Accadde oggi: nasce Arthur Ashe. Non è mai stato un tennista

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Accadde oggi: nasce Arthur Ashe. Non è mai stato un tennista

10 luglio 1943: nasce a Richmond Arthur Robert Ashe. Primo tennista di colore a vincere uno Slam, diventerà il Muhammad Alì del tennis

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Ci sono atleti che travalicano il confine dello sport per finire direttamente nelle didascalie che spiegano le foto di un secolo. Dick Fosbury un giorno si è svegliato e ha deciso che il salto in alto doveva essere fatto in un altro modo, e da quel giorno il salto in alto è diventato un altro sport. “Effetto Fosbury“, “rivoluzione Fosbury“. È quello che ancora leggiamo, persino traslato in altri ambiti come espressione significante l’anno zero di qualcosa. Il punto di svolta, uno storico cambio di tendenza. Si può entrare nella storia con la forza dell’innovazione.

Peter Norman era un velocista australiano che un altro giorno, nell’ottobre 1986 a Città del Messico, si insediò tra due saette afroamericane nella gara olimpica dei 200 metri. Norman veniva da un paese in cui la legislazione era marcatamente a favore dell’apartheid; John Smith (oro) e Tommie Carlos (bronzo) scelsero proprio quella premiazione per manifestare apertamente contro le oscenità razziali. Scalzi, pugno alto, e sul petto lo stemma del Progetto olimpico dei diritti umani. In pochi sanno che l’australiano, medaglia d’argento, per la decisione di unirsi silenziosamente alla loro protesta non avrebbe praticamente più potuto essere uno sportivo. Dopo essere stato osteggiato in ogni modo dalla federazione australiana moriva nel 2006, quasi dimenticato. Non da Carlos e Smith, che erano lì a reggere la sua bara il giorno del funerale. In uno dei momenti più intensi che l’antologia sportiva possa ricordare.

Ha pagato il prezzo della sua scelta. Non è stato semplicemente un gesto per aiutare noi due, è stata una SUA battaglia. È stato un uomo bianco, un uomo bianco australiano tra due uomini di colore, in piedi nel momento della vittoria, tutti nel nome della stessa cosa
(Tommie Smith)

 

Arthur Ashe rientra in questa cerchia di atleti. Come Muhammad Alì non poteva essere un pugile, Arthur Ashe non è mai stato un tennista. Nonostante nel 1963 sia il primo nero a militare nella squadra statunitense di Coppa Davis, per poi diventarne il capitano nel 1981. Nonostante vinca l’US Open nel 1968 (prima edizione dell’Era Open), primo fra tutti i tennisti di colore. Nonostante si ripeta nel 1970 agli Australian Open, in Era Open ormai conclamata. Nonostante nel 1975 diventi il primo e finora unico “non bianco” a sollevare il trofeo di Wimbledon (nel 1996 MaliVai Washington sarebbe arrivato in finale, perdendo contro Krajicek). Nonostante questi traguardi che già lo consacrerebbero nell’olimpo del tennis, Arthur è stato in grado di sobbarcarsi il peso di diverse battaglie. Non una, diverse battaglie. Ed è andato oltre il tennis.

Muore di AIDS nel febbraio 1993. Contrae l’infezione a causa di una trasfusione di sangue fatalmente infetto, resasi necessaria come corollario di uno degli interventi cardiaci che è costretto a subire e per i quali abbandona il tennis. Si rifiuta di parlare pubblicamente delle sue condizioni di salute fino a che un cronista indiscreto di USA Today (4 anni dopo la diagnosi) lo induce alla confessione. Dall’aprile 1992, per il tempo che gli resta da vivere, accetta di fungere da cassa di risonanza delle insidie di una malattia che sta per diventare una piaga sociale. Se oggi non lo è più, o lo è in misura marcatamente minore, lo si deve anche a quelli come lui. Simbolo della lotta contro l’apartheid e a favore dei diritti civili, nei suoi ultimi mesi di vita riesce a trovare le forze per fondare la Arthur Ashe Institute for Urban Health (in piedi ancora oggi) e presentarne gli scopi davanti alle Nazioni Unite. Per poi lasciare, grazie al tramite di sua figlia, una testimonianza tangibile delle sue lotte:

Lungo la strada, inciamperai, e forse cadrai; ma anche questo è normale e previsto. Alzati, rimettiti in piedi, mortificata ma più saggia, e continua per la tua strada“. Si conclude così la lettera – destinata a sua figlia Camera, 7 anni – con cui Arthur si congedava da una vita che gli aveva restituito soddisfazioni, inciampi e dolore. La stessa vita che gli aveva consegnato anche l’immortalità.

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Compie 70 anni l’indimenticabile Jimmy Connors

Buon compleanno a uno dei più grandi tennisti di ogni epoca che nella sua lunghissima carriera diede vita a rivalità che sono rimaste nella storia

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Se Jimmy Connors fosse stato argentino si sarebbe detto che la ‘garra’ non gli faceva difetto. Ma lui era yankee purosangue, nato a Belleville (paesino di 40.000 abitanti in Illinois) per cui si limitava ad odiare gli avversari, e nemmeno il resto del mondo gli stava troppo simpatico. Il suo modo iper-aggressivo di tagliare il campo con i suoi passettini di una velocità innaturale, il suo rovescio bimane mancino, una vera arma ‘fine del mondo’, i suoi c’mon urlati in faccia al malcapitato avversario erano tutti tasselli che ci aiutano a decifrare il personaggio Jimbo, e soprattutto aiutarono lui a mettere in bacheca otto Slam (non gli riuscì mai di alzare il trofeo a Parigi dove arrivò quattro volte in semifinale) e 109 tornei del circuito (record assoluto tra i tennisti professionisti). Chissà cosa avrebbe combinato se solo avesse avuto un servizio all’altezza. Incrociò la racchetta con Ashe, Nastase e Rosewall che stavano spendendo gli ultimi spiccioli delle loro impareggiabili carriere. Impattò poi contro il miglior Borg, la sua bestia nera, contro Vilas e tenne a battesimo McEnroe e Lendl…tanto per chiarire con chi ebbe a che fare il ragazzo. Jimbo ruggì fino a 39 anni quando raggiunse a sorpresa, e con l’appoggio di un pubblico in delirio, le semifinali degli US Open, battuto alla fine da Jim Courier. Quella fu in pratica la sua ultima partita ad alto livello, anche se lui continuò testardamente a giocare fino ai 44 anni quando si arrese non ad un avversario ma alle leggi di natura.

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La prima vittoria in uno Slam di Federer, 21 anni fa

Contro Micheal Chang, non proprio uno qualunque, al primo turno degli Australian Open. 6-4 6-4 7-6 il punteggio per lo svizzero che ne ha vinte altre 361 di partite nei Major

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Roger Federer - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Oggi, 18 gennaio, cade una ricorrenza molto speciale per Roger Federer. Infatti, in questa data, 21 anni fa, il fenomeno di Basilea ha colto la sua prima vittoria in uno Slam, agli Australian Open 2000. Magari non tutti se lo ricordano ma il primo scalpo di Federer in uno dei quattro grandi tornei del tennis è stato a dir poco eccellente: si tratta infatti di Michael Chang, vincitore del Roland Garros nel 1989 ed ex n.2 al mondo. 

Federer, all’epoca 18enne, si presentava a Melbourne per la prima volta, come una delle nuove sensazioni del circuito. Nella stagione precedente, aveva scalato oltre 200 posizioni in classifica, fermandosi alla n.62. Nelle sue prime due apparizioni Slam era stato sconfitto con onore contro giocatori affermati, il due volte campione Slam Patrick Rafter al Roland Garros e il ceco Jiri Novak a Wimbledon, mostrando sprazzi del suo enorme talento. Chang, che di anni ne aveva 28 e che era sul tour ormai da 13 stagioni, era nella fase calante della sua carriera ed era fuori dai primi 30.

Ma comunque era pur sempre Micheal Chang, uno dei nomi più celebri del tennis negli anni Novanta. E Federer era solo un promettentissimo ragazzino elvetico che aveva vinto Wimbledon juniores un paio di anni prima. “Non ricordo bene tutto. Non ricordo ad esempio le nostre posizioni in classifica. Ma c’è una cosa che non mi sono dimenticato. Mentre stavamo per entrare in campo, camminavo dietro a Michael e notari che aveva il suo nome sulle scarpe. Ho pensato: ‘quando hai il tuo nome sulle scarpe significa che sei uno dei migliori’”, ha raccontato Federer. 

 

Ma il migliore in partita fu proprio lui. 6-4 7-6 7-6 il punteggio con il quale quello che oggi è il tennista con più titoli nello Slam (20, ex aequo con Rafa Nadal) vinse la sua prima partita in uno Slam. In quell’edizione degli Australian Open, Federer vinse anche il successivo match contro lo slovacco Jan Kroslak, sempre in tre set, prima di arrendersi al terzo turno al francese Arnaud Clement. Purtroppo, non sono disponibili video su Youtube del match contro Chang e bisogna accontentarsi degli highlights del secondo incontro con Kroslak per ammirare le gesta di un giovanissimo Roger.

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Accadde oggi: l’inizio della leggenda di Serena Williams

La grande corsa di Serena Williams verso i 24 Slam (non ancora raggiunti) iniziava esattamente 25 anni fa, in Canada, con un esordio traumatico su un campo di periferia

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Come spesso succede nella storia del tennis, il debutto dei grandi campioni è una sconfitta traumatica. È così anche per Serena Williams, che ben 25 anni fa, il 25 ottobre 1995, iniziava in Canada la sua lunghissima e vincente carriera professionistica con una sconfitta netta. La connazionale Annie Miller superò infatti la giovanissima Serena (14 anni compiuti da un mese) con il punteggio di 6-1 6-1.

Il contesto era ben diverso da quelli che oggi Serena calca regolarmente. Si trattava del primo turno di qualificazioni del torneo di Quebec City. Come ricorda il giornalista del New York Times Robin Finn, presente quel giorno, la location era molto diversa dalla cornice più glamour degli Slam. “Era un campo d’allenamento di un circolo di tennis nella periferia di Vanier, accanto a un campo dove si giocava un’altra partita di qualificazione. Niente luci o introduzioni pre-partita e nemmeno tifosi. Sopra il campo c’era un piccolo chiosco con una TV, dei gelati e 50 persone che mostravano… diversi livelli di interesse alla partita”.

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Serena vinse soltanto due giochi contro la 18enne americana Annie Miller, che però era già la numero 149 del mondo. Visto il punteggio non stupisce l’analisi molto dura di Serena quel giorno. “Non ho giocato come so, ho giocato come una principiante“. Molto più conciliante e comprensivo il suo commento 24 anni dopo, quando nel 2019 Serena l’ha commentato durante il torneo di Toronto. “Tutto quello che mi ricordo è che ero nervosissima, non potevo credere che stavo giocando. Non sono riuscita a tenere a bada i nervi, avevo bisogno di tornare a casa e migliorare. Quando sono tornata a giocare con i professionisti ero molto più pronta rispetto la prima volta”.

 

Il ritorno di Serena Williams tra i professionisti si sarebbe concretizzato “solo” due anni dopo. Nel novembre del 1997 arrivò il torneo che la svelò a tutto il mondo tennistico. Williams si rese protagonista di una grande cavalcata nel torneo di Chicago, dove entrò grazie a una wild card: sconfisse le numero 7 e 4 del mondo Mary Pierce e Monica Seles e da numero 304 del mondo si fece strada fino alla semifinale, poi persa contro Lindsey Davenport. Nemmeno due anni dopo, nel 1999, sarebbe arrivato il suo primo torneo del Grande Slam, il titolo degli US Open vinto in finale contro Martina Hingis.

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