lo raffigurano a busto chino e braccio teso mentre colpisce un rovescio esteticamente non eccelso ma – a quanto riferiscono le sue vittorie – molto efficace nel risultato.

William Larned usa il pollice per guidare il suo rovescio

William Larned usa il pollice per guidare il suo rovescio

Mentre in terra australe era il neozelandese Wilding ad esibirsi nel rovescio più interessante, con presa continentale ma taglio meno accentuato, iniziarono i primi viaggi transoceanici e con essi le prime contaminazioni di stile. E si palesarono anche i primi corsari della racchetta: Laurie Doherty fu il primo straniero a imporsi sui campi newyorchesi di Forest Hills (1903), forse anche per il suo rovescio simile a quello americano, mentre l’australiano Brookes si permise di profanare l’erba di Wimbledon fino al 1907 feudo esclusivo dei sudditi della corona inglese. E lo fece, con un velo di anacronismo, colpendo il rovescio ancora alla vecchia maniera, richiamando la stessa faccia della racchetta usata per il diritto. Pareva avesse un polso magico.

La pallina cromaticamente fusa con la manica di camicia, Brookes ci mostra la sua bizzarra versione del rovescio

La pallina cromaticamente fusa con la manica di camicia, Brookes ci mostra la sua bizzarra versione del rovescio

Adesso comunque si giocava a carte scoperte, e ognuno tornando nel proprio paese d’origine dai logoranti viaggi in nave meditava su quanto scoperto in terra straniera, cercando di mettere a punto nuove tecniche per sorprendere gli avversari al successivo appuntamento. La guerra congelò i primi progressi, e si dovette attendere quel personaggio rivoluzionario che risponde al nome di Bill Tilden, al secolo “Big Bill”, che dominò fino al 1931 il tennis mondiale prima di fungere da pioniere – anche lì, esatto – per l’istituzione del circuito professionistico e lasciare il mondo dei dilettanti.

Lo statunitense sconquassò non solo l’abitudine di pensare al tennis come sport per soli gentleman, ma rivoluzionò anche alcune tecniche di gioco. Fu nello specifico il primo a colpire il rovescio con un marcato anticipo, applicando la potenza delle sue lunghe leve alla chiusa impugnatura americana, e generando il primo vero rovescio aggressivo della storia del tennis. Tilden costruì questo colpo con il tempo, poichè nelle sue prime apparizioni risultava ancora molto attaccabile sul lato sinistro del campo: una grande dimostrazione di lungimiranza.

"Big Bill" Tilden, vezzoso con la punta del piede sinistro, in tutto il suo mirabile equilibrio

“Big Bill” Tilden, vezzoso con la punta del piede sinistro, in tutto il suo mirabile equilibrio

Come ogni pioniere, Big Bill fece scuola, già nella sua epoca. Il sudafricano Brian Norton lo emulò e finì per sviluppare un gran rovescio, forse di potenza ancora maggiore, e come lui altri in terra americana e non. Più restii i britannici ad evolversi con questo fondamentale, principalmente per la loro abitudine ad attaccare la rete con costanza, lo affinarono quasi esclusivamente come colpo d’approccio.

Accanto all’immobilismo dello stile inglese, iniziò a imporsi la scuola francese, quella che produsse i quattro moschettieri delle sei Davis consecutive (1927-32). Vero artista del rovescio fu René Lacoste, vincitore anche a Wimbledon, che perfezionò il gesto di marca inglese fino ad aggiungerne eleganza e spinta, soprattutto sulle traiettorie lungolinea. Il francese impose l’utilizzo del polso e una meno pigra ricerca di palla con i piedi, in una sorta di versione primordiale dell’attuale rovescio di Gasquet con però una maggiore propensione a seguire il colpo a rete.

