(S)punti tecnici della settimana: il professor Novak Djokovic promuove Dominic Thiem

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(S)punti tecnici della settimana: il professor Novak Djokovic promuove Dominic Thiem

Novak Djokovic batte Dominic Thiem in due set. Ma a volte anche un risultato netto nel punteggio può dare tante indicazioni utili

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Una delle cose meno corrette, a livello di analisi di una partita di tennis, che possano derivare dal tifo o anche dalla semplice simpatia nei riguardi di un giocatore, è la tendenza – quasi inconscia a volte – a non accettare la superiorità dell’avversario nel momento in cui il proprio beniamino viene sconfitto. Tipicamente, tale errato ragionamento si svolge così: il tennista che io reputo più forte, se ha perso, vuol dire che non ha giocato al meglio, sennò avrebbe vinto. Nulla di più lontano dalla verità.

Come in tutti gli sport, è ovvio che una giornata negativa, una fase in cui il proprio gioco non va o non si riesce a esprimerlo, può capitare. Ma l’unica giustificazione oggettiva e condivisibile per questi momenti di bassa prestazione è l’eventuale infortunio fisico, magari anche leggero. In tutti, ma davvero tutti gli altri casi, quella giornata non brillante, quel numero insolitamente alto di errori o di scelte tattiche e strategiche poco lucide, fanno parte del giocatore in questione, entrano nella media che definisce la qualità del suo tennis e la sua competitività, tanto quanto le occasioni in cui funziona tutto alla grandissima e la palla viaggia e viene colpita in scioltezza e con successo.

Troppo facile dire che Djokovic (o Federer, o Nadal), quando è al meglio non perde mai. Non è vero, per il semplice motivo che uno sport come il tennis – tra gli altri – è fatto di continuità così come di picchi di prestazione. Pensiamo a un gran premio di Formula 1: in qualifica, conta il giro più veloce. Ma alla fine, il vero risultato, cioè l’ordine di arrivo alla conclusione della gara, viene determinato dalla sessantina di giri necessari al completamento della corsa, compresi di giri più veloci e più lenti. Nella stagione, nella carriera di un tennista, funziona allo stesso modo, entrano nella media (e ci mancherebbe altro) tutti i match giocati. Altrimenti, se si guardano e si evidenziano solo i match “no” o i match “sì”, non si potrà mai avere un quadro oggettivo e plausibile interpretando i risultati.

 

Che vuol dire “essere al meglio”? Rispetto a cosa, a se stessi? E quante volte, in che ambito, su quanti elementi presi in considerazione? Dobbiamo guardare una stagione, un torneo, una partita, un singolo colpo? In questo caso, per dire, praticamente chiunque giochi a tennis, potrebbe teoricamente affermare “al mio massimo, sono meglio di Djokovic”. Prendiamo un buon terza categoria che serve bene, gli diamo 100 tentativi con Nole in risposta, e sono sicuro che un paio di punti diretti, magari quando azzecca la botta a occhi chiusi sulla riga, glieli fa pure lui. Quindi cosa dovremmo concludere, che quel 3.2 al suo meglio (quando prende la riga esterna servendo alla massima velocità possibile) è al livello di Djokovic? Dimenticandoci le altre 98 risposte che Nole non gli fa nemmeno toccare? Troppo comodo.

Di conseguenza, si deve semplicemente prendere atto che a volte anche i migliori vengono “messi sotto”, che sia a livello tecnico, tattico o psicologico. Sono i migliori perché gli capita meno spesso che agli altri, ma le volte in cui accade vanno considerate esattamente come quando sono loro a surclassare gli avversari. A Parigi l’anno scorso Stan Wawrinka ha superato Novak Djokovic, dimostrandosi migliore sia tecnicamente che fisicamente e mentalmente, così come a New York Nole ha superato Roger Federer, punto. Le cosiddette “attenuanti”, circostanze o giustificazioni (per tacer dei discorsi totalmente assurdi su fortuna e sfortuna) non hanno importanza, perché fanno parte del gioco e della realtà di come funziona il tour professionistico. Eh ma Djokovic era scarico e stanco in finale al Roland Garros, eh ma Federer ha avuto 23 palle break a Flushing Meadows: e allora? Una volta è andata male, un’altra è andata bene, e questi due risultati, entrambi giusti e ineccepibili (come è nella natura meritocratica dello sport, e in particolare del tennis per il meccanismo a “compartimenti” del punteggio) entrano a far parte della carriera e della storia del giocatore serbo. Che a volte trova tennisti migliori di lui in un match, e semplicemente ci perde. Il motivo per cui è il numero uno è che è in grado di esprimere con molta più continuità della concorrenza un livello che si dimostra superiore, il che è ben diverso dal dire che “gioca meglio di tutti, sempre, e se perde è colpa sua, nessuno lo può battere se gioca bene”.

Era Djokovic, il vero Djokovic, sia a Parigi che a New York, ed era il vero Djokovic anche ieri sera contro Dominic Thiem. Perché il “vero” Djokovic è il giocatore e la sua prestazione in tutte le partite che gioca, bene o male che riesca a esprimersi (come detto, al netto solo e solamente degli eventuali guai fisici), non l’idea che di Djokovic hanno i suoi tifosi, e questo naturalmente vale anche per tutti gli altri top-player. Nell’ottavo di finale contro il talento austriaco si è visto un Nole assolutamente “autentico”, proprio perché è stato messo spesso in difficoltà, e da par suo ha saputo soffrire con umiltà arrivando a rallentare (!) gli scambi da fondo per non dare ritmo al bombardiere che aveva dall’altra parte, ha saputo incassare vincenti, ha saputo rimediare ai molti errori (spesso provocati, e non gratuiti), ha saputo variare e tener duro nei momenti cruciali, e ha giustamente vinto in due set.

La differenza attuale tra Djokovic e il migliore (insieme a Kyrgios) dei giovani “emergenti” è esattamente quella, un break per set, e nonostante il punteggio parli chiaro, il match va decisamente considerato una promozione per Thiem, proprio perché per ottenere il 6-3 6-4 di ieri sera ci è voluto il miglior Nole, un Nole appunto “vero”. Il miglior Nole non è quello che dispensa 6-1 a destra e sinistra, quando tira tutto senza sbagliare e corre come fosse inesauribile, ma è il fuoriclasse che riesce a superare i momenti difficili chiudendo senza rischiare troppo anche i match in cui la qualità dell’avversario non gli permette di spadroneggiare comandando il gioco. È il Nole che annulla 19 palle break a Federer in 4 set e 14 a Thiem in 2, occasioni meritatamente conquistate da Roger e Dominic giocando meglio, e ancor più meritatamente annullate da Djokovic giocando meglio il punto successivo. Il che può anche voler dire non sbagliare, recuperare una palla in più, mica solo fare ace o tirare accelerazioni sulle righe, ma quello che conta è il risultato che viene annunciato dall’arbitro alla stretta di mano. Al Roland Garros, allo US Open, a Melbourne, a Miami. Cento errori in Australia con Simon e quinto set? Capita, ma chi ha vinto il torneo alla fine? Era il vero Nole quello con Gilles tanto e più che quello che ha poi rullato Federer e Murray, ed è esattamente lì che sta la sua forza.

Dominic Thiem è stato sconfitto, ma ha dimostrato a tutti (e per primo a Djokovic, che si è impegnato e ha dato il massimo dall’inizio alla fine, e se fosse calato di un niente si sarebbe ritrovato magari in lotta in un tie-break dove può succedere qualsiasi cosa, se non addirittura in un pericoloso terzo set) che gli manca poco per poter fare veramente match pari con il migliore. Relativamente poco in termini di punteggio, come si è visto, molto in termini di percentuali di realizzazione e precisione e determinazione nei momenti importanti. La base c’è, insomma. Ma l’ultimo gradino, come sempre, è il più alto da scalare per un giovane, e la possibilità di cadere anche rovinosamente proprio quando si è più vicini al traguardo (esempio, Eugenie Bouchard, due semifinali e una finale Slam a vent’anni, e poi un ridimensionamento tecnico e mentale terribile) è in agguato. Rimanendo però alla larga dai “se” e dai “ma”, che come detto lasciano il tempo che trovano, Thiem deve ripartire dalle 15 palle break a cui è arrivato affrontando il migliore di tutti, sperando di concretizzare maggiormente alla prossima occasione. Come Federer, come Murray, come forse nei prossimi tempi Raonic o Kyrgios. Ci riusciranno? Saranno stati più forti di Djokovic, come è già successo in passato. Non ce la faranno? Il numero uno rimarrà lui. Il resto sono chiacchiere.

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Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

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Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

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US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

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da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

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Montreal, spunti tecnici: Medvedev, essenziale e cattivo per arrivare al top

L’efficienza e l’incisività del tennis di Daniil sono clamorose. E c’è un piccolo personalismo tecnico che fa quasi solo lui

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da Montreal, il nostro inviato

The guy is a machine“, quel tipo è una macchina, ha commentato Nick Kyrgios dopo aver sconfitto di misura Daniil Medvedev per conquistare il titolo di Washington. Non potrei essere più d’accordo col buon vecchio Nick. Il 23enne moscovita che oggi affronterà Nadal nella finale di Montreal, prima volta sia contro Rafa che nell’atto conclusivo di un “1000”, è sinceramente impressionante. La prima cosa che si nota, vedendolo giocare da vicino, è che il ragazzo è enorme. 1,98 per 85 chili, stesse misure di Alexander Zverev e Marin Cilic, per capirci, eppure finchè non sei a due metri da lui non te ne rendi conto, si muove talmente bene da sembrare decisamente più piccolo, soprattutto se visto in televisione. E poi inizia il bombardamento.

La “macchina Medvedev” è totalmente strutturata per essere efficiente al massimo livello possibile, niente fronzoli, nessuna concessione al cosiddetto “bello stile” (bello rispetto a cosa, poi? Che il tennis non sia una gara di tuffi o uno spettacolo di danza si spera che sia chiaro a tutti). La palla gli viaggia a velocità spaventosa, siamo dalle parti proprio di Kyrgios (o Del Potro, o del picchiatore che volete) come potenza e rapidità dei colpi, sia il servizio, che il dritto, che il rovescio. Vediamocelo insieme direttamente dal “court level” del centrale della “Coupe Rogers”, per poi svelare anche un dettaglio tecnico quasi unico, un modo di gestire il cambio di impugnatura peculiare di Daniil assolutamente personale. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, la sequenza di un dritto lungolinea eseguito dopo un passo laterale, open stance, in piena spinta, con impatto in sospensione. Da notare, ed è la caratteristica tecnica principale di Daniil, la linearità, sia del backswing che della successiva sbracciata a colpire. La racchetta va giusta giusta più su della testa del giocatore, e poi rimane al livello delle spalle (e della palla) fino alla fine del follow-through. Bum!, queste sono fucilate che non tornano.

Qui sopra, alcune esecuzioni del dritto su palle a diverse altezze, partendo dall’inizio della preparazione. Da notare, in alto, come Daniil porti la testa della racchetta in avanti verso la palla in arrivo, sotto come l’assetto braccio-racchetta sia sempre perfettamente allineato con la palla stessa, che sia bassa, all’altezza dei fianchi, oppure alta. Semplice, composto, senza sprecare una virgola di energia cinetica e di spinta. Va ancora meglio, se possibile, analizzando il rovescio.

Qui sopra ho evidenziato con la riga gialla i tre momenti “base” dell’esecuzione, ovvero l’apice del backswing, il movimento a colpire, e il finale (prima del rilascio conclusivo che porterà la racchetta dietro le spalle, ma lì ormai è inerzia pura, non c’è più conduzione volontaria dell’attrezzo da parte del giocatore). Anche qui, credo che la pulizia geometrica del colpo parli da sola, nulla da commentare, c’è solo rimanere ammirati nel veder partire la fiondata.

Ancora qualche immagine, di rovesci diversi, per meglio evidenziare quanto sia preciso il movimento di Daniil. Da notare, in alto a sinistra, la bella decontrazione del saltello di approccio in ricerca della palla, per un ragazzone di questa stazza è tanta roba “steppare” con leggerezza simile.

Qui sopra, per completezza, un paio di volée , niente male (potrebbe usare di più e meglio il gioco a rete, a mio avviso, ma si potrebbe dire lo stesso del 90% dei professionisti di oggi), e il servizio. Di nuovo, un gesto completamente privo di movimenti inutili, semplice, con tutte le leve utilizzate in modo corretto, nè più, nè meno. E son botte serie, come i suoi avversari sanno bene.

Ma veniamo, per concludere, alla cosetta un po’ speciale di cui vi accennavo prima. Ecco un breve video tratto sempre dallo stesso allenamento.

Prima a velocità normale, poi in slo-mo per farlo capire bene da due prospettive, vediamo che Daniil, quando passa dalla sua impugnatura semiwestern di dritto “leggera”, non troppo caricata, alla Federer e Berdych insomma, alla classica combinazione continental/eastern del rovescio bimane, lo fa girando la racchetta in senso antiorario, ovvero al contrario! Questo significa che Medvedev colpisce la palla, sia di dritto che di rovescio, con la stessa faccia delle racchetta, il che è rarissimo (lo faceva per esempio Alberto Berasategui, ma per un motivo totalmente diverso, ovvero il grip full-western di dritto che gli faceva portare la racchetta in avanti già girata dall’altra parte).

Alla fine del video, però, per colpire un rovescio in uscita dal servizio, vediamo Daniil effettuare un cambio di impugnatura standard, con racchetta girata “in avanti”, o in senso orario, come fanno tutti insomma. Probabilmente, l’inerzia del movimento di battuta che porta naturalmente la testa della racchetta in basso a sinistra rende più semplice e naturale il cambio di grip standard. Resta il fatto che questo fenomeno è in grado, a livello e soprattutto velocità da tennis professionistico, di ruotare indifferentemente il piatto corde e l’impugnatura in un verso oppure nell’altro, a seconda delle situazioni di gioco. Ci vogliono una destrezza manuale, una sensibilità, un istinto e un tocco straordinari a dire poco, altro che “picchia la palla e basta”.

In definitiva, l’amico Medvedev è l’ultimo rappresentante di quelli che alcuni definiscono “brutti anatroccoli”, per i movimenti nel complesso meno armonici ed eleganti di altri, ma ragazzi, chi se ne frega, se spari vincenti semipiatti da ogni angolo del campo con facilità disarmante. Immaginate la pulizia cinetica e scolastica di Andreas Seppi, unita al talento coordinativo personale nel gestire le leve lunghe, per esempio, di un Florian Mayer (quanto ci manca!), che produce missili come il miglior Berdych. Il tutto condito dalla corretta dose (negli ultimi tempi si è giustamente dato una regolata) di cattiveria e arroganza agonistica. Questo è Daniil Medvedev, signori. A mio avviso, nei prossimi anni dovranno farci i conti tutti.

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