La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (seconda parte)

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La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (seconda parte)

Piccola libreria. Seconda puntata sull’evoluzione del rovescio. Attingendo al grande patrimonio presente in 500 anni di tennis di Gianni Clerici, ripercorriamo la storia del rovescio dall’avvento dei bimani fino ai giorni nostri

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Qui la prima parte.

Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

Per proseguire nel nostro viaggio, planiamo discretamente in Italia. Pietrangeli col suo elegantissimo (e non così tenero) rovescio “à la Lacoste” si imponeva due volte a Parigi, mentre il moro Beppino Merlo sperimentava, con l’abituale goffaggine dei primi, un nuovo fiammante rovescio eseguito, udite udite, con entrambe le mani. Qualche tentativo in tal senso fu fatto anche in passato, e probabilmente bocciato dai risultati prima che potesse divenire di dominio pubblico. Il nostro Beppino si costruì anche un colpo più che dignitoso, impugnando però con la destra a metà racchetta e la sinistra a mo’ di mano dominante, lui che però era destrimano. Ne venne fuori un rovescio impugnato come dovrebbe un mancino ma giocato sul lato sinistro, e di riflesso un – decisamente sgraziato – diritto con impugnatura a metà racchetta. Anche lui dimostrò qualche bega con Archimede, ma fu inconsapevole pioniere.

 
Il nostro Beppino molla la presa mancina dopo aver scagliato un rovescio: notare la posizione inconsueta della mano destra

Il nostro Beppino molla la presa mancina dopo aver scagliato un rovescio: notare la posizione inconsueta della mano destra

Ci vollero anni perché la novità fosse assorbita, quando sul circuito piombarono l’imperturbabile Borg e il vulcanico Connors. Sono i primi anni ’70, fresca era-open, le prime racchette metalliche già in circolo. In buona sostanza, i primi due grandi rovesci bimani portano le loro firme.

Connors fu in qualche modo influenzato dalla schietta scuola americana, smentendo chi sentenziava che la principale tendenza dei mancini fosse quella di giocare solo il backhand, di rovescio. Impugnatura molto chiusa, polso bloccato, braccia non completamente distese e tendenza a colpire con un istante di ritardo, quasi “incassando” l’inerzia del colpo avversario, prima di lasciar andare entrambe le braccia con fulminea violenza. Tanta l’affezione per la presa bimane che Jimbo, a volte, non l’abbandonava – se non all’ultimissimo istante – neanche per approcciare a rete in slice, quasi avesse paura di perdere il controllo della palla.

Se però ci fosse da scegliere il tennista che più d’ogni altro ha rivoluzionato il modo di concepire questo colpo, difficile fare un nome diverso da quello di Bjorn Borg. La sua tempra impassibile non fu dote di madre natura, come molti credono, ma frutto di anni di logorante esercizio volto all’autocontrollo. E fu proprio in quegli anni che teorizzò, discettò tra sé e sé, prima di esibirsi in pubblico con un rovescio totalmente innovativo. Il braccio destro carica come se dovesse colpire da solo, impugnando anche allo stesso modo, ma nascosta all’occhio la mano sinistra s’approssima al cuore della racchetta. Che scende verso il basso nel caricare, e poi sale a impattare la pallina impartendole anche una certa dose di rotazione, con il movimento secco di un colpo da hockey; la sinistra si stacca, e la destra conclude da sola il movimento portando la racchetta verso l’alto. Qualcuno lo definì un rovescio “a una mano e mezzo”, forse fotografando alla perfezione il gesto dello svedese.

Bjorn non perde mai di vista la pallina: sarà un vincente?

Bjorn non perde mai di vista la pallina: sarà un vincente?

Da quel momento in poi, l’evoluzione del rovescio seguì diverse strade. A perfezionare il rude gesto di Connors ci pensò un “dimenticato” della storia del tennis, “gattone” Mecir (soprannome, neanche a dirlo, partorito dall’autore della mia fonte prima). Più disinvolto e fluido nell’esecuzione, aumentò l’estensione del braccio a beneficio della ricerca della palla, colpita in anticipo e meglio disposta a raggiungere gli angoli del campo. La strada delle rotazioni battuta da Borg fu invece seguita da Guillermo Vilas, testardo – ma quasi sempre sconfitto – sfidante dello svedese. Sebbene con il gesto a una mano riuscì a tarare il suo solido braccio sinistro come uno strumento di precisione, atto a generare chirurgiche traiettorie ricche di topspin. A ben guardare un certo maiorchino, pare sia questione di avere un cognome di cinque lettere.

Con il suo solito carico d'indolenza, Mecir colpisce un probabile lungolinea

Con il suo solito carico d’indolenza, Mecir colpisce un probabile lungolinea

A salvaguardia delle coronarie dei nostalgici del rovescio a una mano si palesò anche Stefan Edberg, che non ebbe solo il portamento del cherubino e la sua apertura alare a rete, ma anche uno splendido rovescio tanto angelico nella preparazione quanto secco nell’esecuzione; un sincero grazie al suo maestro, che in atto veggente gli corresse la presa bimane adottata in adolescenza. La modifica era possibile, poiché la mano dominante impugnava allo stesso modo e il “bimanismo” più che un colpo a sé stante rappresentava – ancora – una facilitazione del gesto classico, con la sinistra (destra per i mancini come Connors) a dare solidità al colpo, più che a guidarne l’esecuzione.

Il piccolo Edberg, ancora bimane e non meno concentrato dello Stefan adulto, sui prati di Londra

Il piccolo Edberg, ancora bimane e non meno concentrato dello Stefan adulto, sui prati di Londra

Iniziò a divenire comune anche il cambio d’impugnatura, che rese finalmente più agevole dotarsi di un doppio rovescio, come Laver aveva teorizzato – e concretato – vent’anni prima: rimase la continentale per tagliare la pallina, mentre si scivolò verso una eastern per il rovescio coperto. Edberg fu ottimo spot di questa tecnica, più del legnoso – ma spesso infallibile – Ivan Lendl, che nato regolarista imparò con il tempo a guadagnare la rete, seppur con la cautela del caso. Il ceco fu anche tra i primi a esibirsi con regolarità nel diritto anomalo, che si pose come valida alternativa all’esecuzione del rovescio in alcune dinamiche di gioco.

Mats Wilander chiuse il cerchio adattando il cambio d’impugnatura alla presa bimane, così da lenire la difficoltà di coloro che si servivano anche della seconda mano nell’attaccare la rete. Divenne quindi abituale vedere tennisti che “staccano la mano” per eseguire un colpo tagliato, pur colpendo il rovescio in top con due. Va riconosciuto allo svedese il coraggio di una scelta che non aveva precedenti, certamente dettata dall’esigenza di ampliare i propri schemi offensivi.

Giunti agli anni ’90 fu la diffusione ormai capillare delle nuove racchette, più leggere e con ovali più grandi, a dare l’ultima e decisiva sterzata alla storia del rovescio. Non la “racchetta-spaghetti”, che fu bandita prima che potesse infarcire gli albi d’oro di parvenue, ma attrezzi le cui dimensioni avevano ormai doppiato quelle delle prime racchette di legno (con conseguente ampliamento dello sweetspot e aumento del controllo) e i cui nuovi materiali, transitando per qualche esemplare metallico, recitavano ormai le avveniristiche diciture di “fibra di carbonio” e “resine polimeriche”.

L’esecuzione a due mani, più compatta, più rapida, limitando il margine d’errore divenne particolarmente utile per rispondere ai servizi dei grandi battitori, le cui velocità avevano ormai raggiunto i 200 km/h. La quieta armonia dei vincitori di Wimbledon dediti al serve&volley fu infatti spezzata dall’irruzione di un giovane Andrè Agassi, che nel 1992 si presentò armato di un rovescio mai colpito prima con tale anticipo e disinnescò uno ad uno i servizi dei suoi avversari, da un incredulo Becker a un quasi tramontato McEnroe. Il trionfo del contrattacco aveva come marchio di fabbrica la risposta di rovescio, offensiva come e più di un servizio.

Agassi dopo il ritiro non ha perso il timing del rovescio, qui eseguito in doppia eastern

Agassi dopo il ritiro non ha perso il timing del rovescio, qui eseguito in doppia eastern

In controtendenza, però, la nemesi di Agassi praticava regolarmente il serve&volley e soprattutto impugnava il rovescio con una sola mano: Pete Sampras riportò in auge il gioco verticale del precedente ventennio, e per quanto il lato sinistro non fosse il punto di forza del suo tennis dimostrò quanto fosse ancora possibile vincere, addirittura dominare, anche senza il “comfort” della presa bimane.

Proseguiva nel frattempo il serrato dualismo tra la due tipologie di rovescio: Guga Kuerten incantò per la capacità di raggiungere, con l’ausilio della sola mano destra, angoli che sembravano ormai preclusi al clan dei “monomani”, il rovescio di Courier ricordava il famoso colpo di Borg che a tutto diede inizio.

Guga Kuerten deve decidere in quale angolo far morire il suo fantastico rovescio

Guga Kuerten deve decidere in quale angolo far morire il suo fantastico rovescio

Fu però il nuovo millennio a dare nuova linfa al rovescio, che aveva ormai assorbito tutti i cambiamenti degli anni precedenti e si apprestava a raggiungere la conformazione attuale. La prevalenza degli interpreti del gesto a due mani s’era fatta ormai netta, a discapito di una vecchia scuola a cui restavano gli antichi fasti da ricordare e pochi, ma ancora dignitosissimi, esemplari da conservare.

Safin fu genio incompiuto, potenziale tuttocampista, e comandava lo scambio con un fulmineo rovescio bimane: nonostante la ricerca di palla a volte pigra, l’esemplare azione di perno della gamba destra gli permise di brevettare e poi somministrare ai suoi incauti avversari traiettorie di difficile lettura. Roddick al contrario nacque campione monco, dal rovescio poco meno che passabile: la sua abnegazione gli permise di portare il colpo fino a livelli – quasi – accettabili, dimostrando come la meccanica del colpo a due mani offrisse maggiori possibilità di miglioramento. L’americano forse non fu facilitato dall’aver sviluppato un rovescio a due mani “aiutato”, sulle orme del colpo di Borg.

Safin scarica brillantemente il peso sull'arto destro

Safin scarica brillantemente il peso sull’arto destro

Prendiamo l’esempio di Nalbandian, uno tra i migliori rovesci bimani mai visti sul campo: quando in giornata risultava intrattabile, impossibile da leggere la variazione in lungolinea, esasperati gli angoli in cross, l’argentino “montava” sulla palla con la ferocia di un conquistadores in atto coloniale. Nalba è l’esempio classico di bimane “puro”, la vera sublimazione del gesto a due mani: la mano destra, impugnando continentale, lavora quasi esclusivamente da perno, mentre la mano sinistra impugna come se dovesse eseguire un diritto mancino e guida il colpo, conferendogli forza e direzione. Il colpo viene detto “sinistra-dominante” e rappresenta la vetta dell’evoluzione del rovescio a due mani.

Video-carrellata dei migliori rovesci di Nalbandian:

Prima di arrivare ai giorni nostri val la pena citare anche il caso di Davydenko, colui che tracciò la strada poi seguita da Soderling e Djokovic per battagliare con Nadal sulla sua diagonale preferita: ci riuscì grazie a un rovescio giocato con incredibile anticipo, tanto da proiettarsi in avanti dopo l’esecuzione, con il quale compensava una struttura fisica non sufficiente a sviluppare i potenti traccianti di Nalbandian.

Djokovic e Murray hanno stabilizzato l’esecuzione di Davydenko, portando l’anticipo di rovescio verso una comoda routine: questo permette loro di rubare costantemente una frazione di tempo all’avversario, specie in risposta, dove colpire davanti al corpo diventa prerogativa fondamentale per un rapido contrattacco. Il rovescio del serbo è probabilmente inimitabile per equilibrio e fluidità d’esecuzione: indurlo all’errore non è meno eroico che portare Kasparov oltre la 40esima mossa.

Probabile risposta di Nole, giocata con il consueto anticipo

Probabile risposta di Nole, giocata con il consueto anticipo

Nadal chiude il cerchio dei bimani contemporanei, e lo fa esasperando il lavoro della mano destra (la sinistra per Nole e Andy) che impugna semi-western: lo spagnolo perde qualcosa sull’anticipo, ma ha la possibilità di imprimere maggiore rotazione alla palla, quindi anche maggior controllo. Non è un caso che anche in questo suo nefasto 2015 il rovescio sia il colpo che continua a tradirlo di meno.

E cosa è rimasto per i nostalgici? Se può mancare la quantità, la qualità è assicurata dagli eleganti gesti di Gasquet e Federer. Il rovescio del francese è a tratti poetico, sempre un po’ barocco in quella sua meticolosa preparazione, comunque infarcito di topspin e in definitiva bello, addirittura bellissimo da vedere. Lo svizzero non può vantare nel rovescio la stessa solidità di Richard, ma non esiste una traiettoria o un’esecuzione che gli sia preclusa: si spazia dal quasi dimenticato approccio in back al colpo tagliato con finalità difensive, transitando per il composto fendere l’aria dell’esecuzione in top, dei giorni ballerina, dei giorni trainante.

Torniamo al titolo, per chiudere: il rovescio di Wawrinka è a tutti gli effetti un’arma. Qui mi sembra fuori luogo perdersi in disquisizioni tecniche, il mio consiglio è di chiudere gli occhi durante un match dell’elvetico e provare a riconoscere, dal suono, quale dei due colpi stia eseguendo. Inizialmente incontrerete difficoltà, e quando crederete di aver identificato un diritto.. avrete appena ascoltato l’esplosione di un rovescio.

Video comparativo dei rovesci di Gasquet, Federer e Wawrinka:

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La Piccola Biblioteca: le memorie di Adriano

Recensiamo per La Piccola Biblioteca l’ultimo libro di Panatta. Una fotografia cinetica degli ultimi cinquanta anni di tennis, dei suoi campioni e inevitabilmente del mondo, o della musica, che gira intorno

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Panatta A. (con Azzolini D.), Il tennis è musica, Sperling & Kupfer, 2018

Dopo averci già regalato la sua visione del tennis, condita da un’aneddotica gioiosa e senza malinconia di quegli anni 70 che hanno rappresentato la Golden Age del tennis professionistico [1], Panatta torna alle stampe con un libro prezioso, quantomeno dal punto di vista metodologico. Partendo dal 1968, il vagito ufficiale del Tennis Open, Panatta (e Azzolini) ripercorre la storia recente di uno sport che in qualche maniera coincide con la sua. Il 1968 è l’anno zero in cui il tennis entra nella contemporaneità e l’anno in cui Adriano diventa maggiorenne. Ma è soprattutto l’anno in cui il mondo esplode di un’irripetibile rivoluzione culturale che vede nella musica dei Beatles l’epifanica sintesi. Perché come recita il sottotitolo il tennis è musica.

Sarà questo strano cocktail, unito al carattere sornione di Panatta, campione ma non campionissimo, consapevole e infinitamente grato di aver attraversato un’era irripetibile, a generare un libro anomalo da leggere tutto di un fiato. Ogni anno un capitolo. Ogni anno un focus. Ogni anno un personaggio. Dal 1968 al 2018. Da Laver a Federer. La storia circolare di una magia. La bellezza del libro sta nel posizionamento – non replicabile – dell’autore che evita di mettere al centro la sua vicenda (come farebbe un McEnroe o un qualsiasi big) e regala al lettore l’eccezionalità del suo punto di vista privilegiato. Lo scheletro cronologico dell’inesorabile sequenza degli anni unita all’assoluta libertà di scegliere il cosa dentro quello spazio bianco aiuta, e non di poco, l’operazione.

 

Con questi presupposti il libro diventa un romanzo visivo in grado di mettere in scena, e in sequenza, mezzo secolo di tennis con innesti mnemonici\relazionali che faranno la gioia di ogni appassionato. Accanto alla cronaca sportiva emergono i personaggi di uno sport ancora non alfabetizzato al professionismo. Tiriac che arriva senza soldi e per intrattenere e scroccare cene stupiva tutti mangiando vetro; Nastase che in campo chiama Ashe “Negroni” per poi mandargli un mazzo di rose per scusarsi, e presentarsi, non invitato, al suo matrimonio; Borg portato a spalle in albergo in piena notte dopo una sbornia colossale per poi ritrovarlo alle otto di mattina in campo come niente fosse successo; Vilas che chiede a Panatta “uno stipendiuccio” per rimanere in Europa durante la stagione sul rosso e lui che convince il suo circolo a stipendiare un mancino per “allenare gli italiani”.

In ogni capitolo c’è un aneddoto che da solo vale il libro, ma paradossalmente l’anima del libro non è lì. C’è il primo grande Slam, l’avvento del tie-break, il dominio di Connors, l’era Evert-Navratilova, e via via fino all’epoca Federer-Nadal ma l’anima è da ricercare dentro la personalità dei campioni che vengono restituiti con un chirurgico approfondimento tecnico-psicologico e soprattutto umano. Il grande vuoto rappresentato dall’omissione della carriera di Adriano viene sublimato dalla passione per le personalità che Panatta sente simili. La straordinaria vicenda di Vitas “Broadway” Gerulaitis, una vita spesa tra volée, party, Ferrari e generosità. La straripante personalità di Bum-Bum “spaccatutto” Becker, la lucida follia di Safin e di Yannick Noah, l’empatica ammirazione per Mc “il miglior attaccante di sempre” e per “mattocalmo” Borg la sua nemesi, l’altra pietra focaia che ha traghettato il tennis verso un’altra dimensione.

Una dimensione più professionale incarnata da Lendl il “robot visionario” che a posteriori costituisce il punto di non ritorno di un gioco che diventerà inesorabilmente sport, quasi solo sport. Ma come in una canzone di De Gregori non c’è mai malinconia nel racconto. È tutto risolto. Il rimpianto è semmai nel lettore, o nell’attuale appassionato di tennis, a cui suonano inimmaginabili episodi come quello di Nelson Mandela che, attaccato ad una radiolina mentre Ashe vince il primo Wimbledon nero della storia (maschile), immagina un futuro diverso per la sua gente, mimando volée perfette dentro una cella di quattro metri.

Per restare in musica il recente avvento dei “Fab Four” con la racchetta ha si ripristinato l’essenza del tennis, proiettandola a vette tecnicamente inimmaginabili ma ha blindato la sua anima dentro l’involucro impermeabile di un professionismo estremo. Se volete un paragone è la stessa differenza che corre tra Messi e Maradona. La differenza non è nel come si colpisce la palla ma nell’uomo che la colpisce. Da una parte c’è solo calcio dall’altra c’è anche il più bel coro mai sentito in uno stadio. Adriano ci parla di tutte e due le cose. Del tennis e della sua anima incarnata nei campioni. Lo ringraziamo per esserci stato quando il futuro era ancora da scrivere e per avercelo raccontato così bene.

[1] https://www.ubitennis.com/blog/2015/03/27/piu-dritti-che-rovesci-la-storia-di-adriano-panatta/ e più ancora https://www.ubitennis.com/blog/2015/10/16/i-meravigliosi-anni-settanta-lei-non-sa-chi-eravamo-noi/

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“Il vento contro”: quando guardi oltre, tutto è possibile

“La forza necessaria per superare i nostri limiti è già dentro di noi. L’importante è non perdere di vista l’obiettivo finale”. Un libro di Daniele Cassioli, edizione De Agostini

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Daniele Cassioli, “Il vento contro”, Editore De Agostini, 2018

Per leggere e comprendere fino in fondo “Il vento contro” è ideale partire dalla fine del libro, o meglio dalla lettera che l’autore, Daniele Cassioli, scrive al suo amore più grande: lo sport. Sette pagine che trasudano passione, emozione e gratitudine. Si perché Daniele con i suoi 25 ori europei, 22 mondiali e ben tre record del mondo è il campione paralimpico di sci nautico più grande di tutti i tempi. Il Federer della sua disciplina, insomma. Nato cieco 32 anni fa a Roma, proprio grazie allo sport ha superato ogni barriera e ogni difficoltà. La sua lettera d’amore parte dalla pratica dello sport che da sempre ha caratterizzato la sua vita, passando poi alle emozioni vissuto da tifoso:Ti ho sentito nel suono della pallina da tennis colpita prima da uno poi dall’altro giocatore. Quella di Sampras, Agassi o dei nostri Gaudenzi e Sanguinetti”. Ritrovarsi nelle parole d’amore che Daniele usa per parlare di sport mette i brividi e, mentre ci si lascia pervadere dall’emozione, è il momento di tornare alla prima pagina e iniziare a leggere il racconto vero e proprio.

“Il vento contro” è il primo libro pubblicato da Cassioli il quale attraverso un romanzo autobiografico ci racconta con ironia e leggerezza la disabilità e il suo percorso per superare gli ostacoli. La storia parte decisa, senza grandi preamboli, catapultando il lettore nell’emozione di un campionato del mondo: Florida 2003 per l’esattezza. Daniele decide di non iniziare da una delle sue innumerevoli vittorie, bensì da una sconfitta, forse una delle più dure della sua carriera dalla quale uscirà psicologicamente devastato e soprattutto con l’enorme timore di non essere più in grado di vincere. Ma un ragazzo nato cieco certo è abituato a fare i conti con la paura e a superarla, grazie alle proprie forze, ma potendo contare anche su una famiglia speciale e sugli amici più cari. Lo sport è il filo conduttore di una storia che scorre rapida e piacevole muovendosi nel tempo e raccontando con disarmante leggerezza episodi legati all’infanzia, alle trasferte e all’amore. Gli incontri decisivi che mutano la vita del protagonista vengono narrati con dovizia di particolari: nel capitolo 6 un allenatore argentino, Pablo, entra in scena e cambia completamente le carte sul tavolo di Daniele, portandolo a superare i propri limiti nello sci nautico. Lo sport sappiamo che è metafora della vita e alcune parole di Pablo restano scolpite nella mente del lettore mentre gli occhi corrono rapidi sulle pagine del libro: “Se tu vuoi la perfezione devi lottare per averla. Ogni giorno devi lottare per averla. Non c’è pace. Ogni giorno devi andare oltre, devi prima capire quali sono i tuoi limiti e poi sforzarti di superarli” (pag. 120).

 

Il secondo elemento fondamentale del romanzo è la fiducia. La storia accompagna il lettore attraverso un percorso al buio dove la fiducia nei propri mezzi e negli altri è fondamentale per Daniele. Egli racconta come nasce la decisione di affidare a uno dei suoi più cari amici, Giacomo, la scelta degli outfit da indossare, oppure descrive l’allegra collaborazione con i compagni di squadra con disabilità diverse nell’andare a fare la spesa durante una trasferta o nel cucinare un’amatriciana.

“Il vento contro” è un inno allo sport, alla vita e al coraggio di andare oltre le proprie paure. Si ride, ci si commuove, a tratti si resta senza parole, ma soprattutto al termine del romanzo ci si trova a riflettere e a guardare alla propria vita da una prospettiva totalmente differente. Non male per un romanzo, no?

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La Piccola Biblioteca. Tennis revolution: 100 anni di storie

Ritorna la Piccola Biblioteca con un volume speciale che riscrive la storia del Tennis

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Bottazzi L., Tennis. 100 anni di storie, Giunti Editore, 2018.

Il tennis andrebbe scorporato in tre linee essenziali: l’arte, la scienza e la storia. L’arte è il patrimonio misterioso incorporato nei grandi campioni. Un mix di colpo d’occhio, tecnica, sensibilità, visione di gioco e percezione drammaturgica dell’importanza del momento. Fondamentalmente una roba intrasmissibile. Nessuno al mondo può insegnare la risposta telepatica di Nole, la frustata liquida di Roger o l’uncinata da cinque quintali di Rafa. Loro meno di tutti. È una specie di dono che si rinnova come l’araba fenice in ogni campione. Magia più che sport. O meglio la magia dello sport.

La scienza del tennis è invece la conoscenza scientifica del gioco. Uno studio inaugurato da Bill Tilden, il “Leonardo del tennis”. Uno che non si accontentò di essere un campione immenso, forse il più grande di tutti, ma che ha lasciato studi, libri e visioni che hanno proiettato un semplice gioco in una dimensione superiore [1]. La scienza del tennis dovrebbe essere la base di ogni insegnante o allenatore. Trasmetterla dovrebbe essere un dovere. Dico dovrebbe perché è proprio nell’epoca di giocatori iperspecializzati in una sola zona del campo che dovrebbe essere necessario una visione più ampia del gioco del tennis e inevitabilmente una percezione più profonda della sua essenza. Questa questione porta inevitabilmente alla terza linea: la Storia del Tennis. Genere letterario innalzato da Clerici a semiotica dell’animo umano, o microstoria, al quale Luca Bottazzi aggiunge un prezioso tassello. Con una pubblicazione elegante, un superbo corredo fotografico e un’estesa bibliografia “Tennis. 100 anni di storie” fornisce gli strumenti necessari per allontanarsi dalla dittatura del presente e mettere il gioco dei Re, o il Re dei giochi in una prospettiva più ampia e, udite udite, unitaria. Se i 500 anni di Clerici sono un’irripetibile enciclopedia in prosa [2], i 100 anni di Bottazzi sono un romanzo da leggere tutto di un fiato. Dal Medioevo fino a Roger Federer con una preziosa porta aperta sul futuro che suona come una preghiera, o una sentenza: la chiave del futuro è radicata nel (la conoscenza del) passato.

 

Che il tennis non sia uno sport come gli altri è cosa abbastanza risaputa ma è quasi fantastico assistere a come questo emerga negli scritti di Erasmo da Rotterdam (1522), di Leonardo da Vinci o che sia stato il perimetro fisico che ha generato la Rivoluzione Francese. Una semplice palla colpita da due contendenti diventa rapidamente una cosa in grado di sintetizzare la condizione dell’essere umano nel mondo stretto tra competizione, regole e caos. Una metafora in movimento che ha attratto prima i Re, e i principi, poi gli spettatori, le televisioni fino a diventare un linguaggio universale.

Nella prima sezione del libro, Bottazzi ci restituisce la preistoria del tennis tra il primo tentativo di codifica del gioco (della pallacorda) di Antonio Scaino nel 1555 e il brevetto anglosassone del Lawn tennis che incorpora il gioco del Real tennis plasmando così il futuro. Credo però che il merito più grosso del libro sia la prospettiva adottata. Filologicamente devoto alla Storia del Tennis ma così irriducibilmente dentro il suo gioco da tradirla. Mi spiego, dal primo Wimbledon (1887) fino all’ultimo (2018) tutti campioni vengono posti sullo stesso piano con buona pace della grande diaspora tra dilettanti e professionisti. Nonostante il libro avanzi per capitoli che periodizzano le varie Ere, Bottazzi bypassa, direi finalmente, la questione delle questioni che ha falsato irreversibilmente la possibilità di comparare i campioni con parametri simili. Problemone irrisolvibile che tra le tante implicazioni ha sbilanciato la storia del tennis in avanti, quasi fosse incominciato nel 1968 con Rod Laver. Nella prospettiva di Bottazzi è il gesto tennistico a essere l’indiscusso protagonista e a scandire le varie epoche. Così facendo il circuito professionistico viene sovrapposto a quello ufficiale restituendo una Storia del Tennis probabilmente più incerta ma infinitamente più equilibrata. Una Storia che se ne infischia dell’eventuale GOAT ma che ha il merito di mettere sullo stesso piano Federer, Nadal, Laver e Borg con Donald Budge, Ken Rosewall, Bill Tilden, René Lacoste e Pacho Gonzales. Solo per fare alcuni nomi.

A impreziosire il volume ci sono le appendici finali dove accanto alle classifiche canoniche sul numero di Grande Slam vinti (1. Federer 20, 2. Nadal 17, 3. Sampras, Djokovic 14), ci sono quelle che integrano l’equivalente professionistico di quei tornei. La nuova classifica integrata suona così:

1) Ken Rosewall 23
2) Roger Federer 20
3) Rod Laver 19

Insomma si può discutere a lungo se i tornei Pro possono essere equiparati agli Slam, però escludere dal podio della storia del Tennis uno come Rosewall che dopo l’integrazione dei professionisti (Rosewall ha saltato la bellezza di 40 Slam, dal 1957 al 1967), ritorna in finale a Wimbledon a 39 anni suonati, che ha vinto tornei per 25 anni consecutivi e che nell’head to head con Laver ha vinto 62 incontri (su 149) è forse tecnicamente corretto ma sostanzialmente assurdo.

Una storia che così riscritta ha l’infinito merito di reintegrare campioni pazzeschi negli albi d’oro e a ben vedere suggerisce una strana, ma logica, linea di continuità. Gli immortali, non a caso quasi tutta gente che ha giocato e vinto quasi fino ai quaranta anni, sono stati, nelle rispettive epoche e all’interno delle varie evoluzioni dei gesti, interpreti di un gioco a tutto campo che dovrebbe essere l’essenza del tennis e la cosa più logica del mondo se non fossimo all’interno di un’epoca che con l’iperspecializzazione in una zona del campo la nega. Insomma, grazie a libri come questi, il futuro (e il passato) è ancora aperto.

[1] Per un approfondimento vedi qua
[2] 500 anni di tennis: “la bibbia” che tutti dovrebbero avere

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