Adriano Panatta e l’arte di massacrare chi vince ma annoia

Opinioni

Adriano Panatta e l’arte di massacrare chi vince ma annoia

“Murray n.1? Che tristezza!”. Nel grido barbaro di Adriano Panatta il povero Andy Murray passa per noioso e pallettaro, ma sono in pochi a dire quello che pensano senza concessioni al politicamente corretto

Pubblicato

il

Ci sono giornalisti che nel dare giudizi si attengono strettamente ai risultati del momento, così se Djokovic è in fase involutiva e ha vinto solo Toronto dopo il Roland Garros ne registrano il calo e s’interrogano sul suo futuro. Ci sono altri opinionisti che cercano di avere una visione più ampia e nel commentare un risultato fanno comunque riferimento alla stagione del giocatore, per cui Nole ha solo bisogno di ricaricare le batterie e con un Murray così l’anno prossimo ne vedremo delle belle. Poi c’è Adriano Panatta, uno che quando giocava batteva due volte al Roland Garros Bjorn Borg, vinceva la Coppa dei Moschettieri nel 1976 e poi se ne andava in Sardegna tutta l’estate e “Se vi va bene così ok, altrimenti ok lo stesso perché me vojo divertì”. Uno che quando era capitano non giocatore di Coppa Davis nel ’96 un bel giorno prende da parte Andrea Gaudenzi e Diego Nargiso e gli fa: “Mo’ il doppio lo giocate voi due” e questi sembrano i Pietrangeli-Sirola degli Anni ’90. L’anno dopo chiama Omar Camporese che neanche più si ricordava che giocava a tennis (e anche benino) – era precipitato al n.156 ATP – e questo a Pesaro annichilisce il fresco finalista dell’Australian Open Carlos Moya. Ebbene Panattone porta l’Italia per il secondo anno di fila l’Italietta in semifinale di Coppa Davis e poi litiga al calor bianco con la Federazione e ciao a tutti. Uno che quando guardi gli Slam su Eurosport e te lo ritrovi al commento tecnico, quando il match è un signor match gli vorresti dire: “Adrià, mo bbasta!” e quando il match diventa inguardabile torneresti da lui in ginocchio: “Adrià te prego, pensaci te!”.

Adriano Panatta, potevamo aspettarci un commento “tranquillo” da uno così per celebrare il nuovo numero 1 del mondo Andy Murray? Che tristezza”, dice ai microfoni di “Non è un paese per vecchi”, su Rai Radio2. “Che tristezza”, ripete con un tono funereo come se avessero eletto come miglior giocatrice alla battuta Sara Errani. “E’ un pallettaro tremendo”. Poi una piccola pausa per far sedimentare il messaggio, prima di tornare alla carica: “E’ un pallettaro”.

Ma è il n.1, Adriano, se ci è arrivato ci sarà un motivo!
Sì è perchè gli altri… Djokovic si è messo col guru, ma dimmi te… ha problemi psicologici” e giù fiele anche su Nole. Sarebbe bello ora entrare nel personaggio Panatta, tracciarne una fenomenologia che solo quelli come lui (ma ce n’è un altro come lui?) meritano. Solo che non basterebbe un articolo, ci vorrebbe un trattato, appunto. Allora spostiamo il focus dal personaggio al contenuto della critica. Non tanto per dire se è giusta o sbagliata, quanto per sottolinearne l’opportunità. Murray n.1? Che tristezza”. Apriti cielo. Ma come diamine si permette? Andy è stato un grandissimo giocatore che ha avuto la sola sfortuna di giocare nella stessa epoca di Federer, Nadal e Djokovic. In altre parole, si è trovato a competere contro 43 Slam (17 di Roger, 14 di Rafa e 12 di Novak), è sempre stato additato come il corpo estraneo dei Fab Four, anche quando ha vinto il primo Slam, anche quando ha vinto Wimbledon con la pressione di un popolo addosso. In moltissime altre decadi sarebbe stato il n.1 del mondo a lungo già da un pezzo e invece di scoraggiarsi è sempre andato avanti con una determinazione granitica fino a raggiungere la vetta del ranking. Ora ha anche vinto il suo primo Master dopo aver travolto in finale quel Djokovic che voleva riprendersi la vetta. Che doveva fare di più?

