Ostapenko e la sensazione di avere assistito ad un prodigio

Editoriali del Direttore

Ostapenko e la sensazione di avere assistito ad un prodigio

PARIGI – Ne ebbi una simile anche con Wilander, Becker, Chang, Kuerten, Graf, Seles, Hingis… ma se mi sbagliassi?

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da Parigi, il Direttore

Dopo aver già scritto per i miei giornali, fatto un lungo intervento per Radio Sportiva, registrato 2 video per Ubitennis.com e Ubitennis.net (con l’hall of famer Steve Flink), parlato e registrato un audio con Ugo Colombini, il manager di Jelena Ostapenko che lui ha “scoperto” 7 anni fa in un torneo giovanile in quel di Reggio Calabria, parlato con la mamma di Jelena, sua prima coach subito dopo il trionfo, non mi è facile scrivere qualcosa che, fra lo scritto e il parlato, non si ripeta o – come si dice in gergo – non “bruci” i video e gli audio con gli stessi argomenti, o non riprenda le interviste delle protagoniste di cui i lettori di Ubitennis hanno già avuto modo di essere edotti. Essendo tutte queste “attività” primariamente dedicate a Jelena Ostapenko, la nuova reginetta di Francia a soli 20 anni e a dispetto di tutte le circostanze già descritte nella cronaca puntuale della finale resa molto bene da Laura Guidobaldi, giocherò in contropiede partendo – come non si fa mai – dalla ragazza sconfitta, da Simona Halep, tanto sfortunata oggi quanto era stata fortunata contro Elina Svitolina nei quarti

 

Eviterò di sottolineare il solito “Chi di spada ferisce…etc etc”: ma è certo vero che se con la Svitolina la Halep era stata incredibilmente fortunata (oltre che brava a rimontare da 1-5 nel secondo set dopo aver perso il primo) nel trasformare il set point del secondo set con un net clamoroso e la palla che si era acquattata imprendibile subito dopo la rete, oggi il net con il quale la Ostapenko ha strappato la battuta alla Halep sul 3-3 – e dopo che la rumena era stata avanti 3-1 –  è stato altrettanto incredibile. Sul 30-40 la palla colpita dalla Ostapenko era chiaramente destinata a uscire, e anche di parecchio. Invece la palla, scagliata con l’abituale violenza con quel rovescio lungolinea che sarebbe finito in pieno corridoio, si è arrampicata sul nastro, ha subito una deviazione assolutamente strana, verso destra, ha rimbalzato una seconda volta sul filo d’acciaio che regge la rete, ed è planato al di là. Pareva un segno del destino, a quel punto ce lo siamo detti tutti in tribuna stampa, e si è potuto dire dopo che lo era stato. Non era invece lontanamente ipotizzabile un bel po’ di tempo prima, per l’appunto allo scoccare dell’ora esatta di gioco quando, servizio Ostapenko e 6-4 3-0 per la Halep, la ragazza rumena ha avuto tre palle per il 4-0. Sulla prima è stata sorpresa da un’accelerazione incrociata di dritto di Jelena – sì, quel dritto che è stato misurato addirittura più rapido di quello di Andy Murray – e Simona è stata costretta quasi ad una spaccata e ha sbagliato un dritto in lunghezza. Sulla seconda, dopo un doppio fallo, la Ostapenko ha giocato un dritto lungolinea tipo missile. Imprendibile. Sulla terza è arrivato un errore gratuito di rovescio di Simona, dopo uno scambio. Se le capiterà di riguardare le immagini – sui monitor di cui è dotata questa straordinaria sala stampa (ah se Diego Nepi Molineris della Coni Servizi cui anni fa feci da chaperon qui al Roland Garros, tornasse da queste parti con la voglia di apportare qualche modifica per migliorare lo stato deprecabile della sala stampa del Foro Italico dove abbiamo scarpiere al posto di armadietti e televisori inguardabili dei tempi del bianco e nero) – sarà quel rovescio quello che più rimpiangerà.

Mamma Ostapenko – Jelena anche lei, Jakovleva il nome da ragazza – prima coach di Jelena junior dacché aveva 5 anni, scherzava quando mi diceva di non aver versato una lacrima: “Era il sole…” ma era seria quando diceva “Yeygeny (suo marito) sta brindando con i suoi amici a Riga. Ha bevuto per combattere la tensione prima, poi durante e adesso… ma è ancora sobrio!” e sorride dopo aver stretto la mano a Ugo Colombini. “Quando ho pensato che lei avrebbe potuto vincere un grande torneo? Dieci anni fa! Ha sempre avuto qualcosa di straordinario, ha sempre colpito la palla fortissimo…”. Poi ovviamente i primi successi da junior, dall’Avvenire a Wimbledon, l’hanno rafforzata in quella convinzione. Si capisce da quel poco che dice che la figlia ha un bel caratterino, è testarda, dà retta a pochi, coach – con la Medina Garrigues è da poco più di un mese – agente (ascoltate l’audio con Ugo Colombini quando lo metteremo on line) e a sentire la madre “sì, fa shopping come tutte le ragazze che hanno un po’ di soldi – ora ne avrà molti di più: ha guadagnato 2 milioni e 100.000 euro oggi, quasi il doppio di quanto aveva guadagnato in tutta la carrierama non è una fanatica degli acquisti: le piace comprare le cose “griffate” del Paese in cui va, qui Louis Vuitton e Chanel, in Italia Gucci e Dolce Gabbana, a New York Abercrombie… ma senza esagerare”. Papà Yevgeny (come Kafelnikov… ma è un caso) è ucraino, è stato portiere di calcio in una delle squadre più forti del campionato ucraino, la Metalurg Zaporezhya (il nome me lo scrive prima in cirillico lei stessa sul mio bloc notes, non lo avrei mai saputo riscrivere) e lavora come ingegnere nell’eolico “e così Jelena ora tira più forte del vento!” – scherza la signora bionda che assomiglia un pochino al genere Chris Evert.  Papà Ostapenko non è certo uno di quei genitori che hanno ossessionato la figlia pretendendo chissà quali risultati. “L’ha vista giocare soltanto pochissime volte… deve lavorare…” spiega mamma Jelena. Chissà che non sia questa la chiave del successo. Quanti genitori hanno distrutto i propri figli, pretendendo chissà che cosa, lo sa solo Iddio.

Io dico solo che se Jelena Ostapenko è capace di demolire un muro come la Halep pur facendo, per pura inesperienza, 54 errori gratuiti, quando ne farà un venti per cento in meno – un traguardo raggiungibile se si pensa che ha solo 20 anni – e si sarà rafforzato nel fisico, potrebbe anche diventare una delle primissime tenniste del mondo. Voi direte, bella forza fare questa previsione per una che ha appena vinto il Roland Garros, ma attenzione: oggi Jelena sale a n.12 del mondo, ma di strada ne deve fare ancora tanta. Lo scorso anno Garbine Muguruza ha vinto qui, e il suo successo è stato molto meno sorprendente, ma poi non è che in 12 mesi abbia fatto questi progressi che tanti avevano pronosticato. Ugo Colombini mi è parso convinto che sotto il profilo atletico questa ex ballerina di “Ballroom” (con la predilezione per la Samba, più che per il valzer e il liscio) ci sia molto da lavorare e l’ho sentito un attimo perplesso quando gli ho chiesto se Jelena lavora sodo… Più volte si è lasciato scappare – pur stando molto accorto come ad esempio quando gli ho chiesto di Camila Giorgi della quale aveva cominciato ad occuparsi diversi anni fa e non ha voluto entrare a spiegarmi perché il rapporto si sia interrotto (gli ho chiesto se c’entrasse il padre, ma lui ha eluso saggiamente) – che Jelena è un tipo molto difficile da gestire. “La Medina Garrigues voleva darle qualche consiglio su come affrontare la Halep e lei ribatteva che sapeva quel che doveva fare: “se tiro forte e mi stanno dentro i colpi, la metterò in difficoltà”.

Beh per il resto vi chiedo la cortesia di evitarmi di dover ripetere tutto e di guardare il video. Ricordo troppo bene le improvvise “esplosioni” di giocatori che proprio al primo Slam o quasi facevano grandi exploit: da John McEnroe a Wimbledon nel 1977, appena ventenne e subito in semifinale, a Mats Wilander qui a Parigi nel 1982 e vittorioso a 17 anni e 10 mesi, a Boris Becker nell’85 a Wimbledon, a Michael Chang nel ’89 insieme a Arantxa Sanchez, ai primi exploit di Steffi Graf, Gabriela Sabatini, Monica Seles, Jennifer Capriati, Justine Henin, Martina Hingis e di tante altre bambine prodigio. Molte di loro erano sembrate straordinarie già all’eta di 12, 13 anni. E ho avuto la fortuna di vederle proprio a quell’età: la Capriati e la Hingis dodicenni al torneo di Pasqua a Firenze, la Graf a 13 anni qui al Roland Garros, tutti gli altri di cui sopra nei tornei in cui sono esplosi (compreso Sampras diciottenne contro Chang in un match junior all’US Open due anni prima che vincesse nel ’90 l’US Open in finale su Agassi). Non so se la Ostapenko diventerà forte come quei nomi che ho appena fatto, però la sensazione di aver assistito comunque oggi a qualcosa di abbastanza straordinaria, ce l’ho. Come la ebbi l’8 giugno del ’97, quando lei per l’appunto nasceva, nel vedere un magrissimo brasiliano, dai riccioli biondi, un sorriso perenne e contagioso, che giocava un magnifico rovescio ad una mano quando ormai aveva preso a dilagare quello bimane, e che lo tirava contro campioni supertitolati rimontandoli senza alcun timore reverenziale. Come oggi la Ostapenko con la Halep. Poi si vedrà… o magari vedrete voi, che io comincio ad avere una certa età.

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Editoriali del Direttore

Madrid e Roma con tabelloni da 48 giocatori e finali al martedì

Per salvare entrambi i Masters 1000, anche in caso di disputa dell’US Open e aspettare i big, ecco le soluzioni di compromesso. Montepremi pesantemente ridotti per tutti. Il 15 giugno la data ultima per la decisione finale?

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Il campo centrale del Foro Italico a Roma 2019 (foto Twitter @InteBNLdItalia)

Ogni giorno la situazione del calendario tennistico sembra evolversi. Le varie ipotesi di programmazione estiva e post estiva si succedono a velocità vertiginose.

Solo 24 ore fa ho scritto un lungo e circostanziato articolo sulla situazione dell’US Open che condiziona un po’ tutto il calendario a venire, sui possibili riflessi su Madrid e Roma se a New York si dovesse giocare regolarmente (più o meno…) l’US Open.

Infatti sono emerse novità che paiono cambiare certi scenari, anche per Madrid e Roma i cui montepremi e tabelloni verrebbero ridotti sensibilmente (il 40 o 50% di montepremi in meno per draw limitati a 48 tennisti, con 16 bye) e le cui finali non si disputerebbero più di domenica, ma al martedì con alcune regole imposte ai vari tornei a protezione della copertura televisiva delle stesse finali.

 

Del resto anche i virologi paiono dirne di nuove tutti i giorni, spesso contraddicendosi fra loro e perfino con se stessi. Il mondo del tennis non può farvi eccezione.

Intanto pare trapelare – così si suol dire – un diverso ottimismo ovunque, quasi che si fossero diffuse globalmente le sensazioni di un coronavirus progressivamente meno letale (come del resto è quasi sempre successo con l’arrivo dell’estate).

Avevo segnalato che negli Stati Uniti si era fortemente caratterizzata la volontà di dar luogo all’US Open e lo conferma quanto ha detto la CEO dell’USTA Stacey Allaster pur a seguito di una cauta premessa “Non abbiamo preso alcuna decisione, ma tutto è…fluido”.

La Allaster, in un’intervista concessa telefonicamente allìAssociated Press, fa tuttavia capire che nel caso si decida entro il 15 giugno (questa pare per tutti la data limite) di confermare la disputa dell’US Open, l’USTA sa già dove andrà a parare.

In sintesi, ma meglio leggere il ben più esteso articolo illustrativo di Vanni Gibertini, si prevedono voli charter per trasportare i giocatori con team ristretti e solo da certi aeroporti (Roma e Milano non ci sono fra quelli…), test COVID-19 prima dell’inizio del viaggio, controlli quotidiani delle temperature al National Tennis Center di Flushing Meadows. Scartate fantasiose ipotesi tipo Indian Wells etcetera. Porte chiuse al pubblico. Pochi officials, spogliatoi chiusi nei giorni di allenamento.

Ma torno su Madrid e Roma. La deadline per tutte le decisioni sembra essere stata fissata per il 15 giugno. Se il virus ci avesse dato tregua in Europa e non a New York non ci sarebbero problemi né per Madrid né per Roma. Madrid potrebbe disputarsi poco dopo inizio settembre, Roma subito dopo.

Altrimenti l’ultima idea è quella di prolungare la durata di Madrid, che potrebbe cominciare nei primi giorni della settimana che va dal 14 settembre al 20, ma per concludersi martedì 22. Ciò consentirebbe, con un tabellone di 48 tennisti e 16 bye, di attendere gli eventuali finalisti di New York per diversi giorni in più. In teoria questi potrebbero scendere in campo per il loro primo turno (secondo del torneo) giovedì 17 o perfino venerdì 18. Ci sarebbero cinque giorni utili a portare avanti il torneo (che ha tre tetti retraibili in caso di pioggia), da venerdì a martedì.

Nel frattempo gli Internazionali d’Italia avrebbero potuto avere il loro regolare svolgimento, cominciando anche di lunedì 21 o martedì 22 settembre, ma a protezione dei diritti tv di Madrid, nel giorno della finale castigliana (martedì 22) Roma per un giorno non dovrebbe poter mostrare le sue partite in tv. O forse potrebbe essere tenuta a un black-out televisivo solo per quelle partite in contemporanea con la finale di Madrid (l’anno scorso a Madrid la finale femminile fu giocata di sabato, il giorno prima rispetto a quella maschile, mentre Roma le fa giocare nella stessa giornata).

Le finali di Roma dovrebbero giocarsi lunedì 28 settembre, in contemporanea con il secondo giorno del Roland Garros. Per l’Italia non ci dovrebbero essere problemi di conflitti televisivi: i Masters 1000 sono diffusi da Sky, il Roland Garros da Eurosport.

Parigi e Roma, Federtennis Francese e ATP con Federtennis Italiana dovrebbero quasi certamente trovare un accordo per non darsi fastidio per problemi di diritti tv. E’ una situazione d’emergenza e tutti dovrebbero capirlo. Giocatori compresi: a loro si chiede di rinunciare a un bel po’ di montepremi – un sacrificio che gli organizzatori vorrebbero del 50%, forse si metteranno d’accordo sul 40% o anche sul 35% – ma va trovata una soluzione anche per quei giocatori che sarebbero entrati nei tabelloni a 56 o 64 giocatori e invece adesso ne saranno fuori. Ma insomma, pare che la buona volontà, anche fra interessi contrastanti, finirà per prevalere.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e’ abbastanza probabile che vadano di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parte, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Ci sono quasi 3 milioni e 800.000 euro in più a Madrid. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia?

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Editoriali del Direttore

Lettere al direttore: dai doppi falli di Djokovic a ATP-WTA. I lamenti di Pietrangeli e gli Slam di Federer

Una fusione poco probabile per San Tommaso. Rafa Nadal più penalizzato fra i top player se non si giocasse nel 2020. Angelo Binaghi per una volta…

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Roger Federer e Novak Djokovic - ATP Parigi-Bercy 2018 (foto via Twitter, @RolexPMasters)

Vi avevo invitato a scrivermi delle lettere perché io potessi rispondervi, cercando di andare contro la mia natura per essere il più sintetico possibile. Anche questa settimana siete stati numerosi e di questo vi ringrazio. Di seguito le mie risposte alle sei domande che ho selezionato: continuate a scrivermi a scanagatta@ubitennis.com.


Buongiorno Direttore, chieda a Djokovic, da parte mia, se ritiene salutari i beveroni ipotonici che tracanna ad ogni cambio campo, se ha fatto vaccinare i suoi 2 figli o se somministra loro un antipiretico a seguito di uno stato febbrile. Come lei ben sa la parola farmaco significa non solo rimedio/cura ma anche veleno. Tutto sta nel conoscerne il confine… rispetto moltissimo l’atleta ma detesto fortemente la persona. SalutiDr. Luca Daniele Berta, Abbott Diabetes Care (città non indicata)

C’è stato il coronavirus che ha fermato tutto il tennis, ma non ha davvero fermato Novak Djokovic dalle sue esternazioni, dai suoi Instagram-video, da una bulimica esposizione su tutti i social media esistenti. Un’attività quasi forsennata, quanto certi suoi allenamenti. Ma ben più discussa e discutibile. Di sicuro Nole ha dimostrato di non temere i contraccolpi negativi conseguenti alle tesi che ha spavaldamente sostenuto, ma di certo ha ricevuto più commenti negativi che positivi e mi chiedo chi glielo abbia fatto fare. La mia sarà psicologia da supermercato ma mi è parso quasi che Nole, orfano del tennis giocato, abbia sentito l’insopprimibile esigenza di dover riempire quei vuoti agonistici a tutti i costi con una presenza da n.1, purtroppo anche in campi extratennistici dove la sua conoscenza non poteva che essere limitata ed era più facile commettere doppi falli piuttosto che ace.

Sì, ha messo a segno anche qualche vincente: non si può non applaudire le diverse iniziative filantropiche – la più recente è l’organizzazione dei weekend (Adria Cup) in aiuto alle regioni balcaniche, ma prima c’erano state anche le apprezzabili proposte in soccorso dei tennisti ATP peggio classificati e più in sofferenza -, e anche le chat con i vari top-players (Murray, Wawrinka, Fognini eccetera) hanno avuto il merito di tener viva l’attenzione sul tennis. Sono state spesso piacevoli da seguire.

Però gli errori gratuiti sono sembrati decisamente più numerosi dei vincenti. Anche chi non aveva mai dubitato dell’indubbia intelligenza di Novak si è chiesto – pur lasciando perdere le sue dichiarazioni No-Vax in parte edulcorate, ma comunque mal espresse in un momento delicatissimo, pandemico come l’attuale – se davvero sia stata una mossa saggia e intelligente quella di promuovere un venditore di integratori, Chervin Jafarieh, fondatore del brand ‘Cymbiotika’, arrivando a sostenere una sciocchezza sesquipedale come quella secondo cui “le molecole dell’acqua reagiscono alle nostre emozioni diventando positive o negative secondo lo stato d’animo”.

Proprio per il seguito che Novak ha, un po’ di prudenza nello sposare una qualsiasi tesi piuttosto che un’altra, a mio avviso sarebbe assolutamente auspicabile e necessaria. I lettori di Ubitennis sono a conoscenza della reciproca simpatia che intercorre fra DjokerNole e il sottoscritto – chi non ha ancora visto il video divenuto virale del “Not too bad” rilanciato decine di volte dalla stessa ATP? – ma ciò non mi basta a trasformare la cronaca dei suoi doppi falli in ace.

 
Novak Djokovic, conferenza – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Gentile direttore, ma lei crede al connubio ATP-WTA? O sono solo buoni propositi, di Federer, Gaudenzi, e di tutte le “santone” del tennis femminile, Billie Jean King, Pam Shriver, nonché tutte le tenniste che ovviamente hanno solo da guadagnarci?Luigi Santi, Roma

In questo caso sono un po’ come… San Tommaso, finchè non vedo non ci credo. Ne ho ho già un po’ parlato rispondendo a un altro lettore in questa rubrica. In nessuna altra disciplina sportiva lo sport femminile è così vicino a quello maschile come nel tennis. Pur essendone lontano. Ma c’è comunque parità di montepremi e di esposizione tv in quattro Slam e in mega tornei, Indian Wells, Miami e Madrid. Se per anni i due circuiti non si sono fusi è perché uno, quello maschile, ha più appeal di quello femminile. Lo dice l’interesse del pubblico, degli sponsor, delle tv. Capisco Gaudenzi quando dice che il prodotto tennis è uno solo e sarebbe forse “venduto” meglio unitariamente ma resta il fatto che assemblare, quasi fondere, due società, ATP e WTA che hanno risultati economici così diversi – e non per caso – è difficilissimo.

ATP ha fior di sponsor, Emirates, Fedex, Peugeot, Infosys, la WTA dacché ha perso Sony Ericsson nel 2012, non ne ha più trovati alla stessa altezza. La WTA nel 2017 ha registrato utili pari 6 milioni di dollari e attività liquide per soli 5 milioni. Le cifre equivalenti per l’ATP mostrano 19 milioni e 160 milioni! Come si fa a mettere sullo stesso piano situazioni così diverse, con la WTA che si è trovata costretta a spostare gran parte dei tornei più importanti di fine stagione in Cina, perché è dalla Cina che le sono arrivate le proposte economiche più importanti ma anche… meno prestigiose? Come si fa a convincere i giocatori ATP di seconda, terza e quarta fascia, a rinunciare a una parte dei loro premi e guadagni per venire in soccorso delle ragazze delle stesse fasce?

Se ATP porta 90 e WTA 10 a far 100, se si distribuisce il totale in 50 e 50, i giocatori ATP ci rimettono 40 mentre le giocatrici guadagnano 40. Chi potrebbe fare un sacrificio rilevante sono i giocatori ATP di prima fascia, cioè i super-ricchi se sono tali da più anni. Ma secondo voi lo faranno per il bene supremo del tennis, se non si trova qualche meccanismo che consenta loro di trasformare un grande sacrificio in un piccolo sacrificio? Mezzo secolo di reciproci sospetti sparirà nell’era del virus e di un qualche miracolo gestionale? San Tommaso aspetta di vedere la realizzazione dei buoni propositi per crederci.


Caro Ubaldo mi permetto di darti del tu in quanto ti leggo da sempre e mi sento in confidenza. Ma come è possibile togliere lo stipendio ad una leggenda del nostro tennis, e in che modo poi!, quando abbiamo politici che vivono ancora di vitalizi non meritati? La cosa che più mi da fastidio è il modo in cui è stato accantonato il caro Pietrangeli senza un briciolo di rispetto! Caro presidente FIT penalty point! Grazie x avermi letto!Rino Bertuzzi città non rivelata (Nota di UBI: per favore scrivete la città)

Riguardo al modo usato ho letto la campana Pietrangeli e quella FIT: divergono profondamente. Chi dice la verità? Posso credere più alla prima perché conosco sia Nicola da una vita sia purtroppo Baccini e, anche se non ho condiviso diverse esternazioni dell’ex campione (ricorderete quella su Bolelli “ha sputato sulla bandiera” quando rifiutò di giocare in Davis contro la modesta Lettonia a Montecatini nel 2008? Raccolse soltanto il plauso di Binaghi e federales) Nicola non è mai stato un bugiardo. Semmai qualche volta polemico a sproposito. È vero che Pietrangeli ha dato al tennis italiano per tantissimi anni più di quanto alcuni parlamentari – fra quelli che pretendono il vitalizio – abbiano dato quale servizio al Paese, sebbene abbiano prestato solo pochi mesi o pochi anni di legislatura.

Ma anche Pietrangeli, che ha potuto vivere alla grande per quasi tutta la sua vita (non mi spetta ne ha senso approfondire se li abbia legittimamente goduti più da cicala che da formica e se quindi le difficoltà di sopravvivenza odierne siano anche eventuale conseguenza di ciò) non dovrebbe dimenticare che l’aver potuto godere di un compenso non disprezzabile (si dice, per lui come per Lea Pericoli, di qualcosa intorno ai 35.000 euro l’anno) per tutti questi anni fino ai suoi 86 non è stato zero. Oltretutto la Federtennis ha dato lavoro anche ad entrambi i suoi figli, bravi quanto si vuole ma non – che io sappia – assunti tramite concorsi. Quindi stavolta Angelo Binaghi non ha tutti i torti a ritenersi “tradito” da ingratitudine.

