AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità...

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AO 2016: Ludmilla Samsonova, possiamo sperarci? A me è piaciuta la sua personalità…

Ludmilla Samsonova vince un gran match all’esordio in un tabellone principale Slam tra le junior. Bella personalità dell’azzurra, seguita da Riccardo Piatti. Nell’articolo audio e transcript dell’intervista della giovane promessa italiana

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MELBOURNE – AUSTRALIAN OPEN. Ho visto pochissimo tennis di questa ragazza, Ludmilla Samsonova, che ha battuto qui al primo turno la testa di serie n.3 del torneo junior, la canadese Robillard-Millette dalla quale aveva preso una gran stesa la settimana scorsa (buon segno reagire così no?).

Ma me ne ha parlato molto bene Luca Baldissera, che non è solo un cronista di Ubitennis ma anche un validissimo maestro di tennis, che l’ha seguita con molta attenzione e me l’ha descritta in possesso di un gran bel servizio (chissà dove sarebbe arrivata Sara Errani se l’avesse avuto!) e di un bel dritto.

Ma devo dire che mi ha impressionato, insieme al suo fisico finalmente atletico per una giocatrice azzurra – non ne abbiamo avute tante così ben attrezzate – anche la personalità che ha mostrato nella sua prima intervista di sempre con i giornalisti. Disinvolta, simpatica, giustamente ambiziosa (“Dove voglio arrivare? Al n.1…”), e ho anche pensato che se di lei si occupa Riccardo Piatti (sia pure avanza tempo, ma da quando lei ha 10 anni e oggi ne ha 17), beh è un bel marchio di qualità.

 

Non mi è parsa così alta come dice, un metro e 79, ma se anche fosse due o tre centimetri meno, andrebbe bene lo stesso. Per qualche verso mi è apparsa come una Knapp più mobile e più matura di quanto lo fosse Karin alla sua età. Karin è arrivata a ridosso delle prime trenta del mondo.

Inutile precorrere i tempi per Ludmilla, nata in Russia ma divenuta italiana a tutti gli effetti nell’agosto 2014, in quanto è ancora lontanissima da quel ranking.

Però così come avrete letto che sono assai pessimista sul futuro del tennis italiano – e non per partito preso come magari qualcuno, Corrado Barazzutti compreso, pensa che io sia – ho abbastanza fiducia in questa ragazza perché la vedo determinata, decisa e intelligente.

Molti giudicano il potenziale di un tennista soltanto dalla sua tecnica, io valuto anche altre qualità… che secondo me non sono meno decisive se uno ha voglia di lavorare e dimostra di avere la giusta personalità.

Figlia di un professionista del ping-pong – n.40 del mondo ha detto lei – e di una laureata in economia, Ludmilla sembra un tipo deciso e in gamba.

Ha 17 anni e a differenza degli altri 4 junior portati qui (in viaggio premio?) dalla FIT, avrà un altro anno per maturare ancora fra gli junior prima di fare il salto fra le professioniste.

Ho visto qui in passato altre ragazze italiane cui proprio mancavano le basi atletiche – anche in termini di altezza e potenza muscolare (le Cibulkova sono eccezioni alla regola) – che non ho mai capito come ci si potesse puntare su.

Qui Ludmilla, che ha vinto un 10.000 a Roma, è seguita da Andrea Volpini. Di solito anche da Giulia Bruschi. Appena possibile ci parlerò.

Ludmilla ci ha raccontato del suo arrivo in Italia, Torino, Val d’Aosta, del suo amore per il pattinaggio (ma più tardi dirà che il suo idolo è Maria Sharapova, “ne sono innamorata, a Wimbledon ci ho fatto un selfie”) dei suoi allenamenti a Bordighera (ma vive a Sanremo), del suo obiettivo (“Diventare n.1” come ho già scritto sopra), delle qualificazioni mancate a Wimbledon sei mesi fa, del team Piatti con la presenza di Raonic quando si sposa a Montecarlo, ma anche con Sartori e Seppi, dei suoi studi linguistici (parla già oltre al russo e all’italiano anche inglese, francese e spagnolo… chi legge magari pensa che serva a poco, ma non è così, significa capire molto di più di tutto, avere orizzonti più ampi della gran parte delle sue coetanee italiane che a malapena spiccicano italiano e inglese), delle tre-quattro settimane passate fra l’altr’anno e quest’anno a Tirrenia (speriamo non ce la rovinino! Meno ci sta e meglio è a mio avviso… soprattutto se si rendessero conto che ha il potenziale per diventare forte, la caricherebbero di attenzioni e… pressione indesiderabile e non necessaria).

Mi è piaciuta anche la sua estrema sincerità nel dire – evitando totalmente dichiarazioni ruffiane quali ho sentito fare anche in un passato non troppo lontano da chi trovandosi nella condizione di scegliere un passaporto e un Paese piuttosto che l’altro magnificava ora l’uno ora l’altro a seconda degli interlocutori – che per lei la Nazionalità russa era importante, che l’aveva abbandonata con qualche rimpianto, insomma…viva l’Italia ok, ma guai a tradire del tutto le proprie origini, lei che è nata a Olenegorsk (che io confesso di non aver mai sentito nominare fino ad oggi e di ciò mi scuso profondamente).

Lo sponsor ancora non ce l’ha. Indossa i vestiti della Nike… “che me li aveva dati un anno fa”. Ma quello dello sponsor non sembra essere un problema e peraltro non credo lo sarà. Lei non ha il papà qua che la segue.

E questo è sicuro un vantaggio. Una volta Chris Evert disse di Lindsay Davenport: “Non ho mai conosciuto i suoi genitori quando lei già vinceva fra le junior… e questo è un aspetto a favore delle sue future possibilità!”. Il papà della Davenport era un ottimo giocatore di volley. Così come il papà della Samsonova, Dimitri Samsonov, era un ottimo giocatore di ping-pong.

I genitori che hanno fatto sport ad alto livello sono, per solito, garanzia di una buona attitudine sportiva. Ed educazione.

Può sembrare un tantino presuntuosa, Ludmilla, quando dice che nel tabellone junior non c’è nessuna ragazza davvero imbattibile, ma lo dice con naturalezza. Con quella genuinità di chi non si illude di batterle tutte, potrebbe perdere già al prossimo turno, ma… perché no? Magari non già quest’anno, ma il prossimo. E sempre tenendo presente il caso Quinzi…

P.S. per il lettore: se ascoltate il suo audio potrete riscontrare la freschezza delle sue parole. Ve lo consiglio davvero.

Ascolta gli audio dell’intervista di Ludmilla, e leggi il transcript! (si ringrazia Marco Lauria)

Hai battuto la no.3 (Charlotte Robillard-Millette) del tabellone, ci avevi mai giocato?
Sì, la scorsa settimana e avevo perso 6-3 6-2.

E cosa è successo?
Mi ero rotta un po’ le scatole. Ho tirato fuori la grinta necessaria.

Raccontaci un po’, ti allena Riccardo Piatti?
Mi alleno nella scuola di Piatti, lo vedo spesso durante la preparazione invernale. Mi allenano Andrea Volpini e Giulia Bruschi, sono due collaboratori di Riccardo, Andrea segue gli uomini e Giulia le donne. Ora però sono qui con Andrea.

Tuo padre?
Mio papà giocava a ping pong, è stato no.40 del mondo (Dimitri Samsonov).

Perchè hanno scelto di venire in Italia?
In Russia era molto molto difficile, gli hanno offerto nel ’99 un contratto per giocare a Torino e ci siamo trasferiti. Avevo un anno.

Quanto sei alta?
1.79.

I tuoi migliori risultati?
La vittoria di un 10.000 a Roma.

La tua storia?
Dopo Torino ci siamo trasferiti in Val D’Aosta, c’era poca scelta, a me piaceva tanto pattinare, ma era difficile, allora ho provato col tennis, mi è piaciuto ed ho cominciato a giocare a Chatillon, con il maestro Alessandro Molise. Durante un raduno a Torino, ho conosciuto Riccardo, avevo 10-11 anni. Così ci siamo trasferiti a Sanremo. Vivo lì, ma mi alleno a Bordighera.

Il tuo obiettivo è fare la tennista professionista, il tuo sogno?
Arrivare al no.1.

È il primo Slam che giochi?
Ho giocato le quali a Wimbledon lo scorso anno, ho perso all’ultimo turno.

Sai chi è la prossima avversaria?
Una wild card o una qualificata (una WC).

Conosci il livello delle altre?
Sono tutte battibili, non c’è un fenomeno (glissa sul discorso no. 1 in Italia tra junior).

Punti di forza e debolezze?
Punti di forza servizio e dritto, rovescio continuo a lavorarci.

A rete?
Un po’ meglio, ma scendo una volta ogni morte di Papa.

Studi?
Sì, frequento due-tre volte a settimana un Liceo Linguistico privato. Parlo l’italiano, il russo, l’inglese e lo Spagnolo.

I tuoi genitori ti seguono?
Prima veniva spesso con me mio padre, ora no. La mia mamma non è molto interessata al tennis. È laureata in economia.

Piatti ? Quante volte lo vedi?
L’Accademia è sua, lo vedo spesso durante la preparazione invernale, altrimenti qualche settimana a marzo, o in estate.

Com è il tuo rapporto con la FIT?
Buono, sono stata a Tirrenia per la prima volta lo scorso anno. Sono diventata italiana da poco, agosto 2014.

È stata una scelta difficile scegliere la nazionalità italiana?
È stata una decisione difficile. Vorrei tornare spesso in Russia, tutti i miei parenti sono lì, ma non lo faccio mai. Sono di Olenegorsk, polo nord, circolo polare artico.

(si scherza sul nome della città)

Quando sei stata a Tirrenia?
Sono stata a Tirrenia prima di venire in Australia e qualche settimana l’anno scorso. Mi allenavo con la Matteucci e c’era anche la Garbin.

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Dalle porte del Paradiso al limbo: la caduta di Marin Cilic

Alla vigilia del duello di Miami con Lorenzo Musetti, viaggio dentro all’inspiegabile crisi di uno dei migliori tennisti degli ultimi 10 anni

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Marin Cilic - Miami Open 2021

A 32 anni è crollato a n. 45 ATP, non gioca una finale da tre anni. Tante sconfitte, ma lui non si dà per vinto: “Ho ancora molto da dare. Lo voglio dimostrare nei prossimi tre o quattro anni

Juan Martin Del Potro, Stan Wawrinka, Dominic Thiem, Marin Cilic. Questi quattro campioni così diversi tra loro hanno una cosa in comune: sono stati i soli in grado d’interrompere il dominio dei Fab 4 negli Slam dal Roland Garros del 2005 a oggi. Due di loro, Juan Martin Del Potro e Stan Wawrinka, hanno avuto gravi problemi al ginocchio e, mentre per l’argentino anche solo un ritorno a livelli competitivi sembra una chimera, Wawrinka pare non aver più la scintilla per tornare tra i primi dieci causa anche dell’età che avanza. Thiem, invece, è nel periodo migliore della carriera e, nonostante i consueti alti e bassi di un tipo di gioco ad alto dispendio fisico e mentale, rimane una delle minacce più serie per i Big Three negli Slam. 

Il discorso è invece più complicato per Marin Cilic. Il croato occupa la posizione numero 45 del ranking, e la sua ultima apparizione dopo un Australian Open da dimenticare è stata nel torneo di Acapulco, dove ha rimediato una sonora lezione dalla giovane promessa americana Sebastian Korda. Ovviamente non è la singola sconfitta contro un giocatore meno quotato a far suonare il campanello d’allarme. A tutti i grandi campioni capitano alcuni tornei negativi nel corso di una stagione. Per quanto riguarda Marin, però, la sua carriera sembra semplicemente arrivata ad un punto morto. Il suo declino da tre anni a questa parte appare inesorabile. E adesso incrocia la strada di Lorenzo Musetti, al terzo turno del Miami Open.

 

IL MOMENTO DELLA SVOLTA

La vittoria dello US Open 2014 rimane per molti il livello più alto della sua carriera ma, in realtà, il miglior Marin in termini di costanza di rendimento si era visto durante il 2018, soprattutto prima di Wimbledon, che, ironia della sorte, rappresenta anche l’inizio della crisi. Proviamo a riavvolgere il nastro. Cilic si presenta a quell’edizione di Wimbledon da testa di serie numero 3. Ha appena vinto il secondo torneo più importante della carriera al Queen’s mettendo in fila specialisti dell’erba come Muller, Querrey, Kyrgios, e in finale Novak Djokovic, in ripresa dopo l’infortunio del 2017. 

Ma più in generale la stagione del croato è stata decisamente positiva: finale al quinto persa contro Federer all’Australian Open, semifinale su terra battuta a Roma e quarti a Parigi battendo uno specialista come Fognini agli ottavi in uno dei migliori match mai giocati dal croato sul mattone tritato. Così, con Djokovic ancora in ripresa, Nadal con i soliti interrogativi sulle ginocchia, e Federer che sembra aver smarrito la freschezza del 2017, Marin si appresta, forte anche della finale dell’anno precedente, a essere considerato da molti il favorito. Inizia il torneo e batte in tre rapidi set il giapponese Yoshihito Nishioka, giocatore leggero ma dotato di traiettorie interessanti. 

Al secondo turno affronta Guido Pella, uno specialista della terra battuta. Nei primi due parziali Marin è semplicemente ingiocabile. Altissima percentuale di prime in campo, fendenti di dritto e rovesci lungolinea che tolgono tempo all’argentino. Reattivo in risposta e sicuro dei propri mezzi. Dopo aver vinto agevolmente i primi due set mettendo in mostra un gran tennis arriva l’interruzione per pioggia. Il match è rinviato al giorno seguente. A posteriori si può affermare che questo momento è stato probabilmente il turning point della carriera di Cilic. Quando si torna in campo è l’ombra di sé stesso, gli errori si moltiplicano soprattutto dalla parte del diritto (colpo che nei momenti decisivi lo abbandona troppo spesso), arriva in ritardo sui colpi e appare demoralizzato. Dall’altra parte Pella sente l’odore del sangue e, galvanizzato, prende fiducia trascinando la partita al quinto. 

Qui viene fuori una costante della carriera di Marin: la fragilità mentale. Quella fragilità che le statistiche non raccontano abbastanza. Perché, se da un lato ha un record in carriera al quinto set più che rispettabile di 33 vittorie e 17 sconfitte, allo stesso tempo ha perso un paio di brucianti match al quinto set nelle stagioni 2016-2017. Una di quelle sconfitte è arrivata proprio sul Centre Court contro Roger Federer ai quarti di finale due anni prima. Conduceva due set a zero e poi lentamente si è sciolto permettendo all’elvetico una rimonta insperata. Ma la più dolorosa rimane la sconfitta con Del Potro in finale di Davis a Zagabria nel 2016, dopo essere arrivato a un solo set da una storica insalatiera. Così probabilmente i vecchi fantasmi riemergono e, in un lungo ed estenuante quinto set, Pella ha la meglio per 7-5. Rimonta completata, e inizio dell’incubo per Marin Cilic: “Avevo giocato molto bene il primo giorno del match”, dirà poi il croato alludendo alla prima parte della partita. “È una grande delusione per me perdere in questo modo, soprattutto per come avevo giocato nelle scorse settimane“, aggiungerà sconsolato. 

Marin Cilic e Guido Pella – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Anche Boris Becker, commentatore per la BBC in quel torneo, dirà che è senza parole per la sconfitta di Cilic. Pella dopo la sua prima vittoria in carriera contro un Top 5 ammetterà: “Non c’era niente che potessi fare prima della sospensione, stava giocando troppo bene. La pioggia mi ha aiutato molto”. Qualcosa da quel giorno per Cilic cambia. L’occasione di vincere il secondo Slam della carriera è svanita, forse per sempre. I Fab Four non erano al meglio e la nuova generazione troppo giovane e inesperta per competere su erba al meglio dei cinque set. A dire il vero il croato gioca un buon tennis sulla stagione estiva sul cemento americano, anche se la batosta mentale di Wimbledon si fa ancora sentire. A Toronto, ai quarti di finale, domina Nadal per un set per poi calare nel secondo e tremare nel terzo – una costante, si direbbe. Allo US Open arriva tra i migliori otto per arrendersi, in un match non entusiasmante, a Nishikori. Il livello con cui si era presentato sull’erba londinese pare già lontano. 

GLI ANNI DEL DECLINO

Il 2018 rimane comunque un successo per Cilic, la sua miglior stagione per continuità. Ha raggiunto quarti in tre dei quattro Slam disputati e a livello 1000 ha fatto tre quarti e due semifinali, senza dimenticare la vittoria della Coppa Davis contro la Francia in cui ha sconfitto Lucas Pouille nel match decisivo, prendendosi una parziale rivincita dopo la cocente delusione di due anni prima. A fine 2018, però, emergono i primi problemi al ginocchio che lo condizionano pesantemente nella sconfitta agli ottavi contro Bautista Agut dell’Australian Open 2019: “Ho cominciato a sentire fastidi la scorsa stagione”, dirà Cilic, “ma durante il duro match contro Verdasco di secondo turno la situazione è peggiorata e contro Bautista ho pensato di ritirarmi“.

Il 2019 si rivela una stagione disastrosa, primo anno dal 2015 senza vittorie contro Top 10 e, dopo l’ennesima sconfitta prematura contro Albot a Cincinnati, Cilic esce dai Top 20 per la prima volta da giugno 2014. Finisce la stagione dando forfait per le finali di Coppa Davis per i soliti problemi al ginocchio e, per la prima volta dal 2007, senza un titolo in bacheca. La posizione in classifica alla fine del 2019 è di N.39, uno scempio per colui che dal 2014 al 2018 aveva sempre finito tra i primi 15 e con ben quattro partecipazioni al master di fine anno. Ma, alla fine del 2019, ecco un piccolo spiraglio di luce apparire in fondo al tunnel. In un’intervista con i media a Zagabria Cilic dice di sentirsi finalmente libero dal dolore grazie a terapie di controllo al ginocchio destro: ”Il dolore che mi ha così pesantemente condizionato lo scorso anno è passato”, afferma. 

In effetti all’inizio del 2020 qualcosa pare essere cambiato. All’Australian Open, al terzo turno, si prende una bella rivincita al quinto con Roberto Bautista Agut. Nessuno si faccia illusioni. La continuità del passato è un ricordo lontano. Dal dopo lockdown all’Australian Open 2021 fino a Miami ha vinto solo sei partite perdendone ben dieci, tra cui la clamorosa sconfitta all’ultimo torneo dell’anno a Sofia contro la giovane promessa ceca Jonas Forejtek, posizionato al numero 399 del ranking ATP. 

Si può dire che da quella maledetta pausa per pioggia a Wimbledon 2018 per Marin sia iniziata un’inesorabile discesa. L’impressione è che i problemi al ginocchio lo abbiano condizionato maggiormente durante il 2019, mentre nell’ultimo anno e mezzo le difficoltà sono probabilmente di natura più mentale, anche perché la lunga pausa causata dall’interruzione del tour gli avrebbe dovuto dare tempo di sistemare gli acciacchi. A fine gennaio del 2020 è diventato padre di un bimbo che ha chiamato, curiosamente, Baldo. Il felice evento lo ha però forse distratto. Aveva detto che non si sarebbe ritirato fino a quando non si fosse reso conto di non essere più competitivo nei tornei più importanti. Però Marin non raggiunge un quarto di finale Slam dallo US Open 2018.

Con il suo tennis, che cerca i vincenti con entrambi i fondamentali, Marin ha bisogno di essere al cento per cento sotto il profilo atletico e di mantenere sempre l’iniziativa. Non è altrettanto forte in difesa. Non ha un tennis troppo vario e quando finisce sotto pressione soprattutto il diritto diventa poco affidabile.

