La Piccola Biblioteca: Nadal vs Federer. Le implicazioni della New Golden Age

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La Piccola Biblioteca: Nadal vs Federer. Le implicazioni della New Golden Age

Venerdì letterari “sui generis”. La Piccola Biblioteca di Ubitennis si confronta con Roger Federer e Rafa Nadal, le pietre focaie che hanno traghettato una rivalità sportiva in un’altra dimensione. La cronaca celebra, i libri ricordano e interpretano. E mettono tutto nella giusta prospettiva. Clerici, Wallace e la New Golden Age del tennis

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La letteratura è un paio di occhiali straordinario che permette di vedere le cose da una prospettiva più ampia. La Piccola Biblioteca di Ubitennis dovrebbe servire a questo. Allontanarsi dalla furia del presente e mettere tutto nella giusta prospettiva. Anche Federer, soprattutto Federer.

Guardare lo svizzero giocare è fantastico, guardarlo dopo aver letto Wallace, Clerici, Fisher è un’esperienza più densa. Clerici sostiene che gli dei del Tennis inviano sulla terra (almeno) un “incarnato” a ogni generazione. È per questo che il GOAT non esiste. Esistono gli immortali, quella cerchia ristretta baciata dal soffio di Dio, ma è assurdo parlare di GOAT perché in fondo è sempre lo stesso soffio incarnato in campioni diversi. Laver, Mc, Sampras, Federer, e prima ancora Tilden, Kramer, ecc. Hanno nomi e stili diversi ma il cognome è sempre lo stesso: Gesti Bianchi, o Tennis puro fate voi[1].

Se Clerici è europeo e ha quindi un grande rispetto per la storia, Wallace è americano e la sua sensibilità è più schiacciata sul (suo) presente. Agassi, Sampras e Federer, soprattutto Federer[2]. Wallace – David caro David che cosa ti sei perso – la butta sul metafisico. Più o meno flirtando con l’antropologia e l’estetica, lo scrittore americano sostiene che lo svizzero è una specie di medium “di carne e di luce” che permette a noi la connessione con sfere più intime dell’essere. Io aggiungerei un elemento non secondario. La dimensione a metà tra il teatro e l’arena propria dello sport, in particolare del tennis[3]. Diecimila sconosciuti che fissano contemporaneamente una pallina e respirano come una persona sola, e urlano verso il cielo e si abbracciano ci collega con quello che il sociologo Durkheim chiama “uomo duplex”. Dentro ognuno di noi esistono due sfere, quella privata e quella collettiva. Siamo completi solo quando vibrano tutte e due. In un periodo storico in cui quella privata ha preso il sopravvento, visto lo sgretolarsi dei perimetri religiosi e politici, credo che lo sport sia uno dei pochi spazi in cui quella nostra componente più antropologica possa trovare il suo spazio rituale. E stiamo parlando di echi dionisiaci, orgiastici, metafore di guerra, sangue e guerra, fato, dramma e magia. Roba tosta insomma.

 

Più o meno nel centrale di Melbourne sono questi gli elementi che sono andati in scena. Quella partita è stata una dimensione “sui generis” che ci ha permesso di tirare fuori tutta quella roba pulsante che la vita quotidiana ci nega. Se nel calcio la questione è più o meno territoriale (la città, la Nazione) nel tennis è più complessa. Federer è tutto tranne che svizzero. È un fenomeno globale che esce anche dal perimetro tennistico, o sportivo per entrare in una dimensione globale[4].

In questo ragionamento manca però un elemento prezioso: Rafael Nadal. La sua contemporaneità allo svizzero ha generato quel “semplice” paradosso che ha costituito il grande motore drammaturgico dell’intera Golden Age del tennis contemporaneo. Roger è il più forte di tutti e Rafa è più forte di Roger. Tutto qui. Queste due proposizioni, entrambe vere e in insanabile contraddizione tra loro, sono state le due pietre focaie che hanno teletrasportato una semplice sfida sportiva dentro un’epica dai connotati universalistici. Come Borg e McEnroe. Come Magic Jonson e Larry Bird. Come Ben Hur contro non so chi, ma con l’aggiunta di quel grande amplificatore che si chiama internet. Se Borg e Mc sono stati battezzati dalla televisione, Roger e Rafa sono la prima grande rivalità ai tempi dei social.