 

Se glielo domandassimo, Adriano risponderebbe più o meno così: “Ah sì? E che me frega? Mi annoia a morte. Non posso vederlo n.1! Amo il tennis, voglio vedere dei giocatori che fanno vincenti, non dei maratoneti che non sbagliano mai e alla fine sbaglia sempre l’altro. D’accordo, Andy è encomiabile, un esempio per tutti, ma io mi voglio divertire, non cerco esempi e belle storie, cerco bei colpi, spettacolo, vincenti. Avete capito? Vin-cen-ti! Quando fai un gran punto chiudendo a rete con una volèe da paura, quando giochi un rovescio da lasciare tutti di stucco a dire: ‘Guarda che ha fatto!’ Sai che ci faccio con chi corre da una parte all’altra del campo senza sbagliare mai, recuperando l’impossibile, fino a quando arriva l’errore dell’avversario? Io voglio vedere la bellezza del tennis. Voglio Federer, voglio Monfils, voglio Dolgopolov!  Il numero 1 è Murray? Complimenti, ma è la riprova che il tennis è diventato atletismo e regolarità. Vincono i robot, io voglio quelli che giocano bene“.

Lo odiate, Adriano Panatta? Certo, lui è un Federiano doc (“Roger lo guardo anche quando palleggia”), i tifosi degli altri tre hanno tutto il diritto di mandarlo al diavolo, ma vivaddio finalmente qualcuno che dice la sua senza timori di fare i complimenti al nuovo numero 1 del mondo. In un tennis così abbottonato, abbiamo bisogno di chi se ne frega del politicamente corretto, delle frasi di rito e di tutto il resto che già sappiamo. Meno male che c’è ancora qualcuno che parla senza peli sulla lingua, che dice quello che pensa e basta. Quando finiranno tutte le rivalità dei Fab Four, quando attraverseremo l’epoca della transizione, non potremo fare a meno dei funamboli. Sia in campo che in cabina di commento. Tra due o tre estati, non stare troppo in Sardegna, Adriano!

Continua a leggere
Commenti

Opinioni

Troppe accuse ai furbetti e pochi rimbrotti a chi si fa fregare

Un Medical Time Out sospetto ha aiutato la 18enne Yastremska a vincere il suo secondo titolo. Comportamento al limite, certo, ma lo sport non è fatto solo di gentilezze ed è miope dimenticarlo

Pubblicato

il

Lo diremo a scanso di equivoci: nella sua accezione più primigenia, lo sport non va d’accordo con i mezzucci. La contesa sportiva discende sì in parte dal retaggio della guerra, ripulito però di quella connotazione truce e violenta perché i gentiluomini – e più tardi le gentildonne – potessero confrontare le proprie abilità secondo le regole di cui ogni sport sceglieva di dotarsi. Una sorta di ‘battaglia controllata’ entro cui sfogare gli istinti di competizione di cui l’essere umano non potrà mai fare a meno, utile anche a soddisfare quell’esigenza ludica che ci ha caratterizzato fin dalla preistoria. Alcune tra le prime pitture rupestri testimoniano infatti come l’uomo già si dedicasse allora ad attività non direttamente collegate a quelle fondamentali per la sopravvivenza. Lo sport, in sé, può essere considerato una fusione tra gioco e guerra.

Rispondendo la pratica sportiva prima di tutto al principio dell’uguaglianza, vi si è affiancata come tratto distintivo la capacità di abbattere le barriere sociali. Di qui la cavalleria e il rispetto dell’avversario, non sempre possibile al di fuori dei confini dello sport laddove una vittoria poteva significare sopraffazione reale, non solo figurata. Tutto questo è vero, lo sport ha preso le sembianze – paradossali, per certi versi – dell’universo ‘innocuo’ in cui continuare a professare i valori costantemente sviliti dalle evoluzioni della Storia. Da un lato c’è quello che de Coubertin ha brillantemente sintetizzato nella sua massima, dall’altro c’è che comunque a nessuno piace perdere. La sconfitta può essere seducente dal punto di vista letterario, può persino ispirare di più il cronista romantico, ma sul campo da gioco non seduce proprio nessuno. È solo un nemico da tenere lontano con ogni forza.

Per questo banalissimo motivo la zona grigia compresa tra i confini del lecito e i confini dell’etico ha preso ad essere sempre più abitata. L’atleta si spinge fino al limite delle sue possibilità tecniche e fisiche ma se questo non basta, col conforto dei regolamenti, si aiuta con gli escamotage che fanno storcere il naso ai puristi. L’ultimo esempio è quello di Dayana Yastremska, 18enne ucraina parecchio esuberante – di tennis e di carattere – che trovandosi con un piede e tre quarti nella fossa durante la finale di Hua Hin contro Ajla Tomljanovic, ha dovuto giocare un po’ sporco. Sotto 5-2 nel terzo set, dopo aver perso undici degli ultimi quindici game, ha chiesto e ottenuto un medical time out strategico per trattare un presunto fastidio alla gamba sinistra. Miracolosamente ringalluzzita dalla pausa lei e tragicamente avvilita la povera avversaria, che per un’ora l’aveva imbrigliata per bene, Yastremska è riuscita a rovesciare completamente l’incontro fino al dritto vincente che le ha consegnato tie-break, partita e secondo titolo in carriera.

 

Siamo tutti d’accordo che la pestifera ragazzina di Odessa non farà incetta di premi simpatia ne vedrà inciso il suo nome sul trofeo annuale del fair play, ma giova ricordare che contro Serena Williams a Melbourne aveva preteso d’utilizzare la stessa tattica – dopo aver poggiato male la caviglia in uno scambio – riuscendo a infastidire la statunitense come un fiacco refolo di vento riuscirebbe a farsi dare udienza da un uragano. Insomma, perché il giochino funzioni si deve essere in due: uno che non si faccia troppi scrupoli a rimestare un po’ nel torbido, e uno che sia facile alla distrazione. Se la prima caratteristica non è troppo degna d’onore ma può essere assai funzionale in una competizione sportiva, la seconda è certamente una nota di demerito.

La discussione tra David Goffin e l’arbitro Cedric Mourier a Montecarlo nel 2017

La capacità di mantenere la concentrazione punto dopo punto riveste grande importanza nel bagaglio di un tennista, addirittura cruciale quando si scende in campo per una finale. Tomljanovic avrebbe dovuto trattare il sotterfugio di Yastremska alla stregua di una chiamata sfortunata, di uno spettatore che applaude in anticipo, di un’avversaria che ingaggia una battaglia personale con il giudice di sedia e incidentalmente arringa la folla (coff coff). Isolarsi da questi episodi rientra quindi tra le cose che vengono richieste a un giocatore per vincere una partita di tennis. Così come Carreno, certamente non fortunato contro Nishikori a Melbourne, l’australiana non ha saputo smarcarsi dall’elemento di disturbo e (anche per questo) ha perso la sua finale, dopo averne persa un’altra piuttosto lottata a Seoul lo scorso settembre. È il sintomo che qualcosa le manca a livello di personalità, e per quanto Yastremska possa aver fatto qualcosa di eticamente discutibile – benché lecito, lo ribadiamo, finché i regolamenti reciteranno in questi termini – lei è stata troppo ingenua. E queste ingenuità nello sport si pagano.

Quanto alla pratica degli MTO strategici, che certamente esistono e forse sono persino la maggior parte di quelli che vengono chiamati, va detto che troppo spesso si pretende di scoprire dal divano quanta necessità effettiva abbia un tennista di fermare il gioco per ricevere delle cure mediche. Lo stesso identico infortunio potrebbe essere intollerabile per Paire e appena percettibile da Goffin, che magari neanche verrebbe sfiorato dall’idea di avvalersi del fisioterapista. Paire è necessariamente un baro? Non per forza. Un giocatore può in effetti trarre beneficio da una pausa, anche se la motivazione risulta essere più psicologica che atletica, e dal momento che il regolamento non discrimina sull’esigenza ‘fisica’ di fermare il gioco – ad oggi, anno di grazia 2019, la tecnologia non ci permette ancora di farlo – questa dinamica deve essere accettata per quella che è.

Piena libertà di elucubrare sulla genesi dei time out, ci mancherebbe, ma l’esercizio rimane confinato alla sfera della soggettività. I regolamenti sono uguali per tutti, il modo in cui ognuno dei noi interpreta l’etica sportiva no. È anche verosimile che gli atleti continueranno in qualche modo ad essere divisi tra coloro che hanno pelo sullo stomaco – e ci stupiremmo di non trovarne nessuno su quello di Yastremska – e coloro i quali, pur avendo fidanzati parecchio amorevoli nel prendere le loro difese, continueranno a mancare di un certo istinto killer. Il guaio, se volete considerarlo un guaio, è che sono più spesso i primi a festeggiare sui resti dei secondi. E anche di questo si deve prendere atto.

La stretta di mano (freddina) tra Yastremska e Tomljanovic

Continua a leggere

Editoriali del Direttore

Mr. Haggerty e il delitto perfetto

Ad Orlando ad agosto si deciderà la fine o meno della Coppa Davis (almeno nella formula attuale). Riuscirà il presidente ITF nel suo intento? O rimedierà una nuova brutta figura come l’anno scorso?

Pubblicato

il

Abbiamo più volte scritto nell’ultimo periodo di come l’ITF nella persona soprattutto del presidente David Haggerty stia cercando di modificare a tutti i costi il format dell’attuale Coppa Davis, competizione con una storia di 117 anni e dalla grandissima tradizione e (ci permettiamo di aggiungere) fascino. Al di là delle opinioni puntualmente riportate dei vari tennisti, capitani e giornalisti, anche lo stesso direttore Scanagatta ha in un paio di occasioni detto la sua tirando scherzosamente in ballo il sottoscritto (che in redazione è soprannominato Patria-man per lo sviscerato amore verso i tennisti italiani e le competizioni a squadre, Davis e Fed, per le quali ho il piacere di essere responsabile per Ubitennis). È chiaro che avere passione per un evento e leggere di tentativi di modificarla (o forse sarebbe meglio dire stravolgerla) non fa mai piacere, anzi, ti prende un senso di ribellione. Così come è anche vero che i continui tentativi in questa direzione devono comunque far riflettere e forse comprendere che qualche accorgimento andrebbe apportato. Inoltre nell’analisi di tutto ciò andrebbe anche valutato tutto il contesto del mondo del tennis negli anni 2000 e partendo da qui fare le opportune considerazioni.

Vediamo di provarci con questo articolo. Partiamo da dove eravamo e dove siamo arrivati tennisticamente parlando. Siamo passati dalle racchette di legno e da un tennis diciamo semi-professionistico ad attrezzi fantascientifici, tecnologicamente all’avanguardia, ad un gioco supersonico rispetto a quello di soli 30 anni fa, a tornei che si susseguono senza lasciarti un attimo di tregua, a superfici nel corso del tempo modificate quasi per renderle (stiamo estremizzando) uniformi (la cosidetta “terba” o superfici veloci ma in verità molto “lente). Siamo passati da 3 slam sull’erba ad uno, siamo passati dalle finali tutte sulla distanza del 3 su 5 a finali tutte sulla distanza del 2 su 3 (eccezion fatta per gli Slam e per la Davis). L’apoteosi di questo cambiamento l’abbiamo vista nel torneo Next Gen giocatosi a Milano lo scorso dicembre: giudici di linea elettronici (altro che Var nel calcio), set a 4, no let sui servizi, no vantaggi e via dicendo. Certo era un esperimento, ma il timore e che si possa procedere in questa direzione nel futuro.

Ma perché tutti questi cambiamenti? Beh, innanzitutto perché il tennis da sport di nicchia si è evoluto in sport diffuso. Inoltre nel corso del tempo gli sponsor, gli introiti, i soldi che girano attorno a questo mondo sono cresciuti a dismisura (e non dimentichiamoci anche dell’affare delle scommesse che poi hanno di conseguenza portato altri problemi). Vogliamo poi parlare dei soldi delle TV e quindi dell’interesse delle stesse ad avere un ruolo decisivo negli orari, nella programmazione dei match e così via. Ecco allora che il tennis non viene visto più in funzione del gioco in sé per sé ma in funzione di quanti soldi in più può far fruttare a tutti i vari attori in gioco. Tutto ciò rischia però di far deragliare il sistema in nome del famoso Dio Denaro. Qualcuno potrebbe dire, bella scoperta! Vero, il problema sarebbe rendersene conto in tempo.

 

Non si capisce come un tennista terraiolo puro come Guillermo Vilas giocasse più di 120 partite in un anno mentre oggi si contano più tennisti infortunati che sani (soprattutto tra i migliori). Si dirà, si ma oggi gli attrezzi ed il tennis sono cambiati. Corretto, ma non è che oggi le riabilitazioni e i recuperi da infortuni vari vengano accelerati oltremodo per non perdere la possibilità di racimolare qualche dollaro in più? C’è pure da dire che una volta si giocavano tutte le finali dei vari tornei 3 su 5, oggi come scritto prima tutte (o quasi) 2 su 3. Si sostiene che questa misura è stata presa per evitare che chi giochi una finale dispendiosa 3 su 5 in un torneo non sia poi costretto a rinunciare a quello della settimana successiva, asserendo oltretutto che il pubblico sugli spalti (e anche a casa) non gradiscano di base tempi lunghi per assistere ad un evento sportivo. Ma ne siamo proprio sicuri? Sarei curioso di chiedere ad uno spettatore della finale del Foro Italico tra Federer e Nadal del 2006 se si fosse in quell’occasione annoiato. L’impressione (da parte di chi scrive) è che l’ATP sappia di rappresentare un movimento che produce tanti soldi e che faccia di tutto per tirare acqua al suo mulino. Ci sta, però poi bisognerebbe anche porsi dei limiti, perché alla fine si fa di tutto per favorire i giocatori e le loro esigenze ma poi in molti tornei i draw sono zoppi e di limitato valore tecnico ed allora tanto vale tornare al tennis di una volta.

Il ragionamento fatto per il tennis vale di conseguenza anche per la Davis. E’ vero, fino forse a tutti gli anni ’90 la competizione era onorata da tutti i migliori, poi pian piano l’interesse è andato da parte degli stessi scemando, soprattutto da parte di chi semmai l’ha vinta e quindi ha raggiunto il suo scopo. In parte ciò è corretto, fermo restando che Murray ha continuato a giocarla se in forma anche dopo averla vinta, Djokovic dopo averla vinta l’ha difesa l’anno successivo e poi ha giocato in altre occasioni (oltretutto giocando un’altra finale), Nadal è stato da poco convocato per i quarti di finale contro la Germania sulla terra di Valencia. Così come è vero che al netto di polemiche interne alle squadre i migliori francesi sono sempre presenti e lo stesso vale per i croati o per gli americani.

Il presidente Haggerty rispetto al forse eccessivo immobilismo del suo predecessore, l’italiano Ricci Bitti (che nella sua ultima audizione all’ITF pregò di salvaguardare la tradizione della manifestazione) si è votato completamente alla rivoluzione della Davis. Primo tentativo, format quasi immutato, tutti i singolari sulla distanza del 2 su 3, doppi 3 su 5, competizione su due giorni. Sicuro del fatto suo il presidente portò la proposta in consiglio ma non raggiunse il quorum richiesto (2/3 dei votanti). Tramite però una sorta di stratagemma la proposta è stata comunque adottata per i vari raggruppamenti zonali mentre non è stato toccato il World Group. Haggerty però da vero uomo business ha fiutato l’errore ed allora eccolo tornare alla carica con una proposta stavolta davvero rivoluzionaria, ma soprattutto portatrice di tanti soldi (il famoso Dio Denaro di cui sopra), da dividere tra federazioni. Fautore di questa idea la multinazionale Kosmos appoggiata dalla giapponese Rakuten. Il progetto lo sapete un po’ tutti, tutte le gare racchiuse in una sola settimana in un’unica sede, 16 nazioni partecipanti più 2 wild card e così via. Insomma, in un solo colpo, via il fattore campo, via il 3 su 5, via 3 week-end su 4 dedicati alla Davis nel calendario. Nella sostanza la fine della Coppa Davis che la tradizione ci ha fatto conoscere.

Una volta reso noto il progetto tutti gli attori hanno provato a dire la loro. C’è chi è favorevole, chi invece invoca il rispetto della tradizione della manifestazione e disapprova questa rivoluzione. Non ultimo il buon Lleyton Hewitt (“i soldi non possono essere tutto”). Più volte anche noi della redazione abbiamo discusso sulla Davis, sul suo Format, su eventuali cambiamenti da apportare. E’ chiaro che se la inseriamo nel contesto del mondo del tennis odierno qualcosa va cambiato, soprattutto sul calendario. Servirebbe una collocazione più concentrata dei vari turni, anche se giova dire che a suo tempo furono proprio i big a chiedere in una lettera all’ITF di giocare due turni della Davis nelle settimane immediatamente seguenti gli Australian Open (gli ottavi di finale del World Group) e gli US Open (semifinali e play-off). Ma ciò implicherebbe un dialogo incrociato ITF-ATP che come tante volte il buon Gibertini ha sostenuto non ci sarà mai e poi mai. E già qui emerge la prima crepa. In seconda battuta, al di là di assegnare punti ranking a chi la gioca si dovrebbe prevedere (visto l’andazzo che ha preso il sistema) anche dei montepremi da dividere ai giocatori, perché come sosteneva a suo tempo il nostro Direttore, la possibilità di percepire (non dalle proprie federazioni ma dall’ITF) denari forse smuoverebbe anche gli entourage degli stessi tennisti che oggi sono con ogni probabilità i primi a disincentivarne la partecipazione. Purtroppo sono lontani i tempi in cui si giocava per l’amor patrio e per la gloria.

Chiudiamo questa ampia parentesi riprendendo le dichiarazioni in esclusiva raccolte dai nostri inviati a Miami dal giornalista Jon Wertheim. Soprattutto il passaggio “in un mondo dove oggi si corre a 300 all’ora e impensabile chiedere a uno spettatore di assistere per oltre 3 ore ad un match di tennis tra un Cilic ed un del Potro (il riferimento è al singolare della finale di Davis di due anni fa, ndr). 90 minuti potrebbero bastare...”. Ecco, pensare che un bel match, ricco di colpi di scena, con il tifo acceso sugli spalti, debba avere per motivi commerciali una durata contenuta è un limite che secondo chi scrive stiamo dando a questo sport. In Davis (o in uno Slam sia ben chiaro) un match palpitante, emozionante, può durare anche 4 ore e più. Certo, tra i tanti incontri capiterà anche un Higueras-Barazzutti (per citare due giocatori che proprio non ispiravano il pubblico) o un Bemelmans-Fucsovics (singolare di uno degli ottavi della Davis di quest’anno), ma se in ballo c’è un punto decisivo in un match tra due nazionali si fa fatica a pensare che la partecipazione degli spettatori non ci sia. Anche perché in campo si difendono i colori nazionali ed il pubblico di casa a prescindere tifa (al contrario di ciò che può avvenire in un torneo). Riprendendo l’esempio precedente, un Bemelmans-Fucsovics di Davis ha ben altro seguito che un Bemelmans-Fucsovics in un qualsiasi torneo.

Come la chiudiamo allora la questione? Innanzitutto va condiviso pienamente il pensiero di Lleyton Hewitt, “se Haggerty non raggiunge la maggioranza richiesta con la nuova proposta farà bene a dimettersi”, perché se il presidente ITF nemmeno con l’appoggio dei soldi riesce a convincere la maggioranza del board vuol dire che se ne deve fare una ragione e che ha fallito. Al tempo stesso sarebbe il caso che se si decide di salvaguardare la tradizione della Davis nei suoi aspetti essenziali bisogna mettersi tutti attorno ad un tavolo e capire quali modifiche si possono apportare per facilitare la partecipazione dei migliori. Fermo restando (opinione di chi scrive) che non è detto che se non giochino Djokovic o Nadal una sfida di Davis non regali emozioni, colpi di scena o pathos. Certo sarebbe sempre meglio vedere i migliori in campo, ma il fascino di una competizione a squadre in uno sport tipicamente individuale non ha pari e la Davis ce lo insegna in ogni week-end che il calendario le dedica. Ma poi, siamo sicuri che con il nuovo progetto i cosiddetti “big” ci saranno sempre? Ci pensi signor Haggerty, ci pensi bene.

Continua a leggere

Focus

Il bicchiere mezzo pieno: pensieri oziosi di fine stagione

Tutto nel tennis, come nella vita, si può vedere in un verso o nell’altro: com’è stato il 2017 e come sarà il 2018?

Pubblicato

il

Ted: Pensieri oziosi? E dove sta il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?
Bill: In effetti volevo chiamare l’articolo ‘Stagione esaltante o stagione deprimente?’

Ted: Appunto. Meglio. Avremmo avuto di che dibattere per poi giungere alla conclusione che dipende un po’ da come la si vede.
Bill: Possiamo sempre farlo, eh. Ad esempio: Per la prima volta da che esiste la classifica del computer i primi due giocatori del mondo della stagione precedente finiscono la stagione in corso fuori dai primi dieci.

Ted: Deprimente.
Bill: Esaltante. Ci sono stati un sacco di cambiamenti e saliscendi e risultati inaspettati.

 

Ted: Da parte di due vecchietti che quasi tutti davano per finiti. Deprimente.
Bill: Esaltante! Stiamo assistendo alle fasi finali di una rivalità come non ne vedremo più in vita nostra. E per la prima volta nell’era Open due uomini si sono spartiti equamente gli slam (due a testa). Io dico esaltante!

Ted: Deprimente. Sono i due più vincenti di sempre. Hanno già ogni genere di record. Ora sono anche amici che si spartiscono equamente il circuito. Io dico bleah! Ok, sono due campioni inarrivabili, ma tre slam su quattro quest’anno sono stati deludenti dal punto di vista dello spettacolo. Solo l’Australian Open è stato un torneo davvero memorabile. Gli altri tre, con vincitori scontati, e poche grandi partite (Nadal – Muller e Murray – Wawrinka sono le uniche che mi vengono in mente).
Bill: D’accordo ma non è che tutti gli slam possono essere super spettacolari. E bisogna dare atto a Nadal di aver raggiunto dei traguardi impossibili da pronosticare. Per la prima volta da che esiste la classifica del computer il n.1 di fine anno ha più di 30 anni. Esaltante. Solo 4 giocatori dal 1973 ad oggi hanno riconquistato il n.1 di fine anno dopo averlo perso (Lendl, Federer, Nadal e Djokovic). Solo uno ci è riuscito più di una volta: Nadal (3 volte). Lo dico? Esaltante. Vuoi un po’ di numeri su questi due straordinari campioni?

Ted: Veramente no. Ma qualcosa mi dice che me li darai lo stesso.
Bill: Federer ha chiuso al numero 1 per 5 stagioni. Nadal 4. Federer ha passato 302 settimane al numero 1. Nadal 156 (ad oggi, ma supererà per certo le 170 di John McEnroe). Federer ha chiuso al n.2 per 6 anni in carriera, Nadal 5. E Federer ha passato 178 settimane al numero 2 (finora), Nadal 272

Ted: Nadal ha passato quasi due anni più di Federer al secondo posto eppure lo svizzero ha chiuso una stagione in più da numero 2, curioso.
Bill: Alla fine quest’anno Federer è rimasto mille punti dietro a Nadal nella classifica di fine anno. Cosa ha fatto la differenza? Pouille al massimo faceva 500 punti di scarto. Non si può dar la colpa ad Haas (250 punti al massimo) e Donskoy (500 punti al massimo che avrebbero potuto compromettere Indian Wells). La scelta di giocare Montreal? Magari un poco. Murray che si ritira dall’US Open a tabellone fatto? Già di più. Il fatto inconfutabile ed esaltante è vedere Nadal e Federer ai primi due posti della classifica. L’ultima volta era stata nel 2010! Incredibile.

Ted: Incredibile dici? Che sia incredibile sono d’accordo. Ma cosa c’è di più deprimente? Niente ricambio. Il più forte dei rincalzi, Dimitrov, ha vinto un 1000 ed il masters. Negli slam quest’anno ha fatto una semifinale e nient’altro (nei rimanenti tre slam sconfitte con Carreno-Busta, Federer e Rublev, senza fare un set). Con i due vecchietti ci perde con regolarità svizzera. Ed ha 26 anni! Mica 20. Se non è deprimente questo.
Bill: Non sono d’accordo. Io sento aria di ricambio. Nella classifica della settimana prima dell’inizio del masters (le finals, chiamale come vuoi) ben 7 top ten su 10 erano al best ranking in carriera. Vorrà pur dire qualcosa?

Ted: Vuol dire che Murray, Djokovic e Wawrinka sono infortunati. Ecco cosa vuol dire.
Bill: Ed i ritorni di questi tre, più Nishikori e Raonic, renderanno l’inizio della prossima stagione davvero interessante.

Ted: Staremo a vedere. Non so se l’idea di un 2018 dominato da Djokovic e Murray sia più spaventosa di quel che è successo nel 2017.
Bill: E come se non bastasse anche per il tennis femminile è stato un anno pazzesco. Con le prime due del 2016 fuori dalla top ten di fine 2017! Come per gli uomini, anche tra le donne! Quattro donne diverse hanno vinto i quattro slam (è la tredicesima volta nell’era open, mi pare). E due di loro non sono tra le top 10. I colpi di scena non sono mancati davvero. Esaltante!

Ted: E per l’ottava volta la numero uno di fine anno non ha slam in bacheca durante la stagione (Davenport tre volte, Wozniacki due, una a testa Hingis, Jankovic e Halep). Deprimente.
Bill: Otto volte è successo ma solo tre giocatrici sono state numero uno a fine anno senza mai vincere uno slam in carriera. Halep, Wozniacki e Jankovic. Halep secondo me ci riuscirà. Caroline Wozniacki ha vinto almeno un titolo ogni anno negli ultimi 10 anni. Meglio di lei nell’era Open solo Serena Williams (11), Virgina Wade (12) Evonne Goolagong (12), Maria Sharapova (13), Steffi Graf (14), Chris Evert (18) e Martina Navratilova (21). Quindi non si può dire che sfiguri. Con il ritorno di Serena anche il 2018 femminile si preannuncia molto interessante.

Ted: A me il 2017 del tennis femminile fa pensare alla striscia di quattordicimila sconfitte consecutive di Mladenovic, che per poco non finisce comunque la stagione tra le prime dieci.
Bill: Sono dodici sconfitte consecutive. Però sei ingiusto. Il 2017 maschile non lo associ certo a nove sconfitte consecutive di Pablo Cuevas.

Ted: Cuevas mica è tra i primi dieci. E poi si è risollevato all’ultimo. Dopo 9 sconfitte consecutive post Roland Garros ha chiuso vincendo due partite a Parigi ed impensierendo Nadal. Quindi non mi tentare. Qualche altro commento sull’esaltante 2017?
Bill: Jack Sock! Anche lui era parso traballante in estate (5 sconfitte consecutive). E poi vince a Bercy e finisce l’anno tra i primi 10 in singolo. Nel 2015 ci era riuscito in doppio (numero 9 con Pospisil). L’ultimo giocatore capace di chiudere almeno un anno tra i top 10 sia in singolo che in doppio era stato Verdasco (numero 9 nel 2009 in singolo e numero 4 nel 2013 in doppio). Insomma, io mi sono divertito.

Ted: Anch’io a dire il vero mi sono divertito. Ma l’inizio dell’anno mi aveva illuso che sarebbe stata una stagione diversa, con più contendenti per i titoli importanti. E più i mesi passavano più mi sono trovato scontento. Ma lo sappiamo bene che è sempre la storia del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno.
Bill: Allora, i due grandi vecchi no. I record no. Gli slam no. C’è qualcosa di questo 2017 che salveresti?

Ted: Shapovalov! In Canada mi ha impressionato e per me è uno dei motivi per sperare in un futuro spettacolare. E poi… sono solo io che ogni volta che penso a Shapovalov nella testa uso la voce di Shaggy? Secondo me dovrebbe essere sempre annunciato con la voce di Shaggy che canta Mr. ShapovaLova.
Bill: Sei solo tu. Sono abbastanza certo.

Ted: Peccato. Occasione persa alla cerimonia di apertura delle NextGen Finals. Ah! Un’ultima cosa, questa davvero importante! Mi hai fatto pensare a Verdasco. Hai notato che assomiglia sempre più a Bronn di Game of Thrones?
Bill: Eh?

Ted: Bronn… Verdasco… separati alla nascita!
Bill: Sai che hai ragione?

Ted: Non so se sia una cosa buona per lui, però.
Bill: Dipende da come la vedi. È sempre un po’ la storia…

Ted: …del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno. Ok. Ok. Mezzo pieno di cosa, poi?
Bill: Di champagne! Buone feste e possa il tuo 2018 essere mezzo pieno!
Ted: Buone feste ed un 2018 mezzo pieno anche a te!

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement