È doping perché lo voglio io

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È doping perché lo voglio io

Alle radici di una questione complessa. La WADA e i criteri di inserimento dei farmaci nella lista nera non sono scientificamente impeccabili ma l’intera vicenda doping mal si presta a giudizi tranchant

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L’enorme fragore seguito alla conferenza stampa di lunedì sera (in Europa) di Maria Sharapova, seguito dalle sorprendenti leggerezze dell’ex ministro Bachelot ha scatenato un dibattito che non ha risparmiato nessuno. Tutti – addetti ai lavori, esperti, medici, tifosi, spettatori, passanti – hanno scoperto di avere un’opinione su un argomento terribilmente complicato. Senza dover richiamare Dahl, sappiamo che in fondo uno dei tanti vantaggi di un sistema democratico, è proprio quello di far esprimere chiunque e l’alternativa produrrebbe effetti peggiori. Quindi lungi da noi l’idea di impedire o – peggio – stabilire, chi debba intervenire e chi no; anzi, al contrario, cerchiamo di allargarne il numero provando a fornire delle informazioni o dei punti di vista (o dei punti di vista mascherati da informazioni…), utili soprattutto per “gli addetti ai lavori”, che più di tutti si sono lanciati in interpretazioni legalistiche, quando andava bene. A proposito dei “legalisti”. Questo articolo non è per loro, potete tranquillamente saltarlo e leggere solo l’ultimo periodo, se avete voglia. Per gli altri, speriamo sia utile.

Cos’è il doping?

La prima cosa che si scopre è che esistono tante definizioni quante sono gli organismi che se ne occupano. Impossibile rendere conto di tutte, ne prenderemo tre che ci sembrano in ogni caso abbastanza in linea con tutte le altre.

 

Per il Consiglio d’Europa (1972) “il doping consiste nella somministrazione o assunzione, da parte di individui in buona salute, di sostanze di ogni genere che sono estranee alla costituzione dell’organismo, di sostanze fisiologiche non naturali o che sono utilizzate in maniera abnorme, al fine di migliorare artificialmente e scorrettamente la prestazione in un evento sportivo. Inoltre devono essere considerati doping anche un certo numero di interventi psicologici attuati per migliorare la prestazione”.

Nel 1998 la Fifa ha inteso per doping “ogni tentativo non fisiologico di aumentare le capacità fisiche e psichiche del giocatore o di trattare disturbi o lesioni, quando non giustificato sul piano medico, per il solo scopo di prendere parte alla competizione, impiegando (per auto-somministrazione) somministrazione o prescrizione, una sostanza dopante vietata, quale che sia la persona che abbia preso l’iniziativa, atleta o altro (allenatore, preparatore, medico, fisioterapista o massaggiatore), prima o durante una competizione. [Il doping] rappresenta un pericolo acuto o cronico per la salute del giocatore, con possibili conseguenze fatali”.

Naturalmente di doping parlano vari ordinamenti nazionali. Estrapoliamone uno per tutti, quello dell’Agenzia francese per la lotta contro il doping. Secondo l’Agenzia doparsi significa “assumere sostanze – o adottare processi – capaci di modificare artificialmente le capacità di un atleta o di nascondere l’assunzione di sostanze in grado di modificare queste capacità”.

Tutte queste definizioni convergono su una cosa che sembrerebbe chiara: non puoi migliorare la performance assumendo sostanze illecite. Se ne deduce quindi che puoi migliorare le tue prestazioni assumendo sostanze lecite, che evidentemente devono esistere. A questo punto cercheremo di capire il motivo per il quale una sostanza viene definita illecita.

L’arrivo della WADA

Le Federazioni Nazionali e Internazionali hanno vagato in ordine sparso fino al 1999, quando il Comitato Internazionale Olimpico ha creato una Fondazione che avrebbe dovuto coordinare la lotta antidoping, la ormai arcinota WADA (World Anti-Doping Agency). Per raggiungere il proprio obiettivo, questa Fondazione pubblico-privata  avrebbe dovuto cooperare con le varie autorità governative, più in generale con le autorità pubbliche, con le varie Federazioni Internazionali e con i Comitati Olimpici Nazionali (in Italia il CONI) dal quale dipendono le varie Federazioni locali. La cooperazione serve perché ovviamente la WADA non è in grado né di comminare squalifiche né di emanare leggi o regolamenti. La speranza era che la cooperazione portasse ad uniformare sia gli ordinamenti sportivi che gli ordinamenti ordinari. Come si sa le cose procedono lentamente, ma la WADA è diventata – tra vari intoppi e molte critiche – un punto di riferimento per la lotta contro il doping. Il ruolo fondamentale della WADA, col passare del tempo, è stato quello di dire cosa è proibito e cosa no. Attenzione: nessun ordinamento nazionale è obbligato – e non potrebbe essere altrimenti – a seguire le direttive, tant’è che alcuni stati hanno una legislazione che non segue certo pedissequamente le indicazioni della WADA. Ovviamente è più complicato disattenderle da parte dei Comitati Olimpici Nazionali che infatti, nella quasi totalità dei casi, adottano come proprie le decisioni della WADA. Soprattutto, delegano alla WADA, la decisione su cosa è lecito e cosa no. Ma in in base a che cosa?