Nacque però negli Stati Uniti la miglior sintesi tra la compassata esecuzione europea e la più violenta sbracciata americana: Donald Budge coniò probabilmente il miglior rovescio dell’era pre-open mutuando il colpo di mazza tipico del baseball. Egli si formò infatti praticando questo sport, e una volta passato al tennis pensò bene di provare a staccare la mano sinistra e colpire di rovescio con la stessa tecnica di un battitore. Il risultato fu un colpo devastante, che i suoi avversari non riuscirono mai ad arginare: il Grande Slam centrato nel 1938 ne è manifestazione palese.

Il solco scavato da Budge era profondo, e quantomeno nel gesto a una mano mano sono state poche le ulteriori migliorie apportate prima che giungessero, inesorabili, le rotazioni. L’acme della scuola americana del rovescio piatto fu raggiunta dal colpo di Jack Kramer, colui che con il perfezionamento del circuito professionistico preconizzato da Tilden ha mandato ai matti decine e decine di statistici e comparatori di professione. E che nel tempo libero bastonava i suoi avversari a forza di inesorabili rovesci a braccio – estremamente – teso.

Prima di addentrarci nella rivoluzione bimane, val la pena citare i casi di Pancho Gonzalez e di Ken Rosewall, due tra i primi “Immortali” – come lo Scriba usava definirli – del secondo dopoguerra, che hanno consegnato alla storia due fulgidi esempi di rovescio. E anche quello di Rod Laver, per un motivo che scopriremo.

Il messicano naturalizzato americano torreggiava in campo dall’alto del suo metro e novanta eppure riusciva a dissimulare la sua ingente mole con movenze felpate da tanghero. Fu infatti nell’eseguire l’approccio a rete di rovescio che brevettò il cosiddetto “passo di tango”, che consiste nell’incrociare il piede sinistro alle spalle del destro durante la corsa verso la rete, guadagnandone in fluidità, velocità e – innegabilmente – in eleganza.

Quel piccolo diavolo di Rosewall invece faticava a raggiungere i 170 cm, ma dalla sua compattezza luciferina riusciva a sprigionare una sorprendente potenza, frutto dell’assoluta padronanza nell’utilizzo del braccio come leva. Il suo rovescio, che nella tecnica era uno slice ma nell’esecuzione finale e nella velocità con cui veniva giocato si approssimava più ad una palla piatta, va sicuramente annoverato tra i migliori dell’era-open, a buon diritto rivale del letale “colpo di mazza” di Don Budge.

A sinistra Budge non impressiona un elegante spettatore, a destra Rosewall esegue uno dei suoi inimitabili rovesci

A sinistra Budge non impressiona un elegante spettatore, a destra Rosewall esegue uno dei suoi inimitabili rovesci

Siamo nel dopoguerra, impazza la guerra tra pro e dilettanti, Rod Laver svolge il suo lavoro di modesto artigiano della racchetta. Il formidabile equilibrio nei colpi dell’australiano poggia su una grande innovazione, che verrà interiorizzata soltanto diversi anni dopo e peserà non meno della rivoluzione bimane. Il suo allenatore lo aveva dotato – oltre che di un avambraccio da pugile – di un doppio rovescio, un colpo tagliato all’europea ed uno coperto, dotato anche di lift, più aggressivo. È bene ricordare che ai tempi l’abitudine per i tennisti era di perfezionare un unico tipo di rovescio, e plasmare il proprio gioco su quello. Laver fu il primo, quantomeno ad alti livelli, a dimostrare la rivoluzionaria utilità del poter giocare il rovescio in due modi, a seconda delle situazioni di gioco.

Rod Laver, il genio, impegnato in un rovescio tradizionale

Rod Laver, il genio, impegnato in un rovescio tradizionale

Ormai entrati nell’epoca del “tennis moderno”, come il nostro Autore definisce quel che sui campi da tennis succede alle macerie del conflitto atomico, ci prendiamo una piccola pausa dal nostro incedere diritti sulla storia del rovescio.

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La Piccola Biblioteca: le memorie di Adriano

Recensiamo per La Piccola Biblioteca l’ultimo libro di Panatta. Una fotografia cinetica degli ultimi cinquanta anni di tennis, dei suoi campioni e inevitabilmente del mondo, o della musica, che gira intorno

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Panatta A. (con Azzolini D.), Il tennis è musica, Sperling & Kupfer, 2018

Dopo averci già regalato la sua visione del tennis, condita da un’aneddotica gioiosa e senza malinconia di quegli anni 70 che hanno rappresentato la Golden Age del tennis professionistico [1], Panatta torna alle stampe con un libro prezioso, quantomeno dal punto di vista metodologico. Partendo dal 1968, il vagito ufficiale del Tennis Open, Panatta (e Azzolini) ripercorre la storia recente di uno sport che in qualche maniera coincide con la sua. Il 1968 è l’anno zero in cui il tennis entra nella contemporaneità e l’anno in cui Adriano diventa maggiorenne. Ma è soprattutto l’anno in cui il mondo esplode di un’irripetibile rivoluzione culturale che vede nella musica dei Beatles l’epifanica sintesi. Perché come recita il sottotitolo il tennis è musica.

Sarà questo strano cocktail, unito al carattere sornione di Panatta, campione ma non campionissimo, consapevole e infinitamente grato di aver attraversato un’era irripetibile, a generare un libro anomalo da leggere tutto di un fiato. Ogni anno un capitolo. Ogni anno un focus. Ogni anno un personaggio. Dal 1968 al 2018. Da Laver a Federer. La storia circolare di una magia. La bellezza del libro sta nel posizionamento – non replicabile – dell’autore che evita di mettere al centro la sua vicenda (come farebbe un McEnroe o un qualsiasi big) e regala al lettore l’eccezionalità del suo punto di vista privilegiato. Lo scheletro cronologico dell’inesorabile sequenza degli anni unita all’assoluta libertà di scegliere il cosa dentro quello spazio bianco aiuta, e non di poco, l’operazione.

 

Con questi presupposti il libro diventa un romanzo visivo in grado di mettere in scena, e in sequenza, mezzo secolo di tennis con innesti mnemonici\relazionali che faranno la gioia di ogni appassionato. Accanto alla cronaca sportiva emergono i personaggi di uno sport ancora non alfabetizzato al professionismo. Tiriac che arriva senza soldi e per intrattenere e scroccare cene stupiva tutti mangiando vetro; Nastase che in campo chiama Ashe “Negroni” per poi mandargli un mazzo di rose per scusarsi, e presentarsi, non invitato, al suo matrimonio; Borg portato a spalle in albergo in piena notte dopo una sbornia colossale per poi ritrovarlo alle otto di mattina in campo come niente fosse successo; Vilas che chiede a Panatta “uno stipendiuccio” per rimanere in Europa durante la stagione sul rosso e lui che convince il suo circolo a stipendiare un mancino per “allenare gli italiani”.

In ogni capitolo c’è un aneddoto che da solo vale il libro, ma paradossalmente l’anima del libro non è lì. C’è il primo grande Slam, l’avvento del tie-break, il dominio di Connors, l’era Evert-Navratilova, e via via fino all’epoca Federer-Nadal ma l’anima è da ricercare dentro la personalità dei campioni che vengono restituiti con un chirurgico approfondimento tecnico-psicologico e soprattutto umano. Il grande vuoto rappresentato dall’omissione della carriera di Adriano viene sublimato dalla passione per le personalità che Panatta sente simili. La straordinaria vicenda di Vitas “Broadway” Gerulaitis, una vita spesa tra volée, party, Ferrari e generosità. La straripante personalità di Bum-Bum “spaccatutto” Becker, la lucida follia di Safin e di Yannick Noah, l’empatica ammirazione per Mc “il miglior attaccante di sempre” e per “mattocalmo” Borg la sua nemesi, l’altra pietra focaia che ha traghettato il tennis verso un’altra dimensione.

