Tornei scomparsi: I maestri dell'anno prima da Connors a Lendl

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Tornei scomparsi: I maestri dell’anno prima da Connors a Lendl

Con quest’articolo comincia una nuova rubrica che ogni 15 giorni ci ricorderà i tornei scomparsi dal calendario. Iniziamo però più che con un torneo, con uno stadio e un periodo che non ci sono più: ecco il master che si giocava a gennaio

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Il giorno precedente, i New York Knicks si erano congedati dal loro pubblico perdendo per tre punti una rocambolesca gara con i Lakers di Los Angeles (120-117). Era, quella, la prima stagione senza Red Holzman in panchina e la pesante eredità del coach dei due anelli era finita sulle spalle robuste di Willis Reed, uno che quei due anelli li aveva vinti da MVP delle finali. Bei tempi, ma la Grande Mela del basket soffriva già di nostalgia perché dopo il titolo del 1973 la sua squadra aveva arrancato nelle retrovie e nelle ultime due stagioni aveva addirittura fallito l’accesso ai play-off.
E non parliamo di football, per carità! Le due squadre di NY erano finite ultime nelle conference di appartenenza (i Jets nella AFC East, i Giants nella NFC East) e avrebbero guardato in tv l’imminente Superbowl tra Dallas e Denver. Restavano giusto gli Yankees a tenere alto l’onore della città con la vittoria, a distanza di tre lustri dall’ultima, ottenuta in ottobre nelle World Series, chiuse battendo 4-2 i Los Angeles Dodgers.

Insomma, è questa la New York sportiva che il 4 gennaio 1978 apre i cancelli del Madison Square Garden per ospitare il Masters di tennis, ovvero il torneo che chiude statisticamente una stagione e apre virtualmente quella successiva. Gli otto qualificati sono anche i primi otto della classifica del Grand Prix, sponsorizzato dalla Colgate. Vitas Gerulaitis, che abita a due passi dal Madison, è volato in Australia per cercare di raccattare gli ultimi punti a disposizione ma non gli è bastato aggiudicarsi il quinto slam del 1977 (quell’anno gli Australian Open si svolsero due volte, a gennaio e dicembre) per scalzare il connazionale Connors dall’ottavo posto.
Jimbo ha giocato pochi tornei del Grand Prix (appena nove) ma è stato finalista sia a Wimbledon che agli US Open, disputati per l’ultima volta al West Side Tennis Club di Forest Hills e in procinto di trasferirsi a Flushing Meadows. Il dominatore della stagione è stato Vilas, che però ha edificato la sua fortezza in particolar modo sulla terra battuta. L’argentino ha già vinto un Masters sul veloce (l’erba di Melbourne, nel 1974) ma il Supreme Court steso all’interno del Madison non sembra proprio la superficie che fa per lui. Il tris d’assi è completato da Bjorn Borg, il campione di Wimbledon, mentre gli altri cinque invitati non godono di grosso credito.
La particolare formula del torneo (due gruppi da quattro e primi due di ogni gruppo in semifinale ad eliminazione diretta) consente di aggiudicarsi il titolo anche dopo aver perso una o due partite e puntualmente è ciò che accade: Connors perde da Vilas nel round-robin ma si laurea maestro battendo Borg in finale, con lo svedese che aveva a sua volta chiuso il triangolo imponendosi a Guillermo in semifinale. Così è se vi piace.

Le storture della formula (che avrebbe lo scopo di assicurare agli spettatori di poter vedere i loro beniamini almeno tre volte) sono evidenti e, pur cercando i correttivi negli anni a venire, gli organizzatori devono fronteggiare in qualche maniera le critiche degli addetti ai lavori. Borg che sceglie di non scendere in campo contro Gottfried sapendo che in quel modo affronterà Vilas in semifinale (anziché il più temuto Connors) o lo stesso argentino che rinuncia a sfidare Dibbs perché già certo del primo posto nel gruppo non aiutano di sicuro la promozione del tennis nella casa del basket.
Il Masters si giocherà al Madison in gennaio per nove edizioni, fino al 1986, e quasi ogni anno verranno apportate modifiche alle modalità di svolgimento.

 

Nel 1979 viene introdotta la regola che, in caso di forfait o ritiro, c’è l’automatica esclusione dal torneo. Borg e Vilas disertano la manifestazione in aperta polemica con gli organizzatori del circuito in quanto, non avendo giocato il numero minimo di tornei, gli è stato negato il bonus di fine stagione. Anche Connors è nelle stesse condizioni (a lui, da primo della classe, sarebbero spettati 300 mila dollari, che invece finiscono nelle tasche di Eddie Dibbs) ma alla fine decide di partecipare. Forse però al mancino dell’Illinois non viene spiegato bene il regolamento e probabilmente è ignaro del fatto che, ritirandosi dopo un set della sfida con McEnroe (a causa di una vescica al piede), si preclude la possibilità di giocare il terzo incontro del round-robin contro Ashe. Sarà proprio il 35enne Arthur a “salvare” un’edizione sotto tono del torneo: in finale, il campione di Wimbledon ’75 ha due match-point e sul secondo risponde vincente a una prima di McEnroe che però viene chiamata fuori dal giudice di linea. “Scommetterei tutti i miei soldi che quella palla era in campo” dirà Ashe in conferenza stampa. Ma il maestro è McEnroe, che resuscita e vince il suo primo Masters.

I due anni seguenti (1980 e 1981) incoronano Bjorn Borg. Lo svedese, respinto dall’altra New York (quella degli US Open: quattro finali e altrettante sconfitte), trova sotto il tetto del MSG le condizioni migliori per sfatare mezzo tabù. Mentre la prima vittoria è senza macchia, quella dell’81 arriva al termine di un torneo accidentato. L’orso è nervoso, evidentemente, tanto che nel match di round-robin contro l’eterno (ma acciaccato) rivale John McEnroe inscena una clamorosa quanto ostinata protesta nei confronti di Mike Lugg, il giudice di sedia, che gli infligge ben due penalty-point. Borg perde quel tie-break ma vince lo stesso la partita e, forse infastidito, si fa battere senza combattere da Gene Mayer nell’ultimo incontro del gruppo, quello che stabilisce solo chi arriva primo tra i due.
Nell’altro gruppo invece, Ivan Lendl smette di lottare dopo aver perso il primo set con Connors e lascia all’americano (che non gli risparmia giudizi pesanti) l’incombenza di vedersela con Borg in semifinale. Il cecoslovacco ha fatto bene i suoi conti ma il calcolo non gli risparmia una severa lezione in finale.

Quello del 1982 è l’ultimo Masters con il round-robin al Madison. New York è stretta nella morsa del gelo e il due volte campione in carica, intenzionato a ridurre ulteriormente l’attività dopo un ’81 con appena 9 tornei all’attivo, preferisce starsene in Svezia a giocare a hockey su ghiaccio, attività che potrebbe tranquillamente svolgere pure a Central Park.

Stavolta gli organizzatori la combinano grossa e a fare le spese di un regolamento nebuloso è John McEnroe. Il mancino affronta Teltscher (e ci perde) nell’ultimo incontro del gruppo con la certezza (stando a Jerry Solomon) di chiudere al primo posto e quando Ray Benton, direttore del torneo, lo informa più correttamente, si viene a scoprire che la sua leadership dipende dall’esito della sfida tra Connors e Tanner. La vittoria di Roscoe spedisce automaticamente McEnroe al secondo posto dato che Teltscher ha i suoi stessi punti ma ha vinto lo scontro diretto.
In un colpo solo McEnroe vede sfumare i 30 mila dollari riservati al vincitore del gruppo mentre sul suo cammino si profila l’ombra spaventosa di Ivan Lendl, proprio colui che avrebbe voluto evitare. E ne ha ben donde. La finale anticipata (sulla carta) la stravince Lendl mentre nella finale vera ci finisce Gerulaitis, che questo Masters non avrebbe dovuto nemmeno giocarlo in quanto ha preso il posto di Borg. Vitas però dimostra di non essere lì per caso e si arrende a Lendl in cinque set non prima di essere stato a un punto dal titolo.

Dopo tanti pasticci, nel 1983 si cambia e si passa dal round-robin all’eliminazione diretta. I qualificati sono dodici con i primi quattro che accedono direttamente ai quarti, dove se la vedranno con i vincitori del primo turno. Anche se vengono banditi i calcoli, non è che la nuova formula faccia strappare i capelli dall’entusiasmo perché i quattro ottavi di finale riservano scarse emozioni allo scarso pubblico del Madison. La situazione si ripeterà quasi analoga nelle due edizioni successive e pure i finalisti, sempre gli stessi, contribuiranno alla monotonia. Lendl si conferma campione a spese di McEnroe che si vendicherà nell’84 e ’85.

Infine il 1986, nono e ultimo anno di sforamento del Masters nella stagione successiva. Allo scopo di evitare che alcuni partecipanti vengano privilegiati con un bye, si stabilisce di allargare la partecipazione ai primi sedici della classifica con ottavi, quarti e semifinali al meglio dei tre set e la finale giocata sulla lunga distanza. Il maestro è Lendl a spese dell’uomo nuovo, il tedesco Boris Becker (il più giovane campione di Wimbledon della storia). Il cecoslovacco alza raggiante lo splendido trofeo in argento creato da Tiffany e chiude l’era del Masters in gennaio. Il torneo continuerà a disputarsi al Madison Square Garden fino al 1989 (di nuovo con il round-robin) prima di emigrare in Germania. Nel frattempo i New York Knicks hanno annaspato nelle retrovie della NBA e si sono dovuti accontentare di un paio di semifinali di Conference. La loro casa continuerà ad ospitare un Masters (quello femminile) fino alla fine del millennio poi chiuderà con il tennis ufficiale.

Peccato, è stato bello.

ALBO D’ORO

1977 04-08/01/1978 Jimmy Connors b. Bjorn Borg 6-4 1-6 6-4
1978 10-14/01/1979 John McEnroe b. Arthur Ashe 6-7 6-3 7-5
1979 09-13/01/1980 Bjorn Borg b. Vitas Gerulaitis 6-2 6-2
1980 14-18/01/1981 Bjorn Borg b. Ivan Lendl 6-4 6-2 6-2
1981 13-17/01/1982 Ivan Lendl b. Vitas Gerulaitis 6-7 2-6 7-6 6-2 6-4
1982 18-23/01/1983 Ivan Lendl b. John McEnroe 6-4 6-4 6-2
1983 10-15/01/1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-3 6-4 6-4
1984 08-13/01/1985 John McEnroe b. Ivan Lendl 7-5 6-0 6-4
1985 13-19/01/1986 Ivan Lendl b. Boris Becker 6-2 7-6 6-3

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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