Laver Cup: un evento già grande, la tradizione arriverà

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Laver Cup: un evento già grande, la tradizione arriverà

Pregi (molti) e difetti di una formula. La tre giorni di Praga sembra aprire la strada per un altro super appuntamento del calendario tennistico

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Tra i tanti momenti indimenticabili di questa prima edizione della Laver Cup, probabilmente il più significativo si è avuto sabato scorso quando, durante la sfida tra Berdych e Kyrgios, gli oltre dodicimila della O2 Arena hanno tributato un’ovazione calorosa a Rod Laver, inquadrato per qualche attimo dalle telecamere e trasmesso sul maxi-schermo a quattro facciate del meraviglioso impianto praghese. Certo, perché all’interno di una manifestazione che ha avuto l’onore e l’onere di coniugare lo spettacolo con la credibilità, che un numero così grande di persone abbia immediatamente riconosciuto il leggendario “Rocket Man” (volto scontato per la nicchia degli appassionati ma non altrettanto per i molti che sono convenuti qui con lo scopo di assistere all’evento in quanto tale) neanche fosse stato un attore o un calciatore, o ancora meglio un campione di hockey su ghiaccio visto dove ci troviamo, può dare il senso di cosa siano state queste tre giornate.

Nei giorni scorsi però, preoccupati pure noi di cercare conferme e/o smentite alla bontà del progetto sponsorizzato anche e soprattutto dal team di Roger Federer, abbiamo in parte perso di vista gli aspetti che, negli altri tornei, solitamente vengono dati per acquisiti. Il primo pensiero va rivolto quindi inevitabilmente al format, ovvero alla formula scelta per questa sfida. Innanzitutto l’idea di contrapporre due continenti (anzi, in questo caso un continente e il resto del mondo), con l’obiettivo di rendere quanto più possibili coese le squadre in campo puntando sullo spirito di appartenenza, è stata al contempo coraggiosa quanto inevitabile. Esistendo già una competizione riservata alle nazionali, ovvero quella Davis con la quale – come ci ha tenuto a sottolineare lo stesso Federer – la Laver Cup non ha l’ambizione e lo scopo di mettersi in contrapposizione, gli organizzatori hanno preso appunti da altre discipline sportive (viene in mente la Coppa America di vela o l’All Star Game di basket oltre alla già più volte citata Ryder Cup di golf) e hanno trasferito nel tennis il concetto di sfida.

Inevitabile dunque estendere gli ambiti geografici oltre il concetto di nazione ma, anche se nella sostanza era un quattro (continenti) contro uno, in questo particolare momento storico l’Europa della racchetta ha un valore e una qualità decisamente superiori a quelli che possono esprimere insieme Africa, Asia, Americhe e Oceania. Tuttavia, vuoi per la scelta della superficie di gioco (decisamente rapida), vuoi per la formula che assegna ai doppi lo stesso valore dei singolari, vuoi perché gli americani (e i loro “cugini” di lingua) sanno dare alla parola “team” un significato maggiore di chiunque altro, vuoi infine perché quando le cose devono andare bene (e comunque se cerchi di fare tutto al meglio è più facile che vengano bene) non c’è niente che le possa guastare, ebbene per queste e per chissà quante altre ragioni il TeamWorld, una sorta di variopinta Armata con l’istrionico John McEnroe nelle vesti di Brancaleone, è stata ad un piccolissimo quindici dal rimandare ogni decisione al doppio finale (previsto sulla distanza di un solo set) nel quale sarebbero stati favoriti.

 

Se dunque, sulla carta, la disparità tra le due compagini era notevole, sull’elegantissimo campo grigio cenere della O2 Arena le cose sono andate ben diversamente e l’ultima giornata si è trasformata, da inutile passerella europea, a thriller sportivo che ha tenuto con il fiato sospeso i quindici e passa mila dell’impianto praghese e le centinaia di migliaia di spettatori televisivi in tutto il mondo.

Del resto, numeri alla mano, l’Europa (alla quale mancavano pure Murray, Djokovic e Wawrinka e che ha rinunciato a Dimitrov probabilmente per la necessità di dover schierare Berdych, pur sempre atleta di casa) partiva con un ranking medio di 6,33 contro il 32,83 del mondo e, dato ugualmente significativo, un vantaggio di 72-24 nel computo dei confronti diretti incrociati tra i sei singolaristi TeamEurope e i sei TeamWorld; questi ultimi avevano dalla loro solo la più giovane età media (24 anni contro i 28 e mezzo degli avversari) ma anche questo, come abbiamo potuto verificare negli ultimi tempi, non è un vantaggio.

Prima di passare alla formula, un’ultima considerazione sulla differenza di valori in campo, che adesso c’è ma non è detto che sarà sempre così marcata. Proviamo ad immaginarci un ipotetico Stati Uniti-Mondo nel 1980 (Borg, Vilas, Lendl e Clerc contro McEnroe, Connors e Gerulaitis) o un Europa-Mondo dodici anni dopo (Sampras, Agassi, Chang e Courier contro Edberg, Becker, Ivanisevic e Krajicek) o, per finire, nel 2000 (Kuerten, Sampras, Agassi e Hewitt contro Safin, Kafelnikov, Norman e Enqvist): tutte sfide equilibrate e quindi in grado di garantire incertezza al di là della formula scelta.

Molti, non del tutto in torto, hanno storto il naso sulla scelta dell’assegnazione dei punti: 1 per ogni vittoria ottenuta nella prima giornata, 2 per la seconda e 3 per la terza con l’eventuale doppio di spareggio (un solo set tra due coppie scelte dai capitani sul campo al termine dell’ultimo singolare) sulla situazione di 12-12. È evidente che un punteggio del genere garantisce, anche nella peggiore delle ipotesi, lo svolgimento di almeno un match nella terza giornata in quanto anche vincendo tutti gli incontri delle prime due, un team non avrebbe raggiunto quota 13, necessaria ad aggiudicarsi il trofeo.

Alla base di questa scelta ci sono ovvie esigenze di marketing, ovvero la necessità di garantire partite anche il terzo giorno, anche se esiste il rischio che la domenica il tutto possa esaurirsi con la prima partita. Non si tratta quindi, come si può pensare, di allungare il brodo bensì di fornire un prodotto di qualità a chi ha pagato il biglietto senza al contempo snaturare troppo lo spirito della contesa, che deve (o dovrebbe) restare al di sopra di ogni cosa. Il terzo giorno di questa prima edizione, iniziato con l’Europa in vantaggio 9-3 e avviata ad un facile successo, sembrava destinato a rapida e noiosa conclusione ma il doppio (collocato con intelligenza all’inizio della sessione unica anziché alla fine) vinto da Isner-Sock ha garantito che almeno altri due singolari si sarebbero dovuti giocare. Poi sappiamo tutti com’è andata a finire, come meglio non avrebbero potuto sperare gli organizzatori e i componenti dell’Europa (un po’ meno Nadal e Berdych, gli unici non del tutto soddisfatti al momento di festeggiare la vittoria) ma ciò non toglie che questo aspetto del format presenti qualche lacuna.

Come discutibile (e forse un tantino pilotato) è parso l’aspetto legato alle scelte dei giocatori da parte dei due capitani. Detto che qualche collega australiano conosceva gli accoppiamenti della prima giornata prima ancora che Borg e McEnroe li annunciassero ufficialmente in conferenza stampa (sarà che in Australia le notizie arrivano prima a causa del fuso orario…), il dubbio che le scelte stesse siano state condizionate anche dal fattore show e non solo perseguendo una chiara strategia è più che legittimo. Perché le star della tre giorni praghese erano Federer e Nadal e, volendoli mettere in campo in singolare nella seconda giornata (quando le vittorie valevano 2 punti anziché 1), Borg si è inventato un improbabile doppio Nadal-Berdych che forse aveva più il senso di accontentare gli spettatori del venerdì (altrimenti privati dei big) che di raccogliere un punto.

Lo stesso, sempre parlando di strategia, si può affermare per la seconda giornata quando McEnroe, sapendo che Federer e Nadal avrebbero giocato il doppio (era una delle maggiori curiosità dell’evento) e intuendo che Borg avrebbe volentieri risparmiato ai suoi due gioielli di affrontare il temibilissimo Kyrgios, poteva collocare l’australiano nella sessione diurna costringendo così il TeamEurope a schierare lo spagnolo o lo svizzero in serata (per evitare Nick) e quindi a fargli giocare due incontri consecutivi. Ma, lo riconosciamo, sono, questi, cavilli o tecnicismi che non intaccano la bontà di una formula tutto sommato equa, con predisposizione all’interesse crescente (cosa che succede anche nei tornei ad eliminazione diretta, dove i primi turni raramente hanno lo stesso appeal delle fasi conclusive) e che ha il grande merito di concedere a chi è sotto la possibilità autentica di recuperare.

Per finire, torniamo per qualche attimo alla questione della credibilità. Chiarito che non si vuole (e non avrebbe nemmeno senso) difendere niente e nessuno, il giudizio conclusivo su questa prima edizione della Laver Cup non può che essere positivo. Pur senza il patrocinio ufficiale degli organismi (ATP, WTA e ITF) che hanno il potere di decretare l’ufficialità o meno di tornei e manifestazioni nel tennis (ovvero, di far sì che i risultati delle stesse rientrino o meno nelle statistiche ufficiali anche se sappiamo bene che, ad esempio, i tornei pro fino al 1968 non rientrano in queste pur avendo espresso, al tempo, risultati spesso più significativi di quelli ufficiali), la Laver Cup ha avuto il potere, grazie a robuste spalle organizzative che non hanno tralasciato il minimo dettaglio per il successo della stessa, di mettere in imbarazzo il resto dell’establishment in quanto gli attori non hanno recitato un ruolo (o, se l’hanno fatto, sono stati bravissimi anche in questo) diverso da quello che recitano nei tornei “veri” e, in più, hanno saputo creare un’atmosfera, aiutati dal meraviglioso pubblico ceco in un intrecciarsi di causa-effetto, che definire suggestiva è certamente riduttivo.

Non traggano in inganno le “pagliacciate” dei salottieri del TeamWorld (chi segue lo sport a stelle e strisce sa che da quelle parti fanno così), accolti un po’ da tutti come i poverelli destinati al sacrificio e invece encomiabili sia a non arrendersi nemmeno all’evidenza di un’inferiorità più virtuale che pratica che a frequentare con assiduità l’angolo della squadra (molto più degli europei) facendo sempre sentire la vicinanza a chi stava in campo. E non tragga in inganno nemmeno lo spirito di solidarietà emotiva instaurato tra Federer e Nadal, che buona parte dei rispettivi tifosi (soprattutto quelli di Roger) ha dovuto faticosamente digerire e che, all’evidenza dei fatti, è assai più genuino di quanto la rivalità possa suggerire.

La tradizione si accumula solo con il tempo e non è detto che la Laver Cup sarà in grado di farsene una, sopravvivendo agli anni, alle avversità e a se stessa. Nel tennis, è risaputo, ci sono tornei che fanno grandi i giocatori e viceversa; per ora la Laver Cup appartiene alla seconda categoria ma non è detto che sarà sempre così. È banale dirlo ma ogni cosa ha un inizio e non tutte muoiono all’alba, quando i sogni più belli solitamente si interrompono. Se pensiamo che, quando non ci saranno più Federer e Nadal, questa coppa non avrà più senso dobbiamo anche pensare che il tennis, tutto, esisteva prima di loro e continuerà ad esistere anche dopo; ritenere di vivere in un’epoca irripetibile è comprensibile per chi non ha vissuto quella di Borg, McEnroe e Connors, quella di Becker e Edberg, di Sampras e Agassi ma è una visione distorta della realtà.

E, per ricongiungerci al principio, la dimostrazione l’abbiamo avuta quando la folla della O2 Arena, composta da persone di ogni età, ha omaggiato il titolare di questo “misfatto” con una lunga, corale e spontanea ovazione. Data l’età di Rod Laver, temiamo che ben pochi degli spettatori in questione abbia amato il tennis perché ha vissuto l’epoca di “Rocket Man”. Eppure…

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Australian Open

Berrettini-Nadal, una vigilia tormentata più per noi che per loro. Il torneo l’hanno già vinto

Chi ha più da perdere? Forse Nadal. Però lui non ha mai sofferto troppo le grandi pressioni. E non crede di averla questa volta. Matteo: diventare top-5, battere un top-5, conquistare una seconda finale Slam…forse ne ha più lui

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Sono curioso di apprendere da Eurosport-Discovery il numero dei connessi, via tv, computer, streaming, dispositivi vari, che avranno messo la sveglia alle 4:30 del mattino per seguire il duello Nadal-Berrettini.

Sarà come mettere il termometro alla passione dei fans italiani. Immagino si possano sapere anche i dati di chi ha registrato la partita per vederla con maggior agio.

Chi lavora e deve andare in ufficio per le 8:30 quale opzione avrà esercitato?

Io la sveglia l’ho messa. A volta è accaduto che io fossi fuori per una cena che non potevo mancare e ho registrato una partita (di tennis o della Fiorentina) per vedermela al mio ritorno, ma una semifinale di uno Slam in Australia è un unicum… e poi il rischio che qualcuno mi mandi un WhatsApp che mi dica il risultato di Berrettini-Nadal, quale che fosse, mi rovinerebbe tutto il gusto.

Né posso staccare il telefono per 3 o anche 4 ore al mio risveglio per evitare che qualcuno mi chiami o mi messaggi dicendomi che è successo.

Che cosa succederà davvero non lo so. Mi chiedo anche, nella sera italiana della vigilia, che caldo possa fare alle 14 del pomeriggio in Australia. Con certe temperature, chi sarebbe favorito? E se piovesse e giocassero indoor? In una previsione meteo ho visto che ci si attende una grande umidità. Chi la soffrirebbe di più però?

Non voglio tornare sulla difficoltà di sbilanciarsi in pronostici a decine di migliaia di km di distanza ma i dettagli ignoti sono troppi per farlo. Sarebbe esercizio da presuntuosi.

Lasciatemi prima dire qualcosa su quanto è già successo. Il torneo femminile nelle ultime fasi ha offerto magari vincitrici a sorpresa ma una serie di partite davvero deludenti. A senso unico. Alludo alle due semifinali e a tutti i quarti della parte alta del tabellone. Quattro lotte al terzo set invece nei quarti della parte bassa, ma un livello a mio avviso non straordinario.

Tanto di cappello però per Ashley Barty che fin qui ha dominato le sue avversarie in modo impressionante. Ricordo che una volta Mary Pierce al Roland Garros giunse in finale avendo perso solo 10 game, e poi le due sorelle Williams, capaci di dominare con tanta disinvoltura.

Come ho avuto modo di dire anche nel mio quotidiano lancio su Instagram Ash ha perso solo 21 game in 6 partite, per una media di tre game e mezzo a match! Così Amanda Anisimova che ha fatto 7 game, più di tutte, 6-4,6-3 è stata due volte sopra quella media imbarazzante e Camila Giorgi 5 che era così seccata di aver giocato male…tutto sommato avendo raccolto cinque game non ha fatto poi così male come credeva.

Non ho mai dimenticato, a proposito di domini altrettanto impressionanti, quello di Bjorn Borg al Roland Garros 1978, il terzo di sei che vinse: quell’anno perse soltanto 32 game in 7 match, cioè in 21 set. Fu una media di 4 game e mezzo concessi a partita. Contribuirono ad abbassarla Corrado Barazzutti che in semifinale fece un solo game e alla fine lo ringraziò per averglielo concesso, 6-0,6-1,6-0, ma anche Paolo Bertolucci – in questi giorni molto ricordato per aver raggiunto i quarti a Parigi nel ’73 insieme a Panatta così come Sinner e Berrettini – da Borg rimediò anche lui un 6-0 e un paio di 6-2,6-2. Finì cioè sotto media. Se non fosse stato per Roscoe Tanner che in un match solo strappò, grazie al mostruoso servizio mancino ben 12 game all’Orso Bjorn, le “lezioni” date dallo svedese a tutti i suoi avversari avrebbero avuto numeri complessivi ancora più netti e umilianti.

Fra le donne ad avere dominato così nel terzo millennio ci sono state Serena Williams, che ne perse solo 16 all’US Open 2013 e 19 l’anno prima e poi la sorella Venus 20 a Wimbledon 2009.

Spero a questo punto che la rivelazione Collins, n.30 in procinto di diventare top-ten da lunedì, riesca almeno a lottare con la Barty, visto che anche lei, dopo aver rischiato la sconfitta soprattutto con la danese Tauson e poi anche con la belga Mertens, ha poi dominato sia la Cornet sia la Swiatek.

Senza immaginare chi potrà vincere, anche se posso immaginare in base a che cosa potrebbe vincere Matteo – una grande percentuale di prime in campo! Tanti dritti vincenti, una gran resilienza con il rovescio …- oppure in base a che cosa potrebbe vincere Rafa – massacrando di dritti in topspin il rovescio slice di Matteo (che almeno quando lo deve giocare incrociati dovrebbe coprirli tutti se non vuole fare la fine del tordo) – mi sento di scommettere che assisteremo a una grande battaglia. Almeno me la auguro e …per concludere nel modo più banale, che vinca il migliore.

Vincerà il meno stanco? Io credo che dopo un giorno e mezzo un venticinquenne sia in grado di recuperare al giorno d’oggi, e un trentaseienne dopo qualche ora di più anche. Però come faccio a sapere come si sentono? Sarà semmai un alibi per chi avrà perso.

L’esperienza, anche in situazioni del genere, incide. E Nadal ne ha di più. Però quando l’altro giorno contro Monfils Matteo ha deciso di non spremersi a fondo nel quarto set, una volta subito il break, per tenersi qualche energia per il quinto, ha dimostrato di avere maturato anche lui una discreta esperienza.

A Nadal i grandi battitori hanno sempre dato fastidio. A tutti, per la verità, non solo a Nadal. Ma ricordo Isner portare al quinto Nadal anche sulla terra rossa di Parigi…

Le motivazioni sono straordinarie per entrambi. Rafa ha vinto tutti altri Slam almeno due volte, salvo l’Australian Open dove ha vinto solo nel 2009, e poi c’è – o forse prima… – lo Slam n.21 all’orizzonte. Come trascurare un obiettivo del genere?

Matteo sa che se dopo la finale di Wimbledon centrasse anche questa di Melbourne, e battendo per la prima volta un top 5 in uno Slam …diventando n.5 lui stesso, – e top-five suona meglio che top-ten!-, avrebbe raggiunto un traguardo davvero storico anche se poi dovesse perdere nuovamente in finale. Avrebbe scritto la storia. Non si parlerebbe di lui solo come del miglior tennista italiano negli Slam dell’Era Open (Open lo scrivo per non irritare Pietrangeli!).

Matteo sa di avere un’occasione più unica che rara. Il Nadal del 2022 non è il Nadal di 10 anni fa quando perse a Melbourne quell’assurda finale con Djokovic che durò 6 ore…. Non è quello che fu tradito dal fisico contro Wawrinka… forse non è nemmeno quello del 2017 quando vinceva 3-1 al quinto con Federer.

Ma per Matteo questa consapevolezza è un handicap. In fondo, soprattutto se è vero quel che Rafa sostiene, e cioè che vincere o non vincere lo Slam n.21 o uno più di Djokovic e Federer, non gli fa una grande differenza, Nadal forse può permettersi di giocare più libero, con meno pressione addosso. Lui con la pressione c’è cresciuto e l’ha sempre saputa gestire.

Matteo non è più il Matteo di 30 mesi fa, certamente, ma non lo è nemmeno Nadal.

Ma diciamo la verità, tutte queste sono chiacchiere di presentazione che lasciano il tempo che trovano. Tutto sommato entrambi hanno ragione di ritenere il loro torneo un successo, comunque vada la loro semifinale. Per motivi diversi non era scontato che ci arrivasse né l’uno né l’altro. Ripeto, speriamo solo che sia un bel match.

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Australian Open

Australian Open: Sinner con Tsitsipas, Berrettini contro Nadal e quei pronostici così difficili da indovinare

I bookmakers si coprono e non perdono mai. I critici o non si espongono o se lo fanno spesso sbagliano. Nel femminile Keys e Collins semifinaliste a sorpresa. Bene per Matteo che sia nato il caso Bernardes

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Jannik Sinner ha subìto una dura lezione dal miglior Tsitsipas che io abbia mai visto. Il greco non sembrava neppure lontano parente di quello visto con Fritz. Il tennis è così, nessuna giornata è davvero mai uguale all’altra.

Lo testimoniano del resto la maggior parte dei confronti diretti fra i grandi giocatori. Una volta vince uno e un’altra volta l’altro, se i livelli sono lì lì e oscillano di poco a seconda della giornata di vena del giocatore A o di quello B.

Per questo può accadere che i bookmakers, che avevano dato per favorito Sinner, prendano un granchio, anche se loro hanno sempre modo di coprirsi e di conseguenza guadagnano sempre.

Io invece non avevo nulla da…coprire e così come ho azzeccato il pronostico di Berrettini su Monfils – e avrei dubitato di quello all’inizio del quinto set – ho sbagliato quello di Sinner Tsitsipas.

Ma Tsitsipas era in quella che i tennisti chiamano “The Zone”, gli riusciva tutto. Sparava dritti che pareva il miglior Sampras, ma ha giocato anche alcuni rovesci vincenti da far paura. Sempre sulla riga. Mats Wilander ha fatto vedere un grafico su Eurosport-Discovery secondo cui Tsitsipas ha colpito il 67% per cento delle palle quando erano ancora in ascesa, mentre salivano. E Stefanos non si limitava ad anticipare tutto. Ma tirava fortissimo, spesso di controbalzo. Colpi debordanti sui quali Sinner non riusciva a opporsi e tantomeno poteva tentare di prendere l’iniziativa. Il pallino del gioco è stato costantemente nelle mani del greco.

E Sinner ha mostrato senza tema di smentita quanto ancora oggi lui sia migliore come attaccante in pressing da fondocampo rispetto al difensore costretto ai recuperi. Non è ancora Djokovic, insomma, e neppure Nadal. Difficile intuire se potrà diventarlo, anche se a occhio ad oggi il suo fisico sembra meno elastico rispetto a Nole, meno possente rispetto a Rafa.

Ma lui, dopo aver detto per primo “Mi ha dato una lezione” è un tipo che ha voglia di imparare, che lavora per imparare, che ha le qualità per imparare. Quindi imparerà certamente. Quanto potrà migliorare però, e fino a che punto, nessuno può saperlo.

Ma restiamo sui fatti: a 20 anni non sono tanti quelli che giocando solo 9 Slam hanno raggiunto 2 volte i quarti di finale, se è vero che dai tempi di del Potro (2008-2009) non c’era più riuscito nessuno. Sono trascorsi più di una dozzina d’anni.

Quindi seconda me ci vuole pazienza. Non è il caso di decretare sentenze negative, come è tipico dei leoni da tastiera. Il fatto che Jannik sia perfettamente consapevole per primo di dover fare tanto lavoro per migliorare tutti gli aspetti del suo gioco, garantisce che si applicherà per curare tutti i dettagli necessari per arrivare dove vuole. Chi gli sta accanto oggi e chi affiancherà il team Piatti domani lo aiuterà a farlo. Intanto lui ha confermato che qualcuno noto arriverà “Io so chi è ma non posso dirlo”. Io non credo che possa essere McEnroe. Almeno non John. Patrick? Boris Becker? Se ne dicono tanti. Per quanto mi riguarda spero solo che non si tratti di una mossa di marketing. Francamente Riccardo Piatti non mi sembra tipo portato a quel genere di mossa. Vedremo.

Tornando alla difficoltà di indovinare i pronostici di una partita fra due top-ten, vi chiedo: ma quanti avrebbero pensato che Aliassime fosse in grado di impensierire o addirittura battere Medvedev dopo il 6-4,6-0 patito dieci giorni fa in ATP Cup, o i tre set a zero della semifinale dell’US Open?

Eppure Aliassime ha vinto i primi due set, ha avuto il matchpoint sul 5-4 nel terzo – che Daniil gli ha annullato con una bomba di servizio a 216 km orari – e poi ha cancellato 3 pallebreak importanti anche nel quinto set. Se vinceva Aliassime, come poteva benissimo per un centimetro o due, tutti quelli che avessero dato per scontata la vittoria di Medvedev, avrebbero sbagliato pronostico. Sì, lo avrebbero sbagliato, ma…sarebbe stato giusto sbagliarlo…se capite quel che sto provando a dire.

E i tre set a zero di Shapovalov a Zverev qualcuno li aveva previsti?

Tornando a Tsitsipas…ma che dritti ha tirato? Impressionanti. Perché di fantastici rovesci ne avrà tirati 5 o 6, ma di dritti vincenti e in tutti gli angoli, davvero tanti. Vorrei averli contati.

Nel singolare femminile …non ne parliamo. Abbiamo visto arrivare nei quarti la n.115 Kanepi che dopo aver fatto fuori Kerber e Sabalenka ha messo in difficoltà anche la Swiatek e nella stessa metà tabellone la n.30 Collins e la n.61 Cornet che, a 32 anni, non si era mai spinta così lontano in uno Slam.

E anche nella metà superiore del tabellone, a parte la n.1 Ashley Barty che fino alla semifinale ancora da giocare con la Keys ha letteralmente passeggiato, proprio la Keys n.51 WTA – sia pur finalista d’un US Open – ha eliminato via via la campionessa 2020 Kenin, la Wang che aveva sopreso la Gauff, per lasciare 4 game a Badosa e 5 a Krejcikova. Erano forse pronostici prevedibili?

Allo stesso modo come si fa a pronosticare il vincitore del duello Nadal-Berrettini? Lo si fa con un atto di fede perché Matteo è sembrato fisicamente e mentalmente in una condizione eccezionale, mentre Rafa non ha giocato benissimo contro uno Shapovalov piuttosto sciupone?

E perché Rafa, a 35 anni, potrebbe non aver recuperato altrettanto bene che Matteo, lo sforzo di 5 set molto duri in condizioni climatiche più pesanti?

Se mi sbilanciassi in tal senso e Matteo perdesse, ecco che salterebbero fuori i soliti del senno di poi a sentenziare la “scelta provinciale di Scanagatta”.

Stessa critica verrebbe rivolta a un mio collega spagnolo che avesse pronosticato la vittoria di Nadal e avesse invece vinto Berrettini.

Ho già scritto nell’ultimo editoriale che il dritto mancino di Rafa sembra fatto apposta per …crocifiggere Matteo sul suo rovescio che non vale nemmeno da lontano, nonostante i progressi, quello di Roger Federer.

E anche che Matteo dovrà forzarsi a giocare… contro natura perché il suo dritto a sventaglio prediletto, quello di solito indirizzato nell’angolo sulla sinistra dell’avversario, non potrà giocarlo con la stessa insistenza.

E, infine, che anche al servizio dovrà cercare gli angoli opposti a quelli che è abituato a cercare. Qualcuno può immaginare se pure dovendo comportarsi così Matteo riuscirà a mantenersi su percentuali di prime palle più vicine all’80 per cento che al 65%?

Sarà “in the zone” come Tsitsipas cui tutto riusciva? E se Rafa riuscirà a rispondere anche al 70% dei servizi di Matteo, poi Matteo riuscirà a chiudere con il secondo colpo il punto, pur tirandolo dalla parte opposta rispetto a quella cui è abituato a fare, onde evitare di esporsi ai missili mancini di Rafa?

A tutti questi interrogativi è impossibile rispondere con cognizione di causa da decine di migliaia di chilometri di distanza, senza conoscere il meteo e, al momento, neppure l’orario di gioco. Per non parlare delle condizioni fisiche dei due contendenti.

Un piccolo vantaggio per Matteo può essere quel che è successo fra Nadal e Shapovalov. Sia che avesse ragione oppure torto a lamentarsi il canadese per via dei tempi dilatati e oltre i 25 secondi regolamentari concessi dall’arbitro Carlos Bernardes a Rafa fra un punto e l’altro, chiunque arbitrerà Nadal-Berrettini, sarà inevitabilmente più fiscale.

Nadal è stato spesso accusato di prendersi più tempo del dovuto. Se il codice di condotta è stato pensato e istituito per via delle intemperanze di Ilie Nastase e John McEnroe, l’orologio segnatempo è stato messo per Rafa Nadal e pochi altri.

Nel 2015 Carlos Bernardes affibbiò qualche warning per “time violation” a Nadal. Nadal non gradì e fece quel che facevano un tempo le squadre di calcio più potenti: chiede di non essere più arbitrato da Bernardes.

Vittima della ricusazione Bernardes rischiò di perdere la possibilità di arbitrare tutte le finali dei tornei più importanti sulla terra rossa, dove quasi sempre c’era Nadal fra i duellanti.

Quando in una conferenza stampa di un Roland Garros di qualche anno fa io dissi a Rafa che l’opzione di poter ricusare gli arbitri non mi sembrava assolutamente giusta da esercitare il suo media manager non gradì e mi dette del provocatore.

Forse me lo direbbe anche adesso se io sostenessi pubblicamente, e lo faccio come potete vedere, che adesso Bernardes potrebbe essere un po’ condizionato da quanto successe. Probabilmente è anche quel che ha pensato Shapovalov. Penso anche che, così come le squadre di calcio più importanti, negano che un arbitro possa essere condizionato dal loro maggior peso mediatico e politico, Bernardes non ammetterà mai di aver un occhio di riguardo per i giocatori più importanti.

Di certo comunque, Bernardes, non arbitrerà Berrettini-Nadal

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ATP

ATP Dubai, l’entry list: torna Djokovic. Presente anche Sinner

Il numero uno del mondo dovrebbe esserci per l’ATP 500 in programma negli Emirati dal 14 febbraio

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Novak Djokovic con il trofeo - Dubai 2020 (via Twitter, @NatSportUAE)

Continua la stagione del tennis sul cemento dopo l’Australian Open, e le entry list ci forniscono informazioni interessanti sul futuro di Novak Djokovic. Il numero uno del mondo non ha più rilasciato dichiarazioni pubbliche dopo il fiasco dell’Australian Open ma ha fatto sentire la sua presenza nell’entry list dell’ATP 500 di Dubai, in programma dal 14 febbraio sul cemento degli Emirati. Non è la prima volta per Djokovic nel torneo arabo: Nole l’ha infatti vinto per sei volte, di cui tre consecutive tra il 2009 e il 2011 e una nell’ultimo torneo disputato pre-lockdown (vinse una semifinale tiratissima con Gael Monfils prima di battere Tsitsipas in finale). Negli Emirati Arabi Uniti non è richiesto l’obbligo vaccinale, fattore che favorisce sicuramente la presenza di un Djokovic che vorrà ritrovare ritmo partita in attesa di capire a quali tornei potrà partecipare nel prossimo futuro, se continuerà nella sua decisione di non vaccinarsi.

Non mancheranno i tennisti di alto profilo oltre a Djokovic. Fra questi il campione in carica Aslan Karatsev, che proprio qui l’anno scorso concluse al meglio in finale contro Lloyd Harris una prima parte di stagione fantastica per gioco e risultati. Presenti anche tre Top 10, tra cui il canadese Felix Auger-Aliassime, Andrey Rublev e il nostro Jannik Sinner, che nel 2021 uscì ai quarti proprio contro Karatsev.

 

Anche fuori dai primissimi ci saranno tanti tennisti di alto profilo come Gael Monfils, Roberto Bautista-Agut e Marin Cilic, tutti reduci da buone prestazioni all’Australian Open, e il croato Borna Coric, al ritorno nel Tour dopo mesi di assenza per un infortunio alla spalla. Poca la presenza degli italiani, che oltre Sinner vedranno soltanto Lorenzo Musetti ai nastri di partenza. Il tennista di Carrara ha deciso di saltare lo swing sudamericano su terra per migliorare il suo gioco sul veloce ma si trova a sei ritiri di distanza dall’entrare nel tabellone principale e per ora dovrà disputare le qualificazioni (Dubai fu peraltro il suo primissimo main draw ATP).

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