Marin Cilic – Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

I NUMERI DI UN CALO

A Miami Marin ha vinto due partite di fila, con Coria e con Garin, forse dal fatto che i due sudamericani si trovano meglio sulla terra rossa piuttosto che sul cemento. C’è una statistica piuttosto interessante: è quella che si riferisce alla percentuale dei punti vinti in una partita. Nel triennio 2016-2018 e nel 2014 (anno dell’unico Slam vinto in carriera) la sua percentuale di punti vinti era vicina al 53%, mentre nelle ultime due stagioni si è fermato attorno al 50%. A prima vista, questa differenza potrebbe sembrare insignificante, ma la realtà è diversa.

Craig O Shannessey, noto statistico e stretto collaboratore di Novak Djokovic e Matteo Berrettini, ha spiegato come tra il 2015 e il 2019 sono stati solo sei i giocatori in grado di vincere più del 52 per cento dei punti. Tra loro figurano Djokovic, Nadal, Federer e Murray, che sono anche coloro che si sono accaparrati 18 dei 20 Slam disputati in questo arco di tempo. Djokovic, Nadal e Federer sono anche stati gli unici in grado di vincere il 54% dei punti giocati. Quindi Cilic nei suoi anni migliori era in grado di vincere quel 2% in più che fa tutta la differenza tra quel top player che era e il giocatore “normale“ che conosciamo oggi  anche se nel tennis non conta tanto vincere più punti ma conquistare i più importanti. 

Un altro dato interessante da analizzare se mettiamo a confronto i migliori anni di Cilic e le sue ultime due deludenti stagioni riguarda il servizio. Questo colpo all’inizio della sua carriera, nonostante i suoi 198 cm d’altezza, rappresentava un problema per Marin. Quando ha iniziato a collaborare con Goran Ivanisevic nel 2014, ha cercato di lavorare molto sul lancio di palla rendendo questo colpo meno prevedibile. Così il servizio è diventato un’arma e un metro per giudicare il suo rendimento generale. Se osserviamo la percentuale di punti vinti con la prima di servizio nell’arco di un anno vediamo come Cilic nel 2014, 2016, 2017 e 2018 sia stato estremamente costante vincendo tra il 79% e il 79.5% di punti con la prima, posizionandosi sempre fra i primi cinque in questa particolare statistica, mentre nel 2020 è sceso all’undicesimo posto con il 76.51%.

Nel biennio 2017 e 2018 anche i numeri di punti vinti con la seconda erano più che buoni visto che era in grado di vincere tra il 52.8% e il 53.6% quando la prima palla lo abbandonava. Nel 2020 ha vinto il 50.29% con la seconda, scivolando fuori dai primi 30 in questa classifica. Un altro dato importante per un giocatore che fa tanto affidamento al servizio è il numero di ace in una stagione. Tra il 2014 e il 2018 è sempre stato tra i primi otto per servizi vincenti con addirittura un quarto posto nell’anno del titolo a Flushing Meadows. Nel 2019 e 2020 invece oscilla tra la ventesima e la ventitreesima posizione. Questo calo l’ha portato, di conseguenza, a vincere meno game al servizio. Tra il 2016 e il 2018 si è aggiudicato tra l’85.14% e l’86.99% dei game in battuta risultando sempre tra i migliori otto in questo dato, mentre nel 2020 si trova al diciannovesimo posto con l’83%. 

Questi dati sono un’altra conferma di quanto sia vero quello affermato da Craig O’Shannessey. Se guardiamo queste percentuali al servizio lì per lì e differenze tra le stagioni migliori e peggiori di Marin non sembrano così ampie. Ma se poi inseriamo quelle percentuali nelle classifiche che l’ATP fa ogni anno notiamo come un solo 3% di differenza costa a Cilic un crollo di venti posizioni in quella statistica. E, siccome in ogni aspetto il croato è più o meno peggiorato, ecco spiegata la sua attuale posizione in classifica. Risalta in queste statistiche la continuità di Federer, Nadal e Djokovic. I loro risultati sono praticamente gli stessi ogni anno. Per questa ragione sono al top da così tanti anni mentre giocatori come Cilic (che rimane un campione) hanno alcune stagioni al top per poi lentamente calare.

Nonostante i risultati e le statistiche gli stiano voltando le spalle da ormai troppo tempo, Marin continua a mostrarsi ottimista come dimostra una sua recente intervista prima del torneo di Singapore: ”Sento che posso ancora migliorare in tutto, al servizio, nei colpi da fondo, nel gioco di gambe. Sto cercando di dimenticare le ultime due stagioni e ritrovare la fiducia persa”. A questo proposito potrebbe rivelarsi una decisione saggia affidarsi a un super coach (la collaborazione con Ivanisevic fu molto fruttuosa sotto tutti i punti di vista) che gli dia una scossa, sia dal punto di vista tecnico (magari portando qualche novità nel suo gioco), sia dal punto di vista mentale, per tornare almeno vicino ai primi quindici.

Anche se dalle sue parole traspare fiducia, l’impressione è che tornare ai vertici del tennis mondiale non sarà per niente facile. Già Lorenzo Musetti, con i suoi rovesci lungolinea, con le sue smorzate, pur avendo un tennis per ora certo più leggero, potrebbe mettere in difficoltà un Cilic che non avesse pienamente recuperato dopo la vittoriosa battaglia (7-6 al terzo) sul cileno Garin testa di serie n.13. In termini di esperienza (e di peso di palla) non ci dovrebbe essere gara, e non ci sarebbe probabilmente stata con il Cilic dei bei tempi, ma l’agilità di Lorenzo, che non ha nulla da perdere ed è già n.90 virtuale, potrebbe fare la differenza.

Marco Lorenzoni

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Arriva Clara Tauson. “Non sono una giocatrice di squadra”

La diciottenne danese a Lione ha battuto la seconda Top 50 della carriera. “Mi piacerebbe somigliare a Petra Kvitova”. Con la benedizione di Justine Henin

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Clara Tauson - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Attesa, chiacchierata, indicata come possibile stella del tennis mondiale almeno da quando, appena sedicenne, vinse il titolo under 18 all’Open d’Australia 2019 battendo in finale l’altra campioncina Leylah Fernandez. Sin da allora la sua ascesa al tennis che conta ha avuto pochi eguali tra le coetanee, e la prova del fuoco con il professionismo non la sta scottando più del necessario. Clara Tauson, danesina di Copenaghen data alla luce pochi giorni prima del Natale 2002, sta iniziando a confermare le attese tra le grandi: lo scorso settembre, nel primo turno dell’inedito Roland Garros autunnale, ha subito eliminato Jennifer Brady, che pochi mesi dopo si sarebbe spinta sino alla finale di Melbourne. Ieri l’altro, dopo aver ancora una volta superato le qualificazioni, ha fatto fuori al primo round di Lione la prima testa di serie in gara, quell’Ekaterina Alexandrova che a partire dal 2018 vanta il numero più alto di vittorie conquistate sottotetto.

Non sapevo avesse ottenuto quei risultati indoor – ha detto candidamente Clara nella bella intervista rilasciata al sito ufficiale della WTA -, l’ho saputo da mio padre, che ho chiamato subito dopo il match e ho trovato incredulo ed entusiasta. Ma sapete una cosa? Speravo di essere sorteggiata contro Alexandrova o contro Fiona Ferro (prima e seconda testa di serie a Lione, NdR), perché sono due ottime giocatrici e da match simili si impara in fretta“. Numero centotrentanove del mondo, nove titoli ITF in carriera di cui due conquistati nel 2021 (a Fujairah e Altenkirchen), Tauson già a questo punto dell’anno avrebbe potuto godere di un ranking decisamente migliore, ma la pandemia le ha ingarbugliato i piani, riducendo il numero dei tornei e di conseguenza rendendole più ostica la chance di accedere ai tabelloni, vista la posizione non ancora solida in classifica.

Il resto l’ha fatto la politica del ranking congelato, che per sua stessa natura respinge i tentativi di scalata. Poco male, c’è tempo. “Ho comunque giocato molti tornei da 25.000 dollari – ha ricordato la teenager -. Lì non si guadagnano molti punti, nemmeno se vinci il trofeo, ma sto ancora sviluppando il mio gioco e sono giovane, quindi ogni esperienza in campo è benaccetta. Certo, affrontare tenniste abituate a giocare ad alti livelli rappresenta una grande opportunità. Anche se Alexandrova mi avesse battuto nettamente sarei stata felice, avrei imparato molto in ogni caso“.

L’apprendimento, sinora, sembra aver prodotto risultati non comuni. In pagella luccicano le vittorie su due colleghe da molto tempo a proprio agio con incombenze di primo livello, e si ha l’impressione che gli sgambetti inflitti a Brady e Alexandrova non rimarranno isolati ancora per molto tempo. Ma il livello, Claretta nostra, è dunque già quello? “E chi lo sa, non ho accumulato dati sufficienti. Due ne ho giocate, due ne ho vinte. Per ora è andata bene, ma serve continuità nel lungo periodo per capire a quale categoria di tennisti appartieni. Di certo, almeno per ora, contro le più forti posso giocare libera di testa, ed esprimere il mio tennis migliore“.

 

Ne passeranno di avversarie sotto i ponti nei prossimi tre lustri. Considerando le campionesse sulla cresta dell’onda nell’anno 2021 quali sono quelle con cui vorrebbe incrociare la racchetta? “Mi viene subito in mente Simona Halep, è una persona incredibile, dà sempre il cento per cento, ovunque si trovi, qualunque sia il punteggio. E poi Petra Kvitova, vorrei capire cosa si prova vedendosi arrivare quelle bordate. Petra è una grande fonte d’ispirazione, un giorno vorrei giocare come lei“. Che tirasse forte già lo si era capito; che il progetto, una volta completato, includesse la possibilità di non far toccare palla all’avversaria, anche. “Mi piace avere il comando delle operazioni, essere aggressiva e venire avanti a prendermi il punto non appena se ne presenta l’opportunità. A livelli più alti è più difficile, me ne rendo conto, ma stiamo lavorando proprio su questo“.

Comandare il gioco, avere il controllo del campo, tenere in pugno, per quanto possibile, le sorti della tizia dall’altra parte del net. Concetti che tornano continuamente nel pensiero di Clara Tauson, la quale sintetizza in maniera lapidaria. “Le giocatrici forti ti propongono rebus difficili, impongono decisioni rapide e possibilmente giuste. Ma mi piace pensare di poter imporre gli scambi, indirizzare la partita. Ciò che amo del tennis è proprio questo: scelgo io cosa fare, quale soluzione adottare, dove tirare i colpi. Io e solo io. Non sono certo una giocatrice di squadra, e infatti non ho mai praticato altro sport in vita mia“.

Detto che fuori dal campo i passatempo sono i soliti sospetti – “videochiamate con gli amici in Danimarca, serie TV su Netflix, con predilezione per quelle a sfondo criminale come The Blacklist” – ed evasa l’ineludibile domanda sull’eroina della pallina di casa Caro Wozniacki – “ci ho parlato un paio di volte ma vive negli Stati Uniti, dunque le occasioni di contatto sono poche, siamo giocatrici di due epoche diverse” – lo spazio finale della chiacchierata è inevitabilmente dedicato a obiettivi e aspettative. “Quando abbiamo ripreso dopo il lockdown il mio scopo era entrare tra le prime 150 e ci sono riuscita giocando solo nove tornei. Adesso non mi cruccio sul ranking, voglio giocare il maggior numero possibile di incontri WTA e vedere come vanno le cose. Il peso delle aspettative? La pressione? Quando Jennifer Brady è andata in finale all’Open d’Australia tutti i miei amici mi hanno tempestata di messaggi, ricordandomi che avevo battuto una finalista Slam, quindi automaticamente dovrei raggiungere quel risultato anch’io. Non mi aspetto una cosa del genere nel breve periodo, innanzitutto occorre lavorare per essere solidi lungo le due settimane come ha fatto Jennifer“.

Orizzonti aperti, dunque, specie se in cabina di regia siede una donna che un po’ di argenteria in bacheca l’ha messa. “Justine Henin guarda tutti gli allenamenti di chiunque, alla sua accademia (dove Clara Tauson lavora insieme a coach Olivier Jeunehomme, NdR). Lei è una leggenda, ma è anche semplice e simpatica, è molto confortevole parlarci“. Tauson si è ripetuta poco fa da favorita contro Timea Babos con un netto 6-2 6-3 al secondo turno dell’Open 6ème Sens Métropole: un altro passo nel percorso verso un luogo che conosciamo bene. Facile capire dove in molti l’aspettino.

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Australian Open

Aslan Karatsev, l’anello mancante del tennis russo

Il n. 114 del mondo ha viaggiato per cinque nazioni prima di incontrare il coach giusto. Rimpianti per un exploit così tardivo? Tutt’altro. “Sono stato molto fortunato”

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Aslan Karatsev - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se prima del torneo qualcuno avesse previsto due tennisti russi in semifinale agli Australian Open 2021 non ci sarebbe stato granché di strano. Al massimo lo si poteva tacciare di eccessivo ottimismo filo-russo, ma niente di più. Del resto si tratta sempre della nazione fresca vincitrice dell’ATP Cup che può contare su tre tennisti tra i primi 20 del mondo. E infatti ad aver raggiunto questo traguardo sono proprio due giocatori che qualche settimana fa hanno alzato al cielo il trofeo per nazioni targato ATP battendo in finale l’Italia, ma uno dei due non risponde al nome che tutti si aspetterebbero. Quella squadra era composta dal n. 4 Daniil Medvedev, il n. 10 Andrey Rublev, il n. 114 Aslan Karatsev e il n. 123 Evgeny Donskoy. È evidente come la Russia al momento presenti un buco tra i giocatori di vertice e quelli fuori dalla top 100; insomma mancano quelli di medio livello che orbitano tra la 40° la 70° posizione del ranking capaci ogni tanto di portare a casa un ATP 250 e, perché no, piazzare anche un exploit in uno Slam.

Ecco, finalmente la Russia sembra aver trovato questo anello mancante e ce l’ha sempre avuto sotto il naso: il suo nome è Aslan Karatsev, 27 anni, fresco semifinalista degli Australian Open. Di tutti i suoi record messi a segno grazie a questo storico traguardo (ne citiamo solo uno per dovere di cronaca: primo giocatore dell’era Open ad aver raggiunto una semifinale Slam al debutto in un major) abbiamo già scritto in questo pezzo. In questa sede vogliamo raccontarvi qualcosa il più sul personaggio che sta dietro a questi numeri.

Aslan Kazbekovich Karatsev nasce il 4 settembre 1993 a Vladikavkaz, piccola città russa al confine con la Georgia, da genitori di discendenza ebraica. In particolare è il nonno materno ad essere ebreo e quando Aslan ha soltanto tre anni tutta la famiglia si trasferisce proprio in Israele.

 

Inizia a muovere i primi passi tennistici nella città di Giaffa, imparando anche l’ebraico, sua seconda lingua dopo il russo. A 12 anni torna in terra natia insieme al padre trasferendosi a Tanganrog, città portuale che si affaccia sul Mar Nero. Qui le cose iniziano a farsi serie, tanto che Karatsev riesce a trovare uno sponsor che gli permette di allenarsi con maggiore libertà economica. A 18 anni si trascerisce ancora, questa volta in direzione Mosca. Nella capitale russa Aslan inizia una collaborazione con Dimitri Tursunov e lì, considerando il talento che pian piano sta emergendo, viene aiutato a raggiungere la Germania per perfezionare la sua preparazione.

Per la precisione, a 21 anni Karatsev si reca ad Halle e questo ennesimo trasferimento ci offre un primo spunto per capire qualcosa del suo carattere. “Tutto sembrava andare bene e c’erano buoni allenatori, ma non era così per me. Non mi piaceva quella situazione. Per me non ha funzionato, lì ha ammesso il giocatore russo in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a gotennus.ru. Per bilanciare i due anni non troppo felici passati sotto il rigore tedesco, Karatsev decide quindi di provare uno stile completamente opposto e si reca a Barcellona. Neanche il passaggio al calore mediterraneo sembra giovare particolarmente ai suoi risultati; il russo riesce a stare solo a singhiozzo tra i primi 200 giocatori del mondo. Il primo ingresso, alla posizione n. 168, avviene nel marzo 2015 grazie al primo titolo Challenger della carriera vinto sul cemento di Kazan, Russia, ma negli anni successivi fatica a ripetersi a quel livello.

Qui i primi veri ostacoli iniziarono a posizionarsi sul cammino di Karatsev: “C’è stato un periodo di difficoltà per me perché ero infortunato e dopo aver recuperato da quel problema ho ricominciato a giocare ad inizio 2017. Ho però sentito subito dolore al ginocchio. Sono rimasto fermo quasi tre mesi ed è stato il momento più duro della mia carriera”. I periodi di magra sono comunque bilanciati da exploit che lasciano intravedere qualcosa, come i tre titoli Futures vinti tra dicembre 2017 e gennaio 2018 o le numerose finali giocate consecutivamente sempre a livello ITF sul finire del 2018. Questi risultati appena elencati vengono realizzati da un ragazzo ormai ‘adulto’, un 25enne giramondo che aveva avuto un assaggio di diverse culture ma che ancora non è riuscito a trovare il suo equilibrio. È difficile che un tennista a quell’età possa fare dei notevoli progressi a livello di gioco, mentre è più probabile che il miglioramento avvenga sul piano mentale. Spesso, affinché ciò accada basta trovare il giusto luogo dove allenarsi o le giuste persone con cui farlo. Karatsev ci ha messo parecchio, ma alla fine ha trovato entrambe le cose.

Riprendendo il filo del suo peregrinare, dopo la Germania e la Spagna il tennista russo opta per una via di mezzo: Minsk, capitale della Bielorussia, città di stampo sovietico ma volta alla modernità. Qui trova anche un allenatore capace di tirar fuori il meglio da lui: Yahor Yatsyk, figura forse sconosciuta persino alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma che fa decisamente al caso suo. Lui è l’uomo giusto per me. Mi ha aiutato molto, soprattutto sulla parte mentale, nel credere maggiormente in me stesso e nel mio stile di gioco. Poi ovviamente anche sull’aspetto tecnico. Mi piace lavorare con lui. Viviamo a Minsk e ci alleniamo lì” ha spiegato Karastev nella conferenza post-vittoria su Grigor Dimitrov. La collaborazione prosegue ormai da tre anni e il team è completato dal preparatore atletico “Luis dal Portogallo”.

La semifinale raggiunta all’Australian Open provenendo dalle qualificazioni è sì un risultato straordinario, ma la sua ascesa era già iniziata, benché a livello più basso, sul finire della stagione 2020. Nel post-lockdown ha infatti ottenuto i migliori risultati della sua carriera: in estate due titoli Challenger sulla terra rossa della Repubblica Ceca e in autunno il secondo turno sia all’ATP 500 di San Pietroburgo che in quello 250 di Sofia. Questo, oltre a una capacità di adattarsi a diverse superfici, fa capire come la fiducia che lo ha portato a vincere cinque incontri consecutivi a Melbourne arrivi da lontano.

Chi in vita sua si sia allenato, per un certo periodo, in cinque nazioni diverse ha chiaramente bisogno di stabilità e serenità in un dato luogo, ed è proprio Karatsev a confermarlo.Credo che la chiave stia nel trovare il giusto team e il giusto coach come l’ho trovato io. Sono stato molto fortunato“. Sì, ha utilizzato proprio il termine ‘fortunato’ per descrivere un incontro avvenuto quando lui aveva 24 anni e molti tennisti, in assenza di risultati tangibili, si sarebbero già ritirati da tempo. “Ci siamo incrociati in un torneo Futures e ci siamo detti ‘Va bene, proviamo a lavorare assieme’. E niente, credo sia davvero una grande fortuna cha l’abbiamo fatto e ora ho un ottimo team intorno a me”.

Il nostro Luca Baldissera, in una delle dirette Facebook con Vanni Gibertini, l’ha definito “un misto tra Nikolay Davidenko e Marat Safin per gli anticipi semi-piatti del primo e la potenza pura del secondo”, e se a questo misto ci aggiungete anche un pizzico di fortuna (per sua stessa ammissione) e tanta fiducia nei propri mezzi (quasi del tutto carente nelle giovani-vecchie promesse NextGen) ecco a voi Aslan Karatsev.

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