Mercoledì da leoni: Dominik Hrbaty a Montecarlo 2000

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Mercoledì da leoni: Dominik Hrbaty a Montecarlo 2000

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti. Oggi siamo a Montecarlo nel 2000, per raccontare la storia del finalista di quella ultima edizione del secondo millennio

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Appurato che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 non era successo quasi nulla di catastrofico nel mondo, come invece il tanto annunciato Millenium Bug aveva fatto supporre, la vita continuò e il tennis pure. Erano altri tempi: pensate che i primi due del ranking erano statunitensi! E, tanto per non smentirsi, amavano poco la terra battuta europea. In particolare, a Sampras e Agassi non piaceva quella del suggestivo Country Club di Montecarlo, luogo affascinante nel quale tuttavia sia Pete che Andre avevano raccolto assai più amarezze che soddisfazioni: quattro partecipazioni a testa con appena tre vittorie complessive a fronte di otto sconfitte e di conseguenza mai oltre il terzo turno. Per uno dei tanti curiosi scherzi del destino, nella loro ultima apparizione nel Principato (1998) gli americani si erano ritrovati di fronte e lì Sampras aveva vinto il suo unico match su quella terra. Insomma, nell’aprile del 2000 sia Agassi che Sampras non erano a Montecarlo e, in obbedienza al ranking, la prima testa di serie viene assegnata a Yevgeny Kafelnikov, il “Principe di Sochi”. Tra i 64 giocatori ammessi al main-draw di quell’edizione, ci sono due slovacchi e la sorte li allontana nel tabellone riservando loro un sorteggio a dir poco ostile: Dominik Hrbaty riceve il pettorale immaginario n°3, a un turno quindi da Kafelnikov mentre Karol Kucera si trova il 63, accoppiato così alla seconda testa di serie, nientemeno che Gustavo Kuerten. La Slovacchia aveva iniziato la sua avventura autonoma in Coppa Davis solo sei anni prima, nel 1994, e aveva impiegato quattro stagioni per salire dal Gruppo 3 a quello dell’elite mondiale. Di quella nazionale Kucera, classe 1974, aveva fatto parte fin dall’inizio mentre Hrbaty si sarebbe aggregato due anni dopo, appena diciottenne. Alla vista del sorteggio, probabilmente Dominik è più preoccupato del primo match che dell’eventuale secondo. Sì perché l’esito dell’unica sfida sostenuta con il francese di belle speranze Arnaud Di Pasquale (sulla terra di Amsterdam, quasi un anno prima) non gli evoca piacevoli ricordi in quanto Hrbaty aveva raccolto appena cinque giochi: 6-2, 6-3. Con Kafelnikov invece, in caso di passaggio del turno, la memoria potrebbe iniettargli dosi consistenti di fiducia dato che nei quattro precedenti con il russo ha vinto tre volte e perso di misura (7-5 al quinto) allo Stadio Olimpico di Mosca in occasione dei quarti di Davis 1999.

I fili radi ma puntuali dell’insalatiera si intrecciano con quelli più frequenti e spessi del circuito e la Davis spesso diventa il teatro ideale per rappresentazioni drammatiche. Così, come Hrbaty era risultato l’anello debole contro la Russia un anno prima (oltre Kafelnikov, anche Safin lo sconfisse sempre in cinque set nel match decisivo), Kucera lo divenne due settimane prima di Montecarlo nella sfida esterna che gli slovacchi persero al cospetto di 10.000 scatenati tifosi dentro il Marapendi Tennis Racket di Rio de Janeiro con il Brasile. Nell’economia in rosso della sconfitta slovacca pesarono i due ko di Kucera, l’ultimo nel match decisivo con Meligeni dopo che Hrbaty aveva annientato Kuerten in tre partite. Ora Kucera e Kuerten si ritrovano a Montecarlo e Karol si prende la rivincita battendo Guga 6-2 al terzo dopo aver subìto un cappotto fuori stagione nel secondo. Nel turno successivo Dominik completa l’opera di distruzione dei favoriti monegaschi regolando Kafelnikov 6-3 5-7 6-4. Il principe era stato a un passo dal baratro quando Dominik aveva servito avanti 5-3 nel secondo set ma lì si era preso sette giochi consecutivi e aveva invertito l’inerzia della sfida. “Pensi che quell’errore sul 3-1 e 30-15 sia stato il punto di svolta?” gli aveva chiesto un giornalista in conferenza stampa e Yevgeny aveva ammesso che “quel rovescio sul nastro mi ha condizionato; avessi tenuto quel servizio il match non mi sarebbe sfuggito. Volevo vincere, volevo continuare a stare in questo torneo ma purtroppo è andata così e non posso farci nulla”. Con Kafelnikov e Kuerten, lasciano Montecarlo in anticipo sui tempi previsti dalla compilazione del seeding tutte le prime 8 teste di serie eccezion fatta per l’ultima, assegnata al francese Cedric Pioline. Sarebbe stato dunque un torneo aperto a soluzioni di ogni tipo ma, quando glielo chiedono, Hrbaty glissa sull’argomento: “Ho superato un altro turno ma questo non fa di me uno dei favoriti” dice.

E ne ha tutte le ragioni. Anche se non c’erano più Norman, Lapentti, Rios, Enqvist e Henman, sono rimasti tanti ottimi specialisti della terra rossa, in primis spagnoli e argentini. Ma al terzo turno “Dominator” deve vedersela con un altro francese che gli assomiglia molto per caratteristiche tecniche, ovvero Arnaud Clement. Pur nati in anni diversi, i due sono divisi da appena 18 giorni: il transalpino è nato il 17/12/1977 mentre Hrbaty il 4 gennaio del ’78. L’ultimo mese del ragazzo di Aix-en-Provence era stato a dir poco deludente: dalla mancata qualificazione a Scottsdale aveva vinto uno solo dei quattro incontri disputati anche se a Miami si era trovato a un soffio dall’eliminare Kuerten. Il match rispecchia nello score i due disputati in precedenza da Hrbaty e Clement, con lo slovacco vincitore in due partite. “In questo momento lui è più solido di me” afferma il francese. “Ho cercato profondità ma, fatta eccezione per qualche errore nelle fasi finali dei due set, Dominik è stato quasi perfetto”. Nei quarti iniziano i guai, almeno sulla carta. L’esame da superare è di quelli che contano. Hrbaty ha affrontato Corretja una volta all’anno dal 1977 e sempre sulla terra; lo slovacco ha vinto la prima a Palermo e perso le due successive a Maiorca. Nel tempo, l’iberico ha lavorato sul suo tennis per adattarlo alle superfici meno lente e i risultati sono stati a dir poco strabilianti: degli ultimi sei tornei messi in bacheca da Alex, ben cinque sono arrivati sul duro tra i quali il Masters del 1998 e, di recente, Indian Wells. Non si pensi però che Corretja abbia perso l’abitudine a macinare chilometri sulla terra; piuttosto, ha aggiunto aggressività al suo gioco e non per caso è stato, poco più di un anno fa, n°2 del mondo. “La preparazione che abbiamo fatto per la trasferta in Brasile mi ha dato una mano per farmi trovare pronto qui ma su questa superficie ho già dimostrato di sapermela cavare. La semifinale dell’anno scorso al Roland Garros è una conferma. Sapevo che con Alex sarebbe stata dura e mi sono detto di essere paziente. Sono molto felice dell’esito di questa partita perché è un’ulteriore iniezione di fiducia”. Hrbaty, il cui gioco fa storcere il naso ai puristi tanto quanto il suo look (agli US Open 2005 indosserà una curiosa maglietta che lasciava scoperte le scapole…), recupera un set e batte anche Corretja 3-6 6-3 6-4 guadagnando l’accesso alle semifinali dove trova l’argentino Gaston Gaudio.

 

La storia in parte deve ancora essere scritta ma, anche senza saperlo, il nostro deve vedersela uno dietro l’altro con tre passati e futuri finalisti Slam; nel 2001 infatti Clement si giocherà, perdendolo con Agassi, il titolo degli Australian Open mentre lo stesso Corretja, già finalista a Parigi nel 1998 (battuto da Moya), si ripeterà tre anni dopo con lo stesso esito al cospetto di Kuerten in una domenica grigia e ventosa. Il terzo è Gaston Gaudio e l’argentino, nel 2004, la farà grossa recuperando due set e salvando due match-point al più quotato connazionale Coria per prendersi il trofeo che vale un’intera carriera: la Coppa dei Moschettieri. Ma quattro anni prima Gaudio è uno che si è fatto solida reputazione e una classifica dentro i 100 grazie ai Challenger per poi migliorarla nei primi mesi del 2000. A Montecarlo ci è arrivato da n°62 e piuttosto in sordina ma il suo classico gioco sudamericano che fa perno su un rovescio sublime ha lasciato senza parole due futuri numero uno come Safin e Ferrero. “Penso che sia stata una bella partita, con scambi lunghi e intensi. Gaston ha sbagliato pochissimo e potevo solo sperare che calasse, che mi fornisse l’occasione per entrare nel match” dirà alla fine un raggiante Dominik, anche se in realtà mentre lui ci entrava, nella semifinale, Gaudio ne usciva progressivamente intaccato nella fiducia dalla fatica che i palleggi prolungati con lo slovacco gli costavano. Hrbaty invece, vittorioso 4-6 7-5 6-2, ha ancora fiato da spendere e si può permettere di intrattenere parte della stampa raccontando della sua amicizia con il primo ministro slovacco Nicolas Dzurinda. Sopravvissuto alla falcidia delle teste di serie, Cedric Pioline è arrivato in finale dopo aver passato un brutto quarto d’ora al terzo turno contro il versatile ceco Slava Dosedel, che ha commesso un doppio fallo sulla palla del 5-1 nel terzo set e da quel momento non si è più ripreso. Il francese rischia di passare alla storia più per le finali perse (già due qui nel Principato, oltre agli US Open 1993 e Wimbledon 1997) che per quanto di buono ha fatto vedere nella sua carriera e sa di avere una delle ultime chance per colmare la lacuna. Non solo, potrebbe diventare il primo francese nell’Era Open ad alzare il trofeo monegasco, esattamente 37 anni dopo Pierre Darmon che ci riuscì nel ’63.

Previsto sulla lunga distanza, l’atto conclusivo si presenta piuttosto incerto. I francesi temono che la “maledizione” del Country Club possa riproporsi e non si fidano di quello slovacco rapido e capace di accelerazioni improvvise. All’inizio le condizioni atmosferiche aiutano il tennis più offensivo di Pioline, poi con la pioggia il campo inizia ad appesantirsi e il corri-e-tira di Hrbaty sembra prendere il sopravvento. “Nonostante abbia perso tutti i set, in realtà penso che oggi poche palle abbiano deciso chi avrebbe alzato la coppa” afferma un Dominik piuttosto deluso davanti ai microfoni. “Non ero per niente stanco e avrei voluto giocare altri due set” aggiunge senza perdere il sorriso. Pioline vince 6-4 7-6 7-6 . Il francese invece non ha dubbi: “È la mia vittoria più importante ma non sono sceso in campo pensando che poteva essere l’ultima grande occasione della carriera. C’è stato equilibrio ma sono rimasto tranquillo anche quando, all’inizio del terzo set, ho subìto il break e alla fine è andata bene”. Il sogno di “Dominator” si interrompe dunque sotto lo striscione ma lo slovacco avrà altre occasioni per mettersi in luce, pur caratterizzando la propria carriera di scarsa continuità. Verso la fine del 2004 raggiungerà il suo best-ranking al n°12 e nel 2006 centrerà la seconda finale in un 1000, assistendo però quasi impotente allo show di un Davydenko scatenato. Ma il rammarico più grosso resta, per lui, quello della Davis sfiorata nel 2005. Graziata da un calendario che le permetterà di disputare tutti gli incontri in casa, la Slovacchia capitanata da Miloslav Mecir raggiunge la finale battendo 4-1 nell’ordine Spagna (con Nadal solo doppista), Olanda e Argentina ma in finale la Croazia di Ancic e Ljubicic (pur battuti entrambi da Dominik in singolare) espugna la Sibamac Arena di Bratislava per 3-2.

La carriera di Hrbaty termina con un gomito sofferente un giorno di febbraio del 2010 a Johannesburg; è la sconfitta ufficiale numero 318 a fronte di 359 vittorie. Ha incontrato ben 15 numeri uno e ben 11 di questi li ha battuti almeno una volta, tra cui Federer e Nadal che non potranno mai rimediare al bilancio negativo: 1-2 lo svizzero, 1-3 l’iberico. Anche queste sono soddisfazioni.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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