Giannessi e la prima semifinale ATP: "Non mi accontento"

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Giannessi e la prima semifinale ATP: “Non mi accontento”

Le parole di Alessandro Giannessi dopo la vittoria su Dutra Silva nei quarti di finale dell’ATP 250 di Umago

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Innanzitutto complimenti Alessandro. Dopo una partita così, sei più stanco o contento per la prima semifinale ATP in carriera?
No, no sono contentissimo. È uno step importante, la stanchezza c’è ma spero comunque di poter affrontare il match di domani nel migliore dei modi. Non mi accontento, insomma.

Dicci qualcosa della grande rimonta del terzo set (sotto 5-2 ha vinto 7-5).
Avevo giocato già due volte con Rogerio, entrambe le volte avevo vinto delle battaglie come oggi. Mi sono detto “proviamoci”. È andata bene anche oggi, dai. È stata dura ma sono riuscito a ribaltare una situazione difficile.

Cosa ci dici di quell’interminabile decimo game, hai avuto tantissime palle break prima di pareggiare sul 5 pari.
Sì, sì, è vero. Alla fine ho spinto bene due punti con il dritto e ho rifatto il break.

 

Quando hai capito che potevi girarla?
Dall’inizio del match è stata una battaglia. Sono andato bene sopra, poi ho perso il primo set. Una partita altalenante anche perché qui le condizioni sono abbastanza lente e siamo entrambi che ogni punto cerchiamo di giocarlo. È stata una battaglia, ma sapevo che sarebbe andata così.

Forse il primo set è stato un po’ anche deciso dall’esito di quei due punti, quello contestato che l’arbitro ha assegnato al brasiliano e poi l’altro, lunghissimo, che hai perso quando lui ha servito per andare al tie-break.
Sì, a questo livello ogni episodio fa la differenza. Il primo set è andato così, ma poi sono stato molto bravo a rimanere nel match dal primo punto del secondo set a lottare.

Il torneo degli outsiders: tu, Rublev, Dodig. Quindi a questo punto ci sei..
Beh arrivato a questo punto, ci sono. Una semifinale ATP cercherò di dare tutto quello che ho, senza dubbio.

I problemi alla coscia sinistra.
Si, si, ora che finisco con voi torno a farmi rimettere un po’ a posto.

Ad inizio settimana hai avuto anche dei problemi alla schiena.
Alla schiena ho avuto un problema un po’ più serio, ma adesso ne sono venuto fuori bene. La coscia è solo un po’ affaticata, niente di più

Hai già visto che sei entrato tra i primo novanta al mondo? Te lo diciamo noi, dovresti essere n. 84.
Ma sì… Va bene, va bene. Speriamo di migliorare ancora.

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US Open, Fernandez sul MTO: “Un peccato sia successo in quel momento, ma è lo sport. Devo andare avanti”

Leylah Fernandez non nasconde la delusione dopo la sconfitta in finale dello US Open, ma la voglia di rivincita è già tanta: “Ho ancora più voglia di prima di allenarmi”

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Leylah Fernandez, finalista allo US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Ovviamente soddisfatta per aver raggiunto la finale, ma certamente delusa dell’esito, la giovane canadese Leylah Fernandez si è presentata in conferenza stampa dopo aver visto l’altra teenager Emma Raducanu sollevare il trofeo dello US Open 2021. Cosa sia andato storto è chiaro sin da subito alla 19enne. “Ho fatto troppi errori nei momenti chiave del match e lei ne ha approfittato. Sono delusa, penso che questa sconfitta me la porterò dentro per un po’. Penso mi darà la motivazione per fare meglio in allenamento. Emma ha giocato un grande torneo, quindi congratulazioni a lei e al suo team“.

Al di là della sconfitta e del modo in cui è arrivata, ci sono comunque molti aspetti positivi per Fernandez. “Sono contenta per il modo in cui ho giocato e per come mi sono comportata in campo nelle ultime due settimane. Ho visto tanti miglioramenti a livello di gioco e mentale. Sono felice e spero che l’anno prossimo riuscirò a ripetere quanto ho fatto quest’anno”. Nello specifico, un titolo (vinto a Monterrey), la prima finale Slam e l’ingresso in top 30.

Non si può negare che l’esito del secondo set della finale sia stato in qualche modo influenzato dall’interruzione di gioco avvenuta nel game decisivo del secondo set, in cui l’arbitro ha concesso a Raducanu (seguendo il regolamento) un MTO per curare una ferita sanguinante al ginocchio, a seguito di una caduta. Una situazione, che sul momento, non è stata molto apprezzata da Fernandez. “Beh, onestamente non sapevo cosa stesse succedendo ad Emma. Non sapevo quanto fosse grave la sua caduta, quindi è per questo che sono andata dall’arbitro e gliel’ho chiesto. È successo nella foga del momento. È stato un peccato che sia successo in quel momento specifico, proprio nel bel mezzo di un momento positivo per me. Ma è lo sport, è il tennis. Devo solo andare avanti“.

 

Oltre a questo prezioso insegnamento, ce ne sono altri che derivano da questo straordinario US Open, sui quali la tennista canadese ha le idee chiarissime. “Penso che la lezione più importante che ho imparato sia come recuperare (fisicamente e psicologicamente, ndr) dopo tante grandi vittorie di fila. Dopo ogni vittoria ero così felice, così eccitata. Volevo solo tornare in campo e giocare di nuovo. Sono stata molto fortunata ad avere un grande team alle mie spalle che mi diceva di calmarmi, godermi questa vittoria e poi il giorno dopo di tornare a lavorare. Sono contenta di aver avuto l’opportunità di imparare, di capire come organizzarmi in questi momenti“. Una lezione che certo le tornerà utile quando, come è probabile, si ritroverà a lottare per altri traguardi così prestigiosi.

In chiusura, Fernandez si è detta convinta che nonostante il notevole salto in classifica (da lunedì sarà numero 28 del mondo) e la quantità decisamente maggiore di pressione sulle spalle dopo questa finale, non dovrà affrontare troppi cambiamenti nella sua quotidianità. “Non credo che la mia vita cambierà così tanto. Come ho detto, sono molto fortunata ad avere un grande team a supporto e una grande famiglia che mi aiuta a tenere i piedi per terra. Dopo tutte quelle vittorie, la sconfitta di oggi fa decisamente male, ma mi farà venire voglia di allenarmi ancora di più e di affrontare ogni torneo con la stessa fame con cui ho affrontato questo”.

Il tabellone femminile dello US Open con tutti i risultati aggiornati

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Santopadre: “Berrettini non poteva fare di più. Djokovic avrebbe potuto continuare a quel livello per giorni…”

NEW YORK – L’allenatore di Matteo Berrettini, Vincenzo Santopadre, a mente fredda dopo la sconfitta allo US Open con Novak Djokovic: “Ogni torneo è funzionale alla crescita di Matteo”

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Novak Djokovic e Matteo Berrettini - 2021 US Open (Jed Jacobsohn/USTA)

dal nostro inviato a New York

Raggiungiamo Vincenzo Santopadre all’aeroporto JFK di New York mentre sta per imbarcarsi sul volo di ritorno per Roma, dopo una notte molto lunga e una giornata di preparativi per il rientro. La sera prima Matteo Berrettini ha giocato il suo quarto di finale a Flushing Meadows contro Novak Djokovic e ne è uscito sconfitto, come era già successo a Parigi e a Wimbledon.

Come pensi che abbia giocato Matteo nel complesso? Secondo te poteva giocare meglio?

 

Secondo me ha fatto tanto. Sicuramente si può sempre fare meglio, noi vogliamo sempre fare meglio, però forse quel meglio ieri non sarebbe bastato. Credo comunque che abbia giocato al meglio di come poteva giocare nella giornata, certamente la migliore partita del torneo, e naturalmente ha giocato meglio anche di quanto ha fatto a Cincinnati, dove sappiamo che era andato ritornando dall’infortunio.

Penso abbia giocato il miglior tennis che era in grado di esprimere ieri, che è un ottimo tennis, ed è molto vicino alla sua massima potenzialità odierna. Lui si sentiva bene, colpiva bene con il diritto, tenendo anche presente che dall’altra parte della rete c’era uno che ti toglie tutte le sicurezze. E tenendo presente anche la superficie, perché se dovessi scegliere dove giocare questa partita sceglierei la terra.

Infatti la partita di Parigi forse poteva andare diversamente se non avessero fatto uscire il pubblico.

Sì, anche Matteo sente che la partita che sarebbe potuta andare diversamente di quelle giocate con Djokovic era quella di Parigi, più di Wimbledon, anche se lì, così come qui, aveva vinto il primo set. Però quella del Roland Garros è quella che lui sente essere andato più vicino a portarla a casa. Poi tanto dipende anche dalle esperienze che deve fare, Matteo è “l’ultimo arrivato”: oggi leggevo che Djokovic ha giocato 12 quarti di finale qui, e non ne ha perso nemmeno uno.

Probabilmente perché i giocatori molto forti quando arrivano ai quarti di finale vuol dire che sono in forma quindi perdono raramente. O perdono prima, oppure una volta arrivati qui tendono a giocare al loro livello. Ma tornando alla partita: Matteo ha detto di essere stato molto contento di aver disputato questo match perché ha ottenuto molte informazioni. Ma queste informazioni che cosa dicono sulle zone del gioco su cui bisogna ancora lavorare per migliorare ulteriormente?

Quello che è importante è continuare a fare questo tipo di esperienze, che aiutano più di ogni altra cosa a crescere. Confrontarsi con i migliori, sia in allenamento sia in gara, e capire le difficoltà che emergono. Per esempio nella partita con Djokovic è stato abbastanza evidente che l’altro non veniva scalfito da niente e nessuno e avrebbe potuto mantenere quell’intensità di gioco per 5, 6, 7 giorni consecutivi, non lo so, mentre per Matteo si percepiva che lo sforzo del primo set, a livello psicofisico e di attenzione, era stato per lui uno sforzo grosso. Io credo che ci voglia tanto equilibrio: bisogna ambire ad essere migliori, ma anche riconoscere che il suo avversario quel giorno era un marziano.

Con questo quarto di finale, a meno di cataclismi, la qualificazione di Matteo per le Nitto ATP Finals di Torino dovrebbe essere pressoché garantita. Era un obiettivo che ci si prefissava a inizio anno, e se sì, quanto importante era questo obiettivo?

La prima volta è stato un sogno, soprattutto per come si è concretizzato, perché lui a metà stagione era ancora piuttosto indietro. Un po’ come quando arriva un figlio, che due anni prima che nasca non è nemmeno nei progetti e poi quando arriva è meraviglioso. Poi, da quando è successo la prima volta, diventa un obiettivo possibile, anche se molto difficile da raggiungere, perché bisogna essere continui con dei picchi alti. Credo che lui stia facendo qualcosa di grandioso: se lui riesce a qualificarsi per le Finals per la seconda volta in tre anni, e la terza volta è andato come riserva, vuol dire che nonostante lui sia il più “fresco”, l’ultimo arrivato, stia dimostrando di avere una solidità straordinaria.

Matteo tornerà in Italia dopo lo US Open?

No, Matteo rimane qui negli Stati Uniti perché deve giocare la Laver Cup [a Boston]. Poi da lì andrà a Indian Wells, dove lo raggiungerò io dopo essere tornato a Roma per un po’.

Questa trasferta negli Stati Uniti, quindi, iniziata a Cincinnati e che andrà fino a Indian Wells, sarà piuttosto lunga. E anche dopo il ritorno dalla California il calendario è piuttosto pieno fino alla fine della stagione con le Finals e la Coppa Davis finirà il 5 dicembre. Matteo è un giocatore che fatica a giocare tanto, anche perché può rischiare di infortunarsi. È stata prevista una pausa in questo periodo per far riposare il suo corpo?

Sulla carta è tutta una tirata fino a dicembre, ma tante volte abbiamo dovuto cambiare i programmi in corsa. Dobbiamo rimanere vigili e vedere quello che succede. Nella nostra programmazione c’è Indian Wells, Vienna e Parigi [Bercy], più ovviamente le Finals e la Coppa Davis; poi se dovesse succedere qualcosa di diverso e dovesse essere necessario saltare un torneo, lo saltiamo. Ci piace pensare che adesso Matteo ha raggiunto uno status per cui debba prepararsi bene per i tornei cui partecipa, non può andare a giocare solo per giocare. Ogni partecipazione deve essere utile, come per esempio è stato fatto per Cincinnati: ovviamente non era al massimo della condizione tennistica, ma stava bene fisicamente, c’era bisogno di giocare partite, per cui aveva senso andare a quel torneo. Tutti gli eventi da giocare devono essere funzionali alla sua crescita.

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US Open, Fernandez: “Un’insegnante mi disse di smettere di giocare, ci penso ogni giorno per motivarmi”

La classe 2002 canadese ha parlato dei problemi economici della sua famiglia per arrivare qui: “Per tre anni mia madre si è dovuta trasferire per lavorare e supportare la mia carriera”

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Leylah Fernandez - US Open 2021 (Brad Penner/USTA)

Fresca del successo contro la numero due WTA Aryna Sabalenka, Leylah Fernandez ha parlato a cuore aperto con i giornalisti, spiegando come, nelle sue parole, questo incredibile risultato sia “solo la punta dell’iceberg” di un tragitto irto di difficoltà.

LA SEMIFINALE CON SABALENKA

Prima, però, Fernandez ha parlato del match, iniziato malissimo (3-0 e doppio break Sabalenka con un parziale di 12-2) e finito in trionfo al terzo set dopo aver anche salvato un set point nel primo: Abbiamo giocato bene entrambe, lei ha iniziato molto meglio ma sono contenta di essere riuscita a rimanere paziente e a lottare su ogni palla. Nel tie-break, in particolare, sono riuscita a giocare in maniera aggressiva ma senza rischiare troppo, mentre nel secondo ho commesso qualche errore di troppo e lei ne ha subito approfittato. Il terzo è stato una bella battaglia, ce la siamo giocata fino alla fine; sono solo felice di essere riuscita a rimandare di là una palla in più”.

A fine partita, Leylah è crollata a terra, spiegando così le sensazioni provate: Non pensavo a niente, ero solo esterrefatta e travolta dalle emozioni. Sicuramente ero sollevata che il suo ultimo colpo fosse uscito, felice di aver lottato duramente per due ore abbondanti e che tutto il mio duro lavoro abbia pagato permettendomi di raggiungere la finale”. Una cosa è sicura, aver raggiunto la finale battendo Osaka, Kerber, Svitolina e Sabalenka rappresenta un grande attestato per la sua autostima: Io credevo nel mio gioco, ma questo torneo mi ha aiutata a realizzare che non ho limiti, che posso giocare tre set contro le migliori giocatrici del circuito e che le posso battere. Sono felice di aver fatto questa esperienza e di aver capito a che punto sia il mio gioco: sono orgogliosa di come ho lottato su ogni punto e della mia durezza mentale. Me la sto godendo anche fuori dal campo”.

 

I DUBBI E I PROBLEMI DI QUESTI ANNI

Durante la conferenza, è stato chiesto a Fernandez se come il suo idolo Justine Henin pensi che niente è impossibile, e la risposta è stata immediatamente affermativa: “Sì è vero, niente è impossibile, mio padre mi dice sempre che il mio potenziale non ha limiti, dobbiamo solo continuare a lavorare duro ogni giorno. In questo torneo ho fatto delle cose incredibili, c’è un che quasi di magico in ciò che sta succedendo, perché sto giocando davvero bene, mi sto divertendo e sto cercando di divertire il pubblico – sono contenta che apprezzino quello che sto facendo, quindi sì, diremo che c’è qualcosa di magico nell’aria”.

E che per arrivare sin qui sia necessario credere davvero di poter fare tutto si evince da alcuni dettagli rivelati dalla canadese: Tante persone hanno dubitato di me, della mia famiglia e dei miei sogni, dicevano che non sarei diventata una professionista e che sarei dovuta tornare a scuola. Un’insegnante mi disse di smettere del tutto con il tennis, ora la cosa mi sembra divertente ma all’epoca non lo era. Devo dire che sono felice che mi abbia detto così, perché ci penso ogni giorno e mi aiuta a lavorare ed insistere per dimostrare che posso realizzare tutto ciò che mi sono prefissata“.

E non si è trattato solo di lottare contro lo scetticismo di chi le stava attorno (cosa che per una pre-adolescente è già difficile di per sé), ma anche di far fronte a difficoltà molto più pratiche: “La mia famiglia ha dovuto affrontare tante difficoltà, quando avevo dieci anni mia madre si è dovuta trasferire per tre anni in California a lavorare per supportare la mia carriera. Quello è stato un periodo duro per me, perché avevo bisogno di una mamma, e all’epoca la vedevo a malapena, quando ci ritrovavamo era quasi come vedere allo stesso tempo un’estranea e qualcuno di familiare. A questo torneo sono stata fortunata ad averla qui a tifare per me, e dopo tutto quello che ci è successo sono felice che ora stia andando tutto bene per noi”.

Leylah Fernandez – US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

Come nel caso del “consiglio” ricevuto dalla sua insegnante, oggi però Fernandez vede il bicchiere mezzo pieno: “Era molto dura accettare quella situazione, ma ogni volta che ero in campo, fin da piccola, ho sempre avuto la mentalità giusta per realizzare i miei sogni così da poter essere di nuovo tutti insieme. Ma non sono stata solo io a lavorare bene, lo stesso hanno fatto anche i miei genitori, soprattutto mio padre, perché è stato lui a decidere di trasferirci da Laval agli Stati Uniti per riunire la famiglia perché la situazione era diventata ingestibile. In fondo sono felice che mia madre si sia trasferita in California, perché ha reso più forte me e la mia famiglia; sono grata per tutto ciò che ci è successo“.

NON SOLO IL CANADA A FARE IL TIFO PER LEI

In coda alla conferenza stampa, Leylah ha anche appreso del supporto in arrivo dalle Filippine, il Paese d’origine della madre. Dettasi sorpresa, la classe 2002 si è ripromessa di scoprire di più su questo lato del suo retaggio culturale: “Questo è un grande onore, sono felice di sapere che nelle Filippine si faccia il tifo per me. Sfortunatamente non so molto della cultura locale, posso solo dire che il mio lolo [nonno, ndr] è un cuoco straordinario. Spero che quando torneremo a Toronto cucinerà un piatto filippino per tutta la famiglia, perché mi manca molto. Spero di imparare di più sulla cultura filippina in futuro”.

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