Tornei scomparsi. Gli anni d'oro di Philadelphia e dello Spectrum

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Tornei scomparsi. Gli anni d’oro di Philadelphia e dello Spectrum

Da Rod Laver a Pete Sampras. passando da Connors, McEnroe, Becker, la storia del tennis si è data appuntamento a lungo in uno degli impianti più suggestivi del mondo. Ascesa e declino di un grande torneo e dei suoi protagonisti

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C’era anche lui, quel 23 novembre 2010, tra le centinaia di persone convenute al 3601 di South Broad Street a rendere l’estremo tributo. Un groppo in gola che lo accomunava a tanti altri, lui che invece nella sua professione non era stato uno dei tanti. Per niente. Julius Erving, al secolo “Doctor J”, aveva vissuto, lì dentro, le sue stagioni migliori. Con lui (e con Moses Malone) i Sixers erano resuscitati dall’oltretomba in cui erano piombati all’inizio degli Anni Settanta (nella stagione 72/73 avevano chiuso con il peggior bilancio mai fatto registrare da una franchigia nella storia della NBA, un mortificante 9-73) e avevano inanellato una serie di finali culminate con il titolo del 1983.
Adesso, in attesa che la pesante palla d’acciaio iniziasse il suo triste e definitivo compito, se si rimaneva in silenzio si potevano ancora immaginare gli echi di quelle giornate gloriose, così come forse era possibile sentire l’inconfondibile tromba di Gonna Fly Now accompagnare Rocky Balboa nella sua impossibile sfida ad Apollo Creed.
Memorie, che le parole di Ed Snider avevano rievocato.
Questa è stata una delle decisioni più dure della mia vita. Lo Spectrum è il mio bambino ed è anche una delle cose più belle che mi siano capitate nella vita”. Così, l’uomo che l’aveva fatto costruire per dare una casa alla sua squadra di hockey su ghiaccio (i Philadelphia Flyers), ora ne decretava la distruzione.
Ebbene, ritagliandosi uno spazio tra le numerose iniziative che ne hanno fatto uno dei palazzetti più famosi degli Stati Uniti, anche il tennis ha contribuito a rendere immortale lo Spectrum. Al suo interno, per ben 31 stagioni consecutive, si è infatti disputato l’US Pro Indoor, per decenni probabilmente il più importante torneo al coperto del mondo, fatta eccezione forse per il Masters.

Tutto ebbe inizio nel 1968, anche se a Philly esisteva già da qualche stagione un appuntamento denominato “Invitation Indoor”. Un paio di mesi prima che l’Era Open venisse dichiarata ufficialmente aperta, Lamar Hunt e la sua WCT presero in mano l’organizzazione del Philadelphia International Indoor Championships, che l’anno dopo sarebbe diventato il primo torneo open indoor della storia.
All’edizione inaugurale presero parte dodici giocatori, di cui i primi quattro passarono direttamente al secondo turno. Furono proprio questi ultimi a giocarsi il titolo e alla fine vinse lo spagnolo Manolo Santana che sconfisse Jan Leschly in due set: 8-6 6-3. Assente nel ’68, Rod Laver estese il suo dominio nei quattro anni successivi in cui disputò quattro finali e perse solo quella del 1971, contro John Newcombe. Proprio quell’anno a Philadelphia, gli Stati Generali della World Championships Tennis approfondirono, nell’ormai fertile terreno che si era venuto a creare, le radici di quello che sarebbe diventato il circuito alternativo al Grand Prix, patrocinato invece dalla Federazione Internazionale.
Non bastava che, dodici mesi prima, quei vulcani in eruzione che erano Hunt e il suo fido tour director Mike Davies avessero precorso i tempi e introdotto il tie-break come lo conosciamo oggi (ovvero vittoria a sette punti con lo scarto di almeno due); ora si erano messi in testa di opzionare un certo numero di tennisti e farli giocare per loro venti settimane l’anno. Pazzesco.
Come detto, i primi anni degli US Pro Indoor furono legati indissolubilmente alle imprese del grande Laver. Rocket giunse al terzo turno dell’edizione 1973 con un bilancio nel torneo di 29 vittorie e una sola sconfitta, quella rimediata nella finale del ’71 per mano del connazionale Newcombe, e lì venne clamorosamente battuto dal sudafricano di Johannesburg Bob Maud per otto punti a sei nel tie-break del terzo set. Laver sembrava avviato sul viale del tramonto ma l’anno successivo tornò a Philly e, accreditato della sesta testa di serie, infilò sette vittorie consecutive (il tabellone, composto di 84 giocatori, partiva dai 64esimi di finale ma i bye venivano sorteggiati e Rod dovette iniziare dal primo turno) portandosi a casa il quarto trofeo. L’anno dopo Laver si presentò a Philadelphia da campione in carica ma probabilmente la sua testa era già proiettata all’imminente “supersfida” generazionale del 2 febbraio al Caesar’s Palace di Las Vegas contro l’astro nascente Jimmy Connors e finì per cedere al connazionale Phil Dent in tre set di grande intensità: 7-6 5-7 7-6.

Fu proprio Jimbo (e non solo idealmente, dato che i due si trovarono di fronte nei quarti dell’edizione ’76 e lo statunitense si impose 6-3 6-4) a raccogliere l’eredità di Laver allo Spectrum. Dopo la parentesi di Marty Riessen, che vinse nel ’75 battendo Gerulaitis in finale dopo cinque set interminabili, Connors raggiunse cinque finali consecutive e perse solo quella del ’77 dal connazionale Dick Stockton. Memorabile la vittoria dell’attaccante di Charlottesville, in quel gelido febbraio della Pennsylvania che indusse il governatore Milton Shapp a far chiudere scuole e luoghi pubblici. Connors, che lesse la notizia sui quotidiani locali, si chiese cosa sarebbe cambiato dentro lo Spectrum e qualcuno gli rispose che i bambini non pagavano il biglietto per andare a scuola.
In ogni modo Stockton resistette alle risposte di Jimbo, recuperò due volte un set di svantaggio e gli tolse il servizio nel primo e terzo gioco del quinto per poi chiudere in scioltezza. Al momento della premiazione Dick ebbe a dire: “Non sono abituato ad essere in questa posizione, con il trofeo in mano, ma credo di non aver mai giocato meglio per cinque giorni di fila nella mia vita”.

 

La supremazia di Connors venne interrotta da un altro mancino. E chi altri poteva essere se non John McEnroe? Nel 1982 SuperMac si prese la rivincita della finale persa al quinto set due anni prima e lasciò a Connors appena sette giochi in tre set. Le condizioni ambientali all’interno dello Spectrum erano le migliori per il tennis offensivo di McEnroe e per quattro lunghe stagioni non ce ne fu per nessuno. Ci provò Ivan Lendl, finalista nel biennio 83/84, ma entrambe le volte dovette accontentarsi di fare bella figura e di un misero set. Quando, nel 1986, il cecoslovacco riuscì finalmente a far suo il prestigioso trofeo, McEnroe aveva altri problemi per la testa e disertò il torneo e fu l’unica volta che la finale non venne disputata a causa del forfait di Tim Mayotte, che dirà al pubblico dello Spectrum: “Ieri sera, nel secondo set, ho sentito dolore a un muscolo addominale. Sono riuscito a concludere il match ma adesso non sono in condizioni di giocare. Posso servire al 60% delle mie potenzialità e non ha senso che scenda in campo. Sono molto addolorato perché questa settimana ho giocato il miglior tennis della mia vita”.

Evidentemente a Philadelphia Tim si trova a suo agio e nelle tre stagioni successive ripaga la fiducia del pubblico con altrettante finali, di cui le prime due vinte. Nel 1987 è lui a fermare la striscia record di John McEnroe, che non perdeva allo Spectrum da 7 anni (la finale del 1980 persa al quinto con Connors) e nelle sei precedenti occasioni aveva sempre sconfitto Mayotte. “Ha atteso otto anni per questo momento e oggi ha giocato una splendida partita. Non sono deluso perché ho perso da un giocatore al suo meglio ma evidentemente qualcosa non va se in poche settimane sono sceso così in classifica” dichiarerà McEnroe alla stampa.
Per Mayotte c’è il due (contro l’australiano Fitzgerald) senza tre e a scalzarlo dal trono di Philly è il tedesco Boris Becker, uno dei pochissimi (quattro) europei capaci di alzare il vaso di ceramica che viene consegnato al campione. Nel frattempo gli US Pro Indoor hanno assunto la denominazione del nuovo sponsor, la Ebel, che li accompagnerà alle soglie degli Anni Novanta, quando l’ATP varerà il nuovo calendario. L’ultima stagione della casa svizzera di orologi batte il tempo del nuovo fenomeno, che proprio qui inaugura la sua lunga e gloriosa stagione di trionfi.
Sono 15.474 gli spettatori che hanno la fortuna di assistere alla prima vittoria di un gracile ragazzetto di origine greca che ha una borsa piena di talento: Petros Sampras, detto Pete. Il nativo di Potomac è e resterà il più giovane vincitore del torneo (18 anni e mezzo) oltre ad essere il campione con la testa di serie più bassa (13): la sua ultima vittima è l’ecuadoriano Andres Gomez, parso più nervoso del più giovane rivale. A chi gli chiede come festeggerà questo primo titolo, Sampras risponde: “Giocando a golf la prossima settimana a Scottsdale”.
Sampras sarà il filo conduttore dell’ultimo decennio del torneo, quello del declino. Pete giocherà altre quattro finali e perderà solo quella del ’91 contro Lendl ma intanto, anno dopo anno, gli sponsor iniziano ad abbandonare l’evento. Nel 1992 è il colosso delle comunicazioni Comcast a subentrare e l’avvocato di Norristown Thomas Gowen è il nuovo chairman dell’evento, rilevando così gli storici Marylin e Edward Fernberger che erano in sella fin dai tempi del WCT. Il montepremi cala ma la crisi non intacca il blasone e l’albo d’oro del torneo. Dopo il bis del ’92, Sampras cede il trono per quattro edizioni ma i successori non riescono a ripetersi. Ci va vicino Chang, campione nel ’94 e finalista l’anno dopo battuto dal giovane svedese Enqvist, ma il torneo sta agonizzando e nemmeno l’intervento della Advanta Bank riesce a salvarlo.
Nelle ultime due edizioni, il torneo si sposta nel nuovo e cavernoso CoreStates Centre; si gioca sul duro ma siamo ai titoli di coda. Pete Sampras mette in bacheca altri due titoli ma non può nascondere la sua amarezza dopo aver sconfitto Enqvist nell’ultima finale, quella del 1998. “Quante persone c’erano l’altra sera a vedermi giocare? 400? Se qui si è perso l’interesse per il nostro sport, non ha senso continuare”.
Parole, quelle del n°1 ATP, che sono una sentenza. Dopo 31 stagioni e con almeno un americano sempre in finale dal 1973, l’US Pro Indoor chiude i battenti e si apre la lunga stagione della nostalgia. Lo Spectrum resisterà un altro decennio prima di essere abbattuto e i Sixers adesso dimorano al Wells Fargo Centre, che può contenere più di 21.000 persone e li ha visti vincere il titolo dell’Est nel 2001. L’ultimo bagliore di un lungo crepuscolo, come quello dell’US Pro Indoor.
E, come racconta Bruce Springsteen, “Ho sentito le voci di amici spariti e partiti. Di notte potevo sentire il sangue nelle vene, nero e sussurrante come la pioggia, nelle strade di Philadelphia

ALBO D’ORO

1968 Manuel Santana b. Jan Leschly 8-6 6-3
1969 Rod Laver b. Tony Roche 7-5 6-4 6-4
1970 Rod Laver b. Tony Roche 6-3 8-6 6-2
1971 John Newcombe b. Rod Laver 7-6 7-6 6-4
1972 Rod Laver b. Ken Rosewall 4-6 6-2 6-2 6-2
1973 Stan Smith b. Bob Lutz 7-6 7-6 4-6 6-4
1974 Rod Laver b. Arthur Ashe 6-1 6-4 3-6 6-4
1975 Marty Riessen b. Vitas Gerulaitis 7-6 5-7 6-2 6-7 6-3
1976 Jimmy Connors b. Bjorn Borg 7-6 6-4 6-0
1977 Dick Stockton b. Jimmy Connors 3-6 6-4 3-6 6-1 6-2
1978 Jimmy Connors b. Roscoe Tanner 6-2 6-4 6-3
1979 Jimmy Connors b. Arthur Ashe 6-3 6-4 6-1
1980 Jimmy Connors b. John McEnroe 6-3 2-6 6-3 3-6 6-4
1981 Roscoe Tanner b. Wojtek Fibak 6-2 7-6 7-5
1982 John McEnroe b. Jimmy Connors 6-3 6-3 6-1
1983 John McEnroe b. Ivan Lendl 4-6 7-6 6-4 6-3
1984 John McEnroe b. Ivan Lendl 6-3 3-6 6-3 7-6
1985 John McEnroe b. Miloslav Mecir 6-3 7-6 6-1
1986 Ivan Lendl b. Tim Mayotte w.o.
1987 Tim Mayotte b. John McEnroe 3-6 6-1 6-3 6-1
1988 Tim Mayotte b. John Fitzgerald 4-6 6-2 6-2 6-3
1989 Boris Becker b. Tim Mayotte 7-6 6-1 6-3
1990 Pete Sampras b. Andres Gomez 7-6 7-5 6-2
1991 Ivan Lendl b. Pete Sampras 5-7 6-4 6-4 2-6 6-3
1992 Pete Sampras b. Amos Mansdorf 6-1 7-6 2-6 7-6
1993 Mark Woodforde b. Ivan Lendl 5-4 ret.
1994 Michael Chang b. Paul Haarhuis 6-3 6-2
1995 Thomas Enqvist b. Michael Chang 0-6 6-4 6-0
1996 Jim Courier b. Chris Woodruff 6-4 6-3
1997 Pete Sampras b. Patrick Rafter 5-7 7-6 6-3
1998 Pete Sampras b. Thomas Enqvist 7-5 7-6

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Storie di tennis: Renée Richards, la donna che visse due volte

Non come intendeva la questione Hitchcock, ma nel senso che è stata la prima atleta transgender dello sport professionistico

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Teatro di questa puntata di “storie di tennis” è l’Open degli Stati Uniti. In tempi normali avrebbe quindi visto la luce più in là nel tempo ma, poiché i tempi che stiamo vivendo di normale hanno ben poco, abbiamo deciso di raccontarvela adesso. Protagonista della storia è una stimata oftalmologa americana ed ex tennista professionista: Renée Richards.

L’eccezionale avventura umana e sportiva di questa donna, che ha ispirato due autobiografie e due film, comincia a New York nel 1934 quando in una ricca famiglia borghese viene al mondo un neonato di nome Richard, Richard Raskind. Richard è un’atleta eccellente e mostra una notevole predisposizione per ogni tipo di sport; al liceo eccelle nel football, nuoto, tennis e baseball, sport per il quale riceve l’invito a un provino dai New York Yankees. Raskind decide però di dedicarsi esclusivamente al tennis e negli anni ‘50 partecipa per cinque volte allo Slam nord americano senza però mai andare oltre il secondo turno in singolare. L’ultima apparizione di Raskind agli US Open risale al 1960 quando al primo turno perde contro il futuro vincitore, Neil Fraser.

Il 1960 è anche l’ultima stagione che lo vede partecipare a un torneo maschile. Quell’anno il nostro protagonista abbandona il tennis e si dedica con successo all’esercizio della professione medica e contemporaneamente a combattere i conflitti interni che lo tormentavano sin dall’adolescenza. Alla fine della battaglia nel 1975 – sposato e padre di un bambino di 3 anni – Richard Raskind decide di accettare la sua natura e di sottoporsi all’operazione che gli consentirà di riapparire di fronte al mondo con il nome di Renée (in francese “rinata”) Richards.

Renée ha 41 anni, è una dottoressa di grande successo ma non è riuscita a venire a patti con la sua passione per il tennis agonistico ad alto livello. Dopo avere divorziato si trasferisce in California dove – parallelamente alla sua professione medica – riprende a calcare i campi da tennis in tornei semi-professionistici femminili nascosta sotto lo pseudonimo di Renée Clark. L’anonimato durò poco. La sua statura (188 cm) e il suo stile di gioco aggressivo e atletico attirano l’attenzione di un reporter che nel volgere di un giorno scopre la sua identità originaria e la rende di dominio pubblico.

La United States Tennis Association prende immediatamente posizione sulla vicenda esprimendo un parere negativo in merito alla sua partecipazione ai tornei professionistici precludendole di fatto così la possibilità di partecipare allo US Open. Posizione resa ancora più forte da un episodio coevo: quando un coraggioso organizzatore – ignorando il parere dello USTA – le dà una wild card per prendere parte il suo torneo, 25 giocatrici su un totale di 32 si ritirano immediatamente. Le altre giocatrici non volevano affrontare un’avversaria così alta e potente indipendentemente dal fatto che avesse superato i 40 anni di età e fosse inattiva a livello professionistico da 15 anni.

Siamo nel 1976 – per coincidenza anno in cui William Bruce Jenner, ora all’anagrafe Caitlyn Jenner, vince l’oro olimpico nel Decathlon a Montreal – e a Renée si presentano due opzioni: accettare la decisione dello USTA (prendendo anche atto dell’ostilità delle altre giocatrici) limitando così le sue performance tennistiche al club del quartiere, oppure dare battaglia legale. Sceglie la seconda strada perché “non mi piace che mi dicano cosa posso e cosa non poso fare”, avrebbe dichiarato anni dopo.

Fa quindi causa alla USTA presentando ai giudici incaricati le dichiarazioni del chirurgo che la aveva operata e di Billy Jean King – all’epoca seconda giocatrice del mondo – che ne garantiscono la femminilità fisica e psichica. La USTA si difende affermando la teoria che, in caso di sentenza favorevole a Richards, il mondo del tennis femminile avrebbe potuto subire un’infiltrazione massiccia da parte di altri atleti uomini. Il giudice dà ragione a Renee che nel 1977 può così iniziare la seconda parte di una carriera interrotta nel 1960 quando ancora si chiamava Richard Raskind.

Richard Raskind nel 1972 (foto AP)

Il debutto al primo turno dello US Open richiama una folla degna di una finale ma Virginia Wade la supera abbastanza facilmente in due set; Richards si toglie comunque la soddisfazione di raggiungere la finale del doppio nella medesima edizione e di arrivare al terzo turno nel singolare nel 1979, anno in cui raggiunge la ventesima posizione assoluta nel ranking. Sino al 1981 – anno del suo ritiro – le manifestazioni di ostilità contro di lei sono comunque forti e incessanti e culminano nel plateale ritiro dal campo prima dell’inizio della partita di una sua avversaria, Kerry Reid, australiana numero 7 del mondo.

Dopo l’abbandono dei campi da gioco, Renée non lascia il tennis e per i due anni successivi allena di una delle poche tenniste che si erano schierate sin dal primo momento al suo fianco insieme a Billy Jean King: Martina Navratilova.

Renée Richards è stata la prima atleta transgender nella storia dello sport professionistico. A distanza di oltre quarant’anni il dibattito su questo argomento nel mondo dello sport è ancora vivo e aspro, come dimostra la travagliata vicenda che riguarda la mezzofondista sudafricana Mokgadi Semenya. Nel mondo del tennis, a schierarsi contro la partecipazione delle atlete transgender ai tornei femminili è stata Martina Navratilova.

Quanto sia delicato il tema e labile il confine tra giusto e sbagliato lo dimostrano a fortiori le affermazioni rilasciate dalla stessa Renée Richards nel corso di un’intervista risalente allo scorso anno, nella quale afferma di aver deciso di competere nel circuito femminile solo perché il suo vantaggio atletico era a suo parere compensato dall’età; in caso contrario si sarebbe astenuta dal farlo dato che altrimenti – parole testuali – avrebbe “fatto polpette” delle sue avversarie. E non le sarebbe sembrato giusto.

 

Renée Richards, la transessuale che ha fatto storia – Un articolo del 2010

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La storia di Norah Gordon Cleather, la donna che tenne in piedi Wimbledon durante la guerra

Ora che Sally Bolton sta per prendere in mano le redini di Wimbledon, Ubitennis vi propone il racconto del Guardian sulla prima donna a dirigere il torneo più antico del mondo a cavallo fra le due guerre

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Il Centre Court di Wimbledon, colpito da una bomba l'11 ottobre 1940

[Nota introduttiva: sebbene Wimbledon 2020 sia stato cancellato, il 12 luglio (data della fu finale maschile) segnerà comunque il passaggio di consegne fra Richard Lewis e Sally Bolton nel ruolo di CEO, come già annunciato lo scorso dicembre. Bolton sarà la prima chief executive donna da quando la carica è stata creata, ed è una figura di spicco nell’ambiente dell’organizzazione di eventi sportivi nel Regno Unito. Ha iniziato nel 1996 come CEO per due squadre di rugby, sia league che union, facendosi strada fino a diventare la responsabile per la pianificazione dei Mondiali di Rugby League del 2013; è poi stata a capo, per un biennio, del comitato organizzatore dei mondiali londinesi di atletica del 2017.

La sua carriera all’interno dell’All England Club è iniziata l’anno precedente, quando è stata nominata head of corporate affairs, venendo poi promossa all’incarico di strategic planning and operations director – in sostanza è passata dalla gestione del rapporto con il pubblico alla progettazione strategica a lungo termine. In quest’ultima veste, le è stato riconosciuto un ruolo decisivo nell’acquisto dei limitrofi terreni del Wimbledon Park Golf Club, quasi triplicando l’area dove si disputano i Championships (da 42 a 115 acri) e permettendo così di spostare le qualificazioni da Roehampton ai campi dell’All England.

Sally Bolton, nuovo CEO di Wimbledon. (Credit: Wimbledon.com)

Nel contesto di questa staffetta, certamente storica, il Guardian ha trattato l’esperienza di Norah Gordon Cleather come “segretaria ad interim” durante la Seconda guerra mondiale. Di seguito vi proponiamo la traduzione dell’articolo, mentre l’originale si può trovare qui].

 

Norah Gordon Cleather avrebbe destato clamore entrando in qualsiasi stanza, in qualsiasi epoca. Un’altolocata londinese alla moda, si mescolava facilmente sia con i migliori tennisti del mondo sia con la nobiltà europea del periodo tra le due guerre, ma, come molte favole, la sua vicenda avrebbe preso una triste e inaspettata piega.

Il suo nome, a lungo dimenticato, è riemerso da quando Sally Bolton è stata nominata come la prima donna a ricoprire la carica amministratore delegato dell’All England Club, succedendo a Richard Lewis, un passaggio di consegne che ha avuto luogo nelle circostanze uniche di una quarantena, quando di norma il torneo si starebbe preparando per l’inaugurazione del 29 giugno. Tuttavia, Cleather può rivendicare il primato in una versione equivalente del ruolo che lei ricoprì 81 anni fa, in tempi altrettanto duri (come Bolton stessa sta scoprendo, visto che è impegnata nella lettura dell’autobiografia di Cleather, “Wimbledon Story”).

Stregata dal gioco e da Wimbledon fin dalla sua prima visita come scolaretta nel 1917, Norah si unì al piccolo staff di Wimbledon nel 1922, anno in cui il torneo si spostò da Worple Road a Church Road per accogliere lo straordinario interesse generato da Suzanne Lenglen, che diventò una sua amica di lungo corso.

Mentre lo sport raccoglieva sempre più consensi sulla scena internazionale, lei lavorava al fianco del direttore del torneo, il maggiore Dudley Larcombe, e prese il suo posto come “segretario ad interim” alla vigilia della Seconda guerra mondiale, quando lui si ritirò per motivi di salute – un percorso lavorativo che sembrava realizzare tutti i sogni giovanili di Norah.

Le bombe caddero e Wimbledon chiuse. Il parcheggio fu trasformato in una piccola fattoria e i reggimenti Gallesi e Irlandesi di Londra vi si trasferirono dentro. Come ricorda Cleather nella sua autobiografia: “Fu quando sentii per la prima volta la marcia metallica che passava fuori dall’All England Club… che capii che Wimbledon era andato in guerra”.

La sua pronipote Sarah Cleather – il cui nome d’attrice è Sarah Tullamore – dice: “Norah ha gestito Wimbledon durante la guerra quasi da sola, mentre gli uomini venivano arruolati. Anche lei finì col vivere lì, a fianco delle truppe, visto che il suo appartamento a Earl’s Court venne bombardato. Si aspettava di proseguire l’incarico dopo la guerra, e perché non avrebbe dovuto?”.

Tullamore è addolorata per il modo in cui la sua prozia è stata successivamente trattata e sta lavorando ad un dramma televisivo che spera possa mostrare quanto Cleather fosse una silenziosa pioniera.

Quando il tennis riprese nel giugno del 1945, i raccattapalle erano soldati in uniforme pronti a combattere; anche i giocatori erano agguerriti nel senso più letterale del termine e si entusiasmavano a giocare sul Campo N.1, mentre i lavori di ristrutturazione post-bellica continuavano sul Campo Centrale. Non fu classificato come un campionato ufficiale ma, come la Battle of the Brits che ha avuto luogo la scorsa settimana al National Tennis Centre, era quello che passava il convento.

Profeticamente, Cleather ha scritto: “Ho sempre pensato che in un’epoca in cui i più grandi giocatori del mondo sono tutti professionisti, tali regole sono pericolosamente superate. Ho già accennato alla sensazione sempre più diffusa ormai tra quasi tutti gli appassionati di tennis che una nuova e ben più flessibile concezione dello status dei giocatori sia attesa da tempo”.

La loro condizione sarebbe rimasta tale fino al 1968, quando Rod Laver e Billie Jean King vinsero i primi campionati dell’era Open. Nel 1945, il gioco non era pronto per alcun tipo di cambiamento.

Mentre le cose erano sul punto di ripartire”, dice Tullamore, “è stata informata che un manager maschio sarebbe venuto a lavorare con lei per gestire le cose. Dev’essere rimasta amareggiata, ma ha accettato la cosa. Tuttavia, quando ha scoperto che l’uomo in questione sarebbe stato pagato più di lei per lo stesso lavoro, naturalmente ha protestato chiedendo lo stesso stipendio – soprattutto perché aveva fatto il lavoro per 25 anni e aveva appena organizzato il primo torneo del dopoguerra da sola”.

Purtroppo – e questo è un segno dei tempi in cui viveva – le autorità di Wimbledon si rifiutarono di cedere. Così Norah, a malincuore, decise di andarsene – un’altra scelta pionieristica per l’epoca. È morta nel 1967, un paio d’anni prima che io nascessi, e purtroppo non l’ho mai incontrata. Ma sono sempre stata affascinata dalla sua vita e da ciò che ha ottenuto all’epoca, ed è per questo che vorrei che la gente la conoscesse“.

Ho la sensazione che alla stampa piacesse molto, dai ritagli che ho letto. Era una donna che lavorava sodo ma al contempo affascinante, e aveva fatto carriera. Sempre una signora, non ha mai detto il vero motivo del suo allontanamento, né alla stampa né nel suo libro, preferendo invece dire che ‘era ora di cambiare‘”.

Cleather aveva il cuore a pezzi in tutti i sensi. Quando si trasferì per lavorare a New York come segretaria di una delle sorellanze universitarie cattoliche, la sua partenza coincise con la fine della relazione con l’amore della sua vita, un americano di nome John Kelly, che si dice fosse in lacrime quando partecipò al suo funerale nel 1967.

Voleva un nuovo inizio“, dice Tullamore. “Tuttavia, dato che il suo lavoro a New York era molto meno affascinante di quello a Wimbledon e dato che era molto lontana, credo che la gente si sia semplicemente dimenticata di lei“.

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Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Oggi parliamo dei primi anni Novanta, dominati da Stefan Edberg, Boris Becker e Jim Courier

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No, non è Boris Becker a ricevere lo scettro di numero 1 del mondo da Ivan Lendl. In poco più di tre anni, il tedesco è stato per 74 settimane complessive sul secondo gradino del podio ma l’esito della finale di Wimbledon 1990, in cui non gli è bastato recuperare due set, ha determinato di fatto il successore al trono dell’ex-cecoslovacco. Il nuovo re è un vichingo atipico che da juniores è stato imperatore, avendo conquistato (unico nella storia) il Grand Slam juniores nel 1983. Anche se quel quinto set di una altalenante finale di Wimbledon terminata con lo score inusuale di 6-2 6-2 3-6 3-6 6-4 ha di fatto determinato il futuro, Edberg viene incoronato il 13 agosto, ovvero all’indomani della netta vittoria su Brad Gilbert che gli è valsa il titolo a Cincinnati. Abbandonato in gioventù il rovescio bimane e trasformato lo stesso in un colpo tanto elegante quanto propedeutico – nella sua versione in back – alla filosofia offensiva che ne ispira l’intero impianto di gioco, Edberg è arrivato in Ohio sulla spinta della vittoria ottenuta la settimana precedente a Los Angeles e bagna la sua investitura con un altro titolo in quel di Long Island.

Logicamente, allo US Open lo svedese è in cima alla lista dei favoriti ma il mancino russo Alexander Volkov, uno a cui pure il talento non fa certo difetto, lo estromette al debutto in tre soli set: 6-3 7-6 6-2. “Avevo lavorato bene nelle ultime settimane ma quando ho visto il sorteggio non ero certo contento” dichiarerà Volkov ai cronisti. “Però mi sono detto che tutto poteva succedere e oggi ho giocato davvero bene”. Incostante ma capace di momenti irresistibili, Volkov raggiungerà in carriera un best ranking di n°14 e morirà a soli 52 anni dopo essere stato per un periodo anche coach di Safin.

La stagione indoor propone nuovi scontri diretti tra i primi tre della graduatoria che si trovano di fronte nelle fasi finali di Sydney, Tokyo, Stoccolma e Bercy. Becker centra quattro finali e ne vince due (in Australia e Svezia, entrambe contro Edberg), perde in Giappone con Lendl e in Francia è costretto al ritiro sul 3-3 del primo set lasciando via libera al numero 1. Con queste premesse, è ovvio che alla Festhalle di Francoforte, teatro dei nuovi ATP World Tour Championships (la nuova denominazione del Masters), i favoriti siano gli stessi tre di cui sopra. Invece il nuovo maestro ha vent’anni, indossa completini piuttosto vistosi e nell’occasione mette in riga sia Becker (in semifinale) che Edberg (in finale) dopo aver perso dallo svedese nel girone: si chiama Andre Agassi e di lui sentiremo ancora parlare a lungo.

 

Con il torneo di chiusura controllato completamente dall’ATP, la Federazione Internazionale reagisce organizzando sempre in Germania (a Monaco di Baviera) una sorta di Masters alternativo, riservato ai sedici tennisti che hanno totalizzato il maggior numero di punti nei quattro major: la Grand Slam Cup. Oltre alla sede, anche la formula è diversa in quanto contempla la più classica eliminazione diretta fin dal primo turno, che poi sono gli ottavi. Edberg è testa di serie n°1 in questa edizione d’esordio e il suo, di debutto, non è proprio dei migliori perché perde subito in tre combattuti set con Chang. Il torneo lo vincerà lo statunitense Pete Sampras, un altro di cui torneremo a parlare più avanti, e la stagione va in archivio.

Ad appena 24 settimane dal suo insediamento, Stefan Edberg è costretto a lasciare il palazzo reale. Accade all’indomani degli Australian Open, laddove lo svedese non sfrutta due match point in semifinale e si arrende alla caparbietà di un Ivan Lendl che sembra rappresentare la legione straniera con quel curioso cappello che gli copre testa e collo. “Avevo la partita in mano e mi sentivo bene: è dura perdere così” ammette Edberg, che nel quarto set serve per l’incontro sul 5-4, subito dopo aver tolto la battuta a Lendl, ma nelle due opportunità di chiudere prima sbaglia una volee e dopo commette doppio fallo. Ivan lo riprende, domina il tie-break e chiude il quinto per 6-4 qualificandosi per la terza finale consecutiva a Melbourne. Qui trova Boris Becker, sopravvissuto al terzo turno a una maratona di oltre cinque ore con l’italiano Omar Camporese e in procinto di diventare il decimo n°1 mondiale. Infatti, battendo Lendl 1-6 6-4 6-4 6-4 il tedesco completa il sorpasso e il 28 gennaio viene incoronato.

Boris Becker

Difficile, a questo punto, spiegare il motivo per cui un talento del calibro di Boris Becker rimarrà in vetta per un totale di appena 12 settimane, suddivise in due periodi. Il primo di questi comprende due incontri in Coppa Davis (uno dei quali lo vede di nuovo opposto a Camporese e sarà un’altra vittoria al quinto, stavolta recuperando due set) e una mesta apparizione a Bruxelles, dove è costretto al ritiro in semifinale contro il russo Cherkasov sulla situazione di un set pari e 2-2 nel terzo a causa di uno stiramento alla coscia. Pur perdendo anch’esso in semifinale con il francese Forget, Edberg torna numero 1 il 18 febbraio e legittima subito la ritrovata leadership vincendo a Stoccarda. Le cose vanno peggio nel Sunshine Double ma lo scandinavo riesce a tenere una certa continuità di rendimento e le due semifinali raggiunte lo testimoniano: a Indian Wells lo ferma nuovamente Forget mentre a Miami la sconfitta con il giovane statunitense David Wheaton può sembrare sorprendente ma il ventunenne di Minneapolis sta vivendo la sua annata migliore e ben presto lascerà la posizione n°46 che occupa in Florida per avvicinarsi alla top 10.

Dopo il titolo a Tokyo, ottenuto regolando in finale Ivan Lendl, Edberg affronta con fiducia la stagione europea sulla terra battuta ma a Monte Carlo si ferma al debutto, battuto dal connazionale Magnus Larsson, tennista che quattro anni più tardi entrerà tra i primi 10 del ranking e mostrerà nell’arco dell’intera carriera una certa versatilità dividendo le sue quindici finali nel circuito tra le quattro superfici in uso (sintetico, duro, erba e terra). Dopo il Principato, il n°1 fa due tappe in Germania: ad Amburgo perde nei quarti con Stich mentre a Dusseldorf aiuta la sua nazionale a vincere la World Team Cup battendo Ivanisevic nella finale contro la Croazia. Per lui si tratta del bis nella seconda manifestazione a squadre per importanza dopo la Davis, avendola già vinta tre anni prima battendo in finale gli Stati Uniti. 

Anche se il suo tennis offensivo mal si adatta alla terra, Edberg ha già dimostrato di potersela cavare egregiamente sul rosso e al Roland Garros ha già sfiorato il titolo due anni prima. Tuttavia, dopo aver battuto tre avversari ostici quali l’austriaco Skoff e i russi Cherkasov e Chesnokov, nei quarti è costretto alla resa dall’uomo nuovo del tennis a stelle e strisce: Jim Courier. Il “rosso” vincerà il torneo e inizierà così a scalare la classifica mondiale mentre Stefan, sconfitto ma non demoralizzato, si trasferisce al Queen’s dove centra il successo senza cedere nemmeno un set. Inevitabile, con queste premesse, che il n°1 del mondo sia il grande favorito per difendere il titolo di Wimbledon ma qui accade qualcosa di mai successo a livello slam; avviene in semifinale, dove Edberg non perde mai il servizio ma perde tre tie-break su tre (proprio nei giorni in cui l’inventore del gioco decisivo, Jimmy Van Alen, lasciava questa terra) e si arrende a Michael Stich, che poi batterà anche Becker in finale.

Pur avendo perso, Boris torna sul trono grazie allo scarto dei punti e ci resterà per due mesi. Di nuovo, la vetta fa perdere la testa al tedesco che, nei tre tornei giocati da n°1, coglie la finale a Indianapolis (battuto da Sampras) dopo aver perso in semifinale a Cincinnati per mano di Forget ma il ko che lo rimette al secondo posto del ranking è quello patito al terzo turno degli US Open. Qui Paul Haarhuis, un 25enne olandese dal radioso futuro come doppista, lo estromette in tre rapide partite nell’edizione che vive delle imprese leggendarie del vecchio Connors (semifinalista a 39 anni proprio a spese di Haarhuis) e riconsegna la corona a Edberg, praticamente perfetto nella finale in cui annienta Jim Courier per 6-2 6-4 6-0. Il 9 settembre, quindi, Boris Becker chiude la sua esperienza da re del mondo con numeri inversamente proporzionali alla sua classe: 12 settimane, quattro tornei, una sola finale giocata (e persa) e un record vinte-perse di 14-4.

Se durante l’estate americana Edberg aveva collezionato sconfitte a ripetizione, il titolo allo US Open lo rivitalizza e – sull’asse indoor Sydney-Tokyo – infila altri due titoli legati tra loro dal pressoché identico score con cui supera, sempre in semifinale, il temibile croato Ivanisevic: 4-6 7-6 7-6 in Australia e 4-6 7-6 7-5 in Giappone. A un passo dal tris e con 21 vittorie consecutive alle spalle, lo svedese perde la finale a Stoccolma con Becker e chiude anzitempo la stagione a Parigi-Bercy, sconfitto al secondo turno da Michael Chang. Infortunato, lo scandinavo salta il Masters di Francoforte e preferisce riposarsi fino alla nuova stagione.

Il 1992 di Edberg inizia a Melbourne e la sua condizione sembra del tutto ritrovata. Tre agevoli turni di rodaggio contro tennisti classificati fuori dai 100 gli consentono di presentarsi alla seconda settimana abbastanza riposato e questo lo aiuta nella vittoria al quinto set ottenuta contro Ivan Lendl nei quarti; in semifinale il sorprendente Wayne Ferreira gli resiste solo il primo set ma in finale le bastonate di dritto di Jim Courier lo mettono alle corde e lo statunitense vendica la batosta rimediata a Flushing Meadows qualche mese prima. Adesso Courier lo insidia da vicino in classifica e infatti il 9 febbraio, dopo aver perso la finale di San Francisco contro il connazionale Chang, Jim diventa il decimo leader del ranking ATP (terzo statunitense).

Jim Courier (foto di Clive Brunskill /Allsport)

Nel frattempo, la settimana precedente, Stefan Edberg ha fatto registrare suo malgrado un primato: nel secondo incontro della prima giornata del match di Coppa Davis tra Canada e Svezia, Edberg perde 6-4 al quinto set con Daniel Nestor. Il mancino canadese diventa così il giocatore con classifica più bassa (238) ad aver mai battuto il numero 1 del mondo, record tuttora valido. Con la vittoria di Nestor, la cui carriera di singolarista verrà ben presto oscurata da una lunga e irripetibile militanza in doppio, il Canada chiude la prima giornata avanti 2-0 ma alla fine la Svezia riuscirà a espugnare il Pacific National Agrodome di Vancouver e Edberg rimedierà vincendo il doppio insieme a Jarryd e battendo Connell nel singolare di apertura della terza giornata. A quel punto, sul 2-2, Nestor si troverà avanti 2-1 con Gustafsson ma le vesciche ai piedi contribuiranno alla sua resa e di conseguenza a quella dei padroni di casa, osannati comunque dal pubblico di casa.

Nella prossima puntata parleremo di Jim Courier e dell’inizio degli anni statunitensi al vertice della classifica ATP.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – UNDICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1990EDBERG, STEFANVOLKOV, ALEXANDER36 67 26US OPENH
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS67 46 46SYDNEY INDOORH
1990EDBERG, STEFANLENDL, IVAN57 36TOKYO INDOORS
1990EDBERG, STEFANBECKER, BORIS46 06 36STOCCOLMAS
1990EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 67 57 26MASTERS S
1991EDBERG, STEFANLENDL, IVAN46 75 63 67 46AUSTRALIAN OPENH
1991BECKER, BORISCHERKASOV, ANDREI62 36 22 RIT.BRUXELLESS
1991EDBERG, STEFANFORGET, GUY46 46INDIAN WELLSH
1991EDBERG, STEFANWHEATON, DAVID36 46MIAMIH
1991EDBERG, STEFANLARSSON, MAGNUS75 36 67MONTE CARLOC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL26 67AMBURGOC
1991EDBERG, STEFANCHERKASOV, ANDREI46 16WORLD TEAM CUPC
1991EDBERG, STEFANCOURIER, JIM46 62 36 46ROLAND GARROSC
1991EDBERG, STEFANSTICH, MICHAEL64 67 67 67WIMBLEDONG
1991BECKER, BORISFORGET, GUY67 64 36CINCINNATIH
1991BECKER, BORISSAMPRAS, PETE67 63 36INDIANAPOLISH
1991BECKER, BORISHAARHUIS, PAUL36 46 26US OPENH
1991EDBERG, STEFANBECKER, BORIS63 46 61 26 26STOCCOLMAS
1991EDBERG, STEFANCHANG, MICHAEL62 16 46PARIGI BERCYS
1992EDBERG, STEFANCOURIER, JIM36 63 46 26AUSTRALIAN OPENH
1992EDBERG, STEFANNESTOR, DANIEL64 36 61 36 46DAVIS CUPS


Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
Uno contro tutti: Connors
Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
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