AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità...

Personaggi

AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità…

Ludmilla Samsonova vince un gran match all’esordio in un tabellone principale Slam tra le junior. Bella personalità dell’azzurra, seguita da Riccardo Piatti. Nell’articolo audio e transcript dell’intervista della giovane promessa italiana

Pubblicato

il

MELBOURNE – AUSTRALIAN OPEN. Ho visto pochissimo tennis di questa ragazza, Ludmilla Samsonova, che ha battuto qui al primo turno la testa di serie n.3 del torneo junior, la canadese Robillard-Millette dalla quale aveva preso una gran stesa la settimana scorsa (buon segno reagire così no?).

Ma me ne ha parlato molto bene Luca Baldissera, che non è solo un cronista di Ubitennis ma anche un validissimo maestro di tennis, che l’ha seguita con molta attenzione e me l’ha descritta in possesso di un gran bel servizio (chissà dove sarebbe arrivata Sara Errani se l’avesse avuto!) e di un bel dritto.

Ma devo dire che mi ha impressionato, insieme al suo fisico finalmente atletico per una giocatrice azzurra – non ne abbiamo avute tante così ben attrezzate – anche la personalità che ha mostrato nella sua prima intervista di sempre con i giornalisti. Disinvolta, simpatica, giustamente ambiziosa (“Dove voglio arrivare? Al n.1…”), e ho anche pensato che se di lei si occupa Riccardo Piatti (sia pure avanza tempo, ma da quando lei ha 10 anni e oggi ne ha 17), beh è un bel marchio di qualità.

 

Non mi è parsa così alta come dice, un metro e 79, ma se anche fosse due o tre centimetri meno, andrebbe bene lo stesso. Per qualche verso mi è apparsa come una Knapp più mobile e più matura di quanto lo fosse Karin alla sua età. Karin è arrivata a ridosso delle prime trenta del mondo.

Inutile precorrere i tempi per Ludmilla, nata in Russia ma divenuta italiana a tutti gli effetti nell’agosto 2014, in quanto è ancora lontanissima da quel ranking.

Però così come avrete letto che sono assai pessimista sul futuro del tennis italiano – e non per partito preso come magari qualcuno, Corrado Barazzutti compreso, pensa che io sia – ho abbastanza fiducia in questa ragazza perché la vedo determinata, decisa e intelligente.

Molti giudicano il potenziale di un tennista soltanto dalla sua tecnica, io valuto anche altre qualità… che secondo me non sono meno decisive se uno ha voglia di lavorare e dimostra di avere la giusta personalità.

Figlia di un professionista del ping-pong – n.40 del mondo ha detto lei – e di una laureata in economia, Ludmilla sembra un tipo deciso e in gamba.

Ha 17 anni e a differenza degli altri 4 junior portati qui (in viaggio premio?) dalla FIT, avrà un altro anno per maturare ancora fra gli junior prima di fare il salto fra le professioniste.

Ho visto qui in passato altre ragazze italiane cui proprio mancavano le basi atletiche – anche in termini di altezza e potenza muscolare (le Cibulkova sono eccezioni alla regola) – che non ho mai capito come ci si potesse puntare su.

Qui Ludmilla, che ha vinto un 10.000 a Roma, è seguita da Andrea Volpini. Di solito anche da Giulia Bruschi. Appena possibile ci parlerò.

