Milos Raonic, la crescita di un campione che sembra fuori luogo

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Milos Raonic, la crescita di un campione che sembra fuori luogo

Dopo la convincente vittoria a Brisbane contro Roger Federer e la semifinale appena raggiunta agli Australian Open, Milos Raonic è pronto a dimostrare di poter far parte dell’èlite dei grandi del tennis. Ma Moya riuscirà ad aiutare il canadese a compiere il grande passo?

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Quell’insieme di coloriti ed interessanti protagonisti del tennis, qualcosa per cui questo sport una volta era legittimamente famoso, si è gradualmente ridotto nel corso degli anni. Questo è stato l’aspetto negativo dello spartano processo di sviluppo che ha trasformato i tennisti negli atleti superbi e sorprendenti di oggi.

In quanto gruppo, i tennisti sono la tradizione del millennio, completamente centrati fra codini e macchine sportive tedesche parcheggiate nei garage di casa. È per questo che Milos Raonic è un personaggio particolarmente fresco nel panorama ATP 2016. “Torreggiante” potrebbe essere il termine più appropriato, e non solo per il metro e 96; con le braccia a scovolino, lunghe come le sue gambe, sembra ancora più alto. Qualche settimana fa, Raonic ha sfinito la testa di serie Roger Federer nella finale di Brisbane con un doppio 6-4. Deve essere stata una vittoria particolarmente soddisfacente; l’ex coach di Raonic, Ivan Ljubicic lo ha mollato alla fine dello scorso anno per iniziare una nuova collaborazione con Roger Federer. Okay, Federer ha assunto Ljubibic in parte, o forse principalmente, per aiutarlo a trovare un modo di battere Novak Djokovic (e ci proverà nella semifinale degli Australian Open in programma domani), non Raonic. Ma Milos, che è adesso allenato dall’ex campione del Roland Garros e fugace ex n. 1 del mondo Carlos Moya, ha fatto un lavoro eccellente, evitando le distrazioni che avrebbero potuto danneggiarlo in finale.

 

“Mi ha aiutato molto”, ha raccontato Raonic nell’intervista post finale, in sala stampa. “Per il mio team è segno del lavoro concreto che stiamo facendo”.

Quindi eccoci qui, con Raonic ancora una volta minaccioso, che cerca di rendere unica la sua presenza nei grandi palcoscenici – gli stessi dove abbiamo notato la prima volta il 25enne dal grande servizio. Durante gli Australian Open del 2011, Raonic vinse sette partite, partendo dalle qualificazioni, prima che la sua corsa venisse interrotta da David Ferrer. Ma più sorprendente dell’esplosione di Raonic è stata la sua continua ed ordinata scalata da quel momento in poi. Ancora più sorprendente per alcuni è però la mancata svolta in un major, nonostante l’essere entrato in top10 – ed aver raggiunto la sua migliore posizione al n.4 del mondo lo scorso anno – dal marzo del 2014.

Ovviamente, Raonic ha raggiunto la semifinale a Wimbledon nel 2014 (dove perse da Federer), ma è riuscito ad arrivare fino a quarti di finale di un major in altre due sole occasioni, prima di centrare la semifinale a Melbourne. E questo record sembra particolarmente tiepido visto il suo enorme potenziale al servizio. Questo è di certo un ragazzo che se riuscisse a mettere insieme i pezzi, potrebbe facilmente estromettere chiunque dal campo.

A questo sarebbe meglio guardare come un altro elemento che rende Raonic unico, un tennista difficile da leggere o su cui fare previsioni. Non fa mai grossi proclami sui suoi obiettivi. Non parla mai male. È facile confondere i suoi modi calmi, il suo comportamento quasi pensieroso come la mancanza di quella scintilla del campione. Fu lo stesso errore commesso con il giovane Stefan Edberg.

Raonic sembra essere venuto fuori da un’originale miscela. Nato in Montenegro, si trasferì in Canada all’età di 3 anni. È cresciuto a Thornhill, nell’Ontario, e gioca per il Canada, ma vive a Monte Carlo. Non da l’idea di provenire da salde radici, in un modo o in un altro. È tifoso del Barcellona e della squadra NBA dei Toronto Raptors. Cosa? Niente hockey? Anche la sua immagine è insolita. Raonic sembra essere uscito dal set di una sitcom in bianco e nero anni ‘50Father Knows Best o Leave it to Beaver (da noi Papà ha ragione e Il carissimo Billy). Non ha un filo di barba ed il suo taglio old-school – meglio dire la sua acconciatura – è così perfettamente studiata da aver dato vita ad innumerevoli pagine su Twitter, tra cui @MilosHair.

L’anno scorso Milos ha dato vita ad un’altra caratteristica distintiva: ha iniziato ad indossare una lunga manica al braccio destro (#BelieveInTheSleeve), un’abitudine poi copiata da un altro australiano che fa scalpore, Nick Kyrgios.

La manica e i capelli sono essenzialmente degli abbellimenti, ma lo stesso fisico di Raonic è insolito, quasi sproporzionato. Si muove pesantemente, leggermente incurvato, nascondendo quanto riesca ad essere veloce in campo. Tutto questo si aggiunge ad un pacchetto decisamente attraente, fra le altre cose, la fidanzata d’alto profilo, la modella Danielle Knudson.
Anche il tennis di Raonic ha uno stile unico, dovuto alla combinazione del suo caratteristico atletismo e degli innati limiti dovuti alla sua stazza. Un uomo con gambe e braccia così lunghe sarebbe regolarmente una persona goffa, che nel tennis si traduce in un tennista da serve and volley che prende o fallisce il colpo. Non Raonic. È stato in grado di raggiungere la top10 senza fare il miglior uso delle sue due grandi armi, il servizio ed il rovescio. Contro tutti, tranne che con i migliori tennisti, Raonic è stato in grado di sfornare ace e di tirare abbastanza rovesci da proteggere il suo posto nelle gerarchie.

E tuttavia è diventato chiaro mentre Raonic si avvicinava alla terra promessa che il suo gioco in risposta e la sua generale velocità e mobilità non erano all’altezza nella vera élite del tennis. Ed è qui che entra in gioco Ljubicic, nella primavera del 2013. La sua missione, poi riuscita, era quella di convincere Raonic ad imporsi, a dettare i ritmi con il suo devastante servizio – non solo cercare l’ace, ma di utilizzare anche un buon servizio per aprirsi il campo ad un rovescio o ad un approccio a rete. Il compito è stato svolto regolarmente. Raonic è diventato un tennista letale sotto lo sguardo di Ljubicic. Quello che non è riuscito a diventare, tuttavia, è un avversario più tosto. Quello è rimasto un lavoro incompiuto.

Lo scorso anno, anche se non può essere preso completamente ad esempio a causa dei due infortuni (al piede e alla schiena), è stato ancora di attesa. Raonic ha perso dal futuro campione Novak Djokovic in 3 set, dopo essersi dissolto in seguito al tiebreak del primo set perso 7-5 e dopo un secondo set molto tirato. Non c’è alcuna vergogna in questo, rivedendo il 2015 di Djokovic. Ha poi saltato il Roland Garros a causa dell’infortunio al piede che ha poi richiesto un intervento chirurgico, ma poi sembrato scoraggiato e senza il servizio nel terzo turno di Wimbledon contro un avversario più giovane che Raonic avrebbe dovuto tenere sotto controllo, il ventenne Kyrgios. Ed poi stato estromesso dagli US Open nel terzo turno da Feliciano Lopez, perdendo poi le ultime tre settimane del 2015 a causa della schiena. Ha chiuso l’anno al n.14 del del mondo – la prima stagione nella sua carriera in cui la sua classifica finale non è migliorata rispetto all’anno precedente.

“Con le difficoltà che ho dovuto affrontare l’anno scorso, credo che forse sia un bene per me dimostrare ai miei avversari in vista di Melbourne che ho di nuovo tutte le mie armi a disposizione, e che posso di nuovo giocare ad un buon livello”.

