La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (seconda parte)

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La libreria di Ubitennis: 500 anni di rovesci. Dai fratelli Doherty a Wawrinka (seconda parte)

Piccola libreria. Seconda puntata sull’evoluzione del rovescio. Attingendo al grande patrimonio presente in 500 anni di tennis di Gianni Clerici, ripercorriamo la storia del rovescio dall’avvento dei bimani fino ai giorni nostri

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Qui la prima parte.

Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

Per proseguire nel nostro viaggio, planiamo discretamente in Italia. Pietrangeli col suo elegantissimo (e non così tenero) rovescio “à la Lacoste” si imponeva due volte a Parigi, mentre il moro Beppino Merlo sperimentava, con l’abituale goffaggine dei primi, un nuovo fiammante rovescio eseguito, udite udite, con entrambe le mani. Qualche tentativo in tal senso fu fatto anche in passato, e probabilmente bocciato dai risultati prima che potesse divenire di dominio pubblico. Il nostro Beppino si costruì anche un colpo più che dignitoso, impugnando però con la destra a metà racchetta e la sinistra a mo’ di mano dominante, lui che però era destrimano. Ne venne fuori un rovescio impugnato come dovrebbe un mancino ma giocato sul lato sinistro, e di riflesso un – decisamente sgraziato – diritto con impugnatura a metà racchetta. Anche lui dimostrò qualche bega con Archimede, ma fu inconsapevole pioniere.

 
Il nostro Beppino molla la presa mancina dopo aver scagliato un rovescio: notare la posizione inconsueta della mano destra

Il nostro Beppino molla la presa mancina dopo aver scagliato un rovescio: notare la posizione inconsueta della mano destra

Ci vollero anni perché la novità fosse assorbita, quando sul circuito piombarono l’imperturbabile Borg e il vulcanico Connors. Sono i primi anni ’70, fresca era-open, le prime racchette metalliche già in circolo. In buona sostanza, i primi due grandi rovesci bimani portano le loro firme.

Connors fu in qualche modo influenzato dalla schietta scuola americana, smentendo chi sentenziava che la principale tendenza dei mancini fosse quella di giocare solo il backhand, di rovescio. Impugnatura molto chiusa, polso bloccato, braccia non completamente distese e tendenza a colpire con un istante di ritardo, quasi “incassando” l’inerzia del colpo avversario, prima di lasciar andare entrambe le braccia con fulminea violenza. Tanta l’affezione per la presa bimane che Jimbo, a volte, non l’abbandonava – se non all’ultimissimo istante – neanche per approcciare a rete in slice, quasi avesse paura di perdere il controllo della palla.

Se però ci fosse da scegliere il tennista che più d’ogni altro ha rivoluzionato il modo di concepire questo colpo, difficile fare un nome diverso da quello di Bjorn Borg. La sua tempra impassibile non fu dote di madre natura, come molti credono, ma frutto di anni di logorante esercizio volto all’autocontrollo. E fu proprio in quegli anni che teorizzò, discettò tra sé e sé, prima di esibirsi in pubblico con un rovescio totalmente innovativo. Il braccio destro carica come se dovesse colpire da solo, impugnando anche allo stesso modo, ma nascosta all’occhio la mano sinistra s’approssima al cuore della racchetta. Che scende verso il basso nel caricare, e poi sale a impattare la pallina impartendole anche una certa dose di rotazione, con il movimento secco di un colpo da hockey; la sinistra si stacca, e la destra conclude da sola il movimento portando la racchetta verso l’alto. Qualcuno lo definì un rovescio “a una mano e mezzo”, forse fotografando alla perfezione il gesto dello svedese.

Bjorn non perde mai di vista la pallina: sarà un vincente?

Bjorn non perde mai di vista la pallina: sarà un vincente?

Da quel momento in poi, l’evoluzione del rovescio seguì diverse strade. A perfezionare il rude gesto di Connors ci pensò un “dimenticato” della storia del tennis, “gattone” Mecir (soprannome, neanche a dirlo, partorito dall’autore della mia fonte prima). Più disinvolto e fluido nell’esecuzione, aumentò l’estensione del braccio a beneficio della ricerca della palla, colpita in anticipo e meglio disposta a raggiungere gli angoli del campo. La strada delle rotazioni battuta da Borg fu invece seguita da Guillermo Vilas, testardo – ma quasi sempre sconfitto – sfidante dello svedese. Sebbene con il gesto a una mano riuscì a tarare il suo solido braccio sinistro come uno strumento di precisione, atto a generare chirurgiche traiettorie ricche di topspin. A ben guardare un certo maiorchino, pare sia questione di avere un cognome di cinque lettere.

Con il suo solito carico d'indolenza, Mecir colpisce un probabile lungolinea

Con il suo solito carico d’indolenza, Mecir colpisce un probabile lungolinea

A salvaguardia delle coronarie dei nostalgici del rovescio a una mano si palesò anche Stefan Edberg, che non ebbe solo il portamento del cherubino e la sua apertura alare a rete, ma anche uno splendido rovescio tanto angelico nella preparazione quanto secco nell’esecuzione; un sincero grazie al suo maestro, che in atto veggente gli corresse la presa bimane adottata in adolescenza. La modifica era possibile, poiché la mano dominante impugnava allo stesso modo e il “bimanismo” più che un colpo a sé stante rappresentava – ancora – una facilitazione del gesto classico, con la sinistra (destra per i mancini come Connors) a dare solidità al colpo, più che a guidarne l’esecuzione.

Il piccolo Edberg, ancora bimane e non meno concentrato dello Stefan adulto, sui prati di Londra

Il piccolo Edberg, ancora bimane e non meno concentrato dello Stefan adulto, sui prati di Londra

Iniziò a divenire comune anche il cambio d’impugnatura, che rese finalmente più agevole dotarsi di un doppio rovescio, come Laver aveva teorizzato – e concretato – vent’anni prima: rimase la continentale per tagliare la pallina, mentre si scivolò verso una eastern per il rovescio coperto. Edberg fu ottimo spot di questa tecnica, più del legnoso – ma spesso infallibile – Ivan Lendl, che nato regolarista imparò con il tempo a guadagnare la rete, seppur con la cautela del caso. Il ceco fu anche tra i primi a esibirsi con regolarità nel diritto anomalo, che si pose come valida alternativa all’esecuzione del rovescio in alcune dinamiche di gioco.

Mats Wilander chiuse il cerchio adattando il cambio d’impugnatura alla presa bimane, così da lenire la difficoltà di coloro che si servivano anche della seconda mano nell’attaccare la rete. Divenne quindi abituale vedere tennisti che “staccano la mano” per eseguire un colpo tagliato, pur colpendo il rovescio in top con due. Va riconosciuto allo svedese il coraggio di una scelta che non aveva precedenti, certamente dettata dall’esigenza di ampliare i propri schemi offensivi.

Giunti agli anni ’90 fu la diffusione ormai capillare delle nuove racchette, più leggere e con ovali più grandi, a dare l’ultima e decisiva sterzata alla storia del rovescio. Non la “racchetta-spaghetti”, che fu bandita prima che potesse infarcire gli albi d’oro di parvenue, ma attrezzi le cui dimensioni avevano ormai doppiato quelle delle prime racchette di legno (con conseguente ampliamento dello sweetspot e aumento del controllo) e i cui nuovi materiali, transitando per qualche esemplare metallico, recitavano ormai le avveniristiche diciture di “fibra di carbonio” e “resine polimeriche”.

L’esecuzione a due mani, più compatta, più rapida, limitando il margine d’errore divenne particolarmente utile per rispondere ai servizi dei grandi battitori, le cui velocità avevano ormai raggiunto i 200 km/h. La quieta armonia dei vincitori di Wimbledon dediti al serve&volley fu infatti spezzata dall’irruzione di un giovane Andrè Agassi, che nel 1992 si presentò armato di un rovescio mai colpito prima con tale anticipo e disinnescò uno ad uno i servizi dei suoi avversari, da un incredulo Becker a un quasi tramontato McEnroe. Il trionfo del contrattacco aveva come marchio di fabbrica la risposta di rovescio, offensiva come e più di un servizio.

Agassi dopo il ritiro non ha perso il timing del rovescio, qui eseguito in doppia eastern

Agassi dopo il ritiro non ha perso il timing del rovescio, qui eseguito in doppia eastern

In controtendenza, però, la nemesi di Agassi praticava regolarmente il serve&volley e soprattutto impugnava il rovescio con una sola mano: Pete Sampras riportò in auge il gioco verticale del precedente ventennio, e per quanto il lato sinistro non fosse il punto di forza del suo tennis dimostrò quanto fosse ancora possibile vincere, addirittura dominare, anche senza il “comfort” della presa bimane.

Proseguiva nel frattempo il serrato dualismo tra la due tipologie di rovescio: Guga Kuerten incantò per la capacità di raggiungere, con l’ausilio della sola mano destra, angoli che sembravano ormai preclusi al clan dei “monomani”, il rovescio di Courier ricordava il famoso colpo di Borg che a tutto diede inizio.

Guga Kuerten deve decidere in quale angolo far morire il suo fantastico rovescio

Guga Kuerten deve decidere in quale angolo far morire il suo fantastico rovescio

Fu però il nuovo millennio a dare nuova linfa al rovescio, che aveva ormai assorbito tutti i cambiamenti degli anni precedenti e si apprestava a raggiungere la conformazione attuale. La prevalenza degli interpreti del gesto a due mani s’era fatta ormai netta, a discapito di una vecchia scuola a cui restavano gli antichi fasti da ricordare e pochi, ma ancora dignitosissimi, esemplari da conservare.

Safin fu genio incompiuto, potenziale tuttocampista, e comandava lo scambio con un fulmineo rovescio bimane: nonostante la ricerca di palla a volte pigra, l’esemplare azione di perno della gamba destra gli permise di brevettare e poi somministrare ai suoi incauti avversari traiettorie di difficile lettura. Roddick al contrario nacque campione monco, dal rovescio poco meno che passabile: la sua abnegazione gli permise di portare il colpo fino a livelli – quasi – accettabili, dimostrando come la meccanica del colpo a due mani offrisse maggiori possibilità di miglioramento. L’americano forse non fu facilitato dall’aver sviluppato un rovescio a due mani “aiutato”, sulle orme del colpo di Borg.

Safin scarica brillantemente il peso sull'arto destro

Safin scarica brillantemente il peso sull’arto destro

Prendiamo l’esempio di Nalbandian, uno tra i migliori rovesci bimani mai visti sul campo: quando in giornata risultava intrattabile, impossibile da leggere la variazione in lungolinea, esasperati gli angoli in cross, l’argentino “montava” sulla palla con la ferocia di un conquistadores in atto coloniale. Nalba è l’esempio classico di bimane “puro”, la vera sublimazione del gesto a due mani: la mano destra, impugnando continentale, lavora quasi esclusivamente da perno, mentre la mano sinistra impugna come se dovesse eseguire un diritto mancino e guida il colpo, conferendogli forza e direzione. Il colpo viene detto “sinistra-dominante” e rappresenta la vetta dell’evoluzione del rovescio a due mani.

Video-carrellata dei migliori rovesci di Nalbandian:

Prima di arrivare ai giorni nostri val la pena citare anche il caso di Davydenko, colui che tracciò la strada poi seguita da Soderling e Djokovic per battagliare con Nadal sulla sua diagonale preferita: ci riuscì grazie a un rovescio giocato con incredibile anticipo, tanto da proiettarsi in avanti dopo l’esecuzione, con il quale compensava una struttura fisica non sufficiente a sviluppare i potenti traccianti di Nalbandian.

Djokovic e Murray hanno stabilizzato l’esecuzione di Davydenko, portando l’anticipo di rovescio verso una comoda routine: questo permette loro di rubare costantemente una frazione di tempo all’avversario, specie in risposta, dove colpire davanti al corpo diventa prerogativa fondamentale per un rapido contrattacco. Il rovescio del serbo è probabilmente inimitabile per equilibrio e fluidità d’esecuzione: indurlo all’errore non è meno eroico che portare Kasparov oltre la 40esima mossa.

Probabile risposta di Nole, giocata con il consueto anticipo

Probabile risposta di Nole, giocata con il consueto anticipo

Nadal chiude il cerchio dei bimani contemporanei, e lo fa esasperando il lavoro della mano destra (la sinistra per Nole e Andy) che impugna semi-western: lo spagnolo perde qualcosa sull’anticipo, ma ha la possibilità di imprimere maggiore rotazione alla palla, quindi anche maggior controllo. Non è un caso che anche in questo suo nefasto 2015 il rovescio sia il colpo che continua a tradirlo di meno.

E cosa è rimasto per i nostalgici? Se può mancare la quantità, la qualità è assicurata dagli eleganti gesti di Gasquet e Federer. Il rovescio del francese è a tratti poetico, sempre un po’ barocco in quella sua meticolosa preparazione, comunque infarcito di topspin e in definitiva bello, addirittura bellissimo da vedere. Lo svizzero non può vantare nel rovescio la stessa solidità di Richard, ma non esiste una traiettoria o un’esecuzione che gli sia preclusa: si spazia dal quasi dimenticato approccio in back al colpo tagliato con finalità difensive, transitando per il composto fendere l’aria dell’esecuzione in top, dei giorni ballerina, dei giorni trainante.

Torniamo al titolo, per chiudere: il rovescio di Wawrinka è a tutti gli effetti un’arma. Qui mi sembra fuori luogo perdersi in disquisizioni tecniche, il mio consiglio è di chiudere gli occhi durante un match dell’elvetico e provare a riconoscere, dal suono, quale dei due colpi stia eseguendo. Inizialmente incontrerete difficoltà, e quando crederete di aver identificato un diritto.. avrete appena ascoltato l’esplosione di un rovescio.

Video comparativo dei rovesci di Gasquet, Federer e Wawrinka:

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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