Ludmilla ci ha raccontato del suo arrivo in Italia, Torino, Val d’Aosta, del suo amore per il pattinaggio (ma più tardi dirà che il suo idolo è Maria Sharapova, “ne sono innamorata, a Wimbledon ci ho fatto un selfie”) dei suoi allenamenti a Bordighera (ma vive a Sanremo), del suo obiettivo (“Diventare n.1” come ho già scritto sopra), delle qualificazioni mancate a Wimbledon sei mesi fa, del team Piatti con la presenza di Raonic quando si sposa a Montecarlo, ma anche con Sartori e Seppi, dei suoi studi linguistici (parla già oltre al russo e all’italiano anche inglese, francese e spagnolo… chi legge magari pensa che serva a poco, ma non è così, significa capire molto di più di tutto, avere orizzonti più ampi della gran parte delle sue coetanee italiane che a malapena spiccicano italiano e inglese), delle tre-quattro settimane passate fra l’altr’anno e quest’anno a Tirrenia (speriamo non ce la rovinino! Meno ci sta e meglio è a mio avviso… soprattutto se si rendessero conto che ha il potenziale per diventare forte, la caricherebbero di attenzioni e… pressione indesiderabile e non necessaria).

Mi è piaciuta anche la sua estrema sincerità nel dire – evitando totalmente dichiarazioni ruffiane quali ho sentito fare anche in un passato non troppo lontano da chi trovandosi nella condizione di scegliere un passaporto e un Paese piuttosto che l’altro magnificava ora l’uno ora l’altro a seconda degli interlocutori – che per lei la Nazionalità russa era importante, che l’aveva abbandonata con qualche rimpianto, insomma…viva l’Italia ok, ma guai a tradire del tutto le proprie origini, lei che è nata a Olenegorsk (che io confesso di non aver mai sentito nominare fino ad oggi e di ciò mi scuso profondamente).

Lo sponsor ancora non ce l’ha. Indossa i vestiti della Nike… “che me li aveva dati un anno fa”. Ma quello dello sponsor non sembra essere un problema e peraltro non credo lo sarà. Lei non ha il papà qua che la segue.

E questo è sicuro un vantaggio. Una volta Chris Evert disse di Lindsay Davenport: “Non ho mai conosciuto i suoi genitori quando lei già vinceva fra le junior… e questo è un aspetto a favore delle sue future possibilità!”. Il papà della Davenport era un ottimo giocatore di volley. Così come il papà della Samsonova, Dimitri Samsonov, era un ottimo giocatore di ping-pong.

I genitori che hanno fatto sport ad alto livello sono, per solito, garanzia di una buona attitudine sportiva. Ed educazione.

Può sembrare un tantino presuntuosa, Ludmilla, quando dice che nel tabellone junior non c’è nessuna ragazza davvero imbattibile, ma lo dice con naturalezza. Con quella genuinità di chi non si illude di batterle tutte, potrebbe perdere già al prossimo turno, ma… perché no? Magari non già quest’anno, ma il prossimo. E sempre tenendo presente il caso Quinzi…

P.S. per il lettore: se ascoltate il suo audio potrete riscontrare la freschezza delle sue parole. Ve lo consiglio davvero.

Ascolta gli audio dell’intervista di Ludmilla, e leggi il transcript! (si ringrazia Marco Lauria)

Hai battuto la no.3 (Charlotte Robillard-Millette) del tabellone, ci avevi mai giocato?
Sì, la scorsa settimana e avevo perso 6-3 6-2.

E cosa è successo?
Mi ero rotta un po’ le scatole. Ho tirato fuori la grinta necessaria.

Raccontaci un po’, ti allena Riccardo Piatti?
Mi alleno nella scuola di Piatti, lo vedo spesso durante la preparazione invernale. Mi allenano Andrea Volpini e Giulia Bruschi, sono due collaboratori di Riccardo, Andrea segue gli uomini e Giulia le donne. Ora però sono qui con Andrea.

Tuo padre?
Mio papà giocava a ping pong, è stato no.40 del mondo (Dimitri Samsonov).

Perchè hanno scelto di venire in Italia?
In Russia era molto molto difficile, gli hanno offerto nel ’99 un contratto per giocare a Torino e ci siamo trasferiti. Avevo un anno.

Quanto sei alta?
1.79.

I tuoi migliori risultati?
La vittoria di un 10.000 a Roma.

La tua storia?
Dopo Torino ci siamo trasferiti in Val D’Aosta, c’era poca scelta, a me piaceva tanto pattinare, ma era difficile, allora ho provato col tennis, mi è piaciuto ed ho cominciato a giocare a Chatillon, con il maestro Alessandro Molise. Durante un raduno a Torino, ho conosciuto Riccardo, avevo 10-11 anni. Così ci siamo trasferiti a Sanremo. Vivo lì, ma mi alleno a Bordighera.

Il tuo obiettivo è fare la tennista professionista, il tuo sogno?
Arrivare al no.1.

È il primo Slam che giochi?
Ho giocato le quali a Wimbledon lo scorso anno, ho perso all’ultimo turno.

Sai chi è la prossima avversaria?
Una wild card o una qualificata (una WC).

Conosci il livello delle altre?
Sono tutte battibili, non c’è un fenomeno (glissa sul discorso no. 1 in Italia tra junior).

Punti di forza e debolezze?
Punti di forza servizio e dritto, rovescio continuo a lavorarci.

A rete?
Un po’ meglio, ma scendo una volta ogni morte di Papa.

Studi?
Sì, frequento due-tre volte a settimana un Liceo Linguistico privato. Parlo l’italiano, il russo, l’inglese e lo Spagnolo.

I tuoi genitori ti seguono?
Prima veniva spesso con me mio padre, ora no. La mia mamma non è molto interessata al tennis. È laureata in economia.

Piatti ? Quante volte lo vedi?
L’Accademia è sua, lo vedo spesso durante la preparazione invernale, altrimenti qualche settimana a marzo, o in estate.

Com è il tuo rapporto con la FIT?
Buono, sono stata a Tirrenia per la prima volta lo scorso anno. Sono diventata italiana da poco, agosto 2014.

È stata una scelta difficile scegliere la nazionalità italiana?
È stata una decisione difficile. Vorrei tornare spesso in Russia, tutti i miei parenti sono lì, ma non lo faccio mai. Sono di Olenegorsk, polo nord, circolo polare artico.

(si scherza sul nome della città)

Quando sei stata a Tirrenia?
Sono stata a Tirrenia prima di venire in Australia e qualche settimana l’anno scorso. Mi allenavo con la Matteucci e c’era anche la Garbin.

Continua a leggere
Commenti

Personaggi

Elogio di Mikhail Youzhny, colonnello dal braccio d’oro

Dalla scomparsa del padre, a cui dedicava il suo celeberrimo saluto militare, alle sue imprese sul campo. Un talento che forse avrebbe meritato uno Slam

Pubblicato

il

San Pietroburgo, 20 settembre 2018, torneo di casa, o quasi. Mikhail Youzhny, ormai trentaseienne, disputa quello che sarà il suo ultimo incontro da professionista, scelta pianificata già da qualche tempo. Dall’altra parte della rete c’è Roberto Bautista Agut, un tipo scomodo dal gioco tignoso a cui non daresti due lire e che invece, con due frecce spuntate nella faretra, ha finito per dotarsi di una carriera interessante. Abnegazione, un gran merito. A quanto si dice l’iberico non gode nemmeno della simpatia dei colleghi e dunque, per una sorta di proprietà transitiva applicata alle dinamiche sportive, nemmeno degli appassionati. Quando si dice giocare contro gli umori del pubblico.

La differenza tecnica tra i due giocatori in campo è abissale, ma, purtroppo per il russo, lo è anche l’età e così un Bautista sparagnino, figlio di quell’attualità tennistica poco incline alla fantasia, accede non senza soffrire al turno successivo, negando al rivale la possibilità di un ulteriore ultimo match e la soddisfazione della vittoria numero cinquecento in carriera. Pazienza. Sedici anni dopo la vittoria nel torneo ATP di Stoccarda, la prima, il mondo del tennis ringrazia così con un lungo applauso uno dei talenti più luminescenti e irrazionali delle ultime generazioni. Resterà comunque nell’ambiente che lo ha visto diventare uomo, quale titolare di un’accademia. Largo ai giovani.