La domanda più intrigante è capire come Moya riuscirà ad aiutare Raonic a fare il prossimo step verso l’élite di alto livello. In un certo senso, il vincitore del French Open ’98 sembra una strana scelta come allenatore. Ha vinto solo quattro dei suoi venti titoli su cemento, la superfice preferita di Raonic; il resto delle vittorie dello spagnolo sono arrivate sulla terra. E Moya non è certo famoso per essere un tennista dalla buona mobilità in campo – un aspetto su cui Raonic lavora spesso – o come un grande lavoratore fuori dal campo. Ma come Raonic, aveva un grande rovescio ed era solito colpirlo inside-out.

A questo punto, Raonic ha dimostrato che in modo sorprendente o meno, in maniera coerente e con i suoi abbellimenti, sta marciando ad un ritmo diverso, come dimostra lo straordinario Australian Open ad oggi disputato. Milos ha centrato la vittoria contro il n.4 del mondo, Stan Wawrinka, e si è conquistato un posto in semifinale grazie ad una solida prestazione ai danni di Gael Monfils. Un ritmo ben accolto in un gioco che non è mai stato migliore. E chissà che  questa volta l’intera sinfonia non porti un titolo in terra australiana?

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Australian Open

Aslan Karatsev, l’anello mancante del tennis russo

Il n. 114 del mondo ha viaggiato per cinque nazioni prima di incontrare il coach giusto. Rimpianti per un exploit così tardivo? Tutt’altro. “Sono stato molto fortunato”

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Aslan Karatsev - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Se prima del torneo qualcuno avesse previsto due tennisti russi in semifinale agli Australian Open 2021 non ci sarebbe stato granché di strano. Al massimo lo si poteva tacciare di eccessivo ottimismo filo-russo, ma niente di più. Del resto si tratta sempre della nazione fresca vincitrice dell’ATP Cup che può contare su tre tennisti tra i primi 20 del mondo. E infatti ad aver raggiunto questo traguardo sono proprio due giocatori che qualche settimana fa hanno alzato al cielo il trofeo per nazioni targato ATP battendo in finale l’Italia, ma uno dei due non risponde al nome che tutti si aspetterebbero. Quella squadra era composta dal n. 4 Daniil Medvedev, il n. 10 Andrey Rublev, il n. 114 Aslan Karatsev e il n. 123 Evgeny Donskoy. È evidente come la Russia al momento presenti un buco tra i giocatori di vertice e quelli fuori dalla top 100; insomma mancano quelli di medio livello che orbitano tra la 40° la 70° posizione del ranking capaci ogni tanto di portare a casa un ATP 250 e, perché no, piazzare anche un exploit in uno Slam.

Ecco, finalmente la Russia sembra aver trovato questo anello mancante e ce l’ha sempre avuto sotto il naso: il suo nome è Aslan Karatsev, 27 anni, fresco semifinalista degli Australian Open. Di tutti i suoi record messi a segno grazie a questo storico traguardo (ne citiamo solo uno per dovere di cronaca: primo giocatore dell’era Open ad aver raggiunto una semifinale Slam al debutto in un major) abbiamo già scritto in questo pezzo. In questa sede vogliamo raccontarvi qualcosa il più sul personaggio che sta dietro a questi numeri.

Aslan Kazbekovich Karatsev nasce il 4 settembre 1993 a Vladikavkaz, piccola città russa al confine con la Georgia, da genitori di discendenza ebraica. In particolare è il nonno materno ad essere ebreo e quando Aslan ha soltanto tre anni tutta la famiglia si trasferisce proprio in Israele.

 

Inizia a muovere i primi passi tennistici nella città di Giaffa, imparando anche l’ebraico, sua seconda lingua dopo il russo. A 12 anni torna in terra natia insieme al padre trasferendosi a Tanganrog, città portuale che si affaccia sul Mar Nero. Qui le cose iniziano a farsi serie, tanto che Karatsev riesce a trovare uno sponsor che gli permette di allenarsi con maggiore libertà economica. A 18 anni si trascerisce ancora, questa volta in direzione Mosca. Nella capitale russa Aslan inizia una collaborazione con Dimitri Tursunov e lì, considerando il talento che pian piano sta emergendo, viene aiutato a raggiungere la Germania per perfezionare la sua preparazione.

Per la precisione, a 21 anni Karatsev si reca ad Halle e questo ennesimo trasferimento ci offre un primo spunto per capire qualcosa del suo carattere. “Tutto sembrava andare bene e c’erano buoni allenatori, ma non era così per me. Non mi piaceva quella situazione. Per me non ha funzionato, lì ha ammesso il giocatore russo in un’intervista rilasciata lo scorso ottobre a gotennus.ru. Per bilanciare i due anni non troppo felici passati sotto il rigore tedesco, Karatsev decide quindi di provare uno stile completamente opposto e si reca a Barcellona. Neanche il passaggio al calore mediterraneo sembra giovare particolarmente ai suoi risultati; il russo riesce a stare solo a singhiozzo tra i primi 200 giocatori del mondo. Il primo ingresso, alla posizione n. 168, avviene nel marzo 2015 grazie al primo titolo Challenger della carriera vinto sul cemento di Kazan, Russia, ma negli anni successivi fatica a ripetersi a quel livello.

Qui i primi veri ostacoli iniziarono a posizionarsi sul cammino di Karatsev: “C’è stato un periodo di difficoltà per me perché ero infortunato e dopo aver recuperato da quel problema ho ricominciato a giocare ad inizio 2017. Ho però sentito subito dolore al ginocchio. Sono rimasto fermo quasi tre mesi ed è stato il momento più duro della mia carriera”. I periodi di magra sono comunque bilanciati da exploit che lasciano intravedere qualcosa, come i tre titoli Futures vinti tra dicembre 2017 e gennaio 2018 o le numerose finali giocate consecutivamente sempre a livello ITF sul finire del 2018. Questi risultati appena elencati vengono realizzati da un ragazzo ormai ‘adulto’, un 25enne giramondo che aveva avuto un assaggio di diverse culture ma che ancora non è riuscito a trovare il suo equilibrio. È difficile che un tennista a quell’età possa fare dei notevoli progressi a livello di gioco, mentre è più probabile che il miglioramento avvenga sul piano mentale. Spesso, affinché ciò accada basta trovare il giusto luogo dove allenarsi o le giuste persone con cui farlo. Karatsev ci ha messo parecchio, ma alla fine ha trovato entrambe le cose.

Riprendendo il filo del suo peregrinare, dopo la Germania e la Spagna il tennista russo opta per una via di mezzo: Minsk, capitale della Bielorussia, città di stampo sovietico ma volta alla modernità. Qui trova anche un allenatore capace di tirar fuori il meglio da lui: Yahor Yatsyk, figura forse sconosciuta persino alla maggior parte degli addetti ai lavori, ma che fa decisamente al caso suo. Lui è l’uomo giusto per me. Mi ha aiutato molto, soprattutto sulla parte mentale, nel credere maggiormente in me stesso e nel mio stile di gioco. Poi ovviamente anche sull’aspetto tecnico. Mi piace lavorare con lui. Viviamo a Minsk e ci alleniamo lì” ha spiegato Karastev nella conferenza post-vittoria su Grigor Dimitrov. La collaborazione prosegue ormai da tre anni e il team è completato dal preparatore atletico “Luis dal Portogallo”.

La semifinale raggiunta all’Australian Open provenendo dalle qualificazioni è sì un risultato straordinario, ma la sua ascesa era già iniziata, benché a livello più basso, sul finire della stagione 2020. Nel post-lockdown ha infatti ottenuto i migliori risultati della sua carriera: in estate due titoli Challenger sulla terra rossa della Repubblica Ceca e in autunno il secondo turno sia all’ATP 500 di San Pietroburgo che in quello 250 di Sofia. Questo, oltre a una capacità di adattarsi a diverse superfici, fa capire come la fiducia che lo ha portato a vincere cinque incontri consecutivi a Melbourne arrivi da lontano.

