La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

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La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

Piccola libreria. Abbiamo sezionato per voi “500 anni di tennis” di Gianni Clerici e ricostruito con testi, immagini e video l’evoluzione del colpo più misterioso e simbolico del tennis: il rovescio. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (prima parte)

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Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

In più di cent’anni di questo glorioso sport i cambiamenti sono stati massici, talvolta rivoluzionari, altre volte osteggiati. Se diritto e servizio hanno lentamente modificato la loro dinamica sino a raggiungere l’attuale conformazione, nella quale le rotazioni s’accompagnano al colpo piatto e senza fronzoli, il rovescio è addirittura cambiato nelle intenzioni del gesto, da colpo meramente d’appoggio a valida arma offensiva, sino alla rivoluzione bimane che l’ha trasformato nel colpo più sicuro per molti tennisti.

Nel titolo, i primi due rovesci prototipici – rigorosamente a una mano – fratelli (diversi) come gli autori del gesto, accanto all’ultimo e più riuscito degli esemplari moderni, che ne mantiene l’eleganza e vi annette una spietata brutalità targata nuovo millennio.

 

I fratelli Doherty furono a cavallo dei due secoli i dominatori di ben nove edizioni del singolare di Wimbledon. Inglesi in terra inglese, vinsero anche in doppio, pur tra qualche bisticcio. Diversi nel portamento, diversi nell’eseguire il rovescio. Reggie fu tra i pionieri del classico back hand drive, il colpo tagliato che divenne per tutti i tennisti di inizio secolo lo schema di riferimento. Il tennis era quasi esclusivamente su erba, e le traiettorie basse seppur non offensive per via del taglio inverso divennero la strategia più adottata. Anche perché si abitava spesso la rete, e per l’attacco si sceglieva piuttosto il diritto. Nell’esecuzione, se si eccettua una eccessiva rigidità delle gambe, si riscontrano diverse analogie con il colpo di oggi.

Il più piccolo Laurie soleva colpire piatto, pur utilizzando la stessa impugnatura di suo fratello. Si tratta(va) della presa continentale, la stessa con la quale si eseguono oggi servizio e rovescio in back, che assunse questa denominazione proprio per essere l’impugnatura utilizzata (dai più) nel vecchio continente. L’angolo tra braccio e racchetta superava di poco i 90°, nel permettere un certo gioco di polso seppur con i limiti degli attrezzi utilizzati.

Lawrence Doherty cerca l'impatto in posizione troppo rigida, ma con quel colletto merita indulgenza

Lawrence Doherty cerca l’impatto in posizione troppo rigida, ma con quel colletto merita indulgenza

Siamo attorno al 1900, e non va sottovalutato l’apporto dei due Doherty all’evoluzione di questo colpo. Specie ripensando a pochi anni prima, quando ancora di rovescio si colpiva con la stessa faccia della racchetta utilizzata per il diritto – fratelli Renshaw, attorno al 1885 – o ai tempi del Royal Tennis, il gioco dei re, le cui raffigurazioni ci suggeriscono l’abitudine di una maldestra presa a metà manico (per la gioia di Archimede..)

Oltreoceano le cose erano abbastanza diverse: negli States il seguito del tennis cresceva e la relativa impossibilità di confrontare tecniche e segreti con i britannici produsse il curioso effetto di uno sviluppo parallelo della tecnica del rovescio, un difetto di comunicazione non privo di fascino. Gli americani, la cui scuola tennistica era inizialmente ridotta alla costa orientale, presero a impugnare all’incirca come l’attuale eastern, con angolo braccio-racchetta molto più ampio dei 90° inglesi e una quasi totale estensione nell’impattare, di rovescio come di diritto. L’impugnatura western arriverà dopo, con i primi – e agguerriti – migranti provenienti dai duri cementi californiani.