Le sostanze illecite secondo la WADA

La WADA ha fin qui pubblicato tre diverse versioni del codice, una nel 2003, una nel 2009 e l’ultima, quella adesso  in vigore, nel 2015. Nel capitolo 4 di quest’ultimo codice, al punto 3, si specifica il procedimento attraverso il quale una sostanza viene inserita nell’elenco di quelle proibite. Anche qui, prima di osservare i criteri, sarà il caso di fare una precisazione: le sostanze non inserite non sono, non dopanti, se per “doping” intendiamo quello specificato dalle definizioni riportate sopra. Sono soltanto lecite. Infatti se il doping è identificato come quell’attività (somministrazione, pratiche, interventi artificiali) che serve a migliorare le prestazioni e alcune sostanze, pratiche, interventi aiutano artificialmente a migliorare le prestazioni ma NON sono incluse nella lista della WADA significa che esiste un doping, diciamo così, lecito. Quando diventa illecito? Per diventare illecita la sostanza deve soddisfare DUE delle seguenti tre condizioni:

La prima: quando (punto 4.3.1.1) “evidenze mediche o di altro tipo mostrano che la sostanza, pratica, intervento in questione ha la possibilità – da solo o in combinazione con altre sostanze – di migliorare le prestazioni o le migliora effettivamente”.

La cosa interessante è che questo aspetto, da tutti considerato quello determinante, in realtà NON BASTA a definire illecita una sostanza. Cioè io posso tranquillamente assumere qualsiasi cosa a condizione che gli altri due criteri NON siano soddisfatti. Quali sono questi due criteri? Vediamoli.

Il punto 4.3.1.2 ci dice che la sostanza, intervento, pratica deve avere prove mediche o scientifiche che rappresenti un potenziale (o che lo sia effettivamente) rischio per la salute. Se il medicinale o la pratica migliora le prestazioni in modo artificiale E CONTEMPORANEAMENTE mette a rischio la salute di chi l’assume allora il farmaco finisce nella lista proibita.

C’è una terza condizione, che potrebbe entrare in gioco. Ed è una condizione che davvero lascia perplessi. Se esiste una sostanza che migliora la prestazione SENZA nessuno rischio per la salute, questa può ugualmente essere inserita nella lista delle sostanze proibite se il suo uso (punto 4.3.1.3) viola “lo spirito dello sport!” Cos’è questo “spirito dello sport”? È “described in the introduction to the Code”.

A pag. 14 del Codice “Fundamental Rationale For The World Anti-Doping Code” si dice che “lo spirito dello sport è l’essenza degli ideali e dei valori olimpici, il perseguimento dell’eccellenza umana attraverso la perfezione rivolta al naturale talento di ogni persona. Lo spirito dello sport è la celebrazione dello spirito, del corpo e della mente umana, e si riflette nei valori che ritroviamo e diffondiamo attraverso lo sport, tra cui:

– Etica, fair play ed onestà
– Salute
– Eccellenza nella performance
– Carattere ed educazione
– Gioia e divertimento
– Lavoro di squadra
– Dedizione ed impegno
– Rispetto delle regole e delle leggi
– Rispetto per se stessi e per gli altri partecipanti
– Coraggio
– Condivisione e solidarietà

Come chiunque può osservare è davvero misterioso comprendere in che modo si possa giudicare la violazione dello “spirito dello sport” senza scadere in una qualche forma di soggettività.

Quello che emerge è una preoccupante discrezionalità da parte dell’Agenzia nel decidere cosa inserire e cosa no. Che non è esattamente il modo migliore per affrontare un tema così complesso.

Nel caso Sharapova per esempio, posto che sia dimostrato che il meldonio migliora le prestazione qual è il secondo criterio che ha indotto la WADA ad inserirlo nella lista dei farmaci proibiti? E perché, in questa vicenda, si fa riferimento sempre al primo criterio ma nulla si sa della violazione del secondo?

Conclusioni

Se le cose stanno come descritte diventa complicato fare particolari distinzioni tra atleta e atleta. L’assunzione del farmaco, se per farmaco intendiamo dalla semplice aspirina allo steroide più invasivo, o l’esercizio di una pratica – questione ancora più oscura che riguarda la liceità dell’autoemotrasfusione o l’uso di camere per l’ossigenazione – può diventare illegale da un anno all’altro. E purtroppo, se diventa illegale nel modo descritto sopra, è impossibile comprendere se il motivo per cui è diventata illegale è ragionevole o meno. O, per essere maggiormente cauti, è impossibile comprenderne il motivo per la pubblica opinione. Non possiamo ovviamente escludere che gli organismi della WADA abbiano – o utilizzando strutture proprie o appoggiandosi a laboratori altri – le informazioni scientifiche sufficienti per soddisfare i due criteri “oggettivi” di cui abbiamo parlato sopra. Anzi, ci auguriamo che sia così e vogliamo crederci. Ma se ne avessero uno soltanto, come sembra anche dalle assurde “note esplicative” che accompagnano la lista delle sostanze proibite per il 2016, il secondo sarebbe semplicemente oggetto di controversie oscure e sospette. E non aiuta di certo il fatto che la stessa WADA non sia un esempio di trasparenza, visto che è pratica complicatissima comprendere come siano scelti i membri del suo board.  Quindi ancor prima di dar addosso a Sharapova, Nadal, Djokovic e domani Federer, Serena Williams e chissà chi altri, sembrerebbe necessario trovare un modo per rendere chiari i contorni dell’affaire doping. Ma c’è davvero questo modo?

Cerchiamo di tornare all’essenziale. Gli atleti, ma gli esseri umani in generale, da sempre – e per “da sempre” si intende sin dalle olimpiadi greche – hanno cercato qualcosa che li facesse andare più veloce, li facesse essere più resistenti alla fatica, che migliorasse i riflessi o la capacità di concentrazione. E da sempre hanno fatto uso di tutte le possibilità che il proprio tempo gli concedeva. Il fatto è che i tempi moderni sono anche pericolosi, ma si sbaglia chi pensa che lo siano per la prima volta, visto che i primi morti risalgono addirittura al XIX secolo. Ed è vero che ci troviamo di fronte a tre opzioni e tutte e tre poco desiderabili.

  1. Liberalizzazione
  2. Totale proibizionismo
  3. Regolamentazione

Vediamole nel dettaglio.

  1. A questo punto, perché non liberalizzare tutto allora? Ognuno prenda quello che vuole e se la veda con la sua coscienza e con il suo fisico. Esistono almeno due controindicazioni a questa soluzione, la prima di carattere morale, la seconda “sportivo”. Quella di carattere morale è che a nessuno dev’essere consentito di fare scempio del proprio corpo, quali che siano le motivazioni. È questo il motivo per cui la prostituzione è illegale e la gestazione per altri pure. Il “vendere” il proprio corpo per il nostro divertimento dovrebbe essere pratica proibita nelle società civili;
    quello di carattere sportivo riguarda la già accentuata ineguaglianza di opportunità che sussistono nello sport. Uno dei luoghi comuni duri a cadere è che lo sport metta tutti quanti nelle condizioni di competere alla pari. Ovviamente, a parte le eccezioni, è una sciocchezza, visto che molto dipende banalmente dalle possibilità che hai di allenarti, di avere o no buoni maestri, dalle possibilità economiche. E non è certo agli appassionati di tennis che questo va spiegato. La libera ricerca farmaceutica non è alla portata di tutti e – più di ora… – i vincitori slam si deciderebbero al chiuso di chissà quale Consiglio di Amministrazione.
  2. E allora vietiamo tutto, pure acqua e zucchero. A parte la palese impossibilità della soluzione anche qui non si capisce perché mai proibire qualcosa che non fa male. Certo, la soluzione avrebbe il pregio di essere egualitaria ma se restiamo nel mondo reale diventa semplice comprendere come sembri una strada impraticabile.
  3. La terza è la soluzione che stiamo adottando. E della quale si vedono ogni giorno le controindicazioni.

Per una volta almeno abbiamo la soddisfazione che tra tutte queste forse inestricabili difficoltà, almeno la legge italiana, svetta per coerenza: in Italia infatti “costituiscono doping la somministrazione o l’assunzione di farmaci o di sostanze biologicamente o farmacologicamente attive e l’adozione o la sottoposizione a pratiche mediche non giustificate da condizioni patologiche ed idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti”. La vera differenza è appunto la “condizione patologica” unica che giustifica il ricorso ai farmaci.

Mestamente, ci avviamo alla conclusione, pensando che alla fine il vero doping è definito proprio dalla WADA:

“Doping is defined as the occurrence of one or more of the anti-doping rule violations set forth in Article 2.1 through article 2.8 of the World Anti-Doping Code”.

“Con il termine doping si intende il verificarsi di una o più violazioni previste dal Regolamento dell’attività anti-doping”.

È doping perché lo voglio io.

(hanno collaborato Silvia Berna, Chiara Bracco, Marco Lauria, Benedetto Napoli, Tommaso Voto)

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Wimbledon, il ritorno al top di Halep: dall’onore mancato del primo martedì all’obiettivo del bis a Londra

Nei quarti di finale la tennista rumena affronterà Amanda Anisimova a cui ha concesso tre game a Bad Homburg due settimane fa

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Simona Halep - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)
Simona Halep - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)

Per Simona Halep le premesse per questo Wimbledon non erano delle migliori. Era reduce dal forfait di Bad Homburg, per quel problema al collo che l’ha costretta al ritiro prima della semifinale con Andreescu: “Mi dispiace, ma sfortunatamente stamattina mi sono svegliata con il collo bloccato. Non avrei potuto giocare al massimo“. Con queste parole la campionessa 2019 di Wimbledon si congedava dal torneo, accompagnata da una dose di scetticismo circa il suo stato di salute in vista dei Championships.

Poi il rientro, e la speranza di aprire il programma sul Centre Court nella seconda giornata del torneo, un onore che solitamente spetta alla vincitrice uscente, ovvero Ashleigh Barty, che nel frattempo si è ritirata. La possibilità per Halep di aprire la seconda giornata dell’edizione 2020 da campionessa in carica se l’era portata via il Covid, lo scorso anno è stato un infortunio al polpaccio, mentre quest’anno Iga Swiatek. Non erano pochi coloro che pensavano fosse giusto assegnare ad Halep l’onore di aprire il programma del primo martedì di Wimbledon.

 

Simona ha accettato la decisione degli organizzatori senza battere ciglio. Poi è scesa in campo e ha messo in fila: Muchová, Flipkens, Fręch e Badosa. Ma sono stati mesi duri per Halep ““È stato l’anno più difficile della mia vitaha detto del suo 2021. Il ritiro sembrava un porto sicuro per non essere travolta dalla tempesta. Poi il cambio di allenatore, l’arrivo del guru Mouratoglou che l’ha aiutata a credere in se stessa, a darle la possibilità di realizzare i suoi sogni: “Mi ha dato quella fiducia che possa ancora essere in cima, ma questo non significa che accadrà. Devo solo darmi la possibilità di dare il massimo e vedremo, sono rilassata in entrambi i casi, ma sono motivata a farlo“.

E poi la vita restituisce sempre, a Simona ha restituito il suo agognato centrale ieri contro Paula Badosa. Si è trattato di un assolo della rumena che alla spagnola n.4 del ranking ha concesso solo 3 game. Una prova di forza su un palcoscenico che aspettava da tre anni; quanta vita trascorsa da allora, quante cose le sono capitate. Ora secondo gli addetti è lei la favorita per il torneo, e anche per le maggiori agenzie di scommesse. Intanto c’è da giocare un quarto di finale contro Anisimova: sarà il quinto quarto di finale giocato a Wimbledon, terza tra le tenniste in attività dietro alle sorelle Williams, il sedicesimo a livello major. Il match sarà complicato, ma le due si sono affrontate poche settimane fa a Birmingham e la romena rifilò all’americana un 6-2 6-1. “Sarà un match complicato rispetto a quello – si schermisce Halep -. Mi concentro su me stessa, l’obiettivo è replicare il livello di gioco visto contro la Badosa. Sono pronta e carica“. Anisimova e le altre sono avvisate: Simona Halep sembra tornata al suo top della forma. E per le avversarie non è una bella notizia.

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Editoriali del Direttore

Wimbledon: pochi avrebbero reagito come Jannik Sinner ai 2 match point mancati [VIDEO]

Sinner che non perde un game di servizio in 7 set fra Alcaraz, favorito a 3,15 dai bookmakers, e Isner, merita gli elogi di Djokovic che lo conosce bene: “Jannik ha tutti i colpi”. Ma Rafa Nadal oggi vuole conquistare il nono quarto di finale ai Championships e il… 23° Slam

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Spero proprio che Gianni Clerici abbia condiviso con noi da Lassù questa splendida giornata di festa per il tennis italiano. Sono quasi sicuro che lo ha fatto in questa serata che, in un torneo che sembrava compromesso quel martedì in cui si è scoperto che Matteo Berrettini aveva il Covid, non ci aspettavamo davvero di vivere. Come sarebbe stato contento di averlo visto dal vivo. Gianni, aveva seguito Jannik da sempre, amico e “consulente” come era da sempre di Riccardo Piatti, l’ex coach di Jannik.

Adesso, come tutti sanno, Jannik ha cambiato coach e team, ma certo Gianni avrebbe continuato a seguirlo e sostenerlo con l’abituale sostegno. 

Jannik Sinner era arrivato qui a Wimbledon senza aver mai vinto un solo match sull’erba. Ne ha vinti adesso 4 di fila nel torneo più importante di tutti, smentendo ogni pronostico – i bookmakers pagavano una sua vittoria contro Carlos Alcaraz, dal quale aveva perso due volte su due, 3,15 volte la posta – e lui che è stato spesso nell’occhio del ciclone per via di un servizio non irresistibile è riuscito a non perderlo mai in sette set, sì, neppure una volta, né con John Isner né con Carlos Alcaraz.

 

Contro lo spagnolo Jannik ha salvato 7 palle break, la prima nel secondo game del secondo set grazie a un missile super coraggioso di dritto sparato sulla riga, le altre sei tutte nel quarto sofferto set, nel quale tuttavia ha mostrato tutti gli attributi del miglior Thoeni nelle discese olimpiche, una solidità nervosa fuori dal comune perché non era davvero facile dimenticare di avere già avuto 2 matchpoint nel tiebreak del terzo set, un’ora e 7 minuti prima del sesto matchpoint finalmente trasformato.

CONFERENZA JANNIK SINNER

Non so quanti, all’esordio su quel Centre Court dove in mattinata erano sfilati tanti supercampioni di Wimbledon, avrebbero avuto la forza mentale  per dimenticare il piccolo grande trauma di due matchpoint non trasformati nel terzo set.

Sul primo aveva messo un rovescio in rete dopo uno scambio pesante, ma sul  secondo, 8-7 per Jannik dopo un servizio vincente e lo spagnolo alla battuta, il rimpianto poteva essere maggiore. Alcaraz ha battuto una seconda palla non irresistibile e lui che ne aveva intuito la traiettoria si era spostato per attaccare la risposta con un dritto potenzialmente vincente

Solo che lo ha messo malamente in rete. Dopo di che sull’8 pari Carlito si è inventato una demivolee incredibile diventata una sorta di dropshot stretto e incrociato assolutamente imprendibile. Cui ha fatto seguito un errore di rovescio di Jannik ed ecco tutto da rifare (come avrebbe detto Ginettaccio Bartali, ma anche il primo telecronista Rai degli anni sessanta, Giorgio Bellani).

Quanti sarebbero riusciti a non perdere la testa, a restare calmi? Alcaraz si era rifrancato, dopo i pessimi primi due set, Jannik che aveva perso nei primi 12 turni di servizio la miseria di 15 punti, non era più così incisivo. Tuttavia è stato bravo, bravissimo, a reggere l’urto dello spagnolo che naturalmente aveva cominciato a crederci.

Due palle break annullate nel primo game del quarto set, tre nel quinto da 0-40 quando ha servito alla grande, e poi un’altra ancora sul 5-3 quando serviva per il match. ma dopo aver mancato altri tre matchpoint sul 5-2 e servizio Alcaraz. Veniva allora di fare gli scongiuri se il tuo vicino ti diceva: “Vuoi vedere che ora che lui non ha mai perso il servizio lo perde proprio adesso?” E l’andamento del game lo faceva temere, 0-15,poi 15 pari ma anche 15-30, 30 pari e poi 30-40 quando con grande coraggio Jannik ha tirato un dritto a tutta randa. Poi un servizio vincente per conquistare l’insperato ma meritato quarto di finale.

Eccolo quindi raggiungere gli altri 5 azzurri che hanno raggiunto lo stesso suo risultato a Wimbledon, De Morpurgo nel 1922, Pietrangeli (1960), Panatta (1979), Sanguinetti (1998), Berrettini (2021).

Ma nessuno c’era riuscito così giovane. E in una giornata, oltretutto, cominciata sotto gli sguardi di tanti campioni del passato che si sono seduti, in gran parte, nel Royal Box e chissà che qualcuno di loro non lo abbia visto giocare dal vivo per la  prima volta.

Alla celebrazione del centenario del “centre court” hanno preso parte una venticinquina di campioni di Wimbledon che hanno fatto la storia dei Championships, Laver, Newcombe, Smith, Kodes, Borg, McEnroe, Borg, Cash, Edberg, Ivanisevic, Hewitt, Federer, Nadal, Murray, Djokovic e fra le donne Angela Mortimer (90 anni campionessa nel ’61), Billie Jean King, Chris Evert, Martinez, Venus Williams (non c’era Serena…), Bartoli, Hingis, Kvitova, Kerber, Halep, (non c’era Muguruza…), più Navratilova e Wade assenti per Covid. E’ stata Billie Jean King a menzionare il virus che ha colpito improvvisamente Martina che per l’appunto l’altra sera si era concessa dei selfie con i nostri collaboratori Antonio Ortu, deus ex machina del nostro Instagram, e Claudio Giuliani che invece è il nostro social media manager.  Credo che stiano entrambi toccando ferro.

Come ormai tutti sapete – abbiate o non abbiate visto i quattro video che ho fatto per questa home page, ma anche per quella inglese nonché per Instagram e TikTok (da qualche parte ho detto che Sinner aveva battuto Sinner invece di Isner !… Ma mi perdonerete se non ho rifatto il video alle una di notte, e non solo per mio egoismo, ma per “risparmiare” chi lo doveva montare!) –  Jannik dovrà giocare contro Djokovic nei quarti. 

Il campione serbo a caccia del ventunesimo Slam e del settimo Wimbledon ha vinto con l’olandese Tim Van Rijthoven la sua venticinquesima partita di fila sull’erba di Wimbledon, avendo vinto le ultime tre edizioni del torneo, 2018-2019, 2021 e 4 partite quest’anno. Ovvio che sarà favorito con Jannik, da lui battuto 6-4,6-2 nell’unico precedente a Montecarlo un anno fa.

Ma Novak ha risposto in maniera assai cortese e lunga a una mia domanda su Sinner, quando ero rimasto l’unico italiano ancora in sala stampa e quando chi conduceva la conferenza stampa avrebbe voluto interromperla per far parlare i colleghi serbi.

No, lasciate che mi faccia la sua domanda… – ha chiesto esplicitamente un comprensivo Novak sorridendo – anche se sei arrivato in ritardo…”

Stavo infatti registrando i video e sono arrivato di corsa a conferenza avviata.

Jannik ha molto talento, è già certamente un top-player, l’ho visto giocare su diverse superfici ed è maturato molto. Non sembra neppure soffrire la pressione nei grandi palcoscenici…cosa che può capitare ai più giovani. Ha fiducia nelle proprie possibilità, pensa di poter vincere contro chiunque, ed è importante. E’ già un tennista esperto pur essendo così giovane, ha già affrontato più di un top-player. L’ho visto giocare oggi, la sua performance è stata dominante nei primi due set. Poi è diventata una battaglia, più ravvicinata. Ma era sempre nel controllo del match. E’ molto solido, ha tutti i colpi; servizio, risposta, dritto, rovescio. Mette pressione sugli avversari di continuo. Vedo in lui un po’ del mio gioco. Da fondocampo rovesci piatti, subito dopo la riga di fondo…sarà un match complicato per entrambi. Lui gioca veloce, gli piace il ritmo. Ci siamo allenati insieme qualche volta. So che cosa aspettarmi. Ma sarò pronto per questa sfida…

Accennando a queste strisce e questi record formidabili, beh oggi Rafa Nadal cercherà di battere l’olandese Botic van de Zandschulp (mai che abbiano un cognome facile da pronunciare questi olandesi!) per conquistare il suo 47mo quarto di finale in uno Slam e l’ottavo qui a Wimbledon dove ha trionfato nel 2008 e nel 2010. Se vincerà sarà il terzo più anziano quartofinalista dell’era open, dopo Roger Federer e Ken Rosewall.

Nella giornata odierna scendono in campo ben tre australiani. Kyrgios contro Nakashima, Kubler contro Fritz, De Minaur contro Garin (il cileno che ancora ringrazia il COVID di Berrettini!). Vincessero tutti e tre sarebbe la prima volta che 3 Aussies ce la fanno dal 1971 e la prima volta che succede a in uno Slam dall’Australian Open del 1981.

Per i due americani, Fritz e Nakashima, beh nessuno di loro due ha mai centrato i quarti in uno Slam. Infine se Garin arrivasse nei quarti sarebbe il primo dai tempi (2009) di Fernando Gonzalez, Mano de Pedra.

Queste infine le teste di serie eliminate:

Primo turno

Uomini
7 Hurkacz (Davidovich Fokina)
6 Aliassime (Cressy)
16 Carreno Busta (Lajovic)
18 Dimitrov (Johnson)
24 Rune (Giron)
28 Evans (Kubler)

Donne
7 Collins (Bouzkova)
14 Bencic (Wang)
18 Teichmann (Tomljanovic)
21 Giorgi (Frech)
22 Trevisan (Cocciaretto)
23 Haddad Maia (Juvan)
27 Putintseva (Cornet)
30 Rogers (Martic)
31 Kanepi (Parry)



secondo turno

Uomini

3 Ruud (Humbert)
12 Schwartzman (Broady)
13 Shapovalov (Nakashima)
15 Opelka (van Rijthoven)
17 Bautista Agut (COVID)
26 Krajinovic (Kyrgios)
31 Baez (Goffin)
Donne 
2 Kontaveit (Niemeier)
6 Pliskova (Boulter)
9 Muguruza (Minnen)
26 Cirstea (Maria)
29 Kalinina (Tsurenko)

Terzo turno

Uomini
4 Tsitsipas (Kyrgios)
22 Basilashvili (Van Rijthoven)
29 Brooksby (Garin)

Donne
1 Swiatek (Cornet)

5 Sakkari (Maria)
8 Pegula (Martic)
11 Gauff (Anisimova 20)

15 Kerber (Mertens 24)
28 Riske (Bouzkova)
33 Zhang (Garcia)Ottavi
Uomini
5 Alcaraz (Sinner 10)
23 Tiafoe (Goffin)
Donne
12 Ostapenko (Maria)

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ATP

Wimbledon, Goffin vince una maratona di 4h30′ contro Tiafoe e va ai quarti: troverà Norrie, la speranza Brit

Il belga torna nei quarti a Wimbledon dopo averli raggiunti anche nel 2019. Sfiderà Cameron, il primo suddito della Regina nei quarti da Murray 2017

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Cameron Norrie - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)
Cameron Norrie - Wimbledon 2022 (Twitter - @Wimbledon)

D. Goffin b. [23] F. Tiafoe 7-6 5-7 5-7 6-4 7-5

David Goffin eguaglia il suo miglior risultato a Wimbledon (e negli Slam). Il belga ha superato al quinto set (7-6 5-7 5-7 6-4 7-5) dopo una maratona di oltre 4 ore e mezza Frances Tiafoe ed è così tra gli ultimi 8 giocatori in gara ai Championships 2022: aveva raggiunto questo traguardo a Londra anche nel 2019 e altre due volte (una a Parigi e una a Melbourne). È stato un match a tratti entusiasmante, con continui colpi di scena. David è stato nel complesso più continuo e spesso anche più propositivo rispetto all’avversario che ha comunque mostrato un livello di attenzione costante, a dimostrazione della maturità ormai raggiunta dall’americano. Goffin si conferma però un raffinato interprete dell’erba. Contro Norrie avrà una grande occasione per conquistare la prima semifinale Slam della carriera.

IL MATCH – Dopo il break in apertura di Goffin, nel quarto game gli standard di gioco si alzano decisamente: Goffin cerca spesso la rete, Tiafoe fa il tergicristallo anche da molto lontano rispetto alla linea di fondo campo ma riesce a trovare un paio di guizzi che gli permettono di effettuare il contro break alla seconda opportunità. Dopo aver chiuso il punto che vale il 2-2 con una volée colpita in risposta a un passante di ovescio quasi a botta sicura di Goffin, l’americano dà un primo assaggio delle sue doti di showman avvicinandosi e stringendo le mani ad alcuni spettatori che si complimentano con lui. Nei giochi successi non mancano le occasioni di break da entrambe le parti, ma nessuno riesce a concretizzarle più per meriti dell’avversario che per demeriti propri. Dopo oltre un’ora di set molto equilibrato si arriva così al tie-break, da cui esce vincitore il più propositivo dei due: Goffin.

 

Tiafoe non ha però intenzione di arrendersi dopo solo un set. Sull’1-1 Goffin non sfrutta ben sei occasioni per tenere il servizio in un gioco in cui era avanti 40-0 e l’americano, più propenso a prendere in mano le redini dello scambio, brekka. Pochi minuti dopo ha anche diverse occasioni per operare il doppio break e andare in fuga. Il belga, però, non regala nulla e dopo essersi salvato ha la forza e il cinismo per riagganciare l’avversario sul 3-3. In ogni game è battaglia: Tiafoe dà l’impressione di avere il potenziale per accelerare ma sbaglia spesso sul più bello. Non, però, all’ennesima palla break del set sul 5-5: Frances entra bene in campo e chiude con una volée a campo aperto. È lo strappo decisivo per vincere un parziale che poteva finire con più di venti minuti di anticipo. Invece, dopo 2 ore e 15 inizia una partita al meglio dei tre set.

Il match rimane equilibrato anche nel terzo. L’unica novità è che i giochi scorrono molto più rapidamente (soprattutto quelli in cui batte il belga) e le palle break sono meno frequenti. Fino al 5-5 le uniche, nel sesto game, sono appannaggio di Goffin che però non sfrutta una percentuale bassissima di prime in campo dell’avversario. Nell’undicesimo gioco, però, Tiafoe cambia passo e trasforma la prima opportunità di break in suo favore del set. Sul 6-5 Frances si conferma solido e aggressivo e porta a casa il parziale.

Inaspettatamente Tiafoe ha bisogno di un medical time out nella pausa tra terzo e quarto, pur non mostrando particolari problemi fisici. In ogni caso, l’avvio del nuovo parziale è a tinte belghe: David vince 12 dei primi 15 punti e si porta rapidamente sul 3-0 in virtù di una ritrovata spinta che così mancava dal primo set (e di un calo d’attenzione dell’americano). Goffin va anche vicino a mettere un’ipoteca sul parziale quando ha l’occasione per portarsi sul 4-0, ma un dritto lungo linea che sarebbe stato vincente finisce per pochi centimetri in corridoio. La fuga del belga arriva pochi minuti dopo, ma sul 5-1, quando anche Tiafoe era probabilmente già con la testa al quinto set, inizia il black-out di David. Frances non può credere ai suoi occhi e così ne approfitta per recuperare i due break di svantaggio e servire per agganciare l’avversario sul 5-5. Ma qui arriva un altro colpo di scena: Tiafoe sente il momento, commette due doppi falli, sbaglia una chiamata con il falco e non riesce a completare la rimonta. Goffin, senza essersi ripreso più di tanto dal passaggio a vuoto, riesce quindi a chiudere sul 6-4 e a portare la partita al quinto.

Nonostante le quattro ore di match nelle gambe, nel set decisivo il livello di gioco torna ad alzarsi dopo un quarto set piuttosto negativo per entrambi. Le occasioni di break, però, latitano: la stanchezza si fa comunque sentire e i giocatori, dopo essersi concentrati sui rispettivi turni di servizio, si lasciano un po’ andare in risposta. Il punto che porta l’americano sul 5-5, con un botta e risposta di colpi difensivi che diventano offensivi, è uno dei più belli del match. Frances si carica e capisce che deve cogliere l’attimo, ma Goffin tira fuori non uno ma tre jolly (ovvero altrettanti servizi vincenti) per annullare due palle break e salire sul 6-5. L’americano accusa il colpo, mentre il belga è un muro e sul match point ha il coraggio di attaccare. Quando il timer sul campo segna 4 ore e 37, David taglia il traguardo di questa divertente maratona.

[9] C. Norrie b. [30] T. Paul 6-4 7-5 6-4

La prima volta in un quarto Slam non potrebbe essere più dolce per Cameron Norrie: l’inglese centra questo traguardo proprio a Wimbledon, dimostrando la sua solidità con una vittoria in tre set su Tommy Paul. In due ore e 21 minuti Cameron, che non aveva mai oltrepassato il terzo turno in uno Slam prima di questo torneo, è il primo britannico a finire nei Last 8 da Andy Murray nel 2017 ed il quinto suddito della Regina ad avercela mai fatta. Per farcela, nella sua quinta apparizione all’All England Club, ha superato Munar in una battaglia di cinque set, ma poi non ha concesso nulla a Pablo Andujar e a Steve Johnson così come a Paul. Tommy abbandona così quello che è stato per lui un ottimo torneo: agli USA, vista anche l’eliminazione di Frances Tiafoe, restano le carte Brandon Nakashima e Taylor Fritz. Norrie, invece, ha l’occasione della vita: David Goffin è un avversario decisamente ostico, ma in quarti di finale a Wimbledon si può trovare di peggio.

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