Tornei scomparsi: I maestri dell'anno prima da Connors a Lendl

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Tornei scomparsi: I maestri dell’anno prima da Connors a Lendl

Con quest’articolo comincia una nuova rubrica che ogni 15 giorni ci ricorderà i tornei scomparsi dal calendario. Iniziamo però più che con un torneo, con uno stadio e un periodo che non ci sono più: ecco il master che si giocava a gennaio

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Il giorno precedente, i New York Knicks si erano congedati dal loro pubblico perdendo per tre punti una rocambolesca gara con i Lakers di Los Angeles (120-117). Era, quella, la prima stagione senza Red Holzman in panchina e la pesante eredità del coach dei due anelli era finita sulle spalle robuste di Willis Reed, uno che quei due anelli li aveva vinti da MVP delle finali. Bei tempi, ma la Grande Mela del basket soffriva già di nostalgia perché dopo il titolo del 1973 la sua squadra aveva arrancato nelle retrovie e nelle ultime due stagioni aveva addirittura fallito l’accesso ai play-off.
E non parliamo di football, per carità! Le due squadre di NY erano finite ultime nelle conference di appartenenza (i Jets nella AFC East, i Giants nella NFC East) e avrebbero guardato in tv l’imminente Superbowl tra Dallas e Denver. Restavano giusto gli Yankees a tenere alto l’onore della città con la vittoria, a distanza di tre lustri dall’ultima, ottenuta in ottobre nelle World Series, chiuse battendo 4-2 i Los Angeles Dodgers.

Insomma, è questa la New York sportiva che il 4 gennaio 1978 apre i cancelli del Madison Square Garden per ospitare il Masters di tennis, ovvero il torneo che chiude statisticamente una stagione e apre virtualmente quella successiva. Gli otto qualificati sono anche i primi otto della classifica del Grand Prix, sponsorizzato dalla Colgate. Vitas Gerulaitis, che abita a due passi dal Madison, è volato in Australia per cercare di raccattare gli ultimi punti a disposizione ma non gli è bastato aggiudicarsi il quinto slam del 1977 (quell’anno gli Australian Open si svolsero due volte, a gennaio e dicembre) per scalzare il connazionale Connors dall’ottavo posto.
Jimbo ha giocato pochi tornei del Grand Prix (appena nove) ma è stato finalista sia a Wimbledon che agli US Open, disputati per l’ultima volta al West Side Tennis Club di Forest Hills e in procinto di trasferirsi a Flushing Meadows. Il dominatore della stagione è stato Vilas, che però ha edificato la sua fortezza in particolar modo sulla terra battuta. L’argentino ha già vinto un Masters sul veloce (l’erba di Melbourne, nel 1974) ma il Supreme Court steso all’interno del Madison non sembra proprio la superficie che fa per lui. Il tris d’assi è completato da Bjorn Borg, il campione di Wimbledon, mentre gli altri cinque invitati non godono di grosso credito.
La particolare formula del torneo (due gruppi da quattro e primi due di ogni gruppo in semifinale ad eliminazione diretta) consente di aggiudicarsi il titolo anche dopo aver perso una o due partite e puntualmente è ciò che accade: Connors perde da Vilas nel round-robin ma si laurea maestro battendo Borg in finale, con lo svedese che aveva a sua volta chiuso il triangolo imponendosi a Guillermo in semifinale. Così è se vi piace.

Le storture della formula (che avrebbe lo scopo di assicurare agli spettatori di poter vedere i loro beniamini almeno tre volte) sono evidenti e, pur cercando i correttivi negli anni a venire, gli organizzatori devono fronteggiare in qualche maniera le critiche degli addetti ai lavori. Borg che sceglie di non scendere in campo contro Gottfried sapendo che in quel modo affronterà Vilas in semifinale (anziché il più temuto Connors) o lo stesso argentino che rinuncia a sfidare Dibbs perché già certo del primo posto nel gruppo non aiutano di sicuro la promozione del tennis nella casa del basket.
Il Masters si giocherà al Madison in gennaio per nove edizioni, fino al 1986, e quasi ogni anno verranno apportate modifiche alle modalità di svolgimento.

 

Nel 1979 viene introdotta la regola che, in caso di forfait o ritiro, c’è l’automatica esclusione dal torneo. Borg e Vilas disertano la manifestazione in aperta polemica con gli organizzatori del circuito in quanto, non avendo giocato il numero minimo di tornei, gli è stato negato il bonus di fine stagione. Anche Connors è nelle stesse condizioni (a lui, da primo della classe, sarebbero spettati 300 mila dollari, che invece finiscono nelle tasche di Eddie Dibbs) ma alla fine decide di partecipare. Forse però al mancino dell’Illinois non viene spiegato bene il regolamento e probabilmente è ignaro del fatto che, ritirandosi dopo un set della sfida con McEnroe (a causa di una vescica al piede), si preclude la possibilità di giocare il terzo incontro del round-robin contro Ashe. Sarà proprio il 35enne Arthur a “salvare” un’edizione sotto tono del torneo: in finale, il campione di Wimbledon ’75 ha due match-point e sul secondo risponde vincente a una prima di McEnroe che però viene chiamata fuori dal giudice di linea. “Scommetterei tutti i miei soldi che quella palla era in campo” dirà Ashe in conferenza stampa. Ma il maestro è McEnroe, che resuscita e vince il suo primo Masters.

I due anni seguenti (1980 e 1981) incoronano Bjorn Borg. Lo svedese, respinto dall’altra New York (quella degli US Open: quattro finali e altrettante sconfitte), trova sotto il tetto del MSG le condizioni migliori per sfatare mezzo tabù. Mentre la prima vittoria è senza macchia, quella dell’81 arriva al termine di un torneo accidentato. L’orso è nervoso, evidentemente, tanto che nel match di round-robin contro l’eterno (ma acciaccato) rivale John McEnroe inscena una clamorosa quanto ostinata protesta nei confronti di Mike Lugg, il giudice di sedia, che gli infligge ben due penalty-point. Borg perde quel tie-break ma vince lo stesso la partita e, forse infastidito, si fa battere senza combattere da Gene Mayer nell’ultimo incontro del gruppo, quello che stabilisce solo chi arriva primo tra i due.
Nell’altro gruppo invece, Ivan Lendl smette di lottare dopo aver perso il primo set con Connors e lascia all’americano (che non gli risparmia giudizi pesanti) l’incombenza di vedersela con Borg in semifinale. Il cecoslovacco ha fatto bene i suoi conti ma il calcolo non gli risparmia una severa lezione in finale.

Quello del 1982 è l’ultimo Masters con il round-robin al Madison. New York è stretta nella morsa del gelo e il due volte campione in carica, intenzionato a ridurre ulteriormente l’attività dopo un ’81 con appena 9 tornei all’attivo, preferisce starsene in Svezia a giocare a hockey su ghiaccio, attività che potrebbe tranquillamente svolgere pure a Central Park.

Stavolta gli organizzatori la combinano grossa e a fare le spese di un regolamento nebuloso è John McEnroe. Il mancino affronta Teltscher (e ci perde) nell’ultimo incontro del gruppo con la certezza (stando a Jerry Solomon) di chiudere al primo posto e quando Ray Benton, direttore del torneo, lo informa più correttamente, si viene a scoprire che la sua leadership dipende dall’esito della sfida tra Connors e Tanner. La vittoria di Roscoe spedisce automaticamente McEnroe al secondo posto dato che Teltscher ha i suoi stessi punti ma ha vinto lo scontro diretto.
In un colpo solo McEnroe vede sfumare i 30 mila dollari riservati al vincitore del gruppo mentre sul suo cammino si profila l’ombra spaventosa di Ivan Lendl, proprio colui che avrebbe voluto evitare. E ne ha ben donde. La finale anticipata (sulla carta) la stravince Lendl mentre nella finale vera ci finisce Gerulaitis, che questo Masters non avrebbe dovuto nemmeno giocarlo in quanto ha preso il posto di Borg. Vitas però dimostra di non essere lì per caso e si arrende a Lendl in cinque set non prima di essere stato a un punto dal titolo.

Dopo tanti pasticci, nel 1983 si cambia e si passa dal round-robin all’eliminazione diretta. I qualificati sono dodici con i primi quattro che accedono direttamente ai quarti, dove se la vedranno con i vincitori del primo turno. Anche se vengono banditi i calcoli, non è che la nuova formula faccia strappare i capelli dall’entusiasmo perché i quattro ottavi di finale riservano scarse emozioni allo scarso pubblico del Madison. La situazione si ripeterà quasi analoga nelle due edizioni successive e pure i finalisti, sempre gli stessi, contribuiranno alla monotonia. Lendl si conferma campione a spese di McEnroe che si vendicherà nell’84 e ’85.

Infine il 1986, nono e ultimo anno di sforamento del Masters nella stagione successiva. Allo scopo di evitare che alcuni partecipanti vengano privilegiati con un bye, si stabilisce di allargare la partecipazione ai primi sedici della classifica con ottavi, quarti e semifinali al meglio dei tre set e la finale giocata sulla lunga distanza. Il maestro è Lendl a spese dell’uomo nuovo, il tedesco Boris Becker (il più giovane campione di Wimbledon della storia). Il cecoslovacco alza raggiante lo splendido trofeo in argento creato da Tiffany e chiude l’era del Masters in gennaio. Il torneo continuerà a disputarsi al Madison Square Garden fino al 1989 (di nuovo con il round-robin) prima di emigrare in Germania. Nel frattempo i New York Knicks hanno annaspato nelle retrovie della NBA e si sono dovuti accontentare di un paio di semifinali di Conference. La loro casa continuerà ad ospitare un Masters (quello femminile) fino alla fine del millennio poi chiuderà con il tennis ufficiale.

Peccato, è stato bello.

ALBO D’ORO

1977 04-08/01/1978 Jimmy Connors b. Bjorn Borg 6-4 1-6 6-4
1978 10-14/01/1979 John McEnroe b. Arthur Ashe 6-7 6-3 7-5
1979 09-13/01/1980 Bjorn Borg b. Vitas Gerulaitis 6-2 6-2
1980 14-18/01/1981 Bjorn Borg b. Ivan Lendl 6-4 6-2 6-2
1981 13-17/01/1982 Ivan Lendl b. Vitas Gerulaitis 6-7 2-6 7-6 6-2 6-4
1982 18-23/01/1983 Ivan Lendl b. John McEnroe 6-4 6-4 6-2
1983 10-15/01/1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-3 6-4 6-4
1984 08-13/01/1985 John McEnroe b. Ivan Lendl 7-5 6-0 6-4
1985 13-19/01/1986 Ivan Lendl b. Boris Becker 6-2 7-6 6-3

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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