AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità...

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AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità…

Ludmilla Samsonova vince un gran match all’esordio in un tabellone principale Slam tra le junior. Bella personalità dell’azzurra, seguita da Riccardo Piatti. Nell’articolo audio e transcript dell’intervista della giovane promessa italiana

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MELBOURNE – AUSTRALIAN OPEN. Ho visto pochissimo tennis di questa ragazza, Ludmilla Samsonova, che ha battuto qui al primo turno la testa di serie n.3 del torneo junior, la canadese Robillard-Millette dalla quale aveva preso una gran stesa la settimana scorsa (buon segno reagire così no?).

Ma me ne ha parlato molto bene Luca Baldissera, che non è solo un cronista di Ubitennis ma anche un validissimo maestro di tennis, che l’ha seguita con molta attenzione e me l’ha descritta in possesso di un gran bel servizio (chissà dove sarebbe arrivata Sara Errani se l’avesse avuto!) e di un bel dritto.

Ma devo dire che mi ha impressionato, insieme al suo fisico finalmente atletico per una giocatrice azzurra – non ne abbiamo avute tante così ben attrezzate – anche la personalità che ha mostrato nella sua prima intervista di sempre con i giornalisti. Disinvolta, simpatica, giustamente ambiziosa (“Dove voglio arrivare? Al n.1…”), e ho anche pensato che se di lei si occupa Riccardo Piatti (sia pure avanza tempo, ma da quando lei ha 10 anni e oggi ne ha 17), beh è un bel marchio di qualità.

 

Non mi è parsa così alta come dice, un metro e 79, ma se anche fosse due o tre centimetri meno, andrebbe bene lo stesso. Per qualche verso mi è apparsa come una Knapp più mobile e più matura di quanto lo fosse Karin alla sua età. Karin è arrivata a ridosso delle prime trenta del mondo.

Inutile precorrere i tempi per Ludmilla, nata in Russia ma divenuta italiana a tutti gli effetti nell’agosto 2014, in quanto è ancora lontanissima da quel ranking.

Però così come avrete letto che sono assai pessimista sul futuro del tennis italiano – e non per partito preso come magari qualcuno, Corrado Barazzutti compreso, pensa che io sia – ho abbastanza fiducia in questa ragazza perché la vedo determinata, decisa e intelligente.

Molti giudicano il potenziale di un tennista soltanto dalla sua tecnica, io valuto anche altre qualità… che secondo me non sono meno decisive se uno ha voglia di lavorare e dimostra di avere la giusta personalità.

Figlia di un professionista del ping-pong – n.40 del mondo ha detto lei – e di una laureata in economia, Ludmilla sembra un tipo deciso e in gamba.

Ha 17 anni e a differenza degli altri 4 junior portati qui (in viaggio premio?) dalla FIT, avrà un altro anno per maturare ancora fra gli junior prima di fare il salto fra le professioniste.

Ho visto qui in passato altre ragazze italiane cui proprio mancavano le basi atletiche – anche in termini di altezza e potenza muscolare (le Cibulkova sono eccezioni alla regola) – che non ho mai capito come ci si potesse puntare su.

Qui Ludmilla, che ha vinto un 10.000 a Roma, è seguita da Andrea Volpini. Di solito anche da Giulia Bruschi. Appena possibile ci parlerò.

Ludmilla ci ha raccontato del suo arrivo in Italia, Torino, Val d’Aosta, del suo amore per il pattinaggio (ma più tardi dirà che il suo idolo è Maria Sharapova, “ne sono innamorata, a Wimbledon ci ho fatto un selfie”) dei suoi allenamenti a Bordighera (ma vive a Sanremo), del suo obiettivo (“Diventare n.1” come ho già scritto sopra), delle qualificazioni mancate a Wimbledon sei mesi fa, del team Piatti con la presenza di Raonic quando si sposa a Montecarlo, ma anche con Sartori e Seppi, dei suoi studi linguistici (parla già oltre al russo e all’italiano anche inglese, francese e spagnolo… chi legge magari pensa che serva a poco, ma non è così, significa capire molto di più di tutto, avere orizzonti più ampi della gran parte delle sue coetanee italiane che a malapena spiccicano italiano e inglese), delle tre-quattro settimane passate fra l’altr’anno e quest’anno a Tirrenia (speriamo non ce la rovinino! Meno ci sta e meglio è a mio avviso… soprattutto se si rendessero conto che ha il potenziale per diventare forte, la caricherebbero di attenzioni e… pressione indesiderabile e non necessaria).

Mi è piaciuta anche la sua estrema sincerità nel dire – evitando totalmente dichiarazioni ruffiane quali ho sentito fare anche in un passato non troppo lontano da chi trovandosi nella condizione di scegliere un passaporto e un Paese piuttosto che l’altro magnificava ora l’uno ora l’altro a seconda degli interlocutori – che per lei la Nazionalità russa era importante, che l’aveva abbandonata con qualche rimpianto, insomma…viva l’Italia ok, ma guai a tradire del tutto le proprie origini, lei che è nata a Olenegorsk (che io confesso di non aver mai sentito nominare fino ad oggi e di ciò mi scuso profondamente).

Lo sponsor ancora non ce l’ha. Indossa i vestiti della Nike… “che me li aveva dati un anno fa”. Ma quello dello sponsor non sembra essere un problema e peraltro non credo lo sarà. Lei non ha il papà qua che la segue.

E questo è sicuro un vantaggio. Una volta Chris Evert disse di Lindsay Davenport: “Non ho mai conosciuto i suoi genitori quando lei già vinceva fra le junior… e questo è un aspetto a favore delle sue future possibilità!”. Il papà della Davenport era un ottimo giocatore di volley. Così come il papà della Samsonova, Dimitri Samsonov, era un ottimo giocatore di ping-pong.

I genitori che hanno fatto sport ad alto livello sono, per solito, garanzia di una buona attitudine sportiva. Ed educazione.

Può sembrare un tantino presuntuosa, Ludmilla, quando dice che nel tabellone junior non c’è nessuna ragazza davvero imbattibile, ma lo dice con naturalezza. Con quella genuinità di chi non si illude di batterle tutte, potrebbe perdere già al prossimo turno, ma… perché no? Magari non già quest’anno, ma il prossimo. E sempre tenendo presente il caso Quinzi…

P.S. per il lettore: se ascoltate il suo audio potrete riscontrare la freschezza delle sue parole. Ve lo consiglio davvero.

Ascolta gli audio dell’intervista di Ludmilla, e leggi il transcript! (si ringrazia Marco Lauria)

Hai battuto la no.3 (Charlotte Robillard-Millette) del tabellone, ci avevi mai giocato?
Sì, la scorsa settimana e avevo perso 6-3 6-2.

E cosa è successo?
Mi ero rotta un po’ le scatole. Ho tirato fuori la grinta necessaria.

Raccontaci un po’, ti allena Riccardo Piatti?
Mi alleno nella scuola di Piatti, lo vedo spesso durante la preparazione invernale. Mi allenano Andrea Volpini e Giulia Bruschi, sono due collaboratori di Riccardo, Andrea segue gli uomini e Giulia le donne. Ora però sono qui con Andrea.

Tuo padre?
Mio papà giocava a ping pong, è stato no.40 del mondo (Dimitri Samsonov).

Perchè hanno scelto di venire in Italia?
In Russia era molto molto difficile, gli hanno offerto nel ’99 un contratto per giocare a Torino e ci siamo trasferiti. Avevo un anno.

Quanto sei alta?
1.79.

I tuoi migliori risultati?
La vittoria di un 10.000 a Roma.

La tua storia?
Dopo Torino ci siamo trasferiti in Val D’Aosta, c’era poca scelta, a me piaceva tanto pattinare, ma era difficile, allora ho provato col tennis, mi è piaciuto ed ho cominciato a giocare a Chatillon, con il maestro Alessandro Molise. Durante un raduno a Torino, ho conosciuto Riccardo, avevo 10-11 anni. Così ci siamo trasferiti a Sanremo. Vivo lì, ma mi alleno a Bordighera.

Il tuo obiettivo è fare la tennista professionista, il tuo sogno?
Arrivare al no.1.

È il primo Slam che giochi?
Ho giocato le quali a Wimbledon lo scorso anno, ho perso all’ultimo turno.

Sai chi è la prossima avversaria?
Una wild card o una qualificata (una WC).

Conosci il livello delle altre?
Sono tutte battibili, non c’è un fenomeno (glissa sul discorso no. 1 in Italia tra junior).

Punti di forza e debolezze?
Punti di forza servizio e dritto, rovescio continuo a lavorarci.

A rete?
Un po’ meglio, ma scendo una volta ogni morte di Papa.

Studi?
Sì, frequento due-tre volte a settimana un Liceo Linguistico privato. Parlo l’italiano, il russo, l’inglese e lo Spagnolo.

I tuoi genitori ti seguono?
Prima veniva spesso con me mio padre, ora no. La mia mamma non è molto interessata al tennis. È laureata in economia.

Piatti ? Quante volte lo vedi?
L’Accademia è sua, lo vedo spesso durante la preparazione invernale, altrimenti qualche settimana a marzo, o in estate.

Com è il tuo rapporto con la FIT?
Buono, sono stata a Tirrenia per la prima volta lo scorso anno. Sono diventata italiana da poco, agosto 2014.

È stata una scelta difficile scegliere la nazionalità italiana?
È stata una decisione difficile. Vorrei tornare spesso in Russia, tutti i miei parenti sono lì, ma non lo faccio mai. Sono di Olenegorsk, polo nord, circolo polare artico.

(si scherza sul nome della città)

Quando sei stata a Tirrenia?
Sono stata a Tirrenia prima di venire in Australia e qualche settimana l’anno scorso. Mi allenavo con la Matteucci e c’era anche la Garbin.

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Australian Open

Aslan Karatsev, l’anello mancante del tennis russo

Il n. 114 del mondo ha viaggiato per cinque nazioni prima di incontrare il coach giusto. Rimpianti per un exploit così tardivo? Tutt’altro. “Sono stato molto fortunato”

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Aslan Karatsev - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se prima del torneo qualcuno avesse previsto due tennisti russi in semifinale agli Australian Open 2021 non ci sarebbe stato granché di strano. Al massimo lo si poteva tacciare di eccessivo ottimismo filo-russo, ma niente di più. Del resto si tratta sempre della nazione fresca vincitrice dell’ATP Cup che può contare su tre tennisti tra i primi 20 del mondo. E infatti ad aver raggiunto questo traguardo sono proprio due giocatori che qualche settimana fa hanno alzato al cielo il trofeo per nazioni targato ATP battendo in finale l’Italia, ma uno dei due non risponde al nome che tutti si aspetterebbero. Quella squadra era composta dal n. 4 Daniil Medvedev, il n. 10 Andrey Rublev, il n. 114 Aslan Karatsev e il n. 123 Evgeny Donskoy. È evidente come la Russia al momento presenti un buco tra i giocatori di vertice e quelli fuori dalla top 100; insomma mancano quelli di medio livello che orbitano tra la 40° la 70° posizione del ranking capaci ogni tanto di portare a casa un ATP 250 e, perché no, piazzare anche un exploit in uno Slam.

Ecco, finalmente la Russia sembra aver trovato questo anello mancante e ce l’ha sempre avuto sotto il naso: il suo nome è Aslan Karatsev, 27 anni, fresco semifinalista degli Australian Open. Di tutti i suoi record messi a segno grazie a questo storico traguardo (ne citiamo solo uno per dovere di cronaca: primo giocatore dell’era Open ad aver raggiunto una semifinale Slam al debutto in un major) abbiamo già scritto in questo pezzo. In questa sede vogliamo raccontarvi qualcosa il più sul personaggio che sta dietro a questi numeri.

Aslan Kazbekovich Karatsev nasce il 4 settembre 1993 a Vladikavkaz, piccola città russa al confine con la Georgia, da genitori di discendenza ebraica. In particolare è il nonno materno ad essere ebreo e quando Aslan ha soltanto tre anni tutta la famiglia si trasferisce proprio in Israele.

 

Inizia a muovere i primi passi tennistici nella città di Giaffa, imparando anche l’ebraico, sua seconda lingua dopo il russo. A 12 anni torna in terra natia insieme al padre trasferendosi a Tanganrog, città portuale che si affaccia sul Mar Nero. Qui le cose iniziano a farsi serie, tanto che Karatsev riesce a trovare uno sponsor che gli permette di allenarsi con maggiore libertà economica. A 18 anni si trascerisce ancora, questa volta in direzione Mosca. Nella capitale russa Aslan inizia una collaborazione con Dimitri Tursunov e lì, considerando il talento che pian piano sta emergendo, viene aiutato a raggiungere la Germania per perfezionare la sua preparazione.

Per la precisione, a 21 anni Karatsev si reca ad Halle e questo ennesimo trasferimento ci offre un primo spunto per capire qualcosa del suo carattere. “Tutto sembrava andare bene e c’erano buoni allenatori, ma non era così per me. Non mi piaceva quella situazione. Per me non ha funzionato, lì ha ammesso il giocatore russo in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a gotennus.ru. Per bilanciare i due anni non troppo felici passati sotto il rigore tedesco, Karatsev decide quindi di provare uno stile completamente opposto e si reca a Barcellona. Neanche il passaggio al calore mediterraneo sembra giovare particolarmente ai suoi risultati; il russo riesce a stare solo a singhiozzo tra i primi 200 giocatori del mondo. Il primo ingresso, alla posizione n. 168, avviene nel marzo 2015 grazie al primo titolo Challenger della carriera vinto sul cemento di Kazan, Russia, ma negli anni successivi fatica a ripetersi a quel livello.

Qui i primi veri ostacoli iniziarono a posizionarsi sul cammino di Karatsev: “C’è stato un periodo di difficoltà per me perché ero infortunato e dopo aver recuperato da quel problema ho ricominciato a giocare ad inizio 2017. Ho però sentito subito dolore al ginocchio. Sono rimasto fermo quasi tre mesi ed è stato il momento più duro della mia carriera”. I periodi di magra sono comunque bilanciati da exploit che lasciano intravedere qualcosa, come i tre titoli Futures vinti tra dicembre 2017 e gennaio 2018 o le numerose finali giocate consecutivamente sempre a livello ITF sul finire del 2018. Questi risultati appena elencati vengono realizzati da un ragazzo ormai ‘adulto’, un 25enne giramondo che aveva avuto un assaggio di diverse culture ma che ancora non è riuscito a trovare il suo equilibrio. È difficile che un tennista a quell’età possa fare dei notevoli progressi a livello di gioco, mentre è più probabile che il miglioramento avvenga sul piano mentale. Spesso, affinché ciò accada basta trovare il giusto luogo dove allenarsi o le giuste persone con cui farlo. Karatsev ci ha messo parecchio, ma alla fine ha trovato entrambe le cose.

Riprendendo il filo del suo peregrinare, dopo la Germania e la Spagna il tennista russo opta per una via di mezzo: Minsk, capitale della Bielorussia, città di stampo sovietico ma volta alla modernità. Qui trova anche un allenatore capace di tirar fuori il meglio da lui: Yahor Yatsyk, figura forse sconosciuta persino alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma che fa decisamente al caso suo. Lui è l’uomo giusto per me. Mi ha aiutato molto, soprattutto sulla parte mentale, nel credere maggiormente in me stesso e nel mio stile di gioco. Poi ovviamente anche sull’aspetto tecnico. Mi piace lavorare con lui. Viviamo a Minsk e ci alleniamo lì” ha spiegato Karastev nella conferenza post-vittoria su Grigor Dimitrov. La collaborazione prosegue ormai da tre anni e il team è completato dal preparatore atletico “Luis dal Portogallo”.

La semifinale raggiunta all’Australian Open provenendo dalle qualificazioni è sì un risultato straordinario, ma la sua ascesa era già iniziata, benché a livello più basso, sul finire della stagione 2020. Nel post-lockdown ha infatti ottenuto i migliori risultati della sua carriera: in estate due titoli Challenger sulla terra rossa della Repubblica Ceca e in autunno il secondo turno sia all’ATP 500 di San Pietroburgo che in quello 250 di Sofia. Questo, oltre a una capacità di adattarsi a diverse superfici, fa capire come la fiducia che lo ha portato a vincere cinque incontri consecutivi a Melbourne arrivi da lontano.

Chi in vita sua si sia allenato, per un certo periodo, in cinque nazioni diverse ha chiaramente bisogno di stabilità e serenità in un dato luogo, ed è proprio Karatsev a confermarlo.Credo che la chiave stia nel trovare il giusto team e il giusto coach come l’ho trovato io. Sono stato molto fortunato“. Sì, ha utilizzato proprio il termine ‘fortunato’ per descrivere un incontro avvenuto quando lui aveva 24 anni e molti tennisti, in assenza di risultati tangibili, si sarebbero già ritirati da tempo. “Ci siamo incrociati in un torneo Futures e ci siamo detti ‘Va bene, proviamo a lavorare assieme’. E niente, credo sia davvero una grande fortuna cha l’abbiamo fatto e ora ho un ottimo team intorno a me”.

Il nostro Luca Baldissera, in una delle dirette Facebook con Vanni Gibertini, l’ha definito “un misto tra Nikolay Davidenko e Marat Safin per gli anticipi semi-piatti del primo e la potenza pura del secondo”, e se a questo misto ci aggiungete anche un pizzico di fortuna (per sua stessa ammissione) e tanta fiducia nei propri mezzi (quasi del tutto carente nelle giovani-vecchie promesse NextGen) ecco a voi Aslan Karatsev.

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Francesca Jones: “Sarebbe fantastico continuare a giocare gli Slam, ma…”. E intanto vince la prima partita in WTA

La riconoscenza per il lavoro fatto da Tennis Australia, gli errori di Hawkeye e il futuro prossimo secondo la ventenne affetta da una rara patologia malformativa. Che nel frattempo ha festeggiato la prima vittoria nel circuito maggiore

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Non è andato benissimo l’esordio Slam di Francesca Jones, brillantemente uscita dalle qualificazioni a dispetto della malformazione alle mani e ai piedi. Sconfitta 6-4 6-1 da Shelby Rogers, Francesca ha analizzato lucidamente l’incontro. “Non ho cominciato bene, ma poi sono entrata in partita. Ho sentito che il mio tennis era pari al suo in certi momenti, probabilmente migliore quando gli scambi si allungavano. La grossa differenza è che lei ha un gran servizio e, per me, un solo errore può cambiare l’inerzia a questi livelli” spiega la ventenne n. 245 WTA. “È qualcosa a cui devo abituarmi e ne sarò consapevole la prossima volta che mi troverò a giocare un torneo come questo”.

Non mancano le parole di apprezzamento per l’organizzazione. “È fenomenale che Tennis Australia sia riuscita a far disputare il torneo. È assolutamente un grande esempio per ogni altro evento sportivo nel mondo. Chissà quando avrei potuto giocare il mio primo tabellone principale di uno Slam se Tennis Australia non avesse spinto per farlo”. La sua storia ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane e Francesca è felice per i tantissimi messaggi di sostegno ricevuti. Intanto, cosa rimane di questa esperienza? “Analizzerò con calma il match insieme al mio allenatore, ma credo di aver provato che posso competere a questo livello e adesso si tratta di accumulare quanti più match possibili contro giocatrici come Shelby o anche di livello superiore.

C’è stato un episodio “dubbio” (virgolette necessarie perché in realtà non c’è nulla di dubbio) quando Jones era al servizio nel secondo set, sotto 0-1 e 0-30. Il rovescio di Shelby è lungo di un buon mezzo metro e l’out di Hawkeye live arriva con un po’ di ritardo, per un istante rassicurando Francesca, che viene però immediatamente trafitta dallo 0-40 annunciato dall’arbitro. Beffarda l’immagine digitale che mostra una palla fuori, ma non è quella giusta: è dal lato inglese ma nel corridoio (sul colpo lungo di Shelby, Jones ha rimandato in rete e la palla è ricaduta in corridoio, appunto).

“Non so chi sia responsabile del sistema, ma è estremamente discutibile. Ho visto il replay, non so se fosse Eurosport, era chiaramente fuori. Un enorme cambio di inerzia, ma non starò qui a usare un punto come scusa per il match. Ho visto un altro paio di errori, uno con Evans e Coric. Preferisco l’errore umano e capisco perché venga usato questo sistema, ma deve essere rivisto”. Si dice abitualmente che l’arbitro non possa cambiare la chiamata elettronica, ma non è del tutto vero: succede qualche volta, quando il “falco” non rileva la palla perché troppo lunga, di diversi metri.

Mentre aspettiamo allora che le regole definiscano con precisione il limite di intervento dell’arbitro (cinque metri, overrule; mezzo metro, no; due metri?), torniamo a Francesca, alla quale non piace riposare sugli allori. “Spero che questa bellissima esperienza mi possa aiutare in futuro, se mai mi troverò al Roland Garros o a Wimbledon. Però so da dove vengo e dove sto andando; sarebbe fantastico continuare a giocare negli Slam, ma non è realistico. Tornerò ad allenarmi, a dare tutto ogni singolo giorno sperando di farmi rivedere al più presto, ma nel frattempo continuerò a bussare a qualunque porta mi troverò davanti.

 

LA PRIMA VITTORIA – Una porta intanto si è già aperta, o meglio l’ha aperta Francesca meritandosi sul campo la prima vittoria nel circuito maggiore al primo turno del Phillip Island Trophy, torneo di categoria WTA 250 che nel frattempo ha preso il via sui campi periferici di Melbourne Park e si disputerà in contemporanea alla seconda settimana dell’Australian Open. Francesca ha vinto l’unico turno di qualificazione (avversaria Niculescu) e al primo turno del main draw ha battuto l’undicesima testa di serie Saisai Zheng, per il primo hurrà nel circuito WTA. Il suo cammino si è interrotto al secondo turno contro la rumena Patricia Maria Tig, ma il bilancio della trasferta australiana – quali comprese! – non può che essere, comunque, estremamente positivo.

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Tu nel tabellone dell’Australian Open: tutto vero. Ma non sei tu, è Li, l’uomo senza classifica

Non è un refuso e neanche un casting: a sfidare Feliciano Lopez sarà la 24enne wildcard australiana Li Tu. Senza ranking ATP, ha ottenuto l’occasione delle vita. E 100.000 dollari per ripartire

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Il tennista australiano Li Tu (Fonte: https://blog.universaltennis.com)

Scorrendo il tabellone principale del singolare maschile, forse qualcuno si sarà soffermato con curiosità sulla casella che riporta il nome TU. Non si tratta di un refuso o di un casting in chiave tennistica: il match di primo turno sarà proprio Tu-Lopez. L’avversario del 39enne spagnolo sarà infatti l’australiano Li Tu, nome molto probabilmente sconosciuto alla gran parte degli appassionati. E non è strano: se infatti andiamo a vedere i risultati a livello ATP del 24enne aussie, attualmente senza ranking ATP, scopriamo che il suo best ranking di n. 1188 risale al novembre 2014 ed il suo miglior risultato sono i quarti di finale raggiunti in un ITF 15K in Australia sempre nel 2014. Anno, questo, anche dei suoi ultimi incontri ufficiali, in un circuito Future in Croazia. Ma allora, come mai un 24enne senza classifica ATP ha ottenuto una wild card in uno Slam?

Facciamo un passo indietro e raccontiamo brevemente la sua storia. Li Tu, grande promessa a livello giovanile, come è capitato a molti junior ha incontrato molte difficoltà nel passaggio al tennis professionistico. “Non ero abituato a perdere da junior. Questo ha influito sulla mia autostima e sul mio modo di allenarmi” ha raccontato di recente. Difficoltà che lo hanno portato a ridefinire le sue priorità, decidendo di concentrarsi sugli studi universitari ed anche sulla carriera di coach a livello giovanile. Con ottimi risultati, dato che alcuni dei suoi allievi si sono fatti notare nelle varie categorie, dagli under 14 agli under 18, a livello nazionale. Questo gli ha permesso di tenersi in allenamento, ma anche – osservando i match dei suoi ragazzi – di rianalizzare la sua carriera e rivedere le sue convinzioni di un tempo. “Ho capito che la differenza tra vincere e perdere spesso la fanno un paio di punti. E questo non deve influire sul giocatore. Certo, si provano sensazioni migliori quando si vince, ma ho capito che non bisogna sentirsi sconfitti perché si perde una partita. Bisogna guardare avanti“.

Un cambio di mentalità che lo ha spinto a darsi un’altra occasione, tanto da decidere di partecipare ai tornei UTR Pro Tennis Series, i tornei di esibizione organizzati dalla Federazione Australiana per consentire ai giocatori australiani di proseguire l’attività agonistica durante il lockdown e anche dopo, per chi aveva deciso di rinunciare ad uscire dal paese dopo la ripartenza del circuito. Gli stessi, per capirci, che hanno permesso a Thanasi Kokkinakis di ritrovare la confidenza con il tennis giocato e addirittura riassaporare il gusto della vittoria. Quello che non gli era riuscito quando era un teenager di belle speranze, gli è riuscito stavolta: scorrendo i risultati di Li Tu nel sito della UTR, sono più di una mezza dozzina le vittorie ottenute negli ultimi mesi del 2020 contro giocatori classificati tra i primi 700 del mondo, come quelle su Blake Mott (attuale n. 481 ATP) e Thomas Fancutt (n. 562). “Non posso credere che siano passati solo cinque mesi da quando ho deciso di riprovarci sul serio” aveva dichiarato a dicembre ad un quotidiano locale. “Ho ottenuto dei risultati incredibili sul finire dell’anno”.

 

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare, con la vittoria di un paio di settimane fa in un altro torneo di esibizione contro il n. 125 del ranking, Marc Polmans. Ennesimo bel risultato che non è passato inosservato e gli ha già permesso di realizzare un sogno: l’esordio in un tabellone ATP, grazie alla wildcard al Murray River Open di questa settimana, uno dei due ATP 250 di preparazione all’Australian Open che si disputano a Melbourne. Esordio più che dignitoso, considerato che è uscito sconfitto per 6-4 7-6 dopo una bella battaglia contro il portoghese Pedro Sousa, n. 108 ATP.

IL PRIMO SLAM – A stretto giro è arrivata la conferma dei rumors che giravano da qualche giorno: Tennis Australia ha deciso di assegnare proprio a Tu la wildcard per il tabellone principale dell’Australian Open rimasta vacante dopo la rinuncia di Andy Murray, impossibilitato a raggiungere l’Australia in tempo, considerando l’obbligo di quarantena, dopo la positività al coronavirus. Una decisione che oltre a permettere a Li Tu di realizzare quello che è uno dei grandi sogni di qualsiasi tennista, giocare in uno Slam, avrà anche altre (positive) ricadute.

A partire da quelle economiche: la sola partecipazione gli varrà un prize money di 100.000 dollari. Per capire cosa significhi per il Li Tu tennista, i suoi guadagni a livello di tennis professionistico prima dello scorso anno ammontavano a poco meno di 5.000 dollari, i risultati nel circuito UTR gli erano valsi 20.000 dollari, l’eliminazione di questa settimana all’ATP 250 altri 2.700 dollari. Insomma, significa tanto. Ma il primo turno in un Major porta in dote anche 10 punti per la classifica ATP, che significherà il ritorno in classifica dopo più di sei anni e un best ranking attorno alla posizione n. 1000. Se poi ci scappasse la sorpresa contro Feliciano Lopez – che a Melbourne aggiungerà una tacca, la 75°, al suo record di presenze consecutive negli Slam, ma che lo scorso anno è stato sempre eliminato al primo turno – i punti sarebbero ben 45 (e il ranking potrebbe spingersi sino circa alla posizione 600).

Ma c’è anche dell’altro. Ed è probabilmente la cosa che più sta a cuore a Tu, considerando che aveva deciso di intraprendere la carriera di allenatore giovanile e a giudicare da quanto dichiarato la scorsa settimana ai media australiani, quando si era iniziato a vociferare della sua possibile partecipazione allo Slam Down Under. “Voglio essere un esempio per gli juniores che stanno crescendo. Io ho 24 anni, e ci sono ragazzi che all’età di 15-16 anni pensano di avere ancora poco tempo a disposizione… vincere e perdere non è tutto a quell’età.Ben fatto, Li Tu. O, come direbbero da quelle parti, good on ya mate!

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