Una dimensione più professionale incarnata da Lendl il “robot visionario” che a posteriori costituisce il punto di non ritorno di un gioco che diventerà inesorabilmente sport, quasi solo sport. Ma come in una canzone di De Gregori non c’è mai malinconia nel racconto. È tutto risolto. Il rimpianto è semmai nel lettore, o nell’attuale appassionato di tennis, a cui suonano inimmaginabili episodi come quello di Nelson Mandela che, attaccato ad una radiolina mentre Ashe vince il primo Wimbledon nero della storia (maschile), immagina un futuro diverso per la sua gente, mimando volée perfette dentro una cella di quattro metri.

Per restare in musica il recente avvento dei “Fab Four” con la racchetta ha si ripristinato l’essenza del tennis, proiettandola a vette tecnicamente inimmaginabili ma ha blindato la sua anima dentro l’involucro impermeabile di un professionismo estremo. Se volete un paragone è la stessa differenza che corre tra Messi e Maradona. La differenza non è nel come si colpisce la palla ma nell’uomo che la colpisce. Da una parte c’è solo calcio dall’altra c’è anche il più bel coro mai sentito in uno stadio. Adriano ci parla di tutte e due le cose. Del tennis e della sua anima incarnata nei campioni. Lo ringraziamo per esserci stato quando il futuro era ancora da scrivere e per avercelo raccontato così bene.

[1] https://www.ubitennis.com/blog/2015/03/27/piu-dritti-che-rovesci-la-storia-di-adriano-panatta/ e più ancora https://www.ubitennis.com/blog/2015/10/16/i-meravigliosi-anni-settanta-lei-non-sa-chi-eravamo-noi/

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

 

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

Ritorna la Piccola Biblioteca con un volume speciale che riscrive la storia del Tennis

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Bottazzi L., Tennis. 100 anni di storie, Giunti Editore, 2018.

Il tennis andrebbe scorporato in tre linee essenziali: l’arte, la scienza e la storia. L’arte è il patrimonio misterioso incorporato nei grandi campioni. Un mix di colpo d’occhio, tecnica, sensibilità, visione di gioco e percezione drammaturgica dell’importanza del momento. Fondamentalmente una roba intrasmissibile. Nessuno al mondo può insegnare la risposta telepatica di Nole, la frustata liquida di Roger o l’uncinata da cinque quintali di Rafa. Loro meno di tutti. È una specie di dono che si rinnova come l’araba fenice in ogni campione. Magia più che sport. O meglio la magia dello sport.

La scienza del tennis è invece la conoscenza scientifica del gioco. Uno studio inaugurato da Bill Tilden, il “Leonardo del tennis”. Uno che non si accontentò di essere un campione immenso, forse il più grande di tutti, ma che ha lasciato studi, libri e visioni che hanno proiettato un semplice gioco in una dimensione superiore [1]. La scienza del tennis dovrebbe essere la base di ogni insegnante o allenatore. Trasmetterla dovrebbe essere un dovere. Dico dovrebbe perché è proprio nell’epoca di giocatori iperspecializzati in una sola zona del campo che dovrebbe essere necessario una visione più ampia del gioco del tennis e inevitabilmente una percezione più profonda della sua essenza. Questa questione porta inevitabilmente alla terza linea: la Storia del Tennis. Genere letterario innalzato da Clerici a semiotica dell’animo umano, o microstoria, al quale Luca Bottazzi aggiunge un prezioso tassello. Con una pubblicazione elegante, un superbo corredo fotografico e un’estesa bibliografia “Tennis. 100 anni di storie” fornisce gli strumenti necessari per allontanarsi dalla dittatura del presente e mettere il gioco dei Re, o il Re dei giochi in una prospettiva più ampia e, udite udite, unitaria. Se i 500 anni di Clerici sono un’irripetibile enciclopedia in prosa [2], i 100 anni di Bottazzi sono un romanzo da leggere tutto di un fiato. Dal Medioevo fino a Roger Federer con una preziosa porta aperta sul futuro che suona come una preghiera, o una sentenza: la chiave del futuro è radicata nel (la conoscenza del) passato.