Paradosso per paradosso io credo che senza lo spagnolo Federer avrebbe vinto facilmente un paio di Grand Slam, avrebbe sgretolato ogni record inimmaginabile ma sarebbe stato un campione minore. Numeri maggiori ma non ci avrebbe tirato fuori tutta quella roba antropologica ed emozionale che ce lo fa amare così. Avremmo applaudito di più ma avremmo sofferto e goduto infinitamente di meno. La superiorità di Nadal nell’uno contro uno ha costretto Roger a tirare fuori l’uomo. A confrontarsi con le sue paure. Ricordo le prime volte che l’ho visto giocare. Sembrava negare quella regola greca che vede gli Dei come esseri dispettosi. Solo loro sono perfetti, noi siamo destinati ad avere sempre un tallone d’Achille. Vale anche per i tennisti. Nole non ha il posizionamento a rete, per Lendl e Borg le volée erano un dovere sindacale, Mc era allergico alla terra, Becker aveva due piedoni che non gli permettevano di muoversi in orizzontale, Edberg dal lato destro era vulnerabile, in Sampras il rovescio aveva il singhiozzo, Jimbo era senza dritto, e via cantando. Roger no. Non esiste un singolo colpo che non sia meno che perfetto. Ma la perfezione ci manda in estasi ma non ci appassiona. Nell’arena noi vogliamo il sangue. Come immedesimarsi in un alieno? A renderci appassionante lo svizzero è stato Rafa Nadal da Manacor. Evidentemente un dio invidioso, nel vedere lo svizzero fatto troppo a sua somiglianza ha mandato sulla terra (rossa) una belva mancina costruita unicamente per mandare in crisi quella perfezione in fin dei conti troppo algida. Chi ama il tennis deve ringraziare ogni santa mattina quello spaventoso toppone in grado di fare rimbalzare la palla in un luogo non contemplato nemmeno dalla perfezione biomeccanica del suo rovescio a una mano. Se per il bimane Nole spingere sopra la spalla sinistra è semplice per Federer è impossibile. Questo strano triangolo delle bermude ha scritto la storia della New Golden Age del Tennis e ha tenuto sotto scacco un’epoca. Fino a Melbourne. Quello che è successo in Australia è la chiusura di un cerchio. Una partita che riscrive retroattivamente la storia degli ultimi quindici anni. È la storia di un uomo che decide di spostare la sua perfezione a un livello superiore rischiando tutto. È la storia di un uomo che riesce a trasformare il suo tallone d’Achille nel Tacco di Dio. L’unica possibilità per Roger di capovolgere il suo destino era quella di colpire due metri avanti, prima che la palla assassina s’impennasse. Un’idea semplice ma fragilissima. Senza margine. Abbandonare l’armatura e stare in equilibrio sui millesimi di secondo. Esplodere quei rovesci di controbalzo equivale a colpire un sasso con una frusta. Mentre stai correndo. Puoi solo crederci. Non devi avere paura. E devi frustare sassi per quattro ore consecutive senza un domani. Sfidando l’errore e dimenticandosi che due metri più indietro c’è la tua bella armatura calda che ti ha reso immortale. Più o meno è questo quello che è successo. Grazie a Rafa, e al dio che ce lo ha mandato su un campo di tennis, è andato finalmente in scena l’uomo. E ha vinto. E ha sconfitto il suo vero buco nero: le partite epiche. Prima dell’Australia le aveva perse tutte, ma proprio tutte. Con Rafa, con Nole, con Safin, con del Potro. Paradossalmente l’unica vera grande partita epica vinta era stata la prima, con Sampras. Domenica ha chiuso finalmente il cerchio.

Ma forse era già tutto scritto. Troppe coincidenze. La testa di serie numero 17, come Pete a NY. Lo stesso luogo delle lacrime di nove anni fa. Lo stesso avversario. La stessa semifinale. Di nuovo al quinto. Ma tutto questo appartiene a un altro campo. Quello più ampio della narrazione. Lo sport senza narrazione rimane solo sport. L’incredibile è il motivo per cui si raccontano le storie e si scrivono i libri. Per potere rivivere il momento, come fanno i bambini con le favole. Per poter tirare fuori altri significati. Come si fa con le stelle. I libri e le biblioteche servono principalmente per questo. Anche quelle piccole, soprattutto quelle piccole. Come questa.

[1] Per esplorare questo concetto vedi “Clerici, 500 anni di Tennis”, qui la recensione su Ubitennis
[2] Vedi il celeberrimo “Federer come esperienza religiosa”, qui le recensioni su Ubitennis (prima parte, seconda parte).
[3] Per una restituzione dell’inquietante (e terapeutica) dimensione collettiva prodotta dall’assistere ad una partita dello svizzero vedi “Zampieri, Federe & Freud, Cronaca di una terapia”, qui la recensione su Ubitennis.
[4] Per un approccio invece più filosofico vedi: (Magnani, La filosofia del tennis) – qui la recensione  e (Scala, I silenzi di Federer) – qui la recensione.

Bibliografia essenziale:

Bottazzi L. e Rossi C., Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015.

Clerici G., (1974), 500 anni di tennis, Mondadori, 2004.

Fisher M. J. (2009), Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi, tr. it Cognetti P. e Bonfanti F., 66thand2nd, 2013.

Magnani C., Filosofia del tennis. Profilo ideologico del tennis moderno, Mimemis Edizioni, 2011.

Scala A., (2011) I silenzi di Federer, tr. Giarda A., O barra O edizioni, 2012.

Wallace D.F., Il tennis come esperienza religiosa, tr. Granato G., Einaudi, 2012.

Zampieri P.P. (2014), Federer & Freud. Roma BNL 2102. Cronaca di una malattia-terapia, La Feluca Edizioni, Messina (ebook).

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A Miami per Federer? Le contraddizioni e i prezzi troppo alti dei biglietti

Dave Seminara, che ha appena scritto un libro su Federer, racconta la sua frustrazione nei confronti del torneo di Miami. Ha annunciato la partecipazione dello svizzero, ma Federer non ci sarà. Non è il primo caso del genere

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Roger Federer Miami 2019 - Twitter @ATPWorldTour

A poche ore dall’inizio dei primi incontri di main draw del Miami Open, pubblichiamo la testimonianza – comparsa in lingua originale su Ubitennis.net – di Dave Seminara, ex diplomatico e ora scrittore che si è occupato dei temi più differenti e i cui lavori sono stati pubblicati su testate prestigiose come il The New York Times e il The Wall Street Journal. Dave Seminara vive in Florida e la sua speranza di veder giocare Federer a Miami è stata cancellata dalla rinuncia del tennista svizzero. Secondo Seminara, però, la comunicazione del torneo (come di molti altri tornei in condizioni simili) a riguardo non è stata molto trasparente.

Di seguito la traduzione integrale dell’articolo.


Il Miami Open è il torneo più disfunzionale del circuito oppure lo sembra soltanto? Vivo a St. Petersburg (la città sulle coste della Florida, non quella russa, ndr), a poche ore da Miami, ed ero incredibilmente emozionato dopo aver letto a fine febbraio che Roger Federer avrebbe giocato in Florida quest’anno. Non vedo giocare Roger, che è di gran lunga il mio sportivo preferito di sempre, dall’ottobre del 2019, quando vinse il suo decimo titolo sull’indoor di Basilea. Ero lì a fare ricerca per il mio nuovo libro, “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”, uscito martedì 2 marzo [in lingua inglese, ndr].

Il mio pellegrinaggio svizzero sulle orme di Federer è stato uno splendido percorso personale dopo una lunga malattia che mi ha impedito di giocare a tennis per alcuni anni. Il viaggio che intendevo fare per vedere Roger a Miami doveva essere la ciliegina sulla torta dopo l’uscita del mio libro. Ma poi, dopo aver visto i prezzi dei biglietti, mi sono reso conto che il mio libro sarebbe dovuto diventare un mega-bestseller per farmi anche soltanto pensare di partecipare all’evento.

 

La partecipazione al torneo sarà limitata a 750 ingressi quotidiani, e non sono disponibili biglietti per le giornate singole – i fan devono dunque acquistare pass per l’intero torneo. L’abbonamento per il Grandstand Court (Roger avrebbe giocato su questo campo, visto che per quest’anno sostituirà il Centrale) costa 5150 dollari. Ben conscio di non potermi permettere una cifra simile, speravo di trovare biglietti disponibili sui mercati secondari.

Un comunicato stampa sul sito del torneo datato 25 febbraio (lo stesso giorno in cui i biglietti sono stati messi in vendita) ha confermato che Federer avrebbe partecipato all’evento. Si legge: “Federer, campione del Miami Open 2019, e Djokovic, sei volte vincitore in Florida, guidano un campo maschile che include anche il 20 volte campione del Grande Slam, Rafael Nadal”. Tuttavia, leggendo i canali social di Federer non ho visto alcuna indicazione riguardo a una sua eventuale presenza al torneo e, difatti, appena quattro giorni dopo il suo agente Tony Godsick ha detto via e-mail all’Associated Press che Federer non avrebbe giocato a Miami. “Dopo Doha e forse Dubai, Federer tornerà a fare una serie di allenamenti per ritornare in maniera graduale a competere nel Tour“.

Non biasimo Roger per non voler affrontare il lungo viaggio in Florida in un momento come questo. E mi rendo conto che il Miami Open e altri tornei siano in una posizione molto difficile, cercando di bilanciare i fattori sicurezza-guadagno nelle competizioni, ma allo stesso tempo non mi piace il modo in cui gestiscono questo tipo di situazioni.

La copertina di
“Footsteps of Federer:
A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts”

Sebbene fosse vero che il nome di Roger era inserito nella entry list del torneo, ciò non significava che avrebbe sicuramente giocato (infatti, oltre a Federer, altri 21 tennisti si sono cancellati, ndr). James Blake, il direttore del torneo, ovviamente avrebbe potuto interagire con lo staff di Roger per capire se avesse realmente intenzione di giocare prima di annunciare la sua presenza (per giunta lo stesso giorno che i biglietti sono stati messi in vendita). Tuttavia, non avevano alcun incentivo a farlo e altri tornei fanno abitualmente la stessa cosa.

Ho contattato un organizzatore del torneo che si occupa dei rapporti coi media per avere info riguardanti la partecipazione di Federer e Miami ed ecco cosa ha risposto via e-mail: “Le iscrizioni per ogni ATP Master 1000 funzionano in questo modo: l’ATP genera una entry-list automatica (di solito sei settimane prima dell’evento ma quest’anno, a causa del COVID, hanno cambiato la scadenza di ingresso a quattro settimane) con tutti i giocatori che, in base alla classifica, vengono inseriti in questa lista. Federer era nella entry-list inviataci la scorsa settimana. Lunedì l’ATP ci ha comunicato che non avrebbe partecipato”.

In questi giorni ho controllato il sito web del Miami Open per vedere se ci fossero ancora dei biglietti disponibili ma sembrava che l’acquisto fosse disabilitato (almeno utilizzando il browser Chrome). Sembra tuttavia ancora possibile acquistare il pass per il torneo sul Grandstand Court per 5150 dollari o il pass per il Campo 1 del valore di 2000 dollari. Non ho idea di quanto possa costare quest’anno il parcheggio, dato che io, nel 2019, pagai l’esorbitante cifra di 40 dollari. Il prezzo sarebbe sceso qualora avessi acquistato il ticket on-line, una condizione di cui ero all’oscuro fino al mio arrivo ai campi. Ho chiamato il centro informazioni del torneo e ho aspettato in attesa di sapere qualcosa in più sui biglietti, ma, ahimè, nessuno era disponibile e nemmeno inviando un messaggio vocale ho ottenuto risposta.                           

Capisco che questo e altri tornei stiano lottando contro il Covid e che debbano costantemente cambiare il proprio business model in virtù delle presenze limitate, ma impedire ai fan di acquistare biglietti per una singola sessione blocca tutti, eccezion fatta per i fan più benestanti.

Anche Reilly Opelka si è fatto portavoce di questa ‘battaglia’

James Blake è stato molto esplicito nel sostenere che il tennis deve lavorare di più per essere accessibile e inclusivo e non solo uno sport elitario da country club. Spero che abbia in programma di invitare molti bambini svantaggiati all’evento per rimediare alle folli cifre dei biglietti. E spero che l’evento permetta a tutti i fan di Federer che hanno pagato 5000 dollari pur di vederlo di poter ottenere dei rimborsi in caso di richiesta. È pur vero che quando acquisti i biglietti per un torneo, non sai mai se il tuo giocatore preferito sarà lì. Dopotutto, i giocatori si fanno male, perdono ai primi turni o danno forfait regolarmente.

Ma dato l’elevato costo dei biglietti, il fatto che non fossero disponibili posti a sedere per una sessione diurna ed il fatto che noi fan di Federer siamo insolitamente devoti al nostro giocatore preferito, spero che il Miami Open mostri clemenza, e che in futuro si rivolga a chi di dovere prima di pubblicizzare la partecipazione di Roger al torneo.


Dave Seminara è l’autore di “Footsteps of Federer: A Fan’s Pilgrimage Across 7 Swiss Cantons in 10 Acts” (disponibile in lingua inglese a €12,24 con copertina rigida in su simonandschuster.com o a €8,18 in formato Kindle su amazon.it)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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La piccola biblioteca di Ubitennis. L’allenamento mentale performativo nel tennis

Il libro di Federico Di Carlo e Raffaele Tataranni introduce lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di allenamento mentale con il metodo TMMAT©

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Novak Novak Djokovic col trofeo del vincitore - Australian Open 2021 (vai Twitter, @AustralianOpen

F. Di Carlo – R. Tataranni. L’ allenamento mentale performativo nel tennis. L’innovativo metodo di analisi della prestazione e allenamento mentale nel tennis con lo strumento della match analysis (TMMAT©), & Mybook Editore

Negli ultimi dieci anni nel tennis professionistico abbiamo assistito a un notevole aumento dell’intensità di gioco e della velocità degli scambi. Ciò ha portato alla ricerca di nuovi strumenti da affiancare ai metodi di allenamento tradizionali per consentire ai giocatori di rispondere dal punto di vista prestazionale alle richieste dettate dall’evoluzione del gioco a livello agonistico. Una delle grandi novità è sicuramente stata l’introduzione della match analysisa cui di recente su Ubitennis abbiamo dedicato una serie di articoli – che attraverso lo studio analitico del video delle partita, con la rilevazione delle azioni di giocatori in campo, permette di comprendere le dinamiche della partita e migliorare le prestazioni di un atleta.

In questo stesso periodo è stato anche, se così possiamo dire, “sdoganato” – e il discorso vale anche per tante altre discipline sportive – il tema del mental training. Ovvero sempre più addetti ai lavori hanno preso consapevolezza del fatto che per consentire all’atleta di esprimere tutto il proprio potenziale in una competizione, valorizzando e rafforzando i suoi punti di forza ed andando a ridurre le aree di debolezza ed il loro impatto, era necessario affiancare alla preparazione tecnico-tattica e fisico-atletica, anche una adeguata preparazione mentale. Lo sviluppo del mental training è reso però difficoltoso dal fatto che gli strumenti di analisi della prestazione e di intervento mentali tuttora in uso sono fondamentalmente legati alla percezione e alla valutazione personale dell’operatore mentale e dell’atleta, quindi ad aspetti soggettivi spesso non oggettivamente verificabili.

 

Il libro parte proprio da questo presupposto. Ovvero che nell’ultimo decennio nel tennis professionistico vi è stato un sensibile sviluppo nell’utilizzo degli strumenti della match analysis e del mental training: strumenti con caratteristiche del tutto diverse, da un certo punto di vista quasi opposte. Il primo infatti è l’analisi oggettiva di quanto è successo durante una partita, mentre nel secondo l’analisi, la verifica ed il feedback sono spesso legati ad aspetti soggettivi, alle impressioni degli attori coinvolti nel processo. Ma se i due strumenti venissero utilizzati congiuntamente? Dal momento che disponiamo della possibilità di rilevare dati e statistiche di una partita di tennis, di analizzare la partita stessa attraverso l’uso selettivo delle immagini delle partite, perché non sfruttare tale possibilità anche nell’ambito della preparazione mentale?

Il libro parla proprio di questo, raccontando la nascita, lo sviluppo e le modalità di applicazione di un metodo che usa lo strumento della match analysis per studiare la prestazione e impostare piani di mental training specifici nel tennis, il metodo Tennis Mental Match Analysis ad Training (TMMAT©).

Scritto a quattro mani da Federico di Carlo e Raffaele Tataranni, i due ideatori del metodo e grandi professionisti nei rispettivi settori. Entrambi nomi conosciuti anche ai lettori di Ubitennis. Con Federico Di Carlo, mental coach di fama che ha lavorato con diversi tennisti professionisti e altri atleti di alto livello, su Ubitennis avevamo parlato dei suoi libri precedenti, “Il Cervello Tennistico” e “Il Coaching Sportivo. La mentalità vincente di un atleta“, ed è inoltre apparso anche come contributor della rubrica sul mental coaching della ISMCA, l’associazione internazionale dei mental coach sportivi della quale è membro del Comitato Scientifico e docente dei corsi di formazione. Con Raffaele Tataranni, uno dei massimi esperti italiani della match analysis applicata al tennis, docente universitario e CEO di Inside Tennis, avevamo parlato propria della sua società, che si occupa di tennis match analysis, video e motion analysis.

Nella prima parte, curata da Federico Di Carlo, vengono illustrati i motivi che hanno portato dal punto di vista metodologico alla ricerca di nuovi sistemi di analisi e verifica della prestazione mentale. Partendo dall’inizio, cioè dall’elencazione e dalla descrizione delle caratteristiche specifiche del tennis agonistico che hanno una rilevanza sull’aspetto mentale. Uno degli aspetti che, a parere di chi scrive, rende interessante questo testo non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per gli appassionati che vogliono approfondire la conoscenza delle dinamiche mentali di questo sport. Come ad esempio che si tratta di uno sport di situazione, in cui quindi ogni giocatore crea problemi all’avversario e quindi è necessario disporre di abilità adattive e di capacità di problem solving, o che è uno sport in cui circa l’80% del tempo complessivo è composto da pause, cioè da quegli intervalli di tempo in cui l’atleta è esposto al rischio di commentare, giudicare, criticare la propria prestazione e di insinuare dubbi, ansie, timori o paure per il prosieguo del match.

Si passa poi ad analizzare i motivi per cui i tennisti sono restii a lavorare – ancora adesso – sulla componente mentale ed i limiti e le criticità dei metodi attuali di analisi della componente mentale della partita e di mental training. Per concludere infine con una panoramica sugli strumenti e sul modo in cui vengono utilizzati nel metodo TMMAT©, come la rilevazione dei MMKI (Mental Match Key Indicator) e l’uso del Momentum – con l’individuazione dei relativi “momenti di rottura” o turning points – esclusivamente come report mentale a fine match.

La seconda parte, a cura di Raffaele Tataranni, introduce – sempre con un approccio divulgativo, che ne consente la lettura anche ai “non addetti ai lavori”, senza per questo rinunciare al giusto rigore scientifico – lo strumento della match analysis, partendo anche qui dall’inizio, con un breve excursus storico, e descrivendo il funzionamento del processo di analisi. E illustrandone l’utilizzo nello studio della prestazione mentale, spiegando come è stata implementata nella pratica la metodologia descritta nelle pagine precedenti. Anche attraverso un esempio di applicazione del metodo TMMAT© ad un match vero e proprio, la partita tra Gianmarco Moroni e Andrea Pellegrino al Challenger di Barletta del 2018. Ed illustrando i passaggi che portano poi all’impostazione di piani di allenamento mentali specifici e personalizzati.

Nel libro viene richiamato il noto tema dell’1%, cioè di quanto sia sottile il margine di differenza tra la vittoria e la sconfitta nel tennis professionistico, attraverso l’esempio del confronto tra Federer, Nadal e Djokovic – che insieme contano 58 Slam e più di 800 settimane in testa alla classifica ATP – che si attestano tutti e tre attorno al 54% di punti vinti in carriera, rispetto ad un ottimo giocatore come Richard Gasquet – tre semifinali Slam e un best ranking di n. 7 ATP – che ne ha vinti il 52%. Questo per far comprende l’importanza di disporre di strumenti che permettano al giocatore di analizzare in maniera oggettiva la sua prestazione mentale in partita e di prepararsi adeguatamente per conseguire quel miglioramento che può apparire esiguo, quasi di dettaglio, ma che in realtà può essere quello che fa la differenza. Soprattutto, ci permettiamo di aggiungere, se quell’1% in più viene ottenuto nei momenti giusti. Il metodo TMMAT© è uno di questi strumenti, che si propone non solo come metodo innovativo nel campo dell’allenamento mentale del tennis, ma – come evidenziato dagli autori nelle conclusioni – vuole anche rappresentare un paradigma in questo campo.

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La Piccola Biblioteca di Ubitennis: Gilles Simon e lo sport che rende folli

In libreria il primo libro del giocatore francese. Le colpe della Federazione Francese nella formazione dei giovani tennisti. La devastante ossessione per il ‘modello Federer’: “Ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”

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La versione economica del libro di Gilles Simon

Durante il periodo delle feste natalizie ci sono alcuni programmi che non mancano mai nei palinsesti delle televisioni generaliste. Uno di questi è la serie di cartoni animati di Asterix, che tra i suoi episodi più famosi ha quello intitolato “Le Dodici Fatiche di Asterix”, un’avventura che il piccolo ma sveglissimo “gallo” (inteso come della popolazione dei Galli, che popolavano l’attuale Francia) intraprende insieme al suo fedele compagno Obelix e che prevede il superamento di dodici prove di vario tipo, proprio come la mitologia greco-romana ci racconta accadde al prode Ercole. Una delle prove cui i due galli sono sottoposti è quella della “casa che rende folli”, una rappresentazione semiseria (ma tremendamente accurata) della burocrazia e dei suoi effetti sui cittadini.

In questo disgraziato 2020, un altro “gallo”, l’ex n.6 mondiale Gilles Simon, ha provato a darci la sua interpretazione di un’altra cosa che a suo dire rende folli, ovvero il gioco del tennis. Il quasi 36enne nizzardo, due volte quartofinalista in un torneo dello Slam (Australian Open 2009 e Wimbledon 2015) e uno dei tennisti più intelligenti sul circuito, ha pubblicato giusto in tempo per le strenne natalizie il suo primo libro “Ce sport qui rend fou, réflexions et amour du jeu, ovvero “Questo sport che rende folli, riflessioni e l’amore per il gioco”.

Si tratta di un saggio in 10 capitoli nel quale Simon spiega il suo punto di vista su diversi aspetti del gioco che è diventato il suo mestiere: da come viene gestita la crescita tecnica, fisica e mentale dei giovani campioni in Francia, a quelle che lui ritiene i più comuni pregiudizi che portano a valutare i giocatori in maniera errata (ha trattato quest’argomento anche in una recente intervista per L’Equipe), per poi finire negli ultimi capitoli con un percorso attraverso la psiche dei tennisti, dall’accettazione delle proprie paure fino alla consapevolezza delle proprie capacità attraverso un processo di scoperta di sé stessi. Questo processo, dice Simon, deve avvenire molto presto per i tennisti, entro il compimento dei 20 anni. “Per questo è necessario iniziare a lavorare su questi aspetti molto presto, e per farlo è necessario avere degli strumenti durante l’allenamento. Questi strumenti non li avevo”.

 

Secondo Gilles, infatti, in Francia la Federazione mette a disposizione dei giovani tennisti transalpini eccellenti infrastrutture e ottimi coach per lavorare sugli aspetti tecnici e fisici, ma l’aspetto mentale del gioco viene trascurato perché ritenuto non migliorabile. Inoltre esiste un dogmatismo imperante che vorrebbe produrre tutti i giocatori con lo stampino, perché i giocatori devono giocare “alla francese” (ovvero più o meno come gioca Gasquet), mentre in realtà sarebbe meglio assecondare le attitudini individuali di ogni giocatore. “Quando Yannick [Noah] era capitano [della squadra di Coppa Davis], c’era una relazione insegnante-studente, ci diceva “Bene ragazzi, vinceremo così”, mentre se si fosse trovato davanti a Rafa, cosa avrebbe detto? Non gli sarebbe nemmeno venuto in mente di dire “Domani fai jogging alle 7 del mattino, bisogna lavorare”. Ci veniva fatto capire che avrebbe approfittato della settimana di Coppa Davis per farci lavorare, come se non avessimo fatto nulla per il resto dell’anno”.

Molto spazio viene dedicato alla spinosa questione degli allenatori personali, che la Federazione Francese non ha mai permesso ai giocatori di portare nelle competizioni a squadre, fatto questo che portò all’esclusione dalle nazionali di Fed Cup e dalla squadra olimpica anche della campionessa di Wimbledon 2013 Marion Bartoli, dato che le era sempre stato impedito di portare al suo angolo il suo padre-allenatore. “Se ci fosse un giocatore come Nadal nessuno si permetterebbe di dirgli cosa fare, perché quando uno vince sempre durante la stagione, se dovesse perdere in Coppa Davis seguendo istruzioni diverse da parte del capitano, si inizierebbe a puntare il dito contro di lui”.

Gilles Simon – Marsiglia 2020 (foto Cristina Criswald)

E poi ancora: “Quando arriva il momento della Coppa Davis si sente parlare sempre di questo famoso compagno di squadra modello. Per me il significato del compagno di squadra modello dovrebbe essere il seguente: un giocatore che si prepara come vuole prepararsi, poiché questo è ciò che gli permette di giocare il suo livello tutto l’anno (e quando si va in Coppa Davis si è chiamati a giocare al proprio livello). Ovviamente Gael [Monfils], Jo [Tsonga], Richard [Gasquet] o io non abbiamo gli stessi modi di allenarci: non è neanche immaginabile pensare di giocare con Gael la mattina presto… Ma in Coppa Davis ci sono dei vincoli di orari, campi di allenamento, etc…, quindi il compagno di squadra ideale per me è quello che riesce a prepararsi al meglio senza danneggiare il funzionamento degli altri. Chi si allena un’ora al giorno e all’improvviso si trova ad allenarsi quattro ore perché è obbligatorio e rischia di infortunarsi. Se fossi io il capitano metterei tutti intorno a un tavolo mettendo sul piatto ciò che abbiamo a disposizione e cercando di mediare le esigenze di tutti”.

La critica al sistema della Federazione Francese non si limita solo alla Davis e alla questione mentale, ma si estende anche alla questione tecnica, all’eccessiva divinazione dei giocatori “belli da vedere”, primo tra tutti ovviamente Roger Federer, cui viene dedicato l’intero secondo capitolo. “Si suol dire che ‘Quelli che non amano Federer non amano il tennis’. Io non sono d’accordo con questa frase. Piuttosto direi che quelli che non amano CHE Federer non amano il tennis”.

In Francia, quando hai un bambino in allenamento, gli insegni che per vincere è Roger o niente. Alla fine il ragazzo capisce che è meglio perdere giocando come Roger che vincere giocando diversamente. Solo che potrebbe volerci molto tempo prima di trovare un altro giocatore che possa riprodurre il suo gioco… In questo modo tarpiamo le ali a questo ragazzo, e con lui a generazioni di giocatori dato che l’aura di Federer è tale da aver coperto un paio di decenni, e forse si estenderà anche dopo la sua carriera. Un’eternità” […] “Per decenni abbiamo vinto nulla applicando questo discorso, ma stranamente non lo mettiamo mai in discussione. Federer ci è costato vent’anni, sarebbe bello che non ce ne facesse perdere altri venti”.

Il percorso che nel libro descrive la concezione che ha Gilles Simon del tennis e di come lui si descrive come giocatore passano attraverso la distruzione di alcuni luoghi comuni del tennis, come quella dell’identificazione del “talento” con il “bel gioco”, del costante fraintendimento da parte dei media dell’arroganza e dell’umiltà con una esagerata o scarsa fiducia nelle proprie possibilità, del rapporto che hanno i tennisti professionisti con la paura e con la pressione e della distinzione spesso paradigmatica e sbagliata tra i giocatori “guerrieri” e giocatori “fifoni”.

Dopo la prima parte più legata alla sua carriera personale e all’esperienza all’interno della Federazione Francese e della squadra nazionale transalpina, Simon negli ultimi capitoli si addentra nel discorso della crescita mentale di un tennista, trasformando il racconto più in un saggio tra il filosofico e lo psicologico che non in un racconto sportivo. Ma la ricchezza di esempi che vengono proposti ad ogni passaggio e l’indubbia capacità logica e critica dell’autore rendono il testo per nulla pesante e sicuramente informativo.

Il libro è stato pubblicato lo scorso 28 ottobre ed è disponibile al momento soltanto nella versione originale in lingua francese, sia in formato cartaceo sia in quello elettronico. Al momento non è noto se siano in programma traduzioni dell’opera in inglese o in italiano.

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