Tornei scomparsi. Gli anni d'oro di Philadelphia e dello Spectrum

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Tornei scomparsi. Gli anni d’oro di Philadelphia e dello Spectrum

Da Rod Laver a Pete Sampras. passando da Connors, McEnroe, Becker, la storia del tennis si è data appuntamento a lungo in uno degli impianti più suggestivi del mondo. Ascesa e declino di un grande torneo e dei suoi protagonisti

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C’era anche lui, quel 23 novembre 2010, tra le centinaia di persone convenute al 3601 di South Broad Street a rendere l’estremo tributo. Un groppo in gola che lo accomunava a tanti altri, lui che invece nella sua professione non era stato uno dei tanti. Per niente. Julius Erving, al secolo “Doctor J”, aveva vissuto, lì dentro, le sue stagioni migliori. Con lui (e con Moses Malone) i Sixers erano resuscitati dall’oltretomba in cui erano piombati all’inizio degli Anni Settanta (nella stagione 72/73 avevano chiuso con il peggior bilancio mai fatto registrare da una franchigia nella storia della NBA, un mortificante 9-73) e avevano inanellato una serie di finali culminate con il titolo del 1983.
Adesso, in attesa che la pesante palla d’acciaio iniziasse il suo triste e definitivo compito, se si rimaneva in silenzio si potevano ancora immaginare gli echi di quelle giornate gloriose, così come forse era possibile sentire l’inconfondibile tromba di Gonna Fly Now accompagnare Rocky Balboa nella sua impossibile sfida ad Apollo Creed.
Memorie, che le parole di Ed Snider avevano rievocato.
Questa è stata una delle decisioni più dure della mia vita. Lo Spectrum è il mio bambino ed è anche una delle cose più belle che mi siano capitate nella vita”. Così, l’uomo che l’aveva fatto costruire per dare una casa alla sua squadra di hockey su ghiaccio (i Philadelphia Flyers), ora ne decretava la distruzione.
Ebbene, ritagliandosi uno spazio tra le numerose iniziative che ne hanno fatto uno dei palazzetti più famosi degli Stati Uniti, anche il tennis ha contribuito a rendere immortale lo Spectrum. Al suo interno, per ben 31 stagioni consecutive, si è infatti disputato l’US Pro Indoor, per decenni probabilmente il più importante torneo al coperto del mondo, fatta eccezione forse per il Masters.

Tutto ebbe inizio nel 1968, anche se a Philly esisteva già da qualche stagione un appuntamento denominato “Invitation Indoor”. Un paio di mesi prima che l’Era Open venisse dichiarata ufficialmente aperta, Lamar Hunt e la sua WCT presero in mano l’organizzazione del Philadelphia International Indoor Championships, che l’anno dopo sarebbe diventato il primo torneo open indoor della storia.
All’edizione inaugurale presero parte dodici giocatori, di cui i primi quattro passarono direttamente al secondo turno. Furono proprio questi ultimi a giocarsi il titolo e alla fine vinse lo spagnolo Manolo Santana che sconfisse Jan Leschly in due set: 8-6 6-3. Assente nel ’68, Rod Laver estese il suo dominio nei quattro anni successivi in cui disputò quattro finali e perse solo quella del 1971, contro John Newcombe. Proprio quell’anno a Philadelphia, gli Stati Generali della World Championships Tennis approfondirono, nell’ormai fertile terreno che si era venuto a creare, le radici di quello che sarebbe diventato il circuito alternativo al Grand Prix, patrocinato invece dalla Federazione Internazionale.
Non bastava che, dodici mesi prima, quei vulcani in eruzione che erano Hunt e il suo fido tour director Mike Davies avessero precorso i tempi e introdotto il tie-break come lo conosciamo oggi (ovvero vittoria a sette punti con lo scarto di almeno due); ora si erano messi in testa di opzionare un certo numero di tennisti e farli giocare per loro venti settimane l’anno. Pazzesco.
Come detto, i primi anni degli US Pro Indoor furono legati indissolubilmente alle imprese del grande Laver. Rocket giunse al terzo turno dell’edizione 1973 con un bilancio nel torneo di 29 vittorie e una sola sconfitta, quella rimediata nella finale del ’71 per mano del connazionale Newcombe, e lì venne clamorosamente battuto dal sudafricano di Johannesburg Bob Maud per otto punti a sei nel tie-break del terzo set. Laver sembrava avviato sul viale del tramonto ma l’anno successivo tornò a Philly e, accreditato della sesta testa di serie, infilò sette vittorie consecutive (il tabellone, composto di 84 giocatori, partiva dai 64esimi di finale ma i bye venivano sorteggiati e Rod dovette iniziare dal primo turno) portandosi a casa il quarto trofeo. L’anno dopo Laver si presentò a Philadelphia da campione in carica ma probabilmente la sua testa era già proiettata all’imminente “supersfida” generazionale del 2 febbraio al Caesar’s Palace di Las Vegas contro l’astro nascente Jimmy Connors e finì per cedere al connazionale Phil Dent in tre set di grande intensità: 7-6 5-7 7-6.

Fu proprio Jimbo (e non solo idealmente, dato che i due si trovarono di fronte nei quarti dell’edizione ’76 e lo statunitense si impose 6-3 6-4) a raccogliere l’eredità di Laver allo Spectrum. Dopo la parentesi di Marty Riessen, che vinse nel ’75 battendo Gerulaitis in finale dopo cinque set interminabili, Connors raggiunse cinque finali consecutive e perse solo quella del ’77 dal connazionale Dick Stockton. Memorabile la vittoria dell’attaccante di Charlottesville, in quel gelido febbraio della Pennsylvania che indusse il governatore Milton Shapp a far chiudere scuole e luoghi pubblici. Connors, che lesse la notizia sui quotidiani locali, si chiese cosa sarebbe cambiato dentro lo Spectrum e qualcuno gli rispose che i bambini non pagavano il biglietto per andare a scuola.
In ogni modo Stockton resistette alle risposte di Jimbo, recuperò due volte un set di svantaggio e gli tolse il servizio nel primo e terzo gioco del quinto per poi chiudere in scioltezza. Al momento della premiazione Dick ebbe a dire: “Non sono abituato ad essere in questa posizione, con il trofeo in mano, ma credo di non aver mai giocato meglio per cinque giorni di fila nella mia vita”.

 

La supremazia di Connors venne interrotta da un altro mancino. E chi altri poteva essere se non John McEnroe? Nel 1982 SuperMac si prese la rivincita della finale persa al quinto set due anni prima e lasciò a Connors appena sette giochi in tre set. Le condizioni ambientali all’interno dello Spectrum erano le migliori per il tennis offensivo di McEnroe e per quattro lunghe stagioni non ce ne fu per nessuno. Ci provò Ivan Lendl, finalista nel biennio 83/84, ma entrambe le volte dovette accontentarsi di fare bella figura e di un misero set. Quando, nel 1986, il cecoslovacco riuscì finalmente a far suo il prestigioso trofeo, McEnroe aveva altri problemi per la testa e disertò il torneo e fu l’unica volta che la finale non venne disputata a causa del forfait di Tim Mayotte, che dirà al pubblico dello Spectrum: “Ieri sera, nel secondo set, ho sentito dolore a un muscolo addominale. Sono riuscito a concludere il match ma adesso non sono in condizioni di giocare. Posso servire al 60% delle mie potenzialità e non ha senso che scenda in campo. Sono molto addolorato perché questa settimana ho giocato il miglior tennis della mia vita”.

Evidentemente a Philadelphia Tim si trova a suo agio e nelle tre stagioni successive ripaga la fiducia del pubblico con altrettante finali, di cui le prime due vinte. Nel 1987 è lui a fermare la striscia record di John McEnroe, che non perdeva allo Spectrum da 7 anni (la finale del 1980 persa al quinto con Connors) e nelle sei precedenti occasioni aveva sempre sconfitto Mayotte. “Ha atteso otto anni per questo momento e oggi ha giocato una splendida partita. Non sono deluso perché ho perso da un giocatore al suo meglio ma evidentemente qualcosa non va se in poche settimane sono sceso così in classifica” dichiarerà McEnroe alla stampa.
Per Mayotte c’è il due (contro l’australiano Fitzgerald) senza tre e a scalzarlo dal trono di Philly è il tedesco Boris Becker, uno dei pochissimi (quattro) europei capaci di alzare il vaso di ceramica che viene consegnato al campione. Nel frattempo gli US Pro Indoor hanno assunto la denominazione del nuovo sponsor, la Ebel, che li accompagnerà alle soglie degli Anni Novanta, quando l’ATP varerà il nuovo calendario. L’ultima stagione della casa svizzera di orologi batte il tempo del nuovo fenomeno, che proprio qui inaugura la sua lunga e gloriosa stagione di trionfi.
Sono 15.474 gli spettatori che hanno la fortuna di assistere alla prima vittoria di un gracile ragazzetto di origine greca che ha una borsa piena di talento: Petros Sampras, detto Pete. Il nativo di Potomac è e resterà il più giovane vincitore del torneo (18 anni e mezzo) oltre ad essere il campione con la testa di serie più bassa (13): la sua ultima vittima è l’ecuadoriano Andres Gomez, parso più nervoso del più giovane rivale. A chi gli chiede come festeggerà questo primo titolo, Sampras risponde: “Giocando a golf la prossima settimana a Scottsdale”.
Sampras sarà il filo conduttore dell’ultimo decennio del torneo, quello del declino. Pete giocherà altre quattro finali e perderà solo quella del ’91 contro Lendl ma intanto, anno dopo anno, gli sponsor iniziano ad abbandonare l’evento. Nel 1992 è il colosso delle comunicazioni Comcast a subentrare e l’avvocato di Norristown Thomas Gowen è il nuovo chairman dell’evento, rilevando così gli storici Marylin e Edward Fernberger che erano in sella fin dai tempi del WCT. Il montepremi cala ma la crisi non intacca il blasone e l’albo d’oro del torneo. Dopo il bis del ’92, Sampras cede il trono per quattro edizioni ma i successori non riescono a ripetersi. Ci va vicino Chang, campione nel ’94 e finalista l’anno dopo battuto dal giovane svedese Enqvist, ma il torneo sta agonizzando e nemmeno l’intervento della Advanta Bank riesce a salvarlo.
Nelle ultime due edizioni, il torneo si sposta nel nuovo e cavernoso CoreStates Centre; si gioca sul duro ma siamo ai titoli di coda. Pete Sampras mette in bacheca altri due titoli ma non può nascondere la sua amarezza dopo aver sconfitto Enqvist nell’ultima finale, quella del 1998. “Quante persone c’erano l’altra sera a vedermi giocare? 400? Se qui si è perso l’interesse per il nostro sport, non ha senso continuare”.
Parole, quelle del n°1 ATP, che sono una sentenza. Dopo 31 stagioni e con almeno un americano sempre in finale dal 1973, l’US Pro Indoor chiude i battenti e si apre la lunga stagione della nostalgia. Lo Spectrum resisterà un altro decennio prima di essere abbattuto e i Sixers adesso dimorano al Wells Fargo Centre, che può contenere più di 21.000 persone e li ha visti vincere il titolo dell’Est nel 2001. L’ultimo bagliore di un lungo crepuscolo, come quello dell’US Pro Indoor.
E, come racconta Bruce Springsteen, “Ho sentito le voci di amici spariti e partiti. Di notte potevo sentire il sangue nelle vene, nero e sussurrante come la pioggia, nelle strade di Philadelphia

ALBO D’ORO

1968 Manuel Santana b. Jan Leschly 8-6 6-3
1969 Rod Laver b. Tony Roche 7-5 6-4 6-4
1970 Rod Laver b. Tony Roche 6-3 8-6 6-2
1971 John Newcombe b. Rod Laver 7-6 7-6 6-4
1972 Rod Laver b. Ken Rosewall 4-6 6-2 6-2 6-2
1973 Stan Smith b. Bob Lutz 7-6 7-6 4-6 6-4
1974 Rod Laver b. Arthur Ashe 6-1 6-4 3-6 6-4
1975 Marty Riessen b. Vitas Gerulaitis 7-6 5-7 6-2 6-7 6-3
1976 Jimmy Connors b. Bjorn Borg 7-6 6-4 6-0
1977 Dick Stockton b. Jimmy Connors 3-6 6-4 3-6 6-1 6-2
1978 Jimmy Connors b. Roscoe Tanner 6-2 6-4 6-3
1979 Jimmy Connors b. Arthur Ashe 6-3 6-4 6-1
1980 Jimmy Connors b. John McEnroe 6-3 2-6 6-3 3-6 6-4
1981 Roscoe Tanner b. Wojtek Fibak 6-2 7-6 7-5
1982 John McEnroe b. Jimmy Connors 6-3 6-3 6-1
1983 John McEnroe b. Ivan Lendl 4-6 7-6 6-4 6-3
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-3 3-6 6-3 7-6
1985 John McEnroe b. Miloslav Mecir 6-3 7-6 6-1
1986 Ivan Lendl b. Tim Mayotte w.o.
1987 Tim Mayotte b. John McEnroe 3-6 6-1 6-3 6-1
1988 Tim Mayotte b. John Fitzgerald 4-6 6-2 6-2 6-3
1989 Boris Becker b. Tim Mayotte 7-6 6-1 6-3
1990 Pete Sampras b. Andres Gomez 7-6 7-5 6-2
1991 Ivan Lendl b. Pete Sampras 5-7 6-4 6-4 2-6 6-3
1992 Pete Sampras b. Amos Mansdorf 6-1 7-6 2-6 7-6
1993 Mark Woodforde b. Ivan Lendl 5-4 ret.
1994 Michael Chang b. Paul Haarhuis 6-3 6-2
1995 Thomas Enqvist b. Michael Chang 0-6 6-4 6-0
1996 Jim Courier b. Chris Woodruff 6-4 6-3
1997 Pete Sampras b. Patrick Rafter 5-7 7-6 6-3
1998 Pete Sampras b. Thomas Enqvist 7-5 7-6

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Storie di tennis: tra cielo e terra

Joseph Raphael Hunt, detto Joe, e Jack Kramer. Una storia che forse non conoscete e una foto che non dimenticherete

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Joe Hunt e Jack Kramer - Forest Hills 1943

La storia del tennis nella prima metà del ‘900 fu spesso frutto di fatali incontri tra il cielo e la terra. In questo articolo ne racconteremo due. È noto che il più importante torneo di tennis su terra prende il nome da un asso dell’aviazione francese di origine spagnola morto in azione sul finire della prima guerra mondiale: Roland Garros. Non è invece conosciuto il nome di chi abbatté il pilota francese. In teoria avrebbe potuto essere il barone Uberto de Morpurgo, dal momento che all’epoca della prima guerra mondiale prestava servizio come aviatore nell’esercito austro-ungarico.

Uberto Luigi de Morpurgo nacque nel 1896 a Trieste, città allora appartenente all’impero austro-ungarico; la madre era inglese e il padre era membro di una delle più ricche e potenti famiglie triestine, fondatrice del gruppo assicurativo Generali. Al termine del primo conflitto mondiale Trieste divenne italiana, e di conseguenza anche il barone de Morpurgo lo divenne. Simile a molti dei suoi colleghi dell’epoca sotto il profilo dell’estrazione sociale, il nobiluomo era però da loro molto dissimile per il comportamento in campo, caratterizzato da un agonismo spesso ben oltre le righe.

Nella sconfitta il suo comportamento fu spesso censurabile. Gianni Clerici in “500 anni di tennis” racconta della volta in cui il nostro protagonista rifilò un solenne ceffone a Giorgio de Stefani – suo allievo – al termine di una partita nella quale il discepolo osò batterlo. Nel tennis come nella vita però, molto viene perdonato ai vincenti e de Morpurgo lo fu, seppure nel suo palmares manchi l’acuto che regala l’immortalità tennistica. Il suo excursus honorum è pressoché privo di affermazioni dentro i confini patri poiché la sua natura cosmopolita lo indusse a cercare quasi sempre la gloria sui grandi palcoscenici internazionali. Solidissimo in entrambi i fondamentali di rimbalzo oltre che dotato di straordinaria vis agonistica, all’apice della sua arte tennistica coincisa con il triennio ’28-’30, il suo nome appare nella classifica mondiale a cavallo tra l’ottava e la decima posizione assoluta.

Nel 1928 a Wimbledon si arrese solo ai quarti di finale al vincitore di quella edizione, René Lacoste. Nel ‘29 a Parigi al terzo turno batté il tennista e aviatore italiano conte Leonardo Bonzi, protagonista di una nostra precedente storia, e nel 1930 arrivò sino in semifinale dove perse contro Henri Cochet. La terra rossa era la sua superficie preferita e proprio su quel terreno alle olimpiadi parigine del 1924 colse il suo alloro più prestigioso: la medaglia di bronzo. Ad oggi quella medaglia resta l’unica ufficiale nella storia olimpica italiana. Tra i suoi avversari figura anche il monarca del tennis dell’epoca Bill Tilden, che lo batté nettamente nella finale della prima edizione degli Internazionali d’Italia, disputata al Tennis Club Milano. L’incontro ebbe luogo sul campo centrale intitolato a un aviatore perito nel corso della Grande Guerra: Gilberto Porro Lambertenghi.

Uberto de Morpurgo non prese mai parte al major statunitense che funge da sfondo per la nostra seconda storia. Una storia che nasce da un incontro causale tra il suo autore e una fotografia: quella che ritrae Jack Kramer e Joe Hunt che si stringono la mano seduti uno di fronte all’altro al termine della finale dell’edizione 1943 di Forest Hills. Il torneo – seppure a ranghi ridotti – venne disputato anche durante il secondo conflitto mondiale e molti dei giocatori americani che vi presero parte dal ’43 al ’45 erano sotto le armi. Tra questi c’era il californiano Joseph Raphael Hunt, detto Joe.

Classe 1919, Joe Hunt era il prototipo del californiano: alto, biondo, bello, atletico e ricco. Suo padre era un importante avvocato militare con una grande passione per il tennis che il figlio fece propria sin dalla più tenera infanzia. Il nostro protagonista era uno specialista del serve & volley, tattica con la quale vinse il torneo riservato agli under 15, agli under 18 e agli studenti universitari. Talento precocissimo, nel torneo principale giunse sino al terzo turno nel ’36 e nel ’37 contro Don Budge; ai quarti nel 1938 contro John Bromwich e alle semifinali nel 1939 contro Bobby Riggs.

Nel 1940 decise di abbandonare temporaneamente lo sport (oltre al tennis praticava con ottimi risultati anche il football) per entrare nell’Accademia Navale e diventare pilota di caccia. Il sacro fuoco del tennis non era però spento e nel 1943 chiese e ottenne una breve licenza premio per tentare nuovamente la scalata a Forest Hills, che quell’anno per motivi bellici si disputava nell’arco di una sola settimana. Quattordici dei trentadue uomini che quell’anno presero parte al singolare erano militari in licenza. Spiccava l’assenza del campione in carica, Ted Schroeder, al quale le autorità militari avevano negato il congedo. La scalata di Hunt fu trionfale. Dopo avere superato ai quarti di finale Frank Parker che era arrivato a Forest Hills dalla base aerea di Guam guidando personalmente il suo aereo, in semifinale superò Bill Talbert e in finale sconfisse in quattro set un ragazzo di 22 anni che nel mondo del tennis avrà un certo peso negli anni successivi: Jack Kramer.

Non inganni il 6-0 dell’ultimo parziale: Hunt rischiò seriamente di perdere l’incontro a causa dei crampi che lo tormentarono nella parte finale del match. Al termine dell’ultimo scambio il vincitore si accasciò al suolo urlando non per la gioia, bensì per il dolore procuratogli dai crampi e non fu in grado di rimettersi subito in posizione verticale. Kramer con grande prontezza di spirito e innegabile fiuto scenico si sedette quindi di fronte a lui per stringergli la mano regalando così ai fotografi la memorabile immagine sopra descritta.

Il giorno successivo alla conquista del titolo, Hunt tornò in servizio. Nel 1944 non lo difese e il 2 febbraio 1945 morì precipitando al suolo con il suo Grunman Hellcat F6F. Fu incluso nella Tennis Hall of Fame nel 1966. Ad oggi Joe Hunt è l’unico uomo ad avere vinto, oltre al torneo principale di Forest Hills, il singolare under 15 e 18 nonché il titolo universitario.

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Storie di tennis e di speranza per Matteo: Nalbandian eroe (quasi) per caso alle Finals

Il cammino di Berrettini alle Finals è più che complicato, lo sappiamo. Ma c’è un precedente incoraggiante: qualcuno ha vinto le Finals da completo outsider… quando avrebbe dovuto trovarsi in vacanza

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“Che lavoro orribile”
“Potrebbe essere peggio”
“E come?”
“Potrebbe piovere”
(dal film ‘Frankestein Junior’)

Il dialogo che si svolge tra Gene Wilder-e Marty Feldman ci è venuto in mente leggendo i nomi degli avversari toccati in sorte a Matteo Berrettini nel girone “Borg” delle Nitto ATP Finals londinesi. Dialogo che – come molti ricorderanno – si conclude con i due protagonisti sommersi da scrosci di pioggia. Non sappiamo se anche in casa Berrettini si sia scatenato un temporale al termine del sorteggio, ma presumiamo non abbia suscitato moti di gioia; l’esito del match d’esordio contro l’attuale numero 2 del mondo pare confermare i più cupi presagi, nella giornata dalla sfida probabilmente decisiva con Federer.

Nella storia delle Finals, iniziata 49 anni fa seppur con una diversa denominazione, abbiamo però trovato un episodio che potrebbe costituire un precedente di buon auspicio per il tennista romano. L’episodio in questione riguarda l’edizione numero 36 che si disputò a Shanghai dal 13 al 20 novembre 2005 e che vide protagonista un argentino che si presentò ai nastri di partenza del torneo in veste di ottava testa di serie, proprio come Matteo Berrettini: David Nalbandian

Sino a quel momento la stagione non era stata particolarmente brillante per il ventitreenne nativo di Unquillo: aveva infatti vinto soltanto un torneo e a novembre occupava la dodicesima posizione. Riteneva quindi di non avere ragionevoli possibilità di prendere parte al torneo riservato ai migliori otto tennisti del mondo al quale aveva preso parte per la prima volta nel 2003. Si sbagliava.

Quella che segue è la trascrizione di una intervista che David rilasciò anni dopo a proposito di quella vicenda. Tutto ebbe inizio con una telefonata il giorno 9 novembre. “Ricordo che non avrei dovuto giocare e che entrai nel torneo dalla porta di servizio, come lucky loser. Ero sul punto di mettermi in viaggio con degli amici verso la Patagonia e, all’improvviso, Roddick e altri (Hewitt e Safin, ndt) si ritirarono ed io ricevetti la magica telefonata. Scaricai dalla macchina le attrezzature per la pesca e vi misi quelle per il tennis. Arrivai a Shanghai appena in tempo dopo 4 o 5 giorni in cui ero entrato in modalità vacanza. Impiegai più di 24 ore di volo per arrivare in Cina con 11 ore di fuso orario di differenza. La mia preparazione era molto lontana dall’essere ideale. Non ho mai amato le differenze di fuso orario perché mi facevano stare male. Nonostante ciò, cominciai a colpire la palla in maniera ottimale. Provavo delle belle sensazioni che mi diedero il coraggio e la speranza di poter disputare un buon torneo.

 

Persi il primo incontro (in tre set contro Federer che in precedenza aveva incontrato e sconfitto per 5 volte su 8 confronti, ndr) ma giocai bene e non uscii dal campo scoraggiato. Anzi, pensavo che sarebbe andata peggio e invece avevo disputato un match tirato che avrei potuto vincere. Dopo quella partita sapevo di avere una chance perché il mio tennis era di ottima qualità. Dovevo andare avanti un giorno alla volta e alla fine penso proprio sia andata alla grande!”. Nei due match successivi Nalbandian superò in due set prima il connazionale Guillermo Coria e poi il croato Ivan Ljubicic e chiuse quindi il girone al secondo posto. “Ci tenevo particolarmente a battere Ivan poiché quell’anno mi aveva sconfitto in Croazia e si sa quanto io sia competitivo. Non volevo perderci ancora per nessuna ragione al mondo”.

In semifinale incontrò il vincitore dell’altro girone – Nikolay Davydenko – contro il quale aveva perso due scontri diretti su tre e lo superò con il punteggio di 6-0 7-5. La seconda semifinale fu vinta dal campione in carica Roger Federer che, nonostante un infortunio alla caviglia destra rimediato in allenamento poche settimane prima che lo costringeva ad indossare un tutore, avanzava alla velocità di un treno: 6-0 6-0 contro Gaston Gaudio. Il 20 novembre Nalbandian ebbe quindi in finale l’occasione di vendicare la sconfitta subita pochi giorni prima contro il tennista elvetico.

Persi i primi 2 set di pochissimo in 2 tie-break combattuti (nel secondo ebbe anche 3 set point a favore, ndr) e a quel punto feci mentalmente un cambio importante di atteggiamento dicendo a me stesso che ero sotto di due set ma avrei potuto essere tranquillamente in vantaggio di altrettanti. Non pensai mai di avere perso, continuai a guardare avanti e quella fu la chiave della vittoria”. Dopo avere nettamente vinto il terzo e il quarto set l’argentino nel quinto si portò in vantaggio 4-0. Federer a sua volta non si diede per vinto. Riuscì a recuperare i due break di svantaggio e arrivò addirittura a due punti dalla vittoria con il servizio a disposizione sul punteggio di 6-5. Ma guai ad arrendersi quando Federer serve per il match: una speranza per il suo avversario c’era, c’è e ci sarà sempre. Nalbandian riuscì infatti a vincere quel game rimontando da 0-30 (notevole il primo punto conquistato direttamente con la risposta) e a completare trionfalmente la sua rimonta nel tie-break infliggendo al numero uno del mondo la quarta sconfitta del 2005 su 85 partite disputate. Risultato finale: D. Nalbandian b. R. Federer 6-7(4) 6-7(11) 6-2 6-1 7-6(3).

Il quinto set fu come essere sulle montagne russe. Ero avanti di due break, vicino alla vittoria, persi il servizio e ci ritrovammo a giocare un altro tie-break. Dopo averne persi due mi dissi che non avevo giocato altre tre ore per perderne un altro; se c’era un tie-break in carriera che non potevo perdere era proprio quello. Ero deciso a vincerlo e  per fortuna tutto andò per il verso giusto. Sicuramente quella vittoria rappresenta l’apice della mia carriera. Soprattutto per gli aspetti mentali, per gli alti e bassi vissuti nell’arco dell’intera settimana e persino all’interno di ogni singolo game. Non posso non avere tanti ricordi in testa legati a quel torneo. Scherzai durante la premiazione, dissi: ‘Roger non preoccuparti, non è la tua ultima finale. Vincerai un mucchio di tornei e quindi lasciami questo’”.

Nalbandian concluderà la sua carriera con un record di 11 tornei vinti, una finale di Wimbledon persa nel 2002 contro LLeyton Hewitt e un best ranking costituito dalla posizione numero 3 raggiunta nel marzo del 2006.Dopo la finale di Shanghai affronterà Roger Federer altre dieci volte uscendo vincitore in due sole occasioni. La parole pronunciate da Nalbandian durante la premiazione si riveleranno profetiche, poiché lo svizzero avrebbe aggiunto altri 70 tornei a quelli vinti sino a quel momento. Tra questi non figura però quello di Madrid 2007, perché in finale fu battuto da un argentino: proprio David Nalbandian.

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Storie di tennis: il ginocchio del Diavolo

Chi dice che iL Diavolo non ha mai calcato i campi del circuito ATP? C’è stato Kent Carlsson, secondo Gianni Clerici ‘il re degli arrotini’

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“Oggi ho perso contro il diavolo” (Massimo Cierro, torneo di Bari 1986) 

L’infortunio alla spalla sinistra di Djokovic ha tenuto banco nei forum tennistici nel corso delle ultime settimane. Ma, sempre per rimanere in tema di infortuni, si è parlato anche di Kim Clijsters e della sua volontà di tornare in campo nel 2020 e della vittoria di Filip Polasek a Cincinnati in doppio dopo essere stato lontano dal circuito per cinque anni a causa di gravi problemi fisici.

Oggi rimarremo quindi in argomento narrando le vicende sportive di uno dei più forti e sfortunati terraioli della seconda metà degli anni ’80. Un tennista noto agli appassionati italiani con il soprannome affibbiatogli da Massimo Cierro (best ranking 113) con la  battuta citata in apertura: lo svedese Kent Carlsson.

 

Carlsson nacque a Eskilstuna il 3 gennaio 1968. Alla nascita il neonato ricevette da mamma e papà grandi doti fisiche e un difetto che si rivelerà fatale: una gamba tre centimetri più corta dell’altra (o più lunga, secondo i punti di vista). Probabilmente il piccolo diavolo iniziò a palleggiare già in culla dal momento che lo troviamo a Ginevra nel tabellone principale del torneo nel settembre del 1983; lo vediamo poi aggiudicarsi il Roland Garros junior nel 1984 ed entrare nella top 100 nel luglio del 1985.

Il 1986 fu per lui un anno benedetto dall’assenza di infortuni e ciò gli permise di chiudere la stagione con le vittorie di Bari e Barcellona e il 14esimo posto nel ranking. A Indian Wells nel 1987 si dovette ritirare a causa del primo di una lunga serie di infortuni al ginocchio; da questo in particolare si riprese comunque bene e nella stessa stagione vinse prima a Nizza e poi a Bologna superando in entrambi i casi in finale Emilio Sanchez, uno che di terra rossa se ne intendeva parecchio.

Come lui stesso affermò anni dopo, a Bologna raggiunse probabilmente l’apice della sua arte tennistica e stabilì un record ancora oggi imbattuto, consistente nell’avere perso il minor numero di game complessivi nel corso di un torneo: dieci. Dopo averne concessi cinque al primo turno a Meinecke, nelle quattro partite successive ne smarrì complessivamente altrettanti: tre in finale contro Sanchez; uno contro Paolo Canè; zero contro Franco Davin (l’ex coach di Fognini) e uno 1 contro Rebolledo.

Il giorno successivo alla vittoria bolognese Carlsson raggiunse la top 10 e due mesi dopo fu costretto a entrare in sala operatoria per ricostruire i legamenti del ginocchio. Il ritorno in campo avvenne ad aprile del 1988.

Da quel momento in poi Carlsson giocò bardato da una ginocchiera alla Goldrake e non poté più calcare altri terreni di gioco al di fuori della terra rossa sulla quale si impose nei tornei di Madrid, Amburgo (6-2 6-1 6-4 in finale a Leconte che due mesi dopo giunse in finale al Roland Garros), Kitzbuhel (ancora in finale contro Emilio Sanchez che evidentemente doveva avergli fatto qualche cosa di male) Saint Vincent e Barcellona, che costituirà l’ultimo dei suoi 9 successi.

La ciliegina sulla torta di questa straordinaria annata arrivò a settembre: sesta posizione mondiale alle spalle di Becker, Agassi, Edberg, Lendl e Wilander.Non andò oltre; dove non poterono gli avversari poté il ginocchio che lo costrinse al ritiro ad appena 23 anni dopo avere perso al primo turno del torneo di Kitzbuhel del 1989. Il suo bilancio tennistico è rappresentato da 160 match vinti e 54 persi.

Non si può però parlare di Kent Carlsson senza soffermarsi sul suo modo unico di interpretare il gioco del tennis. I filmati dell’epoca ci mostrano un tennista con movenze curiosamente simili a quelle del cantante Alberto Camerini nel video di “Tanz bambolina”: una specie di marionetta sincopata.

Per avere poi un’idea dello spettacolo che Carlsson infliggeva agli inermi spettatori, prendiamo in prestito un commento scritto da Rino Tommasi per la Gazzetta dello Sport all’indomani della sua vittoria contro Joakim Nystrom nei quarti di finale degli internazionali d’Italia del 1987: “…infine l’ultimo quarto tra gli svedesi Carlsson e Nystrom, una partita alla quale solo uno psicopatico avrebbe potuto assistere”; le cronache parlano di una estenuante vicenda di pallettoni scagliati due metri sopra la rete durata circa tre ore e trenta.

Forte di una resistenza fisica prodigiosa, Kent poteva giocare con la medesima intensità dalle 11 del mattino alle 11 di sera rigorosamente ancorato alla riga di fondo campo. Non esistono testimonianze attendibili di sue discese a rete, e se ne trovate qualcuna su Internet diffidate: è quasi certamente un fake.

Gianni Clerici lo definì a ragione “re degli arrotini poiché egli, brandendo la racchetta con una impugnatura più chiusa di un riccio, con entrambi i colpi di rimbalzo infliggeva alla pallina rotazioni superiori a quelle raggiunte da un frullatore atomico.La sua nemesi tennistica fu un giocatore ancora più cocciuto (e più bravo) di lui, Mats Wilander, che lo batté quattro volte su quattro (tra cui anche una finale a Palermo, nel 1988). Ivan Lendl si prese addirittura il lusso di rifilargli un 6-0 al terzo set nella semifinale di Amburgo dopo avere perso il primo 6-3.

Mats Wilander e Kent Carlsson – Finale del torneo di Palermo 1988

Da tempo Carlsson è uscito dal mondo del tennis dove per qualche anno si distinse come coach di professionisti d’élite quali Magnus Norman e Thomas Johansson. Attualmente vive in Svezia dove alleva cavalli per i quali sin da ragazzo ha avuto una grande passione.

Rileggendo l’articolo ci siamo resi conto di avere omesso di dire quale ginocchio gli fu fatale, se il destro o il sinistro. Dal momento che parliamo del Diavolo ci sembra però superfluo precisarlo.

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