 

Che il tennis non sia uno sport come gli altri è cosa abbastanza risaputa ma è quasi fantastico assistere a come questo emerga negli scritti di Erasmo da Rotterdam (1522), di Leonardo da Vinci o che sia stato il perimetro fisico che ha generato la Rivoluzione Francese. Una semplice palla colpita da due contendenti diventa rapidamente una cosa in grado di sintetizzare la condizione dell’essere umano nel mondo stretto tra competizione, regole e caos. Una metafora in movimento che ha attratto prima i Re, e i principi, poi gli spettatori, le televisioni fino a diventare un linguaggio universale.

Nella prima sezione del libro, Bottazzi ci restituisce la preistoria del tennis tra il primo tentativo di codifica del gioco (della pallacorda) di Antonio Scaino nel 1555 e il brevetto anglosassone del Lawn tennis che incorpora il gioco del Real tennis plasmando così il futuro. Credo però che il merito più grosso del libro sia la prospettiva adottata. Filologicamente devoto alla Storia del Tennis ma così irriducibilmente dentro il suo gioco da tradirla. Mi spiego, dal primo Wimbledon (1887) fino all’ultimo (2018) tutti campioni vengono posti sullo stesso piano con buona pace della grande diaspora tra dilettanti e professionisti. Nonostante il libro avanzi per capitoli che periodizzano le varie Ere, Bottazzi bypassa, direi finalmente, la questione delle questioni che ha falsato irreversibilmente la possibilità di comparare i campioni con parametri simili. Problemone irrisolvibile che tra le tante implicazioni ha sbilanciato la storia del tennis in avanti, quasi fosse incominciato nel 1968 con Rod Laver. Nella prospettiva di Bottazzi è il gesto tennistico a essere l’indiscusso protagonista e a scandire le varie epoche. Così facendo il circuito professionistico viene sovrapposto a quello ufficiale restituendo una Storia del Tennis probabilmente più incerta ma infinitamente più equilibrata. Una Storia che se ne infischia dell’eventuale GOAT ma che ha il merito di mettere sullo stesso piano Federer, Nadal, Laver e Borg con Donald Budge, Ken Rosewall, Bill Tilden, René Lacoste e Pacho Gonzales. Solo per fare alcuni nomi.

A impreziosire il volume ci sono le appendici finali dove accanto alle classifiche canoniche sul numero di Grande Slam vinti (1. Federer 20, 2. Nadal 17, 3. Sampras, Djokovic 14), ci sono quelle che integrano l’equivalente professionistico di quei tornei. La nuova classifica integrata suona così:

1) Ken Rosewall 23
2) Roger Federer 20
3) Rod Laver 19

Insomma si può discutere a lungo se i tornei Pro possono essere equiparati agli Slam, però escludere dal podio della storia del Tennis uno come Rosewall che dopo l’integrazione dei professionisti (Rosewall ha saltato la bellezza di 40 Slam, dal 1957 al 1967), ritorna in finale a Wimbledon a 39 anni suonati, che ha vinto tornei per 25 anni consecutivi e che nell’head to head con Laver ha vinto 62 incontri (su 149) è forse tecnicamente corretto ma sostanzialmente assurdo.

Una storia che così riscritta ha l’infinito merito di reintegrare campioni pazzeschi negli albi d’oro e a ben vedere suggerisce una strana, ma logica, linea di continuità. Gli immortali, non a caso quasi tutta gente che ha giocato e vinto quasi fino ai quaranta anni, sono stati, nelle rispettive epoche e all’interno delle varie evoluzioni dei gesti, interpreti di un gioco a tutto campo che dovrebbe essere l’essenza del tennis e la cosa più logica del mondo se non fossimo all’interno di un’epoca che con l’iperspecializzazione in una zona del campo la nega. Insomma, grazie a libri come questi, il futuro (e il passato) è ancora aperto.

[1] Per un approfondimento vedi qua
[2] 500 anni di tennis: “la bibbia” che tutti dovrebbero avere

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