Linda Noskova è la nuova campionessa di Wimbledon. Nella prima finale Slam interamente ceca della storia, la ventunenne ha superato Karolina Muchova con il punteggio di 6-2 5-7 6-3, conquistando il primo Major della carriera al termine di una partita che sembrava ormai chiusa e che, improvvisamente, ha rischiato di sfuggirle di mano.
Dopo aver dominato il primo set ed essere arrivata a un passo dal titolo nel secondo, Noskova ha infatti mancato cinque championship point, perdendo cinque giochi consecutivi e consentendo a Muchova di trascinare la finale al terzo. Una situazione che avrebbe potuto travolgere una giocatrice alla sua prima partita per il titolo in uno Slam. La numero 9 del seeding è invece riuscita a ricominciare, fino a chiudere al sesto match point.
In conferenza stampa, a pochi minuti dalla premiazione, la nuova campionessa non aveva ancora realizzato pienamente quanto accaduto.
“No, non ancora. Mi sembra che siano passati soltanto un paio di minuti da quando sono uscita dal campo. È sicuramente qualcosa che ricorderò per sempre, ma mi serviranno alcuni giorni per rendermene conto davvero”.
Cinque occasioni sfumate
Nel secondo set, mentre Muchova annullava una dopo l’altra le occasioni per chiudere, la tensione aveva cominciato a irrigidire il tennis e il corpo di Noskova.
“È stato molto duro per me. A un certo punto la mia mano si è un po’ bloccata e i miei piedi non erano più rapidi come prima”, ha ammesso. A salvarla, sul punto decisivo del terzo set, è stato paradossalmente il fatto di non avere piena consapevolezza del punteggio: “Sull’ultimo match point non mi sono nemmeno resa conto che fosse un match point. Ho continuato a giocare. È questo che mi ha fatto vincere: non essermelo messo in testa”.
Quando il servizio vincente ha chiuso la finale, tutta la tensione accumulata si è sciolta in un istante.
“Mi è scivolato tutto di dosso: lo stress, il pensiero continuo se avrei vinto oppure no. Sul 5-3 pensavo: ‘E se non riuscissi a tenere il servizio?’. Erano momenti tutt’altro che semplici. Sono davvero felice di esserci riuscita al primo tentativo nel terzo set”.
Il trofeo nel mirino
Il passaggio decisivo della sua finale, però, era avvenuto qualche minuto prima, lontano dal campo. Dopo aver perso il secondo parziale, Noskova si è rifugiata negli spogliatoi, si è bagnata il viso con l’acqua fredda e ha provato a convincersi che la partita stesse ricominciando da zero. Appena uscita, si è trovata davanti i due trofei destinati alla vincitrice e alla finalista.
È in quel momento che ha preso una decisione.
“Ho visto i trofei. Ho pensato: non prenderò quello piccolo, prenderò quello grande. Ci ero andata così vicina che perdere sarebbe stata probabilmente la delusione più grande della mia vita”.
Un’immagine simbolo della sua vittoria. Noskova si è fermata a guardare il Venus Rosewater Dish, trasformando il rischio del rimpianto in determinazione.
“Guardavo quello grande e pensavo: ‘Questo me lo prendo, a qualunque costo’. Se nel terzo set avessi dovuto lasciare l’anima in campo, lo avrei fatto. Ho ricominciato a concentrarmi su me stessa ed è stato il punto chiave”.
Fondamentale è stato anche il primo game del set decisivo, nel quale Muchova ha avuto immediatamente la possibilità di completare il ribaltamento. Noskova ha salvato le occasioni di break e ha interrotto la serie di cinque giochi consecutivi persi.
“Sono abbastanza coraggiosa da dire che il terzo set non sarebbe stato lo stesso se avessi perso quel primo game. Era molto importante iniziare bene. Sono contenta di essere riuscita a restare calma e a giocare di nuovo come nel primo set”.
Durante i momenti più complicati, la ceca ha anche cercato di isolarsi dal rumore del Centre Court, portandosi le mani alla testa e coprendosi con l’asciugamano nei cambi di campo. Un comportamento suggerito dal suo allenatore alla vigilia della finale: prendersi qualche secondo, allontanarsi mentalmente dalla partita e rimanere sola con sé stessa.
Nessuna conversazione, tuttavia, avrebbe potuto prepararla allo scenario vissuto: cinque match point mancati e un terzo set da giocare dopo essere stata vicinissima al titolo.
“In campo c’eravamo soltanto io e me stessa. Mi dicevo: se perdi questa partita, la sconfitta è tua; se la vinci, la vittoria è tua. Karolina è una combattente e non puoi mai pensare di aver chiuso al cento per cento”.
Una finale tra amiche
La finale aveva anche una componente emotiva particolare, perché dall’altra parte della rete c’era una connazionale e un’amica. Noskova e Muchova avevano giocato insieme anche il doppio alle Olimpiadi di Parigi, ma prima dell’incontro la più giovane delle due ha scelto di mantenere le distanze.
“Per me non è mai facile giocare contro un’amica. Questa volta abbiamo cercato di salutarci soltanto con la mano prima della partita, e basta. Penso che questo mi abbia aiutata a rimanere concentrata. Spero che siamo ancora amiche”.
Muchova ha provato a scherzarci sopra durante la premiazione, chiamando Noskova la sua “ex amica”, prima di riconoscerne il coraggio nella prima finale Slam. Per la ventinovenne si tratta della seconda sconfitta in una finale Major dopo quella del Roland Garros 2023.
Noskova diventa invece, a 21 anni, la più giovane campionessa di Wimbledon dai tempi di Petra Kvitova nel 2011. È inoltre la terza tennista ceca nelle ultime quattro edizioni a sollevare il trofeo, dopo Marketa Vondrousova nel 2023 e Barbora Krejcikova nel 2024.
Una vittoria arrivata attraverso il percorso più stressante possibile. Noskova non nasconde che avrebbe preferito una conclusione più semplice: “Se avessi potuto risparmiare agli spettatori, al mio team e a me stessa tutti quei momenti da cardiopalma, sarebbe stato meglio”.
Ma è proprio la capacità di reagire alla partita che sembrava aver perso a dare un valore ancora maggiore al suo primo titolo Slam.
“Vincere in questo modo, dovendo davvero lottare e attraversando tutti questi alti e bassi, conta moltissimo. Ma da questa partita devo anche imparare tanto”.