Un passo indietro. Miami, 31 marzo 2008, terzo turno del torneo all’epoca appartenente alla categoria Masters Series, ovvero il meglio del panorama mondiale fatta eccezione per i quattro tornei Monumento. Sessione serale. Sul cemento dalla tipica colorazione verde-viola che caratterizza i playground della Florida, Mikhail Youzhny, professionista ormai da una decade, e Nicolas Almagro se le stanno dando di santa ragione, partita incerta. A un passo dal traguardo, avanti per cinque giochi a quattro nel terzo e decisivo parziale, lo spagnolo deve però affrontare una pericolosa palla break che potrebbe riaprire i discorsi. Quello che ne scaturisce è uno scambio estenuante, quando il rovescio del russo, un marchio di fabbrica per giunta, si stampa sul nastro: parità. Apriti cielo.

Youzhny è letteralmente fuori di sé e dopo qualche imprecazione urlata al mondo con un body language che non lascia presagire nulla di buono decide che la punizione più consona al frangente nefasto sia quella corporale. Uno, due e tre colpi violenti di racchetta alla fronte aprono una ferita che in un amen prenderà a sanguinare copiosamente. Gioco sospeso, intervento del medico e multa in arrivo. Misha vincerà quella partita. L’aneddoto, al di là dell’ovvia singolarità, racconta molto di un personaggio sui generis, dalla psicologia complessa e indecifrabile che accomuna tanti campioni pregni di talento. Una sorta di geniale bipolarismo tutto tennistico che certifica l’imprevedibile alternanza dell’eccellenza e del suo esatto contrario.

Mikhail Youzhny ‘rotto’

Anno 2002, ancora più indietro. Misha è in auto con Mikhail, il babbo, e Andrei, il fratello anch’esso tennista, rientrano da una sessione di allenamento. Non è un giorno come tanti perché l’incidente pronto ad attenderli in strada si porta via il padre, un valoroso ufficiale dell’Armata Rossa e mentore dell’adolescente Misha. Arresto cardiaco, dirà un medico. Nel momento di lancinante dolore, Youzhny – a cui l’esperienza finirà, se possibile, per fortificare un rapporto già viscerale con il gioco del tennis – conia un rituale che compendia commozione, esultanza e memoria paterna. La mano destra, tenuta rigida, sale alla tempia con la sinistra che nel contempo porta la racchetta sopra alla testa, a mimare un berretto che non c’è. Perché un saluto militare che si rispetti deve essere fatto con il capo coperto. Il gesto, dopo ogni vittoria, viene ripetuto con rigore quattro volte, una per ciascun lato del campo. Per la gioia di papà Mikhail, seduto da qualche parte a godersi le gioie di un erede speciale nella sua complessità, e anche della nostra. Impavidi bacchettoni quando si tratta, e succede sempre di meno, di godere del tennis d’antan.

 

La vita toglie, la vita dà. Che i russi siano un popolo visceralmente legato alla patria è segreto di Pulcinella e non è certo Youzhny, cresciuto nella rigorosa casa di un militare, a fare eccezione alla consolidata regola. Non è strano quindi che l’acme sportivo sia stato raggiunto dal moscovita proprio nella competizione a squadre nazionali per antonomasia, la Coppa Davis. Anno 2002, quello maledetto, palasport di Parigi-Bercy. Francia, ambiziosa padrona di casa, e Russia, appunto, si contendono l’insalatiera d’argento. Che in apparenza interessa giusto il minimo sindacale salvo poi regalare scampoli di furibonde battaglie che, stringi stringi, incarnano l’essenza dello sport tout court. Succede che dopo tre singolari e un doppio il punteggio sia ancora inchiodato sulla parità, con due vittorie per parte.

