Venus Williams, perché tornerò ad Indian Wells

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Venus Williams, perché tornerò ad Indian Wells

Dopo Serena, anche la sorella Venus ha deciso di tornare quest’anno ad Indian Wells. Ispirata dalla sorella minore, Venus Williams racconta a ThePlayersTribune cosa l’ha spinta a tornare in California

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Venus e Serena Williams (foto di Art Seitz)

Qui l’articolo originale

C’è una cosa particolare dell’essere una sorella maggiore.

Quando sei una sorella maggiore, sei la prima, sempre.

 

A volte è un vantaggio. Essere sorella maggiore significa che sarai la prima a prendere la patente di guida. Significa che sarai la prima ad uscire per un appuntamento. La prima ad avere il permesso di stare sveglia fino a tardi, o di stare a casa da sola.
Significa che sei la prima a crescere.

Nel caso della mia famiglia, questo ha significato anche essere la prima a diventare una tennista professionista. Quindi la prima a partecipare ad un torneo ufficiale WTA. La prima a giocare contro una numero 1 del mondo. La prima a battere una top10, a giocare in un Grande Slam, a giocare una finale di un Grande Slam.

E ovviamente sono stata anche la prima a diventare famosa.

La prima ad avere degli articoli scritti su di me. La prima ad avere richieste di autografi. La prima ad avere uno speciale in TV prodotto per me, a ricevere premi, ad avere delle scarpe a cui hanno dato il mio nome.

Sono stata la prima ad essere conosciuto solo con il mio nome di battesimo.

Venus. Solo Venus.

Ero la sorella maggiore. Dovevo essere prima.
E ne sono orgogliosa.

Certe volte però, essere una sorella maggiore, vuol dire avere delle responsabilità.
Per me essere la più grande significava questo, e mentre facevo il mio debutto da professionista, ero l’unica tennista nel tour ad essere così. L’unica con il mio colore della pelle, con i miei capelli, con le mie origini, con il mio stile.

Essere la sorella maggiore significava che nel momento in cui diventai N.1 del mondo nel 2002, non ero solo la N.1 del mondo. Ero anche la prima donna americana di colore a raggiungere quella posizione. E significava anche che avrei dovuto portarmi dietro l’importanza di quello che avevo raggiunto. Ed anche di questo sono stata onorata.

Essere una sorella maggiore significava che, quando la mia sorellina ha debuttato da professionista, io diventai per lei molte altre nuove cose – la sua collega, la sua avversaria, la sua partner d’affari, la sua partner in doppio. Ma ero ancora, prima di tutto e sopra ogni cosa, l’unica cosa che ero sempre stata: la sua famiglia. Ero la sua protettrice – la sua prima linea di difesa contro la forze esterne. Ed ho amato esserlo.

Essere la sorella maggiore… Non ho preso alla leggera questa responsabilità. Sapevo cosa stava per attraversare, diventare una tennista professionista, crescere di fronte ad una telecamera, entrare nella vita pubblica come una giovane teenager di colore – e sapevo quanto poteva essere dura. E sapevo quanto avrei voluto avere una sorella maggiore durante i miei primi anni nel tour, e quanto fossi orgogliosa del fatto che mia sorella avesse me.

Serena potrà sempre contare su di me.

Ma non ho mai dovuto dirglielo. Essere una sorella maggiore significa che niente deve essere necessariamente detto ad alta voce. È implicito. È compreso:

Tu puoi farcela. Ci sono riuscita io. Segui il mio esempio.

Essere una sorella maggiore significa fare da apripista.
Tu gli mostri la via.

E ancora di più, essere la più grande è un legame. Un legame senza età, e senza direzione; non è definito da chi è più grande, o più piccola, da chi ha le responsabilità, o i vantaggi. Un legame non si basa su chi viene prima.

Un legame si basa sulla forza.
Essere la sorella maggiore di qualcuno significa essere forti per due.

E a volte “essere forti” significa, sì, essere forti. Ed altre – forse più spesso – significa solo esserci. Significa essere lì, quando ce n’è bisogno, a qualunque costo.

E questo – sopra ogni cosa – è quello che per me vuol dire essere una sorella maggiore.
Significa esserci.
Significa essere lì per Serena.

Quando Serena ha deciso di tornare a giocare ad Indian Wells lo scorso anno, sono stata estremamente fiera di lei. Non aveva messo piedi lì dal nostro torneo del 2001, nessuna delle due.

Per spiegarmi la sua decisione, Serena mi disse che aveva letto tanto su Nelson Mandela. Ha imparato molto da lui, ha pensato a lui – rielaborando tutte le complesse questioni sul suo viaggio e i suoi principi.

Riguardo il perdono.

Quando Serena si appassiona a qualcosa, riesci a vedere i suoi occhi che si illuminano. E posso dire che gli insegnamenti appresi dal Signor Mandela erano qualcosa che stava prendendo molto seriamente. E quindi non mi sorprese per niente quando, poco dopo, le venne l’idea che poteva esserci questa opportunità unica per lei a Indian Wells – non solo di imparare dall’esperienza di Mandela, ma di mettere in pratica quello che aveva imparato.

Ero davvero fiera di Serena per tanti motivi: per la percezione di sé che ha mostrato affrontando la nostra complicata storia ad Indian Wells; per aver preso questa decisione con così tanta tenacia; per aver trasmesso la sua decisione con una tale grazie e chiarezza; e ovviamente, per aver giocato con altrettanta grazia e chiarezza.

E sapevo che sarei dovuta essere lì per Serena – a qualunque costo – perché questo è ciò che fa una sorella maggiore. Loro sono lì.

Sono andata a guardarla e ho tifato per lei.
Ed ero così fiera.

Ma per quanto fossi fiera, la verità è che i miei sentimenti personali non erano cambiati: non pensai che giocare di nuovo ad Indian Wells sarebbe stato qualcosa che avrei voluto fare.

In campo Serena è molto più emotiva di me – e tutti possono vedere il suo lato competitivo più di quanto non riescano a vedere il mio. Ma questo non vuol dire che io non sia emotiva, e non significa che io non sia competitiva. Credo solo di essere più istintivamente calma. Non lo faccio in maniera conscia. Mi viene naturale.

Ed onestamente, dal mio punto di vista, sarei potuta essere la più competitiva delle due. Ma credo che la capacità di Serena di dare tutto in campo le permetta di gestire meglio le emozioni. Per me invece credo che il processo sia un po’ più conflittuale. La mia calma invece mi porta a pensare di più. E se mi sento in determinato modo riguardo qualcosa, la mia competitività forse mi rende più lenta.

Credo che questo sia avvenuto anche con Indian Wells.

Da una parte, i ricordi di ciò che avvenne nel 2001 sono ancora vividi.

Ricordo il mio match di quarti di finale, contro Elena Dementieva, come fosse ieri: 6-0, 6-3, una vittoria davvero bella conto un’ottima tennista. Ricordo il dolore del mio infortunio al ginocchio, e quanto fortemente volessi giocare in semifinale contro Serena – finché non ho accettato alla fine che non ne sarei stata in grado. Ricordo bene le accuse contro me, mia sorella e mio padre. E ricordo la reazione del pubblico mentre raggiungevo gli spalti durante il match di finale di Serena. E ricordo come non riuscivo a comprendere la reazione delle centinaia di persone che reagivano in quel modo – contro una ragazza di 19 anni ed una di 20, che provavano a fare del loro meglio.

Ci sono delle cose che se ti accadono in giovane età, semplicemente non riesci a dimenticarle.

Ma d’altro canto, se ci ripenso, dopo così tanti anni – il ricordo non è tanto su quello che successe, quanto su come mi sentii quando successe, e questo mi aveva bloccato.

Ricordo come mi aveva ferito. Ricordo la mia confusione e la delusione e la rabbia. Ricordo di come la copertura di quello che successe a quel tempo non sembrava preoccuparsi di me e Serena come persone – ma solo sulla storia in sé. E con la versione della storia che poteva attrarre di più l’attenzione, a prescindere dalla verità. Ricordo la sensazione di aver sbagliato qualcosa, quando non avevo fatto nulla di male. Ricordo la sensazione di aver subito ingiustamente il peso della colpa di una brutta situazione.

E ricordo di aver lasciato Indian Wells nel 2001 sentendo di non essere la benvenuta.

E sentire di non essere la benvenuta è un ricordo difficile da cancellare, a qualunque età. A 20 anni? È quasi impossibile. E questo è ciò che feci. Ho trattenuto tutto dentro.

Ma poi ho visto Serena.

Ed è stato in quel momento, dopo aver visto Serena accolta a braccia aperte lo scorso anno ad Indian Wells, che credo di aver realizzato completamente e sinceramente, cosa significhi essere una sorella maggiore.

Ovvero che per tutte le cose che ho fatto per prima, e tutte le volte che ho aperto la strada a Serena, questa era la cosa di cui sarei dovuta essere più fiera.

Quando Serena ha aperto a me la strada.

Giocherò ad Indian Wells quest’anno – 15 anni dopo la mia ultima apparizione, ed un anno dopo Serena. Adesso che il tabellone si avvicina, non vedo l’ora. Non vedo l’ora di vedere gli incredibili campi californiani. Non vedo l’ora di prendere parte ad un torneo importante WTA. Non vedo l’ora di incontrare i fans – che hanno svolto un ruolo davvero importante ed hanno aiutato a rendere speciale l’anno scorso.

Ma più di tutto, non vedo l’ora di giocare a tennis.

Sembra semplice, vero? Ma dopo 30 anni che gioco a tennis, ho imparato alcune cose. Ho imparato che non importa cosa accade, e cosa non accade. Dove ti trovi, o devi sei stato, alla fine della giornata: il tennis è il tennis. È sempre, sempre il tennis. Non c’è nulla di meglio.

Chi mi ha insegnato questo?

In realtà, è una storia divertente. È stata la più grande tennista del mondo.

Io sono la sua sorella maggiore.

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WTA Finals: trionfo di Garbine Muguruza davanti al “suo” pubblico

Garbine Muguruza supera in finale Anett Kontaveit e chiude l’anno con il prestigioso trofeo delle Finals. Titolo di doppio a Krejcikova/Siniakova

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Garbine Muguruza - WTA Finals Guadalajara 2021 (foto WTA Finals)

G. Muguruza b. A. Kontaveit 6-3 7-5

Con una progressione di condizione e adattamento ai 1600 metri sul livello del mare di Guadalajara, Garbine Muguruza è riuscita a conquistare il titolo delle Akron WTA Finals 2021, prima giocatrice spagnola ad aggiudicarsi questo prestigioso torneo nella storia della manifestazione.

Credo abbia un’importanza simile ai tornei dello Slam, perché anche se manca la tradizione che rende gli Slam speciali, qui ogni due giorni si gioca una finale di un torneo importante contro una giocatrice fortissima”. Questo aveva detto Muguruza durante la conferenza stampa dopo la semifinale vinta con Paula Badosa. E la sua reazione al momento della vittoria, con le mani portate al volto, lo sdraiarsi a terra e la celebrazione in gruppo del suo team guidato dall’allenatrice Conchita Martinez conferma quanto ci tenessero tutti a questa vittoria, soprattutto perché arrivata durante la prima edizione delle Finals disputata in America Latina.

 

L’inizio di partita è stato titubante per le due giocatrici, ma certamente lo è stato di più per Kontaveit, all’esordio in partite di questa importanza, che ha commesso decisamente molti più errori del solito: 22 grautiti per lei alla fine del primo parziale, contro solamente sei colpi vincenti.

Dopo essersi fatta recuperare immediatamente il break di vantaggio preso al terzo gioco, Muguruza è riuscita a infilare una serie di cinque giochi consecutivi che ha chiuso il primo set per 6-3 in 43 minuti. Nel secondo parziale, a causa di un calo di Muguruza soprattutto al servizio (dal 75 al 55 per cento di prime palle) e di alcuni errori grossolani a rete in alcune occasioni delicate, è stata Kontaveit ad andare in vantaggio di un break sul 4-3 per poi arrivare a servire per il match sul 5-4. Lì, come aveva tremato Muguruza qualche game prima regalando il turno di battuta con quattro errori gratuiti, anche Kontaveit ha dimostrato di non avere i nervi d’acciaio ed ha restituito il favore per il 5-5. Sul rush finale del set è stato evidente che era Muguruza quella ad avere più benzina nel serbatoio e il parziale finale di 12-4 ha siglato la fine del match e la vittoria delle WTA Finals per Muguruza.

Mi sento davvero felice, e anche un po’ sollevata – ha raccontato la spagnola in conferenza stampa – perché all’inizio del torneo ho fatto fatica a trovare un buon gioco, ma poi sono riuscita progressivamente ad adattarmi. Questa vittoria significa ancora di più perché è stata ottenuta qui in America Latina, e specialmente in Messico, dove il pubblico mi ha sempre sostenuta fin dalla prima volta che sono venuta a giocare qui, quando ero una giocatrice sconosciuta”.

Credo davvero che questa sia stata la mia migliore stagione in carriera, anche se non ho vinto tornei dello slam. È stata una stagione in cui sono riuscita a trovare continuità nel gioco, anche se con alti e bassi nel risultato. Le ultime stagioni sono state altalenanti, ma mai per colpa del mio tennis: qualche volta magari non riesco a mettere tutti i pezzi insieme, ma il mio tennis è sempre lì. Ora sono riuscita a trovare un equilibrio verso cui ho lavorato tanto con il mio team: questa vittoria ci dimostra che il lavoro paga e che stiamo seguendo la strada giusta.

I tornei dello Slam sono più grandi, più famosi, c’è la tradizione. Ma qui alle Finals si sa che ci sono soltanto le migliori, e se si vince questo torneo si può davvero dire di essere la migliore dell’anno”.

Con questo successo Muguruza sale alla terza posizione della classifica mondiale, mentre la finalista Kontaveit, reduce da un finale di stagione straordinario ma sconfitta due volte su due negli ultimi tre giorni da Muguruza, conclude questa sua magnifica annata al n. 7.

Nel torneo di doppio, vittoria della testa di serie n. 1 Barbora Krejcikova/Katerina Siniakova che hanno sconfitto in finale Su Wei Hsieh/Elise Mertens per 6-3, 6-4.

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WTA Finals: Muguruza di forza, Kontaveit di grinta. Saranno loro a contendersi il titolo di “maestra”

Garbine Muguruza vince il derby spagnolo con Paula Badosa e in finale ritrova Anett Kontaveit, vincitrice di Maria Sakkari

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Garbine Muguruza - WTA Finals Guadalajara 2021 (foto WTA Finals)

G. Muguruza b. P. Badosa 6-3 6-3

C’è stata sicuramente la tensione di un match importante tra due atleti dello stesso Paese, soprattutto due Top 10 che non si erano mai incontrate prima, ma non c’è stato l’equilibrio della grande sfida. Nella prima semifinale delle Akron WTA Finals di Guadalajara Garbine Muguruza ha battuto senza appello Paula Badosa, che si era classificata prima nel suo girone Chichen Itza, ma che forse nella inutile partita di lunedì persa contro Iga Swiatek ha perso il ritmo gara ed ha finito per entrare in campo senza il giusto spirito.

Non so per quale motivo oggi il mio tennis non era in campo – ha detto Badosa dopo la sconfitta – se lo sapessi forse avrei potuto fare qualcosa mentre ero in campo. Non mi sono sentita me stessa durante il match, fin dall’inizio, ma non voglio togliere meriti a [Garbine] che ha fatto quello che doveva fare, cogliendo le occasioni che ha avuto e vincendo con pieno merito la parita”.

 

Muguruza ha strappato il servizio all’avversaria al terzo game e sulla sua battuta è stata granitica, concedendo le briciole nei suoi turni di servizio. Badosa dopo il break, è invece sempre stata in affanno, dovendo rimontare due volte da 0-30 e perdendo la battuta una seconda volta alla fine del set. Muguruza ha mantenuto quasi costantemente in mano il pallino del gioco, aprendo il campo alla prima occasione senza aver paura di esporsi ai colpi di Badosa. Molto profonda negli scambi da fondo, Muguruza ha usato molto bene i lungolinea per spostare l’avversaria e crearsi delle aperture per chiudere sia a rete sia a fondo.

Il match ha preso definitivamente la strada di Muguruza nei primi game del secondo set: sullo 0-1 Badosa ha servito un game da 16 punti nel quale ha finito per cedere la battuta alla quarta palla break; subito dopo si è giocato l’unico gioco combattuto del match sul servizio Muguruza, nel quale Badosa non è riuscita a concretizzare ben tre occasioni del controbreak.

Una volta capitalizzato il vantaggio sul 3-0 Muguruza ha inserito il pilota automatico fino alla fine, e il punteggio avrebbe potuto anche essere più severo dato che Badosa ha continuato a faticare nei propri turni di servizio senza avere mai la chance di poter fare qualcosa alla risposta.

In totale Muguruza ha sfruttato solamente tre delle 11 palle break avute, ed ha avuto occasioni per strappare il servizio a Badosa in altre due occasioni rendendo il punteggio molto più pesante di quello che in realtà è stato.

“Sono molto contenta di come ho giocato oggi – ha confermato Garbine alla stampa – sicuramente è stata la mia miglior partita in questo torneo. Era un match difficile, due spagnole una contro l’altra, in un’occasione così importante, in un match inedito che comporta sempre qualche aggiustamento. La partita si è giocata molto di più a livello mentale che non tecnico, e sono stata concentrata e decisa dal primo minuto di gioco. Sono felice di essere riuscita a migliorare progressivamente il mio modo di giocare in queste condizioni di altura, soprattutto al servizio, ma anche negli altri reparti del mio gioco”.

A. Kontaveit b. M. Sakkari 6-1 3-6 6-3

Per decidere l’avversaria di Garbine Muguruza in finale si sono affrontate nella sessione serale la vincitrice del girone Teotihuacan Anett Kontaveit e la vincitrice del “quarto di finale virtuale” del girone Chichen Itza Maria Sakkari. Due giocatrici che si conoscono molto bene (11 precedenti incontri diretti, 6-5 in favore di Kontaveit il bilancio) e si rispettano.

Si pensava che il fattore atletico potesse giocare un ruolo in favore di Kontaveit, che aveva avuto un giorno di riposo in più tra il girone e la semifinale, e invece è stata proprio la estone a dare l’impressione di essere più stanca verso la fine delle 2 ore e 2 minuti di match, ma è riuscita a supplire con la “garra” alla minore prestanza atletica, approfittando di una Sakkari che ancora una volta ha tentennato nei momenti più importanti del match.

Il primo set è volato nelle mani di Kontaveit in soli 27 minuti: troppi errori per Sakkari (13, contro solamente 2 vincenti), decisamente tesa per l’occasione e incapace di lasciare andare i suoi colpi usuali colpi vincenti da fondocampo. La greca tuttavia non si è persa d’animo e ha iniziato a combattere colpo su colpo, prima aggrappandosi ai propri turni di servizio e poi, dopo aver tenuto un difficile game da 16 punti sul 3-3 ha piazzato la zampata vincente aggiudicandosi il secondo parziale per 6-3 e trascinando la partita al terzo con un’avversaria che pareva decisamente in difficoltà con le gambe.

Il grande equilibrio dell’inizio del terzo set sembrava essersi interrotto quando Sakkari ha dato un colpo di acceleratore prendendosi il campo e il break di vantaggio per il 3-2. Ma dopo aver restituito immediatamente il favore (cedendo la battuta a zero, peraltro), ha commesso l’errore fatale quando, sul 3-4, si è fatta rimontare un game di servizio da 40-0, invischiandosi in una battaglia di 18 punti chiusa con un doppio fallo e un errore gratuito e consegnando quindi la vittoria a Kontaveit.

Davvero troppi i 31 errori gratuiti di Sakkari contro solamente 17 vincenti (32-34 il bilancio per Kontaveit), che non è riuscita a nascondere la delusione davanti ai microfoni dopo la fine della partita: “Ero molto vicina a cogliere questa grande occasione e l’ho buttata via, un’altra occasione sprecata. Questo è uno degli aspetti su cui voglio lavorare per la prossima stagione, soprattutto dal punto di vista mentale”.

“Partita molto dura – ha dichiarato invece Kontaveit – Maria ha migliorato molto il suo gioco dopo il primo set, soprattuttu al servizio Quando sono andata in svantaggio di un break nel terzo set mi sono detta che mi sarei divertita il più posibile per cui sono riuscita a decontrarmi e a giocare in maniera più rilassata.”

I precedenti ufficiali tra Muguruza e Kontaveit parlano di 3 vittorie a 2 in favore di Muguruza, l’ultima delle quali arrivata proprio due giorni fa in questo stesso torneo. Tuttavia tre di questi cinque incontri sono datati 2016 e 2017, quindi il loro risultato probabilmente non è troppo rilevante.

La finale si giocherà mercoledì sera alle 19.30 locali, le 2.30 in Italia.

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WTA Finals: Sabalenka smarrisce il servizio, in semifinale va Sakkari

Tra equilibrio e tanti errori Maria Sakkari supera Aryna Sabalenka e raggiunge Kontaveit in semifinale

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Maria Sakkari - WTA Finals Guadalajara 2021 (foto WTA Finals)

M. Sakkari b. A. Sabalenka 7-6(1) 6-7(7) 6-3

È indubbio che il tennis è uno sport creato per l’eliminazione diretta, dove chi vince va avanti e chi perde va a casa. Semel in anno si gioca con il girone all’italiana, nelle Finals dei due circuiti, ma è quando si può assaporare l’atmosfera del “dentro o fuori” che il tennis dà il meglio di sé.

Alle Akron WTA Finals di Guadalajara l’ultimo incontro del round robin nel gruppo Chichen Itza tra Aryna Sabalenka e Maria Sakkari era di fatto un quarto di finale, perché la vincitrice avrebbe conquistato il secondo posto nel girone avanzando alle semifinali per incontrare Anett Kontaveit, vincitrice del gruppo Teotihuacan.

 

In un match tra due giocatrici non certo famose per i loro nervi d’acciaio, è stata Maria Sakkari a mantenere maggiormente il controllo delle sue emozioni nelle due ore e 47 minuti di gioco. Una grossa mano gliel’ha data il servizio dell’avversaria, in una delle sue peggiore giornate in quel colpo: 59% di prime palle, ma 36% di punti vinti sulla seconda e soprattutto 19 doppi falli, di cui due consecutivi molto pesanti nel tie-break del primo set. La qualità del tennis non è stata eccelsa: 29 vincenti e 56 errori gratuiti per Sabalenka, 27 vincenti e 36 gratuiti per Sakkari. Ma l’equilibrio, la tensione e la grande partecipazione del pubblico, che ha inneggiato ora l’una ora l’altra giocatrice hanno reso il match speciale.

All’inizio del match il nervosismo per la posta in palio era palpabile, nessuna delle due riusciva a dare continuità al proprio gioco. Lo stile di gioco delle due protagoniste è noto, simile ma diverso: più potente per Sabalenka, più atletico per Sakkari. Due rapidi break nelle fasi iniziali hanno subito dato l’impressione che i servizi non avrebbero dettato legge nella partita, anche se non è mai capitato che una delle due giocatrici di avvantaggiasse sull’altra di più di due game. Sakkari cedeva un game tostissimo dal 40-15 mandando Sabalenka a servire per il match, ma l’occasione se ne andava più velocemente di quanto non fosse arrivata. Si arrivava a una piccola chance sul 6-5 30-30 per la Bielorussa, ma il suo diritto volava in corridio. Si giungeva quindi al tie-break, dove la differenza la faceva questa volta la battuta: tre aces per Sakkari, due doppi falli per Sabalenka, e 7-1 per la greca.

Il secondo set è andato via abbastanza tranquillo per i primi sei game, fino al break subito da Sakkari sul 3-3. Sabalenka sul 5-3 si procurava anche due set point sul servizio dell’avversaria, ma era Sakkari ad annullare con gran coraggio. Lo psicodramma a quel punto era in pieno svolgimento: tre break degli ultimi tre giochi del set, e nuovo tie-break. Questa volta si procedeva punto a punto, il primo doppio fallo di Sabalenka arrivava sul 3-3, ma si rimaneva con il testa a testa. Il primo set point è per Aryna, ma è il secondo a essere quello buono.

Oltre due ore di gioco per arrivare al terzo set. Inevitabilmente all’inizio del parziale decisivo c’è stato un po’ di rilassamento, e Sabalenka iniziava con il suo show di doppi falli, minimo due per turno di battuta. Due break nei primi due giochi, poi la bielorussa metteva male un piede, ma le reazioni si limitavano a qualche smorfia. Sul punto a punto era Aryna ad avvantaggiarsi sul 3-1, ma da quel momento in poi diventava schiava del suo servizio: “Davvero non riesco a credere di aver servito così male oggi – ha detto una comprensibilmente delusa Sabalenka dopo il match – non sono riuscita a trovare il ritmo per tutta la partita ed è stato un disastro”. Ben 19 per lei i doppi falli totali, di cui 10 soltanto nei cinque turni di battuta del terzo set. Con una striscia di cinque games di fila Sakkari prendeva il controllo del punteggio, se non della partita, e conquistava la semifinale alla sua prima partecipazione alle WTA Finals.

È stata davvero una partita da montagne russe – ha dichiarato Sakkari nell’incontro post-match con la stampa – prima era avanti lei, poi io, alla fine ho giocato con il cuore e sono riuscita a vincere. Giocare per la prima volta di notte è ho impiegato un po’ ad abituarmi alle condizioni. Aryna ha un’apertura alare notevole, è difficile riuscire a servire in modo da metterla in difficoltà, ma una volta che sono riuscita a trovare il giusto schema le cose sono migliorate”.

Il torneo ovviamente non è ancora finito, ma sono molto contenta di essere arrivata in semifinale, cercherò di divertirmi il più possibile domani“.

Nel pomeriggio si era disputata l’altra partita del girone, totalmente ininfluente ai fini della qualificazione, nella quale la spagnola Paula Badosa, già con la testa alla semifinale di martedì, aveva perduto contro la già eliminata Iga Swiatek per 7-5 6-4.

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