La presa eastern presupponeva un colpo piatto e tendenzialmente privo di rotazione, probabilmente derivante dalla maggiore verve atletica dei primi tennisti a stelle e strisce che li condusse a sviluppare un gioco maggiormente di ritmo, con meno affezione verso i colpi di volo e una battuta più aggressiva. Tra i migliori esecutori del tipico rovescio piatto statunitense troviamo William Larned, sette volte vincitore a Forest Hills tra il 1901 e il 1911. Le immagini di repertorio lo raffigurano a busto chino e braccio teso mentre colpisce un rovescio esteticamente non eccelso ma – a quanto riferiscono le sue vittorie – molto efficace nel risultato.

William Larned usa il pollice per guidare il suo rovescio

William Larned usa il pollice per guidare il suo rovescio

Mentre in terra australe era il neozelandese Wilding ad esibirsi nel rovescio più interessante, con presa continentale ma taglio meno accentuato, iniziarono i primi viaggi transoceanici e con essi le prime contaminazioni di stile. E si palesarono anche i primi corsari della racchetta: Laurie Doherty fu il primo straniero a imporsi sui campi newyorchesi di Forest Hills (1903), forse anche per il suo rovescio simile a quello americano, mentre l’australiano Brookes si permise di profanare l’erba di Wimbledon fino al 1907 feudo esclusivo dei sudditi della corona inglese. E lo fece, con un velo di anacronismo, colpendo il rovescio ancora alla vecchia maniera, richiamando la stessa faccia della racchetta usata per il diritto. Pareva avesse un polso magico.

La pallina cromaticamente fusa con la manica di camicia, Brookes ci mostra la sua bizzarra versione del rovescio

La pallina cromaticamente fusa con la manica di camicia, Brookes ci mostra la sua bizzarra versione del rovescio

Adesso comunque si giocava a carte scoperte, e ognuno tornando nel proprio paese d’origine dai logoranti viaggi in nave meditava su quanto scoperto in terra straniera, cercando di mettere a punto nuove tecniche per sorprendere gli avversari al successivo appuntamento. La guerra congelò i primi progressi, e si dovette attendere quel personaggio rivoluzionario che risponde al nome di Bill Tilden, al secolo “Big Bill”, che dominò fino al 1931 il tennis mondiale prima di fungere da pioniere – anche lì, esatto – per l’istituzione del circuito professionistico e lasciare il mondo dei dilettanti.

Lo statunitense sconquassò non solo l’abitudine di pensare al tennis come sport per soli gentleman, ma rivoluzionò anche alcune tecniche di gioco. Fu nello specifico il primo a colpire il rovescio con un marcato anticipo, applicando la potenza delle sue lunghe leve alla chiusa impugnatura americana, e generando il primo vero rovescio aggressivo della storia del tennis. Tilden costruì questo colpo con il tempo, poichè nelle sue prime apparizioni risultava ancora molto attaccabile sul lato sinistro del campo: una grande dimostrazione di lungimiranza.

"Big Bill" Tilden, vezzoso con la punta del piede sinistro, in tutto il suo mirabile equilibrio

“Big Bill” Tilden, vezzoso con la punta del piede sinistro, in tutto il suo mirabile equilibrio

Come ogni pioniere, Big Bill fece scuola, già nella sua epoca. Il sudafricano Brian Norton lo emulò e finì per sviluppare un gran rovescio, forse di potenza ancora maggiore, e come lui altri in terra americana e non. Più restii i britannici ad evolversi con questo fondamentale, principalmente per la loro abitudine ad attaccare la rete con costanza, lo affinarono quasi esclusivamente come colpo d’approccio.

Accanto all’immobilismo dello stile inglese, iniziò a imporsi la scuola francese, quella che produsse i quattro moschettieri delle sei Davis consecutive (1927-32). Vero artista del rovescio fu René Lacoste, vincitore anche a Wimbledon, che perfezionò il gesto di marca inglese fino ad aggiungerne eleganza e spinta, soprattutto sulle traiettorie lungolinea. Il francese impose l’utilizzo del polso e una meno pigra ricerca di palla con i piedi, in una sorta di versione primordiale dell’attuale rovescio di Gasquet con però una maggiore propensione a seguire il colpo a rete.