Domenica, quasi sera ormai, la tensione si taglia a fette. Youzhny, nell’incontro decisivo di una giornata che sarà leggenda, prende il posto in campo di un autentico mito dello sport russo ormai al crepuscolo, Yevgeny Kafelnikov, roba da far tremare i polsi. Tra inferno e paradiso l’ostacolo è incarnato dalla speranza transalpina Paul-Henri Mathieu, anch’esso maggiorenne e poco più, che in una bolgia incandescente pronta a saltare in aria incamera agevolmente i primi due set. Saranno gli ultimi. Misha, sull’orlo del baratro e apparentemente senza alternative alla disfatta che incombe, ribalta l’inerzia della partita sfoggiando, come il mago che solletica il cappello, una varietà di colpi mai uguali tra loro che con l’incedere dei minuti sgretolano una a una le certezze del rivale. Fino all’inevitabile knock-out: tripudio.

Per la Russia, in un contesto sociale che il politically correct definirebbe con garbo ‘di transizione’, si tratta del primo storico trionfo, con il delfino Youzhny a recitare la parte dell’eroe di stato. Per gli amanti della statistica è doveroso segnalare che nessuno prima di allora sia mai riuscito a recuperare uno svantaggio così marcato nel match decisivo di una finale. Misha assume dunque i gradi (sportivi) di Colonnello, nel nome del padre. Fu meno eclatante, come facilmente comprensibile, tuttavia Youzhny qualche anno più tardi contribuirà alla conquista di una seconda Coppa Davis.

Mikhail portato in trionfo dopo la vittoria della Coppa Davis 2002

A pagina 2, le somme della carriera di Mikhail

Continua a leggere

Numeri

Otto numeri per i 50 anni di Gabriela Sabatini

I nostri auguri alla tennista straniera più amata dal pubblico italiano sono una raccolta di statistiche e aneddoti. Le vittorie, le debolezze, la rivalità con Steffi Graf e la grande amicizia con Monica Seles

Pubblicato

il

Oggi Gabriela Sabatini compie 50 anni. Abbiamo scavato nei suoi ricordi grazie alla penna di Sebastián Torok, che l’ha intervista per ‘La Nación’. Oggi, per augurarle buon compleanno, abbiamo selezionato otto numeri per ricostruire la sua carriera. Otto, come gli anni che aveva quando ha vinto il suo primo torneo.

1 – i titoli Slam conquistati in singolare. Quando Sabatini nel 1990 a New York vinse lo US Open, ruppe la maledizione che sembrava accompagnarla nei grandi tornei: in precedenza aveva raggiunto già otto semifinali e una finale nei Major e da quasi cinque anni era in top 10, ma non aveva mai vinto uno Slam. Gabriela arrivò all’ultimo atto del Major statunitense per la prima volta nel 1988, ma in quella circostanza si arrese (solo al terzo set) a Steffi Graf, che con quel successo centrò – terza a riuscirci dopo Maureen Connolly nel 1953 e Margaret Smith Court nel 1970 – il grande Slam. La campionessa tedesca, in quegli anni autentica dominatrice del circuito (lo fu ininterrottamente da agosto 1987 a marzo 1991), nell’estate del 1990 rappresentò per l’argentina nuovamente l’ultimo ostacolo da superare per vincere uno Slam.

A inizio settembre di trenta anni fa Sabatini coronò il suo sogno: grazie a una superba prova, superò infatti Graf col punteggio di 6-2 7-6, dopo aver perso un solo set nel corso di quel torneo, in semifinale contro Mary-Joe Fernandez. Per la tennista argentina nel luglio 1991 arrivò poi una terza finale Slam, questa volta a Wimbledon, sempre con Steffi Graf dall’altra parte della rete: sui prati londinesi Gaby giunse a soli due punti dalla vittoria dei Championships, prima di cedere in volata (8-6 al terzo set). Dopo quella amara partita ci furono “solo” altre otto semi a livello Slam (in tutto saranno diciotto): tre di esse nel 1992, con l’ultima raggiunta allo US Open del 1995.

4 – le edizioni (1988, 1989, 1991 e 1992) vinte degli Internazionali d’Italia, il torneo nel quale Sabatini vanta più successi (non ha mai vinto nessun’altra manifestazione per più di due volte). Una trentina d’anni fa nacque un legame speciale tra l’argentina e il torneo romano: Gaby era amatissima dal pubblico italiano, un sentimento da lei ricambiato, anche per le origini dei propri avi (il nonno era originario di Potenza Picerna, vicino Macerata). Un’alchimia perfetta che fu d’aiuto alla tennista argentina per vincere, dopo la finale romana persa in tre set contro Graf nel 1987, ben ventitré delle seguenti ventiquattro partite giocate al Foro Italico: arrivarono così i titoli di quattro delle successive cinque edizioni alle quali partecipò (nel 1990 fu fermata in semifinale da Navratilova).

 

Non va dimenticato che in questa serie sono incluse le due finali romane vinte nel 1991 e 1992 contro Monica Seles, allora numero 1 al mondo, entrambe le volte superata nettamente in due set. Vittorie arrivate grazie a prestazioni considerate negli anni successivi dalla stessa Gabriela come tra le sue migliori in assoluto; contro la serba naturalizzata statunitense, oltre alle due finali a Roma, Sabatini vinse solo un’altra volta, contro una Seles quattordicenne a Miami nel 1988. Le sconfitte totali furono undici. Una grande stima ha sempre legato Gaby e Monica: quest’ultima, nella sua biografia, l’ha dipinta non solo come una tennista che avrebbe meritato di vincere maggiormente, ma l’ha elogiata come donna, ricordando come nel 1995 l’argentina sia stata l’unica delle top 20 a non aver votato contro la decisione della WTA di restituire il numero 1 a Seles dopo l’attentato subito ad Amburgo.

L’incredibile striscia di risultati romani per Sabatini si concluse nel 1994, quando Gabriela fu sconfitta al primo turno da Irina Spirlea, un passo falso che non le impedì di essere dopo Chris Evert (vincitrice cinque volte a Roma) e, assieme a Conchita Martinez, la seconda tennista più vincente della storia degli Internazionali d’Italia. Oltre che la più amata di sempre dal pubblico italiano.

6 – gli anni che Gabriela aveva quando per la prima volta impugnò una racchetta da tennis. Cresciuta vedendo giocare in un circolo della sua città natale (Buenos Aires) il padre Osvaldo, manager alla General Motors, nonché il fratello più grande, volle emularli: mostrò subito grande talento e all’età di dieci anni era già la più brava under 12 argentina. Nel 1984 si impose da quattordicenne all’attenzione mondiale, vincendo sette degli otto tornei giocati da junior (tra i quali il Roland Garros) e arrivando al numero 1 di categoria, dopo essere stata l’anno precedente la più giovane vincitrice di sempre dell’Orange Bowl. Animata da grande fame di vittoria, ma al contempo timida – a fine carriera dirà: “Molte volte preferivo arrivare in semifinale, così vincevo partite ma al contempo evitavo le luci  della ribalta“- si mise in mostra grazie anche alla ferocia agonistica che metteva in campo. Una determinazione che però alternava con un atteggiamento schivo appena lasciata la racchetta, un’indole non certo aiutata dalla scarsa conoscenza della lingua inglese che accompagnò i primi anni della carriera.

Nel 1984 lasciò gli studi per concentrarsi al 100% sul tennis, che le offriva grandi soddisfazioni: Gabriela (ventisei anni fa) esordì nel circuito maggiore sconfiggendo ben tre top 50 (tra le quali la nostra Reggi) e diventando la più giovane tennista di sempre ad accedere al terzo turno degli US Open, un piazzamento decisivo per chiudere la stagione da 74 WTA. Quell’anno decise anche di farsi allenare da Patricio Apey, ex tennista cileno, e di spostare la sede degli allenamenti in Florida. Nel 1985 arrivò l’esplosione definitiva: prima a Hilton Head sconfisse nello stesso torneo due top 10, poi arrivò sino alle semifinali del Roland Garros (dove perse contro Evert) e, infine, vinse il primo torneo della sua carriera, a ottobre sul cemento all’aperto a Tokyo, chiudendo a soli quindici anni la stagione da dodicesima giocatrice al mondo, dopo aver fatto il primo ingresso in top 10 a settembre.

10 – le stagioni terminate nella top ten di singolare, con cinque di queste chiuse in top 5 e tre concluse da terza giocatrice al mondo (ci riuscì nel 1989, 1991 e 1992), il piazzamento che è stato anche il suo best career ranking. Dal 1985, primo anno in cui fece il suo accesso nella top 10, sino al 1995, ultima stagione giocata interamente nel circuito, è sempre riuscita a mantenersi ad alti livelli distribuendo in questo lungo arco temporale i ventisette titoli conquistati nel circuito maggiore. L’unico anno in cui non ha vinto tornei è stato il 1993, quando comunque ha raggiunto la semifinale all’Australian Open (dove fu sconfitta nettamente da Seles) e due finali importanti ad Amelia Island e Berlino, perse rispettivamente contro Arantxa Sanchetz e Graf. Il 1993 è anche la stagione di uno dei ricordi più amari della carriera di Gabriela: arrivata ai quarti del Roland Garros lasciando alle avversarie solo tredici games nei precedenti quattro turni, perse contro Mary Joe Fernandez dopo essere stata avanti 6-1 5-1 e aver sciupato cinque match point.

A pagina due: la splendida finale del Masters 1990, le vittorie in doppio con Steffi Graf… e la rivalità con la tedesca

Continua a leggere

Personaggi

I primi 50 anni di Andre Agassi: crescita, decadimento e ritorno

Auguri a uno dei tennisti che più ha lasciato il segno nella storia dello sport. Il suo talento e i suoi drammi personali, uniti ai successi, rendono la sua storia (raccontata in ‘Open’) unica

Pubblicato

il

“La chimica è lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. È la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione! Ed è affascinante”.

La frase è di Walter Hartwell White, personaggio principale di una delle serie TV meglio riuscite degli ultimi anni, Breaking Bad. Se ancora manca alla vostra lista, recuperatela al più presto. Walter White è un semplice professore di chimica nel liceo di Albuquerque, ha un figlio adolescente da mantenere e una figlia più piccola in arrivo, ma deve lottare con un cancro ai polmoni. Compiuti i 50 anni, quasi liberandosi da ogni zavorra della sua vita, Walter sceglie di sfruttare le sue conoscenze per produrre cristalli di metanfetamina, entrando così in un mondo che lo risucchierà completamente. Quella frase, detta ai suoi studenti, non è una descrizione della materia. È la descrizione della sua vita.

Ma che diavolo c’entra Breaking Bad con il tennis? Beh, oggi, 29 aprile, compie 50 anni anche uno dei tennisti più forti della storia, Andre Kirk Agassi. Arrivato al mezzo secolo però, la sua storia a differenza di quella di Walter è già stata scritta. Immaginatelo sul letto di camera sua, la mattina successiva all’ultimo match della sua carriera contro Benjamin Becker, agli US Open 2006. Il periodo più importante della sua vita era ormai alle spalle, fatto di cambiamenti continui, creazione e dissoluzione, crescita, decadimento e trasformazione. In quel momento, guardandosi indietro, Agassi avrà citato ancora Walt, dicendo: “Mi sono sentito vivo”. E anni più tardi, ci ha anche raccontato questa sua storia nella sua autobiografia ‘Open’, affidandosi alla prosa trascinante di J.R. Moehringer.

 

‘Open’ a tratti diventa un racconto drammaturgico più che un romanzo sportivo. Il tennis infatti non è il vero protagonista del racconto di Agassi, a dimostrazione del fatto che sono più le esperienze vissute attorno alla sua carriera ad aver segnato i primi trent’anni della vita del ‘Kid’ di Las Vegas. Il dramma è in un ragazzo spinto dal padre ossessivo a colpire 2500 palle al giorno, tante da odiare presto quello sport che lo renderà una star assoluta. Segue l’incontro con Nick Bollettieri e la dura vita nella sua accademia, che lo preparano al mondo del professionismo, dove i sacrifici della sua adolescenza verranno finalmente ripagati.

Il nome di Andre Agassi finisce presto sulla bocca di tutti. Il suo modo di interpretare il gioco è unico, proprio come lui. Fuori dagli schemi, aggressivo e difensivo allo stesso tempo. Dice di lui Rino Tommasi: “Prima di lui i giocatori si dividevano tra attaccanti e regolaristi […] Agassi ha inventato un nuovo tipo di giocatore, l’attaccante da fondo campo, sfruttando due grandi qualità, l’anticipo e la capacità di arrivare in equilibrio sulla palla. Riusciva in tal modo a trovare angoli che erano impossibili agli altri giocatori”. È come il suo look, specchio della sua anima ribelle, tanto che venne definito il ‘David Bowie della racchetta’. Prima la folta parrucca, accompagnata da completini stravaganti, poi la decisione di darci un taglio e rasarsi a zero.

I risultati arrivano agli inizi degli anni Novanta. Vince il suo primo Slam a Wimbledon, un anno dopo il suo primo US Open e nel 1995 alza anche il titolo degli Australian Open. Sono gli anni della grande rivalità con il connazionale Pete Sampras, visto da tanti come la sua nemesi perfetta sia sul campo che fuori. La pagina più incredibile della sua carriera Agassi la scrive al Roland Garros 1999, dopo una crisi profonda dalla quale sarebbe potuto non uscire. Nei due anni precedenti finisce fuori dai primi cento giocatori ATP. Deve curare un infortunio al polso e soprattutto la crisi del matrimonio con Brooke Shields. È qui che si incastrano tra un dolore e l’altro le esperienze coi cristalli di metanfetamina, raccontati per la prima volta nella sua autobiografia.

Andre Agassi è tutto questo. Crescita, decadimento e ritorno. Al suo terzo tentativo vince il Roland Garros rimontando due set di svantaggio in finale ad Andrij Medvedev e completa il Career Grand Slam. Pochi mesi dopo tornerà al numero uno del mondo e vincerà anche a Flushing Meadows. La rinascita sportiva coincide in toto con la rinascita nella vita sentimentale. Steffi Graf ricompone Andre Agassi: i due entrano subito in sintonia – anche per via del background sportivo condiviso. Si sposano nel 2001 e nello stesso anno arriva anche il primo figlio, Jaden Gil. Altri due tornei dello Slam (otto in totale) contribuiranno a impreziosire il palmarès del ragazzo di Las Vegas, che ha finalmente trovato l’equilibrio giusto nella sua vita.

Quattordici anni dopo il ritiro, ora Agassi si gode la compagnia di Steffi, di Jaden Gil e della seconda figlia, Jaz Elle. E ancora oggi mentre ripercorrerà la sua carriera cullato dalle acque tranquille della “pensione”, ripenserà ai cambiamenti, alle trasformazioni, al suo decadimento e alla sua rinascita. A tutti gli elementi che nella sua esistenza hanno reagito nei modi più disparati, ma gli hanno permesso di vivere al massimo la sua carriera. Tanti auguri, Andre!

Gli auguri di Gianni Clerici: “Cinquanta sfumature di Andre, la vita del tennista più rock”

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement