Al via Wimbledon Juniores, Tatiana Pieri unica azzurra

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Al via Wimbledon Juniores, Tatiana Pieri unica azzurra

Comincia domani il torneo di Wimbledon dedicato ai campioni del futuro: nella categoria che vide trionfare Federer e Hingis, la lucchese Tatiana Pieri è l’unica italiana in gara

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Sola soletta quale unica azzurrina presente di diritto nei tabelloni principali di Wimbledon junior, accreditata con il n.27 del seeding, Tatiana Pieri è il riflesso più scontato di un tennis italiano tornato all’anno zero della crescita. In 69 anni a livello giovanile abbiamo trionfato sull’erba più famosa del mondo in due occasioni (Nargiso 1990 e Quinzi 2013) e raccolto due finali femminili con Rita Grande (1993) e Silvana Lazzarino (1951): un palmarès che pare impossibile rimpinguare di soddisfazioni per le prossime, lunghe e magre stagioni tennistiche che ci attendono.

Partono domani gli Junior Championship of Wimbledon, terzo Slam della stagione, e l’Italtennis assume l’aria dimessa tipica di chi fuori dai confini locali ha poche fiches da gettare sul tavolo della sfida. Onore e merito a Tatiana Pieri, 17enne lucchese n. 38 al mondo con un ranking scalato nei primi mesi sudamericani del circuito (finale a Ibarra in Ecuador, quarti a San Josè e Caracas, prima delle semifinali europee di Cap d’Ail e Santa Croce), sorella di Jessica (nel 2015 1° turno di qualificazioni su questi campi) e figlia del maestro Ivano che così annuncia l’avventura londinese. “Siamo in una fase di cambiamenti tecnici resi necessari per migliorare il gioco di Tatiana – spiega coach Ivano – Ci sarà bisogno di tempo e di allenamento, è stata una decisione presa dopo il $10.000 ITF di Sassuolo, ma alcune cose si stanno già notando. Tatiana ha perso a Roehampton al primo turno in tre set ma contro Sofia Kenin (moscovita naturalizzata statunitense) che è pur sempre una 328 del mondo WTA. Ho voluto che lei fosse presente a Wimbledon, perché a Wimbledon ci devi giocare una volta nella vita, e il fatto che sia l’unica italiana di diritto in tabellone è una bella soddisfazione, un dato che vuole dire molto, se considerato che il traguardo è stato raggiunto con un anno d’anticipo. I fenomeni che vincono a 16 anni questo torneo esistono, ma noi non siamo fenomeni, quindi va bene così”.

Domani al primo turno Tatiana affronterà la britannica n.32 ITF Emily Appleton, quest’anno vincitrice sulla terra rossa del Cile, poi finalista nella Banana Bowl e a Santa Croce, giocatrice solida, dotata di un ottimo dritto ma vulnerabile sotto il profilo della tenuta mentale. Per Tatiana sarà ancora più importante affermare quella che è una delle proprie doti, ovvero la regolarità da fondocampo. Già superare un turno sarebbe impresa importante, anche in considerazione del fatto che l’avversaria dei sedicesimi risponderà, con buone probabilità, al nome della n.1 del seeding, la russa Olesya Pervushina, vincitrice di Milano Bonfiglio.

 

Gli altri azzurrini che stanno lottando per un posto nel main draw sono Corrado Summaria ed Enrico Dalla Valle, mentre nel femminile sono a giocarsi le qualificazioni Lucrezia Stefanini e Ludmilla Samsonova. Già fuori dai giochi la palermitana Federica Bilardo. Il tabellone maschile degli Junior Championship of Wimbledon ‘taglia’ a 46 ITF, il che significa la crème de la crème del tennis giovanile (presenti 9 top-ten su 10, dal greco Stefanos Tsitsipas al magiaro Mate Valkusz passando per lo yankee Ulyses Blanch e per altri specialisti del ‘veloce’ come l’australiano Alex De Minaur e l’uzbeco Jurabek Karimov). Tra le donne, oltre alla russa Pervushina, le due finaliste di Yucatan Cup e Orange Bowl 2015: l’ottima 16enne statunitense Kayla Day e Bianca Vanessa Andreescu, nuova promessa canadese che pare destinata a ricalcare le orme di Eugenie Bouchard.

Un sguardo al passato per notare che qui a Wimbledon junior hanno vinto Lendl, Edberg e Federer, ma anche Austin, Mauresmo e Hingis. Questo è il luogo ideale per scrivere la storia da juniores, prima di portarla a giro per tutto il Mondo una volta diventati grandi.

Marco Massetani

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1×10 – Ubi Radio: Wimbledon “amarcord” con Ubaldo Scanagatta

Prima delle due puntate “erbivore” del podcast dedicate al torneo per antonomasia. Ubaldo Scanagatta racconta i suoi primi Wimbledon negli Anni ’70

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Fragole e panna, la "prelibatezza ufficiale" di WImbledon

Nella prima settimana che avrebbe dovuto essere dedicata ai Championships di Wimbledon, Ubi Radio vi porta indietro nel tempo a scoprire i dettagli dietro le quinte delle edizioni passate attraverso le parole di chi ha vissuto di persona le ultime 46 edizioni del torneo più famoso del mondo. Il direttore Ubaldo Scanagatta è stato presente a Church Road ininterrottamente dal 1974, anno nel quale vide la vittoria di Connors sul quarantenne Ken Rosewall e della sua allora fidanzata Chris Evert. Si parlerà di com’era la vita degli inviati a Wimbledon prima di internet e prima dei fax, di cocktail party e feste di contorno con ospiti illustri e di come un biglietto per il mitico Centre Court (o un pass da ospite) era ambito tanto allora quanto oggi.

Sintonizzatevi sulla pagina Spreaker di Ubitennis, oppure sulle principali piattaforme di podcast come Spotify, Apple Podcast e Google Podcast.

 

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La lettera di Naomi Osaka sul caso George Floyd: “Non basta non essere razzisti. Dobbiamo essere anti-razzisti”

“Sono giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme”. La tennista giapponese ha scritto un editoriale per Esquire, dando la sua opinione sui fatti di Minneapolis e sul razzismo negli Stati Uniti

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Naomi Osaka - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Naomi Osaka non è più da tempo solo una giocatrice di tennis che ha vinto due Slam. Dopo essere diventata abbastanza rapidamente un’icona in Giappone, un titolo che le ha consentito di diventare l’atleta di sesso femminile più pagata di tutti i tempi, la tennista giapponese si sta imponendo anche come ‘role model’ in virtù della sua immagina positiva, genuina e mai divisiva. Testimonial affermata di Nike, Osaka si è subito schierata in seguito ai fatti che hanno causato la morte di George Floyd, fino a partecipare di persone alle manifestazioni di Minneapolis. Ha quindi riassunto la sua posizione in una lettera molto accorata pubblicata da Esquire, che potete leggere in lingua originale qui


Mi chiamo Naomi Osaka, e da che ricordo le persone hanno faticato a definirmi. Una singola etichetta non è mai stata sufficiente per descrivermi, ma ci hanno provato lo stesso. È giapponese? Americana? Haitiana? Nera? Asiatica? Beh, sono tutte queste cose assieme. Sono nata ad Osaka, in Giappone, figlia di un haitiano e di una giapponese, ma ho passato gli anni della mia formazione in America. Sono una figlia, una sorella, un’amica, e una fidanzata. Sono asiatica, nera e donna. Sono una ventiduenne ordinaria, se non per il fatto che mi è capitato di diventare brava a tennis. Mi sono accettata come Naomi Osaka.   

Onestamente, non ho mai avuto molto tempo per fermarmi e riflettere prima di adesso, un fatto piuttosto comune, credo, visto il modo in cui la pandemia ha cambiato le nostre vite da un giorno all’altro. Negli ultimi mesi, ho pensato a ciò che davvero conta nella mia vita, un riassestamento di cui forse avevo un grande bisogno. Mi sono chiesta, “se non potessi giocare a tennis, come potrei fare la differenza?”. Perciò ho deciso che era ora di dire la mia, cosa che non avrei mai immaginato di fare due anni fa, quando ho vinto lo US Open e la mia vita è improvvisamente cambiata. Immagino che, quando mi ritroverò a leggere questo pezzo in futuro, sarò una persona ancora diversa, ma qui e ora sono così, e questi sono i miei pensieri.

 

Mi è venuta una fitta al cuore guardando l’agghiacciante video dell’assassinio e della tortura di George Floyd da parte di un poliziotto e di tre suoi colleghi. Mi sono sentita chiamata ad agire, il troppo è infine stato troppo. Io e il mio ragazzo siamo volati a Minneapolis qualche giorno dopo l’omicidio per rendere omaggio a George e per far sentire le nostre voci nelle strade della città. Abbiamo sofferto con gli abitanti di St. Paul e abbiamo manifestato pacificamente; abbiamo visitato il George Floyd Memorial e ci siamo uniti a chi piangeva l’ennesimo atto insensato e l’ennesima vita cancellata senza motivo. Sentivamo che andare a Minneapolis fosse la cosa giusta da fare in quel momento.

Quando sono tornata a Los Angeles, ho firmato petizioni, protestato e donato, come tanti di noi, ma continuavo a chiedermi cosa potessi fare per rendere il mondo un posto migliore per i miei figli. Quindi ho deciso di parlare anch’io del razzismo sistemico e della police brutality.

George è stato assassinato da uomini pagati per proteggerlo, e per ogni George c’è una Brianna, un Michael, un Rayshard – la lista è lunga, sfortunatamente, e queste sono solo le tragedie riprese in video. Ricordo di aver assistito, nel 2014, alla rabbia e all’indignazione per Michael Brown [un diciottenne afroamericano assassinato da un poliziotto a Ferguson, in Missouri, con sei colpi di pistola, ndr], e niente è cambiato da allora. La comunità nera ha combattuto da sola per anni contro questa forma di oppressione, e nella migliore delle ipotesi i progressi sono stati effimeri. Non essere razzisti non è abbastanza, dobbiamo essere anti-razzisti.

Coco Gauff e Naomi Osaka – Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Sono a favore dell’iniziativa per tagliare i fondi alla polizia. Non intendo dire che andrebbero cancellati del tutto, ma solo che alcuni finanziamenti – come quelli per i piani retributivi riservati agli agenti condannati – dovrebbero essere ridiretti alle comunità per costruire case, stimolare l’educazione scolastica e creare programmi per i giovani, settori spesso trascurati. Dobbiamo avere una visione olistica delle nostre comunità e tenerci al sicuro a vicenda.  

Dovrà essere uno sforzo collettivo. Le proteste odierne sono promettenti e stanno avendo grande spinta. C’è un’energia diversa, stavolta, perché gruppi diversi si sono uniti al movimento. La protesta è diventata globale, da Oslo a Osaka, da Tallahassee a Tokyo, persone di tutte le razze ed etnie sono scese in piazza. Persino in Giappone ci sono state delle manifestazioni targate Black Lives Matter, un evento che molti di noi non avrebbero ritenuto possibile.

Il Giappone è un Paese molto omogeneo, e per questo ho faticato a parlare di razzismo. Ho ricevuto commenti razzisti online e persino in TV, ma si tratta di una minoranza. In realtà, le persone di razza mista – e soprattutto gli atleti di razza mista – sono il futuro del Giappone. Io, Rui Hachimura [giocatore NBA per gli Washington Wizards, ndr] e altri ancora siamo stati accettati dalla maggior parte del pubblico, dei tifosi, degli sponsor e dei media, e non possiamo lasciare che l’ignoranza di pochi offuschi il progressismo delle masse. L’affetto che avverto da parte degli appassionati giapponesi di ogni età, in particolare dai più giovani, mi ha sempre scaldato il cuore – sono orgogliosa di rappresentare il Giappone e lo sarò sempre.

Che la società cambi in meglio significa tantissimo per me, cosicché si possa scardinare il razzismo e far sì che la polizia ci protegga e non ci uccida. Devo dire che sono anche orgogliosa del ruolo, seppur piccolo, che ho avuto nell’abbattere alcuni preconcetti. Mi esalta l’idea che, nella sua classe in Giappone, una ragazzina di razza mista possa essere orgogliosa quando vinco un torneo dello Slam. Spero che il cortile della scuola possa essere un luogo più accogliente per lei, ora che ha un modello di riferimento, e spero che possa essere orgogliosa di chi è, e sognare in grande.

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Quinzi: il treno è passato? L’ex coach Gorietti: “Ha tempo per una carriera di ottimo livello”

“Il problema di Gianluigi è stato questo: ha continuato ad allenare il suo tennis ma non a migliorarlo” ci ha raccontato l’ex allenatore di Quinzi, che però crede ancora nelle sue potenzialità

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Gianluigi Quinzi - ATP Challenger Parma 2019 (foto Marta Magni)

Sembra ieri, e invece sono già passati sette anni da quando l’intera Italia tennistica esultava vedendo Gianluigi Quinzi alzare in cielo il trofeo di Wimbledon junior. Era infatti il 7 luglio 2013 quando il tennista marchigiano batteva in finale Hyeon Chung 7-5 7-6, aggiudicandosi il suo primo e unico Slam junior senza perdere neanche un set. Fu probabilmente l’apice della carriera junior di Quinzi, una carriera di altissimo livello piena di titoli (oltre a Wimbledon ricordiamo il Bonfiglio e la Coppa Davis junior nel 2012) che in quegli anni ci indussero a considerarlo uno degli astri nascenti del tennis mondiale. Tanto per capirci, il ragazzo fa parte della generazione dei vari Nick Kyrgios, Alexander Zverev, Kyle Edmund, Hyeon Chung e Borna Coric, tutti nomi ormai affermati che da anni frequentano assiduamente il circuito maggiore; alcuni di loro sono stati o sono tuttora in top ten.

E Quinzi? Purtroppo il ragazzo non si è nemmeno mai avvicinato alla top 100, occupa oggi la posizione 359 e vanta come best ranking il numero 142 ATP raggiunto nell’aprile 2019. Intendiamoci, il ragazzo ha ottenuto ottimi risultati nel circuito minore – vanta infatti due titoli e una finale a livello challenger, oltre a diversi titoli ITF – ma è innegabile che tutti ci saremmo aspettati ben altri risultati viste le premesse. Identificare le cause di queste difficoltà nel passaggio dal circuito junior a quello pro è molto complicato, dal momento che i fattori determinanti che intervengono in questa fase sono diversi, e ci abbiamo provato in questo articolo.

Per schiarirci ulteriormente le idee siamo andati a fare due chiacchiere con Fabio Gorietti, International Coach ATP presso la Tennis Training School di Foligno, nonchè allenatore di Quinzi dal 2017 al 2019. Gorietti ci ha fatto un’ottima impressione, oltre che per la sua grande competenza, anche la sua umiltà.

 

Innanzitutto non è dimostrato che il vincitore di uno Slam junior abbia davanti a sé un futuro da professionista di altissimo livello; è dimostrato invece che per avere una carriera ai vertici da pro si debbano conseguire buoni risultati a livello junior, eccetto rari casi. Quello che a mio parere conta di più da ragazzi, però, non è tanto aver vinto o meno uno Slam quanto invece aver costruito un livello di gioco che permetta al giocatore in questione di competere nel momento in cui si affaccia nel professionismo. È il caso per esempio di Jannik Sinner, ragazzo esploso lo scorso anno che ha sempre dato la priorità al progredire del proprio gioco rispetto ai risultati. Questo gli ha permesso un passaggio molto meno traumatico di altri dal circuito under al circuito maggiore’’.

Continua Gorietti: “Il punto cruciale è questo: l’obiettivo che deve perseguire un ottimo giocatore junior è quello di continuare a migliorarsi e non pensare mai che il proprio livello di gioco debba smettere di progredire a 17-18 anni, anche nel caso arrivino vittorie importanti. Se al contrario un ragazzo, seppur molto forte, pensa che il semplice allenamento che lo ha portato a vincere tra i coetanei basti per arrivare ai vertici anche del professionismo, è matematico che avvenga un’involuzione. Questo credo sia stato il limite più grande di Gianluigi: lui era conscio di avere un ottimo livello per il circuito junior, e pensava che sarebbe bastato dare semplicemente continuità agli allenamenti per arrivare al professionismo rapidamente, mentre invece aveva bisogno di modificare il suo tennis, di evolversi. In quei due anni insieme abbiamo cercato sì di progredire come ranking ma soprattutto di modificare il suo tennis, puntando ad avere un gioco più completo che gli permettesse di avere più soluzioni in partita”.

Fabio Gorietti

L’allenatore entra poi nel caso specifico: “Il problema di Quinzi è stato proprio questo, ha continuato ad allenare il suo tennis ma non a migliorarlo. C’è una grossa differenza: quando dico che non basta semplicemente continuare ad allenarsi, intendo che non bisogna incentrare interi allenamenti sempre sugli stessi aspetti, magari con più intensità e aumentando gradualmente i carichi di lavoro, perché questo non implica un miglioramento, tutt’altro. Questo aspetto è fondamentale per il futuro di ogni atleta, soprattutto nel momento in cui avviene il fatidico passaggio. Se l’obiettivo sarà sempre quello di continuare a progredire, anche a discapito dei risultati, allora verranno create delle basi solide, per cui il ragazzo in qualunque momento della sua carriera potrà apportare delle novità al proprio gioco, adeguarsi a ritmi e velocità diverse e, in seguito, come naturale conseguenza, iniziare anche ad ottenere risultati sul campo. Gran parte del mio lavoro con Gianluigi si è incentrato sul ‘liberarlo’ da schemi da cui il suo gioco dipendeva perché gli portavano tantissimi punti da junior, ma tra i grandi non avevano la stessa resa“.

Conclude poi Gorietti: ”L’età media dei top 100 ATP rispetto a cinque anni fa si è abbassata perché sono esplosi negli ultimi tempi tanti giovani molto promettenti che esprimono un tennis apparentemente ancora acerbo, ma che in realtà è in continuo sviluppo proprio perché da junior questi ragazzi non si sono concentrati solo sul consolidamento del proprio tennis specializzando il loro gioco, ma hanno inserito nel repertorio nuovi sistemi di gioco cercando di migliorare le proprie capacità, in modo da saperle adattare ad ogni tipo di situazione. Infatti queste nuove leve sanno giocare bene su ogni tipo di superficie. Concludo aggiungendo che anche se non lavoro più con Quinzi, avendo fatto io altre scelte, sono fermamente convinto che lui possa migliorare ancora e avere una carriera di ottimo livello”.

Sotto la guida di Gorietti, Quinzi ha raggiunto il suo best ranking. La loro collaborazione si è conclusa ad inizio 2019. Ad oggi il ragazzo non ha ancora saputo compiere il salto di qualità e vanta una sola presenza in tabelloni principali del circuito ATP (le due partite giocate a Marrakech nel 2017). Resta il fatto che Gianluigi Quinzi ha solo 24 anni, e se anche fino ad ora ha disatteso le aspettative, come ha detto il suo ex allenatore ha ancora il tutto il tempo per costruire una carriera di livello.

Gli esempi non mancano, soprattutto in casa nostra: tra i giocatori che sono esplosi “tardi”, i casi di Lorenzi, Cecchinato e Travaglia insegnano molto. I traguardi raggiunti da Paolino, che è stato anche numero uno d’Italia, sono forse ancora più significativi perché al tennista nato a Roma non viene riconosciuto un talento di base cristallino. Eppure il duro lavoro lo ha portato in alto, molto in alto.

Carlo Piaggio – Maestro FIT

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