Da Linz a Charleston: due teenager in finale

Al femminile

Da Linz a Charleston: due teenager in finale

Dopo Wickmayer e Kvitova nel 2009, due diciannovenni sono tornate in una finale WTA. Cosa possono dirci queste partite?

Pubblicato

il

Di solito guardo le partite di tennis in televisione con i soli rumori del campo, senza commento, per cui ho pochissima conoscenza degli attuali telecronisti. Domenica scorsa però ho seguito la finale di Charleston su Supertennis con il commento affidato, se non sbaglio, ad Alessandro Nizegorodcew e Silvia Farina Elia. Li ho trovati misurati e precisi, e anche molto attenti nell’interpretare l’evoluzione tecnica e psicologica del match.
In più presentando il confronto hanno citato una statistica di cui non ero a conoscenza e che mi ha colpito molto: la partita tra Daria Kasatkina e Jelena Ostapenko è stata la prima finale WTA con in campo due teenager (entrambe sono nate nel 1997) a distanza di oltre sette anni. Occorre infatti tornare a Linz, al 18 ottobre 2009, per trovare una finale con due protagoniste sotto i 20 anni. Allora aveva vinto il torneo Yanina Wickmayer (nata il 20 ottobre 1989) su Petra Kvitova (nata l’8 marzo 1990) per 6-3, 6-4.

La prima cosa che ci dice questa statistica è risaputa, e non fa che confermare una tendenza evidente da diverse stagioni: il tennis ha spostato in avanti l’età dell’affermazione ai massimi livelli; è più difficile emergere da ragazzine, dunque che ne arrivino contemporaneamente due in una finale WTA è molto raro. Ma la questione che mi ha colpito di più è stata un’altra: oggi possiamo ripensare a quella partita di Linz non solo come a un confronto tra due promesse del tennis di allora, ma soprattutto come a un confronto tra due promesse di cui conosciamo il rendimento negli anni successivi.

In fondo è quello che ci si chiede sempre quando si seguono le giovani considerate più forti: saranno all’altezza delle aspettative? Riusciranno a sfondare davvero? Arriveranno a vincere qualcosa di importante?
Ecco in breve quale era la situazione di Wickmayer e Kvitova il giorno di quel confronto. Yanina era numero 24 del mondo, ed era reduce da un periodo straordinario: vincitrice in maggio a Estoril, aveva poi raggiunto la semifinale a Birmingham, la finale a ‘s-Hertogenbosch, e soprattutto la semifinale agli US Open. Grazie a quei risultati aveva compiuto un salto in avanti nel ranking di circa cinquanta posti.

 

Non solo: l’exploit di Flushing Meadows 2009 l’aveva portata all’attenzione di tutti, giornalisti e appassionati. E così si era saputo che si chiamava Yanina perché il padre era un grande fan di Maradona (aveva scelto per lei lo stesso nome di una delle figlie del “Pibe de Oro”) e che aveva avuto un percorso di affermazione particolarmente complicato. Yanina era orfana: aveva perso la mamma per un tumore quando aveva dieci anni e il padre, diventato suo coach, aveva anche dovuto misurarsi con le ristrettezze economiche nel tentativo di farle raggiungere i vertici del tennis.

A vent’anni ancora da compiere (due giorni dopo), Wickmayer era considerata una delle maggiori promesse del momento. Forse non agilissima, ma di sicuro alta e potente, con un buon servizio, un ottimo dritto e un solido rovescio, poteva sostenere scambi prolungati ad alto ritmo finendo spesso per prevalere grazie alle doti atletiche. Era veramente un’avversaria molto ostica per chiunque, e le due migliori italiane di allora, Flavia Pennetta e Francesca Schiavone, lo stavano sperimentando sulla loro pelle: contro di lei avrebbero sempre perso (0-3 Pennetta, 0-5 Schiavone, con un solo set vinto in otto confronti). Insomma, Yanina sembrava avere davanti a sé un futuro luminoso, in costante ascesa. Vincendo a Linz e raggiungendo la finale in Lussemburgo qualche giorno dopo, avrebbe accumulato altri punti decisivi per portarla nell’aprile 2010 fino al dodicesimo posto mondiale.

In quell’ottobre 2009 Petra Kvitova era meno pubblicizzata. Aveva sì vinto in gennaio a Hobart il suo primo torneo, ma non aveva avuto un’ascesa altrettanto spettacolare. In stagione forse il picco l’aveva raggiunto anche lei agli US Open, dove aveva eliminato la numero uno del mondo Dinara Safina dopo un confronto tiratissimo; ma poi a New York era stata proprio Wickmayer a fermarla negli ottavi di finale. A Linz il ranking le attribuiva il numero 55 del mondo e nel confronto diretto anche i bookmaker la consideravano sfavorita (1,71 a 2,29). Quel giorno il successo di Yanina sul campo non avrebbe fatto altro che rafforzare la previsione.

Questo era, in sintesi, il quadro di Linz 2009. Oggi naturalmente sappiamo che la realtà ha smentito quelle sensazioni, e che le carriere delle protagoniste hanno seguito un andamento divergente. Dopo il best ranking del 2010, Wickmayer non si è più confermata a quei livelli, e il rendimento è progressivamente sceso: per due-tre stagioni attorno al numero 25 del mondo, e poi oltre il cinquantesimo posto. Al contrario Kvitova sarebbe esplosa definitivamente nel 2011 con il primo Wimbledon, la vittoria a Madrid, al Masters e in altri tornei, sino al numero due del mondo.

a pagina 2: la finale di Charleston

Pagine: 1 2

Continua a leggere
Commenti

Al femminile

Cinque temi da Palermo

Le prestazioni di Elisabetta Cocciaretto e Camila Giorgi, la sfortuna di Ludmila Samsonova, gli arbitraggi di Marta Mrozinska e altro ancora sul torneo International disputato in Sicilia

Pubblicato

il

By

Camila Giorgi e Dayana Yastremska - Palermo 2020 (da Twitter @LadiesOpenPA)

1. Il rodaggio agonistico
Che non sia semplice tornare a giocare dopo tanti mesi senza match ufficiali, e che gli allenamenti e le esibizioni non siano esattamente la stessa cosa rispetto a un torneo WTA, lo abbiamo verificato nei primi giorni di partite in Sicilia.

Attraverso le qualificazioni sono entrate nel tabellone principale cinque giocatrici: le quattro previste inizialmente (Kaja Juvan, Ludmila Samsonova, Aliaksandra Sasnovich, Nadia Podoroska) più una lucky loser (Oceane Dodin). Di queste cinque giocatrici, solo Podoroska non ha vinto almeno un match nel main draw, subito sconfitta dalla futura vincitrice del torneo Fiona Ferro. Le altre quattro tenniste provenienti dalle qualificazioni hanno superato all’esordio le loro avversarie. Avversarie che, evidentemente, avevano sì una classifica migliore, ma non la stessa abitudine al ritmo partita.

Samsonova ha sconfitto Kirsten Flipkens, Sasnovich ha battuto prima Elise Mertens (testa di serie numero 4) poi Jasmine Paolini; Dodin ha eliminato Tamara Zidansek, mentre Juvan ha estromesso la testa di serie numero 2 Marketa Vondrousova. È molto probabile che i match che avevano alle spalle le abbiano aiutate a essere più pronte una volta entrate nel tabellone principale.

 

Poi però, man mano che il torneo si è sviluppato, si è affacciato il rovescio della medaglia. Se ne è parlato già in passato: a livello femminile una grande differenza tra i tornei WTA e gli Slam, anche se entrambi disputati due set su tre, è data dal giorno di riposo fra un turno e l’altro. Il giorno di riposo rende molto più eque le condizioni per tutte le partecipanti. Al contrario, scendendo in campo un giorno dopo l’altro, sul risultato di una partita possono influire le scorie lasciate dei match precedenti e non ancora riassorbite.

Le qualificate di Palermo inizialmente hanno avuto il vantaggio di “partire lanciate” nel primo turno del main draw, ma poi nello sviluppo del torneo hanno risentito della stanchezza causata dai tre match consecutivi affrontati in più. Questo aspetto è emerso in modo evidente per due avversarie di Petra Martic: sia Samsonova che Sasnovich a inizio partita mi hanno dato l’impressione di giocare meglio di Petra, ma a lungo andare non sono riuscite a tenere il loro miglior ritmo per poter prevalere.

2. Elisabetta Cocciaretto
Cominciamo con qualche dato. Elisabetta Cocciaretto è nata ad Ancona il 25 gennaio 2001. Ha alle spalle una interessante carriera da junior (semifinale al Bonfiglio e all’Australian Open 2018), prima del passaggio a livello pro, in parte ostacolato dalla impossibilità di giocare come programmato a causa della pandemia.

Personalmente l’ho vista giocare dal vivo per la prima volta a Wimbledon 2018, nel torneo junior. Allora era stata eliminata al terzo turno dalla cinese Wang Xinyu (che sarebbe arrivata in semifinale), sovrastata dalla pesantezza di palla di una giocatrice più alta di lei di quasi 20 centimetri. Mi ricordavo dell’impressione che avevo avuto allora: quella di una giocatrice sorprendentemente matura sul piano tattico, capace di costruire i punti con molta logica, ma in difficoltà di fronte alle potenza di certe avversarie.

Evidentemente il tempo trascorso da allora non è passato invano, se Cocciaretto a Palermo è riuscita a sconfiggere una tennista con un dritto di stampo maschile come Polona Hercog, e poi anche a battere una giocatrice che è da diverso tempo attorno alla posizione numero 20 del ranking come Donna Veikic. Elisabetta si è fermata nei quarti di finale di fronte ad Anett Kontaveit, (6-1 4-6 6-1), in un match nel quale è calata alla distanza. Cosa più che comprensibile per una tennista con poca esperienza ad alti livelli.

Sicuramente non l’ho vista giocare a sufficienza per sbilanciarmi con un giudizio definitivo su di lei. Preferisco dire che cosa, oggi, mi convince di più e che cosa di meno. Oltre alle doti tattiche di cui ho già parlato, a Palermo mi ha sorpreso positivamente per la capacità di entrare con i piedi nel campo e prendere in mano lo scambio ogni volta che si è presentata l’occasione. A mio avviso si tratta di un progresso fondamentale per fare strada a livello WTA. È un progresso che di recente, hanno compiuto, per esempio, Iga Swiatek e Sofia Kenin: quando si ha la palla per dominare lo scambio non si può tentennare, occorre prendersi tutti i vantaggi possibili. E Cocciaretto a Palermo ha dimostrato di saperlo fare.

Non mi è invece del tutto chiaro il valore del suo servizio, e quanto potrà incidere (nel bene come nel male) su superfici diverse dalla terra rossa. Non dimentichiamo che la maggior parte del circuito si svolge sul cemento, superficie dove i colpi di inizio gioco pesano di più rispetto alla terra. Su questo aspetto fondamentale non me la sento di esprimere un giudizio.

In ogni caso, dopo il quarto di finale di Palermo (dove era presente grazie a una wild card), Elisabetta ha ottenuto il proprio best ranking (posizione 144). Attualmente ha 444 punti nella classifica WTA. Per sperare di entrare direttamente negli Slam del prossimo anno avrebbe bisogno di circa 200 punti in più. Con il livello di gioco espresso in Sicilia penso potrebbe farcela, ma bisognerà vedere quante e quali occasioni avrà di giocare nel prossimo futuro, visto il quadro molto limitato di tornei organizzati durante questo anomalo 2020.

a pagina 2: Camila Giorgi, prestazioni e qualità di gioco

Continua a leggere

Al femminile

L’insostenibile leggerezza di Leylah Fernandez

È possibile affermarsi ad alti livelli nel tennis contemporaneo malgrado un fisico minuto? Una giovane canadese prova a dimostrarlo, sfidando il circuito WTA

Pubblicato

il

By

Leylah Fernandez - Acapulco 2020

Questa settimana, con il torneo Palermo, è ripreso il tennis ufficiale, quello con le regole tradizionali e i punti WTA assegnati a chi vince le partite. Certo, non significa essere tornati alla normalità pre-Covid, considerando i tanti fattori extra sportivi che rendono precaria la gestione degli eventi, ma si prova a ripartire, e a riallacciare i fili di una attività che si è fermata all’inizio di marzo.

Sono infatti passati cinque mesi da quando Indian Wells è stato cancellato, con una decisione presa alla vigilia dei primi match. Per l’articolo di questo settimana, ho pensato di trattare un tema che ci riporta a quei giorni, alle ultime notizie relative al tennis giocato prima dello stop causato dalla pandemia.

La notizia a cui mi riferisco ci sembra oggi molto piccola, visto tutto quanto accaduto dopo, ma è comunque legata al torneo californiano; parlo della assegnazione delle wild card annunciate alla vigilia. A Indian Wells gli organizzatori avevano deciso di premiare, oltre alle tenniste locali, anche due giocatrici non statunitensi. La prima era Kim Clijsters, al ritorno alla attività agonistica. La seconda era una giovanissima canadese, Leylah Fernandez, diciassette anni, che nel mese di febbraio aveva raccolto risultati sorprendenti.

 

Fernandez in occasione del confronto fra Svizzera e Canada di Fed Cup (Biel, 7-8 febbraio) aveva battuto la numero 5 del mondo Belinda Bencic Poi si era trasferita in Messico e, partendo dalle qualificazioni, ad Acapulco aveva raggiunto la finale (sconfitta da Heather Watson). Quindi a Monterrey si era spinta sino ai quarti di finale (fermata da Svitolina). Insomma Leylah era una delle giocatrici del momento, e a Indian Wells avevano pensato che meritasse un riconoscimento, pur essendo ancora fuori dalla prime 100 del ranking.

Per Fernandez quel mese di febbraio ha rappresentato un salto di qualità improvviso, di quelli che si spiegano soprattutto con i progressi repentini dovuti alla età. Stiamo infatti parlando di una teenager nata il 6 settembre 2002, con alle spalle pochissimi match nel circuito maggiore. Del resto sino alla metà del 2019, Leylah aveva giocato soprattutto a livello junior, con risultati piuttosto notevoli: la vittoria al torneo Grado A di Porto Alegre nel 2018, e poi nel 2019 la finale all’Australian Open 2019 (battuta dalla coetanea danese Clara Tauson), e la vittoria al Roland Garros, in finale su Emma Navarro: sei partite vinte senza lasciare per strada nemmeno un set.

Dopo il successo nello Slam parigino, aveva deciso di non giocare più a livello junior, rinunciando quindi all’erba di Roehampton e Wimbledon e poi anche allo US Open, per dedicarsi a tornei ITF in nord America. Obiettivo: crescere nel ranking WTA. Questa scelta (che mi lascia un po’ perplesso, perché per una giovane americana non sono tante le occasioni di sperimentare l’erba) non le ha comunque impedito di diventare numero 1 del mondo junior nel mese di settembre.

In pratica dalla primavera del 2019 Fernandez si è dedicata alla scalata della classifica, per raggiungere in fretta posizioni che le permettessero almeno di accedere alle qualificazioni Slam. E poi, se possibile, anche all’ingresso diretto nella maggior parte dei tornei WTA e dei Major (significa all’incirca sfiorare la top 100). Ricordo che nel 2019 Fernandez aveva cominciato la stagione fuori dalle prime 400 e l’aveva conclusa come numero 209.

All’inizio di quest’anno, Leylah ha centrato il primo obiettivo importante: vittoria nei tre turni di qualificazione e ingresso al main draw dell’Australian Open (poi sconfitta da Lauren Davis al primo turno). Qualche settimana dopo sono arrivati gli exploit già descritti sopra, tra Fed Cup e Messico. Nei due tornei messicani che le sono valsi l’attuale posizione numero 118, le giocatrici più importanti sconfitte sono state Varvara Lepchenko, Lizette Cabrera, Nao Hibino, Stephanie Voegele, Anastasia Potapova.

Ma l’avversaria più di prestigio battuta è stata senza dubbio Sloane Stephens (6-7, 6-3, 6-3). Va detto però che Stephens stava attraversando un pessimo momento di forma: nel 2020 aveva raccolto solo sconfitte, con l’eccezione proprio di Acapulco, dove aveva battuto al primo turno Emma Navarro (sì, quella Navarro che era stata l’avversaria di Fernandez nella finale junior del Roland Garros, e che però da professionista è oltre il 400mo posto in classifica).

Proviamo a definire il quadro della situazione di Fernandez alla luce degli ultimi risultati. Al momento fra le prime 200 del mondo l’unica giocatrice più giovane di lei presente in classifica è Coco Gauff (nata addirittura nel 2004), che però in quanto a precocità costituisce davvero un caso straordinario, capace di confrontarsi con i record assoluti di tutta la storia dell’era Open.

Senza arrivare a quegli estremi, Fernandez rappresenta comunque un esempio molto interessante di giocatrice che compie il passaggio da junior a pro, raccogliendo con sorprendente rapidità risultati significativi. In generale le imprese di Leylah nell’ultimo biennio rappresentano un ulteriore tassello nella crescita del tennis canadese, che nelle ultime stagioni ha espresso parecchi nomi con grande potenziale, e non solo a livello femminile.

a pagina 2: La formazione di Leylah Fernandez

Continua a leggere

Al femminile

L’unità di misura di Elise Mertens

La storia di una giocatrice che curiosamente ha compiuto il salto di qualità a partire da uno degli episodi più anomali e controversi degli ultimi anni

Pubblicato

il

By

Elise Mertens - Doha 2019 (foto via Twitter, @QatarTennis)

Vi ricordate di Chanelle Scheepers? Capisco che la domanda suoni bizzarra. Anzi, immagino che la maggior parte dei lettori avrà aggrottato la fronte, e cominciato a esplorare gli angoli più reconditi della propria memoria alla ricerca di una risposta.

Avete ragione. Non voglio dire che Scheepers possa essere l’equivalente manzoniano del Carneade di Don Abbondio, ma siamo lì. Eppure quando penso ad Elise Mertens mi viene in mente Chanelle Scheepers. Però la ragione di questa strana associazione posso spiegarla solo alla fine, una volta chiarito il mio punto di vista su Mertens. Quindi prima occorre approfondire la storia e le caratteristiche di Elise, per poter capire fino in fondo il senso della domanda iniziale.

L’idea di scrivere di Elise Mertens mi è venuta durante la stesura degli articoli sui migliori colpi in WTA. Al momento di scegliere le “elette”, Mertens è comparsa in quattro graduatorie: nelle risposte interlocutorie, nei pallonetti, nella lettura e nella costruzione del gioco. Eppure pur essendo già stata ampiamente Top 20 (la sua migliore classifica è numero 12, nel novembre 2018), non le avevo ancora dedicato un articolo. È venuto il momento di colmare la lacuna.

 

Gli inizi di Elise Mertens
Mertens è nata a Lovanio il 17 novembre 1995. Nasce prematura con oltre due mesi di anticipo, unica sopravvissuta di una gravidanza gemellare. Ha detto a questo proposito: “Forse nel tennis sono una lottatrice perché ho cominciato a lottare sin dai primi giorni di vita, quando ho rischiato di non sopravvivere”. A quattro anni inizia a giocare a tennis, seguendo la sorella maggiore Lauren; e ben presto si scopre che sul campo la più dotata in famiglia è la sorella minore. Di lì a poco il Belgio diventerà una nazione leader nel tennis femminile grazie alle imprese di Henin e Clijsters, che sono inevitabilmente gli idoli di Elise da bambina.

A soli tredici anni prende una decisione fondamentale: sceglie di dedicarsi soprattutto al tennis, cominciando a viaggiare per il mondo, accompagnata di solito dalla madre. Della sua carriera da junior colpisce la quantità e la distanza degli spostamenti. Normalmente una tennista di 14-16 anni quando si sposta all’estero tende a stare vicino al proprio paese, raramente cambiando continente. Invece Mertens gioca ovunque: dal Bangladesh all’Egitto, dagli Stati Uniti al Perù, dalla Thailandia alla Colombia. Oltre ai tornei in Europa.

L’attività giovanile è molto intensa (quasi 190 match di singolare nei tornei organizzati da ITF), con risultati notevoli ma non fenomenali. Vince 3 titoli in totale (nessun grado A, un solo grado 1, a Linz nel 2013) ma siccome raramente perde ai primi turni, riesce a entrare in Top 10: numero 7 nell’aprile 2013.

Le giocatrici nate come lei nel 1995 che faranno strada si chiamano Keys, Kontaveit, Sakkari, Putintseva, Peterson, Witthoeft. Nella carriera da junior, però, la sconfitta più dura la vive contro una avversaria più giovane di sei mesi: nell’ottobre 2010 in Thailandia, perde 6-1, 6-0 contro Ashleigh Barty, che è dell’aprile 1996.

Nel suo anno più orientato agli alti livelli da junior, il 2012, Mertens perde nel torneo di Santa Croce da Rebecca Peterson, al Bonfiglio da Bernarda Pera (nata però nel novembre 1994), al Roland Garros da Eugenie Bouchard (anche lei più anziana, del 1994), a Wimbledon da Anett Kontaveit (1995) e allo US Open da Taylor Townsend (1996).

Rispetto ad altre coetanee, Mertens comincia tardi l’attività fra le adulte. Di fatto il suo primo ranking WTA lo ottiene nel 2013, quando va per i 18 anni. Tanto per fare un paragone: alla stessa età Madison Keys sta già entrando in Top 100 e chiuderà quella stagione in Top 40. Il passaggio al professionismo per Elise non è solo tardivo, ma anche non proprio semplice.

Ha scritto lei stessa di recente per Behind the Racquet: “Non è facile compiere il grande passo. Ero in top 10 da junior e mi sono sentita di nuovo al buio, cominciando tutto da capo. È stato emozionante poter ricominciare, ma ho anche avuto paura di tutto il lavoro che mi aspettava. (…) Ho iniziato a giocare i tornei pro più tardi delle altre, a 17 anni, e sono diventata completamente professionista a 18. All’inizio non è stato semplice capire tutte le nuove avversarie. Ho perso molte partite in quel periodo. Ma la sensazione avuta quando ho vinto il primo 10k è stata incredibile. Quella sensazione vincente ti fa andare avanti, la passione ti fa andare avanti”.

Dal 2013 al 2016 sono stagioni di progressi, che le permettono di salire nel ranking senza però imprese memorabili: numero 577 a fine 2013, poi numero 240, quindi 151 e a fine 2016 numero 120. È una traiettoria sicuramente positiva, ma non straordinaria. sino a quando, all’inizio del 2017, arriva il momento che cambia la sua carriera.

a pagina 2: La svolta di Hobart

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement