Amir Weintraub: “Tutti i giocatori sono stati avvicinati per truccare delle partite, Djokovic compreso”

Il n.2 di Israele ha sottolineato quanto sia esteso il fenomeno del matchfixing nel tennis e quanto sia difficile tirare avanti fuori dalla Top 100

Di Valerio Vignoli
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All’inizio del 2016 il mondo del tennis è stato sconvolto da un’inchiesta della BBC sul fenomeno delle combine nei tornei minori, alimentato dagli insufficienti guadagni dei giocatori. Nel corso di un’intera carriera passata tra Futures e Challenger, Il 30enne tennista israeliano Amir Weintraub, ne ha viste probabilmente di cotte e di crude e ha vissuto sulla propria pelle queste difficoltà. Intervistato da un’emittente del suo paese, Weintraub si è sfogato, denunciando l’ampiezza del problema del matchfixing e l’inadeguatezza dei montepremi nei tornei minori.

“Nessun giocatore, partendo dal n.1500 fino a Novak Djokovic non è mai stato avvicinato dagli scommettitori”, ha dichiarato il n.2 d’Israele, peraltro riprendendo un’affermazione del fenomeno serbo, “All’inizio certe persone vengono da te, settimana dopo settimana, specialmente in paesi come la Russia. Dopo una, due, tre settimane in cui ti rifiuti di collaborare loro non vengono più”. 

Secondo Weintraub, che come best ranking vanta il n.161 e che da quando è professionista ha guadagnato poco meno di 440mila dollari, la ragione per cui alcuni tennisti di seconda (o terza) fascia finiscono nella rete di questi criminali è la mancanza di introiti economici sufficienti per portare avanti la propria attività. “Quello che un giocatore con il mio ranking può guadagnare truccando un incontro non lo può guadagnare in tutto l’anno”, ha sottolinea l’israeliano.

In un post di qualche settimana fa sul suo profilo Facebook, il giocatore di Rehovot aveva già espresso, in maniera persino più diretta, tale punto di vista. “Il punto è che noi giocatori oltre la 100esima posizione siamo delle pedine pronte a perdere per i giocatori al vertice. […] Se non sei nella Top 100 perdi denaro a prescindere da dove vai e cosa fai […]. Il sistema non funziona”, aveva scritto, rimarcando tuttavia “di non avercela con le autorità del tennis” ma di essere solo “addolorato per questo sport che ama così tanto”.

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