Mercoledì da leoni: Dominik Hrbaty a Montecarlo 2000

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Mercoledì da leoni: Dominik Hrbaty a Montecarlo 2000

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti. Oggi siamo a Montecarlo nel 2000, per raccontare la storia del finalista di quella ultima edizione del secondo millennio

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Appurato che alla mezzanotte del 31 dicembre 1999 non era successo quasi nulla di catastrofico nel mondo, come invece il tanto annunciato Millenium Bug aveva fatto supporre, la vita continuò e il tennis pure. Erano altri tempi: pensate che i primi due del ranking erano statunitensi! E, tanto per non smentirsi, amavano poco la terra battuta europea. In particolare, a Sampras e Agassi non piaceva quella del suggestivo Country Club di Montecarlo, luogo affascinante nel quale tuttavia sia Pete che Andre avevano raccolto assai più amarezze che soddisfazioni: quattro partecipazioni a testa con appena tre vittorie complessive a fronte di otto sconfitte e di conseguenza mai oltre il terzo turno. Per uno dei tanti curiosi scherzi del destino, nella loro ultima apparizione nel Principato (1998) gli americani si erano ritrovati di fronte e lì Sampras aveva vinto il suo unico match su quella terra. Insomma, nell’aprile del 2000 sia Agassi che Sampras non erano a Montecarlo e, in obbedienza al ranking, la prima testa di serie viene assegnata a Yevgeny Kafelnikov, il “Principe di Sochi”. Tra i 64 giocatori ammessi al main-draw di quell’edizione, ci sono due slovacchi e la sorte li allontana nel tabellone riservando loro un sorteggio a dir poco ostile: Dominik Hrbaty riceve il pettorale immaginario n°3, a un turno quindi da Kafelnikov mentre Karol Kucera si trova il 63, accoppiato così alla seconda testa di serie, nientemeno che Gustavo Kuerten. La Slovacchia aveva iniziato la sua avventura autonoma in Coppa Davis solo sei anni prima, nel 1994, e aveva impiegato quattro stagioni per salire dal Gruppo 3 a quello dell’elite mondiale. Di quella nazionale Kucera, classe 1974, aveva fatto parte fin dall’inizio mentre Hrbaty si sarebbe aggregato due anni dopo, appena diciottenne. Alla vista del sorteggio, probabilmente Dominik è più preoccupato del primo match che dell’eventuale secondo. Sì perché l’esito dell’unica sfida sostenuta con il francese di belle speranze Arnaud Di Pasquale (sulla terra di Amsterdam, quasi un anno prima) non gli evoca piacevoli ricordi in quanto Hrbaty aveva raccolto appena cinque giochi: 6-2, 6-3. Con Kafelnikov invece, in caso di passaggio del turno, la memoria potrebbe iniettargli dosi consistenti di fiducia dato che nei quattro precedenti con il russo ha vinto tre volte e perso di misura (7-5 al quinto) allo Stadio Olimpico di Mosca in occasione dei quarti di Davis 1999.

I fili radi ma puntuali dell’insalatiera si intrecciano con quelli più frequenti e spessi del circuito e la Davis spesso diventa il teatro ideale per rappresentazioni drammatiche. Così, come Hrbaty era risultato l’anello debole contro la Russia un anno prima (oltre Kafelnikov, anche Safin lo sconfisse sempre in cinque set nel match decisivo), Kucera lo divenne due settimane prima di Montecarlo nella sfida esterna che gli slovacchi persero al cospetto di 10.000 scatenati tifosi dentro il Marapendi Tennis Racket di Rio de Janeiro con il Brasile. Nell’economia in rosso della sconfitta slovacca pesarono i due ko di Kucera, l’ultimo nel match decisivo con Meligeni dopo che Hrbaty aveva annientato Kuerten in tre partite. Ora Kucera e Kuerten si ritrovano a Montecarlo e Karol si prende la rivincita battendo Guga 6-2 al terzo dopo aver subìto un cappotto fuori stagione nel secondo. Nel turno successivo Dominik completa l’opera di distruzione dei favoriti monegaschi regolando Kafelnikov 6-3 5-7 6-4. Il principe era stato a un passo dal baratro quando Dominik aveva servito avanti 5-3 nel secondo set ma lì si era preso sette giochi consecutivi e aveva invertito l’inerzia della sfida. “Pensi che quell’errore sul 3-1 e 30-15 sia stato il punto di svolta?” gli aveva chiesto un giornalista in conferenza stampa e Yevgeny aveva ammesso che “quel rovescio sul nastro mi ha condizionato; avessi tenuto quel servizio il match non mi sarebbe sfuggito. Volevo vincere, volevo continuare a stare in questo torneo ma purtroppo è andata così e non posso farci nulla”. Con Kafelnikov e Kuerten, lasciano Montecarlo in anticipo sui tempi previsti dalla compilazione del seeding tutte le prime 8 teste di serie eccezion fatta per l’ultima, assegnata al francese Cedric Pioline. Sarebbe stato dunque un torneo aperto a soluzioni di ogni tipo ma, quando glielo chiedono, Hrbaty glissa sull’argomento: “Ho superato un altro turno ma questo non fa di me uno dei favoriti” dice.

E ne ha tutte le ragioni. Anche se non c’erano più Norman, Lapentti, Rios, Enqvist e Henman, sono rimasti tanti ottimi specialisti della terra rossa, in primis spagnoli e argentini. Ma al terzo turno “Dominator” deve vedersela con un altro francese che gli assomiglia molto per caratteristiche tecniche, ovvero Arnaud Clement. Pur nati in anni diversi, i due sono divisi da appena 18 giorni: il transalpino è nato il 17/12/1977 mentre Hrbaty il 4 gennaio del ’78. L’ultimo mese del ragazzo di Aix-en-Provence era stato a dir poco deludente: dalla mancata qualificazione a Scottsdale aveva vinto uno solo dei quattro incontri disputati anche se a Miami si era trovato a un soffio dall’eliminare Kuerten. Il match rispecchia nello score i due disputati in precedenza da Hrbaty e Clement, con lo slovacco vincitore in due partite. “In questo momento lui è più solido di me” afferma il francese. “Ho cercato profondità ma, fatta eccezione per qualche errore nelle fasi finali dei due set, Dominik è stato quasi perfetto”. Nei quarti iniziano i guai, almeno sulla carta. L’esame da superare è di quelli che contano. Hrbaty ha affrontato Corretja una volta all’anno dal 1977 e sempre sulla terra; lo slovacco ha vinto la prima a Palermo e perso le due successive a Maiorca. Nel tempo, l’iberico ha lavorato sul suo tennis per adattarlo alle superfici meno lente e i risultati sono stati a dir poco strabilianti: degli ultimi sei tornei messi in bacheca da Alex, ben cinque sono arrivati sul duro tra i quali il Masters del 1998 e, di recente, Indian Wells. Non si pensi però che Corretja abbia perso l’abitudine a macinare chilometri sulla terra; piuttosto, ha aggiunto aggressività al suo gioco e non per caso è stato, poco più di un anno fa, n°2 del mondo. “La preparazione che abbiamo fatto per la trasferta in Brasile mi ha dato una mano per farmi trovare pronto qui ma su questa superficie ho già dimostrato di sapermela cavare. La semifinale dell’anno scorso al Roland Garros è una conferma. Sapevo che con Alex sarebbe stata dura e mi sono detto di essere paziente. Sono molto felice dell’esito di questa partita perché è un’ulteriore iniezione di fiducia”. Hrbaty, il cui gioco fa storcere il naso ai puristi tanto quanto il suo look (agli US Open 2005 indosserà una curiosa maglietta che lasciava scoperte le scapole…), recupera un set e batte anche Corretja 3-6 6-3 6-4 guadagnando l’accesso alle semifinali dove trova l’argentino Gaston Gaudio.

 

La storia in parte deve ancora essere scritta ma, anche senza saperlo, il nostro deve vedersela uno dietro l’altro con tre passati e futuri finalisti Slam; nel 2001 infatti Clement si giocherà, perdendolo con Agassi, il titolo degli Australian Open mentre lo stesso Corretja, già finalista a Parigi nel 1998 (battuto da Moya), si ripeterà tre anni dopo con lo stesso esito al cospetto di Kuerten in una domenica grigia e ventosa. Il terzo è Gaston Gaudio e l’argentino, nel 2004, la farà grossa recuperando due set e salvando due match-point al più quotato connazionale Coria per prendersi il trofeo che vale un’intera carriera: la Coppa dei Moschettieri. Ma quattro anni prima Gaudio è uno che si è fatto solida reputazione e una classifica dentro i 100 grazie ai Challenger per poi migliorarla nei primi mesi del 2000. A Montecarlo ci è arrivato da n°62 e piuttosto in sordina ma il suo classico gioco sudamericano che fa perno su un rovescio sublime ha lasciato senza parole due futuri numero uno come Safin e Ferrero. “Penso che sia stata una bella partita, con scambi lunghi e intensi. Gaston ha sbagliato pochissimo e potevo solo sperare che calasse, che mi fornisse l’occasione per entrare nel match” dirà alla fine un raggiante Dominik, anche se in realtà mentre lui ci entrava, nella semifinale, Gaudio ne usciva progressivamente intaccato nella fiducia dalla fatica che i palleggi prolungati con lo slovacco gli costavano. Hrbaty invece, vittorioso 4-6 7-5 6-2, ha ancora fiato da spendere e si può permettere di intrattenere parte della stampa raccontando della sua amicizia con il primo ministro slovacco Nicolas Dzurinda. Sopravvissuto alla falcidia delle teste di serie, Cedric Pioline è arrivato in finale dopo aver passato un brutto quarto d’ora al terzo turno contro il versatile ceco Slava Dosedel, che ha commesso un doppio fallo sulla palla del 5-1 nel terzo set e da quel momento non si è più ripreso. Il francese rischia di passare alla storia più per le finali perse (già due qui nel Principato, oltre agli US Open 1993 e Wimbledon 1997) che per quanto di buono ha fatto vedere nella sua carriera e sa di avere una delle ultime chance per colmare la lacuna. Non solo, potrebbe diventare il primo francese nell’Era Open ad alzare il trofeo monegasco, esattamente 37 anni dopo Pierre Darmon che ci riuscì nel ’63.

Previsto sulla lunga distanza, l’atto conclusivo si presenta piuttosto incerto. I francesi temono che la “maledizione” del Country Club possa riproporsi e non si fidano di quello slovacco rapido e capace di accelerazioni improvvise. All’inizio le condizioni atmosferiche aiutano il tennis più offensivo di Pioline, poi con la pioggia il campo inizia ad appesantirsi e il corri-e-tira di Hrbaty sembra prendere il sopravvento. “Nonostante abbia perso tutti i set, in realtà penso che oggi poche palle abbiano deciso chi avrebbe alzato la coppa” afferma un Dominik piuttosto deluso davanti ai microfoni. “Non ero per niente stanco e avrei voluto giocare altri due set” aggiunge senza perdere il sorriso. Pioline vince 6-4 7-6 7-6 . Il francese invece non ha dubbi: “È la mia vittoria più importante ma non sono sceso in campo pensando che poteva essere l’ultima grande occasione della carriera. C’è stato equilibrio ma sono rimasto tranquillo anche quando, all’inizio del terzo set, ho subìto il break e alla fine è andata bene”. Il sogno di “Dominator” si interrompe dunque sotto lo striscione ma lo slovacco avrà altre occasioni per mettersi in luce, pur caratterizzando la propria carriera di scarsa continuità. Verso la fine del 2004 raggiungerà il suo best-ranking al n°12 e nel 2006 centrerà la seconda finale in un 1000, assistendo però quasi impotente allo show di un Davydenko scatenato. Ma il rammarico più grosso resta, per lui, quello della Davis sfiorata nel 2005. Graziata da un calendario che le permetterà di disputare tutti gli incontri in casa, la Slovacchia capitanata da Miloslav Mecir raggiunge la finale battendo 4-1 nell’ordine Spagna (con Nadal solo doppista), Olanda e Argentina ma in finale la Croazia di Ancic e Ljubicic (pur battuti entrambi da Dominik in singolare) espugna la Sibamac Arena di Bratislava per 3-2.

La carriera di Hrbaty termina con un gomito sofferente un giorno di febbraio del 2010 a Johannesburg; è la sconfitta ufficiale numero 318 a fronte di 359 vittorie. Ha incontrato ben 15 numeri uno e ben 11 di questi li ha battuti almeno una volta, tra cui Federer e Nadal che non potranno mai rimediare al bilancio negativo: 1-2 lo svizzero, 1-3 l’iberico. Anche queste sono soddisfazioni.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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