Giannessi e la prima semifinale ATP: "Non mi accontento"

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Giannessi e la prima semifinale ATP: “Non mi accontento”

Le parole di Alessandro Giannessi dopo la vittoria su Dutra Silva nei quarti di finale dell’ATP 250 di Umago

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Innanzitutto complimenti Alessandro. Dopo una partita così, sei più stanco o contento per la prima semifinale ATP in carriera?
No, no sono contentissimo. È uno step importante, la stanchezza c’è ma spero comunque di poter affrontare il match di domani nel migliore dei modi. Non mi accontento, insomma.

Dicci qualcosa della grande rimonta del terzo set (sotto 5-2 ha vinto 7-5).
Avevo giocato già due volte con Rogerio, entrambe le volte avevo vinto delle battaglie come oggi. Mi sono detto “proviamoci”. È andata bene anche oggi, dai. È stata dura ma sono riuscito a ribaltare una situazione difficile.

Cosa ci dici di quell’interminabile decimo game, hai avuto tantissime palle break prima di pareggiare sul 5 pari.
Sì, sì, è vero. Alla fine ho spinto bene due punti con il dritto e ho rifatto il break.

 

Quando hai capito che potevi girarla?
Dall’inizio del match è stata una battaglia. Sono andato bene sopra, poi ho perso il primo set. Una partita altalenante anche perché qui le condizioni sono abbastanza lente e siamo entrambi che ogni punto cerchiamo di giocarlo. È stata una battaglia, ma sapevo che sarebbe andata così.

Forse il primo set è stato un po’ anche deciso dall’esito di quei due punti, quello contestato che l’arbitro ha assegnato al brasiliano e poi l’altro, lunghissimo, che hai perso quando lui ha servito per andare al tie-break.
Sì, a questo livello ogni episodio fa la differenza. Il primo set è andato così, ma poi sono stato molto bravo a rimanere nel match dal primo punto del secondo set a lottare.

Il torneo degli outsiders: tu, Rublev, Dodig. Quindi a questo punto ci sei..
Beh arrivato a questo punto, ci sono. Una semifinale ATP cercherò di dare tutto quello che ho, senza dubbio.

I problemi alla coscia sinistra.
Si, si, ora che finisco con voi torno a farmi rimettere un po’ a posto.

Ad inizio settimana hai avuto anche dei problemi alla schiena.
Alla schiena ho avuto un problema un po’ più serio, ma adesso ne sono venuto fuori bene. La coscia è solo un po’ affaticata, niente di più

Hai già visto che sei entrato tra i primo novanta al mondo? Te lo diciamo noi, dovresti essere n. 84.
Ma sì… Va bene, va bene. Speriamo di migliorare ancora.

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Federer a SportWeek: “Il match perfetto? Wimbledon 2007 contro Nadal”

Stralci dell’intervista rilasciata da Roger al settimanale sportivo allegato a La Gazzetta dello Sport. “Spero che almeno uno dei miei figli si appassioni al tennis”. Le lacrime di Wimbledon, il coach da Rafa e il ritiro: “Non ho ancora deciso”

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Nella lunga e interessante intervista uscita questa mattina su SportWeek, Roger Federer (che la prossima settimana andrà a caccia del decimo titolo nella sua Basilea) ha toccato tanti temi, dal tennis alla famiglia, passando per il peso della notorietà e il futuro dopo il ritiro. Ecco 10 delle 25 risposte di Roger alle domande del giornalista Pier Bergonzi.

Qual è stato il momento magico, il suo match perfetto?
Ehm… Difficile scegliere. Direi la finale di Wimbledon del 2007. Io e Nadal giocammo davvero del buon tennis. Vinsi il mio quinto Wimbledon consecutivo, al quinto set, sotto gli occhi di Björn Borg, che era il mio idolo e alla fine si alzò per applaudirmi. Se esiste una giornata perfetta assomiglia molto a quella domenica di luglio del 2007. Ma ci sarebbe anche la finale di Wimbledon 2009, quella che ho vinto 16-14 al quinto su Andy Roddick e per le emozioni che ha regalato penso alla finale di Wimbledon del 2003, quella vinta con Mark Philippoussis che mi ha consentito di conquistare il primo Slam.

Ha quattro figli, le gemelle Charlene e Myla di 10 anni e gemelli Leo e Lenny di 5. Che sport al immagina per loro?
Quello che vogliono, calcio, sci, nuoto, qualsiasi disciplina purché facciano dell’attività fisica. Spero soltanto che almeno uno di loro si appassioni al tennis. Almeno uno. Tutti i nostri amici hanno figli che giocano a tennis e sarebbe paradossale che proprio i nostri… Sia le grandi sia i piccoli hanno già cominciato, ma per il momento è soltanto un gioco.

Lei ha sempre dichiarato di amare l’Italia…
È così fin da quando ero ragazzino e venivo in vacanza con la mia famiglia a Camogli, a Punta Chiappa. Nel 1990 ero a Genova il giorno della partita tra l’Italia di Baggio e l’Argentina di Maradona, semifinale del Mondiale, con i gol di Schillaci e Caniggia, e ho pianto per la sconfitta degli azzurri ai rigori. Ho vinto il mio primo titolo ATP a Milano e vado sempre volentieri agli Internazionali di Roma. Mi piacciono le vostre montagne e tutte le vostre spiagge. Ho un solo rammarico: ci vengo troppo poco.

Nell’ultimo Wimbledon, perso con Djokovic al termine di un tie-break crudele, sul 12-12 al 5° set dopo aver lasciato per strada 2 match-ball e 5 ore di sublime duello, le sono scappate anche le lacrime…
In campo e durante la premiazione ero riuscito a contenere le emozioni, ma appena sono sceso negli spogliatoi, al primo commento sulla sfortuna, sul fatto che ci ero arrivato vicinissimo…. Mi sono cadute anche le ultime difese e qualche lacrima liberatoria è andata oltre i confini del mio sguardo.

Tre cose che rimpiangerà quando si sarà ritirato?
Mi mancheranno gli altri giocatori e l’atmosfera dei tornei, il clima che c’è tra di noi negli spogliatoi. Mi mancheranno la pressione che sale e i viaggi.

Si è stancato di rispondere alla domanda sul suo ritiro?
Non più… Mi dava fastidio quando me lo chiedevano 10 anni fa. Ora non mi fa né caldo né freddo. Anzi, adesso non me lo chiedono più. Quel momento dovrà pure arrivare, ma quando capirò che è il momento giusto mancheranno pochi match alla fine della mia carriera. Mi dispiace deludervi, ma non ho ancora deciso.

L’Olimpiade di Tokyo è un obiettivo?
Scendere in campo con la maglia della Svizzera per una medaglia olimpica è sempre un progetto che mi stimola. Conto di esserci. Ma al momento ho ben chiaro il percorso di avvicinamento che mi porterà fino a Wimbledon. Il resto è tutto da decidere. E comunque un oro olimpico, quello del doppio con Wawrinka, l’ho già vinto.

Qual è l’aspetto più negativo della notorietà?
Essere trattato per quello che non sei. Neanche io pensavo che ci sarebbe stata così tanta attenzione mediatica e così tanta attenzione in generale per me, per la mia vita e per quello che penso. Nel mio caso è cambiato tutto quando ho vinto il mio primo Australian Open e sono diventato il n. 1 del ranking. Fino a quel momento mi veniva chiesto del mio dritto, dei miei break point… Poi hanno iniziato a chiedermi di tutto. Di economia, di politica… ma io sono un tennista, perché interessa la mia opinione su altri argomenti? Ho delle opinioni perché è importante averne, ma sono un campione di tennis non ho risposte per tutto.

Come si vede fra 10 anni: coach di qualche grande campione? Presidente della Confederazione svizzera o presidente del Cio?
Niente di tutto ciò, mi piacerebbe restare nel mondo del tennis per insegnare ai giovani. Ecco, vorrei trasferire un po’ del tanto che il tennis mi ha dato per aprire la strada ai più promettenti.

In una scuola sua? Una Federer School?
No, potrei insegnare nella scuola di Nadal. Con la Rafa Nadal Foundation, il mio amico ha realizzato un progetto straordinario rivolto ai giovani. Ecco, potrei dargli una mano e insegnare tennis nella sua scuola.

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Murray confessa: “Mia moglie Kim mi ha convinto a non mollare”

Alla vigilia del secondo turno contro Cuevas ad Anversa, Andy ripercorre il difficile periodo da infortunato: “Sono felice di avere la possibilità di chiudere alle mie condizioni”

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Andy Murray - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

Nel primo round dell’ATP 250 di Anversa si è visto un Andy Murray meno brillante rispetto ai tornei asiatici. Il tre volte vincitore di un Major ha battuto 6-4 7-6 Kimmer Coppejans, numero 158 del mondo, e ora si prepara ad affrontare Pablo Cuevas (giovedì alle 18.30, 2-0 i precedenti in favore dello scozzese). Ma i pensieri di Andy in questo periodo non sono rivolti solo al campo da tennis, e potrebbero indurlo a declinare l’invito ricevuto da Herwig Straka,
direttore dell’ATP 500 di Vienna che inizierà il prossimo lunedì. Sua moglie Kim Sears è in procinto di mettere al mondo il terzo bimbo della famiglia Murray e quando sarà il momento il ragazzo di Dunblane non vorrà stare lontano dalla sua Kim. Proprio come ha fatto lei negli ultimi due anni e nella prima metà del 2019, quando era difficile pensare di rivedere Andy Murray in campo.

In un’intervista al Thelegraph lo scozzese ha evidenziato quanto sia stato importante avere il supporto di sua moglie nei momenti in cui credeva che non potesse più farcela: “Ho avuto diversi stop negli ultimi due anni. Dicevo ‘non voglio fare più questo’. Ma Kim cercava sempre di farmi andare avanti, di aiutarmi a tornare in campo, di motivarmi, ed era felice che tornassi ad allenarmi, ripartire e tutto il resto. Mi rendo conto di quanto sia difficile un momento del genere per chi ti sta intorno. Probabilmente diventi un po’ egoista e pensi solo a te stesso. Pensi ‘Dio, sto soffrendo così tanto’, ma in realtà ci sono persone attorno a te che stanno vivendo con te lo stesso momento”.

Le origini di Kim giocano un ruolo significativo nel rapporto, dal momento che il suo papà, Nigel Sears, ha fatto il tennista a livelli discreti, raggiungendo al massimo la top 400 prima di diventare coach. E Murray ammette: “Sono stato davvero fortunato. Lei è stata eccezionale, mi ha permesso di continuare la mia carriera e mi ha sempre supportato. Ho appena capito tutto questo. Andare via per gli allenamenti a Miami non è stato semplice dopo anno difficile. Non ci vediamo per tanto tempo, ma fa molta differenza ora sapere che non hai un dramma nella tua vita, molte cose accadono lontano dal campo”.

 

Murray adesso sembra aver ripreso totalmente in mano la sua vita da (straordinario) atleta, che ha ancora qualche anno (‘We got a few more years’, disse Roger Federer nel 2015) per fare ciò che ama: “Voglio sono godermi questi ultimi anni nel Tour. La mia vita è cambiata a gennaio. In questo momento mi sento felice, sono in una buona condizione, non ho problemi con l’anca e sono in grado di fare quello che ho sempre fatto. Forse non al livello di quello che ho fatto attorno ai 25 anni, ma sono abbastanza competitivo contro la maggior parte dei giocatori. Penso che negli ultimi mesi il mio corpo abbia ricordato ciò che deve fare. In Asia mi sono sentito meglio rispetto ai tornei negli Stati Uniti. Certo, se mi prendo qualche giorno di pausa le energie ci mettono un po’ di più a rientrare in circolo. Ma sono comunque contento di aver ottenuto una seconda chance per chiudere alle mie condizioni“.

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Sara Errani si racconta: “Le critiche al servizio mi hanno fatto soffrire”

Lunga intervista di Sara Errani a puntodebreak: “Sembra che siano passati mille anni dalla finale di Parigi, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io”

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Sara Errani - Indian Wells 125K 2018 (foto Luigi Serra)

La seconda vita tennistica di Sara Errani non ha i riflettori puntati addosso. Si svolge ai margini dell’anonimato, dove però è soprattutto la passione (insieme all’orgoglio) a tenere in vita la voglia di andare avanti. L’ex numero cinque del mondo è scivolata ben oltre la duecentesima posizione e annaspa nei bassifondi del circuito. Nell’ultimo torneo disputato è stata sconfitta – proprio quest’oggi – al primo turno dell’ITF di Riba-roja de Túria (montepremi 25000 dollari) da Georgina Garcia-Perez con un netto 6-0 6-4, due settimane dopo essere stata eliminata al secondo turno del più ricco ITF di Valencia (60000 dollari) da una giocatrice quindici anni più giovane, Marta Kostyuk. Se l’è giocata però con orgoglio, al punto da non sottrarsi – proprio durante il torneo – a una interessante intervista concessa al portale specializzato spagnolo Punto de Break.

Chiacchierata nella quale ha aperto la finestra sul suo nuovo mondo. A 32 anni, dopo una squalifica per doping che avrebbe potuto anche metterla definitivamente fuori dai giochi, ha scelto di continuare a lottare non tanto contro la classifica, ma più che altro contro se stessa. Contro i suoi limiti e le sue paure. Sotto la guida sicura di Pablo Lozano, il tecnico che rappresenta un punto di riferimento da quando ha messo piede in Spagna. Ormai la sua seconda casa.

Qui l’intervista originale di Punto de Break


Sara, è arrivata un’altra sconfitta. Risultato netto (6-2, 6-4) ma fuorviante guardando alla tua prestazione.
Sì, ero avanti 4-1 nel secondo set, ho avuto diversi vantaggi, ma devo ancora migliorare il livello. Soprattutto fisicamente, sono stata ferma per un mese a causa di un’ernia cervicale, senza poter fare nulla, lì ho perso molto ritmo.

Ma il circuito va avanti senza pause e non ti permette di fermarti.
Infatti, siamo andati in Cina sapendo che non ero ancora al 100%, è stato difficile per me colpire con il rovescio, ma avevo bisogno di allenarmi. Anche se giocare i tornei è completamente diverso, sono come un allenamento agonistico, così li chiamiamo, ma abbiamo deciso comunque di andare nonostante non fossi al meglio. Sono tornata con due sconfitte pesanti, ma bisogna andare avanti.

Gli ottavi in un W60K sembrano poco, ma la sensazione è che stai facendo un passo avanti.
Vedendo come sono arrivata e tutti i problemi che ho affrontato, la valutazione del torneo è positiva. Mi è piaciuto il gioco che sono riuscita ad esprimere contro Hogenkamp, mi sono sentita competitiva ed è quello che più mi manca in questo momento. Contro Kostyuk, pur avendo avuto poco tempo per recuperare è andata bene comunque.

Nessuna nel tabellone sa cosa vuol dire giocare una finale Slam, nemmeno passare il quarto turno. Nessuna giocatrice è mai stata tra i primi 50. Ti pesano questi dati?
Non do molto peso a questi dati, mi concentro su me stessa, cercando di migliorare e di fare le cose bene. Voglio tornare a essere quella che ero. Quando mi parli delle finali dello Slam sembra che siano passati mille anni, come se fosse stata un’altra persona a giocare e non io. Cerco di provare a fare le cose correttamente, ma poi nelle partite noto che accadono cose strane, cose che non mi sono mai successe prima.

Che genere di cose?
La testa, è come se andasse per conto suo. Sono cose delicate che a volte non sono facili da gestire.

Come gestisci questa pressione?
L’ideale sarebbe non sentire la pressione, specialmente nel mio caso. In questo momento sono molto indietro, ma non è facile da spiegare. Sento la pressione. Mi ricordo di aver giocato a un livello in cui ho ottenuto un sacco di risultati positivi, quando ero al top, ora quando vado in campo e non ci riesco mi brucia. Mi sento più nervosa, vorrei giocare meglio, mi chiedo come possa commettere tanti errori rispetto a prima, ma devo essere consapevole di quello che ho, di quello che sono in questo momento, ho bisogno di fare molti passi avanti per tornare al livello che possedevo. La fiducia si recupera vincendo le partite, ma per vincerle bisogna giocarle, e ora sono anche fisicamente carente. Una volta potevo giocare mille partite, lo facevo in forma automatica, devo recuperare quello stato.

Ti sta pesando il fatto di essere stata così brava, come essere perseguitata dai tuoi stessi risultati. Finalista del Roland Garros, ex numero 5 del mondo…
… e tutto quello che invece faccio adesso non è all’altezza. Se facciamo questo paragone, tutti i risultati che potrò ottenere saranno sempre peggiori. Il giorno dopo aver perso la finale a Parigi ho detto a Pablo: “D’ora in poi, tutto quello che farò sarà uno schifo, a meno che non vinca una finale“. Ma non puoi vederla così, altrimenti ti spareresti o smetteresti di giocare a tennis. Bisogna ritrovare quella sensazione di gioia nel giocare a tennis, ma non è facile.

Quello stesso giorno hai detto a Pablo una cosa ancora più importante: “Ora ho bisogno di te più che mai”. Hai capito cosa ti aspettava.
Quella settimana è stata molto difficile per tutte le interviste che ho tenuto. Onestamente, non mi piace essere al centro dell’attenzione. Abbiamo dovuto fare i conti con molti più fattori di quelli che potevamo gestire: ho perso un po’ del mio spazio, c’erano molte persone ad assistere ai miei allenamenti, mentre prima erano molto più tranquilli, per questo mi sono sentita in pericolo. Ecco perché gli ho chiesto aiuto, perché non potevo farcela da sola. Sono stata molto fortunata ad avere Pablo sempre accanto a me.

Prima, durante la partita, un uomo è venuto da me e mi ha chiesto: “Che ci fa Errani in questo torneo? Perché non vince più?” Non sapevo cosa rispondere.
Tutto quello che mi è successo negli ultimi due anni è stato pazzesco. La sanzione, la pausa, giocare in attesa di una risposta… è stato un calvario che non auguro a nessuno. Ho vissuto episodi inspiegabili che mi hanno lasciato delle ferite dentro, con cui non è facile convivere. Ho iniziato a provare paura, a vivere nuove situazioni che non sapevo come gestire, ma sono ancora qui per cercare di superarle.

In che modo l’ITF comunica il risultato positivo al controllo antidoping?
Dovremmo stare qui sette ore per spiegarlo bene (ride).

Quello che è chiaro è che era la loro parola contro la tua.
Il punto è che anche l’antidoping italiano era coinvolto, non ero solo io contro l’ITF. Quando mi è stata data la sanzione dei due mesi, più cinque mesi di risultati rimossi, quella era solo la parte dell’ITF. Poi è arrivata la WADA, dicendo che per loro non era sufficiente, volevano che io ottenessi più sanzioni. È stato un vero calvario.

Il momento peggiore della tua carriera.
Immaginati di giocare in attesa di una risposta, e di vederla rinviata ogni mese, fino a sette volte, e tu che continui a giocare! Sono cose che escono dall’ambito sportivo che ti rubano la concentrazione, perdi la testa, ti vedi indifesa e impotente. E poi, dopo sei mesi giocando in quelle condizioni, ti dicono che ti hanno aggiunto altri otto mesi di sanzione. Sono stata ferma tutto quel tempo, trattata come una delinquente.

Come si è comportata la stampa?
È stata molto dura, soprattutto in Italia. È brutto da dire, ma la stampa italiana è sempre stata dura con me. Hanno interferito con cose personali, con la mia famiglia, sono temi molto delicati, sono stati cattivi. Ci sono state molte persone che mi hanno sostenuto, ma la stampa ha cercato di corromperle con notizie basate su informazioni personali. Sopportare tutto questo ha reso la situazione ancora più difficile.

Anche Fognini ha avuto problemi con la stampa locale, invece di essere supportato.
Sarebbe bello se lo fosse, ma non lo è. Invece di fare il loro lavoro in modo costruttivo, scrivendo buoni articoli e facendo interviste interessanti, in Italia si concentrano sugli aspetti negativi, per danneggiarti. La cosa più logica sarebbe valorizzare i giocatori, aiutandoli a raggiungere un livello più alto, ma purtroppo fanno il contrario, dimostrando solo di volerti sminuire. Non so perché, ma è così.

Prima della carriera viene l’immagine; hai mai pensato che la tua carriera sarebbe stata macchiata per sempre?
Certo, ed è molto difficile. Ho sempre avuto molta paura del doping, questo te lo può confermare Pablo. Molte volte i medici mi davano da bere qualche medicina e io non lo facevo, senza farmi vedere, perché avevo paura! Sembra sciocco, ma quando partecipi ad un torneo passi tutto il giorno bevendo da bottiglie o in posti che non sono sicuri al 100%.

Comunque il tuo incidente è successo a casa.
Assolutamente. Una situazione assurda, è un peccato. Vorrei trovare una spiegazione per quello che mi è successo ma non ci riesco. È stato il destino o qualsiasi altra cosa.

In ogni caso la sensazione è che la questione sia già passata in secondo piano.
Beh, ora mi accusano di altre cose: “Non sai servire”, “Perché continui a giocare?”, “Ritirati”. L’altro aspetto è uscito un po’ di scena, ma quando vinco di nuovo due partite di fila, torna alla ribalta. Questo è quello che bisogna affrontare, sappiamo che i tennisti ricevono molti insulti sui social network, ma ciò non mi ferisce più. Da questo aspetto non mi faccio più influenzare, io cerco di fare quello che devo fare, di concentrarmi sulla mia carriera. Voglio sentirmi di nuovo bene in un campo da tennis, tornare ad amare questo sport, cosa che ultimamente mi è costata, ma per questioni esterne al gioco.

Un altro punto di svolta nella tua carriera è avvenuto alla fine del 2016, quando hai interrotto il tuo rapporto con Pablo dopo dodici anni insieme. Perché?
Sono successe delle cose che ci hanno portato alla separazione. La decisione era più mia che sua, ero stanca mentalmente, soffrivo, avevo qualche problema personale che ha avuto ripercussioni sul campo. Avevo meno voglia di lottare, ero triste, spenta, tutto ciò ci ha fatto entrare in contrasto. Comunque durante quell’anno lui ha continuato a guardare le mie partite e ci parlavamo dopo ciascuna di esse. Per me Pablo è come un fratello, anche quando non ci siamo allenati insieme ha continuato ad essere un supporto fondamentale.

Un anno dopo sei tornata a Valencia, hai ritrovato tutto come prima?
Era come se non ci fossimo mai separati, tutto era come prima. Abbiamo vissuto così tanto insieme che quella era una nuova sfida, proprio come la situazione attuale. Siamo fuori dalle prime 200 posizioni in classifica, dobbiamo lottare per scalare la classifica, partecipare ai tornei minori… è diverso, ma tra noi c’è ancora la stessa connessione.

Cosa ricordi degli inizi con Pablo?
Fin dall’inizio mi è piaciuto molto per il suo entusiasmo. In Italia non ho mai incontrato nessuno che avesse una visione così speciale, in lui vedevo così tanta convinzione e mi sono lasciata trascinare. La sua fiducia mi ha contagiata, lui ci credeva molto più di me. Non avrei mai immaginato di arrivare così in alto, ma lui era convinto al 100%. Ricordo quando all’inizio mi diceva: “Dai, vediamo se un giorno arriveremo a un quarto di finale in uno Slam”, e io gli rispondevo che era pazzo (ride). Sapeva portarmi al limite per far emergere le mie qualità migliori. Quando dopo una partita gli dicevo che non potevo giocare meglio di così, mi rispondeva sempre: “Sì che puoi”. Alla fine mi ha trasmesso la fiducia per fare molte più cose di quelle che pensavo fossero possibili.

Fiducia illimitata.
La vedevo nei suoi occhi quando mi allenava, mi ha tirato fuori più di quanto io potessi. Avere accanto una persona che si fida di te in questo modo, mostrando tanto entusiasmo per fare le cose al meglio, e allo stesso tempo divertirsi insieme, è davvero un dono. Ci siamo allenati e abbiamo sofferto, ma ci siamo divertiti.

“Sara non ha la macchina migliore, ma le abbiamo insegnato a guidarla alla perfezione”. Questo mi disse Pablo durante un’intervista nel 2016. Ti sei mai sentita inferiore a una rivale?
Ogni volta! (ride) Ogni volta che giocavo con Kvitova, Garcia, Serena, Sharapova, Stosur, ecc. Le vedevo di fronte a me e non ci credevo. Pensavo: “Servono meglio, hanno un dritto e un rovescio migliore del mio, hanno una condizione fisica migliore… stiamo scherzando?”.

Ma le hai battute.
E non chiedermi come (ride). Pablo mi ha aiutato molto, dall’esterno ha sempre trovato una chiave, una piccola cosa a cui aggrapparsi e su cui fare leva. A volte lasciavo il campo senza sapere come ci ero riuscita, ma l’importante è che ho potuto vincerle.

Il fatto che tu sia riuscita a competere con armi differenti rimarrà per sempre come un gran esempio. Oggi, se non si possiede un servizio a 200 km/h, è più difficile.
È un peccato vedere il modo in cui si gioca a tennis in questo momento, con così tanta potenza e così poca tattica. Pablo mi dice che questo viene a mio vantaggio, perché se tutti giocano nello stesso modo, io posso fare più danni con il mio stile; ma se parliamo di guardare il tennis confesso che non mi piace molto. Mi piace guardare giocare Carla Suarez o Simona Halep, perché posseggono molta più strategia. Il resto delle giocatrici fa molti più vincenti, sì, ma preferirei vedere più tattica e non così tanti punti portati da un buon servizio.

Ti sei mai sentita male per non riuscire a servire così bene come le tue rivali?
Quando ho raggiunto la finale del Roland Garros, ricordo di aver chiesto a Pablo di aiutarmi a migliorare il servizio. La stampa continuava a criticarmi, insinuando che non avrei potuto vincere nulla con quel servizio, e ho commesso l’errore di lasciarmi influenzare. Pablo in compenso mi diceva che era perfetto, che non l’avrebbe cambiato con quello di nessun’altra giocatrice. Era un servizio molto efficace, ideale per il mio stile, riuscivo ad arrivare a statistiche del 90% con la prima di servizio, e lui era felicissimo. Ovviamente continuammo ad allenarlo ogni giorno, ma su quella linea, che si dimostrava perfetta per il mio gioco.

Non voglio immaginare le critiche che ricevevi quando commettevi un doppio fallo.
È una questione che nel corso degli anni mi ha fatto soffrire, e di sicuro si è visto. È sempre stato il mio punto debole, così tante persone me lo facevano notare, che ciò ha influito sulla resa al momento di giocare, a causa della eccessiva preoccupazione.

Ricordi di aver perso una partita a causa del tuo servizio?
Pablo dice di no (ride). È chiaro che ci sono stati momenti in cui mi è pesato non avere un super servizio come altre giocatrici, ma l’ho compensato con altre abilità. Quando perdevo le partite, lo facevo a causa del gioco a fondo campo e non tanto per il servizio, questo è quello che mi diceva. Mi chiedevano di servire con maggiore potenza, ma così facendo mi sarebbe arrivata la risposta più rapidamente senza concedermi il tempo di posizionarmi. Nel modo in cui servivo invece avevo molto più tempo per posizionarmi e iniziare a mettere in atto la mia tattica di gioco.

La gente preferisce parlare del tuo servizio piuttosto che della tua solidità, del tuo modo di combattere, di arrivare su ogni pallina…
È sempre stato così. Ricordo partite in cui la stampa parlava del mio servizio scadente anche se avevo servito benissimo quel giorno. Come se non avessero visto la partita, qualsiasi articolo faceva riferimento a questo aspetto, quel concetto era sempre presente.

Vorrei parlare della tua finale al Roland Garros. L’hai rivista?
Sì.

Cosa cambieresti di quel giorno?
Non appena la partita è finita, ricordo che Pablo mi disse che avrei dovuto fare di più alcune cose e di meno altre, il tipico discorso dopo una sconfitta. Qualche giorno dopo, quando l’abbiamo rivista insieme, si è corretto dicendomi: “Hai giocato molto bene”. Durante la partita avevamo avuto la sensazione che avessi giocato peggio di quello che avevo fatto. Non cambierei nulla, ho cercato di fare del mio meglio, come in tutte le mie partite. In quel momento ho dato tutto quello che avevo, è stata un grande partita, ma lei ha giocato molto bene. Maria ha tirato un sacco di palle sulla linea, così tante che non puoi immaginarti. Si può sempre migliorare… all’inizio, per esempio, ho iniziato molto male, ero sotto 4-0. Era la mia prima finale dello Slam contro Sharapova, credo fosse normale. Mi sarebbe piaciuto vincere, ma il tennis è così, non posso biasimare me stessa.

E nello stesso periodo stavi vincendo titoli nel doppio. Insieme a Vinci hai vinto tutti e quattro gli Slam ed eravate al numero 1. Questo è impensabile ora.
Barty è una delle poche che sta scommettendo su entrambi i circuiti, questo rappresenta un duro sacrificio, soprattutto fisico. È stato un impegno fisico ma, allo stesso tempo, mi ha reso più resistente, è come una ruota. Giocare in entrambi i circuiti mi ha fatto migliorare molto ed è stato anche molto divertente. Vincere tutti gli Slam è stato tanto incredibile quanto inaspettato. Vincere Wimbledon! È una gioia inspiegabile, davvero, non ho parole.

In che momento si comincia a pensare che completare il Grande Slam sia un obiettivo?
Mai. Abbiamo giocato per divertirci, infatti, non ci siamo nemmeno allenate per il doppio. Entrambe ci siamo concentrate sul circuito individuale, di tanto in tanto facevamo qualche partita con Pablo per riscaldarci, ma non ci siamo mai concentrate espressamente sulla conquista dei titoli nel doppio. Entravamo, vincevamo e andavamo avanti. Ci siamo divertite.

Sei la n. 250 del mondo in questo momento (240 questa settimana, ndr). Hai 32 anni. Cosa ti spinge a continuare a combattere?
Non lo so, a volte è davvero difficile. Ciò che mi motiva di più è il desiderio di sentirmi di nuovo bene sul campo. Quando vivi esperienze così brutte, ti rimane un sapore molto amaro in bocca. Come posso pensare di fermarmi adesso? Voglio rivivere quelle belle sensazioni. So di essere più matura, ma voglio ritrovare quel buon feeling, non importa se devo giocare un ITF 25K, non mi dispiace giocare piccoli tornei. Certo, ho ancora la speranza di giocare di nuovo nei grandi tornei, ma quello che mi spinge di più è il desiderio di vedermi di nuovo in campo combattendo, soffrendo, sentendomi competitiva. Essere lì e dare tutto fino alla fine.

Hai perso con una diciassettenne oggi. Non senti di appartenere ad un’altra epoca?
Quando entro in campo non mi concentro sul fatto che la mia rivale abbia 17 o 35 anni, ma sul suo tennis. L’obiettivo è sempre quello di cercare di portare il gioco sul mio terreno, con la mia essenza, variando molto i colpi, con scambi lunghi, so di avere difficoltà contro giocatrici con uno stile molto rapido, ma anche il mio gioco le mette in difficoltà. Ho bisogno di condurre la partita sulla strada che più mi si addice, una lotta di stile.

E cambiare il tuo stile? Nadal o Ferrer sottolineano sempre la loro capacità di adattarsi per sopravvivere ai nuovi tempi. Servire meglio, accorciare i punti, colpire più forte…
Non lo sto facendo. In questo momento ho bisogno di recuperare le forze, per stare bene fisicamente, ma il nostro modo di vedere il tennis non è quello di cambiare il mio stile, non giocheremo allo ‘spara tutto’. È chiaro che dipende anche dal campo in cui si gioca, o dalle palline, su una superficie veloce la mia strategia non è la stessa, ma in linea generale, manteniamo il piano di sempre.

Non appena è finita la partita, sei andata ad allenare il servizio con Pablo per dieci minuti. Questo dice molto sulla tua ambizione.
Con Pablo l’ho fatto molte volte. Ho avuto problemi con il servizio e quello che volevo era pulire il colpo dopo la partita. Con la tensione e il nervosismo, sono consapevole di cambiare il movimento; ho bisogno di pulirlo dopo la partita in modo che domani, quando inizierò di nuovo, possa averlo al livello desiderato.

Una domanda difficile. Hai mai pensato al ritiro?
(Riflette) Sarò sincera, alcune volte l’ho pensato, ma ho subito rimosso questo pensiero. Ho passato dei momenti difficili, sia in campo che fuori. Sono arrivata a dubitare di me stessa pensando: “Sono davvero in grado di continuare a giocare a tennis?” Ma continuo. Continuo perché è una cosa che mi viene da dentro, perché voglio farlo, perché voglio recuperare quelle belle sensazioni e, soprattutto, voglio superare questa situazione.

Vinci te stesso.
Esatto. Voglio allontanare i miei fantasmi, le mie paure personali, questioni che non posso lasciare irrisolte. Queste sono le cose che ti fanno pensare al ritiro, ti invitano a lasciare tutto, ma io voglio superarle. Non per vincere le partite, ma per superare i miei limiti perché non voglio che rimangano tali.

Come immagini la fine?
È difficile rispondere, soprattutto trovare un modo adeguato. Quando vedo che la gente si ritira ci rimango male, con il ritiro di Ferru (Ferrer, ndr) ho pianto molto. Non credo che sarei in grado di farlo come lui, di annunciare che tra un anno smetterò, non potrei sopportare di trovarmi al centro di questa attenzione. Certo quando vai ai tornei è bello, ti fanno sentire bene dedicandoti molte attenzioni, ma sento che questo non fa per me. Quando deciderò, mi ritirerò senza annunci. Penso che lo farò in questo modo, ma non si sa mai. La cosa principale è sentirmi di nuovo bene, ma naturalmente se ci riesco, come potrei ritirami?

Pennetta si è ritirata vincendo uno Slam.
È assurdo, quasi impossibile da fare (ride). Immagino che quando arriverà il giorno, lo sentirò, lo scoprirò. Ora quello che voglio è divertirmi di nuovo, sentirmi bene e vedere fino a dove posso spingermi di nuovo. Come se fosse una seconda carriera. Farò del mio meglio, fino alla morte, per tornare dove mi compete. Se riuscissi ad esprimermi di nuovo al mio meglio, cos’altro potrei chiedere di più?

 

Traduzione a cura di Alessandro Toto

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