Madison Keys e le difficoltà particolari delle super-attaccanti – Ubitennis

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Madison Keys e le difficoltà particolari delle super-attaccanti

Giocatrici come Madison Keys, Camila Giorgi, Sabine Lisicki hanno in comune alcune difficoltà, collegate al tennis di attacco estremo. Ecco perché è così impegnativo da attuare

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Gli ultimi mesi di Madison Keys sono stati complessivamente positivi: non ha fatto sfracelli negli Slam (Roland Garros e Wimbledon), ma ha raggiunto almeno la finale negli altri tre tornei disputati (Roma, Birmingham, Montreal). Poi però, arrivata in finale, ha perso due volte su tre; media non particolarmente incoraggiante, anche se tra le avversarie affrontate c’erano due top 5 (Serena Williams e Simona Halep).
Lo dico perché di solito quando si arriva in finale significa che si sta attraversando un momento di notevole condizione, e quando Keys è in forma diventa davvero difficile da fermare. A meno che non ci metta anche del suo, in parte incartandosi da sola.
A mio avviso nelle ultime tre finali disputate c’è stato un denominatore comune: la grande tensione. Contro Strycova (6-3, 6-4 a Birmingham) la differenza di valori assoluti era tale da non compromettere il risultato; ma con avversarie come Halep e Serena il calo a cui è andata incontro è stato fatale.

Contro Serena (6-7, 3-6 a Roma) Keys aveva servito la percentuale di prime più bassa di tutto il suo torneo; contro Halep a Montreal (identico punteggio: 6-7, 3-6) lei stessa ha dichiarato di aver servito meno bene degli altri giorni, ed è stato l’unico match tra quelli canadesi in cui non ha chiuso con un saldo positivo tra ace e doppi falli (zero: 3 ace e 3 doppi falli).
Sottolineo i numeri della battuta perché sono quelli meno influenzati dall’avversaria (soprattutto per chi di solito serve la prima cercando l’ace, e quindi si preoccupa meno delle caratteristiche di chi ha di fronte). Questi dati ci dicono che il rendimento di Keys è sceso proprio nelle occasioni più importanti; e comunque, al di là delle statistiche, ci sono le prestazioni nel loro complesso che testimoniano di una giocatrice che ha parzialmente frenato rispetto ai precedenti match del torneo.

Mi si dirà che nel tennis la tensione da finale, e in generale quella legata ai punti decisivi, la sentono tutte. Senza dubbio, però secondo me le cose sono più complicate per chi interpreta il gioco in modo particolarmente offensivo.
Per sintetizzare, ho deciso di chiamare questo tipo di giocatrici super-attaccanti: vale a dire chi cerca il vincente sistematico, accorciando il più possibile lo scambio, prendendo sempre grandi rischi. Non significa che debbano per forza utilizzare poche soluzioni o essere più ripetitive delle altre; significa soprattutto che concepiscono il tennis cercando di tenere sempre e comunque il controllo del gioco.

 

Pensiamo al contrario, a chi pratica un tennis conservativo: meno vincenti ma ancor meno errori. A chi si affida cioè a una tattica più prudente, mantenendo più margine; per questo tipo di tennista è più semplice riuscire ad assorbire i piccoli deficit che la tensione determina nei confronti del gesto tecnico. Ma per chi è abituata a spingere e a colpire con grande coraggio, basta poco per rovesciare il proprio rendimento: il timore che induce a irrigidire il braccio nel momento di spingere la palla, un minimo di titubanza nel concludere lo swing, e quello che prima era un vincente diventa un errore gratuito.
La stretta correlazione tra condizione mentale e gesto tecnico nel caso di chi pratica un tennis super offensivo è dunque ancora più sostanziale, perché se viene a mancare la giusta serenità finiscono per sgretolarsi i fondamenti stessi del suo gioco.

In eventi particolarmente importanti può capitare che questa tensione sia sentita fin dall’inizio del match: come in parte è successo a Keys domenica scorsa a Montreal; oppure, per citare un’occasione famosa, come era accaduto a Sabine Lisicki nella finale di Wimbledon 2013: allora Lisicki era scesa in campo sovrastata dalla pressione, incapace di esibirsi all’altezza delle partite precedenti di quello stesso torneo. E così la giocatrice in grado di sconfiggere qualche giorno prima Serena Williams, era stata dominata da Marion Bartoli: si era trovata sotto 1-6, 1-5 prima di imbastire una parziale rimonta, servita solo a rendere meno duro il punteggio (1-6, 4-6).

Altre volte una tennista riesce a esprimersi bene per quasi tutto il match, ma lo stress emerge nei momenti decisivi, al momento di chiudere il confronto a proprio favore. È quello che viene definito il “braccino”; più o meno tutte ne soffrono, ma, sempre per le ragioni esposte prima, diventa particolarmente deleterio per chi pratica un tennis spiccatamente offensivo.
Una situazione del genere, sempre a Montreal, è accaduta a Madison Keys al terzo turno contro Venus Williams: Venus era in cattiva giornata e Madison si era portata avanti 6-1, 3-1, 15-40 servizio Williams. Con il doppio break di vantaggio probabilmente avrebbe chiuso subito il match; invece è stata incapace di sfruttare più occasioni, in alcuni casi sbagliando facili vincenti direttamente su seconde molto deboli di Venus. Che alla fine ha tenuto il servizio e, aiutata anche dagli errori a ripetizione di Madison, si è aggiudicata il secondo set al tie break. È stato necessario il terzo set per vincere 6-1, 6-7, 6-3.

Un’altra super-attaccante che è andata incontro a grandi delusioni nelle finali è Camila Giorgi. Non solo ne ha perse tre su quattro disputate, ma in due occasioni dopo essere perfino arrivata al match point. Al dunque le è mancato qualcosa.
Giorgi ha anche perso una partita contro Venus Williams agli Australian Open 2015 (6-4, 6-7, 1-6,) che nell’andamento dei primi due set ha ricordato quella dell’altro giorno di Madison Keys: prevalenza per un set e mezzo, mancata occasione del doppio break nel secondo, e perdita del set al tiebreak.

Un altro aspetto tipico delle giocatrici di attacco estremo è questo: a volte, quando cominciano a sbagliare, innescano dei circoli viziosi, estremamente negativi. Il loop assume connotati quasi autodistruttivi: e allora i gratuiti si moltiplicano, spesso su palle che sembrerebbero facilissime, con errori sconcertanti.
Di nuovo: personalmente sono convinto che tutto parta dalla testa. Ma non nel senso di incapacità di lettura tattica dei match e di inadeguatezza nella scelta delle soluzioni giuste da adottare; no, dalla testa nel senso di peso psicologico, che impedisce di eseguire il colpo con la necessaria tranquillità.
È una spiegazione sostanzialmente diversa rispetto a chi, ad esempio, ritiene che i limiti di Camila Giorgi siano soprattutto tattici e tecnici. Non voglio entrare nella questione nel dettaglio, anche perché ne ho già parlato altre volte; quello che qui mi interessa sottolineare è che la maggior parte degli errori secondo me derivano dalla incapacità di dominare lo stress.

E non è detto che questa sia una interpretazione più ottimistica della questione: al contrario, temo sia molto complicato riuscire a superare le proprie debolezze psicologiche. Per questo non credo che il problema si possa sistemare invocando cambi di tattica; anche perché nella storia di queste giocatrici ci sono partite raddrizzate semplicemente innescando circoli virtuosi, con il ritorno dei vincenti a ripetizione.
Ecco perché diventa ancora più difficile chiedere, ad esempio, a un talento come Madison Keys di mettersi ad allungare prudentemente il palleggio da fondo solo perché ha dato il via a una sequenza di errori gratuiti. Anche perché, per questo tipo di giocatrici, un cambio di tattica non significa una semplice e banale variazione di schemi: per chi è abituata a scendere in campo con l’idea che le sorti di un match dipenderanno soprattutto dal proprio modo di giocare, decidere di rinunciarci assume un valore ben più radicale.

In sostanza: la questione psicologica per le super-attaccanti è particolarmente difficile da gestire. Anche se tra quelle in attività ci sono casi di giocatrici che, se non altro, dimostrano di patire meno il problema del braccino. Per esempio Petra Kvitova, che, pur essendo estremamente discontinua (e pur soffrendo anche lei di loop negativi durante i match), quando è stata in grado di raggiungere le finali ne ha più vinte che perse (17-6); risultati ottenuti mettendo in campo spesso ottime prestazioni, senza penare particolarmente al momento di chiudere.

Ma per chi, come Madison Keys, sembra soffrire di timore di vincere, è possibile superare queste difficoltà? Secondo me sì. Non è facile, come dicevo sopra, ma possibile. Ci sono giocatrici che hanno dimostrato di saper maturare nel tempo. Keys ha solo 21 anni, ed è una tennista ancora in evoluzione, quanto meno tecnica.
Francesca Schiavone ha perso otto finali prima di riuscire a vincere un torneo; poi però è arrivata ad aggiudicarsi addirittura il Roland Garros. Lucie Safarova ha attraversato una fase di carriera in cui ha perso tanti match importanti sul filo di lana, prima di riuscire a togliersi grosse soddisfazioni (vittoria in tornei Premier, finali e semifinali Slam, ingresso in top ten). Sono quindi state in grado di imparare a tenere sotto controllo (o se non altro a limitare) i momenti di stress, che penalizzavano le loro doti. Mi rendo conto che per una super-attaccante il percorso può risultare particolarmente difficile, ma non penso sia impossibile.

Per quanto riguarda Keys vorrei aggiungere un ultimo aspetto, del tutto specifico: a mio avviso dispone di colpi così superiori da potersi permettere di vincere match importanti anche senza dare il meglio di sé. Certo, sotto un certo livello di rendimento nemmeno a lei è consentito scendere, ma non credo che per raggiungere grandi risultati sia obbligata a giocare la partita “perfetta”.
A Montreal alcuni suoi colpi viaggiavano così velocemente che le avversarie non erano nemmeno abituate a valutarli nel modo corretto; non ho mai visto così tante volte le giocatrici provare a inseguire la palla, salvo poi rendersi conto che sarebbe stata al di fuori dalla loro portata. Questo significa che normalmente quella traiettoria per loro risultava raggiungibile: ma non con la velocità impressa da Keys.
Nell’ultima stagione Madison ha evidenziato progressi nel footwork e anche nel rovescio: un colpo che, se non è certo diventato immune da errori, viaggia oggi a una velocità vicina a quella del dritto. Si tratta realmente di doti fuori dal comune: ecco perché, pur con tutte le difficoltà raccontate, continuo a pensare che nessun traguardo possa esserle precluso.

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Aryna Sabalenka: l’apparenza inganna

Nuova Top 10, Sabalenka sta attraversando una fase di evoluzione del proprio gioco, verso un tipo di tennis molto più ricco di quanto spesso raccontato

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Aryna Sabalenka

Raramente un ingresso in Top 10 è stato così poco celebrato quanto quello recente di Aryna Sabalenka. Eppure questo traguardo è da sempre considerato come significativo, degno di note e riconoscimenti. Ma questa volta non è stato così: avvenuto il lunedì successivo agli Australian Open, è passato quasi sotto silenzio, probabilmente per due ragioni diverse. La prima è legata alle circostanze giornalistiche: Sabalenka infatti è entrata in Top 10 negli stessi giorni in cui Naomi Osaka ha vinto il secondo Slam ed è diventata la nuova numero 1 del mondo.
Però, a mio avviso, c’è una seconda ragione, per cui la conquista di Aryna non è stata celebrata: in realtà, se la aspettavano un po’ tutti; era solo una questione di tempo, di aritmetica, di punti in scadenza… Insomma, di dettagli; ma prima o poi doveva accadere.

Sotto questo aspetto mi sembra di essere tornato al 2015, quando in Top 10 era entrata per la prima volta Garbiñe Muguruza; anche lei giovane rampante, individuata con ampio anticipo come promessa dal sicuro avvenire. E, come Aryna, in possesso di un tennis dominante, che le permetteva di giocarsela alla pari con le più forti. E poi così è stato, almeno fino a quando Garbiñe non ha sperimentato la difficoltà di mantenersi ai vertici in termini di motivazioni, responsabilità, impegno. Ma questo è un altro discorso, che ci porterebbe fuori tema. Oggi è il momento di ricapitolare i progressi di Sabalenka, per cercare di comprendere meglio la sua situazione, con uno sguardo rivolto al futuro.

Qualche dato per cominciare. La Media Guide 2019 di WTA (che si può scaricare QUI) a pagina 145 elenca le giocatrici capaci di entrare per la prima volta in Top 10 negli ultimi due anni. Tra parentesi la data di ingresso fra le prime dieci:

 

Svitolina (27 feb. 2017)
Ostapenko (11 set. 2017)
Garcia (9 ott. 2017)
Mladenovic (23 ott. 2017)
Vandeweghe (6 nov. 2017)
Goerges (5 feb. 2018)
Stephens (2 apr. 2018)
Osaka (10 set. 2018)
Bertens (8 ott. 2018)
Kasatkina (22 ott. 2018)
Sabalenka (28 gen. 2019)

Una lista di nomi eterogenei per età e per storia: per alcune giocatrici l’ingresso fra le prime dieci appare come il coronamento di una intera carriera, per altre come un exploit difficilmente sostenibile a lungo termine; per altre ancora, le più giovani, come un trampolino di lancio verso obiettivi ancora più ambiziosi. È il caso di Sabalenka, entrata fra le “elette” a 20 anni appena compiuti, essendo nata a Minsk il 5 maggio 1998.

Secondo dato: la progressione nel ranking. Ricordo che Aryna ha avuto una carriera da junior piuttosto limitata, senza particolari risultati: migliore classifica numero 225, e nessuna partecipazione agli Slam di categoria. Da professionista scala il ranking WTA molto in fretta: numero 548 nel 2015, 159 nel 2016, 78 nel 2017, numero 11 nel 2018. Dunque una crescita rapidissima e costante. L’anno che la fa conoscere al mondo è il 2017, quando supera brillantemente il passaggio dai tornei ITF ai tornei WTA, consolidandosi su alti standard negli ultimi mesi di stagione.

Ma forse la spinta decisiva arriva dalla Fed Cup: comincia a essere schierata come titolare in singolare, e da “numero 2” del team spalleggia le imprese di Aliaksandra Sasnovich, fenomenale quell’anno nella competizione a squadre. In febbraio la Bielorussia supera l’Olanda: Aryna sconfigge Michaella Krajichek e perde solo 4-6, 7-6(6), 6-4 da Kiki Bertens, mancando un match point nel tiebreak del secondo set. Poi Sabalenka sconfigge Golubic in semifinale contro la Svizzera, prima di superare anche la campionessa in carica degli US Open Sloane Stephens nella finale, sfuggita contro gli USA solo al termine del doppio decisivo. Nella crescita della stagione va ricordata anche la finale di Tianjin in ottobre, persa 7-5, 7-6(8) contro Maria Sharapova.

Non ha senso ripercorrere nel dettaglio tutto il 2018: QUI si possono leggere i risultati completi, con 51 vittorie totali. In estrema sintesi, della stagione scorsa direi questo: Sabalenka si afferma in modo definitivo come una giocatrice capace di sconfiggere qualsiasi tipo di avversaria, anche di vertice, come si deduce dal bilancio contro le Top 10 (otto vittorie e appena quattro sconfitte).

a pagina 2: Le caratteristiche tecniche di Aryna Sabalenka

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Il più bello Slam degli ultimi anni

Gli Australian Open 2019 si candidano a diventare una pietra miliare del tennis femminile del periodo più recente

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Karolina Pliskova e Serena Williams - Australian Open 2019

Questa settimana mi spetta un compito difficile: provare a dimostrare che martedì scorso a proposito degli ultimi Australian Open non ho usato una definizione esagerata o campata in aria. Dunque: perché sono stati “il più bello Slam degli ultimi anni”?

Innanzitutto rimando alle prestazioni delle due finaliste, Osaka e Kvitova, di cui ho parlato sette giorni fa. Qui aggiungo altri quattro motivi. Il primo: il torneo ha confermato, sul campo, uno degli aspetti che alla vigilia lo rendevano particolarmente interessante; ci ha offerto un ricchissimo confronto generazionale, aperto come non mai a tenniste di ogni età. Ha vinto la 21enne Osaka, contro una finalista 28enne come Kvitova. Ma la 37enne Williams è stata protagonista insieme ad altre tenniste dell’età di mezzo come Pliskova (26 anni), e Collins 25. Ma nel torneo c’è anche stato spazio per una giovanissima come Anisimova (17 anni) in grado di sfoderare una partita straordinaria contro Aryna Sabalenka (20 anni).

Secondo aspetto positivo: tutto sommato il caldo australiano non è stato di quelli terribili. A parte un paio di giorni della seconda settimana (quando però si è ovviato chiudendo il tetto), non si sono raggiunte temperature estreme, cioè quel tipo di condizioni che rendono una partita di tennis una questione soprattutto fisica, in un ambiente che porta ai limiti le protagoniste. Ricordo per esempio che lo scorso anno Simona Halep fu costretta a passare la notte successiva alla finale (persa contro Caroline Wozniacki) in ospedale a causa della disidratazione. Per quanto ammiri anche l’aspetto atletico che richiede il tennis, mi sembrano situazioni eccessive, che oltre tutto non possono favorire la qualità di gioco. Se si è spinte sull’orlo del collasso non si può certo offrire il proprio miglior tennis: e questo è un peccato sia per chi va in campo sia per chi segue il match da spettatore.

 

Terzo aspetto positivo: le condizioni di gioco in senso tecnico: il complesso superficie+palline+clima. Cioè quel complesso che sinteticamente viene definito come “velocità” dei campi. A mio avviso le condizioni di gioco di Melbourne 2019 hanno favorito un tennis propositivo, in cui veniva premiata chi aveva il coraggio di prendere l’iniziativa, offrendo un giusto mix tra scambi rapidi e scambi prolungati. In questo modo abbiamo evitato le situazioni dell’ultimo grande torneo affrontato, le WTA Finals di Singapore, in cui il campo troppo lento aveva allungato i palleggi a dismisura, e portato praticamente tutti i match ad essere chiusi con saldi negativi, cioè con il numero di errori non forzati superiore al numero di vincenti.

Ma alla fine gli Australian Open 2019 sono stati semplicemente anche una edizione fortunata. Nel senso che si è creata più spesso del solito quella particolare alchimia che produce match di qualità superiore; con una frequenza che davvero non ricordavo in un unico torneo degli ultimi anni. Sicuramente l’essersi disputato a inizio stagione, dopo il periodo di recupero e preparazione, ha favorito la freschezza delle giocatrici. Ma in ogni caso fatico a ricordare in un solo evento così tante partite eccezionali.

Chi legge questa rubrica con regolarità sa che alla fine di ogni stagione seleziono dieci-dodici partite degne di essere ricordate; partite ricavate dall’intero anno di tennis. Ecco, devo dire che almeno 5-6 match di questi Australian Open mi sono sembrati già degni di scalzare quelli selezionati per il 2018. La finale Osaka Kvitova, la semifinale Osaka Pliskova, il quarto tra Pliskova e Serena, l’ottavo tra Serena e Halep, il terzo turno Osaka Hsieh e quello tra Pliskova e Giorgi sono state partite davvero notevoli, ricchissime di tensione emotiva, alternanza di situazioni ma anche e sopratutto, di qualità tecnica. A questi match dovrei aggiungerne uno che purtroppo non ho seguito, ma che in molti hanno segnalato: Muguruza contro Konta (6-4, 6-7, 7-5), terminato con numeri strepitosi (Konta +9, Muguruza +22 nel saldo vincenti/errori non forzati).

Rimettendo in fila queste partite emerge un aspetto curioso: tutte si sono svolte nella parte alta del tabellone. Questa è stata una caratteristica particolare dell’ultimo Slam: la parte alta del tabellone (quella che ha portato in semifinale Osaka e Pliskova) ha offerto tantissima qualità grazie a protagoniste tutto sommato attese, mentre la parte bassa del tabellone (che ha portato in semifinale Kvitova e Collins) è stata invece quella delle sorprese e, a conti fatti, anche delle maggiori delusioni. Cominciamo con queste, per lasciare il meglio in fondo.

a pagina 2: La parte bassa del tabellone

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Osaka e Kvitova: l’Australian Open delle attaccanti

A Melbourne è andata in scena una eccezionale edizione dello Slam, che ha offerto diverse partite memorabili

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Naomi Osaka e Petra Kvitova - Australian Open 2019

Che torneo: il più bello Slam degli ultimi anni. È sempre difficile valutare un avvenimento appena concluso e, a caldo, fare paragoni con il passato. Ma questa volta sono davvero convinto: non ricordo un Major recente altrettanto ricco di partite di qualità, capaci di regalare equilibrio, rovesciamenti di fronte, divertimento, ma soprattutto autentica sostanza tennistica. E non solo per merito delle due finaliste, Osaka e Kvitova, ma grazie anche ad altre protagoniste come Pliskova, Serena Williams, Halep, Hsieh, Barty, Giorgi.

È stato anche uno Slam che ha visto prevalere le attaccanti sulle difensiviste, ribaltando l’esito di dodici mesi fa, come si può dedurre dalla composizione delle semifinaliste: Wozniacki, Halep, Mertens e Kerber nel 2018. Osaka, Kvitova, Pliskova e Collins nel 2019. Sugli aspetti generali degli Australian Open 2019 tornerò con un secondo articolo, dedicato alle giocatrici che non sono riuscite ad arrivare sino in fondo, ma che meritano comunque di essere ricordate per quanto hanno saputo offrire. Per ragioni di spazio oggi comincio con le due finaliste; il resto a martedì prossimo.

Kvitova a Melbourne: un crudele déjà vu
Dopo la anomala stagione 2018, in cui Kvitova aveva vinto più di tutte a livello WTA (5 tornei) ma sempre fallito negli Slam, finalmente agli Australian Open 2019 Petra ha riconquistato la ribalta anche in un Major. E siccome nessun evento raccoglie lo stesso interesse di uno Slam, si è tornati a parlare della sue vicenda personale, caratterizzata dal complesso recupero fisico che ha dovuto attraversare dopo l’accoltellamento alla mano sinistra subito nel dicembre 2016. Evento determinante che oggi, a torneo finito, si somma ad altre questioni di tennis più lontane e troppo poco ricordate.

 

Penso infatti che se vogliamo provare a capire più profondamente la storia di Kvitova occorra allargare il quadro di riferimento, recuperando quanto le accadde proprio in Australia sette anni fa, nel 2012. Perché Petra a Melbourne ha subito diverse cocenti delusioni, ma una l’ha segnata in particolare: probabilmente il maggiore rimpianto della sua carriera. Torniamo al passato.

Nel gran caldo australiano diverse volte Kvitova ha perso match contro avversarie che sulla carta erano da battere. Sconfitte al primo o secondo turno, come quella nel 2018 contro Petkovic (che in quel momento era numero 98 del ranking), contro Gavrilova nel 2016 e soprattutto contro Kumkhum nel 2014, in une edizione che pure aveva affrontato con una forma fisica eccezionale, frutto della più dura e scrupolosa preparazione atletica mai svolta sino ad allora in off-season.

Ma è un’altra la sconfitta che Petra non ha mai del tutto metabolizzato, e che sono convinto si sia incisa, profonda come una cicatrice, nei suoi ricordi. Si tratta della semifinale del 2012, persa da favorita contro Maria Sharapova. Quella partita rappresenta una ferita mai del tutto sanata, tanto che forse quel match potrebbe essere diventato uno spartiacque rispetto al suo ruolo nel circuito femminile: da potenziale numero 1 del Tour a figura capace di grandi exploit, ma non sufficientemente consistente per essere la leader del movimento.

Oggi siamo abituati a percepire Kvitova come una tennista di grande talento ma non abbastanza continua per comandare il ranking. Ma nel gennaio 2012 le cose stavano in modo molto diverso. Ad appena 21 anni, nella stagione 2011 Kvitova aveva disputato otto finali (7 a livello WTA, 1 a livello ITF), e ne aveva vinte sei; non solo Wimbledon, ma anche Madrid e il Masters, oltre alla Fed Cup (che non assegna punti WTA). Per una manciata di punti non aveva concluso l’anno da numero 1 del mondo, ma un po’ tutti pensavano che il sorpasso nei confronti di Wozniacki sarebbe stato imminente; solo una questione di tempo.

Quel sorpasso Petra lo aveva mancato anche per scelte di programmazione fatte prima di sapere quanto poco le sarebbe bastato per arrivare in cima al mondo: per esempio la rinuncia al torneo di Roma 2011, perché aveva già preso l’impegno di giocare l’ITF di Praga. O la decisione di disputare l’Hopman Cup, una manifestazione che non assegna punti in classifica, all’inizio del 2012; e così la sua vittoria a Perth proprio contro Wozniacki non era servita a cambiare le gerarchie mondiali.

Prima degli Australian Open le sarebbe bastato arrivare in finale a Sydney per prendere il comando della classifica; ma si era fermata a un solo passo dal traguardo: aveva perso in semifinale contro Li Na dopo aver dominato il primo set e avere condotto di un break nel secondo (1-6, 7-5, 6-3). Una delle rare occasioni in cui l’aveva bloccata il braccino, in un confronto asimmetrico sul piano emotivo, visto che per Li Na quella partita non aveva particolare significato.

Racconto tutte queste circostanze per restituire la sensazione che si viveva in quel momento: un primato a portata di mano, tanto vicino quanto però sempre sfuggente. Poi era arrivato lo Slam, e le cose erano andate in modo sorprendentemente simile a quanto è successo qualche giorno fa. Ecco perché il 2019 si ricollega al 2012.
Alle fasi finali erano approdate più giocatrici con la possibilità di conquistare il numero 1; ma mentre per scalzare Wozniacki a Kvitova sarebbe bastato arrivare in finale, a Sharapova e Azarenka occorreva vincere il torneo. Le semifinali erano Azarenka contro Clijsters e, Kvitova contro Sharapova. Di nuovo a un solo match dal primato in classifica, Petra aveva perso da Sharapova in semifinale, in una partita caratterizzata dalla diversa capacità di gestione delle palle break: 5 occasioni per Sharapova, tutte convertite; 14 palle break per Kvitova, ma con appena 3 conversioni. Nemmeno l’essere stata in vantaggio di un break nel terzo set era bastato per vincere. Risultato: 6-2, 3-6, 6-4 per Masha. Come contro Li Na a Sydney, quel giorno Petra aveva giocato con troppa pressione, consapevole che quella partita avrebbe significato la conquista del primato in classifica, un traguardo che segna una carriera.

E anche se Kvitova non è mai entrata nel dettaglio di quel match, lo ha ricordato in diverse interviste come la sua peggiore sconfitta. Nella finale 2012 Azarenka vinse in scioltezza il suo primo Major (6-3, 6-0 a Sharapova) e poi avrebbe disputato una primavera fenomenale, a colpi di vittorie in serie che avrebbero reso definitivamente fuori portata il primato nel ranking per tutte le altre. Per Kvitova la leadership del movimento era ormai svanita.

Ecco perché quanto successo a Melbourne 2019 sembra un crudele déjà vu. Per come oggi è costruita la classifica di Petra (con i punti in scadenza di S. Pietroburgo e Doha), le possibilità di aspirare al numero 1 sono ridottissime, e dunque la delusione è stata doppia. Un aspetto che va tenuto presente per capire più a fondo le sue parole nella conferenza stampa di sabato scorso, quando ha confessato che le ci vorrà un po’ di tempo per assorbire la sconfitta contro Osaka.

Ma naturalmente sarebbe sbagliato dipingere l’avventura australiana 2019 di Petra solo a tinte fosche. Al di là della delusione in finale, rimane comunque il dato complessivo della vittoria a Sydney, e soprattutto del ritorno ad alti livelli nello Slam.
Un Australian Open che, a conti fatti, ha offerto un notevole squilibrio tra la parte alta del tabellone (quella di Osaka) e quella bassa (di Kvitova): mentre nella parte alta si succedevano partite di altissima qualità, in quella bassa le principali favorite si sono perse per strada, lasciando spazio a qualcosa di simile a uno one-woman show, che ha visto proprio Kvitova protagonista. Per arrivare in finale da testa di serie numero 8, Petra ha infatti affrontato una sola avversaria fra le prime 30 del mondo, Ashleigh Barty (numero 15); per il resto non ha dovuto fare altro che regolare giocatrici fuori dalle teste di serie; certo, lo ha fatto con grande autorevolezza, ma senza quasi poter dimostrare fino a che punto fosse in grado di giocare bene.

In più vanno considerate le questioni ambientali. È noto quanto Kvitova soffra le alte temperature, al punto che in certi giorni rischia di perdere più  per la difficoltà a esprimersi con il grande caldo che per la forza dell’avversaria. Un problema che però in questi Australian Open ha evitato per due circostanze fortunate e difficilmente ripetibili.
La prima: essendo arrivata in extremis a Melbourne dopo la vittoria di Sydney, ed essendo stata sorteggiata nella parte di tabellone che scendeva in campo per prima, è stata comprensibilmente tutelata dagli organizzatori, che l’hanno programmata il più tardi possibile (lunedì sera); e da allora ha giocato sempre a fine giornata (ad eccezione del match contro Anisimova), con temperature meno aggressive.

E quando invece, in semifinale contro Collins, era arrivato il momento della verità, con la partita fissata alle due del pomeriggio e oltre 35 gradi da affrontare, paradossalmente è stato proprio il caldo eccessivo a salvarla: sono subentrate le regole che prevedono la chiusura del tetto per salvaguardare la salute delle giocatrici. Quale differenza di rendimento ci sia tra la “Kvitova outdoor sotto il sole cocente” e la “Kvitova indoor”, lo abbiamo potuto sperimentare in modo semplice e diretto. Inclusa Danielle Collins, che dopo aver fatto partita pari con il tetto aperto (4-4), ha resistito ancora qualche game nelle fasi di aggiustamento alle nuove condizioni, ma poi nulla ha potuto una volta che Petra si è messa in carreggiata (7-6(2), 6-0).
Dunque sei match vinti senza perdere un set. E così, per capire fino a che livello Kvitova potesse giocare bene si è dovuta aspettare la finale contro Naomi Osaka, in un confronto inedito (non c’erano precedenti) che non ha deluso le aspettative.

a pagina 2: Naomi Osaka verso la finale: da Hsieh a Svitolina

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