Tornei scomparsi. Gli anni d'oro di Philadelphia e dello Spectrum

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Tornei scomparsi. Gli anni d’oro di Philadelphia e dello Spectrum

Da Rod Laver a Pete Sampras. passando da Connors, McEnroe, Becker, la storia del tennis si è data appuntamento a lungo in uno degli impianti più suggestivi del mondo. Ascesa e declino di un grande torneo e dei suoi protagonisti

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C’era anche lui, quel 23 novembre 2010, tra le centinaia di persone convenute al 3601 di South Broad Street a rendere l’estremo tributo. Un groppo in gola che lo accomunava a tanti altri, lui che invece nella sua professione non era stato uno dei tanti. Per niente. Julius Erving, al secolo “Doctor J”, aveva vissuto, lì dentro, le sue stagioni migliori. Con lui (e con Moses Malone) i Sixers erano resuscitati dall’oltretomba in cui erano piombati all’inizio degli Anni Settanta (nella stagione 72/73 avevano chiuso con il peggior bilancio mai fatto registrare da una franchigia nella storia della NBA, un mortificante 9-73) e avevano inanellato una serie di finali culminate con il titolo del 1983.
Adesso, in attesa che la pesante palla d’acciaio iniziasse il suo triste e definitivo compito, se si rimaneva in silenzio si potevano ancora immaginare gli echi di quelle giornate gloriose, così come forse era possibile sentire l’inconfondibile tromba di Gonna Fly Now accompagnare Rocky Balboa nella sua impossibile sfida ad Apollo Creed.
Memorie, che le parole di Ed Snider avevano rievocato.
Questa è stata una delle decisioni più dure della mia vita. Lo Spectrum è il mio bambino ed è anche una delle cose più belle che mi siano capitate nella vita”. Così, l’uomo che l’aveva fatto costruire per dare una casa alla sua squadra di hockey su ghiaccio (i Philadelphia Flyers), ora ne decretava la distruzione.
Ebbene, ritagliandosi uno spazio tra le numerose iniziative che ne hanno fatto uno dei palazzetti più famosi degli Stati Uniti, anche il tennis ha contribuito a rendere immortale lo Spectrum. Al suo interno, per ben 31 stagioni consecutive, si è infatti disputato l’US Pro Indoor, per decenni probabilmente il più importante torneo al coperto del mondo, fatta eccezione forse per il Masters.

Tutto ebbe inizio nel 1968, anche se a Philly esisteva già da qualche stagione un appuntamento denominato “Invitation Indoor”. Un paio di mesi prima che l’Era Open venisse dichiarata ufficialmente aperta, Lamar Hunt e la sua WCT presero in mano l’organizzazione del Philadelphia International Indoor Championships, che l’anno dopo sarebbe diventato il primo torneo open indoor della storia.
All’edizione inaugurale presero parte dodici giocatori, di cui i primi quattro passarono direttamente al secondo turno. Furono proprio questi ultimi a giocarsi il titolo e alla fine vinse lo spagnolo Manolo Santana che sconfisse Jan Leschly in due set: 8-6 6-3. Assente nel ’68, Rod Laver estese il suo dominio nei quattro anni successivi in cui disputò quattro finali e perse solo quella del 1971, contro John Newcombe. Proprio quell’anno a Philadelphia, gli Stati Generali della World Championships Tennis approfondirono, nell’ormai fertile terreno che si era venuto a creare, le radici di quello che sarebbe diventato il circuito alternativo al Grand Prix, patrocinato invece dalla Federazione Internazionale.
Non bastava che, dodici mesi prima, quei vulcani in eruzione che erano Hunt e il suo fido tour director Mike Davies avessero precorso i tempi e introdotto il tie-break come lo conosciamo oggi (ovvero vittoria a sette punti con lo scarto di almeno due); ora si erano messi in testa di opzionare un certo numero di tennisti e farli giocare per loro venti settimane l’anno. Pazzesco.
Come detto, i primi anni degli US Pro Indoor furono legati indissolubilmente alle imprese del grande Laver. Rocket giunse al terzo turno dell’edizione 1973 con un bilancio nel torneo di 29 vittorie e una sola sconfitta, quella rimediata nella finale del ’71 per mano del connazionale Newcombe, e lì venne clamorosamente battuto dal sudafricano di Johannesburg Bob Maud per otto punti a sei nel tie-break del terzo set. Laver sembrava avviato sul viale del tramonto ma l’anno successivo tornò a Philly e, accreditato della sesta testa di serie, infilò sette vittorie consecutive (il tabellone, composto di 84 giocatori, partiva dai 64esimi di finale ma i bye venivano sorteggiati e Rod dovette iniziare dal primo turno) portandosi a casa il quarto trofeo. L’anno dopo Laver si presentò a Philadelphia da campione in carica ma probabilmente la sua testa era già proiettata all’imminente “supersfida” generazionale del 2 febbraio al Caesar’s Palace di Las Vegas contro l’astro nascente Jimmy Connors e finì per cedere al connazionale Phil Dent in tre set di grande intensità: 7-6 5-7 7-6.

Fu proprio Jimbo (e non solo idealmente, dato che i due si trovarono di fronte nei quarti dell’edizione ’76 e lo statunitense si impose 6-3 6-4) a raccogliere l’eredità di Laver allo Spectrum. Dopo la parentesi di Marty Riessen, che vinse nel ’75 battendo Gerulaitis in finale dopo cinque set interminabili, Connors raggiunse cinque finali consecutive e perse solo quella del ’77 dal connazionale Dick Stockton. Memorabile la vittoria dell’attaccante di Charlottesville, in quel gelido febbraio della Pennsylvania che indusse il governatore Milton Shapp a far chiudere scuole e luoghi pubblici. Connors, che lesse la notizia sui quotidiani locali, si chiese cosa sarebbe cambiato dentro lo Spectrum e qualcuno gli rispose che i bambini non pagavano il biglietto per andare a scuola.
In ogni modo Stockton resistette alle risposte di Jimbo, recuperò due volte un set di svantaggio e gli tolse il servizio nel primo e terzo gioco del quinto per poi chiudere in scioltezza. Al momento della premiazione Dick ebbe a dire: “Non sono abituato ad essere in questa posizione, con il trofeo in mano, ma credo di non aver mai giocato meglio per cinque giorni di fila nella mia vita”.

 

La supremazia di Connors venne interrotta da un altro mancino. E chi altri poteva essere se non John McEnroe? Nel 1982 SuperMac si prese la rivincita della finale persa al quinto set due anni prima e lasciò a Connors appena sette giochi in tre set. Le condizioni ambientali all’interno dello Spectrum erano le migliori per il tennis offensivo di McEnroe e per quattro lunghe stagioni non ce ne fu per nessuno. Ci provò Ivan Lendl, finalista nel biennio 83/84, ma entrambe le volte dovette accontentarsi di fare bella figura e di un misero set. Quando, nel 1986, il cecoslovacco riuscì finalmente a far suo il prestigioso trofeo, McEnroe aveva altri problemi per la testa e disertò il torneo e fu l’unica volta che la finale non venne disputata a causa del forfait di Tim Mayotte, che dirà al pubblico dello Spectrum: “Ieri sera, nel secondo set, ho sentito dolore a un muscolo addominale. Sono riuscito a concludere il match ma adesso non sono in condizioni di giocare. Posso servire al 60% delle mie potenzialità e non ha senso che scenda in campo. Sono molto addolorato perché questa settimana ho giocato il miglior tennis della mia vita”.

Evidentemente a Philadelphia Tim si trova a suo agio e nelle tre stagioni successive ripaga la fiducia del pubblico con altrettante finali, di cui le prime due vinte. Nel 1987 è lui a fermare la striscia record di John McEnroe, che non perdeva allo Spectrum da 7 anni (la finale del 1980 persa al quinto con Connors) e nelle sei precedenti occasioni aveva sempre sconfitto Mayotte. “Ha atteso otto anni per questo momento e oggi ha giocato una splendida partita. Non sono deluso perché ho perso da un giocatore al suo meglio ma evidentemente qualcosa non va se in poche settimane sono sceso così in classifica” dichiarerà McEnroe alla stampa.
Per Mayotte c’è il due (contro l’australiano Fitzgerald) senza tre e a scalzarlo dal trono di Philly è il tedesco Boris Becker, uno dei pochissimi (quattro) europei capaci di alzare il vaso di ceramica che viene consegnato al campione. Nel frattempo gli US Pro Indoor hanno assunto la denominazione del nuovo sponsor, la Ebel, che li accompagnerà alle soglie degli Anni Novanta, quando l’ATP varerà il nuovo calendario. L’ultima stagione della casa svizzera di orologi batte il tempo del nuovo fenomeno, che proprio qui inaugura la sua lunga e gloriosa stagione di trionfi.
Sono 15.474 gli spettatori che hanno la fortuna di assistere alla prima vittoria di un gracile ragazzetto di origine greca che ha una borsa piena di talento: Petros Sampras, detto Pete. Il nativo di Potomac è e resterà il più giovane vincitore del torneo (18 anni e mezzo) oltre ad essere il campione con la testa di serie più bassa (13): la sua ultima vittima è l’ecuadoriano Andres Gomez, parso più nervoso del più giovane rivale. A chi gli chiede come festeggerà questo primo titolo, Sampras risponde: “Giocando a golf la prossima settimana a Scottsdale”.
Sampras sarà il filo conduttore dell’ultimo decennio del torneo, quello del declino. Pete giocherà altre quattro finali e perderà solo quella del ’91 contro Lendl ma intanto, anno dopo anno, gli sponsor iniziano ad abbandonare l’evento. Nel 1992 è il colosso delle comunicazioni Comcast a subentrare e l’avvocato di Norristown Thomas Gowen è il nuovo chairman dell’evento, rilevando così gli storici Marylin e Edward Fernberger che erano in sella fin dai tempi del WCT. Il montepremi cala ma la crisi non intacca il blasone e l’albo d’oro del torneo. Dopo il bis del ’92, Sampras cede il trono per quattro edizioni ma i successori non riescono a ripetersi. Ci va vicino Chang, campione nel ’94 e finalista l’anno dopo battuto dal giovane svedese Enqvist, ma il torneo sta agonizzando e nemmeno l’intervento della Advanta Bank riesce a salvarlo.
Nelle ultime due edizioni, il torneo si sposta nel nuovo e cavernoso CoreStates Centre; si gioca sul duro ma siamo ai titoli di coda. Pete Sampras mette in bacheca altri due titoli ma non può nascondere la sua amarezza dopo aver sconfitto Enqvist nell’ultima finale, quella del 1998. “Quante persone c’erano l’altra sera a vedermi giocare? 400? Se qui si è perso l’interesse per il nostro sport, non ha senso continuare”.
Parole, quelle del n°1 ATP, che sono una sentenza. Dopo 31 stagioni e con almeno un americano sempre in finale dal 1973, l’US Pro Indoor chiude i battenti e si apre la lunga stagione della nostalgia. Lo Spectrum resisterà un altro decennio prima di essere abbattuto e i Sixers adesso dimorano al Wells Fargo Centre, che può contenere più di 21.000 persone e li ha visti vincere il titolo dell’Est nel 2001. L’ultimo bagliore di un lungo crepuscolo, come quello dell’US Pro Indoor.
E, come racconta Bruce Springsteen, “Ho sentito le voci di amici spariti e partiti. Di notte potevo sentire il sangue nelle vene, nero e sussurrante come la pioggia, nelle strade di Philadelphia

ALBO D’ORO

1968 Manuel Santana b. Jan Leschly 8-6 6-3
1969 Rod Laver b. Tony Roche 7-5 6-4 6-4
1970 Rod Laver b. Tony Roche 6-3 8-6 6-2
1971 John Newcombe b. Rod Laver 7-6 7-6 6-4
1972 Rod Laver b. Ken Rosewall 4-6 6-2 6-2 6-2
1973 Stan Smith b. Bob Lutz 7-6 7-6 4-6 6-4
1974 Rod Laver b. Arthur Ashe 6-1 6-4 3-6 6-4
1975 Marty Riessen b. Vitas Gerulaitis 7-6 5-7 6-2 6-7 6-3
1976 Jimmy Connors b. Bjorn Borg 7-6 6-4 6-0
1977 Dick Stockton b. Jimmy Connors 3-6 6-4 3-6 6-1 6-2
1978 Jimmy Connors b. Roscoe Tanner 6-2 6-4 6-3
1979 Jimmy Connors b. Arthur Ashe 6-3 6-4 6-1
1980 Jimmy Connors b. John McEnroe 6-3 2-6 6-3 3-6 6-4
1981 Roscoe Tanner b. Wojtek Fibak 6-2 7-6 7-5
1982 John McEnroe b. Jimmy Connors 6-3 6-3 6-1
1983 John McEnroe b. Ivan Lendl 4-6 7-6 6-4 6-3
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-3 3-6 6-3 7-6
1985 John McEnroe b. Miloslav Mecir 6-3 7-6 6-1
1986 Ivan Lendl b. Tim Mayotte w.o.
1987 Tim Mayotte b. John McEnroe 3-6 6-1 6-3 6-1
1988 Tim Mayotte b. John Fitzgerald 4-6 6-2 6-2 6-3
1989 Boris Becker b. Tim Mayotte 7-6 6-1 6-3
1990 Pete Sampras b. Andres Gomez 7-6 7-5 6-2
1991 Ivan Lendl b. Pete Sampras 5-7 6-4 6-4 2-6 6-3
1992 Pete Sampras b. Amos Mansdorf 6-1 7-6 2-6 7-6
1993 Mark Woodforde b. Ivan Lendl 5-4 ret.
1994 Michael Chang b. Paul Haarhuis 6-3 6-2
1995 Thomas Enqvist b. Michael Chang 0-6 6-4 6-0
1996 Jim Courier b. Chris Woodruff 6-4 6-3
1997 Pete Sampras b. Patrick Rafter 5-7 7-6 6-3
1998 Pete Sampras b. Thomas Enqvist 7-5 7-6

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Storie di tennis: il ping pong di Perry e l’hockey di Drobny

Perché l’attualità è seducente, ma certe volte la storia lo è di più

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Jaroslav Drobny - Wimbledon 1953

I recenti articoli che hanno avuto come protagonisti Felicisimo Ampon e Bob Falkenbourg hanno inaugurato una serie dedicata a vicende non direttamente legate al tennis giocato, bensì alla vita di alcuni dei suoi interpreti. Qualcosa di simile a un “trivial pursuit” o di “non tutti sanno che” da leggere sotto l’ombrellone quando non si sa più come passare il troppo tempo libero generato dalle vacanze e le notizie di calcio-mercato della Rosea appaiono francamente improponibili anche al tifoso meno smaliziato. In questa puntata parleremo di polivalenza.

Gli sportivi professionisti sono di norma dotati di qualità fisiche e psicologiche che gli permettono di eccellere in svariate discipline sportive. All’interno dei nostri confini a titolo di esempio ad oggi insuperato citiamo un nome: Cesare Rubini. Rubini fu un eccelso pallanuotista (oro olimpico Londra ’48), ottimo cestista e grande allenatore di pallacanestro; è uno dei pochissimi atleti ad avere ricevuto l’onore di essere cooptato in due Hall of Fame: quella della pallanuoto in qualità di giocatore e quella del basket come allenatore.

Il tennis a sua volta vanta tra le proprie fila giocatori che si sono fatti onore ad alti livelli anche in altri sport. Noi ne abbiamo individuati sei. In ordine di anno di nascita essi sono:

1 Giovanni Balbo di Robecco
2 Fred Perry
3 Ellsworth Vines
4 Jaroslav Drobny
5 Tony Trabert
6 Ion Tiriac

Il Conte Giovanni Balbo di Robecco nacque a Genova nel 1883. La sua carriera sportiva di alto livello iniziò nel Genoa Football club nel 1905 quando esordì in prima serie nel ruolo di portiere e ala destra (!). La sua carriera di calciatore si esaurisce praticamente in quell’anno con due sole presenze all’attivo. I risultati che il Conte ottenne nel tennis, sport al quale si dedicò a tempo pieno dopo avere appeso le scarpette al chiodo, sono molto più significativi. Egli infatti conquistò 4 titoli italiani in singolare, partecipò alle Olimpiadi di Anversa del 1920 e alla Coppa Davis. In campo internazionale il suo successo più prestigioso è costituito dalla vittoria nel 1922 al torneo di Montecarlo nel quale mai prima di allora un italiano era riuscito a imporsi.

L’inglese Frederick John Perry ha bisogno di poche presentazioni. Qualunque appassionato sa che fu l’ultimo britannico a conquistare i Championships prima di Andy Murray e anche i non appassionati almeno una volta nella vita lo hanno sentito nominare per i capi di abbigliamento sportivo che – non per coincidenza – portano il suo nome. Quanti però sanno che prima di diventare uno dei migliori tennisti della sua epoca egli fu un campione di ping pong?

Nel 1928, a soli 19 anni, Perry conquistò la medaglia di bronzo di tennis tavolo ai mondiali di Stoccolma e l’anno successivo la medaglia d’oro a Belgrado. Probabilmente fu proprio grazie a questa disciplina che il britannico sviluppò capacità di coordinazione e di riflessi fenomenali che gli permettevano di colpire la palla con grande anticipo facendo di lui una specie di Agassi, Federer o Davydenko ante litteram.

Fred Perry

Il californiano Henry Ellswort Vines jr fu, risultati alla mano, il miglior tennista al mondo a livello professionistico nella seconda metà degli anni ’30 e, prima di passare tra i professionisti, aveva vinto due titoli agli US Open e uno a Wimbledon. Nel 1940 a soli 29 anni decise di abbandonare il tennis per dedicarsi dal 1942 all’altra grande passione sportiva della sua vita: il golf. Pur non riuscendo a eguagliare i risultati ottenuti nel tennis, anche in questa specialità Vines si difese molto bene. Nel suo palmares figurano infatti 3 tornei del PGA Tour, l’ente che organizza i maggiori tornei statunitensi.

Il cecoslovacco di nascita e britannico di passaporto (e per qualche anno anche egiziano) Jaroslav Drobny, vincitore negli anni ’50 di due titoli al Roland Garros e di uno a Wimbledon, ha in comune con Cesare Rubini l’onore di essere membro della Hall of Fame di due differenti discipline sportive: hockey su ghiaccio e tennis. L’hockey su ghiaccio è sport ancora oggi popolarissimo in Cecoslovacchia (Thomas Berdych ad esempio ne è appassionato) e Drobny prima di dedicarsi a tempo pieno al tennis ne fu un interprete di rilievo.

Con la nazionale cecoslovacca partecipò in veste di titolare ai mondiali del 1947 e alle Olimpiadi Invernali del 1948 conquistando rispettivamente la medaglia d’oro e d’argento. Drobny abbandonò l’hockey a favore del tennis a 28 anni nel 1949, anno in cui raggiunse, perdendo, la sua prima finale a Wimbledon. Desta comunque stupore constatare come, nei medesimi anni in cui gareggiava sui pattini, Drobny fosse altresì in grado di esprimersi ad alto livello con la racchetta: nel 1946 era arrivato sino alla semifinale a Wimbledon e nel 1948 aveva trionfato al Roland Garros nel doppio e nel doppio misto.

Marion Anthony Trabert fu un tennista incomparabilmente migliore di quanto non fosse come cestista. I 5 titoli conquistati tra Wimbledon, US Open e Roland Garros non sono controbilanciati da successi anche solo minimamente paragonabili nel basket. Purtuttavia, Trabert giocò due stagioni nel ruolo di guardia della squadra universitaria di Cincinnati che nella prima metà degli anni ’50 era figurava tra le più forti del Paese.

Il rumeno Ion Tiriac è il classico personaggio al quale calza a pennello il detto americano: “Bigger than life”. Il mentore nonché compagno di doppio di Ilie Nastase, è attualmente un ricchissimo banchiere che a 80 anni suonati si diletta ancora a organizzare il torneo combined di Madrid, meglio se su terra blu. Sotto il profilo sportivo Tiriac nacque hockeysta e divenne solo successivamente un buon tennista; in singolare giunse sino alla posizione numero 55 e nel doppio, specialità in cui vinse il RG in coppia con Nastase nel 1970, alla diciannovesima.

Ion Tiriac (a sinistra) e Ilie Nastase

L’hockey su ghiaccio gli diede la soddisfazione forse più grande per uno sportivo, ovvero quella di prendere parte ai Giochi Olimpici in rappresentanza del proprio Paese. Tiriac vi partecipò nel 1964 e, dato che il primo amore non si scorda mai, nel 2016 ha inaugurato nelle vicinanze di Bucarest un impianto dedicato agli sport su ghiaccio di 5.000 mq.

I sei personaggi dei quali abbiamo sin qui parlato hanno in comune il fatto di dovere la propria fama principalmente al tennis. Prima di accomiatarci dai lettori ne menzioniamo uno che, al contrario, è noto per i successi raggiunti in uno sport differente, ma che ha praticato anche il tennis a livello professionistico: John Lucas.

Lo statunitense Lucas tra gli anni ’70 e ’80 fu un professionista della National Basketball League e successivamente un allenatore nella medesima Lega. Negli anni ’70 fu però anche eccellente tennista a livello universitario e arrivò a disputare qualche torneo di categoria Challenger prima di abbandonare completamente il tennis a favore della palla a spicchi. Il sito ATP ci informa che nel dicembre del 1979 raggiunse il suo best ranking al numero 579.

E voi, cari lettori, sapete indicarci altri tennisti che si sono distinti in diversi sport?

 

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Focus

Caro Nole ti scrivo

Sette giorni dopo la splendida finale di Wimbledon, proviamo a metterci nei panni di Roger Federer e immaginiamo di scrivere una lettera a Novak Djokovic

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Roger Federer e Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @ATP_Tour)

Un immaginario e simpatico viaggio nella mente di Roger Federer, a pochi giorni di distanza dalla delusione di Wimbledon. Il problema dei match point, la visualizzazione, l’emotività e un nuovo piano tattico. Un racconto leggero e semiserio per provare ad immaginare i pensieri dello svizzero. Roger scrive a Nole…


Caro Nole ti scrivo così mi distraggo un po’. La voglia di distrarmi è mia, mentre lo spunto l’ho preso da una canzone di Lucio Dalla. Non so se lo conosci. È un cantautore italiano del quale mi sono innamorato ascoltando una canzone nella quale diceva che la gente lo chiamava Gesù Bambino. Mi ci sono subito identificato. A pensarci bene, con tutti i regali che ti ho fatto nel corso degli anni credo che anche tu dovresti chiamarmi così o, vista la mia data di nascita, Babbo Natale.

Scherzi a parte, come stai? A casa tutto bene? Ti sei ripreso dalla sgambata che ci siamo fatti domenica scorsa? Digerita l’erbetta? (ma come ci riesci? Hai forse quattro stomaci come i ruminanti?). Grazie per la sobrietà e la compostezza con le quali hai celebrato la vittoria dopo l’ultimo scambio, sia a titolo personale sia delle quattro o cinque persone che hanno fatto il tifo per me.

 

Scusa se nel quinto set sull’8-7 e 40-15 ti ho creato un po’ di ansia. Ma scommetto che non hai sofferto tanto. Ti eri già trovato in precedenza in situazioni quasi identiche contro di me e ne eri sempre uscito benissimo. Non c’era motivo per cui non dovessi farcela un’altra volta. A proposito: con quella di domenica a che numero siamo? Tre o quattro? Ti sembrerà strano ma ricordo perfettamente le partite che ho giocato a inizio carriera mentre fatico a ricordare quelle giocate di recente.

Sono sicuro di avere perso contro di te le semifinali del 2010 e del 2011 agli US Open dopo avere avuto due match point consecutivi a favore al quinto set. Ma la finale del 2018 a Indian Wells in cui ero 5-4 40-15 al terzo set l’ho perduta contro di te o contro Del Potro? Mi sa che era Delpo perché ricordo che dall’altra parte della rete c’era un tipo gigantesco. Quanto mi manca Delpo. Speriamo torni presto nel circuito. Con lui riuscivo a incasinarmi le partite in modo ammirevole, soprattutto quando lo affrontavo agli US Open.

A proposito: più penso al numero di volte in cui li ho persi in circostanze rocambolesche e più mi convinco che farei bene a dare retta a Ljubo e trovare un bravo medium che tolga il malocchio dall’Arthur Ashe Stadium. Se dovessi decidere di farlo, mi permetti di rivolgermi a Pepe Imaz? Prima di salutarti voglio farti una confidenza e chiederti un consiglio.

Premetto che non ho mai dato alle statistiche la stessa importanza che gli dai tu. Quando si nasce benedetti da un talento immenso come il mio è facile peccare di presunzione e trascurare i dettagli. In virtù di cotanto talento sono sempre stato certo che avrei potuto cavarmela in ogni circostanza semplicemente scoccando un dardo dalla mia racchetta per poi raccogliere il plauso dei miei tifosi adoranti e passare a un altro trionfo. Nel corso degli anni però la mia sicurezza ha iniziato a scricchiolare – e tu e Rafa non siete estranei a questo fatto – e poi è definitivamente franata due giorni fa quando proprio una statistica mi ha colpito con la forza di un gancio di Tyson.

Leggendo qua e là (con un pizzico di fastidio) gli articoli relativi al nostro match, ho infatti scoperto che tu hai perso solo 3 volte in 1.053 incontri dopo avere avuto match point a favore e Rafa 8 volte in 1.152. A me è successo 22 volte in 1.487 partite! Se è una semplice coincidenza è ancora più incredibile del pronostico all’incontrario azzeccato da Ubaldo, ma ne dubito.

Se mia moglie fa due conti e scopre quanto è costato questo scherzo alle casse della famiglia per me sono grune Mause (sorci verdi, ndt), come diciamo nel mio Cantone. Devo fare il possibile per evitare che questi spiacevoli inconvenienti mi capitino di nuovo. Ma come? Ho letto che tu ti avvali di specifici esercizi di visualizzazione. Sono davvero utili? Hai il nome di un bravo specialista a cui potrei rivolgermi? Quello statistico che hai ingaggiato secondo te potrebbe fare anche al caso mio? Credi che farei bene a preparare insieme al mio staff un piano tattico al quale attenermi nei momenti topici di un match che mi aiuti anche a gestire meglio le mie emozioni in quei frangenti?

Forse non si vede ma nonostante sia uno svizzero e per di più tedesco, sono un tipo molto emotivo e in determinate situazioni perdo la bussola. Il piano di cui parlo potrebbe, per esempio, prevedere che in caso di match point invece di cercare l’ace al centro a tutti i costi (a meno che non mi trovi sul 40-0), batta una prima slice a tre quarti di velocità a uscire. Cose così insomma.

È tutto. Non voglio rubarti altro tempo. Resto in trepidante attesa della tua risposta e dei tuoi consigli, che sono certo non mi negherai. Ci vediamo a Cincinnati. Tuo Roger.

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Italiani

Il ricordo di Beppe Merlo: la finale del 1955. Sceneggiate, crampi e match point

Oggi è venuto a mancare Beppe Merlo, ex tennista e grande amico. Vi farà piacere scoprire la storia della finale del 1955, persa la quale disse al rivale Gardini: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto”

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Per commemorare Beppe Merlo, grande tennista italiano degli anni ’50 e ’60 e scomparso oggi all’età di 91 anni, mi piacerebbe condividere con voi lettori questo articolo che ho scritto anni fa e lo riguarda molto da vicino. Beppe giocò una finale incredibile agli Internazionali d’Italia del 1955, perdendola contro il rivale Fausto Gardini. Ci furono polemiche, grandi colpi, match point falliti e alla fine un clamoroso ritiro per crampi. Che la terra ti sia lieve, Beppino.

Io avevo sei anni e avevo pianto calde lacrime quando al mio amato CT Firenze della Cascine (dove avrei fatto raccattapalle, giudice di linea, segnapunti al tabellone, arbitro, ufficio stampa e direttore di torneo) pochi giorni prima degli Internazionali d’Italia mi era stato detto che ero troppo piccolo per fare il raccattapalle di quella finale fiorentina. La stessa che si sarebbe giocata poi a Roma e che avrebbe avuto analoga conclusione: Merlo si era ritirato per crampi anche a Firenze, ma al quinto set, non al quarto. C’era chi sosteneva che fossero crampi psicosomatici, più che di pura fatica. Beppe Merlo mi aveva insegnato il rovescio a due mani, quando mio padre che era suo amico lo aveva accompagnato al muro del circolo, dove io passavo ore e ore a cercare di far passare la palla sopra la riga bianca segnata sul muro rosa-marrone all’altezza della rete. Merlo venne insieme a un tenniste svedese, Johansson… e vide che giocavo solo di dritto, perchè la Maxima era troppo pesante. Mi spiegò allora come impugnare il rovescio con una presa a due mani e ricordo bene – di quando si è bambini si ricordano le cose più incredibili – che mi disse: “Ubaldino, non fare il mio stesso errore! Metti la mano destra sotto la sinistra, se non vuoi perdere centimetri preziosi nel giocare il dritto…“.

Io non ho mai capito perchè avesse fatto quell’errore fino a che ho visto immagini di John Bromwich , l’australiano dello Stato di Victoria, formidabile soprattutto in doppio (finalista in 39 finali di Slam, fra singolare, doppio maschile quasi sempre con Quist e misto), ma comunque anche capace di vincere 2 Australian Open in singolare nel ’39 e nel ’46 e l’ultimo giocatore ad aver perso una finale di Wimbledon con il matchpoint (3) prima di Roger Federer con Novak Djokovic: ne ebbe tre contro Falkenburg sul 5-3 al quinto nel 1948. Ebbene Bromwich, classe 1918, quindi 9 anni più anziano di Beppe Merlo, era mancino, anche se batteva con la destra. E giocava il rovescio a due mani, il primo fra quelli che abbiano giocato una finale a Wimbledon dal 1877. Per lui, mancino, era normale tenere la mano sinistra sotto. Per Merlo non avrebbe dovuto esserlo. Io sospetto che ne fosse rimasto influenzato.

Un altro tennista australiano ancora più anziano, Vivian McGrath , classe 1916, viene ricordato per il suo rovescio a due mani. Era 11 anni più anziano di Merlo, vinse il campionati d’Australia nel ’37 battendo in finale proprio Bromwich, fu classificato n.8 del mondo da Wallys Myers che in quei tempi senza computer era il più autorevole compilatore di classifiche mondiali. Leggerete da molte parti nei primi resoconti di cronisti, titolisti o agenzie superficiali che Beppe Merlo era stato l’inventore del rovescio a due mani. Non è così. L’ecuadoriano Pancho Segura, che sarebbe diventato il coach e il guru di Jimbo Connors, giocava invece il dritto a due mani. Poi ci sono stati anche giocatori, e non solo Monica Seles o Marion Bartoli _ o la nostra Antonella Rosa, genovese che giocava il misto con Enzo Vattuone, altro genovese DOC (e mi ricordo un tennista romano, Maurizio Aracri che giocando contro la Rosa si lamentò così: “Aho, me pare de gioca’ contro a’dea Kalì con tutte quelle mani!”) – che giocavano dritto e rovescio a due mani. Vediamo chi di voi li ricorda… uno aveva per soprannome “Hollywood” perché pareva un attore.

Nel ’73 a Modena, agli assoluti indoor allo Zeta2 cui partecipavo per aver vinto in doppio i campionati nazionali di seconda categoria, pur più giovane di 22 anni ci persi in due set (63 64?) e scrissi ammirato sulla rivista di Rino Tommasi “Tennis Club”:  “Con la sua spazzolata di rovescio la palla mi tornava indietro ancor prima che mi fossi ripreso dall’azione del servizio”. Mai visto uno che anticipasse la palla più di lui.

Quando vent’anni dopo vidi Andre Agassi rispondere di rovescio a due mani con quell’anticipo, mi tornò in mente Beppe Merlo. Che con un servizio modesto, ma stranamente difficilissimo da attaccare – era un movimento che lui aveva preso dal ping-pong, la palla schizzava via verso il basso con uno strano effetto e anche grandi campioni non riuscivano a dominarla – un dritto piatto che non era nulla di che, eppure batteva campioni attrezzatissimi.
Saltava sulla racchetta accordata di fresco – le accordava lui stesso – per rallentarne la tensione. Diventava una sorta di fionda. “Me la chiamano racchetta cipolla, i francesi che mi prendono in giro, ma se li batto stanno zitti” scherzava.

Di campioni di Wimbledon ne aveva battuti ben sei: Jaroslav Drobny, Vic Seixas, Budge Patty, Roy Emerson (che di Slam ne ha vinti 12), Neale Fraser e Chuck McKinley. Me lo raccontò lui stesso, con grande orgoglio, perché un po’ c’era rimasto male che la Federtennis non gli avesse mai garantito un lavoro una volta che aveva smesso di giocare da professionista. Quante volte i nostri dirigenti federali, di tutte le epoche, hanno mostrato poca riconoscenza nei confronti dei loro più grandi campioni: in questo va detto che Binaghi almeno con Pietrangeli e Pericoli si è ben comportato, anche se per la sua mancata conoscenza delle lingue era necessario che si dotasse di qualche “ambasciatore” che le parlasse. Peraltro “sposando” Barazzutti a vita, e avendo litigato aspramente con Panatta, ha poi ignorato Bertolucci, Zugarelli e altri . Tornando a Beppe Merlo io credo che se c’era un altro italiano che avrebbe meritato di essere incluso nella Hall of fame, questi era proprio Beppino Merlo. Non aveva vinto due Roland Garros come Pietrangeli, ma aveva vinto pur sempre 22 tornei internazionali. Battendo ovunque supercampioni.

Questa che leggerete ora, però, è la storia di una sua sconfitta.

 

A Gardini il titolo per un nuovo ritiro di Merlo

L’incontro deciso al quarto set dopo quasi tre ore di gioco, con il ‘bolognese’ colto dai crampi. Lo storico match ricostruito attraverso le cronache e le testimonianze dell’epoca

ROMA – Era dal 1934, quando l’ex raccattapalle divenuto ‘maestro’ Giovannino Palmieri aveva sconfitto il nobiluomo dai due dritti, l’ambidestro Giorgio De Stefani, che gli Internazionali non avevano più avuto una finale tutta italiana. Per arrivare a disputarla, certo contro pronostico, il ‘leone’ del Porro Lambertenghi Fausto Gardini aveva battuto l’americano Herbie Flam nei quarti e l’argentino Enrique Morea in semifinale, mentre il ‘virtussino’ di Merano, pupillo prediletto di Giorgio Neri, aveva compiuto exploit ancora più inattesi irretendo nelle sue trame imbastite su un’anticipatissima spazzolata bimane di rovescio – in tempi in cui a giocare con due mani c’erano soltanto lui e Pancho Segura, ma Segura giocava il dritto e non il rovescio con le due mani – e un dritto apparentemente debole, impugnato a metà manico eppur stranamente difficile da ‘contrare’, primo lo svedese Sven Davidson (poi re a Parigi nel ’57) e poi l’americano Budge Patty (campione in carica e vincitore d’un Roland Garros nel 1950).

Si erano incontrati due volte, quell’anno, i due rivali e avevano vinto una volta ciascuno. Del match di Firenze vi ho già accennato .Ma Gardini, n.1 d’Italia, era il favorito. Stavolta i due grandi rivali hanno dato vita ad un incontro memorabile, con un finale drammatico, perfino crudele, dopo una maratona incredibile alla fine della quale si registra perfino l’intervento dei carabinieri. Fausto, appoggiandosi a quel dritto poco elegante ma poderoso ed efficace, tutto di spalla, aveva vinto il primo set spendendo moltissimo e con un punteggio, 6-1, molto più netto di quanto fosse apparso il divario di gioco. Difatti aveva impiegato 25 minuti, un’infinità (nota dell’autore: a quei tempi non ci si fermava ai cambi di campo, non esistevano neppure le sedie. Rod Laver vinse anni più tardi una finale di Wimbledon, 3 set su 5, in 57 minuti).

Aveva speso molto il lungo, allampanato, magrissimo Gardini, e nel secondo set Beppino Merlo gli restituì la pariglia, con lo stesso identico punteggio, ma dopo scambi ancora più lunghi, tant’è che il set richiede mezz’ora. Merlo anticipava (anche se poi a rete seguiva di rado), Gardini preferiva rifugiarsi in una gara di corsa, affidandosi più alle gambe che al dritto e tentando di abbassare il ritmo con palle alte e lunghe, pur di sottrarsi a quei micidiali anticipi del suo avversario. Anche perché quando si avventurava a rete veniva inesorabilmente infilzato. Scambi sempre più interminabili, paziente gioco di scacchi fra due avversari che si conoscono troppo bene per darsi vantaggi, ma anche per dare uno spettacolo che, fra due incontristi naturali come Fausto e Beppe, non può essere all’altezza di quello offerto nei giorni precedenti.

Più passa il tempo e più Gardini si dispera. Merlo, che continua a non sbagliare mai, ed è infallibile soprattutto nel passante, sale sul 3-0. Ma nel quarto game ecco il primo incidente: Gardini protesta vivacemente perché Merlo, aduso a far cadere la palla subito dopo il servizio perché con la presa bimane non potrebbe altrimenti tirare il rovescio, in quell’azione – a suo dire – lo distrae non poco. L’arbitro gli dà ragione, fa ripetere un punto vinto da Merlo e Beppino si innervosisce fino a commettere un doppio fallo. Gardini non riesce però ad approfittare dell’incidente, né della piccola crisi del meranese che, vinto il terzo set (6-3) dalla durata record – un’ora! – mentre cresce spasmodica la tensione sia sul campo sia sugli spalti.

Dopo il terzo set c’è il riposo. Per raggiungere gli spogliatoi Merlo viene portato addirittura a braccia. Gardini, gli occhi spiritati nel volto ancor più ossuto, non pensa minimamente a mollare. Digrignando i denti, anzi, si rivolge ad arbitro e dirigenti FIT: “Guardate l’orologio! Dieci minuti, non di più… attenzione!” ha l’aria di minacciare. Intanto Merlo, su una panca, piange. Ripensa, chissà perché, alla decisione contraria dell’arbitro per quella palla vagante. Quasi non avesse vinto il set. Una reazione quasi isterica da parte di uno che non controlla più i nervi. Invece Gardini, nel cambiarsi i calzini, continua a lamentare: “Questo set non dovevo proprio perderlo“.

Il melodramma continua alla ripresa del gioco. Merlo rientra in campo addirittura sorretto da due infermieri. “Come un’eroina da melodramma dopo che il tenore è stato ucciso” scrive sulla Gazzetta dello Sport Luigino Gianoli. Il marchese Ferrante Cavriani scuote la testa: “Il prossimo weekend c’è il match di Coppa Davis contro la Germania…“. E raccomanda fermezze, energia e risolutezza all’arbitro Carlo Gatti. “Svelti, suvvia, siamo pronti?” incalza Gardini. Subito strappa il servizio a Merlo, che però non è per nulla finito. Controbreak. È soltanto al cambio di campo che Merlo è lentissimo. E Gardini freme. Tutti e due fanno a gara a chi perde più servizi. E nel mezzo qualche errore arbitrale, parecchie contestazioni a rendere sempre più incandescente il clima già torrido. 5-4 per Merlo che piagnucola ma dentro di sé probabilmente vede la vittoria vicina, soprattutto sul 30 pari, quando sbaglia invece una palla facile facile dopo due prodezze. Così è 5 pari e il pubblico è più schierato dalla parte di Gardini, sentendolo più ‘vero’ del suo rivale che accentua forse le sue sofferenze.

C’è un silenzio irreale all’undicesimo game, 6-5 per Merlo, quando Gardini si ritrova, sul 15-40, a fronteggiare due matchpoint. Ma proprio in quel momento il colpo di scena: Merlo cade a terra, rigido, con le gambe di legno, in preda a crampi spaventosi. Sembra proprio paralizzato. I fotografi si precipitano in campo, e così i raccattapalle a tirar su Merlo che non ce la fa. I carabinieri irrompono ad allontanare i fotografi. “Un Merlo di terracotta si avvia con le gambe rigide al posto di combattimento. Sembra un uomo meccanico che abbia perduto i contrappesi per mantenersi in equilibrio” scrive ancora Gianoli. Gardini annulla i matchpoint. Sul secondo Merlo è a rete, gioca una volée smorzata sul dritto di Gardini. Sembra imprendibile, la folla già grida, ma Gardini con un ultimo scatto la prende e passa Merlo che, nell’allungarsi si ‘incrampa’ e resta lungo disteso.

Questo non è giocare!” grida Gardini. Il Foro gli dà ragione, gli spettatori pensano alla commedia, fischiano sonoramente. Terzo matchpoint però per Merlo. Gardini annulla anche quello mentre Merlo cade di nuovo. Gardini è furibondo, la folla è inferocita. Finché il giudice arbitro Onorati decreta la vittoria di Gardini per ritiro di Merlo. L’annuncio si perde nel clamore, i fotografi non sanno se fotografare il viso ancora scuro del vincitore o quello disperato del vinto. Negli spogliatoi l’abbraccio tra i finalisti. Più disteso Gardini concede: “Beppe, sei stato sfortunato“. E Merlo: “Tu hai vinto, ma moralmente io non ho perduto.

Gardini b. Merlo 6-1 1-6 3-6 6-6 rit (dopo 2h e 52m)

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