Nacque però negli Stati Uniti la miglior sintesi tra la compassata esecuzione europea e la più violenta sbracciata americana: Donald Budge coniò probabilmente il miglior rovescio dell’era pre-open mutuando il colpo di mazza tipico del baseball. Egli si formò infatti praticando questo sport, e una volta passato al tennis pensò bene di provare a staccare la mano sinistra e colpire di rovescio con la stessa tecnica di un battitore. Il risultato fu un colpo devastante, che i suoi avversari non riuscirono mai ad arginare: il Grande Slam centrato nel 1938 ne è manifestazione palese.

Il solco scavato da Budge era profondo, e quantomeno nel gesto a una mano mano sono state poche le ulteriori migliorie apportate prima che giungessero, inesorabili, le rotazioni. L’acme della scuola americana del rovescio piatto fu raggiunta dal colpo di Jack Kramer, colui che con il perfezionamento del circuito professionistico preconizzato da Tilden ha mandato ai matti decine e decine di statistici e comparatori di professione. E che nel tempo libero bastonava i suoi avversari a forza di inesorabili rovesci a braccio – estremamente – teso.

Prima di addentrarci nella rivoluzione bimane, val la pena citare i casi di Pancho Gonzalez e di Ken Rosewall, due tra i primi “Immortali” – come lo Scriba usava definirli – del secondo dopoguerra, che hanno consegnato alla storia due fulgidi esempi di rovescio. E anche quello di Rod Laver, per un motivo che scopriremo.

Il messicano naturalizzato americano torreggiava in campo dall’alto del suo metro e novanta eppure riusciva a dissimulare la sua ingente mole con movenze felpate da tanghero. Fu infatti nell’eseguire l’approccio a rete di rovescio che brevettò il cosiddetto “passo di tango”, che consiste nell’incrociare il piede sinistro alle spalle del destro durante la corsa verso la rete, guadagnandone in fluidità, velocità e – innegabilmente – in eleganza.

Quel piccolo diavolo di Rosewall invece faticava a raggiungere i 170 cm, ma dalla sua compattezza luciferina riusciva a sprigionare una sorprendente potenza, frutto dell’assoluta padronanza nell’utilizzo del braccio come leva. Il suo rovescio, che nella tecnica era uno slice ma nell’esecuzione finale e nella velocità con cui veniva giocato si approssimava più ad una palla piatta, va sicuramente annoverato tra i migliori dell’era-open, a buon diritto rivale del letale “colpo di mazza” di Don Budge.

A sinistra Budge non impressiona un elegante spettatore, a destra Rosewall esegue uno dei suoi inimitabili rovesci

A sinistra Budge non impressiona un elegante spettatore, a destra Rosewall esegue uno dei suoi inimitabili rovesci

Siamo nel dopoguerra, impazza la guerra tra pro e dilettanti, Rod Laver svolge il suo lavoro di modesto artigiano della racchetta. Il formidabile equilibrio nei colpi dell’australiano poggia su una grande innovazione, che verrà interiorizzata soltanto diversi anni dopo e peserà non meno della rivoluzione bimane. Il suo allenatore lo aveva dotato – oltre che di un avambraccio da pugile – di un doppio rovescio, un colpo tagliato all’europea ed uno coperto, dotato anche di lift, più aggressivo. È bene ricordare che ai tempi l’abitudine per i tennisti era di perfezionare un unico tipo di rovescio, e plasmare il proprio gioco su quello. Laver fu il primo, quantomeno ad alti livelli, a dimostrare la rivoluzionaria utilità del poter giocare il rovescio in due modi, a seconda delle situazioni di gioco.

Rod Laver, il genio, impegnato in un rovescio tradizionale

Rod Laver, il genio, impegnato in un rovescio tradizionale

Ormai entrati nell’epoca del “tennis moderno”, come il nostro Autore definisce quel che sui campi da tennis succede alle macerie del conflitto atomico, ci prendiamo una piccola pausa dal nostro incedere diritti sulla storia del rovescio.

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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