Che poi il modo potesse o dovesse essere diverso, come denuncia Nicola, è probabile. Lo stile non fa parte di questa FIT. Che, infine, il Baccini che ha replicato polemicamente alle lamentationes di Nicola per conto della FIT si riveli anche in questa sua replica più realista del re e personaggio quindi poco credibile, è un altro paio di maniche. In passato Baccini ha scritto e detto di tutto sul conto di persone come Gianni Clerici e Rino Tommasi al cui cospetto dovrebbe soltanto inchinarsi. Con il sottoscritto nel delirante e penoso episodio che lo scorso anno ha comportato il ritiro del mio accredito stampa durante gli Internazionali d’Italia, proprio Baccini è stato con Piero Valesio (direttore della comunicazione FIT che non si è vergognato di firmare la richiesta di ritiro) uno dei principali attori protagonisti, se non il primo.

Nella replica a Pietrangeli Baccini ha avuto la faccia tosta di sostenere che la FIT ha “già stanziato 3 milioni per i circoli” quando tutti sanno che in realtà la FIT non ha fatto fondamentalmente altro che – in massima parte – restituire ai circoli le iscrizioni ricevute in anticipo per tutti i campionati a squadre che non ci sono stati! Tanto è vero che i circoli italiani sono letteralmente furibondi con la FIT per l’assenza di un sostegno ricevuto a seguito dei danni provocati dal lock-down per il Coronavirus (al di là di qualche tubo di palle da tennis) e stanno raccogliendo firme di protesta e sollecitazioni. Anche i tesserati che non hanno potuto giocare i tornei meriterebbero rimborsi parziali… che non vedranno mai.

Angelo Binaghi, Nicola Pietrangeli, Steve Haggerty – Italia-Francia, Coppa Davis 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Buongiorno Ubaldo, sono un appassionato di tennis, fedele lettore di Ubitennis. Non utilizzo però i social, niente FB, niente Twitter, niente Instagram. Le scrivo a proposito di AGF, di cui nemmeno ancora son riuscito a risalire al vero nome; le scrivo per esprimere tutta la mia stima verso questo giornalista, anzi, scrittore, i cui articoli sono sostanzialmente delle perle. AGF, a parer mio, è uno dei maggiori esperti di tennis sulla scena oggi; una competenza sbalorditiva, una chiarezza espositiva così disarmante da rendermelo, a tratti, “quasi odioso”; uno stile impeccabile (scarno, diretto, fluente); una memoria storica vastissima all’interno di una cornice di grande modestia ed umiltà; sempre pronto a ravvedersi qualora le sue affermazioni non vengano poi confermate dai fatti. Perché non ci è dato conoscere il suo nome? Senza nulla togliere agli altri (sono anche un super fan di Gibertini e dei suoi podcast), AGF è speciale, ha qualcosa di unico, svetta su tutti a livello nazionale. Sarebbe possibile avere il suo indirizzo email?Matteo (città non rivelata…)

Ho inoltrato la sua mail a AGF che la ringrazia calorosamente. Resta però un tipo assai riservato che preferisce mantenere la sua privacy.


A 33 anni appena compiuti Federer aveva 17 Slam, così come Nadal e anche lo stesso Djokovic che compirà 33 anni a maggio. Dopodichè Federer ha vinto 3 slam e Nadal 2. Pensa che Djokovic farà meglio oppure l’età si farà sentire pure sul fenomeno di Belgrado?Francesco Putignano (città non rivelata)

Intanto penso che se quest’anno non si giocasse più alcuno Slam Rafa Nadal, che era più favorito a Parigi di quanti fossero tutti i tre negli altri 2 Slam e avrebbe quindi probabilmente raggiunto quota 20 eguagliando Roger, sarebbe stato sfavorito più di tutti dal blocco dell’attività. Penso anche che Federer, che non avrei considerato favorito n.1 a differenza di Djokovic sia a Wimbledon sia a New York, abbia avuto invece il vantaggio di poter tenere a distanza i due rivali per un anno in più e quindi di essere stato favorito. Non tutti possono essere longevi come lui. Djokovic fermo a 17 Slam avrebbe potuto arrivare a 19… Ma sono tutte ipotesi. In conclusione, considerata la straordinaria solidità fisica di Djokovic, nonché la spaventosa determinazione che lo sostiene, penso che se non fino a 38 come Roger, almeno fino a 35/36 Novak possa essere ancora così competitivo da poter vincere nei prossimi otto Slam tre o quattro di essi. Salvo progressi oggi impronosticabili di qualche Next Gen.


Chi è stato il più grande talento sprecato del tennis, fra quelli da Lei visti all’opera? – Salvatore Perna (Napoli? Colpa mia: ho cancellato la città e non ricordo!)

Occorrerebbe prima di tutto intendersi su cosa significhi talento. La capacità di adattarsi a situazioni differenti? La capacità di effettuare colpi che ad altri non riescono? Ma accompagnata da una buona dose di continuità nel riuscire a farli, giusto? Ma la continuità nell’arco di un match, di un anno, di una vita? Poi anche sul termine spreco si potrebbe discutere. Spreco perché il talento non è stato accompagnato da una testa all’altezza del braccio? O da una determinazione costante? Una durata anagrafica? La mia risposta varierebbe a seconda di quale delle diverse ipotesi (e ne ho accennate solo alcune) si prenda in considerazione.

Un esempio: Bjorn Borg non viene unanimemente considerato uno straordinario talento, eppure ha inventato – insieme a Vilas – un tipo di tennis che non esisteva, basato sul top-spin, sulla palla che passava alta sopra la rete (riducendo i rischi dell’impatto sulla stessa) e ruotava fino a sopra la spalla di chi non sapesse anticiparla. Inoltre ha vinto Parigi e Wimbledon tre volte a distanza di una settimana quando le due superfici proprio non si assomigliavano. Più talento di così! Ma smettere a 26 anni non è stato uno spreco per uno che quando si misurava su più discipline atletiche batteva tutti gli altri campioni?

Henri Leconte viene considerato uno straordinario talento: ma se non ha mai vinto uno Slam, e ha fatto una sola finale, perdendola malamente con Wilander, si può dire che sia stato un talento sprecato? No. Non aveva la testa per stare concentrato per 7 partite e prodursi sempre su quei livelli. Un po’ come Fabio Fognini, sulla cui abilità di mano, tocco di palla e resto, nessuno può discutere. Fognini uno spreco? Anche no. Se si considera i limiti del servizio, dovuti in buona parte a un’altezza non… all’altezza dei grandi di oggi (tutti dal metro e 85 in su), Fabio ha fatto quasi miracoli ad arrivare dove è arrivato e a restarci a lungo.

Fabio Fognini – Wimbledon 2018 (foto Roberto Dell’Olivo)

Fabrice Santoro, il Mago: beh, chi più di lui è stato capace di tirare fuori conigli dal cilindro? Con il fisico che aveva ha fatto miracoli. Poteva fare di più? Forse no. Si è presentato a oltre una cinquantina di Slam consecutivi, di che cosa lo si può rimproverare? Adriano Panatta: talento tanto, continuità poca, voglia di sacrificarsi… a sprazzi. Purché non gli rovinassero le vacanze agostane in Sardegna anche se c’era una semifinale di Coppa Davis da vincere in Sud Africa. Spreco? Forse, ma magari se avesse dovuto sacrificarsi di più in palestra si sarebbe depresso, mortificato. Nessuno dei Fab-Four può ovviamente incarnare l’ipotesi spreco, ma neppure nessuno degli arrotini spagnoli può impersonare il talento puro.

Ernest Gulbis? Beh, ma è come Leconte. Simpatico, estroso, pazzerello. E Wawrinka che fino a 29 anni ha vinto pochissimo? Si vede che gli mancava qualcosa. John McEnroe? Certo, forse più di tanti, ma come si fa a dire che è stato uno spreco uno che ha vinto 7 Slam, che è stato n.1 del mondo, anche se dai 25 anni in poi non ha più vinto Slam? Tutti quelli che sono stati top-5, o anche top-10 in teoria non possono essere considerati talenti sprecati. Qualcuno poteva fare di più? Sì, quasi tutti potevano vincere molto di più, non solo Panatta, ma anche Agassi, Kafelnikov… per non parlare di Safin. Se devo scegliere uno al di fuori dei top-ten o top-20, dovrei prendere uno come potrebbe essere fra le donne Camila Giorgi, capace di battere 9 top-ten ma incapace di entrare fra le top 25 del mondo. Fra gli uomini un “modello” Giorgi non mi viene in mente, tranne Nick Kyrgios. Ma anche lui… che testa ha?


Scrivete a scanagatta@ubitennis.com

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