Chi in vita sua si sia allenato, per un certo periodo, in cinque nazioni diverse ha chiaramente bisogno di stabilità e serenità in un dato luogo, ed è proprio Karatsev a confermarlo.Credo che la chiave stia nel trovare il giusto team e il giusto coach come l’ho trovato io. Sono stato molto fortunato“. Sì, ha utilizzato proprio il termine ‘fortunato’ per descrivere un incontro avvenuto quando lui aveva 24 anni e molti tennisti, in assenza di risultati tangibili, si sarebbero già ritirati da tempo. “Ci siamo incrociati in un torneo Futures e ci siamo detti ‘Va bene, proviamo a lavorare assieme’. E niente, credo sia davvero una grande fortuna cha l’abbiamo fatto e ora ho un ottimo team intorno a me”.

Il nostro Luca Baldissera, in una delle dirette Facebook con Vanni Gibertini, l’ha definito “un misto tra Nikolay Davidenko e Marat Safin per gli anticipi semi-piatti del primo e la potenza pura del secondo”, e se a questo misto ci aggiungete anche un pizzico di fortuna (per sua stessa ammissione) e tanta fiducia nei propri mezzi (quasi del tutto carente nelle giovani-vecchie promesse NextGen) ecco a voi Aslan Karatsev.

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Francesca Jones: “Sarebbe fantastico continuare a giocare gli Slam, ma…”. E intanto vince la prima partita in WTA

La riconoscenza per il lavoro fatto da Tennis Australia, gli errori di Hawkeye e il futuro prossimo secondo la ventenne affetta da una rara patologia malformativa. Che nel frattempo ha festeggiato la prima vittoria nel circuito maggiore

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Non è andato benissimo l’esordio Slam di Francesca Jones, brillantemente uscita dalle qualificazioni a dispetto della malformazione alle mani e ai piedi. Sconfitta 6-4 6-1 da Shelby Rogers, Francesca ha analizzato lucidamente l’incontro. “Non ho cominciato bene, ma poi sono entrata in partita. Ho sentito che il mio tennis era pari al suo in certi momenti, probabilmente migliore quando gli scambi si allungavano. La grossa differenza è che lei ha un gran servizio e, per me, un solo errore può cambiare l’inerzia a questi livelli” spiega la ventenne n. 245 WTA. “È qualcosa a cui devo abituarmi e ne sarò consapevole la prossima volta che mi troverò a giocare un torneo come questo”.

Non mancano le parole di apprezzamento per l’organizzazione. “È fenomenale che Tennis Australia sia riuscita a far disputare il torneo. È assolutamente un grande esempio per ogni altro evento sportivo nel mondo. Chissà quando avrei potuto giocare il mio primo tabellone principale di uno Slam se Tennis Australia non avesse spinto per farlo”. La sua storia ha fatto il giro del mondo nelle ultime settimane e Francesca è felice per i tantissimi messaggi di sostegno ricevuti. Intanto, cosa rimane di questa esperienza? “Analizzerò con calma il match insieme al mio allenatore, ma credo di aver provato che posso competere a questo livello e adesso si tratta di accumulare quanti più match possibili contro giocatrici come Shelby o anche di livello superiore.

C’è stato un episodio “dubbio” (virgolette necessarie perché in realtà non c’è nulla di dubbio) quando Jones era al servizio nel secondo set, sotto 0-1 e 0-30. Il rovescio di Shelby è lungo di un buon mezzo metro e l’out di Hawkeye live arriva con un po’ di ritardo, per un istante rassicurando Francesca, che viene però immediatamente trafitta dallo 0-40 annunciato dall’arbitro. Beffarda l’immagine digitale che mostra una palla fuori, ma non è quella giusta: è dal lato inglese ma nel corridoio (sul colpo lungo di Shelby, Jones ha rimandato in rete e la palla è ricaduta in corridoio, appunto).

“Non so chi sia responsabile del sistema, ma è estremamente discutibile. Ho visto il replay, non so se fosse Eurosport, era chiaramente fuori. Un enorme cambio di inerzia, ma non starò qui a usare un punto come scusa per il match. Ho visto un altro paio di errori, uno con Evans e Coric. Preferisco l’errore umano e capisco perché venga usato questo sistema, ma deve essere rivisto”. Si dice abitualmente che l’arbitro non possa cambiare la chiamata elettronica, ma non è del tutto vero: succede qualche volta, quando il “falco” non rileva la palla perché troppo lunga, di diversi metri.

Mentre aspettiamo allora che le regole definiscano con precisione il limite di intervento dell’arbitro (cinque metri, overrule; mezzo metro, no; due metri?), torniamo a Francesca, alla quale non piace riposare sugli allori. “Spero che questa bellissima esperienza mi possa aiutare in futuro, se mai mi troverò al Roland Garros o a Wimbledon. Però so da dove vengo e dove sto andando; sarebbe fantastico continuare a giocare negli Slam, ma non è realistico. Tornerò ad allenarmi, a dare tutto ogni singolo giorno sperando di farmi rivedere al più presto, ma nel frattempo continuerò a bussare a qualunque porta mi troverò davanti.

 

LA PRIMA VITTORIA – Una porta intanto si è già aperta, o meglio l’ha aperta Francesca meritandosi sul campo la prima vittoria nel circuito maggiore al primo turno del Phillip Island Trophy, torneo di categoria WTA 250 che nel frattempo ha preso il via sui campi periferici di Melbourne Park e si disputerà in contemporanea alla seconda settimana dell’Australian Open. Francesca ha vinto l’unico turno di qualificazione (avversaria Niculescu) e al primo turno del main draw ha battuto l’undicesima testa di serie Saisai Zheng, per il primo hurrà nel circuito WTA. Il suo cammino si è interrotto al secondo turno contro la rumena Patricia Maria Tig, ma il bilancio della trasferta australiana – quali comprese! – non può che essere, comunque, estremamente positivo.

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Tu nel tabellone dell’Australian Open: tutto vero. Ma non sei tu, è Li, l’uomo senza classifica

Non è un refuso e neanche un casting: a sfidare Feliciano Lopez sarà la 24enne wildcard australiana Li Tu. Senza ranking ATP, ha ottenuto l’occasione delle vita. E 100.000 dollari per ripartire

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Il tennista australiano Li Tu (Fonte: https://blog.universaltennis.com)

Scorrendo il tabellone principale del singolare maschile, forse qualcuno si sarà soffermato con curiosità sulla casella che riporta il nome TU. Non si tratta di un refuso o di un casting in chiave tennistica: il match di primo turno sarà proprio Tu-Lopez. L’avversario del 39enne spagnolo sarà infatti l’australiano Li Tu, nome molto probabilmente sconosciuto alla gran parte degli appassionati. E non è strano: se infatti andiamo a vedere i risultati a livello ATP del 24enne aussie, attualmente senza ranking ATP, scopriamo che il suo best ranking di n. 1188 risale al novembre 2014 ed il suo miglior risultato sono i quarti di finale raggiunti in un ITF 15K in Australia sempre nel 2014. Anno, questo, anche dei suoi ultimi incontri ufficiali, in un circuito Future in Croazia. Ma allora, come mai un 24enne senza classifica ATP ha ottenuto una wild card in uno Slam?

Facciamo un passo indietro e raccontiamo brevemente la sua storia. Li Tu, grande promessa a livello giovanile, come è capitato a molti junior ha incontrato molte difficoltà nel passaggio al tennis professionistico. “Non ero abituato a perdere da junior. Questo ha influito sulla mia autostima e sul mio modo di allenarmi” ha raccontato di recente. Difficoltà che lo hanno portato a ridefinire le sue priorità, decidendo di concentrarsi sugli studi universitari ed anche sulla carriera di coach a livello giovanile. Con ottimi risultati, dato che alcuni dei suoi allievi si sono fatti notare nelle varie categorie, dagli under 14 agli under 18, a livello nazionale. Questo gli ha permesso di tenersi in allenamento, ma anche – osservando i match dei suoi ragazzi – di rianalizzare la sua carriera e rivedere le sue convinzioni di un tempo. “Ho capito che la differenza tra vincere e perdere spesso la fanno un paio di punti. E questo non deve influire sul giocatore. Certo, si provano sensazioni migliori quando si vince, ma ho capito che non bisogna sentirsi sconfitti perché si perde una partita. Bisogna guardare avanti“.

Un cambio di mentalità che lo ha spinto a darsi un’altra occasione, tanto da decidere di partecipare ai tornei UTR Pro Tennis Series, i tornei di esibizione organizzati dalla Federazione Australiana per consentire ai giocatori australiani di proseguire l’attività agonistica durante il lockdown e anche dopo, per chi aveva deciso di rinunciare ad uscire dal paese dopo la ripartenza del circuito. Gli stessi, per capirci, che hanno permesso a Thanasi Kokkinakis di ritrovare la confidenza con il tennis giocato e addirittura riassaporare il gusto della vittoria. Quello che non gli era riuscito quando era un teenager di belle speranze, gli è riuscito stavolta: scorrendo i risultati di Li Tu nel sito della UTR, sono più di una mezza dozzina le vittorie ottenute negli ultimi mesi del 2020 contro giocatori classificati tra i primi 700 del mondo, come quelle su Blake Mott (attuale n. 481 ATP) e Thomas Fancutt (n. 562). “Non posso credere che siano passati solo cinque mesi da quando ho deciso di riprovarci sul serio” aveva dichiarato a dicembre ad un quotidiano locale. “Ho ottenuto dei risultati incredibili sul finire dell’anno”.

 

Ma la ciliegina sulla torta doveva ancora arrivare, con la vittoria di un paio di settimane fa in un altro torneo di esibizione contro il n. 125 del ranking, Marc Polmans. Ennesimo bel risultato che non è passato inosservato e gli ha già permesso di realizzare un sogno: l’esordio in un tabellone ATP, grazie alla wildcard al Murray River Open di questa settimana, uno dei due ATP 250 di preparazione all’Australian Open che si disputano a Melbourne. Esordio più che dignitoso, considerato che è uscito sconfitto per 6-4 7-6 dopo una bella battaglia contro il portoghese Pedro Sousa, n. 108 ATP.

IL PRIMO SLAM – A stretto giro è arrivata la conferma dei rumors che giravano da qualche giorno: Tennis Australia ha deciso di assegnare proprio a Tu la wildcard per il tabellone principale dell’Australian Open rimasta vacante dopo la rinuncia di Andy Murray, impossibilitato a raggiungere l’Australia in tempo, considerando l’obbligo di quarantena, dopo la positività al coronavirus. Una decisione che oltre a permettere a Li Tu di realizzare quello che è uno dei grandi sogni di qualsiasi tennista, giocare in uno Slam, avrà anche altre (positive) ricadute.

A partire da quelle economiche: la sola partecipazione gli varrà un prize money di 100.000 dollari. Per capire cosa significhi per il Li Tu tennista, i suoi guadagni a livello di tennis professionistico prima dello scorso anno ammontavano a poco meno di 5.000 dollari, i risultati nel circuito UTR gli erano valsi 20.000 dollari, l’eliminazione di questa settimana all’ATP 250 altri 2.700 dollari. Insomma, significa tanto. Ma il primo turno in un Major porta in dote anche 10 punti per la classifica ATP, che significherà il ritorno in classifica dopo più di sei anni e un best ranking attorno alla posizione n. 1000. Se poi ci scappasse la sorpresa contro Feliciano Lopez – che a Melbourne aggiungerà una tacca, la 75°, al suo record di presenze consecutive negli Slam, ma che lo scorso anno è stato sempre eliminato al primo turno – i punti sarebbero ben 45 (e il ranking potrebbe spingersi sino circa alla posizione 600).

Ma c’è anche dell’altro. Ed è probabilmente la cosa che più sta a cuore a Tu, considerando che aveva deciso di intraprendere la carriera di allenatore giovanile e a giudicare da quanto dichiarato la scorsa settimana ai media australiani, quando si era iniziato a vociferare della sua possibile partecipazione allo Slam Down Under. “Voglio essere un esempio per gli juniores che stanno crescendo. Io ho 24 anni, e ci sono ragazzi che all’età di 15-16 anni pensano di avere ancora poco tempo a disposizione… vincere e perdere non è tutto a quell’età.Ben fatto, Li Tu. O, come direbbero da quelle parti, good on ya mate!

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