Monica Puig e il torneo olimpico

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Monica Puig e il torneo olimpico

Sorprese e conferme dalle Olimpiadi di Rio: se Angelique Kerber, medaglia d’argento, era alla terza finale importante in stagione, Monica Puig è stata invece una trionfatrice del tutto inattesa

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I temi del torneo olimpico sono stati tanti. Per rimanere nello spazio di un articolo ho deciso di concentrarmi sulle quattro semifinaliste.

Madison Keys
A Rio ha confermato la sua attuale difficoltà ad affrontare le partite decisive. Nella finale per la medaglia di bronzo contro Petra Kvitova è apparsa più tesa e nervosa rispetto al solito: si è lamentata diverse volte del pubblico che non prendeva posto in tempo sulle tribune, e ha compiuto ripetutamente gesti di stizza sui propri errori, uno dei quali le è anche costato un warning per “racquet abuse”.
Nel primo set non è riuscita a convertire due set point (sul 5-4 15-40 servizio Kvitova), e da quel momento ha subito un parziale negativo di 3 punti a 12 che le è costato il 5-7. Ha poi controllato abbastanza agevolmente il secondo set, ma è calata drasticamente nel terzo (7-5, 2-6, 6-2 il risultato finale). A mio avviso complessivamente ha pagato la minore lucidità rispetto a Kvitova sui punti importanti, non riuscendo a scegliere sempre al meglio le direzioni nello scambio e in battuta: eppure Madison al servizio dispone della botta potente, dello slice e soprattutto di un kick di altissima qualità; avrebbe quindi tutti i mezzi per fare la differenza sin dal primo colpo.
A sua scusante bisogna ricordare che è stata un po’ penalizzata dagli organizzatori: impegnata contro Kerber in semifinale al venerdì sera, è dovuta tornare subito in campo come prima del sabato contro Kvitova, che invece il giorno precedente era stata programmata a mezzogiorno. Penso che nei grandi eventi si dovrebbero definire gli orari delle partite cercando di mettere tutte le protagoniste nelle condizioni di maggiore equità possibile.

Alle Olimpiadi contano le medaglie e dunque il quarto posto è un piazzamento deludente. Questo se valutiamo il rendimento esclusivamente in chiave olimpica; se però facciamo un ragionamento in chiave WTA, bisogna riconoscere che ancora una volta ha saputo arrivare in fondo a un torneo, confermando una fase di continuità ad alti livelli inedita per lei, e in generale piuttosto rara per le giovani giocatrici.

 

Petra Kvitova
Sul valore del torneo olimpico di tennis le valutazioni sono differenti. Petra Kvitova aveva invece una opinione molto netta: per lei Rio 2016 era l’appuntamento più importante della stagione. Intervistata prima di Wimbledon ha dichiarato che, potendo scegliere, avrebbe preferito vincere le Olimpiadi rispetto a qualsiasi torneo dello Slam (QUI dal min. 1’55” in poi).

Per quanto mi riguarda proprio non riesco a essere d’accordo, ma naturalmente la mia opinione conta zero. Conta invece il fatto che Kvitova si era scelta un obiettivo quasi impossibile: come è noto Petra fatica molto con le alte temperature e ama campi rapidi, e invece si è trovata ad affrontare un impegno nel caldo brasiliano e con condizioni di gioco più lente del solito.
Si è capito molto chiaramente quanto ci tenesse in occasione del match contro Makarova: in una giornata afosa, ha perso 6-4 il primo set e in quel momento ha dato l’impressione di essere già in difficoltà sul piano fisico. Eppure ha tenuto duro per altri due set, con una “tigna” e una abnegazione sorprendenti, finendo per spuntarla dopo 2 ore e 41 minuti.
Dopo quello sforzo pareva quasi spacciata, visto che le si prospettava subito dopo il confronto con Serena Williams. Invece in serata di quello stesso giorno c’è stata la grande sorpresa dell’eliminazione di Serena per mano di Elina Svitolina; poi c’è stato lo stop di ventiquattro ore a causa della pioggia, che non solo ha permesso a Kvitova di recuperare, ma ha anche raffrescato il clima, rendendole il percorso meno proibitivo nei turni successivi.

Contro Madison Keys l’ho trovata molto matura sul piano tattico: nel primo set dopo aver preso atto che sulla diagonale destra (quella del suo rovescio contro il dritto di Keys) finiva per perdere il confronto, ha modificato le abituali geometrie, utilizzando il lungolinea di rovescio con una frequenza per lei insolita. E grazie anche a quella scelta ha vinto il set. Poi nel terzo si è resa conto che Madison soffriva sempre di più sulle risposte di rovescio e con scelte accorte nella direzioni di battuta ha saputo raccogliere diversi punti facili. Punti probabilmente decisivi sul risultato finale.
Di fronte a una delle pochissime avversarie esistenti nel circuito in grado di superarla nel numero di vincenti (24 a 12 per Keys secondo le statistiche, non del tutto affidabili, brasiliane) è riuscita ad avere la meglio soprattutto sul piano mentale: per solidità psicologica sui punti più importanti, e per intelligenza tattica.

Chiudo questo paragrafo con una nota sull’insieme del tennis ceco femminile.
Erano al via cinque giocatrici: Kvitova, Safarova, Strycova, Hlavackova e Hradecka. Kvitova ha vinto il bronzo nel singolare, Safarova e Strycova il bronzo nel doppio, Hradecka il bronzo nel misto (con Stepanek). Doppiamente sfortunata Andrea Hlavackova: unica senza medaglie, in più è tornata da Rio con la frattura dello zigomo sinistro; conseguenza della palla che l’ha colpita al volto in occasione del secondo match point mancato nella semifinale contro la coppia svizzera Bacsinszky/Hingis. Match point che, se convertito, le sarebbe valso almeno la medaglia d’argento (peraltro vinta in doppio a Londra 2012).

Angelique Kerber
Per Kerber la medaglia d’argento è la conferma di un periodo estremamente positivo. E se è vero che ha perso la finale, lo ha fatto comunque giocando bene. Contro un’avversaria ispiratissima come Monica Puig se non avesse mantenuto un ottimo rendimento avrebbe corso il rischio di subire un punteggio molto severo, come era accaduto qualche giorno prima a Garbiñe Muguruza (superata per 6-1, 6-1). Invece ha  comunque strappato un set (6-4, 4-6, 6-1) e si è confermata come la giocatrice più costante ai massimi livelli insieme a Serena Williams: cinque finali raggiunte nel 2016, di cui due vinte (Australian Open e Stoccarda) e tre perse (Brisbane, Wimbledon, Olimpiadi). Senza dubbio la migliore stagione della carriera, quella in cui è riuscita a trovare il più efficace equilibrio tra gioco difensivo e contrattacco.
Se il torneo di Rio 2016 avesse distribuito punti WTA (come era accaduto per Londra 2012) avrebbe avuto ancora più possibilità di avvicinarsi al numero uno del ranking, e forse perfino di raggiungerlo. Nel 2015 era stata considerata coma la tennista più spesso protagonista di grandi match: partite lottate e combattute, ricche di scambi spettacolari. Ma quest’anno ha compiuto un fondamentale passo avanti: quasi tutti quei match riesce a vincerli, dimostrando di avere raggiunto la totale maturità come giocatrice.

Monica Puig
Lo hanno già scritto in tanti e non posso fare altro che ribadirlo: Monica Puig ha vinto il torneo mostrando un livello di gioco straordinariamente alto, grazie al quale si è fatta strada in un tabellone che prevedeva come ostacoli tre vincitrici Slam (Muguruza, Kvitova, Kerber).
Medaglia d’oro a 17 anni ai Giochi centroamericani e caraibici del 2010, medaglia d’argento ai Giochi panamericani del 2011 a soli 18 anni (dopo aver sconfitto Christina McHale in semifinale, la stessa McHale che qualche settimana prima aveva battuto la numero 1 del mondo Wozniacki), medaglia di bronzo nell’edizione successiva del 2015. Risultati che dimostrano quanto renda in occasione degli impegni in cui gioca per Portorico e quanto tenga alle sue origini. Ecco come ha parlato di Portorico al termine della finale persa a Sydney quest’anno:

In semifinale contro Kvitova ha saputo prevalere in parte snaturando il proprio tennis: di fronte a un’avversaria in grado di produrre più vincenti di lei, ha accettato di soffrire, contenendo nella prima fase del palleggio (grazie a difficili colpi effettuati di controbalzo, per non perdere campo) per poi riprendere l’iniziativa appena si presentava l’occasione. E ha risposto benissimo: per non dare angoli facili a Kvitova ha scelto parabole verso il centro, ma con una profondità tale da impedire a Petra di cercare il vincente immediato. Logico e semplice in teoria, ma estremamente difficile da mettere in pratica: invece Puig ha saputo effettuare risposte centrali e profondissime in serie; molto raramente ho visto una tale costanza di rendimento su un colpo tanto difficile.

Ispiratissima anche nelle esecuzioni più impegnative, è stata quasi sempre in grado di avere la soluzione giusta a tutti i problemi che le proponevano le avversarie. Dopo Kvitova, in finale ha trovato un’altra mancina, Angelique Kerber. E Kerber, per evitare di venire sopraffatta dall’aggressività di Puig, ha cercato di limitarla insistendo sulla diagonale sinistra (dritto incrociato contro rovescio incrociato di Puig) con l’obiettivo di allungare il più possibile il palleggio; di fronte a questa situazione, quasi subito Monica ha avuto il coraggio di uscire dall’impasse grazie a rovesci lungolinea estremamente incisivi.
E quando sembrava che Angelique le avesse preso le misure, trovando i tempi giusti per contenere il lungolinea, Monica è riuscita ancora una volta a proporre una solizione efficace: ha rinunciato al cross di rovescio spinto “a tutta” in favore di un colpo più lavorato e stretto, che trasformava lo scambio da un confronto di forza a uno in cui diventava decisiva la capacità di caricare di lift la palla. In sostanza: schema simile ma con geometria più stretta, concluso da un lungolinea giocato più a ridosso della rete, che non richiedeva più la potenza ma una notevole manualità per produrre una parabola più arcuata.

Sono solo alcuni esempi della settimana da sogno di Monica Puig, in cui praticamente tutto le è riuscito quasi alla perfezione. Si sapeva che fosse una giocatrice aggressiva, in grado di dare vita a confronti avvincenti e spettacolari (ricordo ad esempio un suo match agli US Open 2014 contro Andrea Petkovic); ma quello che secondo me ha fatto la differenza rispetto alla tennista “normale”, precedente all’impresa di Rio, è stato il bassissimo numero di errori per il tipo di tennis che pratica. Non mi fido delle statistiche brasiliane sugli errori non forzati, per cui non le riporto, ma di sicuro sono stati molto pochi in rapporto al numero di vincenti e al tennis offensivo e coraggioso che è stata capace di mettere in campo.

Dopo il successo di Rio la domanda inevitabile è se questa impresa sia da interpretare come un exploit episodico oppure come il segno di un salto di qualità definitivo.
Ricordo che il torneo olimpico, per come è strutturato, assomiglia più a un normale torneo WTA che a uno Slam. Vale a dire: sei turni invece di sette, ma soprattutto impegno quotidiano invece che ogni due giorni. Significa avere meno tempo per pensare e arrovellarsi tra un match e l’altro e quindi maggiore facilità nel tenere viva l’onda positiva, quella che alimenta la classica “settimana della vita”. Questo aspetto secondo me è un punto a favore della tesi dell’exploit episodico.
D’altra parte Puig non è spuntata dal nulla: ha ottimi trascorsi da junior (numero due del ranking e due finali Slam nel 2011) e dall’inizio della stagione è salita dal numero 92 al numero 35 del mondo. E ha solo 22 anni: quindi potrebbe anche essere che abbia trovato a Rio un equilibrio più solido e duraturo, e che sia in grado di proporsi con costanza ad alti livelli.
Per quanto mi riguarda tra le due ipotesi non saprei quale scegliere; resto in attesa della risposta che ci darà il tempo.

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La coppia Monfils-Svitolina aspetta una bambina. Anche Konta incinta

I due tennisti Gael Monfils e Elina Svitolina annunciano via social la lieta notizia. La settimana scorsa era stato il turno di Johanna Konta

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Gael Monfils e Elina Svitolina (foto Twitter @Gael_Monfils)

Mentre gli Internazionali BNL d’Italia giungono all’appuntamento conclusivo di questa edizione con due finali non troppo incerte, il mondo del tennis extra-campo si ravviva con la notizia divulgata via social dalla coppia composta da Elina Svitolina e Gael Monfils. I due infatti hanno annunciato di aspettare una bambina, il cui parto è previsto per ottobre. “Con il cuore pieno di amore e felicità, siamo lieti di annunciare che aspettiamo una bambina ad ottobre” queste le parole con le quali si sono espressi sia l’ucraina sia il francese, il quale è alle prese con un anno ricco di novità anche per quanto riguarda il piano professionale, visto il passaggio ad Artengo, il brand di Decathlon, per quanto riguarda la racchetta.

L’ultimo match disputato da Svitolina è il primo turno di Miami del 24 marzo perso al tiebreak del terzo set da Heather Watson, mentre la sua ultima vittoria risale al 4 marzo a Monterrey contro la bulgara Tomova. Attualmente n.27 del mondo, non rivedremo la 27enne Elina in campo per un po’.

Risale alla settimana scorsa invece – per la precisione al 9 maggio – la notizia simile diffusa da Johanna Konta. “Sono impegnata a cuocere il mio piccolo muffin in questo momento”, aveva scherzato la britannica sui social, sposatasi a dicembre 2021 poco dopo il ritiro dal tennis professionistico a 30 anni.

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Come Barty solo Henin: le reazioni dei colleghi. E n.1 chi diventa?

Barty seconda regina del tennis femminile ad abdicare. Chiude con lo Slam di casa come Sampras, si ritira ad un anno da Borg

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (foto Twitter @AustralianOpen)

Stamani, 23 marzo 2022, il tennis si è svegliato con un colpo al cuore. Un fulmine a ciel sereno che si è abbattuto contro il mondo della racchetta, una data che sicuramente non dimenticheremo. La numero 1 del mondo, nonché campionessa Slam per tre volte, Ashleigh Barty ha annunciato ufficialmente il suo ritiro dal tennis professionistico; affermando di aver dato tutto e di essere pronta ad inseguire nuovi sogni. Una notizia shock, Ash infatti è solo la seconda regina del tennis femminile su 27 che, sedendo sul trono WTA, annuncia la propria decisione di porre fine all’attività agonistica a stagione in corso.

COME LEI SOLO HENIN – L’unico precedente si è avuto nel maggio 2008, quando l’allora n.1 del mondo Justine Henin annunciò la fine della propria carriera – salvo poi cambiare idea e comunicare il 22 settembre 2009 il ritorno alle competizioni a 27 anni – e seppur anche in quel caso lo scalpore fu tanto, Justine aveva avuto un pessimo avvio di stagione perdendo malamente all’Open d’Australia con Maria Sharapova. Dunque il ritiro della belga arrivò a termine di un periodo difficile, differentemente dalla tennista australiana che ha iniziato invece la nuova stagione con una striscia di 11 vittorie e 0 sconfitte mettendo in bacheca tre titoli, (trionfo in singolare e in doppio al torneo di Adelaide) compreso il primo Major dell’anno. Effettivamente, però la belga non riuscì più a rientrare nel circuito ad alti livelli a causa di un infortunio al gomito, annunciando il suo ritiro definitivo nel gennaio 2011. Ricordiamo, inoltre che Barty aveva deciso di non prendere parte al Sunshine Double; motivando tale scelta con il fatto di non aver recuperato pienamente dalle fatiche di Melbourne, che gli erano valse il suo terzo titolo Slam.

IL PRIMO RITIRO, COME JORDAN – Probabilmente, invece questo periodo di pausa tra Melbourne e Indian Wells è stato propedeutico per maturare la decisione finale di appendere la racchetta al chiodo. In realtà però se analizziamo nel dettaglio la carriera della 25enne di Ipswich ci si accorge che questa presa di coscienza fulminea e ai più inimmaginabile fino a qualche ora fa, non è proprio discostante dal personaggio, anzi; l’australiana si era già presa una pausa dall’attività agonistica nel settembre del 2014 quando si ritirò una prima volta per cercare d’intraprendere la carriera professionistica come giocatrice di cricket. Ma due anni più tardi ritornò sui suoi passi, riallacciando i legami con il suo primo grande amore sportivo. In un certo senso ci sono molte similitudini con quello che accadde al leggendario Michael Jordan, il quale dopo il primo three-peat (tre titoli NBA consecutivi: 1991, 1992, 1993) con i Chicago Bulls, annunciò il ritiro nel 1993 per cercare fortuna nella Major League baseball; per poi successivamente rientrare in NBA nel 1995.

 

AL SUO POSTO? – Il 2021 e l’inizio del 2022 erano stati a tratti dominati dalla talentuosa tennista australiana, e la sua permanenza in cima al ranking – escluse le settimane di congelamento della classifica a causa della pandemia – si è esteso a 112 settimane consecutive che la portano al quinto posto della striscia più lunga della storia dopo Steffi Graf e Serena Williams a 186 settimane, Martina Navratilova a 156, e Chris Evert a 113. Nel conteggio totale invece è al settimo posto con 119. Nel precedente datato 2008, Henin chiese di rimuovere il suo nome dal ranking e se Barty dovesse fare altrettanto ci sarà gran battaglia alle sue spalle per accaparrarsi la prima posizione mondiale. Al momento in testa a questa corsa c’è Iga Swiatek, circa 700 punti davanti alla ceca Krajcikova, e con l’andare avanti della stagione potranno trovare spazio anche Badosa, Sabalenka e Kontaveit. Tutte tenniste che non hanno mai ricoperto questo ruolo. In ogni caso si potrebbe avere una nuova leader già dopo Miami.

PRECEDENTI ILLUSTRI – A livello di gioco invece quello della 25enne sarà una perdita di proporzioni incolmabili. Il suo tennis sopraffino, paragonabile per tecnica a quello di Ons Jabeur incantava gli occhi degli appassionati, e abbinare al suo tocco delicato un servizio e un gioco da fondo così potente ed efficace la rendeva unica e speciale. Sfumano dunque tutti i sogni di possibili rivalità con tenniste dallo stile complementare al suo come Osaka e soprattutto Swiatek. Barty chiude la carriera trionfando nello Slam di casa come accadde a Pete Sampras nel 2002, ma per trovare un altro ritiro altrettanto sconvolgente si deve tornare indietro a quello di Bjorn Borg che lasciò il tennis un anno più anziano di Barty. Ovviamente lo svedese all’epoca era un’icona mondiale molto di più di quanto non lo sia ora Barty, ma il vuoto a livello tennistico che hanno lasciato entrambi è paragonabile.

LE REAZIONI DEI COLLEGHI – Ovviamente, questa notizia ha scosso i cuori di tutti gli appassionati e gli addetti aI lavori del mondo del tennis. Numerose sono state le reazioni al ritiro di Barty, soprattutto tra le giocatrici ma non solo.  Fra le testimonianze che hanno pullulato Twitter dall’alba, ci sono state quelle di altre campionesse dei Major; come Simona Halep che ha ricordato il rapporto speciale che la lega ad Ash: “ Ash, cosa posso dire, sai che ho le lacrime giusto? Amica mia, mi mancherai in tour. Eri diversa e speciale, abbiamo condiviso alcuni momenti incredibili. Qual è il tuo prossimo passo? Campione del Grande Slam nel golf? Sii felice e goditi la vita al massimo, tua Simona.”– o come Petra Kvitova, che invece è sembrata non aver ancora realizzato; ma ciò nonostante ha sottolineato le incredibili peculiarità di un personaggio unico nel tennis: “Ash, non ho parole… in realtà stai mostrando la tua vera classe lasciando il tennis in questo modo bellissimo. Sono così felice di aver potuto condividere il campo con te .. il tennis non sarà mai più lo stesso senza di te! Ti ammiro come giocatrice e come persona.. ti auguro solo il meglio!”. Come detto non solo tennisti, ma anche dirigenti; dalle dichiarazioni del CEO della WTA Steve Simon: “Auguriamo ad Ash solo il meglio e sappiamo che continuerà a essere una straordinaria ambasciatrice per il tennis, mentre inizierà un nuovo capitolo della sua vita. Ci mancherà”– fino alle parole del CEO di Tennis Australia e direttore degli Australian Open; Craig Tiley: “Congratulazioni Ash per la tua brillante carriera. Sei stata un modello incredibile, sia in campo che fuori e la comunità del tennis, specialmente in Australia sentirà molto la tua mancanza. Goditi il tuo ritiro dal professionismo ed il prossimo capitolo della tua vita. Non vediamo l’ora di supportarti in qualsiasi cosa tu scelga di fare”.

Nonostante il periodo complicato che sta vivendo, non ha voluto far mancare la sua voce anche Elina Svitolina: “Nient’altro che RISPETTO per te!!! Ti auguro il meglio per quello che verrà dopo e congratulazioni per la tua illustre carriera”. Infine concludiamo con il commento di Andy Murray, molto più laconico, ma altrettanto pieno di significato: “Felice per Ash Barty, distrutto per il tennis, che giocatrice”. Lo scozzese ci è già passato; con la differenza che il suo ritiro non è stata una scelta consenziente ma forzata dai problemi all’anca, tanto è vero che grazie alla sue tenacia è riuscito a rientrare nel tour.

Ma Ashleigh sembra aver preso questa decisione, con molta consapevolezza e serenità d’animo. Si vede che questa scelta la rende felice. E allora noi non possiamo solo che augurarle il meglio per i prossimi sogni che ha intenzione di raggiungere. Poi chissà, se mai dovesse ripensarci noi saremmo pronti a riaccoglierla a braccia aperte, e intanto ci gustiamo a ripetizione il suo ultimo punto giocato.

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La disarmante superiorità di Ashleigh Barty

La numero 1 del mondo ha vinto in Australia il terzo titolo Slam dominando il campo delle avversarie. Quali sono le ragioni di questa supremazia?

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Ashleigh Barty - Australian Open 2022 (via Twitter @AustralianOpen)

In occasione del ritiro di Ashleigh Barty, riproponiamo questo pezzo che celebra il suo ultimo successo Slam all’Australian Open 

Per iniziare l’articolo dedicato all’Australian Open 2022 e alla sua vincitrice, ecco una lista di nomi:
Chris Evert
Martina Navratilova
Hana Mandlikova
Steffi Graf
Serena Williams
Maria Sharapova
Ashleigh Barty

Cosa hanno in comune? A oggi nell’era Open solo queste giocatrici possono vantare almeno un titolo Slam conquistato su terra, erba e cemento (spero di non aver controllato male). Ricordo che il cemento è stato introdotto nello Slam americano nel 1978 e in quello australiano nel 1988, e questo ha probabilmente impedito a grandi protagoniste del primo periodo Open (come Margaret Smith Court, Billie Jean King o Evonne Goolagong) di far parte della lista. Ma da quando le superfici si sono stabilizzate, il dato tecnico è diventato attendibile e rilevante.

Dunque, grazie al successo australiano, Barty è riuscita a entrare in questa ristrettissima élite. Campionessa sulla terra di Parigi (2019), sull’erba di Wimbledon (2021) e sul cemento di Melbourne (2022).

Non solo: per il modo con il quale ha vinto l’ultimo Slam, siamo un po’ tutti spinti ad andare oltre il giudizio sul singolo torneo, per spaziare verso valutazioni che abbracciano orizzonti più ampi e ambiziosi. Non si tratta cioè semplicemente di celebrare il successo in questo Australian Open, ma di cominciare a inquadrare storicamente il suo ruolo e provare a immaginare fino a che punto potrebbe affermare il suo primato sulla concorrenza.

I numeri delle scorse due settimane sono inequivocabili: Barty ha conquistato il titolo con un percorso netto. Sette partite, quattordici set vinti e nessuno perso. E da quando è scesa in campo nel 2022 ha già vinto due tornei (Adelaide e Australian Open), per un totale di 10 match chiusi in due set e uno solo, il primo disputato, vinto in tre set (4-6, 7-5, 6-2 contro Coco Gauff). Zero sconfitte.

Il suo tragitto a Melbourne è stato questo: 6-0 6-1 a Tsurenko, 6-1 6-1 a Bronzetti, 6-2 6-3 a Giorgi, 6-4 6-3 ad Anisimova, 6-2 6-0 a Pegula, 6-1 6-3 a Keys, 6-3 7-6(2) a Collins. Quindi Ashleigh ha sconfitto due giocatrici italiane e ben quattro statunitensi nei turni conclusivi. Curiosità: anche in occasione del successo al Roland Garros 2019 aveva sconfitto le stesse quattro americane (nell’ordine di allora Pegula, Collins, Keys e Anisimova), con in più una quinta statunitense (Sofia Kenin).

Questi numeri illustrano una supremazia evidente, alla quale le avversarie non hanno saputo opporsi, se non a sprazzi, per qualche porzione di set. Per trovare un Australian Open altrettanto dominato occorre tornare al 2017, all’ultimo impegno di Serena Williams pre-maternità: anche per lei 14 set a zero e 23mo (e sinora ultimo) Slam nel palmarès.

Le caratteristiche fisico-tecniche di Ashleigh Barty
Indubbiamente una parte importante della supremazia dimostrata da Barty in questo inizio di 2022 deriva dalle sue qualità e specificità tecniche. Per una analisi più approfondita del tema rimando a un articolo scritto nell’aprile 2019 in occasione del suo primo grande successo, a Miami (“La maturità di Ashleigh Barty”). Qui sintetizzo alcuni aspetti fondamentali.

Innanzitutto il servizio. Un colpo forse non sempre sufficientemente apprezzato, ma di qualità assoluta. Completissimo per varietà di esecuzione, con una prima così incisiva che spesso ha aiutato Barty a tirarsi fuori dai guai sulle palle break, vincendo il punto senza nemmeno iniziare lo scambio.

Un colpo che le permette spesso di viaggiare tranquilla e con un bel margine di sicurezza sulle avversarie. Potente, preciso, vario, ma altrettanto efficace anche quando è lavorato slice e kick. E con una caratteristica che non finisce mai di sorprendermi: la grande facilità nel cambiare direzione fra prima e seconda, senza che questo le faccia aumentare i doppi falli.

Poi il dritto, con una quota di topspin che le permette esecuzioni potenti ma anche con margine di sicurezza nel transito sopra la rete. In questo momento, a mio avviso, semplicemente il miglior dritto del circuito WTA.

A due fondamentali quasi di stampo ATP, Barty aggiunge il rovescio giocato prevalentemente in back. Un rovescio che mette in difficoltà molte avversarie, poco abituate a gestire parabole basse e sfuggenti. Nel confronto sulla diagonale sinistra, lo slice di Barty va ad impattare sul rovescio bimane delle avversarie destre. Per replicare allo slice con il rovescio bimane in topspin occorre grande sicurezza tecnica ma anche disponibilità al sacrificio, perché è obbligatorio scendere molto basse di gambe per eseguire lo swing al meglio. Il tutto si traduce in un surplus di sforzo fisico e, a lungo andare, anche mentale, che può pesare sugli equilibri dei match.

Ecco perché un colpo che per Ashleigh è sostanzialmente di manovra, raramente utilizzato con lo scopo di ottenere vincenti diretti, a volte può fare la differenza perfino più del dritto, grazie alla quantità di errori gratuiti causati alle avversarie. L’efficacia del colpo slice di Barty ha finito per mascherare la relativa affidabilità della versione in topspin, che sicuramente non è alla altezza del dritto. Ma del resto anche Steffi Graf aveva una impostazione simile (gran dritto e rovescio slice), e i risultati raggiunti da Steffi parlano chiaro.

Circoscrivere l’analisi ai tre colpi base non illustra però a sufficienza il quadro tecnico di Barty. Intanto perché anche nei colpi di volo possiede una qualità superiore. E poi perché sa utilizzare altrettanto bene i drop-shot e tutte le soluzioni di contenimento, che le permettono di sostenere interi scambi in difesa senza andare in difficoltà. E se poi c’è da improvvisare qualcosa in situazioni-limite ecco che Ashleigh sfodera colpi anomali, come per esempio questo dritto al volo da fondo campo:

Ma nemmeno elencare la totalità del suo repertorio le rende in pieno giustizia, perché in lei c’è qualcosa in più, che va al di là della meccanica esecutiva del singolo colpo. Quel qualcosa in più lo definirei in questo modo: la naturalezza con cui produce tennis. Una naturalezza che, per esempio, si esprime attraverso la padronanza con cui si muove per il campo. Ashleigh sembra sempre a suo agio in ogni situazione, grazie al totale dominio dei movimenti del corpo in relazione a quelli della palla. Coordinazione, rapidità di lettura delle situazioni e immediata capacità di impostare lo sviluppo dello scambio. Qualità rarissime, che in lei sono vicine alla perfezione.

a pagina 2: Le caratteristiche tattiche e mentali di Barty

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